venerdì 13 novembre 2015

Picchia la moglie per 24 anni. Il giudice: “Non c’è colpa”

La Stampa
andrea rossi

“La donna di fatto ha tollerato la condotta del marito”

C’è un termine oltre il quale la sopportazione diventa accettazione passiva, il dolore rassegnazione, la vittima connivente? Per il Tribunale di Genova sì. Ventiquattro anni sono tanti, troppi, perché significa aver subito, tollerato, avallato, e dunque ribellarsi dopo così tanto tempo non è credibile. Sandra - chiameremo così questa donna di quasi cinquant’anni che ha messo fine a 24 anni di matrimonio - non ha diritto a niente: non a un indennizzo per quel che ha passato e nemmeno a un assegno mensile per potersi mantenere.

Per un quarto di secolo ha subito percosse e violenze, ha visto un figlio finire in galera e una figlia portata via dai servizi sociali perché non poteva crescere con un padre così. Ha sopportato: per debolezza, per paura, perché non aveva scelta. Ma alla fine se ne è andata via: ha chiesto la separazione e ha chiesto che ciascuno fosse considerato responsabile delle sue colpe. Lei, di aver tollerato (forse) troppo a lungo. Lui, di averla spedita un’infinità di volte al pronto soccorso. 

Non credeva che sarebbe finita così: pari e patta. Per i tre giudici della quarta sezione civile del Tribunale di Genova - un uomo e due donne - che hanno esaminato la sua istanza, il suo ex marito non merita di vedersi addebitate le colpe della separazione. Tornava a casa ubriaco e la picchiava. Lo faceva davanti ai figli, fino a mandarla al pronto soccorso. Ha conservato tutti i referti, anche di quando si era presentata in ospedale con una ustione alla gamba, sempre procurata da lui.

Mostravano una vita di sopraffazioni: si erano sposati nel 1991, a Genova, l’anno successivo era nato il primo figlio, otto anni dopo la seconda. Ma le botte erano cominciate subito e non sono mai terminate, finché suo marito è finito in carcere e lei ha deciso di andar via di casa, trovando rifugio in una comunità protetta. Lì l’hanno convinta a spazzare via la sua vecchia vita. Un taglio netto, la separazione. Così, forse, potrebbe anche ritrovare quella figlia che sei anni fa è stata portata via di casa ed così traumatizzata da non voler più vedere il padre.

I giudici le hanno creduto: è vero che «è stata costretta a lasciare la casa coniugale per le continue percosse e minacce subite dal marito»; è vero che «da anni spesso il marito arrivava a casa ubriaco, insultava e percuoteva la moglie»; ed è vero che «dopo anni di accessi al pronto soccorso la convivenza non poteva protrarsi oltre». Tutto documentato, ma Sandra ha sopportato troppo, e quindi ora non ha diritto a niente. Non esiste un rapporto di causa evidente tra le ripetute violenze subite nel corso degli anni e la rottura del matrimonio, «avendo peraltro essa stessa ammesso che tali condotte sono iniziate nell’anno 1991, subito dopo la celebrazione del matrimonio», scrivono i giudici.

E aggiungono: «La signora ha dunque di fatto tollerato tali condotte». Dunque, la separazione non può essere considerata colpa del marito violento, nonostante le percosse, l’alcolismo, gli effetti sulla vita dei figli: se il vero motivo fossero le botte, il matrimonio avrebbe dovuto spezzarsi ben prima, pare di capire. Sandra non ha mai denunciato: forse è questa la sua colpa. 

Guidava con la patente scaduta da 45 anni, denunciato ottantenne nel Savonese

La Stampa

L’anziano di Quiliano è stato fermato dalla polizia municipale mentre era in sella al suo motorino. “Pensavo di non doverla rinnovare” ha replicato ai vigili

Nel 1961, dopo aver passato prima l’esame di teoria e poi quello di pratica, aveva preso la patente. Da allora però un quilianese, oggi ottantenne, non l’ha mai rinnovata. Ad accorgersi che l’uomo circolava con il permesso di guida scaduto da 45 anni, non senza stupore, sono stati ieri mattina gli agenti della polizia municipale di Quiliano. L’anziano, che viaggiava in sella al suo «cinquantino», infatti è stato fermato per un normale controllo stradale a Valleggia.

Quando i vigili gli hanno chiesto la patente e i documenti del motorino lui non ha esitato nemmeno un secondo: «Eccoli qui» ha detto allungandoli verso di loro. Agli agenti sono bastati pochi secondi per capire che qualcosa non andava: il permesso di guida era infatti datato 1961 e non risultava alcun rinnovo.

