domenica 15 novembre 2015

Gli attentati di Parigi e la Fallaci «Scusaci Oriana, avevi ragione» Il risarcimento postumo è online

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Aspra ma vera, violenta ma realista. Fallaci protagonista su Facebook e Twitter

Oriana Fallaci (Ap/Pistoia)

S u Twitter, su Facebook, sui social network, dopo l’apocalisse di Parigi è tutto uno «scusaci Oriana». Anzi, tutto no. La parte opposta se la prende aspramente, rancorosamente, con «il delirio della Fallaci», con «l’odio fallaciano». Uno ha scritto, come in una disputa teologica, contro il «fallacianesimo». Ma insomma, da una parte e dall’altra fioriscono le citazioni di Oriana Fallaci. Si vede nel massacro di Parigi il frutto della «profezia di Oriana».

Si citano brani interi de La rabbia e l’orgoglio, un libro che ha venduto un numero incalcolabile di copie, che ha intercettato un umore popolare, che ha dato voce a un sentimento diffuso. E oggi, dopo anni di dimenticanza e di marginalizzazione, lo «scusaci Oriana» sembra essere la ricompensa postuma, il risarcimento per una sordità, quasi a considerare Oriana Fallaci come una intrattabile estremista. Mentre ora si vede che le sue diagnosi non erano poi così insensate.

Un passo della Fallaci molto citato: «Intimiditi dalla paura di andar controcorrente cioè d’apparire razzisti, non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione». «Brava Oriana», «Scusaci Oriana», «Non ti hanno voluto ascoltare Oriana», si batte e si ribatte sui social network. E giù anche con gli improperi di Oriana Fallaci sull’Italia molle e arrendevole, «l’avamposto che si chiama Italia» come lo definiva beffardamente lei: «avamposto comodo strategicamente perché offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà».

E sulla «coglioneria» s’alza la standing ovation dei fallaciani dell’ultimissima ora, o forse della prima perché compravano avidamente i suoi libri ma non avevano il palcoscenico di Internet sul quale esibirsi. E la profezia della Fallaci che viene rilanciata, e poi contestata, e poi brandita come un’arma della guerra culturale, e poi vituperata, e poi sventolata come una bandiera: «Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi».

E poi, la previsione più precisa, geograficamente circostanziata, in perfetta connessione con l’orrore che ha scosso la Francia: «Parigi è persa, qui l’odio per gli infedeli è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia». La Francia che non ha mai amato Oriana Fallaci. E bisognerebbe anche ricordare che in Francia la Fallaci, assieme a Michel Houellebecq molto prima che uscisse Sottomissione, fu messa sul banco degli accusati con l’imputazione, che assomiglia a una scomunica ideologica, di «islamofobia»: un’impostura intellettuale che diventa reato e che in Francia, nella Parigi che ieri è stata sconvolta dalla follia fanatica dei combattenti jihadisti, è diventata un’arma di ricatto per tacitare la «parola contraria», come direbbe Erri De Luca in un contesto peraltro completamente diverso.

La Fallaci del dopo 11 settembre ha sempre diviso l’opinione pubblica: l’hanno amata e l’hanno odiata, hanno comprato milioni di suoi libri e l’hanno bollata come fanatica al contrario, come guerrafondaia scatenata, come una pericolosa incendiaria quando descriveva Firenze assediata e violentata dagli immigrati che orinavano sul sagrato del Duomo, con un’immagine aspra, violenta. Senza che nessuno si chiedesse: aspra ma vera? Violenta ma corrispondente alla realtà? Oggi, dopo il massacro di Parigi, quelle domande tornano di attualità e vengono assorbite e fagocitate da quel grande mostro onnivoro che è il mondo dei social network. «Scusaci Oriana» su Twitter. Neanche una «profezia» della Fallaci poteva arrivare a tanto.

15 novembre 2015 (modifica il 15 novembre 2015 | 10:04)

Belpietro: Bastardi islamici

Libero
14 Novembre 2015

BELPIETRO E I BASTARDIPerché difendo quel titolo

Altro che siamo tutti Charlie Hebdo: siamo tutti in pericolo, perché il terrorismo islamico non fa distinzione tra uomini e donne, fra combattenti e innocenti. Il terrorismo islamico vuole non solo uccidere, terrorizzare, colpire chiunque sia ritenuto un infedele. Il 2015 è cominciato a Parigi sotto i peggiori auspici, con l’irruzione di due fratelli imbottiti di armi e di odio religioso.

E a distanza di meno di un anno il 2015 si conclude nello stesso modo: con un’irruzione in un ristorante, in una sala da concerti e persino allo stadio, con ostaggi e altri morti. La contabilità delle vittime a notte non è ancora nota, ma si parla di decine di cadaveri, né è conosciuta con chiarezza la dinamica, quanti siano i terroristi in campo, di quali fazioni si professino militanti, da dove vengano e come siano potuti sfuggire ai controlli dell'antiterrorismo. Ma in fondo che serve sapere tutto ciò? L'unica cosa che c'è da sapere e che serve a qualcosa è che l'Occidente ha sbagliato tutto e continua a sbagliare.

