giovedì 5 novembre 2015

Dieci cose che non sai ancora su Monopoly

La Stampa
filippo femia

Compie 80 anni l’edizione italiana del gioco da tavolo. E se pensate di sapere tutto di Vicolo Corto e compagnia, vi sbagliate di grosso



Tutti, almeno una volta, ci abbiamo giocato. Maledicendo la casella del carcere, inventando regole mai esistite o applicando teoremi di gioco astrusi. Ecco un viaggio nel mondo di Monopoly in 10 curiosità (e stranezze).

1. EDIZIONI SPECIALI
Ne sono state create oltre 300. Alcune tematiche (con i Simpson protagonisti, le fuoriserie della Ferrari ecc...); altre celebrative, come quella creata per il 150° dell’Unità d’Italia. Nel 1970 è uscita una versione in Braille per non vedenti.

2. CONTRO HITLER
Negli anni Quaranta venne usato dagli 007 britannici per far scappare i cittadini inglesi dalle carceri naziste. La convenzione di Ginevra concedeva ai prigionieri l’uso di alcuni giochi per svago: nell’elenco c’era anche Monopoly. Al suo interno l’intelligence nascondeva un kit con mappe, bussole camuffate e soldi veri utili per l’evasione.

3. I NUMERI
Sono oltre 350 milioni gli esemplari del gioco (disponibile in 114 Paesi e 43 lingue) venduti dal 1933. Le casette verdi costruite sono oltre sei miliardi, 2,2 miliardi gli alberghi rossi.

4. LA PARTITA INFINITA
La sfida più lunga della storia è durata 1680 ore (70 giorni). Le partite più bizzarre? Quelle giocate in un ascensore in movimento (240 ore), in una vasca da bagno (99 ore) o a testa in giù (36 ore).

5. IL MONOPOLY COMUNISTA
Nel 2011 in Polonia è stato lanciato Kolejka (“la coda”), una sorta di Monopoly in salsa rossa. L’obietivo era mostrare ai giovani le condizioni in cui si viveva sotto il regime comunista. Fidel Castro, invece, fece sparire da Cuba il gioco originale: era il prototipo del demone capitalista anti-rivoluzionario.

6. SOLDI VERI
Ottanta scatole con banconote reali. È stata l’idea di Hasbro, società produttrice di Monopoly, per l’80° anniversario in Francia. Distinguerle da quelle normali era impossibile, ma contenevano fino a 20.580 euro.

7. UN GIOIELLO IN SCATOLA
Tabellone lastricato d’oro a 23 carati, casette tempestate di rubini e diamanti incastonati nei dadi. È la versione più cara del gioco, realizzata nel 1998 a San Francisco dal gioielliere Sidney Mobell. Valore? Due milioni di dollari.

8. IL GIGANTE AUSTRALIANO
A Sydeny, per festeggiare il 70° compleanno del gioco, è stato creato un Monopoly gigante: 440 metri quadrati di estensione.

9. CAMPIONATI DEL MONDO
Dal 1973, ogni anno, si giocano i Mondiali di Monopoly. Per accedere alle fasi finali bisogna vincere il torneo nazionale. Il campione iridato del 2015 è un italiano: Nicolò Falcone, 30 anni, di Venezia. A Macao ha vinto il montepremi di 20.580 dollari e li ha usati per fare il giro della Cina insieme alla fidanzata.

10 . SPUNTA IL GATTO
Ogni versione del gioco ha le sue pedine. In quella statunitense si utilizzano, fra gli altri, un’automobile, un cannone, un cavallo a dondolo, un ditale, una borsetta e un cappello a cilindro e un ferro da stiro. Quest’ultimo è stato sostituito, per richieta dei fan su Facebook, da un gattino.

Così l’UK spierà l’attività online degli utenti

La Stampa
carola frediani

Un nuovo disegno di legge amplia i poteri di sorveglianza del governo britannico. Registrati e accessibili senza mandato tutti gli accessi ai siti web fatti dai cittadini



Doveva essere la legge del “dopo Snowden”, che metteva un freno agli eccessi della sorveglianza sulle comunicazioni elettroniche da parte del governo di Londra, che come è noto è stato un grande protagonista del Datagate insieme all’agenzia americana Nsa. Invece, il disegno di legge presentato ieri dal ministro dell’Interno britannico Theresa May, pur introducendo alcune salvaguardie formali, fa essenzialmente due cose: legittima forme di raccolta dei dati e delle comunicazioni che finora erano avvenute al limite o oltre la legalità e in segreto; e introduce nuovi poteri di sorveglianza elettronica da parte degli organi investigativi e dei servizi segreti inglesi. 

La novità più importante e controversa è la seguente: l’attività internet di ogni cittadino britannico, sotto forma dei suoi accessi ai siti web, sarà conservata per un anno da provider e telco e resterà a disposizione di polizia e intelligence senza la necessità di alcun mandato. Stiamo parlando di tutti i siti e servizi internet visitati online da tutti gli utenti britannici. La legge distingue fra gli accessi ai siti (alla loro home) e la navigazione più dettagliata all’interno delle loro pagine. A essere raccolti e accessibili senza un mandato saranno solo i primi. Mentre l’intera storia dell’attività di navigazione di un utente sarà accessibile solo con un mandato.

Vuol dire che si potrà vedere senza mandato di un giudice se un utente ha visitato La Stampa, o Wikileaks, o You Porn, o un forum sul consumo di droghe o su pratiche sessuali, o un sito medico per problemi alla prostata, o un sito di attivisti considerati estremisti, ecc ma non le singole pagine interne di quei siti. Per queste ultime, ben magra consolazione, serve un mandato. Qui un esempio che rende l’idea:

Cattura

Il disegno di legge sui poteri investigativi (Investigatory Powers Bill) presentato ieri dal governo britannico non si ferma qua. Tra le altre cose esplicita per la prima volta il fatto che i servizi di sicurezza abbiano facoltà di raccogliere in massa grandi quantità di dati sulle comunicazioni personali; così come di poter hackerare computer e telefoni di sospettati (per questioni di “sicurezza nazionale” e non specificati “crimini gravi”) per spiarne le attività. L’hacking di Stato viene chiamato, graziosamente, “interferenza degli apparecchi” (equipment interference).

Non solo: si richiedono nuovi obblighi alle aziende tech che forniscono servizi di comunicazione, le quali saranno obbligate ad assistere le autorità qualora sia necessario aggirare la cifratura. Questo è un aspetto non solo controverso e delicato, ma oscuro nel suo significato effettivo e nella sua realizzazione pratica. Il testo della legge - che si prevede possa entrare in vigore dal dicembre 2016 - dice che i servizi di comunicazione saranno obbligati a rimuovere la cifratura se necessario alle indagini. Da questo punto di vista sia il disegno di legge che il governo sono ambigui: sostengono di non voler mettere al bando la cifratura, ma sembrano pretendere che le aziende aiutino i servizi di sicurezza a decifrare le comunicazioni.

O che facciano in modo di renderle decifrabili. Questo però solleva molti problemi, oltre a rendere internet più insicuro, come nota lo stesso Edward Snowden: ad esempio, si scontra con alcuni aspetti tecnici di un tipo di cifratura, quella cosiddetta end-to-end: quella che Apple implementa in iMessage, o la app Telegram nelle sue chat cifrate, o anche la app Signal, o la stessa WhatsApp . Si tratta di un tipo di cifratura in cui solo gli utenti ai due estremi della comunicazione possono leggere i messaggi; nemmeno il fornitore del servizio (Apple, Telegram ecc) può farlo al loro posto. 

«La legge prende di mira e mette al bando la crittografia end-to-end», commenta via Twitter a La Stampa l’attivista digitale Aral Balkan. Secondo Peter Sunde, cofondatore di Pirate Bay e oggi attivista e imprenditore della Rete, l’impatto della nuova legge si avrebbe anche su altri servizi, come le VPN, reti private virtuali che cifrano e anonimizzano il traffico degli utenti. “In futuro - dice via Twitter alla Stampa - dovremo liberarci di sistemi di comunicazione centralizzati, proprio per evitare che subiscano messe al bando”.

Per alcuni osservatori, il disegno di legge sembra rilanciare e rendere più incisiva una clausola che richiedeva alle aziende cooperazione nel decifrare le comunicazioni e che era già presente in una delle precedenti leggi inglesi che il disegno attuale cerca di unificare. Il che non fa che aumentare i dubbi sulla sua effettiva applicazione: riguarderà o no iMessage, Whatsapp, Telegram ecc? Di sicuro, la tentazione di mettere alle strette (e al proprio servizio) questi strumenti va avanti da un po’ in UK.
In generale, la preoccupazione per gli effetti e la reale applicazione del nuovo disegno di legge, fra chi si occupa di Rete e diritti, è palpabile.

«Introdurre la sorveglianza di massa di tutte le connessioni internet di ogni britannico senza un mandato è impensabile per una democrazia moderna», ha dichiarato ieri la Web Foundation, organizzazione fondata da Tim Berners-Lee, il “papà” del Web. Mentre per Amnesty International, i nuovi poteri avvicinerebbero la Gran Bretagna a “uno stato di sorveglianza”.

