domenica 1 novembre 2015

Ci teniamo i terroristi e abbandoniamo i marò

Magdi Cristiano Allam - Dom, 01/11/2015 - 14:43

Abbiamo scarcerato uno dei sospettati dell'attentato al Bardo e gli daremo asilo politico. Una tutela negata solo ai nostri fucilieri

Tra i tanti tristi primati dell'Italia, siamo l'unico Stato al mondo che ha legittimato la clandestinità, che investe le proprie risorse per farsi auto-invadere dai clandestini, che privilegia gli immigrati rispetto agli italiani nell'attribuzione delle risorse e dei servizi sociali per i più bisognosi, se ne è aggiunto un altro: siamo l'unico Stato al mondo che sta per concedere l'asilo politico a un sospetto terrorista islamico pur di non estradarlo in un Paese dove vige la pena di morte, mentre non abbiamo avuto remore a consegnare dei connazionali, dei fedelissimi servitori dello Stato, i nostri due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in un Paese dove vige la pena di morte.



I terroristi del mondo intero sanno che possono sbarcare e scorrazzare liberamente in Italia, presentandosi senza documenti, rifacendosi un identikit declinando le generalità che pare loro, pretendendo vitto, alloggio, abbigliamento, sigarette, ricarica del cellulare e assistenza medica gratuitamente, per sfuggire alle loro autorità, contattare o arruolare adepti alla guerra santa islamica, procurarsi armi, riciclare denaro sporco, essere pronti a perpetrare degli attentati nel nostro paese o all'estero.

Il caso del ventiduenne marocchino Abdelmajid Touil, clandestino, riparato dai famigliari residenti a Gaggiano, in provincia di Milano, è sconvolgente. La Tunisia ne ha chiesto l'estradizione per il suo coinvolgimento nella strage del Museo Al Bardo di Tunisi dello scorso 18 marzo, in cui furono uccisi 21 turisti tra cui 4 italiani.

Gli inquirenti italiani concordano sul fatto che Touil è stato 3 giorni a Tunisi e 2 settimane in Libia, probabilmente nel territorio controllato dai terroristi dello «Stato islamico» dell'Isis, prima di sbarcare da clandestino a Porto Empedocle il 17 febbraio scorso. Ugualmente gli inquirenti italiani concordano, sulla base delle registrazioni di una scheda telefonica acquistata e attivata a Tunisi lo scorso 3 febbraio, che Touil era in contatto con i due terroristi islamici dell'Isis autori della strage del Museo Al Bardo.

Tuttavia gli inquirenti italiani sostengono che Touil li avrebbe contattati nella loro veste di «scafisti», non di terroristi. E, considerando che Touil, da quando sbarcò da clandestino a Porto Empedocle non si sarebbe mai mosso dall'Italia, è stato scagionato da qualsiasi ruolo nella strage del Museo Al Bardo. Le autorità giudiziarie italiane non si sono limitate a negare l'estradizione in Tunisia, ma si sono schierate al fianco degli avvocati di Touil per impedire che possa essere comunque espulso in quanto clandestino. Poi si è andati oltre, al di là di qualsiasi ragionevole ipotesi, considerando che abbiamo a fare con un soggetto che come minimo ha violato la nostra legge oltre ad essere accusato di terrorismo da uno Stato amico, chiedendo che gli si riconosca l'asilo politico.

Il Procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha spiegato che «in adesione ai principi enunciati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo», non possiamo neppure espellere Touil in quanto clandestino, perché una volta in Marocco potrebbe essere estradato in Tunisia dove è in vigore la pena di morte. Ed ecco perché, pur di sottrarci all'insistenza con cui la Tunisia lo richiede, gli avvocati di Touil hanno annunciato che richiederanno il riconoscimento dello status di rifugiato politico.

Benissimo! L'Italia si confermerà la Mecca del terrorismo islamico. Sin d'ora abbiamo dimostrato di non essere uno Stato affidabile nella lotta al terrorismo islamico globalizzato. Perché mai nel 2015 l'Italia ha espulso una cinquantina di predicatori d'odio, con la motivazione di essere collusi con il terrorismo islamico, in Paesi dove vige la pena di morte, mentre nel caso di Touil si dovrebbe fare un'eccezione? Ma soprattutto, perché mai abbiamo tradito due onesti militari italiani, in servizio per difendere lo Stato, consegnandoli per meschini interessi materiali ad uno Stato dove vige la pena di morte, mentre ora scopriamo che un sospetto terrorista islamico deve essere tutelato costi quel che costi? Vergogna!