Querelati dal genero di Gino Strada. Pirla on line, tutti gli insulti: farete la fine di Charlie

Libero

Querelati dal genero di Gino Strada. Pirla on line, tutti gli insulti: farete la fine di Charlie

l rosario d' insulti è lungo quanto una quaresima. Ce n' è per tutti i gusti e, soprattutto, è stato saccheggiato l' intero vocabolario delle parolacce. Ovviamente all' appello non mancano quelli che incitano alla violenza pura. Anzi, all' azione fisica. Come fa Alessandro Guerri che su Facebook scrive: «Io li ammazzerei tutti, come quelli di Charlie, d' altronde mica si può scrivere quel che si vuole...poi sai che belle magliette con su scritto Je suis Libero, me comprerei non una ma due». Prego, si accomodi pure.

Però il top lo toccano il giornalista Maso Notarianni, genero di Gino Strada, che ha deciso di denunciare il direttore di Libero. Sulla stessa lunghezza Hamza Roberto Piccardo, tra i fondatori dell' Unione delle Comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Intervistato dal quotidiano on line Lettera43, diretto da Paolo Madron, ha affermato di provare «nausea, schifo, dolore più che rabbia», per il titolo di Libero.

«Non si rendono conto del male che stanno facendo», chiosa Piccardo, «questi vogliono la guerra civile per interessi politici». Resta uno solo enorme dubbio: contro gli assassini c' è la stessa vibrata indignazione? A volte il dubbio diventa certezza, vista la rapidità dell' Ordine dei giornalisti della Lombardia. Il presidente, Gabriele Dossena, ha segnalato il titolo «Bastardi islamici», al Consiglio di disciplina territoriale perché faccia una approfondita valutazione del caso e per verificare se ci siano state o no violazioni delle Carte deontologiche della professione giornalistica.

E poi c' è la rete che non si smentisce mai. Su Twitter Barbara Collevecchio chiede di dare a quelli dell' Isis «l' indirizzo di Belpietro». E saremmo noi i «seminatori d' odio». Andrea Giambartolomei, invece, «30 anni, scrivo per @ilfattoquotidiano. Frequento tribunali e librerie. Le opinioni sono mie. Rt#endorsement. info sul blog», tocca l' apice: «Se dovesse succedere qualcosa a Maurizio Belpietro non scriverò mai qualcosa tipo #jesuisBelpietro. Ecco». Vorremmo tanto sapere come la pensano al Fatto Quotidiano di personaggi così.

E siccome è sempre meglio esagerare una giornalista del Tg2, Chiara Prato, Chiarap su Twitter, oltre a mostrare la prima pagina di Libero ripresa da un sito arabo non ufficialmente Isis ma «simpatizzante», arriva al punto di sostenere che saremmo addirittura «complici dei terroristi». Se qualcuno vuol confondere le idee ai lettori e ai telespettatori ci riesce benissimo. Per fortuna Giuseppe Cruciani, conduttore de La Zanzara su Radio 24, prova raddrizzare la barra.«Non tutti gli islamici sono bastardi, ma quelli che ammazzano sono islamici bastardi», scrive sul social network dei cinguettii.

Sempre su Twitter, dove in queste ore «#Libero» è trend topic, si legge: «#Libero sciacallo: persona che per rubare approfitta delle disgrazie altrui», attacca un utente, accusando Belpietro. «Come aggiungere odio all' odio #Libero #vergogna», aggiunge Carlotta. Tanti chiedono poi di intervenire contro Belpietro: «Prima pagina di #Libero su #ParisAttacks. Ma come vi salta in mente? Radiare Belpietro dall' ordine dei giornalisti. Subito», scrive Stefano Sanguineti. Ma c' è anche chi difende la scelta di Libero. «Per la #fecciarossa il vero problema è il titolo di #Libero», ribatte un altro utente. Mentre un secondo scrive: «Non sarà censurando #Libero che si vincerà la guerra in atto contro l'#ISIS».

Gli attentati di Parigi e quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista

Corriere della sera

di Claudio Magris

La violenza va repressa con la violenza ma anche, e sperabilmente, esorcizzata con l’insegnamento del rispetto reciproco, instillando la banale ma sacrosanta verità che dire Dio anziché Allah o viceversa non può offendere nessuno

Uno dei ristoranti bersaglio degli attentati a Parigi (LaPresse/Dupret)

Siamo in piena Quarta guerra mondiale. Le tre precedenti avevano almeno schieramenti nettamente contrapposti; anche la Terza, cosiddetta Fredda, fra Occidente e mondo sovietico, finita con la sconfitta di quest’ultimo e 45 milioni di morti fra il 1945 e il 1989 nei più diversi Paesi della terra, per nostra fortuna da noi lontani. In questa Quarta, che poche ore fa ha fatto strage a Parigi dopo averne fatte molte altre, non si sa bene chi combatta contro chi; nel caos che infuria nel Medio Oriente, ad esempio, è spesso difficile capire chi sia nostro alleato o nemico. Assad, ad esempio, è stato indicato ora quale tiranno da abbattere ora quale possibile alleato.