«È un’intrusione inaccettabile, agghiacciante», commenta a La Stampa l’avvocato e fellow del Centro Nexa su Internet & Società Carlo Blengino, ricordando come per la legge italiana la navigazione web non debba invece essere tracciata dal fornitore d’accesso. «La memorizzazione di ciò che visito e cerco in rete, a disposizione dello Stato, è una indubbia molestia che incide sulla mia libertà di espressione, più che sulla mia privacy, intesa come protezione del dato.

Il tipo di profilazione che emerge dalla navigazione web è infatti una intrusione profonda nella personalità dell’utente», e spesso falsata ed equivocabile anche a fini di indagine. «Se viene istituzionalizzata e legalizzata - ragiona Blengino - crea un vincolo (una non-libertà) immediatamente percepibile dall’utente». Cosa significa? “Che un utente oggi propenso a visitare un certo sito, ad esempio un sito di estrema destra/sinistra, se sa che quella visita rimarrà un dato registrato e accessibile, e che potrebbe attribuirgli un profilo che non gli appartiene…alla fine si asterrà dal visitarlo”». E questo incide proprio, oltre che sulla privacy, sulla libertà di espressione. 

Ecco quanto guadagnano i presidenti

La Stampa
francesca schianchi

Per Zaia e Zingaretti 13.800 euro al mese. Il premier si ferma sotto quota 9.600



«Vogliamo discutere che non c’è un presidente di regione che guadagna meno del presidente del Consiglio?». Non era esattamente la frase giusta per stemperare il clima, quella pronunciata dal premier Matteo Renzi martedì sera davanti ai parlamentari del Pd riuniti a Montecitorio: «Probabilmente si riferiva ai deputati», la liquida il presidente toscano Enrico Rossi; «questa risposta non risolve i problemi che i governatori gli pongono», aggiunge il pugliese Michele Emiliano, mentre il collega ligure Giovanni Toti puntualizza che «i governatori guadagnano quanto è stabilito dalla legge».

Ma quanto è? La Conferenza delle regioni, un paio d’anni fa, ha individuato un massimale che non può essere superato: 13.800 euro lordi mensili onnicomprensivi per il presidente, e 11.100 per i consiglieri regionali. Entro quelle cifre, ogni regione si regola come crede. Ma deve rendere pubbliche le proprie scelte: in base a un decreto legislativo del 2013, anche le Regioni sono tenute a pubblicare sul proprio sito web una serie di dati, tra cui i «compensi di qualsiasi natura connessi all’assunzione della carica». 

Obbligo a cui ottempera il Lazio, per esempio, facendoci scoprire che il presidente Nicola Zingaretti ha diritto a 13.800 euro lordi complessivi al mese, esattamente come il suo omologo veneto, Luca Zaia, ma anche come il pugliese Emiliano e il calabrese Mario Oliverio, anche se le tre voci che costituiscono il totale uguale per tutti (indennità di carica, indennità di funzione e rimborso delle spese per l’esercizio del mandato), sono diversamente distribuite da una regione all’altra. Poco meno è previsto per il governatore ligure Toti, 13.764 lordi: nel suo caso, si legge anche la proiezione del guadagno netto, 10.514,77 euro. Poco più del netto che, fanno sapere dalla Regione Campania, spetta al presidente Vincenzo De Luca: per lui 10.240 euro.

Importi lordi simili spettano anche al presidente della Lombardia, Roberto Maroni (13.245 euro), e al toscano Enrico Rossi, 13mila tondi tondi, che moltiplicati per le dodici mensilità a cui hanno diritto consiglieri e presidenti, fanno un conto di 156mila euro l’anno: ieri Rossi diceva «io prendo quanto un direttore, anzi meno del direttore generale della mia regione», ebbene è vero, stando al sito istituzionale il «suo» direttore generale viaggia sui 170mila lordi annui. 

Scende a un assegno di 12.530 euro mensili al lordo delle tasse la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani; meno di lei, in Piemonte, spetta a Sergio Chiamparino, che ha diritto a 12.420 lordi. A notevole distanza si colloca l’Emilia Romagna: il suo presidente, Stefano Bonaccini, sta sui 9758 lordi. L’unico che potrebbe contestare le parole di Renzi: per lui, Palazzo Chigi prevede un’indennità lorda di 9.566,39 euro al mese.

I tweet e l’ironia macabra Ascesa e caduta di Chaouqui «Sto nelle segrete dei Papi»

Corriere della sera

di Fabrizio Roncone

La lunga scalata della pr che diceva: «Sogna l’impossibile». «Non passai il test di Medicina, ma sorpresi Andreotti»



«Scherzi?», s’erano scandalizzati nella sala stampa vaticana. «Quella ormai deve starsene zitta e buona». Può fare comodo immaginarla impaurita e pronta a collaborare. Corvo spennato. Lobbista mortificata. Gesuita pentita.

E invece Francesca Immacolata Chaouqui se la ride, fa la spiritosa.

(Sono innocente. Non ho tradito il Papa. Non ho passato fogli a nessuno. E, davvero, non ho altro da aggiungere... Anzi, no, una cosa da aggiungere c’è: le ultime ore l’ho trascorse a smentire colloqui riservati che i giornalisti poi trasformano in interviste.
Lei sta scrivendo?
Sì.

«Appunto. Vedersi tradire la fiducia è la cosa peggiore che possa capitare a una persona».
Lo dica al Santo Padre.
«Sono state scritte un mucchio di bugie...».
Lei ora dov’è?
«Vuol sapere dove sono?».
È un segreto?
«Sono ai ferri, in una cella di Castel Sant’Angelo... mentre Monsignore...».
Monsignor Lucio Angel Vallejo Balda?

«Sì... Lui, purtroppo, è già stato crocifisso a testa in giù. Una fine orribile, mi creda»).

Ironia macabra, ma che aiuta a capire: è una donna di 31 anni sposata (di Corrado Lanino, il marito, parleremo meglio tra poco) spregiudicata e furba, determinata e veloce. «Sogna l’impossibile e vivilo», le diceva la zia poliomielitica a San Sosti, un paesino in provincia di Cosenza, dove Francesca Immacolata è cresciuta con la nonna e la madre (il padre è un egiziano che aspettò la sua nascita e poi sparì).

L’impossibile: essere nominata nella commissione chiave delle finanze vaticane da un Papa che vuole rivoluzionare la Chiesa. Lei, l’unica donna. Che arriva da lontano a passo veloce. «Giunta a Roma non superai il test per Medicina, così passai a Giurisprudenza. Però mi piaceva scrivere e cominciai a collaborare con un giornale, “Roma In”. Facevo interviste al Senato e Giulio Andreotti lo sorpresi, da solo, in sala lettura.

Gli chiesi un consiglio: mi disse di provare con il famosissimo studio Pavia e Ansaldo... Lì mi assumono e conosco la contessa Marisa Pinto Olori del Poggio, che mi insegna tutto: da come si apparecchia una tavola a come si fanno conoscenze in Vaticano. Passo allo studio “Orrick”, approdo alla “Ernst&Young”, mi iscrivo all’associazione di Enrico Letta “VeDrò”, mi ritrovo spiritualmente vicina all’Opus Dei. Finché, un giorno, mi telefona monsignor Balda: “Sei candidata al comitato referente sui dicasteri economici della Santa Sede”».

Schegge di biografia raccolte da l’Espresso.
Messa così, una carriera leggera, limpida, fortunata.
Invece c’è altro. Molto altro.

Per cominciare: il marito, Corrado Lanino. Si conoscono chattando e, al primo incontro, Francesca Immacolata — all’epoca diciassettenne — di presenta con la divisa dell’Unitalsi di ritorno da Lourdes. Lui è un giovane e geniale consulente informatico che (nella vita le coincidenze sono tutto) finirà a fare il responsabile del terzo livello della rete internet del Vaticano (quello relativo a tutti gli uffici).

Lei, con la rete, è un filo meno fortunata (diciamo così): perché proprio mentre inizia a frequentare da lobbista il sottobosco vaticano — siamo nel 2012, anno di Vatileaks — dal suo profilo Twitter cominciano a partire cinguettii pesanti.

Un po’ sono scritti da persona “informata” di certi fatti: «Paolo Gabriele non è il corvo», «Papa addolorato per arresto cameriere», e poi complimenti enormi al giornalista Gianluigi Nuzzi. Un po’ sono veleno schizzato in rete: il cardinale Bertone è «corrotto», Giulio Tremonti «aveva il conto allo Ior: ufficializzato che è gay, gliel’hanno chiuso», «Papa Ratzinger è affetto da leucemia». Roba pesante.

Ma c’è un colpetto di scena: «Io non c’entro niente con quei tweet. È mio soltanto quello sulla malattia di Ratzinger». Non solo: molti tweet — dopo la nomina alla Commissione finanze — addirittura spariscono dal suo account. «Tutto chiarito: erano screenshot, gli hacker entrarono nel mio profilo».

Gli hacker sono tremendi, peggio di una tigna: del resto, avendo in casa un marito che è maestro di informatica, Francesca Immacolata ne conosce bene la pericolosa abilità.

