lunedì 16 novembre 2015

I musulmani delle nostre città ora ci dicano con chi stanno

Corriere della sera

i Bernard-Henri Lévy

Quello che è successo nella capitale francese è guerra, una nuova guerra. E il primo modo per rispondere è: dare un nome ai veri responsabili

Parigi, fiori davanti al teatro Bataclan(Lapresse)

Ebbene, la guerra. Una guerra di nuovo tipo. Una guerra con e senza frontiere, con e senza Stato, una guerra due volte nuova perché mescola il modello deterritorializzato di Al Qaeda e il vecchio paradigma territoriale al quale l’Isis è tornato. Ma comunque una guerra.Di fronte a una guerra che né gli Stati Uniti né l’Egitto né il Libano né la Turchia né oggi la Francia hanno voluto, una sola domanda è valida: che fare? Come rispondere e vincere, quando questo tipo di guerra vi cade addosso?

Prima legge. Dare un nome. Dire pane al pane, vino al vino. E osare formulare la terribile parola «guerra» che ha la vocazione, quasi la proprietà e, in fondo, la nobiltà e al tempo stesso la debolezza di essere respinta dalle democrazie oltre i limiti delle loro facoltà, dei loro punti di riferimento immaginari, simbolici e reali. Siamo a questo punto. Pensare l’impensabile della guerra. Accettare quell’ossimoro che è l’idea di una Repubblica moderna costretta a combattere per salvarsi.

E pensarlo con tanta più pena in quanto nessuna fra le regole stabilite, da Tucidide a Clausewitz ai teorici della guerra, sembra applicarsi a questo Stato fantoccio che porta il conflitto tanto più lontano in quanto i suoi fronti sono incerti e i suoi combattenti hanno il vantaggio strategico di non fare alcuna differenza fra ciò che noi chiamiamo vita e ciò che loro chiamano morte.

Le autorità francesi l’hanno capito, al livello più alto. La classe politica, unanime, ha avallato il loro gesto. Restiamo noi, il corpo sociale nel suo insieme e nel suo dettaglio: ciascuno di noi che, ogni volta, è un bersaglio, un fronte, un soldato senza saperlo, un focolaio di resistenza, un punto di mobilitazione e di fragilità biopolitica. È sconfortante, è atroce, ma è così e occorre urgentemente prenderne atto.

Secondo principio. Il nemico. Chi dice guerra dice nemico. E il nemico bisogna trattarlo non solo come tale, cioè (lezione di Carl Schmitt) come una figura con cui si può, secondo la tattica adottata, giocare d’astuzia, fingere di dialogare, lottare senza parlare, in nessun caso transigere, ma soprattutto (lezione di Sant’Agostino, di San Tommaso e di tutti i teorici della guerra giusta) bisogna dargli il suo nome vero e preciso.

Questo nome non è il «terrorismo». Non è una dispersione di «lupi solitari» o di «squilibrati». Quanto all’eterna cultura della giustificazione che ci presenta gli squadroni della morte come gente umiliata, ridotta allo stremo da una società iniqua e costretta dalla miseria a uccidere dei giovani il cui unico crimine è di aver amato il rock, il football o la frescura di una notte autunnale in un bar, è un insulto alla miseria non meno che alle vittime.

No. Gli uomini che ce l’hanno con il dolce vivere e con la libertà di comportamento cara alle grandi metropoli, i mascalzoni che odiano lo spirito delle città come - è infatti la stessa cosa - lo spirito delle leggi, del diritto e della gradevole autonomia degli individui liberati dalle vecchie sudditanze, gli incolti cui bisognerebbe contrapporre, se non fossero loro estranee, le così belle parole di Victor Hugo quando gridava, durante i massacri della Comune, che prendersela con Parigi è più che prendersela con la Francia, perché significa distruggere il mondo: costoro conviene chiamarli fascisti. O meglio: islamo-fascisti.

Meglio ancora: il frutto di un punto di incrocio che un altro scrittore, Paul Claudel, vede prospettarsi quando il 21 maggio 1935 nel suo Diario scrive, in uno di quei lampi di genio di cui solo i grandissimi hanno il segreto: «Discorso di Hitler? Si sta creando al centro dell’Europa una sorta di islamismo...». Il vantaggio dell’atto di nominare? Mettere il cursore dove conviene. Ricordare che con questo tipo di avversario la guerra deve essere senza tregua e senza pietà. Poi, costringere ciascuno, dappertutto, cioè nel mondo arabo-musulmano come nel resto del pianeta, a dire perché combatte, con chi, contro chi.