In questo enorme pulviscolo sanguinoso è difficile combattere chi semina stragi, ovvero l’Isis. Come era lungimirante l’opposizione di Giovanni Paolo II alla guerra in Iraq, opposizione che non nasceva certo da simpatia per il feroce despota iracheno né da astratto pacifismo, che gli era estraneo perché la sua esperienza storica gli aveva insegnato che la guerra, sempre orribile, è talora inevitabile. Ma il Papa polacco sapeva che sconvolgere l’equilibrio - precario e odioso, ma pur sempre equilibrio - di quella Babele mediorientale avrebbe creato un’atomizzazione incontrollabile della violenza.

Come era più intelligente Reagan di quanto lo sarebbe stato anni dopo George Bush Jr, quando, per stroncare l’appoggio di Gheddafi al terrorismo, si decise per un’azione brutale ma rapida ed efficace e non pensò a inviare truppe americane a impantanarsi per chissà quanto tempo nel deserto libico, mentre l’invasione dell’Afghanistan voluta da Bush Jr. sta durando quasi tre volte la Seconda guerra mondiale, senza apprezzabili risultati.

Ma l’Isis non è Al Qaeda, non è una società segreta inafferrabile; si proclama uno Stato, seppur sedicente e non ben definito. Dovrebbe quindi essere più facile colpirlo in modo sostanziale. Certo la strategia perdente è quella adottata sinora, soprattutto dagli Stati Uniti, con quei bombardamenti a singhiozzo che non bastano a togliere di mezzo quel cosiddetto Stato e magari, con le perdite non sempre precisamente mirate che infliggono, feriscono e irritano altre forze e compagini politiche. È inutile -- anche inutilmente violento - dare uno schiaffo; o si colpisce a fondo, per mettere knock out, oppure ci si astiene.

È ovvia l’esecrazione per le stragi compiute a Parigi e altrove, con la destabilizzazione generale della vita sociale e collettiva che esse provocano. Si può pure deprecare la scarsa efficacia dei Servizi segreti dinanzi a nemici così sfuggenti, anche se bisogna riconoscere che è più difficile scoprire le trame dell’Isis che quelle della Cia o del Kgb.

A questa inaudita violenza si collegano, indirettamente, il nostro rapporto col mondo islamico in generale e la convivenza con gli islamici che risiedono in Occidente. A chiusure xenofobe e a barbari rifiuti razzisti si affiancano timorose cautele e quasi complessi di colpa o ansie di dimostrarsi politicamente ipercorretti, che rivelano un inconscio pregiudizio razziale altrettanto inaccettabile.

È doveroso distinguere il fanatismo omicida dell’Isis dalla cultura islamica, che ha dato capolavori di umanità, di arte, di filosofia, di scienza, di poesia, di mistica che continueremo a leggere con amore e profitto. Ma abbiamo continuato ad ascoltare Beethoven e Wagner e a leggere Goethe e Kant anche quando la melma sanguinosa nazista stava sommergendo il mondo, però è stato necessario distruggere quella melma. Le pudibonde cautele rivelano un represso disprezzo razzista ossia la negazione della pari dignità e responsabilità delle culture camuffata da buonismo.

È recente la notizia di una gita scolastica annullata dalle autorità della scuola elementare «Matteotti» di Firenze perché prevedeva una visita artistica che includeva un Cristo dipinto da Chagall, nel timore che ciò potesse offendere gli allievi di religione musulmana. Il Cristo di Chagall è un’opera d’arte, come le decorazioni dell’Alhambra, e solo un demente o un fanatico razzista può temere che l’uno o le altre possano offendere fedi o convinzioni di qualcuno.

Quei dirigenti scolastici che hanno annullato per quel motivo la gita dovrebbero essere licenziati in tronco e messi in strada ad aumentare le file dei disoccupati, perché evidentemente non sono in grado di svolgere il loro lavoro, come dovrebbe essere licenziato un insegnante che in una gita scolastica a Granada vietasse ai suoi allievi di visitare l’Alhambra per non offendere la loro fede cristiana.

La violenza va repressa con la violenza, ma anche - e sperabilmente - esorcizzata con l’insegnamento del rispetto reciproco, instillando pure nelle zucche più dure la banale ma sacrosanta verità che dire Dio anziché Allah o viceversa non può offendere nessuno. Solo Allah, ripetono i versetti sulle pareti dell’Alhambra, è il vincitore. Le stragi di Parigi e tutte le violenze dimostrano, purtroppo, che spesso l’imbecille violenza è più forte del Signore, comunque questi venga chiamato.

