domenica 8 novembre 2015

Venduta per 2,4 milioni di dollari la chitarra con cui John Lennon compose “Love me do”

La Stampa



La chitarra che John Lennon usò per comporre e registrare «Love Me Do», «I Want to Hold Your Hand» e altri successi è stata venduta all’asta in California per 2,4 milioni di dollari (circa 2,23 milioni di euro). La casa d’aste, la Julien’s Auctions, ha reso noto che la chitarra - una Gibson J-160E - è stata aggiudicata ieri a un acquirente anonimo.

Si tratta di una delle uniche due chitarre che furono inviate dagli Stati Uniti al Regno Unito nel 1962 per Lennon e George Harrison. Lennon la usò per circa un anno prima di cambiarla per quella di Harrison e dello strumento si persero le tracce nel 1963.

Per 50 anni non si seppe più nulla finché, l’anno scorso, un uomo in California ha scoperto che una chitarra in suo possesso poteva avere un valore storico: così l’ha fatta esaminare da un esperto che ne ha confermato l’origine.

IPhone, presto in arrivo una modalità antipanico?

La Stampa
dario marchetti

L’azienda di Cupertino ha depositato un brevetto per trasformare il tasto Home del telefono in un pulsante d’emergenza



Apple ha depositato un brevetto per trasformare il tasto Home del telefono in un pulsante d’emergenza: sbloccandolo con un dito a scelta, l’iPhone potrebbe impedire l’accesso ai dati sensibili oppure avvisare la polizia, inviando la posizione e una foto dell’aggressore.Tra numeri di carte di credito, password e account vari, gli smartphone che portiamo in tasca sono una miniera di dati sensibili che potrebbero facilmente finire nelle mani sbagliate. Per questo Apple starebbe lavorando a una nuova modalità di emergenza per i suoi iPhone.

Secondo il brevetto depositato a maggio negli Stati Uniti, il cosidetto ‘panic mode’ si attiverebbe sbloccando il telefono con l’impronta digitale di dito a scelta, ad esempio il pollice sinistro. Una volta capito che l’utente si trova in una situazione d’emergenza, l’iPhone potrebbe comportarsi in diverse maniere, come ad esempio impedire l’accesso a tutte le informazioni personali oppure avviare in automatico un reset di fabbrica del dispositivo.

Ma non solo: il telefono sarebbe anche in grado di scattare foto dell’aggressore o del ladro, e spedirle insieme alle coordinate GPS alle autorità, ovviamente attraverso iCloud. O magari inviare un segnale di richiesta d’aiuto ad altri iPhone nelle vicinanze e allertare la polizia senza nemmeno bisogno di effettuare chiamate. Non sappiamo se queste funzioni saranno già disponibili sul prossimo iPhone 7, ma una cosa è certa: il vecchio salvavita Beghelli ne ha fatta di strada.

Dal caso Orlandi al giallo di Alessia Il padre: «Fu vista in un’auto bianca» La pista di due ufficiali Sisde ricattati

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

La giovane, militante di estrema sinistra, secondo un ragazzo si nascose di scatto sul sedile posteriore di una Peugeot 205. La presunta azione spionistica mirava a distruggere un paio di funzionari dei servizi coinvolti nello scandalo sui fondi neri

Alessia Rosati, scomparsa a 21 anni, il 23 luglio 1994

«Il fratello di un’amica di Alessia ci disse di averla vista, pochi giorni dopo la scomparsa, in via Conca d’Oro. Ebbe l’impressione che si fosse accucciata di scatto, come per non farsi vedere, sul sedile posteriore di una Peugeot 205 bianca». Ventuno anni dopo, adesso che la scomparsa della loro primogenita è stata collegata ai gialli Orlandi-Gregori, i genitori di Alessia Rosati, la studentessa universitaria di estrema sinistra svanita nel nulla il 23 luglio 1994, mettono a fuoco dettagli dimenticati. Emergono nuove chiavi di lettura, tornano in primo piani tasselli scartati.