Questo non significa naturalmente che l’Islam abbia, più di altre formazioni discorsive, una qualche affinità con il peggio. E l’urgenza di questa lotta non deve distrarci dalla seconda battaglia, essenziale, anche vitale, che è quella per l’altro Islam, per l’Islam dei Lumi, per l’Islam in cui si riconoscono gli eredi di Massud, di Izetbegovic, del bengalese Mujibur Rahman, dei nazionalisti curdi o di un sultano del Marocco che fece l’eroica scelta di salvare, contro il regime di Vichy, gli ebrei del suo regno.

Ma ciò vuol dire due cose, o piuttosto tre. Innanzitutto, che le terre dell’Islam sono le uniche al mondo dove - poiché si reputa che la tormenta fascista degli anni Trenta non abbia oltrepassato il perimetro dell’Europa - ci si è dispensati dal fare il lavoro di memoria e di lutto che hanno compiuto i tedeschi, i francesi, gli europei in generale, i giapponesi.

In seguito, che bisogna far apparire nettamente la separazione decisiva, primordiale, che contrappone le due visioni dell’Islam impegnate in una guerra mortale e che è, tutto considerato, e se si vuole mantenere assolutamente l’uso della formula, la sola guerra di civiltà che valga la pena.

Infine, che la linea lungo la quale si affrontano gli affiliati di un Tariq Ramadan e gli amici del grande Abdelhawahb Meddeb, la verifica su ciò che, da un lato, può in effetti alimentare il «Viva la muerte» dei nuovi nichilisti e, dall’altro, del tipo di lavoro ideologico, testuale e spirituale che basterebbe a scongiurare il ritorno o l’entrata dei fantasmi, tutto questo deve essere prioritariamente opera degli stessi musulmani.

Conosco l’obiezione. Sento già i benpensanti gridare che il fatto di invitare bravi cittadini a dissociarsi da un crimine che non hanno commesso significa supporli complici e, dunque, stigmatizzarli. Invece no. Infatti, quel «non in nostro nome» che aspettiamo dai nostri concittadini musulmani era quello degli israeliani che si dissociavano, quindici anni fa, dalla politica in Cisgiordania del loro governo. Era quello delle folle di americani che nel 2003 rifiutavano l’assurda guerra in Iraq.

Era il grido, più recentemente, di tutti i britannici, fedeli o semplici lettori del Corano, i quali si addossarono la responsabilità di proclamare che esiste un altro Islam - dolce, misericordioso, amante di tolleranza e di pace - rispetto a quello nel cui nome si poteva pugnalare un militare in mezzo a una strada.

È un bel grido. È un bel gesto. Ma soprattutto è il gesto semplice, di una buona guerra, che consiste nell’isolare il nemico, staccarlo dalle sue retrovie e far sì che non si senta più come un pesce nell’acqua in una comunità di cui, in realtà, egli è la vergogna.

Infatti, chi dice guerra dice ancora, inevitabilmente, identificazione, emarginazione e, se possibile, neutralizzazione di quella parte del campo avverso che opera sul suolo nazionale.
È quel che fa Churchill mettendo in prigione, quando la Gran Bretagna entra in guerra, oltre duemila persone, talvolta molto vicine a lui, come un suo cugino, numero due del partito fascista inglese, Geo Pitt-Rivers, che egli considera nemici interni.

Ed è, fatte le debite proporzioni, quello che bisogna decidersi a fare bloccando, per esempio, i predicatori di odio; sorvegliando ancora più da vicino le migliaia di individui schedati «S», cioè sospetti di jihadismo; o convincendo i social network americani a non lasciare che gli appelli all’omicidio kamikaze prosperino all’ombra del primo emendamento.

Il gesto è delicato. È sempre sull’orlo della legislazione d’eccezione. Per questo è essenziale non cedere né sul diritto né sul dovere di ospitalità che si impone, più che mai, di fronte all’ondata di rifugiati siriani in fuga, giustamente, dal terrore islamo-fascista.

Continuare a ricevere i migranti e nello stesso tempo rendere inoffensivo il più gran numero di cellule pronte a uccidere... Accogliere a braccia aperte chi fugge dall’Isis e contemporaneamente essere implacabili con quelli fra loro che traessero vantaggio dalla nostra fedeltà ai nostri principi per infiltrarsi in terra di missione e commettervi i loro misfatti...

