mercoledì 4 novembre 2015

La Grande Bellezza in Vaticano in un vortice di peccato e santità

La Stampa
marcello sorgi

I soldi, tanti soldi, raccolti per opere pie finiscono anche per soddisfare la brama di lusso e potere di chi non accetta la rivoluzione di Francesco



I soldi, certo. Quelli buttati e quelli spariti. La carità raccolta per fare il bene e finita ad alimentare il male. Ma non c’è solo questo nell’inchiesta che ha portato all’arresto di monsignor Vallejo Balda e della Chaouqui (scarcerata, lei, perché sta attivamente collaborando con la Gendarmeria vaticana). A ben vedere quel che è sotto accusa è il modo d’essere del Vaticano a Roma, la città che da sempre ospita il Papa e la Curia, e a poco a poco è riuscita a trasformare questa grande, eterna, istituzione universale, in una colossale centrale di scambio di favori e rapporti clientelari.

Tal che si può dire che una parte consistente della popolazione della Capitale, non necessariamente appartenente alla classe dirigente, vive e ha vissuto alle spalle del Romano Pontefice e dei suoi cardinali e monsignori, in un sistema che a tutto è sopravvissuto, la fine della Democrazia cristiana, della Prima e della Seconda Repubblica, il declino e la morte di Andreotti, che di quel mondo è stato l’ambasciatore presso tutti i governi, anche quelli di cui raramente non faceva parte.

E poi il divorzio, l’aborto e le unioni gay, l’inaridirsi dei patti del Concordato, le incomprensioni sempre più forti, con Prodi, prima, e poi con Berlusconi; fino a Renzi, ricevuto con la famiglia e con grande simpatia da Papa Francesco, che, dopo l’incontro, si sarebbe lasciato sfuggire: «Però, parla sempre lui!».

PATRIMONIO IMMOBILIARE
Destinato a cadere, a soccombere all’onda che ha valicato il Tevere dei poveri che cercano giustizia è ciò che al Papa appare come una casta; è quest’intreccio di convenienze, grandi e piccoli privilegi, aiuti chiesti, promessi e restituiti. Un mondo stretto, fatto solo di conoscenze, le tessere di favore per entrare allo spaccio o nella farmacia vaticana; le messe chiuse, esclusive, a inviti, che nei giorni prima di Natale ancora oggi vedono entrare in fila dalla Porta di Sant’Anna le berline scure di ministri e sottosegretari venuti a chiedere la benedizione, con mogli, figli e statuetta del Bambin Gesù da riporre nel presepe.

Le sole case dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio immobiliare del Vaticano, 5050 tra appartamenti, negozi, terreni e locali di vario tipo, dislocati in buona parte al centro di Roma, alimentano un mercato sotterraneo di cui invano la commissione papale nominata da Francesco ha cercato di misurare l’entità. Si sa che per diventare inquilini del Santo Padre c’è una fila di aspiranti disposti anche ad aspettare mesi, se non anni; circolano elenchi segreti di occupanti anziani che per motivi di salute, per necessità o per morte, potrebbero lasciare liberi gli alloggi all’improvviso, o forse cedere a una generosa buonuscita.

E si racconta di un bravo sarto romano, neppure un grande sarto di firma, accurato nel fasciare le Eminenze con eleganti tonache su misura, cappotti in cachemire e «magne cappe», mantelli lunghi anche otto metri per le cerimonie liturgiche ufficiali, che nelle case dell’Apsa aveva sistemato tutta la famiglia, figli, nuore e nipoti compresi.

FELLINI PROFETICO
Tanti anni fa, quando uscì nei cinema il «Roma» di Fellini, la scena madre della sfilata di moda dei monsignori avvolti nei loro paramenti dorati fu considerata sacrilega, e invece era profetica: vi si affacciavano, descritte per la prima volta con la mano magistrale del grande regista, la mondanità e la vanità tenute nascoste per anni, e una chiara allusione all’effeminatezza, oggi si direbbe la gaiezza, di certi principi della Chiesa rubicondi e appesantiti da pranzi e libagioni, che si godevano la vita terrena non sapendo cosa avrebbe potuto riservargli l’Aldilà. Era – ed è ancora, sono abitudini mai tramontate in certi giri della Capitale – l’epoca in cui un pranzo o un ricevimento importante non era tale se insieme a un ministro o a un leader politico non sedevano, uno accanto all’altro, un ambasciatore, un porporato e un pregiudicato.