«Io, comunque, sempre vittima». Come quando, durante la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, organizza un party sulla terrazza della Prefettura degli Affari Economici (Papa Francesco venne a sapere e reagì malissimo). E come pure stavolta, giura: perché è chiaro che monsignor Balda, l’altro presunto corvo di questa stagione vaticana, «mi tira dentro, rabbioso, come impazzito, per alcune promozioni che gli sono state negate».

Monsignor Balda: crocifisso, sghignazzava prima, a testa in giù (evocando, così, il martirio di San Pietro).

5 novembre 2015 | 08:49

Tangenti anche per le beatificazioni

Corriere della sera
di Fiorenza Sarzanini

Terni indaga su Chaouqui e il marito: estorsioni con documenti rubati nei computer.

L’inchiesta sui «corvi» del Vaticano potrebbe arricchirsi di nuovi e clamorosi elementi. Perché si intreccia con un’altra indagine che fa tremare le gerarchie della Santa Sede: è stata avviata dalla Procura di Terni e coinvolge l’esperta di pubbliche relazioni Francesca Immacolata Chaouqui e suo marito Corrado Lanino. I reati ipotizzati sono estorsione e intrusione informatica in un quadro di pressioni e ricatti simile a quello che ha fatto finire in arresto monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e la stessa Chaouqui, rimessa in libertà dopo la decisione di collaborare con i promotori di giustizia della Santa Sede.

E questo basta a confermare come l’attenzione rimanga puntata su centinaia di documenti riservati — nella maggior parte riguardanti la gestione dello Ior, ma anche altri settori strategici — che risultano trafugati ma non ancora utilizzati, almeno pubblicamente. Carte segrete sui conti «laici» dello Ior ma anche lettere personali, dossier e fotografie sottratti un anno e mezzo fa dalla cassaforte della Prefettura degli affari economici. Relazioni sull’attività dei «postulatori» che avrebbe fatto emergere pagamenti sottobanco per la gestione delle pratiche su canonizzazioni e beatificazioni. Uno scenario che rischia di travolgere numerosi uffici Oltretevere.
La coppia indagata e i ricatti
Il fascicolo di Terni nasce nell’ambito degli accertamenti sul dissesto della Curia locale che avevano coinvolto monsignor Vincenzo Paglia. La posizione del prelato è stata archiviata, ma i controlli disposti dal pubblico ministero Elisabetta Massini hanno fatto emergere gli affari e la rete di relazioni di Chaouqui e di suo marito, esperto informatico, fino a qualche tempo fa webmaster del circuito informatico di terzo livello della Santa Sede, poi trasferito nella clinica Santa Lucia con lo stesso incarico. Soprattutto hanno delineato l’attività illecita che avrebbe consentito a lui di «entrare» in numerosi computer e carpire informazioni riservate da utilizzare poi per ottenere favori e incarichi per entrambi, ma anche per persone a loro vicine.

Un copione analogo e forse per alcuni aspetti sovrapponibile a quello seguito da Vallejo Balda e dalla Chaouqui per ottenere notizie e rubare atti della Santa Sede in parte pubblicati nei due libri usciti ieri, in parte tuttora segreti. Una modalità di azione sulla quale si svolgeranno adesso nuove verifiche, soprattutto alla luce di quanto è poi emerso grazie al lavoro della gendarmeria vaticana guidata da Domenico Giani. E questo potrebbe far allungare la lista delle persone sospettate di aver aiutato il monsignore e la donna a carpire le informazioni grazie alle intrusioni informatiche. Coinvolgendo proprio Lanino e altri esperti di computer da tempo finiti sotto controllo da parte degli investigatori della Santa Sede e in alcuni casi già convocati come persone informate dei fatti, ma anche a rischio di subire provvedimenti più gravi.
I conti dei «postulatori»
Una vera e propria «rete» che potrebbe aver agito in diverse situazioni e per raggiungere svariati obiettivi. Uno riguarda certamente i conti dello Ior. Le verifiche effettuate negli ultimi tre anni accreditano l’ipotesi che siano oltre cento i depositi intestati ai «laici» la cui identità è celata con intestazioni cifrate. Tra loro ci sono alcuni che più di altri potrebbero aver attirato l’attenzione di chi voleva creare un nuovo scandalo nella Chiesa. Appartengono infatti ad avvocati «postulatori», cioè coloro che istruiscono le cause di canonizzazione e beatificazione. Un lavoro che può durare anni, ed è inevitabilmente segnato dalla capacità di rendere più celere la procedura.

Tra i documenti trafugati ci sarebbero proprio quelli che parlano di soldi versati per «pilotare» i fascicoli. Vere e proprie tangenti transitate su quei conti finiti adesso al centro dell’attenzione. Non solo. Le carte ricostruiscono anche i rapporti con i religiosi che hanno il compito di gestire le pratiche, quelle con gli esperti medici chiamati a fornire il loro parere — talvolta decisivo — sui casi esaminati. E adesso si sta cercando di scoprire come siano state utilizzate, quale percorso abbiano fatto in un quadro illecito che non appare ancora ben delineato. Perché sono centinaia i documenti trafugati ma soltanto una minima parte è stata resa pubblica.
Foto e dossier sui prelati
Ci sono i conti Ior, ma ci sono anche le lettere personali custodite nella cassaforte della prefettura violata un anno e mezzo fa, le fotografie che Vallejo Balda avrebbe scattato o recuperato e non sarebbe riuscito a «vendere». Materiale che in molti casi riguarda la vita privata dei religiosi e per questo fa paura. L’analisi del telefonino e del computer dell’alto prelato — sequestrati una decina di giorni fa — ha consentito di tracciare i suoi contatti facendo emergere i nomi delle persone con cui aveva rapporti.

E su questo si lavora per ricostruire cosa sia avvenuto negli ultimi mesi, soprattutto da quando il monsignor aveva manifestato la delusione per non aver ricevuto da papa Francesco l’incarico che si aspettava al vertice della Segreteria oppure del Consiglio per l’Economia e, anche pubblicamente, avrebbe promesso di vendicarsi. La convinzione del promotore di giustizia Gian Piero Milano e dal suo aggiunto Roberto Zannotti è che il movente possa essere questo ma l’indagine non è ancora conclusa, nessuno può escludere che dietro questa nuova vicenda ci siano anche altri interessi.

5 novembre 2015 | 07:11

La relatrice sulle unioni civili e la casa di Propaganda Fide

Corriere della sera

La senatrice dem: «Falso, mi vogliono screditare. I preti ci dissero che se avessimo ristrutturato ci avrebbero spalmato il costo per 12 anni: sborsammo 150 milioni»

Cattura

Viene citata anche lei, la senatrice dem Monica Cirinnà, relatrice delle unioni civili in Parlamento, nel libro appena uscito per Feltrinelli di Emiliano Fittipaldi, «Avarizia», su ricchezze, segreti e scandali del Vaticano. Viene chiamata in causa per una casa di 100 mq, su due livelli, in via dell’Orso, a due passi da piazza Navona, presa in affitto da Propaganda Fide (la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli) a soli 360 euro al mese. «Falso, mi vogliono screditare per la mia attività. I preti ci dissero che se avessimo ristrutturato ci avrebbero spalmato il costo per 12 anni: sborsammo 150 milioni. Poi, dal 2011, a fine contratto, ci chiesero 3 mila euro al mese e andammo via».

5 novembre 2015 | 08:26

Ritorno sul «luogo del delitto» Il G7 del 2017 verso La Maddalena

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

L’idea del governo: utilizzare le strutture mai usate nel 2009 quanto il summit fu spostato, dall’allora premier Berlusconi, a l’Aquila. Il «trasloco» rese di fatto inutili i lavori portati a termine a tempo record con costi ingentissimi

Cattura

«L’assassino torna sempre sul luogo del delitto, specialmente se la prima volta non è riuscito a commetterlo», dice Groucho in una delle storie di Dylan Dog. Non ci sarebbe battuta migliore di questa, pronunciata dal personaggio fumettistico chiaramente ispirato al comico Groucho Marx, se volessimo raccontare con il necessario sarcasmo ciò che potrebbe accadere a La Maddalena. Perché l’idea di organizzare il G7 del 2017 in quel paradiso naturale che doveva essere la sede del G8 del 2009, poi fatto traslocare a L’Aquila da Silvio Berlusconi è più che una semplice suggestione.

A Palazzo Chigi sta prendendo corpo l’ipotesi di curare la dolorosa ferita inferta a La Maddalena con la stessa medicina: il medesimo grande evento abortito per cui lo Stato ha già dissipato quasi mezzo miliardo di euro in opere faraoniche gestite dalla cricca degli appalti della vecchia Protezione civile, di fatto mai utilizzate e lasciate lì da anni a marcire in balia dell’incuria e della salsedine. La proposta è maturata nel corso di una serie di incontri riservati con esponenti della giunta regionale sarda presieduta da Francesco Pigliaru.

«L’assassino torna sempre sul luogo del delitto, specialmente se la prima volta non è riuscito a commetterlo», dice Groucho in una delle storie di Dylan Dog. Non ci sarebbe battuta migliore di questa, pronunciata dal personaggio fumettistico chiaramente ispirato al comico Groucho Marx, se volessimo raccontare con il necessario sarcasmo ciò che potrebbe accadere a La Maddalena. Perché l’idea di organizzare il G7 del 2017 in quel paradiso naturale che doveva essere la sede del G8 del 2009, poi fatto traslocare a L’Aquila da Silvio Berlusconi è più che una semplice suggestione.