Non è contraddittorio. È l’unico modo, innanzitutto, per non offrire al nemico la vittoria che si aspetta, cioè di vederci rinunciare al modo di vivere insieme, aperto, generoso, che caratterizza le nostre democrazie. Ed è, lo ripeto, il modo di procedere inerente a ogni guerra giusta che consiste nel non lasciare amalgamare ciò che ha vocazione ad essere diviso; e nella circostanza mostrare alla grande maggioranza dei musulmani di Francia che non solo sono nostri alleati, ma fratelli concittadini.

Poi, l’essenziale. La vera fonte di questo orrore dilagante. Lo Stato islamico che occupa un terzo abbondante della Siria e dell’Iraq e che offre agli artificieri dei possibili, futuri teatri Bataclan le retrovie, i centri di comando, i campi di addestramento.

È come un tempo a Sarajevo, come all’epoca in cui i sedicenti esperti agitavano lo spettro di centinaia di migliaia di soldati che si sarebbero dovuti impiegare sul terreno per impedire la pulizia etnica, mentre in realtà basteranno, giunto il momento, poche forze speciali e qualche attacco aereo: sono convinto che le orde dell’Isis siano molto più coraggiose quando si tratta di far saltare il cervello a giovani parigini inermi rispetto a quando bisogna affrontare veri soldati della libertà, e penso dunque che la comunità internazionale si trovi di fronte a una minaccia che, se lo vuole, ha tutti i mezzi per fermare.

Perché non lo fa? Perché dosare tanto meschinamente il nostro aiuto agli alleati curdi? E quale è la strana guerra che l’America di Barack Obama per ora non sembra voler davvero vincere? Lo ignoro. Ma so che la chiave del problema è qui. E che l’alternativa è chiara: «no boots on their ground» equivale a «more blood on our ground».

(Traduzione di Daniela Maggioni)
16 novembre 2015 (modifica il 16 novembre 2015 | 07:19)

Chiquita, da randagio disabile in Perù a una nuova vita

La Stampa
fulvio cerutti



La storia di Chiquita l’avevamo raccontata nelle scorse settimane: viveva in un vicolo di una città peruviana, randagia e con le zampe posteriori paralizzate, si muoveva con un carrellino che qualcuno di buon cuore le aveva dato. Però una mano malvagia l’aveva privata di quel mezzo fondamentale per sopravvivere, così la cagnolina aveva iniziato a trascinarsi sull’asfalto, bevendo l’acqua e mangiando qualcosa che la gente le dava, sempre che gli altri randagi non arrivassero prima di lei.

IL DIFFICILE RECUPERO
Un giorno un giovane ha pubblicato un suo video su Facebook, attirando l’attenzione di molti. Celeste, un’animalista convinta, ha deciso di andare a recuperarla, ben consapevole dei pericoli che avrebbe corso in quella zona: solo pochi taxi sono disponibili a recarsi in questi posti dominati dalla criminalità.

VIDEO: LE IMMAGINI CHE HANNO COMMOSSO IL WEB (clicca qui



La donna ha voluto andarci comunque: appena ha tirato fuori il cellulare per fare alcune foto a Chiquita, alcuni criminali gliel’hanno rubato, ma è comunque riuscita a caricare la cagnolina in auto e portarla da un veterinario.

LA RACCOLTA FONDI
Di lì in poi è scattata una catena di solidarietà: dopo un primo periodo di cure a Lima, la cagnolina ha trovato un’associazione statunitense pronta a portarla in un rifugio di Boston. Un’operazione non facile, visti gli oltre mille dollari di spese da sostenere per le vaccinazioni, certificati medici e permessi. Così è stata realizzata una raccolta fondi online che in pochi giorni ha raggiunto 670 dollari, mentre gli altri 700 sono stati sborsati dai volontari peruviani.



LA NUOVA VITA DI MAXINE
Ora Chiquita non c’è più, il suo passato è rimasto legato a quel nome. Ora lei si chiama Maxine, così ha deciso di chiamarla la famiglia statunitense che l’ha adottata. «Ora è un cane completamente diverso, a rotazione passa da un soffice letto all’altro. Ci insegue in corridoio e gioca con i suoi nuovi fratelli pelosi». Raccontano i suoi nuovi “genitori” che le hanno dedicato una pagina Facebook dove tutti possono seguire le sue imprese. 