15 novembre 2015 (modifica il 15 novembre 2015 | 08:23)

Quel passaporto siriano che adesso spaventa l’Europa

La Stampa
niccolò zancan

Era addosso a un kamikaze: il documento ha il timbro d’ingresso su un’isola greca. La cautela degli 007: potrebbe essere falsificato



C’è il passaporto di un ragazzo siriano di venticinque anni che rischia di cambiare per sempre la storia d’Europa. Quel passaporto è stato trovato ieri mattina addosso al cadavere di uno dei terroristi responsabili del massacro di Parigi. Addosso a uno dei kamikaze dello Stade de France. 

È un documento di identità che racconta un viaggio preciso. È stato registrato il 3 ottobre scorso sull’isola greca di Leros, davanti alle coste della Turchia, quando sbarcarono settanta migranti. Leros è una delle isole meno battute nelle rotte migratorie, meno di Lesbo, Simi e Kos. Ma è pur sempre un punto di partenza in Europa, per poi proseguire il viaggio verso Nord, come hanno fatto quasi 500 mila persone passate attraverso la Grecia nel 2015. Dalle isole ad Atene, dalla Macedonia in Serbia, risalendo la cosiddetta «rotta balcanica». Sembra, quel passaporto, il documento di un profugo in fuga dalla guerra. Sembra, cioè, che un terrorista abbia usato la rotta delle vittime dell’Isis per farsi largo nel cuore dell’Europa. Per farsi Isis. 

Cautela e timori
«Bisogna maneggiare questa notizia con estrema cautela», dice un investigatore dell’antiterrorismo italiano. «I passaporti siriani sono spesso duplicati e falsificati. Perché quella dei siriani è la condizione più ambita da chi scappa». La guerra in Siria va avanti ormai da cinque anni: tutti contro tutti. Le ragioni di chi fugge sono sotto gli occhi del mondo. Il 2 settembre la cancelliera Angela Merkel aveva aperto le frontiere «a tutti i siriani in cerca di asilo politico», sbloccando così una situazione sempre più tesa nell’Ungheria dei muri di Victor Orbàn. Sette mila profughi erano bloccati ormai da giorni alla stazione Keleti di Budapest. 

Ma adesso, tutto potrebbe essere messo in discussione, se davvero si accerterà che l’identità del terrorista coincide con quella del falso profugo. «È prematuro parlarne, dobbiamo ancora raccogliere i dati e le informazioni», dice una portavoce della Commissione Europea, interpellata sul futuro di Schengen. È la libertà di circolazione ad essere in gioco. Sono le frontiere dei singoli Stati. È l’Europa così come l’abbiamo conosciuta.

Le prime indagini
La prima conferma ufficiale era arrivata dal ministro dell’Interno greco Nikolaos Toskas, alle sei di ieri sera: «Quel passaporto è stato registrato dalle autorità elleniche il 3 ottobre, come prevedono i regolamenti in materia di immigrazione. Ma ancora non si sa se altri Paesi della rotta balcanica ne abbiano mantenuto le tracce». Era lui, quel ragazzo siriano di 25 anni, lo stesso ragazzo che ha preso parte al massacro di Parigi?

Il documento era vicino al corpo di uno degli attentatori vicino allo Stade de France. Si è fatto esplodere venerdì sera durante la partita fra Francia e Germania. «È una persona sconosciuta ai nostri servizi segreti» ha detto il procuratore di Parigi, François Molins. Non ha voluto rivelarne l’identità. 
Si chiudono i confini. Ma in questo quadro di massima delicatezza, le polemiche sono già incominciate. La Polonia, che sta formando il nuovo governo ultra nazionalista, ha subito preso posizione.

«Dobbiamo mantenere il controllo completo delle nostre frontiere, della nostra politica d’asilo e d’immigrazione. Non c’è alcuna possibilità politica di rispettare gli impegni sul ricollocamento dei rifugiati», ha preavvertito il futuro ministro per gli affari europei, Konrad Szymanski. Ungheria e Slovenia hanno alzato muri di filo spinato ai confini. Austria, Germania, Svezia, Danimarca hanno ripristinato il controllo alle frontiere nei giorni scorsi.

La Francia lo sta facendo parzialmente, durante queste ore drammatiche. Così come il Belgio, dove sono stati eseguiti degli arresti collegati al massacro di Parigi. Tutte le intelligence hanno fallito. Nessuno ha saputo prevenire l’attacco. Ecco perché la storia di quel passaporto potrebbe cambiare davvero per sempre la storia d’Europa.

Generazione Isis, quei nuovi jihadisti che vivono solo di guerra

La Stampa
domenico quirico

Indottrinamento, arti marziali, martirio come unico fine. Per gli uomini di Al Baghdadi esiste solo la lotta e l’odio



Nella sera di Parigi, in Europa: ecco, improvviso e annientatore come una folgore, fa la sua apparizione il nuovo terrorista della generazione di Abu Bakr, califfo nero, quello che combatte la terza guerra mondiale in cui l’islam dovrebbe trionfare. È il figlio della guerra totalitaria islamica che ha reso la morte un mestiere e i soldati del califfato lavoratori a cottimo della morte, rodati dalla quotidianità sanguinaria. I devoti al fucile mitragliatore, forza del «vero credente».