Musocco, la metropoli dei morti dimenticati

Il Giornale.it

Era il bosco dei briganti. Oggi vi abitano mezzo milione di anime Evita e il Duce riposarono qui tra partigiani, ebrei e repubblichini

Profuma di folla, il tempio dell'assenza. Eterna immensità di «ei fu». Oltre mezzo milione di persone oggi abitano quel silenzio. Perpetuo. Da dove ogni tanto qualcuno trasloca. Seppur non di propria iniziativa. In fondo, anche la morte è vita. E nulla finisce per sempre. Perché non si muore davvero finché esiste al mondo qualcuno che ricordi. E il segreto dell'immortalità è un pensiero.

Insolente. Vigliacco. Dolce.

Un tempo lontano era un bosco. La Merlata, si chiamava. Era il nome del torrente che lo attraversava. E, dopo lunghi chilometri, si sposava con il Lambro. Una terra inospitale. Fatta di acquitrini. Paludosa. Patria del nulla e di briganti. Il Trentuno. Il Girometta. Lo Zopeghetto. Il Ferracino. Rigoletto. Scagnozzi al soldo di Giacomo Legorino e Batista Scorlino. Rapinavano chi vi si arrischiava. Lo uccidevano. E si spartivano bottini, fatti di fiorini e scudi d'oro.

Alla lunga quei ricercati furono catturati. A giudicarli fu il segretario del Senato, Giorgio Visconti. E a tramandare quelle gesta assassine pensò Giulio da Modena, cavaliere del Capitano di giustizia. Raccontò di un processo in cui Legorino rinnegò se stesso. Ma confessò dietro tortura. E la tortura fu il suo supplizio. Trascinato da un cavallo e poi legato alla ruota. Non si arrese. Allora gli tagliarono la gola dietro supplica del prete. Perché non avesse a soffrire oltre.

Era il 1566. Ma la fama gli sopravvisse. E, in una celebre poesia, il Porta - provocatoriamente - paragonò i peccati di quel monello del Giovannin Bongee ai delitti di on Jacom Legorin . Anche la Merlata resistette. Per altri tre secoli abbondanti. Nel 1884 però il bosco fu cancellato. La scure piegò alberi, ma il verde rimase. Ci vollero undici anni e, al Monumentale, si aggiunse il cimitero Maggiore. I milanesi lo ribattezzarono subito. Musocco.

Era il nome del comune a cui apparteneva quel fazzoletto di terra nella frazione di Garegnano, alle spalle della certosa. Per un camposanto che nasceva, quattro ne morivano. Chi riposava al Ticinese, Magenta, Garibaldi e Porta Vittoria avrebbe assaporato la pace del Maggiore. Il trasloco durò da ottobre 1895 al giugno successivo. L'ultimo viaggio di quelle anime ebbe insomma una postilla. Il treno. In città fu etichettato cinicamente.

«La Gioconda». Ma non per tutti fu una culla di quiete.Musocco nasceva come la dimora eterna del popolo. I morti qualunque. Dimenticabili. Ricordi a numero chiuso. Per pochi intimi. A piangere era la massaia. Sulla tomba del suo buon marito, passato anzitempo ingiustamente nel numero dei più. Nemmeno la Grande guerra che inondò l'Italia del sangue di 650mila giovani vi portò i suoi caduti. Le lapidi di quei giovani sono al Monumentale. Fu il secondo conflitto a cambiare le sorti del Maggiore.

E a fine aprile del '45, nottetempo, si presentò Renzo Zaccaro, un ragazzo di 22 anni, su un vecchio camion della Croce Rossa. Nascondeva tre bare. E, da piazza Loreto, attraversò tutta Milano. Con lui padre Gregorio e un caporal maggiore. Furono dirottati al «Campo dell'onore». Entrando, a destra. Le fosse erano già pronte. Benito Mussolini. Claretta Petacci. E Achille Starace. Non restarono un minuto di più in balìa della folla inferocita.

Sulla lapide del duce stava un numero, 384. La donna fu ribattezzata col nome fittizio di Rita Colfosco. Il gerarca conservò il proprio. Vi restarono un annetto. Il corpo dello statista fu trafugato da una pattuglia di nostalgici. Finì alla Certosa di Pavia e, nel '57, fu riconsegnato alla famiglia per essere tumulato a Predappio, dove tuttora riposa. Claretta approdò a Roma, al Verano. Starace a Gallipoli. Il gerarca Alessandro Pavolini, segretario del Pnf, appeso con gli altri a testa in giù, vi riposa tuttora. Ma la vergogna potè più del tributo.