Ora ha un carrellino rosa molto fashion, pettorine colorate, cibo e cure ogni giorno. Sono lontani i tempi del dolore della vita di strada, ma ha ancora molti problemi da risolvere: saranno necessari un intervento chirurgico importante e visite neurologiche, non è in grado di trattenere i suoi bisogni. La strada è ancora lunga, ma ora c’è chi si prende cura di lei.

Dall'Fbi un milione di dollari a un'università americana per scoprire chi usa Tor"

La Repubblica
di ARTURO DI CORINTO

I responsabili del software che garantisce la privacy accusano. I federali non commentano ma non smentiscono. In Italia sono 100 i nodi Tor a rischio

"Dall'Fbi un milione di dollari a un'università americana per scoprire chi usa Tor"

L'FBI non commenta ma non nega di avere dato un milione di dollari a un gruppo di ricercatori per svelare i nomi degli utenti di Tor, il progetto di anonimato online dell'omonima fondazione. Tutto è cominciato con una dichiarazione del direttore del Progetto, Roger Dingledine, secondo il quale la Carnegie Mellon University avrebbe ricevuto questa quantità di denaro per de-anonimizzare gli indirizzi Tor facenti capo ad alcuni utenti all'interno di una più vasta operazione di polizia.

Il sospetto che le autorità cerchino queste vulnerabilità di Tor per denunciarne gli utilizzatori non è recente ma è stato rivelato solo ieri. Proprio a luglio, infatti, i tecnici avevano individuato e respinto un attacco contro il loro software che usava una tecnica sviluppata e descritta in uno studio scientifico da un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon University. Gli stessi ricercatori che avevano appena cancellato la loro presenza a una conferenza sulla sicurezza informatica dove avrebbero dovuto illustrare - guarda un po' -  i metodi più economici per individuare gli utilizzatori di Tor, fossero essi attivisti per i diritti civili o terroristi.

"Dall'Fbi un milione di dollari a un'università americana per scoprire chi usa Tor"
Roger Dingledine, presidente e co-fondatore del progetto TOR

Come che sia, la portavoce dell'FBI ha dichiarato al quotidiano online Ars Technica che "l'accusa di aver pagato 1 milione di dollari per sfruttare le vulnerabilità di Tor è imprecisa", senza però smentirla del tutto. Considerato che manca anche una confessione dei vertici dell'istituzione universitaria americana presunta responsabile dell'exploit, non è chiaro se il pagamento sia avvenuto o meno e se ci sia il coinvolgimento dell'agenzia federale americana.

Quello che è certo è che uno degli indirizzi di Tor smascherati grazie a queste tecniche appartiene a Brian Farrell, atteso in tribunale a Seattle proprio questo mese per essere stato coinvolto nelle vicende di Silk Road, il mercato nero di droga e armi raggiungibile nel dark web proprio con software come Tor. La sua identità e il suo ruolo nella vicenda sarebbero infatti collegate all'attività di un istituto di ricerca universitario che avrebbe aiutato l'FBI come risulta da questo documento.

Anche se gli hacker che lavorano al progetto Tor hanno corretto la vulnerabilità sfruttata dai ricercatori, quanto avvenuto dimostrerebbe un'inconsueta - e secondo gli attivisti preoccupante - collaborazione tra le forze di polizia e il mondo della ricerca universitaria e segue di poco le rivelazioni relative al ruolo di Hacking Team nell'intercettazione delle comunicazioni realizzate via Tor.

Tuttavia che ci sia un grosso interesse nello smontare la protezione crittografica delle comunicazioni via Tor che hanno permesso perfino ad Amnesty International di documentare gli orrori della guerra in Siria grazie alla protezione delle identità dei testimoni col software cifrato, lo dimostra l'attenzione di alcune aziende private che offrono una taglia a chi ci riesce.

A confermarlo a Forbes è Chaouki Bekrar, fondatore di diverse aziende di cybersecurity, secondo cui gli attacchi ai nodi Tor per svelare le identità di chi li usa "sono il sacro Graal degli investigatori governativi". La sua Zerodium, offre ai ricercatori fino $30,000 per i cosiddetti "zero-day exploit", cioè per la vendita di vulnerabilità non ancora conosciute dei software - per colpire il Tor Browser Bundle, il browser di Tor basato su Firefox. E ci si può credere visto che la stessa compagnia offre 1 milione di dollari per violare il software dell'iPhone 6.