A Palazzo Chigi sta prendendo corpo l’ipotesi di curare la dolorosa ferita inferta a La Maddalena con la stessa medicina: il medesimo grande evento abortito per cui lo Stato ha già dissipato quasi mezzo miliardo di euro in opere faraoniche gestite dalla cricca degli appalti della vecchia Protezione civile, di fatto mai utilizzate e lasciate lì da anni a marcire in balia dell’incuria e della salsedine. La proposta è maturata nel corso di una serie di incontri riservati con esponenti della giunta regionale sarda presieduta da Francesco Pigliaru.

Da tempo, comitati locali si battono perché quello sconcertante disastro venga affrontato, nel più completo disinteresse dei governi che di volta in volta si sono succeduti: ben quattro dal 2009. Qualche settimana fa è iniziata a Sassari una raccolta di firme promossa dallo storico dell’arte Amedeo Chessa e da Paola Guerra Anfossi, direttrice della Scuola internazionale Etica & sicurezza dell’Aquila, proprio per chiedere a Matteo Renzi di indicare La Maddalena come sede del prossimo G7 da tenersi in Italia fra due anni, persuasi che soltanto in questo modo si possa dare una svolta a una situazione scandalosamente surreale. Convinzione che sembra ora aver fatto breccia anche a Palazzo Chigi.

Perché ogni giorno che passa, il degrado si mangia un pezzo del «Main conference» dove i rivestimenti cadono a pezzi, dell’hotel a cinque stelle che avrebbe dovuto ospitare i potenti della Terra, degli spazi pubblici, dei giardini... Quando non ne salta fuori addirittura una nuova. La settimana scorsa, per esempio, i magistrati hanno scoperto una discarica abusiva di un ettaro. C’erano interrati i resti delle demolizioni dei cantieri della cricca, compresa a quanto pare una grande quantità di amianto. I lavori con il bollino della Protezione civile che inquinano un luogo che doveva essere disinquinato: bel colpo. Il che pone adesso il problema di una seconda bonifica. Dopo che con la prima è successo quello che è successo. E qui bisogna fare un passo indietro.

Siamo nel 2009. La concessione per gestire le strutture ricettive dopo il G8 fantasma viene assegnata alla Mita resort dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Il concessionario dovrebbe versare 31 milioni subito e poi pagare un canone di 65 mila euro l’anno: una inezia, per un posto che dovrebbe richiamare un turismo nautico di altissimo livello con la possibilità di ospitare yacht di cento e più metri. Tutto è però legato alla bonifica dello specchio di mare antistante. Che nessuno fa. Ragion per cui l’operazione non decolla e Mita resort trascina la Protezione civile davanti a un collegio arbitrale con una richiesta di 210 milioni di danni. Gliene vengono riconosciuti 39 e la concessione viene dichiarata risolta. Con il paradosso che mentre Emma Marcegaglia è in causa con lo Stato il governo di Matteo Renzi la nomina al vertice dell’Eni. Ovvero, la più grande e importante impresa statale.

Ma non finisce qui. Sorvoliamo sui contenziosi relativi alla proprietà, un altro incredibile pasticcio che occuperebbe troppo spazio per essere raccontato nei dettagli. Vi basti sapere che il padrone dovrebbe essere la Regione Sardegna, ma probabilmente si ridurrà a essere soltanto il custode giudiziario. Il problema continua a essere la bonifica, che ha richiesto più di un anno per il solo progetto. E poi la causa con la società della presidente dell’Eni, non ancora risolta.

La Protezione civile, che a perdere tutti quei soldi non ci pensa minimamente, ha fatto ricorso contro il lodo arbitrale. Nel ricorso, per giunta, si cita anche la Regione Sardegna, con il nemmeno troppo sorprendente risvolto tutto italiano di un pezzo dello Stato che chiama in giudizio un altro pezzo dello stesso Stato. Il tutto davanti alla Corte d’appello: la quale, a conferma della straordinaria efficienza della giustizia italiana, ha fissato la prima udienza per il merito della questione, tenetevi forte, al giorno 2 novembre 2018. Fra tre anni esatti.

È chiaro che nemmeno il G7 potrà sciogliere una selva tanto intricata di carte bollate e inchieste giudiziarie. Ma si potrà mettere fine a certe indolenze e assurdità burocratiche, nella speranza che tutti quei soldi non finiscano una volta per tutte nel cestino. A La Maddalena e a tutti i contribuenti almeno questo era dovuto.

5 novembre 2015 (modifica il 5 novembre 2015 | 07:32)

Stato-mafia, Mannino assolto un duro colpo per il processo più discusso degli ultimi anni

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

L’assoluzione di Calogero Mannino, che aveva scelto il rito abbreviato rispetto agli altri, toglie alla ricostruzione fatta dal pool della Procura di Palermo il presupposto del «patto occulto» tra Cosa nostra e politici siglato nel periodo caldo delle stragi

Cattura

Il primo verdetto sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia è una cocente sconfitta per l’accusa. L’assoluzione dell’imputato Calogero Mannino, che aveva scelto il rito abbreviato rispetto agli altri (uomini delle istituzioni e «uomini d’onore») toglie alla ricostruzione fatta dal pool della Procura di Palermo il presupposto del «patto occulto» tra Cosa nostra e politici siglato nel periodo caldo delle stragi, fra il 1992 e il 1994.

Secondo i pubblici ministeri era stato infatti proprio l’ex ministro democristiano, all’indomani dell’omicidio del suo collega di partito Salvo Lima nel marzo ‘92, a imbastire i primi contatti temendo di essere la vittima successiva dell’offensiva mafiosa. Sarebbe stato lui a innescare la trama della trattativa, e il conseguente rafforzamento del ricatto dei boss: ottenere vantaggi (soprattutto sul piano della legislazione antimafia e il trattamento carcerario per i detenuti) in cambio della cessazione degli attentati.

Ora il giudice a cui l’imputato aveva affidato il proprio destino ha stabilito che non è andata così: Mannino non ha commesso il reato di «violenza o minaccia a un Corpo politico dello Stato», in concorso con gli stragisti. Assoluzione «per non aver commesso il fatto»; il che non significa che «il fatto non sussiste». Dunque non è una sconfessione totale dell’ipotesi che la trattativa ci sia stata (con annesso ricatto); Mannino tuttavia non vi ha preso parte. E visto il ruolo che la Procura gli aveva assegnato, è una pesante smentita alle tesi dell’accusa.

La seconda, dopo l’assoluzione (in primo grado, ora è in corso l’appello) dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori (alla sbarra anche nel processo principale sulla trattativa, tuttora in corso di svolgimento) per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Il dibattimento per tutti gli altri imputati va avanti, i pubblici ministeri hanno già annunciato che faranno ricorso contro il verdetto su Mannino prima ancora di conoscerne le motivazioni. Di certo però, il processo che più di tutti ha fatto discutere nel corso degli anni, provocando polemiche e conflitti che sono arrivati fino al Quirinale per le intercettazioni in cui casualmente incappò anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha subito un duro colpo.

4 novembre 2015 (modifica il 4 novembre 2015 | 13:08)

Colpa del Prof

La Stampa
Massimo Gramellini

Durante le lezioni i ragazzini di una media di San Francesco al Campo, nel Torinese, riprendono gli insegnanti con il telefonino (il cui uso in classe è severamente proibito, dunque tacitamente tollerato) per poi metterli alla berlina sui social. I prof si lamentano e ventidue teleoperatori in erba finiscono sospesi da scuola. Molti genitori insorgono. Per sgridare la spregiudicata prole? Giammai. Deprecano la rigidità degli insegnanti: perché prendersela per una ragazzata che alla peggio finirà sotto gli occhi di qualche milione di persone?

Con l’assoluzione urbi et orbi, soprattutto orbi, dall’abuso di Instagram e Facebook, si restringe sempre più la sfera dei comportamenti scolastici attribuibili ai figli. Se tirano uno schiaffo al prof, la colpa è del prof che non ha saputo incutere nella scolaresca il dovuto rispetto. Se gli rubano il registro, la colpa è del prof che lo ha lasciato in vista: una sorta di istigazione a delinquere. Ma anche se gli mettono una mano di vernice sulla sedia e lui/lei ci spalma i pantaloni o la gonna sopra, la colpa è del prof che non ha controllato prima di sedersi. E se gli fratturano il malleolo con una mazza da baseball?

Che domande: la colpa è del prof, anzi della scuola intera, che ha permesso a un oggetto contundente di circolare indisturbato per i corridoi. Se poi un angioletto di mamma e papà prende due in tutte le materie, la colpa è ovviamente e unicamente del prof che non ha saputo stimolare l’allievo e interessarlo alle lezioni. In realtà ci sarebbe una colpa che non si può dare ai figli (e tantomeno al prof): di avere dei genitori così.