«Ai vivi si deve il riguardo, ai morti la verità». Sostenne Voltaire. Ma non fu così. A Musocco, di notte, arrivò anche Evita Peron. Sulla tomba scrissero Maria Maggi. Mentite spoglie. Era il 1955. Il governo del marito era caduto poco dopo che lei se ne andò. In Argentina si temeva il culto della donna che aveva rappresentato una nazione. Ed Eva Duarte giunse a Milano. Vi rimase fino al 1971, quando la situazione si tranquillizzò. Ma nessuno portò mai fiori sulla tomba di un mito, nascosta dietro una sciura . Anonima come altre.

Per me si va nella città dei defunti dimenticati. A molti sembrò eccessivo quel campo dell'onore dove giacevano i repubblichini. E tuttora questo Paese, mai in pace con il suo passato e la sua Storia, storce il naso. Così ne fu creato un altro, il 64, intestato alla gloria. Vi trovarono posto corpi meno famosi. Uniti però da un'appartenenza. Erano e sono i partigiani. Mancava la terza anima di quel conflitto.

E nacque la sezione ebrea. Becky Behar era una ragazzina, figlia di padre turco, che grazie all'extraterritorialità sfuggì ai rastrellamenti. Sorte talvolta peggiore del martirio. Fu l'unica testimone sopravvissuta all'eccidio nazista di Meina. In quello che allora era l'hotel Vittoria. Nome beffardo di un'infamia. L'episodio divenne un film di Carlo Lizzani, ma la Behar non gli perdonò mai di non averla consultata. Becky perse il fidanzato. La speranza. E la fiducia nella giustizia. Accusò il regista di aver stravolto i fatti. Non morì in pace. Non ebbe il rispetto che si deve ai vivi. Nè la verità da consegnare ai trapassati.

A Musocco la pace è per pochi. Non ne trovò molta nemmeno Delio Tessa, scrittore antifascista. Decise di lasciare questa valle di lacrime nel settembre del '39. E si risparmiò la guerra. Volle essere sepolto al Maggiore, ma alla sua volontà si obbedì per undici anni. Nel '50 il Comune decise che Tessa era un grandissimo. E traslocò il poeta dove meritava, ma dove non voleva. Al Famedio del Monumentale. Di fronte al Manzoni. Anche per lui la sepoltura non fu l'ultimo viaggio.

Centenaria, vi giunse Tina Lattanzi, che recitò nel Gattopardo di Visconti e fu la zarina madre in Caterina di Russia . Troppo presto, invece, gli innocenti. I 44 bambini milanesi che morirono nell'affondamento della motonave Annamaria. Erano in gita scolastica all'isola della Gallinara. Al largo di Albenga. Lo scafo urtò un palo subacqueo dell'impianto fognario della città. E si inabissò. Fu una tragedia. I funerali, in Duomo, li celebrò l'arcivescovo Ildefonso Schuster. Era il 16 luglio 1947. Sulla loro lapide c'è il verso del Vangelo di Matteo. «Lasciate che i piccoli vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli». Perfino loro però, candidi come gli otto anni che avevano, sono i morti dimenticati.

La Liberazione era trascorsa da cinque giorni ma Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, compagni di vita e di cinema, avevano una colpa che fu lavata da una raffica di mitra. L'attore aderì a Salò, lei non lo abbandonò neppure alla fine. Benché fosse incinta. Furono rapiti. Finché Pertini ordinò l'esecuzione. Morirono in via Poliziano. Fucilati alle spalle. Riposano a Musocco. La Ferida fu poi riabilitata. La madre fece causa allo Stato e ottenne la pensione dovuta alla figlia.

Pasolini immortale Fu un simbolo ma scrisse banalità

Vittorio Feltri - Dom, 01/11/2015 - 14:50

Pasolini immortale per aver scritto banalità

Pier Paolo Pasolini oggi avrebbe 93 anni. Se fosse vivo. Invece morì nel 1975, quando ne aveva 53, essendo nato nel 1922.