Le riffe, le cacce al tesoro, perfino il gioco d’azzardo praticato nei circoli cittadini, dove le buste coi soldi venivano servite su vassoi d’argento da camerieri in guanti, si confondevano in un vortice di santità e peccati, preghiere e assoluzioni, vizi e virtù, e tutto nel superiore obiettivo del bene da fare, e dei mezzi necessari da procurare, per accontentare il Papa.

Che poi troppo spesso il Papa fosse ignaro di quel che gli girava intorno, che non potesse immaginare fino a dove potesse spingersi la corruzione praticata in suo nome, che non conoscesse, o fosse informato solo in parte, delle pratiche illecite svolte dallo Ior, la banca vaticana che il presidente (fino a luglio 2014) Ernst Von Freiberg ha definito senza mezzi termini dedita «al riciclaggio», al contrario erano in molti a saperlo, dietro il Portone di Bronzo.

E in tanti si adoperavano per far sì che questa potesse restare la regola. Le dimissioni di Benedetto XVI, l’11 febbraio di due anni fa, piuttosto che trasmettere il senso di gravità e di eccezionalità della decisione, oltre la quale la Chiesa doveva tornare sui suoi passi, avevano accentuato, inverosimilmente, il senso di precarietà del potere papale e il parallelo rafforzamento di quello temporale della Curia e delle sue diverse fazioni.

CAMMINO INARRESTABILE
E da questo punto di vista l’arrivo di Francesco non era stato uno di quegli imprevisti che solo l’illuminazione dello Spirito Santo può portare nel Conclave. Molto di più: come ha detto il Pontefice fin dal suo primo giorno, l’inizio di un’epoca nuova in cui l’inferno dei poveri comincia a lambire con le sue fiamme le segrete stanze dei principi della Chiesa. Una crociata, un cammino inarrestabile, per Francesco: che non potrà essere rallentato, né dallo scandalo degli arresti di due giorni fa, né dalla pubblicazione dei due libri che stanno per uscire sulla corruzione in Vaticano.

L’ingenuità, come chiamarla diversamente, di un Papa che pensava di scoperchiare gli arcana imperi della monarchia più antica del mondo col solo ausilio della sua commissione, di un uomo come monsignor Vallejo Balda e di una donna come la Chaouqui, che raccontava di mettere ogni sera la crema anti screpolature sulle mani del Santo Padre, non avranno conseguenze sulla sua missione, mirata a rifondare la Chiesa. Dovrà ricredersi, spiega chi lo conosce, chi s’illude che prima o poi Francesco s’arrenda.

UltiUltimo viene il Corvomo viene il Corvo

La Stampa
massimo gramellini

Una delle ossessioni ingigantite dai social consiste nel privilegiare il retroscena alla scena, le modalità con cui si è venuti a conoscenza di un fatto rispetto al fatto vero e proprio. Ogni volta che affiora un’intercettazione non si discute tanto del suo contenuto ma della sua liceità e del chi l’ha fatta uscire e perché. Lo stesso meccanismo si applica alle gole profonde del Vaticano, i famosi Corvi. Dei primi due scandali che squassarono il Cupolone è rimasto nella memoria il maggiordomo del Papa che passò le carte alla stampa. Non che in quelle carte ci fosse scritto che Giulio Andreotti aveva nella sua disponibilità un conto di sette miliardi di lire presso la banca vaticana. 

Lo schema si replica in queste ore. È tutto uno svolazzare di pennuti, un proliferare di allusioni sul monsignore spagnolo offeso col Papa per un mancato scatto di carriera, sulla giovane italo-francese issata senza alcuna ragione apparente ai vertici di un ente della Chiesa, sulle loro feste in terrazza riservate ai potenti. Ma il fumo delle chiacchiere rischia di togliere visibilità all’arrosto, ovvero ai documenti che la strana coppia avrebbe messo in circolo, da cui si scopre che il Vaticano possiede 4 miliardi (in euro) di patrimonio immobiliare soltanto a Roma e che valanghe di denaro raccolte per scopi benefici servono a finanziare la bella vita di qualche cardinalone allergico ai costumi evangelici di papa Francesco.

Se ci si può permettere una garbata ingerenza nei confronti di uno Stato confinante che notoriamente non se n’è permesse mai, invece di chiudere in gabbia i corvi, il nuovo corso vaticano farebbe meglio a liberarsi degli sciacalli.