La preoccupazione di molte istituzioni per i diritti civili è che queste tecniche capaci di violare la comunicazione sicura di cooperanti in zone di guerra e dei whistleblower (gole profonde) anti-corruzione possa minare la fiducia del rapporto fra chi denuncia abusi, torture e malaffare interrompendo il circuito virtuoso prodotto dalle loro coraggiose testimonianze. Ma anche che sulla loro conoscenza una potenza terroristica possa apprendere tecniche da usare contro governi legittimi. Dei 6000 nodi Tor presenti nel mondo circa 100 si trovano sul suolo italiano.

Islam assassino: non ci arrendiamo

Alessandro Sallusti - Dom, 15/11/2015 - 16:15

È una guerra contro il nostro stile di vita e la libertà. E per difenderci ora dobbiamo attaccare

La parola «guerra» rimbalza da Parigi nelle capitali europee. Si mobilitano servizi segreti, polizie e, per la prima volta in Italia, si mette in allerta l'esercito.

I morti di Parigi scuotono un'Europa che da tempo assiste compiaciuta al suo decadimento, che ha commesso l'errore fatale di dare il via libera a una invasione ostile (uno dei terroristi di venerdì era sbarcato da un barcone come profugo poche settimane fa) e che poi si è più preoccupata di mettere a tacere le presunte «destre xenofobe» piuttosto che combattere l'Islam assassino. La vera «emergenza umanitaria» del nostro tempo non sono le ondate di clandestini che ci arrivano addosso ma la difesa delle nostre vite di occidentali e cristiani, di quelle dei nostri figli da ieri mai più al sicuro nelle loro città, nei loro stadi, teatri, ristoranti, sugli aerei.La vera «umanitá» in pericolo siamo noi.

Invece le sinistre e la burocrazia europea hanno azzerato le nostre difese con leggi permissive, hanno emesso sentenze giudiziarie che introducono le «attenuanti culturali» per giustificare crimini commessi da una civiltà inferiore, quella islamica, in nome di un dio, Allah, feroce e spietato, hanno fatto chiudere le nostre mostre d'arte con opere a sfondo cristiano e cancellato il Natale per non offendere il conquistatore. E adesso piangiamo, da veri coccodrilli, la morte dei nostri figli e amici, in una escalation di orrore che, come giurato ieri dall'Isis, è solo all'inizio. In dieci mesi si è passati dai dodici morti di Charlie Hebdo, ai duecento dell'aereo russo partito da Sharm, ai 129 (bilancio provvisorio) della notte di Parigi.

Quanti saranno quelli della prossima strage, e dove? Impossibile dirlo, il fronte di questa guerra non è un confine, siamo noi, ovunque ci troviamo. Ragazzi kamikaze contro ragazzi che bevono una birra a casa loro. Non c'è storia, vinceranno loro questa guerra impari fatta di agguati e di attese tra una strage e l'altra. Colpire con missioni suicide e poi sparire è una tecnica militare sperimentata dai vietcong in Vietnam e dai talebani in Afghanistan, contro la quale non hanno potuto nulla i più potenti eserciti del mondo, quello americano e quello sovietico, usciti sconfitti dall'estenuante confronto.

Figuriamoci cosa possono fare forze dell'ordine eroiche ma sottodimensionate, male attrezzate e poco pagate, spesso imbrigliate da regole di ingaggio e leggi che sembrano fatte per favorire il nemico.L'unico spiraglio di salvezza ora sta in quella parola «guerra» pronunciata ieri sia dal presidente Hollande che da Papa Francesco, entrambi in ritardo rispetto ai profetici scritti di Oriana Fallaci, fatta passare anche per questo per una pazza visionaria. Se è vero che c'è una guerra in corso bisogna essere conseguenti, sia sul piano delle relazioni internazionali (per esempio la Russia di Putin sarebbe un alleato decisivo e non un nemico da punire con sanzioni) che sul fronte interno, europeo e nazionale.

Dalla libera circolazione tra stati alle politiche sull'accoglienza, tutto va rivisto in chiave emergenziale, sospendendo se è il caso anche alcune libertà o principi democratici come accadde in America all'indomani degli attacchi alle Torri Gemelle. In guerra, il nemico - dichiarato o potenziale - lo si tiene fuori dai confini, non lo si fa circolare liberamente per casa, non lo si aiuta a mettere radici.Se qualcuno trova tutto questo esagerato lo invito ad ascoltare e riascoltare gli audio - disponibili su internet - del fragore delle bombe che esplodono allo stadio di Parigi, le urla dei ragazzi trucidati nel teatro.