Documenti falsi, microspie e messaggi cifrati: la storia dei servizi segreti francesi svelata in una mostra a Parigi

Corriere della sera

1

Un libro in codice criptato risalente all’epoca di Enrico III di Francia tra gli oggetti esposti nella mostra «Il segreto di Stato. Sorvegliare, proteggere, informare. Dal XVII al XXI secolo», nella sede degli Archivi nazionali francesi all’hôtel de Soubise a Parigi. Da Chevalier d’Éon, diplomatico francese dell’epoca di Luigi XV, spia e avventuriero che visse la sua prima metà della sua vita come uomo e l’altra metà come donna, fino agli agenti segreti della Quinta Repubblica, la mostra racconta passo passo come si è evoluta la politica di intelligence col passare dei secoli. Resterà aperta fino al 28 febbraio 2016. (Afp)

2
Un’immagine della mostra «Il segreto di Stato. Sorvegliare, proteggere, informare. Dal XVII al XXI secolo» (Afp)

3
Una delle sale della mostra «Il segreto di Stato. Sorvegliare, proteggere, informare. Dal XVII al XXI secolo», aperta nella sede degli Archivi nazionali francesi all’hôtel de Soubise a Parigi (Afp)

4
Alcuni documenti falsi, utilizzati da spie a agenti segreti (Afp)

5
Una ricetrasmittente nascosta in una scatola di fiammiferi. C’è anche questo fra gli oggetti esposti a Parigi nella mostra «Il segreto di Stato. Sorvegliare, proteggere, informare. Dal XVII al XXI secolo» (Afp)

6
In questa foto uno strumento utilizzato negli anni ‘60 per spiare dal buco della serratura (Afp)

7
In questa immagine il telefono cellulare «Teorem», considerato impenetrabile, per un massimo livello di sicurezza. Realizzato nel 2010, era stato l‘allora presidente francese Nicolas Sarkozy a volerlo e testarlo per primo (Afp)

8
Questo strumento del 1980 veniva utilizzato per rilevare la presenza di microspie (Afp)

9
L’orologio a sinistra nella foto è dotato di un meccanismo per rilevare la presenza di microspie. Quello a destra invece, nasconde al suo interno una piccola microcamera (Afp)

10
Una Minox Lx, fotocamerautilizzata anche in numerosi film di spionaggio (Afp)

12
Uno degli oggetti esposti nella mostra, a Parigi, sul segreto di Stato, che chiuderà i battenti il 28 febbraio 2016 (Afp)

13
IN questa foto alcuni timbri falsi utlizzati dalla Resistenza in Francia tra il 1940 e il 1944 (Afp)

14
A sinistra la medaglia della «Direction centrale du renseignement intérieur», il servizio informazioni all’interno della Francia. A destra quella «French Direction de la Surveillance du Territoire», attiva prima di essere sostituita dalla DCRI (Afp)

15
Nello scatto un dispositivo per le comunicazioni criptate, usato dal generale francese Charles De Gaulle (Afp)

16
In questa foto un telefono Matra utilizzato dalla Marina Militare (Afp)

Vita da suora, anni di vessazioni in forza di quel patto di obbedienza scritto col sangue

Corriere della sera
Amalia De Simone /Corriere TV

Due documenti inediti: una lettera scritta col sangue e un marchio a fuoco. Violenza e sottomissione nell’inchiesta della procura di Avellino sull’istituto religioso dei frati dell’Immacolata: in un dossier storie di presunte vessazioni, abusi, strani giri di denaro e perfino istigazione alla prostituzione.



Le macchie di sangue sono così intense che le frasi che tracciano sembrano ferite ancora aperte.

Eppure sono passati ormai 22 anni. Ventidue anni da quella notte in cui alcune suore giurarono obbedienza in una cappella con un rito simile alla «pungiuta», usata dalla ‘ndrangheta per affiliare i membri del clan. È il racconto di una donna che è stata per 12 anni una suora e che insieme ad altre sue consorelle con quel rito dice di aver promesso devozione e fedeltà a padre Stefano Manelli, cofondatore dell’istituto religioso dei frati dell’Immacolata, istituto di diritto pontificio con sede principale a Frigento (Avellino) e con una costellazione di conventi in tutto il mondo.

Un documento citato in un dossier sulle cui testimonianze indagano i pm della procura di Avellino e in cui si raccontano storie di presunte vessazioni, abusi, violenze, strani giri di denaro e perfino istigazione alla prostituzione. Calunnie secondo Manelli, assistito dall’avvocato Enrico Tuccillo. Il dossier fu assemblato dal commissario apostolico del Vaticano, padre Fidenzio Volpi, nominato nel 2013 dopo la sospensione del superiore Padre Stefano Manelli. L’esposto che conteneva il documento, fu presentato all’autorità giudiziaria dal legale Giuseppe Sarno dopo l’improvvisa morte di monsignor Volpi, avvenuta lo scorso giugno.

Nel documento ci sono numerose dichiarazioni di frati, suore e familiari di religiosi che tracciano un quadro cupissimo della gestione dell’istituto dedicato all’Immacolata. La promessa di obbedienza vergata col sangue che mostriamo insieme ad alcune testimonianze non è l’unico documento inedito: c’è anche la fotografia di una suora marchiata a fuoco. E questa volta a parlare non sono solo parole sulla carta: «Ho già testimoniato in Vaticano e sono disposta a far esaminare la lettera scritta col sangue e poi controfirmata da padre Stefano Manelli, dai periti della procura.

Lo faccio perché ho il dovere di far emergere cosa accadeva in quei conventi lager, dove ci sono ancora nostre sorelle che soffrono». «Ti devi fare santa» era questa la parola d’ordine utilizzata secondo quei racconti, per convincere suore e frati a sopportare la sofferenza di malattie senza potersi curare, mangiare cibi scaduti e frustarsi: «Mangiavamo la cenere nei pasti e spesso lo facevamo in ginocchio – racconta un’altra ex suora che ora vive in sud America – La sera ci frustavamo con la disciplina, uno strumento con delle punte di ferro.

Mentre lo facevamo dovevamo pregare e gli schizzi di sangue imbrattavano i muri. Portavamo anche un cuore fatto con dei chiodini. Lo mettevamo a contatto con la pelle. Io mi sono anche marchiata a fuoco due volte». Dichiarazioni su cui la pm Adriana Del Bene della procura di Avellino ha disposto indagini. Ma in procura non c’è un solo fascicolo: c’è infatti anche un’indagine per truffa aggravata e falso ideologico che ha portato al sequestro di 30 milioni di euro a due associazioni legate all’istituto. Il tribunale del riesame ha poi dissequestrato i beni ma la procura ha proposto ricorso in Cassazione e l’avvocato Sarno ha interpellato sul caso anche il tribunale civile.

Le indagini del procuratore Rosario Cantelmo e del pm Fabio Del Mauro sono focalizzate su una serie di condotte fraudolente che sarebbero state attuate per poter mantenere il controllo sui cospicui patrimoni dell’istituto, così da impedire al commissario apostolico (nominato dalla Santa Sede) di governare l’ordine religioso. Pochi giorni fa la Santa Sede ha commissariato anche l’istituto religioso delle suore. I soldi sono un capitolo molto importante anche nel secondo fascicolo, quello sugli abusi. A parlare è ancora una volta la principale testimone della vicenda che lancia accuse gravissime di presunti casi di induzione alla prostituzione:

«Ci mandavano da alcuni “benefattori” molto ricchi e ci chiedevano di essere accondiscendenti. Io mi sono tirata indietro. Anche Manelli aveva modi ambigui». Un atteggiamento raccontato anche nel dossier: «Stavo male quando facevo direzione spirituale con padre Manelli perché facendolo sembrare un fatto naturale spingeva la mia mano verso le sue parti intime». Nelle pagine raccolte da monsignor Volpi ci sono anche altre descrizioni del genere. Enrico Tuccillo, avvocato di padre Manelli, parla del suo assistito come di un perseguitato e paragona la sua vicenda a quella di figure di Santi come quella di San Pio o San Francesco:

«Padre Stefano Manelli desidera vivere in povertà, vuole vivere secondo l’ispirazione tradizionale della chiesa, tutto il resto sono delle strumentalizzazioni e sono delle non verità. Per quanto concerne la truffa credo che il tribunale del riesame abbia già chiarito con il rigetto che non esiste né truffatore né truffato. Poi c’è l’altro filone quello dei dossier delle suore costrette a leccare i pavimenti. È ridicolo e triste. Noi abbiamo già presentato tre denunce per calunnia alla Procura della Repubblica di Avellino».

Rivoluzione Guinness: produrrà birra “vegan friendly”

La Stampa

Svolta dopo 256 anni di storia: niente più colla di pesce nei processi produttivi



Svolta vegana per la Guinness, birrificio irlandese conosciuto per l’omonima birra scura (o stout): dopo 256 anni di storia, la società smetterà di utilizzare la colla di pesce nei suoi filtri per la birrificazione. «Stiamo facendo degli sforzi per migliorare ulteriormente i nostri prodotti», ha dichiarato un portavoce della Guinness al Times, anticipando la volontà di utilizzare un nuovo impianto di filtraggio vegan-friendly. 

Lo storico birrificio ha colto la forza del movimento vegan e la sua mobilitazione sui social network per eliminare la colla di pesce, ricavata dalla vescica natatoria dei pesci. A partire dal diciannovesimo secolo la colla di pesce è stata utilizzata da molti produttori e anche se gran parte viene filtrata nel processo di fermentazione, stando al rapporto stilato dal Times, restano comunque alcune tracce nel prodotto finito.