A qualcuno era già accaduto di incontrarli in Siria, in Iraq, in Libia. Ma era la loro identità, brandelli di parole, minuscoli come i brevi colpi di arma da fuoco che usano per uccidere lasciandosi dietro un festone di corpi allungati o appallottolati. Il jihad come modo di vivere e di stare al mondo, un dovere militare forse più che un dovere religioso: la chance, in fondo, la carta da giocare. 

In attesa che le scuole del califfato licenzino e mandino in trincea i bambini addestrati alla morte che dovranno prolungare, generazione dopo generazione, la ricostruzione del califfato universale fino a quando l’ultimo miscredente avrà ceduto, questi sono sopravvissuti agli anni della mischia siriana, veterani della Libia, la legione del Sahel, dell’Afghanistan, della Cecenia crudele, i reggimenti arruolati nell’islam europeo. La loro vita non dà spazio a sentimenti, alla venerazione neppure della propria grandezza omicida. Ogni sofisticazione dell’atto viene calpestata e triturata, ogni delicatezza incenerita dalla brutalità di ciò che compiono.

Non sono più i terroristi dello sceicco Osama, borghesi musulmani con un doppio tenebroso, o postini di trappole esplosive, di artigianali congegni infernali da depositare in metro, ferrovie, luoghi pubblici: uomini a doppio, triplo fondo, animati dal desiderio perduto di appartenere, disposti alla comunione che anche il delitto regala, un divenire autodidatta di asociali. Questi no. 

Sono già il frutto terribile della Grande Semplificazione. Non reclute frettolose, prodotti del Tempo islamista. Terrore e fratellanza. Fratellanza-terrore. Calore infetto, felicità della comunità trovata, finalmente. Un tempo dilatato, quasi immobile come quello della guerra. Amnesia? Lavaggio del cervello?

Strumenti antichi.
Usano tutti i mezzi antichi, ma sono in grado di connetterli l’uno all’altro, ricomporli in una strategia complessiva, trasformare l’atto singolo in attacco militare, incursione sanguinaria. Scuola della guerra santa e accademia del crimine; l’uso del kalashnikov, le tecniche del corpo a corpo, l’arte di sgozzare secondo le regole e le esplosioni a distanza, certo. Ma anche l’arte della informazione e della disinformazione. L’infiltrazione in zone «infedeli».

Il terrorista-guerriero di Abu Bakr è un recipiente in continua evoluzione, di tutto ciò che è stato fatto pensato e realizzato prima di lui. È anche l’erede di tutti i desideri che hanno spinto gli altri, animati da una energia inarrestabile e dalle tetre ingiunzioni che li muovono, verso obbiettivi di morte. Data e subita. Ricapitolano la storia del terrorismo: la bomba artigianale, l’uomo che si fa lui stesso ordigno, la presa di ostaggi, l’assalto con il kalashnikov in pugno. Tutto questo ha un sapore di morte e nel fondo dell’angoscia, emerge il trionfo di chi ha eluso strane leggi, ferocie nascoste. Ogni atto, ogni gesto di questo nuovo combattente può essere un delitto, e portare come punizione la morte, ogni istinto lo sprofonda ancor più nel fondo. 

Nessuna alternativa
Se il califfato totalitario ha gradi attrattive per lui fino a spingerlo a uccidere, ciò avviene perché ha prodotto la guerra, perché sente che essa è l’unica forza al mondo capace di generare il grande caos, forse uno stato finale di caos, oppure uno stato di trionfo islamico nel quale i combattenti che vivono per trascendere le proprie limitazioni in orge di auto affermazioni, calpesteranno il mondo. Dice la dottrina: il martirio è valido solo se è stato, insieme, ardentemente desiderato e disperatamente scongiurato, non bisogna pretendere di essere gli autori di una decisione che spetta solo a Dio. Eppure… «Dio mio, perché tardi ad accogliermi?».

Scontro necessario
La società in cui questa generazione totalitaria è alla ricerca continua, non si può attuare se non nella guerra. La guerra è la relazione con gli altri esseri umani che le è più naturale. La colloca nella giusta, appassionata relazione dell’odio e dell’amore con i suoi simili, e gli permette di sperimentare il senso della propria esistenza al più alto grado possibile di intensità. Nel jihad è in grado di far la parte del diavolo e nello stesso tempo sentire che combatte contro il diavolo, gli apostati, i tiepidi gli infedeli.