Davanti alla grave contestazione, l’ottantenne è apparso un po’ sorpreso e ha spiegato di essere in buona fede, di non aver mai rinnovato la patente perché non sapeva fosse necessario: “Avevo chiesto informazioni e mi era stato detto che non dovevo farlo”. Inevitabilmente nei suoi confronti è scattata una denuncia all’autorità giudiziaria per guida con patente scaduta (il tempo massimo per rinnovarla è di tre anni), ma anche il sequestro e la confisca del ciclomotore. Uno degli aspetti più incredibili di questa storia è che, almeno fino ad oggi, l’anziano non sia mai stato fermato ad un posto di blocco: così, per ben 45 anni, ha guidato con la patente non valida.

Se il bollino vale solo per Israele

La Stampa
mattia feltri

Ci sono pompelmi che vengono da Israele e pompelmi che vengono dalle colonie. Per noi sarà facile distinguere perché, per decisione dell’Unione europea, i pompelmi della seconda specie saranno di conseguenza etichettati. Chi intendesse danneggiare economicamente le imprese dei territori occupati avrà dunque buon gioco, anche se è difficile immaginare quale sarà la portata di un eventuale boicottaggio, spesso sollecitato dai nemici delle politiche sioniste su tutti i prodotti israeliani.

Semmai, come è stato segnalato, fa un pochino impressione che il bollino di democratica qualità venga applicato proprio alla vigilia del viaggio europeo di Hassan Rohani, presidente iraniano che sarà domani a Roma.

Duemila esecuzioni di pena di morte dall’inizio dell’anno non ci impediscono di acquistare caviale iraniano nelle migliori gastronomie, se abbiamo i soldi, o i più economici pistacchi, esposti su tutti gli scaffali di supermercato. I rapporti economici dell’Occidente con Teheran sono fitti, a prescindere dai diritti umani: come ha scritto il «Wall Street Journal», il controllo e le restrizioni su Internet vengono bene grazie alla collaborazione della tedesca Siemens e della finlandese Nokia.

L’Italia, poi, importa dall’Iran il petrolio e in fatto di energie ci tocca o ci è toccato di comprarne dalle più attive dittature: dalla Libia di Gheddafi, dall’Arabia Saudita dove, per i pochi che non lo sapessero, le donne vengono lapidate con pietre di dimensioni stabilite per legge, che non siano così piccole da fare poco male né così grosse da chiudere la pratica troppo rapidamente. E del resto non si è mai sentito uno smettere di essere tifoso del Milan perché è sponsorizzato dalla Fly Emirates: lì gli impulsi di giustizia s’annacquano.

La contesa sui territori occupati da Israele dopo la guerra subita e vinta nel 1967 rimane per gli europei questione più stringente. Ogni santa volta che dall’Italia parte una delegazione diretta in Cina si aprono dibatti infiniti e infinitamente sterili su quanto sia eticamente tollerabile concludere affari con un regime liberticida. E non è il caso di elencare, nemmeno sommariamente, gli abiti, i giocattoli, le chincaglierie, i milioni di oggetti Made in China entrati nella nostra economia e nella nostra vita quotidiana. Eppure parlare di rapporti fra nazioni, fra democrazie e dittature, di questioni che corrono lungo i confini vale poco o niente in un mondo in cui la certificazione di provenienza dei prodotti indica soltanto

l’ultimo di numerosi passaggi, di Paese in Paese, o di continente in continente. E piuttosto, ogni tanto, salta fuori la scandalosa notizia di multinazionali che sfruttano i bambini o devastano l’ambiente e dopo un giro di reportage e di commenti la cosa finisce lì. Non esiste nemmeno un sito o un elenco ufficiale (se c’è, è ben occultato) di multinazionali irrispettose delle più immediate regole di umana convivenza: esistono siti credibili (ma non affidabilissimi) in cui i marchi più familiari, di cui abbiamo la memoria e le dispense piene, sono accusati di sottopagare operai per orari impossibili, di reprimere i diritti sindacali, di sostenere regimi tirannici, di appoggiarsi a paradisi fiscali. Il problema è: come si combattono dittatori e multinazionali? Un po’ più difficilmente che i pompelmi del Golan.

Le ultime parole di Steve Jobs, la bufala è sui social

La Stampa
andrea nepori

Un lungo testo spacciato per le ultime parole di Steve Jobs sta girando in questi giorni sui social network. È una bufala. L’ultimo afflato dell’iCEO è noto grazie al ricordo della sorella: fu breve, semplice e forse più mistico



Probabilmente lo avrete trovato anche sulla vostra bacheca di Facebook, condiviso da qualche amico in vena di citazioni motivazionali. È un lungo documento che nella versione più diffusa include due foto in cui Steve Jobs appare visibilmente debilitato, e un lungo testo, che viene spacciato per le sue ultime parole.