Perciò Guinness ha annunciato che dal 2016 introdurrà un nuovo metodo nella sua linea di produzione. Non dovrebbe essere difficile, perché, come sottolineano gli esperti, la colla di pesce utilizzata nei filtri, che peraltro non influenza il sapore della birra, può essere facilmente sostituita da alternative vegane come l’agar-agar, la carragenina e la pectina. Come già accade negli altri Paesi. «Soltanto in Irlanda e Inghilterra si usa la colla di pesce nei filtri per la birrificazione, in Italia e nei Paesi dell’Europa continentale non si è mai usata», spiega il direttore di Assobirra, Filippo Terzaghi.

«La birra italiana è da sempre vegana - aggiunge Terzaghi - Anzi, l’unica bevanda fermentata vegana. Non c’è nulla di origine animale. Dirò di più, il nostro è per definizione un prodotto naturale, oltre che vegano, in quanto non utilizziamo additivi».

I Neanderthal erano in Italia già 250 mila anni fa

Corriere della sera

di Giovanni Caprara

Il limite spostato indietro di 100 mila anni studiando meglio la geologia di una cava presso Roma dove alcuni resti furono scoperti nel 1929 e nel 1935

Ricostruzione dell’aspetto dei neanderthal (Ansa)
Datazione più precisa
Dagli scavi erano emersi due crani di Homo neanderthalensis ai quali si era attribuita un’età risalente a 125 mila anni fa. E la datazione era già da record perché risultavano essere i più vecchi rappresentanti della specie nella nostra Penisola. Poi altri resti rinvenuti nella grotta di Altamura in Puglia erano stati ritenuti un po’ più lontani nel tempo, 150 mila anni fa. Ma tutto è stato messo in discussione quando invece di analizzare i reperti si è indagato l’ambiente in cui erano stati sepolti. E studiando gli strati geologici tenendo conto delle variazioni del livello del mare e del loro influsso sulla deposizione dei materiali portati dai fiumi nell’area romana si è giunti a stabilire un’epoca più remota per la valle dell’Aniene, risalente appunto a 250 mila anni fa.
Due crani
Le ricerche sono state condotte da un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) con la collaborazione di studiosi di diverse specialità come paleontologi, geocronologi e paletnologi dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Università americana di Madison-Wisconsin. «I due crani risalivano allo stesso periodo portando l’età del Neanderthal in Italia a 250 mila anni fa, contemporanea a quella riscontrata in Europa centrale dove furono rinvenuti i primi resti attribuiti a questa specie umana», spiega Fabrizio Marra dell’Ingv.
La scomparsa
L’ominide porta questo nome perché le sue prime tracce erano state scoperte nella valle di Neander, vicino a Düsseldorf, in Germania. La sua presenza in varie regioni era stata documentata tra i 250 mila e 40 mila anni fa quando si è diffuso in Europa l’Homo sapiens arrivato dall’Africa, che ha finito per prevalere contribuendo alla scomparsa di chi lo aveva preceduto. Ma prima che ciò accadesse, i neanderthal dovevano essersi uniti ai sapiens (le prove genetiche sono ormai pesanti) e nel nostro Dna si sarebbero conservate tracce del lontano e sfortunato predecessore al quale si attribuisce anche l’invenzione del primo strumento musicale, il flauto.

4 novembre 2015 (modifica il 4 novembre 2015 | 12:29)

Giallo Orlandi, un incubo senza fine Spunta un’altra ragazza scomparsa «Scelta per fare pressioni nel Sisde»

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

Alessia Rosati, 21 anni, militante di estrema sinistra, non rincasò il 23 luglio 1994. Il teste del caso di Emanuela: «Era il periodo dello scandalo dei fondi neri, la contattai per simulare un sequestro, ma all’improvviso sparì». I genitori: «Pensavamo a una fuga»

Alessia Rosati, 21 anni al momento della scomparsa a Roma, nel luglio di 21 anni fa

La aspettano da 21 anni. La stanzetta è rimasta la stessa, al quarto piano di un palazzone di Montesacro, letto, armadio e piccola scrivania. Solo che adesso ci dorme il fratello, disoccupato quasi quarantenne. Il padre e la madre, vigile urbano e addetta alle pulizie, nel frattempo sono andati in pensione. Quando parlano di lei, la prima figlia svanita nel nulla in quella terribile estate ‘94, allargano le braccia impietriti, spalancano increduli gli occhi. «Nel pomeriggio saremmo dovuti partire per la nostra casetta in Umbria. Alessia uscì dicendo che accompagnava un’amica all’esame di maturità e sarebbe tornata in tempo...» Cerchiamo di immaginare: il borsone della villeggiatura già pronto, la mamma alle prese con gli ultimi preparativi, lo spazzolino bene in vista sul lavabo per non dimenticarlo...
Nuovi elementi d’indagine
Alessia Rosati in una fototessera poco tempo prima della scomparsa
Alessia Rosati in una fototessera poco tempo prima della scomparsa

«No, a pranzo non tornò. La sera nemmeno. E neanche per tutta l’estate - sospirano i genitori, seduti allo stesso tavolo della cucina, in via Val di Non, dove quel giorno un piatto restò vuoto -. Non si è fatta sentire mai, neppure una volta. E per noi e Danilo, che allora frequentava l’ultimo anno di liceo, è iniziata una vita assurda, sospesa». C’è dunque un’altra ragazza scomparsa, in questo incubo senza fine che da quasi un terzo di secolo va sotto il nome di «caso Orlandi» sul quale il gip, a metà ottobre, ha decretato una conclusione ufficiale, archiviando l’inchiesta.

Non era ancora tempo, forse? Alcuni spunti investigativi potevano essere approfonditi? Lo diranno i successivi sviluppi. Di certo l’enigma di Emanuela, la figlia del messo pontificio sequestrata nel giugno 1983 (un mese dopo l’analoga sparizione di una coetanea, Mirella Gregori), continua ad alimentare dubbi e misteri. Come quello sulla tragica fine di Katy Skerl, la diciassettenne strangolata a Grottaferrata nel 1984, forse per una ritorsione della fazione opposta al gruppo che aveva organizzato il duplice rapimento. E come quest’ultimo, appunto: il giallo di Montesacro.
La lettera all’amica
La giovane missing, sulla quale la polizia non ha di fatto mai indagato, si chiama Alessia Rosati: aveva 21 anni, era iscritta alla facoltà di Lettere e frequentava il centro sociale sotto casa («Hai visto Quinto?») quando, il 23 luglio 1994, non si presentò per andare in villeggiatura con i suoi. «All’inizio pensammo a una fuga volontaria, anche perché pochi giorni dopo - racconta la mamma - un’amica ricevette una lettera in cui nostra figlia diceva che stava bene, era partita con un ragazzo e intendeva viaggiare in Europa. Qualche segnale di insofferenza in effetti c’era stato. Tempo prima l’avevo sorpresa mentre usciva di casa con il pigiama nella borsa, come se volesse restare fuori senza dircelo. E aveva venduto i suoi amati libri di Agatha Christie, come se volesse mettere da parte dei soldi. Volevamo convincerci che fosse così, che ci avrebbe fatto una bella sorpresa rientrando all’improvviso. Abbiamo sempre vissuto nella speranza di una telefonata, di notizie... Ma ormai sono passati 21 anni, davvero troppi».
Ricatti e timori
Ad aprire la nuova e inquietante pista sono state le dichiarazioni rese in Procura da Marco Fassoni Accetti, il sedicente telefonista (non creduto) del caso Orlandi-Gregori. Dichiarazioni che erano rimaste segrete ed è lui stesso a rilanciare, adesso, in uno scritto sul suo blog dal titolo significativo: «L’altra Emanuela». «Io Alessia Rosati l’ho conosciuta - rivela il fotografo - La contattai a partire dal 1993 per conto del mio gruppo, lo stesso che dieci anni prima aveva promosso l’allontanamento della Orlandi. In quel periodo era esploso lo scandalo dei fondi neri nel servizio segreto civile.

Nostro obiettivo era indurre Alessia a sparire, simulando un sequestro, per fare pressioni su alcuni elementi del Sisde, che avremmo ricattato proprio in relazione alla sorte di questa giovane donna». Se nel 1983 l’intento era quello di contrastare (con la duplice scomparsa di Emanuela e Mirella) la politica anticomunista di papa Wojtyla, 11 anni dopo, insomma, questa sorta di «ganglio» annidato nei centri di potere italiani e vaticani avrebbe voluto interferire nel mondo delle barbe finte.