Un capo del jihad siriano quando gli dissi che per me la guerra era terribile, replicò con una terribile risata, più minacciosa che allegra, rabbiosa: «Questo per me, per noi è un fatto senza alcun significato. Augurarsi di fare a meno della guerra sarebbe esattamente come desiderare di fare a meno di donne che partoriscano bambini. Anche questo è terribile, ogni cosa vivente è terribile… Dio è volere e il volere ama dio. Il mio dio è un dio dei forti….». 

Negli uomini prodotto delle «basi-nere», dei kolchoz integralisti in territorio nemico, in questi fourieristi assassini, è stata distrutta per sempre l’idea che si debba scegliere tra bene e male, ogni volta. Non si ha diritto ad avere ancora una memoria, il passato è peccato, la memoria vergogna. Sono stati trascinati, una generazione intera di combattenti, in una dannazione fisica e morale, col costringerli ad essere veramente malvagi e col travolgerli in azioni totalmente empie.

Il pericolo non è il fondamentalismo, è proprio l'Islam"

Francesco Curridori - Sab, 14/11/2015 - 18:12

Lo storico Roberto De Mattei: "Dobbiamo erigere muri, non ponti. Gli inviti del Papa ad accogliere chi vuole la nostra morte seminano incertezza e destabilizzano il mondo cattolico"

"Credo che non dobbiamo stupirci, l'Europa non è in guerra da oggi. Già la Fallaci e Bat Ye'or, l'inventore del termine Eurabia, avevano preannunciato tutto questo. La minaccia dell'Isis su Roma, Londra e Washington è reale più che mai". Roberto De Mattei, storico e cattolico integralista, commenta così al Giornale.it i tragici fatti di Parigi.

Siamo di fronte a una nuova guerra religiosa innescata dal fondamentalismo islamico?
Si tratta di una guerra politico-religiosa in quanto l'islam, diversamente dal cristianesimo, non distingue tra religione e politica. Noi dobbiamo difenderci sia sul piano politico sia sul piano religioso, rivendicando la nostra identità culturale cristiana.

È quindi sbagliato cercare un dialogo con l'islam?
Personalmente sono in disaccordo con chi dice che dobbiamo costruire punti anziché erigere muri, come ha fatto l'arcivescovo di Torino. Una fortezza assediata si difende soltanto sollevando il ponte levatoio e non abbassandolo. Dobbiamo creare una contrapposizione morale e culturale nei confronti dell'Islam.

Una posizione che non collima proprio con l'idea di accoglienza di Papa Francesco...
Le posizioni del Papa rischiano oggettivamente di creare confusione. Gli inviti ad accogliere chi vuole la nostra morte seminano incertezza e destabilizzano il mondo cattolico.

Si deve aver paura di fare il Giubileo?
Sicuramente il Giubileo vedrà un grande afflusso di pellegrini che renderà Roma più vulnerabile ma alla paura si risponde con atti di coraggio. La Chiesa deve avere il coraggio di chiamare le cose col proprio nome e dire chiaramente che il pericolo non è il fondamentalismo ma l'islam e deve affermare la superiorità morale, religiosa e culturale del cristianesimo.

Basta buonismo: fuori le palle

Francesco Maria Del Vigo



L’Occidente è sotto attacco. Siamo tutti sotto attacco. Parigi, Madrid, Londra o Casalpusterlengo. Poco cambia. Ai loro occhi siamo tutti uguali. Siamo noi che ci sentiamo tutti diversi e andiamo avanti in ordine sparso. La mattanza di Parigi è l’11 settembre – l’ennesimo – dell’Europa. È una carneficina che macella la nostra carne, le nostre vite e la nostra sgangherata società. Ci odiano. Ci vogliono annientare. Chiunque essi siano. Questi bastardi che agiscono in nome di Allah.

Non c’è un criterio, non c’è una scelta nella loro follia. Non c’è niente. Solo la voglia di sangue. Loro sono colpevoli. Ma hanno dei complici. Oggi è schiantato il multiculturalismo, il sogno dell’integrazione, l’illusione lisergica del melting pot, la retorica bavosa e cattocomunista delle porte aperte, l’ipocrisia del terzomondismo col culo degli altri. Poi c’e l’iniquità politica dell’Europa, che essendo un’Europa delle banche e degli affari se ne fotte dei cittadini e di quello che gli succede.
Non fa politica estera, al massimo fa commercio estero.

E Obama? Questo premio Nobel per la pace sulla fiducia, questo pessimo politico favorito dalla pigmentazione della sua pelle, non esiste. È un fantasma. Persevera in una politica estera nella quale il limite del globo è l’ombelico dell’America. L’11 settembre 2001 siamo stati tutti americani, non solo nelle parole, anche nei fatti. Anche nelle guerre sbagliate. Sbagliatissime. Ma nessuno, mai, in questi anni si è sentito veramente europeo davanti all’orrore del terrorismo. Nè gli americani, nè gli europei. Poi c’è il governo italiano.