È una bufala. Non le foto, purtroppo, che sono quelle che i giornali scandalistici pubblicarono nel 2011, quando l’allora CEO di Apple si era ritirato per un lungo periodo di malattia. Il testo, forse pessima traduzione della pagina di un manuale di citazioni dozzinali sulla vita e la morte, è invece palesemente falso. Steve Jobs non ha mai pronunciato quelle parole e non le ha mai scritte. Chiunque abbia mai letto qualcosa che sia uscito dal pugno di Jobs se ne accorgerà subito. Mancano la sua brevità, la sua incisività. I passaggi di filosofia spicciola, per contro, abbondano.

L’autore del famoso discorso di Stanford («Siate affamati, siate folli»), non avrebbe mai potuto produrre banalità come questa, buona solo per certe paginacce Facebook a caccia di condivisioni facili: «Le cose materiali perse possono essere ritrovate. Ma c’è una cosa che non può mai essere ritrovata quando si perde: la vita…».

Non servono ulteriori ricostruzioni filologiche dell’opera Jobsiana per stabilire la falsità del testo, perché le ultime parole dell’iCEO, quelle vere, sono note pubblicamente. Le ha rivelate la scrittrice Mona Simpson, la sorella naturale «ritrovata» da Steve Jobs a metà degli Anni 80, nella sua elegia funebre pubblicata sul New York Times: «Prima di imbarcarsi, guardò sua sorella Patty, poi i suoi figli per un lungo momento, poi la compagna della sua vita, Laurene, e infine sopra le loro spalle, oltre di loro. Le ultime parole di Steve furono: OH WOW. OH WOW. OH WOW.»

Ostriche e champagne, l’ex abate spendeva 34 mila euro al mese

La Stampa
giacomo galeazzi

Montecassino, il prelato minaccia rivelazioni choc



L’ex abate di Montecassino minaccia adesso di raccontare la sua verità in un libro-bomba, intanto però il Vaticano lo scarica. Con gli oltre 500mila euro prelevati dai conti della cittadella benedettina, «Sua eccellenza» Pietro Vittorelli si concedeva uno stile di vita tutt’altro che monacale. Viaggi e alberghi extralusso (Brasile, Portogallo, Gran Bretagna), cene a base di ostriche e champagne a Roma e Londra con conti da 700 euro a sera, 2mila euro di shopping alla boutique di Ralph Lauren, pernottamenti da 2mila euro al Principe di Savoia di Milano. Spese pazze per 34 mila euro al mese pagati con carta di credito. Soldi dell’otto per mille la cui sottrazione dalle casse dell’abbazia è ricostruita nel decreto di sequestro preventivo del tribunale di Roma.

CONTI CORRENTI SVUOTATI
Le somme sottratte dall’ex abate sarebbero state riciclate in varie tranche, dopo essere transitate su conti correnti gestiti dal fratello Massimo, intermediario finanziario, prima di tornare nella disponibilità dell’ex abate, che aveva accesso illimitato ai conti di Montecassino. Il cardinale Velasio De Paolis, alla guida della Prefettura per gli affari economici, si è occupato in Vaticano dei dossier più scottanti negli anni in cui, secondo l’accusa, la cassa dell’abbazia diventava (a partire dal 2008) il bancomat di «Sua eccellenza» Vittorelli.

«Gli istituti religiosi hanno autonomia finanziaria e possono amministrare i propri beni, purché ciò avvenga nella liceità- spiega il porporato-. È una tradizione millenaria del monachesimo: risale a San Benedetto. E ne sono gelosi». Lo scandalo scoppiato a Montecassino è «dello stesso genere di quelli che negli ultimi anni hanno coinvolto i Camilliani, Don Verzé, l’Idi e i frati minori». E cioè «istituti con autonomia amministrativa nei quali non ha funzionato il controllo interno». La Santa Sede, infatti, deve autorizzare «operazioni straordinarie come l’alienazione di immobili o terreni», non dunque i numerosi «prelievi effettuati dal superiore sui conti dell’istituto religioso». 

NIENTE CONTROLLO INTERNO
Insomma, «gli altri monaci, il capitolo, l’economo non hanno vigilato sull’operato dell’abate come era loro dovere fare». Secondo l’ordinamento, la gestione «non corretta» doveva essere denunciata dai confratelli, quindi «la responsabilità non ricade sulla Santa Sede». Quanto accaduto a Montecassino «nasce anche dal fatto che i religiosi considerano la vigilanza sulle finanze una perdita di tempo e dicono di non averne le competenze tecniche». Un «omesso controllo» confermato dal tribunale che attribuisce la «sottrazione di risorse economiche dell’ente» proprio alla «attribuzione di illimitati poteri alla persona dell’abate». Ciò, osserva De Paolis, costituisce una grave violazione delle norme ecclesiastiche. Economo e superiore dell’istituto, infatti, sono «figure distinte» proprio per impedire quanto i magistrati di Roma definiscono ora «l’elemento psicologico del reato».