Fu ammazzato ad Ostia da un giovanotto, un prostituto. Gli omosessuali esistono da sempre, pertanto esistevano anche allora. Pagavano per godere e talvolta morivano non di piacere, ma assassinati da chi glielo dava. Succede anche adesso, ma meno di ieri, perché la società, come si dice, si è evoluta e non considera più i gay gente strana che si può uccidere senza creare troppa disapprovazione nella pubblica opinione.

In ogni caso, Pasolini non meritava di finire come è finito. Era un uomo intelligente, geniale, un intellettuale eclettico, un artista che all'epoca, però, non era accettato da tutti. Era un poeta, ma nessuno ne rammenta un verso. Era un ottimo scrittore, ma i suoi romanzi, per esempio Ragazzi di vita , non furono accolti con entusiasmo dalla critica a causa della povertà (realistica) della prosa. Era un eccellente regista, ma i suoi film non ottennero un successo pari al loro valore.

Perché? Pasolini nacque troppo presto rispetto alla moda odierna. Non fu compreso nella sua complessità dalla massa. Soltanto le persone colte ne afferrarono in parte la preziosità. I conservatori lo detestavano, considerandolo inabile a una scrittura nobile, aulica, e incline a disprezzare la cultura del tempo, ancora legata a vecchi schemi secondo i quali la letteratura era un campo riservato ai letterati virtuosi, non a chi avesse qualcosa di importante da raccontare. A distanza di 40 anni dalla sua morte, il poliedrico artista viene celebrato dai media come un grande del secolo scorso, uno dei personaggi più influenti e decisivi di quel tribolato periodo, attraversato da scontri sociali, lotte armate, fermenti rivoluzionari eccetera.

Non c'è giornale che non abbia riservato in queste settimane paginate e paginate per commemorarlo. È cambiato il clima, è cambiata la mentalità; pochi rammentano le opere dell'artista, ma non importa: si è affermato il concetto che egli sia stato e rimanga un uomo di inarrivabile spessore. Ottimo. Ne siamo contenti. Tuttavia non possiamo sottacere che di costui si sa poco. Chi ha letto i suoi libri? Chi ha visto la sua produzione cinematografica abbondante?

Diciamo la verità, che notoriamente fa male: di Pasolini si ricorda soprattutto un famoso articolo scritto per il Corriere della Sera, all'inizio degli anni Settanta, allorché commentò l'uccisione di un poliziotto durante una manifestazione comunista. L'autore, assunto quale editorialista dal giornalone milanese per volontà dell'allora direttore, Piero Ottone (che non soffriva della concorrenza di Repubblica, non ancora in edicola), se ne uscì con una considerazione assolutamente inattesa.

Questa: i proletari che aspirano alla rivoluzione non possono prendersela con gli agenti dell'ordine pubblico in quanto, a loro volta, sono proletari, figli di povera gente, contadini del Sud, quindi compagni e non avversari dei comunisti impegnati e sovvertire il potere dominante. L'articolo scosse la sinistra e, in particolare, i capi popolo.

E segnò un punto di svolta: le classi meno abbienti non devono farsi la guerra, ma farla insieme a coloro che comandano a Roma. Un'ovvietà. Una banalità.Chiunque infatti era al corrente che poliziotti e carabinieri non fossero borghesucci e, di conseguenza, erano degni del rispetto riservato agli operai. Un particolare scontato sul quale, tuttavia, nessuno aveva riflettuto. Cosicché Pasolini si affermò per aver scoperto l'acqua calda. E si continua a parlare di lui per questo, non per altro, a dimostrazione che gli intellettuali diventano icone soltanto quando sfondano porte aperte. Per il resto, non c'è anima che si accorga di loro.

Pasolini poi, volendo dirla tutta, scrisse anche un altro articolo indimenticabile in cui affermava che la Democrazia cristiana andasse processata in piazza, essendo colpevole di tutte le porcherie italiane, quelle che impedivano al Paese di adottare una dittatura marxista. Un pezzo ignobile (profetico di Mani pulite) che, però, gli valse l'immortalità. E ciò la dice lunga sulla capacità di giudizio dei connazionali dell'epoca e forse anche di quelli contemporanei.