E quanto viene alla luce sembra rafforzare scenari molto diversi dalla fuga d’amore. A ricordare all’improvviso, in un nitido flashback, l’importante testimonianza raccolta in quella drammatica estate è stato il padre, Antonio, vigile urbano in pensione. La famiglia Rosati abitava vicino al luogo dell’avvistamento, nel quartiere Montesacro. «Non diedi troppo peso alle parole di quel ragazzo, ma oggi la situazione è diversa. La pista della Peugeot potrebbe assumere rilievo se quanto afferma il teste del caso Orlandi, che attraverso la nostra vicenda punta ad aumentare la propria credibilità, sarà confermato».

Antonio Rosati, pensionato, padre della ragazza scomparsa
Antonio Rosati, pensionato, padre della ragazza scomparsa
Torbidi scenari
Si torna così a lui, Marco Fassoni Accetti, l’uomo che si è autoaccusato del rapimento di Emanuela e Mirella (1983), per conto di una fazione ecclesiastica, ha spiegato, decisa a contrastare con ogni mezzo la politica anticomunista di papa Wojtyla: il fotografo cinquantanovenne (indagato per autocalunnia dopo l’archiviazione dell’inchiesta sulla figlia del messo pontificio) ha ammesso di aver contattato Alessia Rosati nel 1993-94, nell’ambito di una manovra mirata a ricattare non più il Vaticano, ma elementi del servizio segreto civile. L’obiettivo sarebbe stato quello di indurre la giovane a sparire (attraverso un finto sequestro), in modo da poter evocare torbidi scenari, di sesso e altro, che avrebbero definitivamente distrutto la reputazione di due ufficiali finiti sotto accusa nei mesi precedenti per lo scandalo dei fondi neri nel Sisde.
L’auto delle barbe finte
Un «lavoro sporco», dunque, nel clima da regolamento di conti seguito al crollo della I Repubblica. Prima che il presunto piano andasse in porto, però, la ventunenne Alessia sparì. Secondo Fassoni Accetti, proprio per mano di quegli ambienti delle «barbe finte» che la sua fazione avrebbe voluto colpire. Dall’iniziale (e tutto sommato consolante) ipotesi dell’allontanamento volontario, lo scenario più concreto, insomma, pare diventare quello di un vero e proprio sequestro di persona, forse attuato carpendo la buona fede della vittima. Con un esito prevedibilmente tragico. «So per certo che Alessia fu prelevata in via Val Pellice, su una Mini Morris bianca, tra le 13 e le 14 di quel 23 luglio. L’auto si trovava vicino a un incrocio, nei pressi di un’officina di elettrauto», precisa l’enigmatico personaggio. E un particolare non può sfuggire a chi si occupa di spy stories: la Mini Morris all’epoca era il tipo di auto più usata per operazioni coperte.

Tutti case e chiesa: così funziona il tesoretto immobiliare del Vaticano nel cuore di Roma

La Stampa
giacomo galeazzi, andrea tornielli

Ecco le regole con cui sono assegnati migliaia di appartamenti a prelati e inquilini amici con riduzione del canone tra il 15 e il 40% rispetto ai prezzi di mercato


Le suite delle antiche dimore del Burcardo
Nel cuore di Roma, la struttura di super lusso che offre camere a prezzi inavvicinabili ai più. I mini appartamenti non sono gestiti dalla Santa Sede ma la proprietà è della Congregazione di Propaganda Fide


«Per respirare quell’atmosfera sensuale tipica delle abitazioni degli alti prelati della fastosa corte pontificia, tre suite di questa dimora nel cuore del centro storico rinascimentale a 100 metri da piazza Navona...». È l’intrigante messaggio pubblicitario sul sito web di una delle «antiche dimore» del «Burcardo», residenze romane di lusso. Il Vaticano non c’entra nulla con la loro gestione, ma ne è proprietario. Sono, infatti, tra gli immobili della Congregazione di Propaganda Fide, il cui cardinale prefetto è anche soprannominato «il Papa rosso» visti gli ingenti beni che amministra per ricavarne soldi da destinare alle missioni nel mondo. Uno dei capitoli della Vatileaks 2, basata sulle carte dell’accurata indagine interna voluta dalla stessa Santa Sede, riguarda proprio le «case del Vaticano».