Il Tg3 concede uno spazio di 14 minuti a Marino, ma solo dieci a Mattarella

La Stampa
francesco maesano

Polemica sui dati rilevati dall’Osservatorio di Pavia. Scontro interno al Pd



L’osservatorio di Pavia svolge l’attività di monitoraggio del pluralismo politico sulle televisioni nazionali. Ci dice, cioè, quanto spazio viene riservato sul piccolo schermo ai partiti e ai loro leader. Le sue rilevazioni offrono spesso spunti di polemica politica tra i partiti. Stavolta lo scontro è tutto interno al Pd.

Considerando i tempi di parola nel mese di ottobre, rileva l’Osservatorio, il Tg1 ha riservato 18 minuti al presidente Mattarella e 12 minuti al sindaco Ignazio Marino. Il Tg2 ha previsto per Mattarella 14 minuti e per Marino 5 minuti. Mentre il Tg3 ha invertito le proporzioni, dando 14 minuti a Marino e 10 al capo dello Stato.

«Non c’è solo questo – attaccava oggi il deputato Pd Michele Anzaldi – al Tg3 Marino è risultato il politico più notiziato in assoluto, diversamente dagli altri tg: 126 minuti di spazio totale, tra tempo presenza e tempo attenzione».

Anzaldi non ci sta. «Ad un primo rapido sguardo dei dati di ottobre dell’Osservatorio di Pavia, trasmessi poco fa alla Vigilanza, balza subito agli occhi un dato stupefacente: al Tg3 Ignazio Marino, che ha vissuto i suoi ultimi giorni in Campidoglio in forte polemica con il Pd, ha avuto in voce addirittura più spazio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un dato che non ha eguali negli altri tg Rai».

«I numeri di ottobre sono realmente sorprendenti – spiega ancora Anzaldi – perché confermano che chi all’interno del Pd si pone contro la segreteria e contro Matteo Renzi trova sempre spazi sproporzionati nei notiziari di Raitre. Il paragone per capire il sovradimensionamento di Marino al Tg3 nelle scorse settimane può essere fatto prendendo a paragone un soggetto terzo come il Quirinale, massimo garante del nostro sistema democratico».

Così l’Europa ha smontato il piano sui rifugiati

La Stampa

a cura di monica perosino



Svezia
Hanno temporeggiato, chiesto aiuto e cercato soluzioni alternative, ma alla fine anche la Svezia, schiacciata da un flusso di rifugiati «non più sostenibile» e dopo la richiesta del Migrationsverket, l’Agenzia per i migranti, ha annunciato una misura straordinaria: da ieri a mezzogiorno e fino al 20 novembre sono stati ripristinati i controlli alle frontiere. Erano 19 anni che non succedeva. 

Il provvedimento, che il governo si è affrettato a definire «temporaneo», che «non è un muro e non preclude la richiesta d’asilo nel Paese», è stato deciso dopo che le stime avevano previsto il numero record di 190 mila arrivi nel 2015, il doppio rispetto a quelli precedentemente ipotizzati.

La Svezia non è più in grado di offrire «un riparo e un’assistenza adeguata ai rifugiati», soprattutto in vista del lungo e gelido inverno. Tutti i centri di accoglienza sono stracolmi e il ministero dell’Interno ha ammesso che le forze di polizia «non possono più garantire la sicurezza». Ancora ieri il premier socialdemocratico Stefan Lofven ha ribadito che nessun richiedente asilo verrà rimandato indietro 

Gran Bretagna
Eurotunnel presidiato, controlli alle frontiere, presenza massiccia delle forze dell’ordine - sia inglesi che francesi - per evitare l’ingresso nel Paese non bastano. La Gran Bretagna non si limita alla «protezione» dei confini per fermare il flusso di rifugiati, ma mette in crisi uno dei fondamenti stessi dell’Unione europea: la libera circolazione. «Il Regno Unito crede in un’economia aperta - ha detto il premier Cameron -, ma la pressione che la libera circolazione porta sulle nostre scuole, ospedali e sui nostri servizi pubblici è troppo grande». Cameron ha promesso un referendum sulla Brexit entro il 2017 e tra le richieste all’Unione spiccano quella per limiti sui «benefit» ai migranti Ue in Gran Bretagna, e un diritto di veto sulle politiche Ue, anche quelle a cui Londra 
non partecipa