Perquisita la società di due ex-dipendenti di Hacking Team

La Stampa
carola frediani

Gli inquirenti vogliono capire se sia stato venduto il codice sorgente del software Rcs a una società saudita. Al vaglio degli investigatori un versamento di circa 300 mila euro. Smentita l’ipotesi di una vendita ai jihadisti. Il pm: «Non è negli atti dell’inchiesta»



Ancora uno sviluppo della saga Hacking Team. Questa mattina la procura di Milano ha disposto una perquisizione nella sede di una società fondata da due suoi ex-dipendenti che erano già indagati per accesso abusivo a sistema informatico e rivelazioni di segreto industriale. Solo che ora, da parte degli inquirenti, si aggiunge l’ipotesi che gli indagati abbiano fatto affari con una società saudita a cui potrebbero aver venduto proprio il codice sorgente del software di Hacking Team. Società saudita che, è l’ipotesi della procura, a sua volta potrebbe essere anche un intermediario per ambienti militari o governativi.

Mentre è smentita l’ipotesi, circolata anche con enfasi sui media, dei possibili legami con estremisti jihadisti . «l legame con estremisti jihadisti non è negli atti né è stato mai citato dalla Procura», dice alla Stampa il pm Alessandro Gobbis, che coordina le inchieste sull’attacco ad Hacking Team e sugli ex-dipendenti indagati. «Non so come sia nata.

L’azienda saudita in questione pur essendo di diritto privato è controllata da un fondo d’investimento pubblico, quindi l’ipotesi è che ci siano legami con ambienti militari o governativi. Che potevano essere interessati ad acquistare uno spyware come quello di Hacking Team. Per quanto ci riguarda vogliamo capire se quella transazione avvenuta tra la società dei due ex-dipendenti e la società saudita possa nascondere la vendita di software trafugato da Hacking Team».

Ma facciamo un passo indietro. Hacking Team, la società milanese che vende spyware, software spia, in tutto il mondo, viene hackerata lo scorso luglio. L’indagine sul misterioso hacker è a carico di ignoti, ma nel mentre la procura di Milano indaga anche cinque ex collaboratori ed ex-dipendenti di Hacking Team con ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico (che sarebbe avvenuto quando ancora erano dipendenti, molto prima del luglio 2015) e rivelazione di segreti industriali.

Tra questi ci sono il commerciale libanese Moustapha Maanna e lo sviluppatore italiano Guido Landi, che erano usciti dalla società milanese già nel maggio 2014 per fondare una loro società a Torino, Mala srl. Ed è proprio nella sede torinese di Mala che è avvenuta questa mattina la perquisizione da parte della polizia postale di Milano e quella di Torino.

Al vaglio degli investigatori un versamento di circa 300mila euro sul conto di Mala srl da parte di una società con base in Arabia Saudita, la Saudi Technology Development Inv, versamento avvenuto nel novembre 2014. Il sospetto è che ad essere venduto, allora, sia stato il codice sorgente dello spyware Rcs. La ragione del versamento sarebbe infatti un servizio di formazione professionale che, però secondo gli inquirenti, non sarebbe mai stato effettuato.

Per l’avvocato Sandro Clementi, che con Angela Ferravante difende sia Landi che Maanna, la perquisizione sarebbe un atto dovuto. «Nasce dalla versione dei fatti di Hacking Team», commenta Clementi a La Stampa. «I nostri assistiti avevano già chiarito la loro posizione nell’interrogatorio e in una serie di memorie depositate». L’inchiesta contro gli ex dipendenti nasce infatti da una denuncia in Procura presentata da David Vincenzetti, il Ceo di Hacking Team, lo scorso maggio, prima dell’attacco informatico. Denuncia che dopo l’attacco ha assunto probabilmente un peso diverso e che necessitava di approfondimenti. 

Come scritto su La Stampa, la progressiva fuoriuscita di diversi dipendenti da Hacking Team aveva prodotto negli ultimi due anni molto nervosismo nel management, che era arrivato addirittura a supporre una sorta di complotto ai danni dell’azienda. Al punto da assoldare l’agenzia investigativa Kroll che aveva svolto indagini sulle attività di alcuni ex-collaboratori; e al punto di coinvolgere e attivare i propri contatti nei servizi segreti.