IL TESORETTO DA QUATTRO MILIARDI DI EURO
Sotto la denominazione «case del Vaticano» ricadono, dunque, migliaia di appartamenti nella capitale, riconducibili a ben 26 diverse istituzioni - si legge in un report della commissione Cosea - «relazionate alla Santa Sede». Beni immobili per un valore contabile totale di un miliardo di euro alla fine del 2012, ma che in realtà, secondo mercato, potrebbero valere almeno quattro volte tanto e hanno raggiunto, nel 2013, un reddito totale da locazione di 88 milioni di euro. Le cronache e le inchieste giudiziarie degli ultimi anni hanno portato alla ribalta i nomi di inquilini o ex inquilini vip, che hanno ottenuto in affitto o acquistato le residenze più belle e centralissime di Propaganda Fide, che possiede circa 500 appartamenti in una sessantina di palazzi e li gestisce in modo del tutto autonomo dall’amministrazione centrale della Santa Sede.

INQUILINI ECCELLENTI
Si tratta di appartamenti in piazza di Spagna, in via della Vite e via Sistina, in via Margutta e in via del Babuino. Le abitano politici, imprenditori e giornalisti, talvolta a canoni più bassi rispetto a quelli di mercato ottenuti in cambio di lavori di ristrutturazione degli immobili pagati a spese proprie, come nel caso di Bruno Vespa. Ma il vero forziere delle case è quello dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, che ha funzioni di «banca centrale» del Vaticano, che gestisce i suoi asset di beni mobili e immobili (un patrimonio complessivo di 2,7 miliardi) per «fornire fondi necessari all’adempimento delle funzioni della Curia romana».

Una parte consistente delle migliaia di appartamenti gestiti dall’Apsa si trova nei dintorni del Vaticano. «Le case dell’Apsa - spiega a La Stampa un presule che ha lavorato a lungo nella “Banca centrale” - vengono assegnate per il 70% a dipendenti della Santa Sede a un canone d’affitto inferiore del 40% al valore di mercato degli alloggi in affitto nelle stesse zone». Il canone ridotto rispetto al valore di mercato della casa «rappresenta un’integrazione del salario e un benefit per i dipendenti vaticani». Il rimanente 30% viene affittato «a esterni che ne fanno richiesta, a un canone mensile inferiore del 15% al valore di mercato dell’appartamento». Quindi cifre certamente convenienti, ma non convenientissime.

CORSA ALL’ASSEGNAZIONE
Sia per i dipendenti sia per gli aspiranti inquilini esterni, le liste d’attesa sono lunghissime. «Molti esterni - confida l’arcivescovo - si fanno raccomandare da prelati e personalità vaticane per ottenere l’abitazione». Conoscenze e amicizie sono dunque un canale privilegiato. Alcuni degli alloggi di via di Porta Angelica sono stati affittati a inquilini esterni e «si sta valutando la possibilità di fare lo stesso con gli appartamenti che si trovano in altri palazzi oggi occupati esclusivamente da cardinali e vescovi a piazza della Città Leonina e al Sant’Uffizio, accanto a piazza San Pietro». Ossia nel cuore di Roma.