Spagna
La Spagna aveva deciso di alzare un muro già vent’anni fa: le reti di separazione di Ceuta e Melilla sono una delle tante barriere anti immigrati d’Europa. Ma dall’inizio della crisi dei rifugiati le alte reti metalliche che separano il Marocco dalle due città spagnole autonome sono sempre più spesso teatro di scontri tra profughi e polizia, con feriti e arresti. Si calcola che sarebbero circa 80 mila gli 
immigrati che dal Marocco e dalla Mauritania sono pronti a entrare in Europa attraverso Ceuta e Melilla 

Austria
Mentre il ministero degli Interni austriaco studia un«barriera tecnica» per «convogliare e gestire» i flussi da e per la Slovenia, il governo ha già cambiato le regole per le richieste d’asilo: dal 15 novembre il diritto di asilo sarà temporaneo e durerà solo 3 anni, quindi sarà necessario il rinnovo. Novità anche per le famiglie: l’attesa per ottenere i via libera ai ricongiungimenti familiari passa da 1 a 3 anni 

Germania
Lo scorso agosto la Germania aveva seguito l’esempio della Svezia e aveva deciso di aprire i confini ai siriani in fuga, derogando ai principi di Dublino. Ieri la cancelliera Angela Merkel ha annunciato il dietrofront e ha deciso di respingere i siriani verso il Paese europeo 
di primo approdo tornando così ad applicare alla lettera il regolamento di Dublino. Secondo quanto ha riferito la «Suddeutsche Zeitung» a prendere la decisione sarebbe stato autonomamente il ministro dell’Interno Thomas de Maizière

Slovenia
Sarà il primo Paese ad avere un muro che lo separa da un altro Stato dell’Unione Europea: l’esercito sloveno ha cominciato mercoledì a disporre filo spinato al confine con la Croazia per controllare l’afflusso di migranti. La decisione di alzare una barriera è scaturita dall’emergenza annunciata per i prossimi giorni, con la previsione di un possibile ondata di 20-30 mila migranti 

Ungheria
Come gran parte dei Paesi Baltici l’Ungheria è contraria alle quote obbligatorie di migranti, ma è soprattutto il Paese più ostinato e duro nel tentativo di respingere i profughi che cercano di raggiungere il Nord Europa via terra. Orban – già ribattezzato il «premier dei muri» – ha chiuso i profughi in treni blindati, li ha bloccati alle frontiere e fermati con barriere di filo spinato come quello al confine con la Serbia

Ridateci la finestra fallica» Lecce indignata: è storica

Corriere del Mezzogiorno
di Antonio Della Rocca

Comune e intellettuali furibondi per la sostituzione effettuata dai proprietari
È di un edificio del centro storico che un tempo ospitava una casa di tolleranza

Prima e dopo
Prima e dopo

LECCE - Dal chiacchiericcio di strada, dal chiuso dei circoli culturali e degli ambienti accademici, emerge l’indignazione per l’antica finestra artistica a forma fallica rimossa nei giorni scorsi dalla facciata di un edificio del centro storico che un tempo ospitava una casa di tolleranza. E dallo sdegno alla polemica aperta il passo è stato breve. Sull’onda delle vibranti proteste, il Comune è corso ai ripari inviando gli ispettori del Nucleo di vigilanza dell’assessorato all’Urbanistica sul luogo dello «scempio», al civico 22 di via Palmieri, a due passi dallo splendore delle chiese barocche.
I controlli
I tecnici hanno dovuto accertare la regolarità dei lavori eseguiti e chiedere lumi ai proprietari dell’edificio sul perché abbiano deciso di rimuovere l’infisso in ferro battuto dall’inequivocabile forma di fallo che in molti ritengono parte integrante del contesto storico cittadino. Un elemento decorativo che contrassegnava l’ex casa di piacere, oggi residenza privata, che l’attuale proprietà, forse imbarazzata, ha deciso di sostituire con un’anonima finestra. Tanto è stato il rammarico che ne è seguito in città. Numerose, e anche autorevoli, si sono levate le voci stizzite.

Paul Arthur, professore di Storia Medievale dell’Università del Salento, non ha dubbi: «È uno scempio vero e proprio». Mentre l’assessore municipale alle Politiche ambientali, Andrea Guido, tuona: «Tentativo inaccettabile di cancellare la storia della città. La grata fallica sia ripristinata». Alle parole è l’impegno di segnalare la cosa all’ufficio locale della Soprintendenza perché possa dare il suo apporto al ripristino dello stato dei luoghi.