Rispetto a quanto avvenuto stamattina, resta da capire perché gli inquirenti pensino che Landi e Maanna abbiano venduto proprio il codice Rcs a questa società saudita. E perché questa possa essere considerata un intermediario per altri soggetti destinatari del codice. Se fosse così e la cifra completa fosse davvero di 300mila euro, il codice sarebbe stato svenduto, dal momento che anche solo l’acquisto del software Rcs - in forma di licenza d’uso - per un periodo limitato viaggiava su cifre ben più alte.

Da quanto risulta alla Stampa una delle attività svolte da Mala era la ricerca di exploit, codici che sfruttano vulnerabilità del software, e che spesso non sono fatturati come tali, specie se venduti in certi Paesi. Il fatto che la società con cui abbiano fatto affari sia poi saudita non vuol dire molto di per sé, dato che anche la stessa Hacking Team aveva rapporti commerciali con l’Arabia Saudita e in molti altri Paesi della regione.

Nel frattempo la stessa Hacking Team non sembra essersi persa d’animo: sarebbe quasi pronta una nuova versione del suo software Rcs. Mentre qualche giorno fa, in una mailing list indirizzata soprattutto ai clienti, Vincenzetti vaticinava la diffusione pervasiva delle comunicazioni cifrate (che dal suo punto di vista sarebbero una iattura per le forze dell’ordine). «È evidente che l’amministrazione americana non ha lo stomaco di opporsi ai conglomerati IT americani e approvare leggi impopolari ma necessarie», scriveva il Ceo, riferendosi alla possibilità di imporre backdoor o di indebolire la crittografia nei prodotti tecnologici venduti dalle aziende.

Così, era il ragionamento, le forze dell’ordine non riusciranno a combattere il terrorismo. «Solo le aziende private possono aiutare», concludeva. O almeno quelle che non sono accusate di fare affari con la parte sbagliata.

Fece uccidere 170 mila prigionieri a Birkenau: sergente delle SS 93enne a processo

Il Messaggero
di Federica Macagnone



Prosegue il giro di vite sui criminali di guerra nazisti messo in atto negli ultimi anni in Germania dalla nuova generazione di pubblici ministeri determinati a espiare le atrocità commesse durante la Seconda guerra mondiale.

L'ultima richiesta di rinvio a giudizio riguarda un uomo di 93 anni, identificato solo come Reinhold H., che ha prestato servizio come sergente delle SS nel campo di sterminio di Birkenau, dove si trovavano le camere a gas del complesso di Auschwitz, dal gennaio '42 al giugno '44: l'accusa è di essere coinvolto nella soppressione di 170mila prigionieri.

Per spedirlo davanti ai giudici, vista l'età avanzata, si aspettava solo un perizia, che ora è arrivata: un medico del tribunale di Detmold ha stabilito che Reinhold potrà essere sottoposto a processo purché le udienze non durino più di due ore al giorno. La difesa e i pubblici ministeri avranno due settimane per presentare risposte alla perizia, poi, l'anno prossimo, il processo potrà essere celebrato. Finora la difesa ha sempre sostenuto che l'ex sergente prestava servizio in una parte del lager che non è mai stato coinvolto negli omicidi di massa.

Finora il più grande successo dei pubblici ministeri nella caccia ai criminali nazisti è stato, nel 2011, la condanna a cinque anni di John Demjanjuk, accusato di aver contribuito allo sterminio di 28.060 persone nel campo di Sobibor. L'uomo morì l'anno successivo. All'inizio di quest'anno l'ex ufficiale del campo di Auschwitz Oskar Groening è stato condannato a quattro anni di carcere per il suo contributo nell'omicidio di 300.000 ebrei ungheresi.

Sono una trentina le guardie di Auschwitz, tra cui tre donne, rintracciate negli ultimi anni, ma le accuse contro di loro, nella maggior parte dei casi, sono state lasciate cadere a causa dell'età e delle malattie o per mancanza di prove. Uno di loro, giudicato ormai mentalmente incapace di sostenere un processo, era Hans Lipschis, 94 anni, accusato di aver ammassato uomini, donne e bambini nelle camere a gas di Auschwitz. Un'altra guardia uscita indenne perché giudicata mentalmente incapace, è Gisela S., una vedova di 90 anni: la sua carta d'identità delle SS mostra il volto freddo e duro di una giovane donna indicata con il nome da nubile, Denning.