Domani - che Dio non voglia - potrebbero essere le voci dei nostri figli e nipoti.
Per questo noi non ci arrendiamo all'Islam assassino né ai suoi sciagurati complici occidentali, che negando l'evidenza ci mettono tutti a rischio. Siamo in guerra e combattiamo con l'arma che abbiamo in dotazione: la libertà di dire ciò che pensiamo.

La favola dell'islam buono: "Se c'è venga fuori"

Gian Maria De Francesco - Dom, 15/11/2015 - 08:39

Molte le prese di distanza dei musulmani moderati dalla violenza. Senza atti concreti

Roma - Oggi per molti esponenti della sinistra (Pd, Sel e Si) e di un certo ceto intellettuale, che come Jovanotti pensa che «il mondo sia tutto una grande chiesa», è facile stigmatizzare le parole di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini.

Al leader leghista si può cercare di dare una risposta quando afferma: «Se c'è un Islam buono, ce lo dimostri».Ieri su Twitter ha riscosso molto successo Omar. «Sono musulmano, condanno gli attacchi di Parigi e come me lo fanno oltre 1,5 miliardi di musulmani», ha scritto. Belle anche le parole di Omar El Kaddouri, calciatore marocchino del Napoli. «L'umanità è stata attaccata da assassini fanatici, nulla hanno a che fare con l'Islam e con noi musulmani!». L'imam di Firenze, Izzedin Elzir, presidente dell'Unione delle comunità islamiche italiane ha condannato «senza se e senza ma», sostenendo che sia «una bestemmia usare il nome di dio invano per uccidere un'altra vita umana».

Lodevole anche la dichiarazione di Ahmed al Tayyeb, imam egiziano di Al-Azhar, il più importante centro teologico sunnita, ha condannato gli attacchi «a nome dell'Islam che è innocente sul terrorismo» e ha fatto appello a «una cooperazione internazionale». Al Tayyeb è considerato un'autorità moderata, la presidente della Camera Boldrini l'aveva pure invitato a tenere una conferenza. Peccato che l'imam abbia recentemente invocato «l'unità del mondo arabo e musulmano contro il comune nemico sionista». Tra Israele e Palestina per l'Islam non c'è mai dubbio su quale sia il cattivo da eliminare.

Ma, soprattutto, quali sono gli atti concreti che seguono a queste indicazioni di principio? Anche negli Stati laici come la Turchia la re-islamizzazione ha prevalso e i rapporti con Israele sono peggiorati. Nei Paesi in cui la sharia è la vera legge, come l'Iran degli ayatollah, non è permessa l'eterodossia. Nel 2002 lo storico Hashem Aghajari fu condannato a morte (ma successivamente graziato) per aver affermato la necessità di una riforma teologica dell'Islam in base al principio che «si è esseri umani indipendentemente dal credo religioso e si hanno diritti inalienabili ».

È difficile da comprendere per un occidentale, ma - in senso lato - solo l'essere musulmano nell'Islam si associa alla condizione umana e all'esercizio della libertà.Non serve scomodare Oriana Fallaci e la sua veemente pubblicistica contro la «farsa del pluriculturalismo». Basta guardare le realtà europee nelle quali i musulmani rappresentano la maggioranza della popolazione, come Rotterdam in Olanda. In città alcuni avvocati chiesero l'applicazione della sharia, mentre un imam della zona si oppose alla legalizzazione del matrimonio gay definendo gli omosessuali «malati peggio dei maiali».

Democrazia e tolleranza sono nemiche dell'Islam che, se è buono, non si vede.Si può circoscrivere come atto di follia terrorista quanto accaduto quest'anno a Parigi, l'11 settembre, gli attentati di Londra e della stazione di Atocha a Madrid nel 2004. Chi, invece, trascorre le proprie vacanze in Salento, però, può approfittarne per una visita alla Cattedrale di Otranto e osservare i resti degli 813 martiri (canonizzati da papa Francesco due anni fa) che nel 1480 furono trucidati dal turco Ahmet Pascià per aver rifiutato di convertirsi. Il mondo di un musulmano, infatti, si divide in due: da una parte Dar al-Islam (la terra dell'Islam) e dall'altra Dar al-Harb (la terra della guerra), abitate dagli «infedeli». L'Islam era questo 535 anni fa e lo è anche oggi.