13 novembre 2015 | 09:48

Le “leggi ad cogliones” che difendono gli antagonisti

Francesco Maria Del Vigo



Scusate se torno sull’argomento. Perdonatemi. Ma non riesco proprio a farne a meno. Ieri, lo sappiamo bene, quelli dei centri (a)sociali insieme ai loro amichetti antagonisti e a qualche altro cretinetti hanno cercato di mettere a ferro e a fuoco Bologna per protestare contro la manifestazione di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Sono i soliti “democratici” ma di questo ce ne siamo già occupati ieri.

La novità di oggi è che i due antagonisti arrestati ieri sono già stati rilasciati: sono fuori, liberi. E allora mi viene un dubbio, che è quasi una certezza: ma vuoi vedere che esistono delle leggi ad coglionem? E’ possibile che tutte le volte queste bande di delinquenti comuni – perché non basta mettersi sotto a una bandiera con la falce e il martello per potersi ammantare dell'”attenuante politica” – ribaltano e incendiano i cassonetti, imbrattano i muri e lanciano sassi e bombe carta contro la polizia, nessuno vada in galera?

Se io domattina mi alzassi col piede sbagliato e sputassi in faccia al primo poliziotto che incontro – giustamente – mi tradurrebbero in commissariato e mi denuncerebbero. Probabilmente in Italia deve esserci, da qualche parte, una legge “ad cogliones” (mi perdonino i latinisti) che dice che se la stessa cosa (e molto peggio) viene fatta da cento straccioni tutti insieme sotto l’insegna di qualche collettivo e con una kefiah al collo non gli si può torcere nemmeno un capello.

La giustizia è diversa per tutti, ma è sempre un po’ più uguale per la sinistra. Mentre i cittadini normali sono vessati e trattati come dei sorvegliati speciali: spiati ossessivamente nei loro affari dagli stalker di Stato, schiacciati dalle tasse, vessati da canoni, bollette e multe (problemi che nei centri sociali, essendo tutti abusivi, ovviamente non hanno). Perché se non appartieni a nessuna “parrocchia” e cricca, se non hai amici potenti, se non hai tessere e non stai dalla parte giusta, non ci sarà mai un Guccini che – come ha fatto oggi coi suoi amici black bloc – dice che in fondo hai fatto bene perché “ora e sempre resistenza”. 

La resistenza vale solo per loro. Loro possono “resistere” ai poliziotti e cercare di tappare la bocca ai loro nemici politici. Noi cittadini disgraziati non possiamo resistere a nulla. Neppure ai delinquenti.

Ergastolo agli assassini

Enrico Galletti



Cloe Govoni è morta. L’anziana 84enne era stata massacrata a Ferrara, insieme alla nuora, dai rapinatori che avevano sorpreso in casa. Erano state prese entrambe a colpi di bastone, senza un perché. E questa risposta che non sappiamo darci si riversa su tutto, a cominciare dalla morte ingiustificata di una donna.

Io provo una profonda rabbia. E rabbrividisco all’idea che i due rapinatori, i due assassini, Constantin Grumeza (22 anni) e Leonard Veissel (26 anni), possano presto trovarsi a circolare liberamente per l’Italia. Hanno picchiato selvaggiamente due donne, uccidendone una. E questa colpa, che non si tollererebbe se solo fossimo in un altro stato, ci fa riflettere.

1447230788-ansa-20151111092539-16114332

Mi chiedo come sia possibile punire azioni di legittima difesa come quella di Francesco Sicignano, che lo scorso 20 ottobre a Vaprio d’Adda ha sparato contro i malviventi che per la quarta volta avevano rubato in casa sua. La pistola di Francesco era custodita con regolare porto d’armi. L’uomo è accusato di omicidio volontario, che prevede il carcere. Ma a quanto pare, si vuole far finta che non esista legge in merito.

«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».
La norma citata, è stata modificata nel 2006, durante il governo Berlusconi. È stata aggiunta la legittimità dell’uso di un’arma da fuoco detenuta legalmente se al fine di difendere ‘la propria o l’altrui incolumità’ oppure ‘i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione‘.

Se Francesco non si fosse difeso, probabilmente avrebbe fatto la stessa fine di Cloe. Questa non è giustizia. Un pensiero non può che andare alla famiglia di Cloe, alla quale va la massima vicinanza, per quanto possano contare le parole in situazioni come queste. Ai due assassini, senza troppi giri di parole, augurerei ben altro. A cominciare dall’ergastolo, subito.

Ergastolo! E, forse, di più!