Ad Auschwitz faceva osservare una disciplina durissima, picchiava i prigionieri e si occupava spesso delle "celle in piedi", piccole stanze buie dove venivano ammassate ogni volta fino a 15 persone, "colpevoli" di aver infranto qualche regola del campo. Spesso venivano lasciate in queste stanze per giorni e giorni, fino a provocare la morte di alcuni di loro se non tutti.

Il primo uomo di Neanderthal arrivò a Roma 250 mila anni fa: svolta nel mondo dell'archeologia

Il Messaggero



L'uomo di Neanderthal è arrivato in Italia almeno 100.000 anni prima di quanto si pensasse: viveva nella nostra penisola già 250.000 anni fa. A portare indietro nel tempo l'epoca dei primi insediamenti neanderthaliani in Italia è la nuova datazione dei sedimenti nei quali sono stati scoperti oltre 80 anni fa due crani di Neanderthal, nel sito di Saccopastore a Roma.

La scoperta si deve ai ricercatori dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), che hanno lavorato in collaborazione con l'università Sapienza di Roma e l'università americana del Wisconsin-Madison. Pubblicata sulla rivista Quaternary Sience Reviews, la ricerca ha ridatato l'età del sito di Saccopastore, dove nel 1929 e nel 1935 sono stati scoperti due crani dell'uomo di Neanderthal.
All'epoca l'analisi dei sedimenti nei quali erano 'incastonatì i crani aveva portato i ricercatori a calcolare che avessero un'età di circa 125.000 anni, che li ha resi la più antica testimonianza della presenza del Neanderthal in Italia, fino alla recente datazione, a circa 150.000 anni, dei resti rinvenuti in Puglia, ad Altamura.

Adesso l'analisi basata sull'identificazione degli elementi radioattivi presenti nei sedimenti ha dimostrato che «i resti di Saccopastore sono più vecchi di oltre 100.000 anni rispetto a quanto sinora ritenuto, portando l'età del Neanderthal in Italia a 250.000 anni fa», rileva il responsabile dello studio, Fabrizio Marra, dell'Ingv. I crani di Sacopastore erano stati ritrovati in una cava di ghiaia di fiume sulle sponde dell'Aniene, poi sepolta per costruire gli edifici che oggi costeggiano la Tangenziale Est.

Finora i sedimenti erano stati interpretati come un deposito di materiale fluviale che si era formato 125.000 anni fa, prima dell'ultima glaciazione. La nuova tecnica di datazione dimostra invece che i depositi si sono formati alla fine della penultima glaciazione attorno a 250.000 anni fa. Questo significa che i neanderthaliani popolavano in Italia erano contemporanei di quelli che vivevano nel resto d'Europa.

Una scoperta, questa, confermata anche dagli utensili degli uomini di Neanderthal, rinvenuti accanto ai resti umani: «nessuno di questi reperti - osserva Marra - presenta caratteri tali da implicare un'età di 125.000 anni», ma appaiono ben più antichi. I paleontologi avevano sempre sottolineato il carattere "arcaico" dei crani di Saccopastore, ma nessuno, rileva l'Ingv, aveva finora pensato di mettere in dubbio la loro datazione, sebbene questa fosse stata eseguita con i criteri e secondo le conoscenze geologiche dell'inizio del secolo scorso.

Martedì 3 Novembre 2015,

Chiedi alla cenere

La Stampa
massimo gramellini

Le religioni, che nei propositi dei loro fondatori dovevano occuparsi principalmente delle nostre anime, hanno finito per interessarsi in modo ossessivo dei nostri corpi. Ieri, nel giorno dei defunti, l’arcivescovo di Torino ha criticato pesantemente la pratica di disperdere le ceneri e quella di custodire in casa le urne cinerarie dei propri cari. Ha anche duramente deprecato la tendenza dell’uomo a commercializzare la morte, come se negli ultimi due millenni la Chiesa non avesse costruito le sue fortune economiche sui lasciti dei moribondi in cerca di un passaporto per l’aldilà.

Ma è dell’aldiquà che sembrano soprattutto interessarsi certi preti. Del nostro povero corpo, che per chi crede in una dimensione immateriale dell’esistenza è solo un involucro passeggero, l’abito che lo spirito indossa per partecipare alla festa della vita e che poi dismette al momento di andare altrove. 
Di questo abito le religioni hanno sempre avuto una cura maniacale, da sarti d’alta moda. Hanno spiegato agli uomini come mortificarlo in vita, codificando una quantità di peccati anche superiore al numero possibile degli eccessi, e persino come regolarlo dopo la morte.