«Successe però - precisa Accetti, il quale afferma di averne parlato con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, prima dell’archiviazione - che la nostra fazione non ebbe il tempo di far scattare l’operazione, in quanto la ragazza stranamente sparì. Il sospetto, del tutto logico, è che ciò sia avvenuto per mano di coloro che noi volevamo colpire. E che abbia fatto una brutta fine».
Enigma riaperto
Antonio Rosati, padre di Alessia, vigile urbano in pensione
Antonio Rosati, padre di Alessia, vigile urbano in pensione

Si tratta di uno scenario credibile? Nei giorni scorsi lo stesso Fassoni Accetti ha cercato la famiglia, che però si trovava fuori Roma. «Se fornirà elementi precisi, indicando bene circostanze, personaggi coinvolti e motivazioni dei presunti contatti tenuti con mia figlia prima della scomparsa chiederò l’immediata apertura di un’inchiesta», dice Antonio Rosati. Il teste del caso Orlandi finora ha parlato di 4 o 5 personaggi, due dei quali dell’Autonomia romana, gravitanti nella storica sede di via dei Volsci, che avrebbero a vario titolo partecipato con lui al progetto poi saltato. Quanto alla lettera di Alessia, il dubbio che sia stata scritta dietro forzatura o esplicite minacce, per evitare ogni ricerca di polizia, essendo lei maggiorenne, è sempre balenato nella mente dei suoi. Dunque, giallo riaperto. E un’altra famiglia in tormentosa attesa.

4 novembre 2015 | 07:14

Wikipedia attacca la legge che vieta la crittografia: «Apple dovrebbe interrompere le vendite degli iPhone in tutto il Regno Unito»

Il Messaggero
di Antonio Bonanata



Fa discutere la provocatoria proposta avanzata dal fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, secondo cui la Apple dovrebbe interrompere le vendite degli iPhone nel Regno Unito se il Parlamento approverà l’Investigatory Powers Bill, la legge – attualmente in discussione a Westminster e promossa dal governo conservatore di David Cameron – di vietare le comunicazioni totalmente criptate, per ragioni di sicurezza nazionale.

In un tweet, subito diventato virale, Wales si augura che l’azienda californiana fermi le vendite della sua ultima linea di smartphone di fronte al divieto di crittografia “end-to-end”, il paradigma di comunicazione digitale per cui solo mittente e destinatario possono scambiarsi dati e informazioni, senza essere intercettati o letti da altri soggetti. Il fondatore della più grande enciclopedia online, nata nel 2001, si chiede poi retoricamente se il Parlamento inglese abbia il corraggio di commettere una simile sciocchezza.

Gli iPhone contengono, tra gli altri, il programma di messaggistica iMessage, che rischia di cadere nelle maglie della censura previste dal progetto di legge, la cui bozza definitiva è stata presentata dal ministro degli interni Theresa May. Il provvedimento darà mandato ai colossi del web di gestire i dati scambiati nelle comunicazioni private dagli utenti di Facebook, WhatsApp e Google, che ricorrono proprio a un sistema di crittografia “end-to-end”. Ciò significa che i messaggi crittografati potrebbero non essere più tali a causa dell’intervento di queste aziende, qualora esse ritengano opportuno “de-crittarli”. Si prevede, inoltre, che i server conservino le cronologie dei browser per un anno intero, con la possibilità da parte dei servizi di sicurezza di accedervi.

Si ripropone, quindi, il grande dilemma tra difesa della privacy per i cittadini e l’esigenza, parimenti cruciale, di garantire loro la sicurezza. Alcuni ministri hanno già fatto marcia indietro rispetto a dichiarazioni precedenti, in cui si ventilava l’idea di vietare del tutto le comunicazioni criptate. In luglio, il premier David Cameron aveva detto che «non dovrebbero esistere metodi di comunicazione che restano completamente illegibili», suggerendo in tal modo un divieto esplicito della crittografia “end-to-end”.

Ma il governo ha dovuto rivedere le sue posizioni, dopo che non pochi osservatori avevano fatto notare che questo significherebbe la fine di programmi di messaggistica molto popolari, quali WhatsApp, iMessage e Snapchat.

Mercoledì 4 Novembre 2015, 17:14 - Ultimo aggiornamento: 17:55

Non solo l'attico di Bertone: ​ecco gli sfarzi dei cardinali

Sergio Rame - Mer, 04/11/2015 - 18:37

Esce in libreria Via Crucis, il nuovo libro di Nuzzi che mette a nudo tutti i fasti dei cardinali. I cardinali vivono in dimore principesche da 400 a 600 metri quadrati. E l'affitto non gli costa nulla

Vatileaks, atto secondo. Ma, alla base dello scandalo in Vaticano, non ci sono tanto i corvi, quanto piuttosto i fondi destinati ai bisognosi che vengono saccheggiati per far fronte agli sperperi dei cardinali.



"Nel cuore pulsante della Chiesa c’è un buco nero che Francesco scopre dopo molte difficoltà: una malagestione che diventa truffa e raggiro. Grazie alla task force che ha messo in piedi con un colpo di mano senza precedenti, il papa riesce ad accertare che i costi della curia vengono sostenuti impiegando i fondi destinati ai bisognosi. Uno scandalo. I soldi che arrivano in Vaticano, mandati dai cattolici di tutto il mondo per le opere di carità, non finiscono ai poveri ma servono per colmare i buchi finanziari generati da alcuni cardinali e dagli uomini che controllano l’apparato burocratico della Santa sede". Proprio questo scandalo viene messo a nudo nelle pagine di Via Crucis, il nuovo libro-inchiesta di Gianluigi Nuzzi.

"A me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello – afferma papa Francesco nell'udienza generale del 6 luglio 2013 – ma non si può… La macchina è necessaria per fare tanto lavoro, spostarsi di qua e di là… ma prendetene una umile. Se ne volete una bella, pensate ai bambini che muoiono di fame… Giustamente a voi fa schifo quando vedete un prete o una suora che non sono coerenti". Non è un caso se Jorge Bergoglio sceglie il nome di Francesco. Il suo pontificato deve essere teso ad aiutare i poveri. E vuole che lo stesso faccia la sua Chiesa.

E così, invita i senzatetto nella Cappella Sistina e chiede ai responsabili degli istituti religiosi e degli enti che fanno riferimento alla Chiesa di ospitare negli immobili in disuso tutti coloro che ne hanno bisogno. Lo stesso fa per gli immigrati. È il primo a correre a Lampedusa quando si rovesciano i primi barconi nel Mediterraneo. I cardinali sembrano allinearsi al nuovo corso. Ma è una sintonia solo a parole. Come riporta proprio Nuzzi in Vaticano inizia a girare una battuta sarcastica: "Hanno lasciato le auto blu, le berline, nel garage, ora vanno in giro con le piccole utilitarie, le 500, le Fiat Panda, ma vivono sempre nelle stesse regge".

I cardinali si concedono ogni genere di lusso. Sui giornali è finita la storia della casa del cardinale Tarcisio Bertone che, avendo unito due appartamenti all’ultimo piano di Palazzo San Carlo in Vaticano, abita in una residenza da 700 metri quadrati. Ma da quello che appare leggendo Via Crucis l'attico di Bertone è la regola, non certo l'eccezione. "Basti verificare come e dove vivono i porporati che occupano le posizioni più alte nella gerarchia per capire dove vanno a finire i soldi destinati alla carità - scrive Nuzzi nel suo libro-inchiesta - nelle case lussuose del cuore di Roma, realtà inimmaginabili per gran parte dei cattolici, da fare invidia perfino alle star di Hollywood".

Secondo le prove portate dal giornalista, anche i cardinali vivono in dimore principesche da 400, 500, anche 600 metri quadrati. "Vivono da soli o con qualche suora missionaria come assistente, colf, cuoca e perpetua, meglio se proveniente da un paese in via di sviluppo - si legge - sono appartamenti costituiti da sale di ogni tipo: d’attesa, della televisione, da bagno, dei ricevimenti, da tè, della biblioteca, dell’assistente personale, del segretario, d’archivio, della preghiera. 

E ancora camere, cucine e dispense. Residenze in edifici da favola, come lo splendido palazzo del Sant’Uffizio, subito dietro il colonnato di piazza San Pietro: risale al Cinquecento e un tempo ospitava il tribunale dell’inquisizione - scrive ancora Nuzzi - sui l’appartamento più grande, ben 445 metri quadrati, è andato al cardinale Velasio De Paolis, ratzingheriano di ferro, classe 1935, presidente emerito della Prefettura degli affari economici della Santa sede. Con una casa da 409 metri quadrati gli fa compagnia il cardinale sloveno Franc Rodé, ottantun anni, già arcivescovo di Lubiana e amico personale di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo sospeso dal ministero per gravissimi atti di pedofilia. 

È uno dei membri, tra l’altro, del Pontificio consiglio della cultura. Il cardinale Kurt Koch, invece, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, deve accontentarsi di una casa di 356 metri quadrati".

Un altro gruppo di cardinali vive in un bel palazzo vicino a via Conciliazione. "Qui - racconta ancora Nuzzi - sfiora i 500 metri quadrati la dimora del canadese Marc Ouellet, classe 1944, prefetto della Congregazione per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. Il cardinale Sergio Sebastiani, ottantaquattro anni, membro tra l’altro della Congregazione per i vescovi e di quella per le cause dei santi, vive in 424 metri quadrati. Va ricordato che tutti i porporati al di sopra degli ottant’anni conservano un ruolo soprattutto simbolico e non hanno più diritto al voto in conclave per superati limiti di età".