Nino Spirlì



1447230788-ansa-20151111092539-16114332(i rumeni assassini)

Ma basta!!! Non è possibile! Ancora una strage autorizzata! Anche la Professoressa Cloe Govoni, massacrata a calci e pugni dentro casa da due rumeni se n’è andata dopo un’atroce agonia. E un giovane ebreo ortodosso è stato accoltellato sotto casa, a Milano. Mentre Ermes Mattielli è morto di dolore per essere stato condannato a risarcire i famigliari dello zingaro che lo stava rapinando e c’è rimasto! Il benzinaio e il signore esodato che si sono difesi – a ragione – sono stati messi alla gogna e rischiano la galera per eccesso di legittima difesa. Legittimissima, direi! Dei due coniugi siciliani, violentati e massacrati non se ne vuole parlare più.

Una vergogna tutta italiana!


1(l’assassino africano kabobo)

Stiamo pascendo assassini. Invitandoli a venire in Italia e garantendo loro, non solo l’impunità, ma, addirittura, il risarcimento per il disturbo del processo! Europei o asiatici che siano, che vengano dall’Africa nera o dal bacino del Mediterraneo, zingari o mediorientali, arrivano tutti in casa nostra a rubare, violentare, massacrare e fare fortuna. Tutto insieme!

E noi, coglioni italiani, democratici, antifascisti, buonisti, battezzati cattolici col complesso dell’avvenuta crocifissione, garantisti dei miei maroni, invece che rispolverare leggi forti, riorganizzare ghigliottine o nobili plotoni d’esecuzione, scavare qualche migliaio di segrete nelle caverne del nostro lunghissimo Appennino, addolciamo le pene e ci beiamo di essere “un Paese civile”.

Idioti e Piùidioti!


12(l’assassino asiatico)

Circondati e invasi da bestie assetate di sangue, restiamo inermi a farci cancellare dalla faccia del pianeta in nome di una democrazia di cui non importa più niente a nessuno, così com’è. Non scendiamo in piazza se non per metterci in fila davanti alle porte automatiche del primo applestore. Non alziamo la voce se non per lamentarci dell’ultima terna arbitrale al derby di casa. Ci preoccupiamo se questa o quella cretina, se questo o quel coglioncello televisivo si lasciano, dopo aver finto un fidanzamento da telecamere, falso come la bontà di un cardinale.

Ci riempiamo la bocca di schifo per le vergogne delle tonache sporche di merda, ma continuiamo a versare l’8 per 1000 alla chiesa che li ingrassa.

CI SIAMO RINCOGLIONITI! RAMMOLLITI!
Abbiamo perso la dignità umana. Personale e di Popolo.


111

O ci riprendiamo la piazza e il Palazzo, raddrizziamo la schiena, riscriviamo leggi serie e stabiliamo punizioni credibili, oppure i nostri (vostri) figli non avranno più diritti a casa loro! Saranno servi di padroni stranieri spietati e sanguinari. Si dovranno vergognare di essere italiani, di possedere una casa, di far parte di una famiglia sana e di nobili principi, di non credere al dio del sangue, ma a Quello dell’Amore, di sgobbare ogni giorno per consentire ai propri figli un futuro migliore…

Fate Voi. Io ci sono.
Fra me e me, in attesa di un referendum. E di un patibolo serio.

L’arte di convivere

La Stampa
massimo gramellini

Si può proibire a dei bambini delle elementari una passeggiata di bellezza tra la «Crocifissione Bianca» di Chagall e i quadri a soggetto religioso di Guttuso e Van Gogh «per venire incontro alle sensibilità delle famiglie non cattoliche»? Succede alla scuola Matteotti di Firenze, dove alcuni genitori denunciano la cancellazione di una visita alla mostra di Palazzo Strozzi dedicata al rapporto tra arte e sacro.

Sarà un ragionamento insensibile, ma se alcune famiglie musulmane (la tartufesca definizione di «non cattoliche» si riferisce ovviamente ed esclusivamente a loro) si considerano così urtate dalla presenza di qualche croce in un museo, possono sempre tenere i figli a casa, senza per questo che a casa ci debbano restare pure tutti gli altri. Altrimenti il prossimo passo sarà mettere all’indice il Battistero e la cupola del Brunelleschi, con il risultato che per non urtare la sensibilità di chi arriva da fuori si urterà terribilmente quella dei fiorentini, non meno meritevole di tutela.

Quando si parla di integrazione, si gira sempre intorno allo stesso tema: la mancanza di reciprocità. Per un occidentale, credente o ateo che sia, visitare una moschea o una mostra di mosaici non rappresenta un problema. Per molti musulmani, invece, l’esistenza di altre culture intrise di simboli religiosi genera disagio o addirittura insofferenza.