Che ha il potere, la sovranità, le qualità di un’amministrazione condominiale e la lungimiranza di una talpa. Siamo nelle mani di Renzi e di Alfano. E tra meno di un mese c’è un Giubileo che ci stamperà sulla fronte i cerchi concentrici del bersaglio. Comunque vada, e speriamo bene, dobbiamo sapere che al momento abbiamo perso. Avremo paura a prendere la metropolitana, ad andare al lavoro, a girare per Roma e per Milano. Il terrorismo ci ha mangiato il mondo, lo ha ridotto, ristretto. Facciamo un discorso stupido: pensate in quanti posti non andreste in vacanza ora? Egitto e Tunisia. Probabilmente Marocco e Turchia.

Iraq, Afganistan e Siria sono ovviamente impraticabili. Ma anche Parigi e tutte le capitali europee. Tra poco avremo paura a prendere l’aereo, il treno, l’autobus. Ieri sera sono morti degli innocenti seduti in un ristorante e in un teatro. Senza colpa. Senza motivo. Stavano facendo le cose di tutti i giorni. Vogliono rinchiuderci in casa, toglierci la libertà, vietarci il mondo, impedirci la vita se non ce la fanno a togliercela. Siamo dei bersagli. Non è più il momento dell’ipocrisia, delle belle parole, dell’altruismo, dell’accoglienza per tutti. Abbiamo bisogno di un po’ di egoismo. Siamo in tempo di guerra. E dobbiamo farla. Anche al buonismo che ci impedisce di difenderci. O saremo sottomessi.

Isis, fateci giocare ad ARMI pari

Nicolò Petrali



Che palle! Tutto già visto, tutto scontato. Tutto drammaticamente banale. Sarò diventato cinico, ma io mi ero già messo il cuore in pace da tempo. Insomma, ero preparato.

“Tutto cambierà dopo questo attacco”, dice qualcuno. Cazzate, non cambierà assolutamente nulla. Quando il terrorismo islamico colpirà Roma o Milano o qualsiasi altra città europea succederanno esattamente le stesse identiche cose. Milioni di foto di Oriana Fallaci postate sui social, Salvini in modalità berserkr su Facebook, sinistroidi che gli daranno dello sciacallo, Libero che urlerà in prima pagina, sinistroidi che si indigneranno per quello che non considerano giornalismo, chi vorrà sterminare tutti gli islamici, chi distinguerà perché non vorrà fare di tutta l’erba un fascio nazional-socialista, politici ebeti che domanderanno “ma perché i cosiddetti islamici moderati non prendono le distanze?”, altri politici ebeti che risponderanno “non ne hanno bisogno, è come se un cattolico si dovesse scusare per Breivik”.

Potrei andare avanti all’infinito ma già sono abbastanza annoiato. Di fronte a questa grande fiera della banalità, mi sembra doveroso mostrare ai miei cinque lettori l’unico sprazzo di autentica genialità che abbia visto in queste ore. La cosa più divertente e allo stesso tempo ragionevole che abbia letto. E’ una scritta su un muro. All’autore darei il Pulitzer visto che sui giornali di oggi non ho letto un concetto così intelligente. “Isis, 50 vs 50 quando volete“, firmato ultras.

Cosa ci dice questa scritta? Che la gente comune vuole e deve avere la possibilità di giocarsela ad armi pari contro chiunque voglia fargli del male. Esattamente come nel vecchio West, 50% e %50%. E quindi? E quindi che ci diano la possibilità di armarci, come succede negli Stati Uniti o in Svizzera. Come sarebbe andata a finire, ad esempio, se tra il pubblico del Bataclan ci fosse stato un buon numero di persone armate o delle guardie private? Magari ci sarebbe stata una carneficina al contrario come accaduto in Texas poco tempo fa. E se al posto del cellulare per fare i video da postare sui social i testimoni della strage di Charlie Hebdo, avessero avuto un fucile? In quel caso i terroristi tornerebbero a mettere bombe, si obietterà. E che facciano, ma intanto ci siamo tolti un problema.

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Difendere sé stessi o la propria famiglia con annessa proprietà è la cosa più razionale del mondo ma noi preferiamo delegare questa funzione a chi poi non la esercita. E’ come se mamma elefante, per difendere il suo piccolo dall’attacco di un leone, facesse affidamento sul coccodrillo. Insomma, mettetevi il cuore in pace. Continueremo a morire, come avviene anche in altri ambiti, e poi a fare i leoni dietro una tastiera invece che con una pistola in pugno. The show must go on. E i politici continueranno a proporre ricette che non funzionano dato che ormai a parlare di libertà sono rimasti quasi solo gli ultrà.