Sono interessati all’affitto studi notarili, sedi di rappresentanza di istituzioni internazionali e ambasciate. Il Governatorato e l’Apsa hanno incaricato alcuni architetti di ottenere nuovi appartamenti più piccoli dividendo alloggi di grandi metrature. «Il compito si è rivelato complicato - spiega il prelato - perché in gran parte si tratta di case vecchie nelle quali è molto costoso o impossibile intervenire sulle tubature per allacci e impianti idrici. Si è riuscito a farlo solo in pochi casi, come per esempio in un appartamento al Palazzo del Sant’Uffizio nel quale in una casa di 400 metri quadri è stato ricavato un secondo alloggio più piccolo».

I canoni di affitto sono stati adeguati, non senza proteste degli inquilini. Ma c’erano figli o nipoti di dipendenti vaticani defunti che continuavano a pagare affitti da 500 euro per appartamenti di 150 metri quadri in zone centrali della capitale. «In alcuni casi gli appartamenti sono risultati occupati da persone diverse da chi aveva titolo per ottenere l’affitto a prezzo calmierato». Verifiche complicate e tuttora da completare.

LA RIFORMA NELLA GESTIONE
Secondo la commissione pontificia Cosea, nella gestione degli immobili vaticani «esistono importanti mancanze strategiche»: con il solo adeguamento al mercato dei canoni di locazione, pur mantenendo l’impegno di offrire case ad affitti di favore ai dipendenti, la commissione ha calcolato un possibile incremento del reddito di almeno 25-30 milioni. La riforma dovrebbe portare maggiore trasparenza, meno privilegi agli amici degli amici, attenzione alle situazioni di bisogno e più razionalità. Intervento in corso.

Gabriele e Paolo, storia di famiglia per tenere in vita la sedia di Chiavari

La Stampa
federico taddia

Niente chiodi, solo incastri e filamenti di giunco. Il laboratorio è l’unico rimasto


Gabriele Levaggi, 36 anni, il fratello Paolo, 29 anni, nel loro laboratorio

«Quando hai una tavola di legno tra le mani devi saperla leggere e interpretare come fosse un rebus: è una pagina scritta e solo l’esperienza assorbita dai tuoi maestri ti aiuta a decifrare ogni venatura e a immaginare l’oggetto che potrebbe diventare». I profumi del faggio, del ciliegio e del frassino, intensi e inebrianti, che pervadono la stanza.

I rumori del tornio e della sega che danno il ritmo alle giornate. I trucioli, che volano nell’aria e cadono sul pavimento, creando imprevedibili fantasie. L’odore della colla scaldata a bagnomaria, che all’istante evoca saperi di un tempo andato. Un tempo sì andato, ma qui custodito e riscoperto. E’ questo il mondo di Gabriele Levaggi, 36 anni, e del fratello Paolo, 29 anni: un geometra e un architetto che si sono messi in testa di rilanciare la sedia di Chiavari nel mondo. Con gusto. Tradizione. E innovazione.

La tradizione
«Quella del legno è una storia di famiglia – spiega Paolo –. Il nonno e il bisnonno erano segantini: passavano le giornate nei boschi a cercare i tronchi migliori, poi seguendo l’alternarsi delle fasi lunari tagliavano gli alberi a mano, per portare i legni più pregiati agli artigiani della zona. Nel 1963 invece zio Rinaldo, spinto dal successo globale della “chiavarina”, convinse gli altri fratelli ad aprire una piccola impresa artigiana.

Io e mio fratello ci siamo cresciuti tra queste mura: i miei primi ricordi da bambino sono mentre gioco tra i pezzi di legno, da adolescente guadagnavo la paghetta con piccoli lavoretti, ma solo da adulto ho capito che era qualcosa di straordinario quello che accadeva qui dentro. Questa sedia è un patrimonio unico, è un emblema del tanto decantato “Made in Italy”, racchiude due secoli di cultura e manualità: valeva davvero la pena di provarci».