E ancora: "Lo statunitense Raymond Leo Burke, classe 1948, patrono del sovrano militare ordine di Malta, è a suo agio in 417 metri quadrati, così come il polacco Zenon Grocholewski, classe 1939, dal marzo scorso prefetto emerito della Congregazione per l’educazione cattolica. A lui una residenza di 405 metri quadrati. A pochi passi, sempre nel quartiere romano di Borgo Pio, una residenza principesca di 524 metri quadrati è abitata dal cardinale americano William Joseph Levada, nato a Long Beach, classe 1936, fedelissimo di Ratzinger, che nel 2005 lo ha voluto suo successore come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. 

Nel 2006 Levada è stato chiamato a testimoniare, a San Francisco, sugli abusi sessuali commessi su minori da alcuni preti dell’arcidiocesi di Portland, dove è stato arcivescovo dal 1986 al 1995. Era l’autorità responsabile dei preti poi risultati colpevoli di abusi. In tutto questo scenario, la stanza 201 di papa Francesco a Santa Marta è quasi una capanna, non arrivando a 50 metri quadrati".
Finché ricoprono incarichi all’interno della Curia, i cardinali non pagano l’affitto di queste regge, ma solo le spese. E persino il canone viene calmierato: pagano dai 7 ai 10 euro al metro quadro. Spesso, però, i porporati mantengono l'incarico in qualche dicastero per poter godere del canone zero.

L'esercito dei due milioni e mezzo di privilegiati che volano gratis: ecco chi sono

Il Messaggero
di Simone Pierini



Vengono definiti privilegiati e, seppur necessiti molta flessibilità, il termine non poteva essere più azzeccato. Sono i parenti e gli amici dei dipendenti delle compagnie aeree che grazie a questo legame possono volare gratis.

Sono oltre due milioni di persone in tutto il mondo e come unico sacrificio devono sperare che il volo non sia pieno. In quel caso devono attendere il prossimo o cambiare destinazione. In ogni caso però le loro valigie sono sempre pronte per nuove avventure. "Magari ti prepari per andare al mare in Brasile e invece ti toccano le acque dell’Australia", spiegano alcuni di loro dimostrando di "cadere in piedi" in ogni occasione.

Sono un esercito di passeggeri quelli che attendono un posto libero per imbarcarsi. A volte rischiano di passare la notte in aereoporto, ma in cambio di una vacanza low cost ne può valere la pena. Sono i parenti e gli amici dei dipendenti, oppure ex lavoratori in pensione o chiunque riesca ad entrare in possesso dei voucher tanto desiderati.

E in Italia? È la stessa Alitalia a spiegare chi può usufriore dei privilegi di un volo gratis. Oltre al personale in pensione, ne hanno diritto le persone in mobilità o i dimissionari, i vedovi e i figli con meno di 30 anni, infine anche i fratelli, le sorelle e i figli del convivente del titolare. Alitalia propone quattro differenti opzioni: da uno sconto del 94%, uno del 90%, uno a metà prezzo e un ticket gratuito per spedizioni merci. L'unica richiesta è un abbigliamento consono al posto ricevuto. Se siete in prima classe preparare il vestito buono.

Mercoledì 4 Novembre 2015, 11:26 - Ultimo aggiornamento: 18:05

Credere fuori dalle chiese. Senza pagare

Nino Spirlì
Mercoledì 4 novembre 2015 



Ora basta! Ne abbiamo proprio a sufficienza, e anche di più, degli scandali vaticani ed ecclesiastici. Sì, ne abbiamo abbastanza delle cronache funeste di religiosi sporcaccioni, ladri, arroganti e malfattori.

Basta con la Chiesa massona e mafiosa! Insozzata di soldi sporchi, di amicizie vergognose, di legami satanici.

Altro che sorella! Io una sorella puttana non la voglio! E la Chiesa lo è diventata. Nei secoli e ai giorni nostri.

Chiede “offerte” e, poi, le destina agli sfarzi e alle spese pazze di preti, vescovi, cardinali e papi. Dalla scarpetta firmata fino agli attici regali, passando per macchinone fuoriserie e conti in banca milionari.

11

VERGOGNA!  

Cristo, se mai è stato Dio di cotanti sporcaccioni, è nato e morto povero! Loro, furbi e ipocriti, ce lo presentano povero, ma lo celebrano da ricchi. Coi calici d’oro e argento, tempestati di pietre. Mentre il popolo di Dio muore letteralmente di fame. Ma la Chiesa, coi suoi sicari in tonaca nera, continua a succhiare sangue anche dai miseri portafogli degli anziani pensionati. “Non meno di un euro, nel cestino, per favore. Non siate tirchi con Gesù!” ripete, all’incirca, uno dei preti del mio paese alle vecchiette che, puntualmente, ogni mattina si presentano in chiesa per l’incontro con Dio e la Madonna.

Senza alcuna pietà, hanno stabilito tariffe per tutto: se vuoi entrare nelle chiese “artistiche”, devi pagare il biglietto. Lo stesso devi fare per offrire a Dio una candela o una messa in suffragio (10/20 euro); per accostarti alla prima comunione (180/200 euro); celebrare un funerale (250 euro), un matrimonio (500 euro)…

Le chiamano offerte, ma sono tariffe obbligatorie, altrimenti ricevi NIET o “bastoni fra le ruote”.

Se vai in pellegrinaggio coi preti, tu paghi anche, in percentuale, la quota per loro. Mentre dovrebbe essere la Chiesa ad offrire a chi non ha soldi, ed ha necessità spirituale, la copertura delle spese per raggiungere i luoghi sacri.

111

Sono stramiliardari in euro, in dollari, in rubli, in yen, in tutte le monete del mondo, in palazzi e opere d’arte, ma piangono miseria se una goccia d’acqua cade dal tetto di una canonica di campagna, nella quale, peraltro, il parroco passa un giorno a settimana per mancanza di tempo. O di voglia. O di interesse.

Ma, fratelli in Cristo, siamo proprio sicuri che Nostro Signore ci voglia irregimentati in questa Chiesa? Siamo proprio sicuri che Gesù non ci salverebbe, se non fossimo registrati negli elenchi parrocchiali? Siamo certi che la Meravigliosa Madre Celeste non stenderebbe il Suo materno manto su di noi, se non donassimo soldi alla questua? Io non ci credo. Non ci ho mai creduto!

Sono cristiano, in cammino faticoso verso la Luce di Dio. Mi sveglio e prego, poi vivo e sbaglio, poi cerco di capire e mi faccio correggere. Da chiunque possa farlo. Non sempre è un prete. Anzi, quasi mai. Alcuni, li apprezzo. Siamo amici. Mi piace partecipare ai riti, quanto amo il teatro. Spesso l’attore principale non mi convince. Tempi duri per il teatro e l’altare.E non basta un papa gesuita, rivoluzionario di facciata, a convincermi a restare seduto sui banchi delle chiese.

1111

Questa Chiesa è più Sinedrio che Calvario!
Fra me e me. Faticosamente in cammino, dolorosamente in cammino contrario…

Pasolini e i pasoliniani hanno rotto le balle

Francesco Maria Del Vigo



Basta. Non se ne può più. Di questo Pasolini si sarebbe rotto le balle anche lo stesso Pasolini. Per non parlare della casta dei pasoliniani, i pretoriani della memoria e dell’opera (secondo la loro interpretazione, ovviamente) del celebre PPP che in questo quarantesimo anniversario della morte hanno più che mai affilato penne, tastiere e smartphone. Pasolini è diventato uno di quei mostri sacri verso il quale non si può sollevare neppure la minima critica. Men che meno ricordare la sua spericolata vita sessuale a base di minorenni prezzolati. Che – per carità, siamo uomini di mondo – non deve influire un accidenti nella valutazione della sua opera.

Ma ormai è troppo tardi. PPP è diventato un intoccabile, lo hanno scolarizzato: nel senso che lo hanno trasformato in uno di quei testi odiosi che devi studiare per forza, per non sfigurare negli esami che la vita ti nasconde nei salotti, nelle cene e nei terrazzi del politicamente corretto. Dalla letteratura ne hanno trasportato le spoglie martoriate direttamente nei “manuali di conversazione”. L’hanno fatto diventare un’istituzione, un intoccabile. E, si sa, che gli intoccabili destano sempre un grande desiderio nelle persone dotate di minimo spirito critico: quello di sistemargli una bella pedata sul retrotreno. Probabilmente se la darebbe da solo, oggi.

L’ultima cagnara è scoppiata per un post su Facebook, nel quale Gabriele Muccino smontava – con argomentazioni tecniche – il Pasolini registi. Apriti cielo. Le legioni di pasoliniani bercianti hanno aggredito il regista romano con le solite accuse da radical chic con la puzza sotto al naso: tu lavori negli Stati Uniti (che sono sempre il male), fai un sacco di soldi (che nel mondo normale è una medaglia la valore, ma in quello al rovescio della sinistra emotiva è invece una grave colpa), sei commerciale e fai commedie.

Insomma il solito casino, il solito riflesso condizionato della sinistra engagé, per loro è proprio come la martellata del medico sul ginocchio: appena tocchi uno dei loro idoli loro si sguinzagliano con la bava alla bocca e il morso ben aperto. Loro, che difendono un artista censurato, diventano censori di chiunque lo critichi. Alla fine, con un’eterogenesi dei fini, sono riusciti a rendere Pasolini noioso e quasi urticante.