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Roma, il Cimitero acattolico di Testaccio

by valigiaaduepiazze

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Lo scorgi già da lontano, dove si trova il Cimitero acattolico di Roma. Nel suo muro di mattoni rossi è incastrata la Piramide Cestia, che dà a quell’angolo di Roma un tocco che sa di Egitto. Non ci si può sbagliare. E poi, varcando il cancello, ti immergi in un non-luogo che da Roma non ti aspetteresti mai. Ciò che colpisce di più, nella frescura di alberi e tombe illustri, è il silenzio. L’assoluta mancanza di rumori che rimbalza tra i rami e le foglie, sulle lapidi fredde ancora umide di rugiada e accarezza le orecchie, così stanche e affaticate dal traffico cittadino, dalla confusione in cui viviamo. A volte ho bisogno di tranquillità all’aria aperta. E, quando sono a Roma, il Cimitero acattolico è la risposta. E non solo la mia. C’è chi dipinge, una coppia che, seduta su una panchina, chiacchiera a bassa voce (ma quelle parole, chi le assorbe, se nell’aria non si percepisce nulla?), chi scatta fotografie, chi porta un fiore. E chi cerca pace, anche in vita.

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Ho sentito pareri discordanti su come all’estero si vive il cimitero. Per i cattolici è luogo dedicato al raccoglimento e alla preghiera, ricordo del caro defunto. Forse non verrebbe in mente di trascorrere qualche ora in un camposanto, men che meno là dove non abbiamo legami, perché parrebbe quasi oltraggioso. Il Cimitero acattolico di Roma – che è conosciuto anche come Cimitero protestante o Cimitero degli inglesi – rompe questi schemi. I cimiteri protestanti sono vissuti in modo diverso, c’è un’integrazione del luogo di sepoltura con la vita quotidiana, per una lettura, una passeggiata nella natura, un momento di relax. E’ una fusione di vita e di morte. Ed è così che accade al Cimitero non cattolico per gli stranieri.

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E’ un giro del mondo, quello tra le lapidi di chi riposa nel Cimitero acattolico di Roma. Uomini di ogni razza e paese, di ogni lingua e di ogni età, soprattutto bambini, morti troppo giovani tra il Settecento e i primi anni del Novecento. L’inizio dell’utilizzo del terreno sconsacrato risalirebbe al 1716 e nel 2016 si festeggeranno i 300 anni di quasi quattromila sepolture ai piedi della Piramide di Caio Cestio, tra mirti e cipressi, pini e rose selvatiche, allori e camelie. Qui riposano scultori, politici, archeologi, pittori, poeti, scrittori, architetti e scienziati. Ci sono tombe protestanti e ortodosse orientali, ma anche di altre religioni, come l’Islam, lo Zoroastrismo, il Buddismo, il Confucianesimo. Anche le iscrizioni sulle pietre eterne sono in più di quindici lingue differenti, tra cui lituano, ceco-slavo, giapponese, greco, avestico, bulgaro. Sono numerose le tombe di personalità famose a livello internazionale. Le più visitate sono quelle dei poeti inglesi John Keats – morto a Roma all’età di 25 anni – e Percy Bysshe Shelley, il figlio di Goethe, August, degli italiani Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda, Dario Bellezza e Bruno Pontecorvo, del pittore russo Karl Brullov.

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Dietro a ogni lapide c’è una storia, come quella di Rosa Bathurst che annegò nel Tevere nel 1824 all’età di sedici anni. Le tombe più antiche sono quelle del dottor Arthur che risale al 1718, di un viaggiatore inglese anonimo del 1723 e di Langton, studente di Oxford deceduto nel 1738 per una caduta da cavallo. Tra le sculture più struggenti, quella di William Wetmore Story: l’Angelo del dolore con cui ricorda la moglie. In seguito, fu seppellito anche Story insieme a lei nel 1895.

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Il Cimitero acattolico di Roma si trova in via Caio Cestio, 6 nel Rione Testaccio. E’ una strada laterale di via Marmorata, sul lato nord della piramide, che sorgeva al tempo fuori dalle Mura Aureliane, indicate ancora oggi da Porta San Paolo. Potete arrivarci anche con i mezzi pubblici: linee 3-75-23-60-83-95-280-30-175 e con la metro B, stazione Piramide. Gli orari di ingresso del Cimitero protestante sono dal lunedì al sabato dalle 9.00 alle 17.00, con ultimo accesso alle 16.30 e la domenica e festivi dalle 9.00 alle 13.00 con ultimo accesso alle 12.30. E’ richiesta un’offerta di 3 euro a visitatore come donazione. Presso il visitors’ center è disponibile la mappa del cimitero. Se pensate di visitare il Cimitero acattolico in gruppo, ricordatevi di mandare una mail a ornella.forte@cemeteryrome.it.

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Per visitare la Piramide di Caio Cestio: il secondo e il quarto sabato del mese per i singoli alle 11.00 e per gruppi alle 10.00 e alle 12.00. Per informazioni e prenotazioni, chiamate il numero 06.39967700. E’ possibile visitare la Piramide Cestia anche la seconda e la quarta domenica del mese su prenotazione. Il primo e il terzo sabato del mese alle 10.30 è consentito l’accesso alla Piramide dopo la visita al Museo della Via Ostiense, chiamando il numero 06.5743193.