Lo hanno sottratto alla disponibilità del legittimo titolare, l’individuo, al quale faticano a riconoscere il più elementare dei diritti, quello di potere disporre di se stesso (fermo restando il rispetto dell’analogo diritto altrui). Di potere amare chi gli pare, di potere vivere come gli pare e di potere anche morire dove e con chi gli pare: disperso in un bosco o conservato nella vetrinetta della zia.

La cagnolina Laika e tutti gli altri animali mandati nello Spazio

Corriere della sera

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La sua sorte era segnata fin dall’inizio, ma compì la sua missione senza potersi tirare indietro. Era il 3 novembre del 1957 quando la cagnolina Laika morì di terrore e di stenti, di troppo caldo e troppo freddo, di fame e sete, a bordo dello Sputnik 2. Ed era solo il primo di altri animali mandati nello spazio dall’Unione Sovietica per testare la sopravvivenza di una creatura vivente fuori dalla Terra. Laika, il cui vero nome era Kudrjavka, «Ricciolina», fu mandata nello spazio il 3 novembre di 58 anni fa quando alle 2:30 lo Sputnik 2 venne lanciato dal Cosmodromo di Bajkonur (Ap)

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Laika era una meticcia di circa tre anni, forse metà Husky e metà Terrier stando ai pochi resoconti. La cagnolina salì sulla capsula che era attrezzata per il supporto vitale e che portava cibo e acqua, ma quel viaggio non prevedeva rientro. La sorte della cucciola era quindi segnata fin dall’inizio. Sullo Sputnik 2 c’erano sensori tali da permettere il monitoraggio dei segnali vitali dell’ignara passeggera, come pressione sanguigna, battiti cardiaci e frequenza respiratoria. La versione ufficiale dell’epoca data dal governo sovietico fu che Laika sopravvisse per «oltre quattro giorni». Tuttavia, solo nell’ottobre 2002 furono resi noti i risultati di nuove ricerche compiute da uno scienziato russo: Dmitrij Malashenkov rivelò che Laika sopravvisse appena tra le 5 e le 7 ore dopo il decollo

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Laika su una cartolina commemorativa dell’ anno geofisico internazionale 1957 1958

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Un anno dopo, il 13 dicembre 1958, gli americani lanciarono la scimmietta Gordo in un volo suborbitale a un’altezza di 500 km: l’animale rientrò a Terra salvo, ma la capsula finì nell’Atlantico e non venne mai recuperata

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Il 28 maggio 1958 gli Usa lanciano con un Jupiter Am-18 due scimmie: Miss Abel (nella foto) e Miss Baker a un’altezza di 480 km. Abel morì per complicazioni cardiache 4 giorni dopo il ritorno a Terra

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Molto meglio andò per Miss Baker: divenne la più longeva scimmia saimiri del Sudamerica della storia e morì a 27 anni di età il 29 novembre 1984. È sepolta ad Huntsville (Alabama) nei terreni dell’US Space Rocket Center

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Sam, scimmia Rhesus, partì il 4 dicembre 1959 dalla base di Wallops Island, in Virginia, e raggiunse gli 88 km di altitudine.Miss Sam invece partì il 21 gennaio 1960: entrambe le scimmie sopravvissero

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Lo scimpanzè Enos divenne una vera star in America dopo il volo a bordo del Mercury Atlas 5 il 29
novembre 1961. Completò tre orbite, ma morì circa un anno dopo il rientro sulla Terra

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Le cagnette Belka e Strelka sono invece le superstar di epoca sovietica. In Russia sono famose ancora oggi: su di loro hanno fatto film e cartoni animati oltre a comparire su innumerevoli gadget e francobolli.Viaggiarono il 19 agosto 1960 sullo Sputnik 5 insieme a un coniglio, 42 topolini, due ratti, mosche, piante e funghi, e ritornarono sane e salve. Furono le prime creature lanciate nello spazio a ritornare vive sulla Terra. Uno dei cuccioli di Strelka fu donato da Kruscev al presidente Kennedy nel 1961

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Lo scimpanzè Ham lanciato il 31 gennaio 1961 visse per altri 17 anni dopo la missione spaziale

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Il primo gatto nello spazio è francese. Félicette, una gatta parigina bianca e nera, partì il 18 ottobre 1963 e rimase in orbita 15 minuti in un volo suborbitale con elettrodi impiantati nella testa. Un altro gatto fu lanciato il 24 ottobre ma non sopravvisse