Texas: 5 cose da sapere prima di partire

La Stampa
flaminia giurato

Alla scoperta dello Stato Americano celebre per i rodei, i ranch e gli immensi panorami: ecco 5 consigli utili per il viaggio

Scorcio panoramico del Texas

PERCHE’ ANDARE Il Texas è la destinazione ideale per gli appassionati di attività outdoor, per chi cerca l’avventura ma anche per chi vuole godersi le spiagge, i campi da golf e i Parchi Nazionali durante tutto l’anno. Famosi sono i parchi acquatici texani, gioia non solo per i bambini, e gli habitat costieri offrono svariate opportunità di pesca, campeggio e birdwatching. Le escursioni tra i sentieri panoramici dove osservare flora e fauna selvatiche garantiscono avventure mozzafiato, che siano i rafting lungo gli spettacolari canyon del Rio Grande, la visita alle riserve naturali o la totale immersione nelle atmosfere da Selvaggio West.

DA NON PERDERE Lo stato è diviso in sette regioni ognuna con le sue caratteristiche e particolarità. La parte nord occidentale è occupata dalle Panhandle Plains: qui si trovano Palo Duro Canyon, il secondo per estensione dopo il Grand Canyon, e la città di Amarillo nota per l’allevamento del bestiame. Big Bend Country è la parte più selvaggia: ospita il Big Bend National Park, uno dei più grandi parchi nazionali di tutti gli Stati Uniti, formato da imponenti canyon, panorami rocciosi e vasti deserti.

Tra le città spiccano El Paso ed Odessa, nota per la presenza di un crateri di 170 metri. La Texas Hill Country è caratterizzata da un ondulato paesaggio di campagna, dai vigneti coltivati e dall’aria europea derivante dagli insediamenti dei coloni inglesi e dell’Europa centrale. A Bandera e Kerrville si concentrano molti dei ranch texani ed Austin, la capitale, ospita importanti eventi ed è conosciuta anche come la Capitale Mondiale della Musica dal Vivo. Appena fuori da Fredricksburg si trova l’Enchanted Rock State Park, ideale per gli amanti delle pareti rocciose da scalare.

Da San Antonio al Rio Grande si estende la South Texas Plains, famosa per le sconfinate pianure dove si pratica il bridwatching e per la missione coloniale The Alamo che si visita nella città di San Antonio. Passando alla zona costiera la Texas Gulf Coast è un tratto di 965 chilometri protetta da isolotti: percorrendo la Great Texas Coastal Birding Trail ci si può fermare in 308 distinti punti di osservazione, dotati di passerelle e piattaforme e caratterizzate da una vegetazione studiata apposta per attirare volatili. Houston, la quarta città degli Usa per dimensioni, ospita la Nasa e il Johnson Space Centre, ma vanta anche il grande rodeo e la più grande mostra di bestiame al mondo, che si svolge ogni anno a febbraio e marzo.

Altrettanto famoso nel  mondo è il Flower Garden Banks National Marine Sanctuary, vero paradiso per gli appassionati di scuba diving. La Praires and Lakes Region è la zona dove ci sono Dallas, città vivace e sofisticata, e Fort Worth, che conserva intatto il suo spirito western soprattutto con lo storico Hotel Stockyards e le mandrie che percorrono Exchange Avenue. In questa regione si trova anche il Dinosaur Valley Stat Park, dove si possono ammirare tracce di dinosauri. I paesaggi della regione di Piney Woods sono ricchi di foreste, ruscelli, prati e pittoreschi villaggi.

CON CHI ANDARE Hotelplan offre l’opportunità di vivere esperienze da film con il pacchetto dedicato al Mayan Ranch, situato tra le colline ad un’ora da San Antonio. Con le camere arredate in stile western ci si tuffa nell’atmosfera da cow boy che garantiscono passeggiate a cavallo e attività del ranch, a partire da 173 euro a persona in camera doppia.

COSA PORTARE Sicuramente un abbigliamento comodo, pratico e sportivo per partecipare alle mille attività che offre il paese. A seconda della regione il clima varia, pur restando prevalentemente mite, ed è quindi buona abitudine vestirsi a strati. 