Progettata nel 1807 dal falegname Giuseppe Gaetano Descalzi, e definita dallo scultore Antonio Canova «un miracolo di tecnica ed eleganza», la sedia di Chiavari è un mix perfetto di leggerezza e solidità, eleganza e funzionalità. Un gioco ad incastri, senza chiodi e metalli, di una ventina di pezzi perfettamente sagomati e calibrati, rinforzati da un seduta ottenuta da sottili filamenti di giunco intrecciati con un disegno di trama ad ordito direttamente sulla sedia già montata.


(La fase iniziale di preparazione del legno: Ettore col figlio Gabriele. Prima del taglio la tavola stagiona fino a 5 anni)

Fino agli Anni 80 erano una ventina le azienda impegnate nel territorio, poi la produzione in scala industriale in altre regioni e la produzione di modelli in plastica simili nella forma e uguali nel nome, hanno dato il colpo di grazia ai piccoli artigiani. «Noi siamo partiti proprio da qui, dall’utilizzare il metodo tradizionale in tutti i suoi passaggi. Dalla scelta degli alberi del nostro entroterra fino alla lenta e lunga stagionatura delle tavole. Facendo nostre le conoscenze degli avi, puntando solo sulla qualità». Dal laboratorio escono una, massimo due sedie al giorno. Insieme a Gabriele e Paolo lavorano altri due collaboratori, mentre spesso fanno capolino papà Ettore e lo zio Italo, ormai in pensione ma sempre pronti ad indossare il grembiule e a dare i giusti consigli.


(«Un miracolo di tecnica ed eleganza»: così lo sculture Antonio Canova descriveva la sedia di Chiavari che oggi i fratelli Laveggi costruiscono con tecniche tradizionali nel loro laboratorio)

Lo studio

L’analisi delle nervature e delle fibre delle assi, il taglio, la levigatura, la scelta della dima da utilizzare per sagomare nuove forme, la foratura delle parti, l’assemblaggio: decine di passaggi, sempre uguali e sempre diversi, che chiedono attenzione, sapienza, confidenza con gli attrezzi e una passione che non conosce né orari e né giorni festivi. «Ci sono cose che si imparano solo guardando chi le sa fare. Come la tornitura, che è il momento più bello e affascinante: vedi il legno cambiare forma, diventare quella immagine che tu hai ben impressa nella testa».

Architetti, arredatori o semplici clienti che cercano un pezzo unico e personalizzato: grazie al web e al passaparola le «chiavarine» dei fratelli sono sempre più richieste ed esportare all’estero. Rigorosamente senza rivenditori, per avere un rapporto stretto, diretto e complice con chi desidera proprio quell’oggetto. Perché per trovare spazi di mercato non basta sudare con gli attrezzi del mestiere, ma bisogna inventarsi esperti di marketing, curare la comunicazione, partecipare a progetti europei per la salvaguardia delle foreste e rubare ore al sonno per dedicarsi ai social network. Con un occhio all’ieri e l’altro al domani.

Il futuro
«Quello che ci sprona è il piacere e la soddisfazione nel fare una cosa bella. Zio Rinaldo, l’uomo che ha dato inizio a tutto questo, mi ha trasmesso, senza che me ne accorgessi, il gusto della progettualità e della creatività. Per giungere a “Sefora”, la mia prima sedia, ci ho impiegato un anno e mezzo: intere giornate a plasmare il legno e lunghe nottate passate tra disegni e scarabocchi. Prove ed errori, per non tradire la tradizione ma nello stesso tempo guardare avanti, per trovare una linea sinuosa e minimalista che fosse in grado di garantire comodità e gioia nello stare seduti. Stando sempre accorti a sprecare meno materiale possibile: è legno naturale, frutto di alberi che hanno impiegato anni per crescere, formarsi, rinforzarsi. Avere rispetto per gli alberi è quello che dobbiamo rammentare ogni istante per rispettare le nostre sedie».


(Una volta assemblate le sedie vengono «impagliate» a mano: in origine si utilizzava il salice, ora il giunco indonesiano)