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Anche Félicette divenne una star: ecco una statua a lei dedicata

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In realtà il primo gatto nello spazio doveva essere Félix: ecco la sua foto con gli elettrodi impianti nel cervello. Il micione però scappò il giorno prima del lancio

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Innumerevoli gli animali lanciato nello spazio: questo è un ragno a bordo dello Skylab 3 nel 1975. Apollo 17 nel 1972 portò cinque topini in orbita lunare, uno però morì

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Gli ultimi sono questi gechi, lanciati il 19 luglio scorso da Baikonur con il satellite Foton-M4. La capsula dovrebbe restare in orbita due mesi prima di rientrare, ma i russi hanno detto che la sonda non risponde ai segnali per avviare i motori. La loro sorte sembra segnata

A Milano la spesa arriva in un’ora con Prime Now di Amazon

La Stampa
bruno ruffilli

Migliaia di articoli di uso quotidiano disponibili dalle 8 del mattino a mezzanotte, sette giorni su sette. Il servizio parte da alcuni comuni lombardi e nel 2016 arriverà anche in altre città italiane


Può succedere: sono le 23, arrivano gli amici, si organizza una serata in casa all’improvviso. O magari: è domenica, il bar è chiuso e il picnic al parco rischia di saltare. O ancora: è il compleanno di qualcuno, manca solo il regalo, ma tutti i negozi pare che abbiano finito il libro che cerchiamo. Per tutti questi casi, e molti altri, da ieri esiste una soluzione pratica e veloce. Si chiama Amazon Prime Now ed è un servizio che garantisce la consegna degli oggetti acquistati in un’ora a Milano e in alcuni comuni limitrofi. Tutti i giorni, dalle 8 alla mezzanotte. 

C’è di tutto, nel magazzino di 1400 metri quadri alla periferia di Milano, dove lavorano una settantina di persone. Negli scaffali si va dalla maschera di Anonymous al latte detergente, dai videogiochi al detergente per la cucina. Quando arriva un ordine per cui la consegna è di un’ora, suona una campanella e subito un addetto va a recuperare l’oggetto ordinato dagli scaffali. La merce è divisa per dimensioni, non per categorie commerciali o di prezzo: i rasoi, ad esempio, sono insieme alle schede di memoria, ma, per quanto bizzarra, una logica alla fine c’è. L’oggetto acquistato viene poi sistemato in una busta di cartoncino e spedito, via minivan o anche con un motorino, per far presto. E chi aspetta può tracciare sull’app il suo pacco man mano che si avvicina. 

Il corriere di Amazon può arrivare a casa, ma pure al lavoro, al bar, all’università: e infatti, tra le sezioni disponibili c’è anche la “schiscetta”, il bento, il pranzo al sacco. Diverse le opzioni già pronte, ma se in ufficio c’è un microonde è meglio: tra l’altro, si possono ordinare anche minestrone, yogurt, surgelati, torte di compleanno. In tutto, i prodotti sono 15 mila, in gran parte disponibili subito, o recuperati celermente da fornitori locali o – se i tempi sono più rilassati – dal magazzino di Ponte San Giovanni. 

«L’Italia è il secondo Paese in Europa dove Prime Now è stato lanciato e siamo molto orgogliosi di offrire ai nostri clienti Prime una consegna ultra-veloce, oltre ai benefici di cui possono già godere grazie al loro abbonamento Prime», ha dichiarato François Nuyts, Country Manager di Amazon.it e Amazon.es.  

Gli iscritti ad Amazon Prime (che costa 19,99 euro) possono scaricare da subito l’app Prime Now, disponibile per i dispositivi iOS e Android, verificare le zone già raggiunte e chiedere di ricevere le notifiche per sapere quando il servizio sarà attivo nella propria area; l’elenco è su  www.amazon.it/primenow. La spedizione in un’ora è disponibile al costo di 6,90 euro; la spedizione è invece gratuita scegliendo di ricevere il proprio ordine in finestre di due ore a scelta del cliente; in entrambi i casi l’importo minimo per gli ordini Prime Now è 19 euro. Il servizio è attivo dalle 8 di mattina alle 24, sette giorni su sette. E anche la notte del 24 dicembre, fino alle 22, per i regali di Natale all’ultimo minuto.