Questa mancanza di reciprocità vanifica ogni slancio di comprensione. Se gli sforzi vengono fatti sempre da una parte sola, alla fine producono esiti grotteschi come a Firenze. Alimentando per reazione un riflesso, questo sì reciproco, di chiusura.

I pregiudizi e l’odio nei confronti di Israele

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

si colpisce l’ebreo come incarnazione del «sionista», dovunque si trovi, per la sola colpa di esistere. In Italia Speravamo che l’ombra lunga del terrore antiebraico non avrebbe insanguinato le nostre città

Un ebreo colpito da sei coltellate da un uomo incappucciato in periferia a Milano, davanti a una pizzeria kosher, è una notizia che sgomenta e allarma, anche in mancanza di particolari più circostanziati. Quella che viene definita l’«Intifada dei coltelli», del resto, non prevede nella sua carica di odio distinzioni, distinguo: si colpisce l’ebreo come incarnazione del «sionista», dovunque si trovi, per la sola colpa di esistere. In Europa, del resto, sono stati colpiti supermercati kosher, scuole ebraiche, sinagoghe, luoghi di ritrovo, singoli ebrei braccati e assaliti per strada.

In Italia, che pure ha conosciuto nel 1982 l’attentato di fronte al Tempio Maggiore di Roma in cui perse la vita un bambino di due anni, speravamo che l’ombra lunga del terrore antiebraico non avrebbe insanguinato le nostre città. È ancora tutto da verificare quello che è accaduto ieri sera a Milano, la dinamica dell’aggressione, l’identità dell’attentatore, lo spunto da cui è partito l’agguato. Ma la comunità ebraica, e non solo quella di Milano, vive una sindrome terribile di paura. E l’Italia deve preoccuparsi, prendere atto che non esistono zone franche, soppesare le parole, capire che l’odio antiebraico, camuffato da odio antisionista, ha già provocato in Europa lutti atroci in questi ultimi anni. Un segnale, terribile, da non sottovalutare .

Tutto questo avviene alla vigilia della visita in Italia del presidente iraniano Rouhani. Ogni accostamento con i fatti di Milano, beninteso, sarebbe arbitrario: chi lo sostenesse con leggerezza apparirebbe vittima di una furia propagandistica davvero irresponsabile. Eppure è da una parola carica di angoscia, «odio», che occorre partire per una riflessione che sia capace anche di inquadrare l’agguato all’ebreo accoltellato davanti a un ristorante kosher. Infatti il presidente iraniano Rouhani, nell’intervista esclusiva che ha concesso a Viviana Mazza e Paolo Valentino per il Corriere della Sera , ha detto, testualmente, di «amare l’ebraismo» e di rispettare le «religioni monoteiste».

Un’apertura importante e significativa, quando anche in Europa gli ebrei vengono uccisi dai combattenti fondamentalisti dell’islamismo politico. Un’apertura tanto più importante perché può dare un segnale molto forte nella visita del presidente iraniano in Italia. Tuttavia c’è un «però» che raggela gli animi e torna a demonizzare l’esistenza stessa dello Stato di Israele proprio quando cittadini ebrei e israeliani sono colpiti dall’odio degli accoltellatori, dai militanti del terrore che non fanno distinzione tra «ebrei» e «sionisti». Il presidente iraniano dice di capire «l’odio» non per gli ebrei ma per lo Stato di Israele. Ma non si possono rispettare gli ebrei e odiare il fatto che gli ebrei abbiano un loro Stato: lo Stato di Israele è lo Stato degli ebrei, che la comunità internazionale ha sancito con una risoluzione dell’Onu.

Ecco perché le parole di Rouhani, che pure sembrerebbero prendere le distanze dal pregiudizio antiebraico, ricadono nello stesso pregiudizio che ha sempre impedito e continuerà ad impedire la possibilità di una soluzione pacifica dei conflitti nel Medio Oriente. Quando Arafat e Rabin si sono stretti la mano con Clinton che faceva da paciere, il riconoscimento reciproco sembrava sul punto di offrire una soluzione storica a una guerra interminabile. Perché il riconoscimento della legittimità dello Stato di Israele è la precondizione della pace, ed è la premessa necessaria affinché anche lo Stato di Israele non possa che imboccare la strada maestra dei «due popoli, due Stati».

L’alternativa è un «odio» imperituro, l’antiebraismo che si camuffa con l’antisionismo, una guerra che non avrà mai fine. E i fatti come quello di Milano, che aprono interrogativi angosciosi e impongono a tutti di soppesare le parole e di cancellarne per sempre una: «odio» .

13 novembre 2015 (modifica il 13 novembre 2015 | 07:41)