CURIOSITA’ Il Texas è stato teatro di due importanti serie televisive: Dallas, prodotta dalla CBS tra il 1978 e il 1991, e Walker Texas Ranger, con 203 episodi andati in onda tra il 1993 e il 2001. La serie Dallas è stata una delle prime ad essere distribuite in quasi tutto il mondo, doppiata in 67 lingue diverse in oltre 90 nazioni e detiene un record ancora imbattuto per la televisione americana.

Altro che reality, il Bianco è la discarica degli alpinisti”

La Stampa
cristian pellissier

Le guide: i puristi criticano la tv, ma riempiono la montagna di spazzatura



Nel mondo alpinistico la prima puntata di «Monte Bianco-Sfida verticale», il nuovo adventure-game di Rai2, non è passata inosservata. E soprattutto sui social network le critiche non si sono fatte attendere. Per i puristi della montagna quello non sarebbe alpinismo, ma una banalizzazione dello stesso. Ecco a chi parla Francesco Civra Dano, guida alpina di Courmayeur, quando su Facebook pubblica foto e scrive: «Alpinisti, commentate questo invece del reality Monte Bianco». 

Scrive a loro, agli alpinisti ma anche e soprattutto ai «profeti che banfano tanto e poi non si portano a casa la carta della barretta». Lui, con altri colleghi guide di Courmayeur e con quelli del Gruppo militare, ha da poco finito di fare il giro dei bivacchi del Monte Bianco. Guanti alle mani, sgrassatore sempre pronto e sacchi neri da riempire per portare a valle la spazzatura lasciata dagli alpinisti nei mesi estivi. 

Gli alpinisti zozzoni
Ormai quest’operazione è diventata la norma a Courmayeur da quando, quattro anni fa, Renzino Cosson, gestore del Rifugio Bertone nella Val Ferret, si è sentito dire da due spagnoli che «gli alpinisti sono degli zozzoni». I due avevano avuto la sfortuna di capitare in un bivacco del Monte Bianco che, più che un posto in cui ripararsi, ricordava una discarica in alta quota. Sono passati quattro anni e visto che gli amanti delle terre alte non cambiano, ormai è diventato un appuntamento fisso: tutte le primavere e tutti gli autunni le guide alpine riempiono sacchi dell’immondizia. 

Fanno anche le pulizie, in modo da avere dei bivacchi dignitosi perché spesso chi li usa per dormire o per riposare non si preoccupa di pulire quello che ha sporcato. Lo hanno fatto, puntuali, anche nelle scorse settimane. Il Comune contribuisce mettendo a disposizione ore di volo in elicottero, su cui vengono caricati i sacchi pieni di spazzatura. 

Un bottino desolante
«Il primo anno - ricorda l’assessore al Territorio di Courmayeur, Federica Cortese - erano veramente pieni di sporcizia, non so quanti sacchi neri abbiamo riempito, ci vollero più di 6 ore di elicottero per pulire tutto». Ma la situazione è migliorata poco pure ora, con la pulizia due volte all’anno. 
E anche per questo Francesco Civra Dano ha pubblicato le foto in cui si vede quanto lasciato nei bivacchi e provoca quegli alpinisti che davanti alla trasmissione - la seconda puntata sarà trasmessa questa sera alle 21,15 - hanno alzato il sopracciglio perché «l’alpinismo è un’altra cosa». 

Il suo post ha ricevuto quasi 200 «mi piace» e numerosi commenti, tra cui quello dell’assessore Cortese che prima ringrazia chi ha pulito e poi aggiunge: «Se invece di fare gli spocchiosi e gli snob, tutti gli alpinisti facessero la cosa giusta (portarsi a casa i rifiuti invece di imboscarli sotto i sassi) sarebbe tutto più semplice».

«Non cambia mai»
Contattata al telefono spiega: «Dispiace, perché non cambia mai, ogni anno è la stessa cosa. Penso che come riesci a portarti la scatoletta piena fino al bivacco, potresti riuscire anche a riportartela a valle quando è vuota, è buonsenso, educazione. Quel che è certo è che in molti bivacchi, penso all’Eccles (che è a 3582 metri di quota, ndr) non ci va Arisa: ci vanno solo gli alpinisti». 

Dopo averla vista all’opera sulle montagne di Courmayeur (per poco, è già stata eliminata) vien da escludere pure che Arisa e gli altri alpinisti vip che partecipano alla trasmissione condotta da Caterina Balivo e da Simone Moro, siano mai stati sul K2, vetta che l’anno scorso era sommersa da 15 mila tonnellate di immondizia.