Ambrosoli, la famiglia si spacca La guerra del miele in tribunale

Corriere della sera

di Mario Gerevini

Il ricorso di quattro dissidenti poi l’ordinanza che blocca l’aumento di capitale varato a maggio. Le crepe all’interno della famiglia iniziate nel 2014

Cattura

Ambrosoli contro Ambrosoli, l’amara guerra del miele si alza di livello. Non c’è più spazio per la diplomazia familiare. Dalle schermaglie nelle assemblee societarie si è passati alle aule del Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di impresa. Ad essa si sono rivolti alcuni componenti della famiglia, ottenendo un primo importante punto a favore: un’ordinanza cautelare che, in attesa della fase di merito, costringe l’azienda a sospendere l’aumento di capitale varato a maggio. Ma al di là dei risvolti giudiziari, il solo fatto che la parola sia ormai affidata ai giudici fa capire quanto la rottura sia difficilmente sanabile.

A portare l’azienda di Ronago (Como) in Tribunale sono stati Maria Pia (62 anni), Luca (53), Gianfranco (64) e Mario Ambrosoli (74) che rappresentano il 22% del capitale e contestano le scelte dei vertici. La gestione della G.B. Ambrosoli è da diversi mesi sotto tiro anche per gli emolumenti ritenuti eccessivi (900.000 euro complessivi) dei due anziani Ambrosoli alla guida operativa: Alessandro (82 anni, uno dei figli del fondatore) e il cugino Giovanni 79 anni. La società, fondata da Giovanni Battista, è leader in Italia nella commercializzazione del miele e dei suoi derivati (caramelle e cera). I ricavi sono in leggero calo da alcuni anni (24,6 milioni nel 2014 contro 28,4 del 2012) con risultati in perdita, anche se modesta. Ma la struttura patrimoniale è solida e il debito ridotto all’osso.

Le prime crepe all’interno della famiglia (una ventina di Ambrosoli soci) si erano formate a fine 2014 a seguito del piano di rilancio che prevedeva anche un aumento di capitale, necessario - si diceva - per acquistare una grande quantità di miele di cui l’azienda era sprovvista. Il conflitto è emerso nelle assemblee del 2015 con il 15% che ha votato contro il bilancio e altre delibere. Poi la fronda è cresciuta. Dalle carte del Tribunale si scopre che ha raggiunto il 22% del capitale con un «appoggio esterno» di un altro 3-4%.

I quattro dissidenti hanno chiesto di bloccare le delibere di riduzione del capitale (annullamento azioni proprie) e di aumento (740mila euro). L’annullamento delle azioni proprie «avrebbe l’unico scopo - secondo i denuncianti - di pregiudicare gli interessi» dei soci di minoranza «a beneficio esclusivo ed egoistico dei soci di maggioranza». Mentre l’aumento di capitale è stato presentato «in assenza di qualsivoglia giustificazione». I soci di maggioranza riconducibili alle famiglie del presidente e dell’amministratore delegato, «starebbero utilizzando la società - è l’accusa - (...) per soddisfare l’esigenza di veder remunerati i propri esosi compensi».

Accuse «infondate», secondo la G.B. Ambrosoli, sede in via Ambrosoli e difesa dall’avvocato Matteo Ambrosoli: nessuno viene avvantaggiato dalle operazioni deliberate e l’aumento di capitale è al servizio di un piano da 4 milioni di investimenti. Alla fine il giudice Alessandra Dal Moro ha valutato che ci fosse stata effettivamente «una asimmetria informativa rilevante a danno dei soci di minoranza». Il tutto in un quadro di «alta conflittualità» che risulta «esasperata» dai compensi «in effetti notevoli» dei vertici. E così il Tribunale ha sospeso la delibera di riduzione e poi aumento di capitale. Ma di sicuro non finisce qui.

1 novembre 2015 (modifica il 1 novembre 2015 | 10:27)

Carta d'identità elettronica? Ora non la vuole più nessuno

Gianpaolo Iacobini - Dom, 01/11/2015 - 08:14

Da Nord a Sud, è tutto un coro di lamentele da parte dei Comuni Che sono tornati al vecchio documento cartaceo: "È più pratico"

Troppo cara, difficile da stampare, tecnologicamente obsoleta. La carta d'identità elettronica ha fatto flop.



Presentata come il simbolo della svolta digitale, è miseramente naufragata sugli scogli della burocrazia, trascinando con sè negli abissi promesse e attese. «Stiamo studiando se sia possibile inserire anche dati biometrici, come le impronte digitali o la mappa dell'iride», fantasticava che era il 1997 l'allora ministro della funzione pubblica Franco Bassanini. L'obiettivo era chiaro: racchiudere vita, morte e miracoli degli italiani in un chip. Invece 4 anni sono passati solo per definire (con 4 decreti) specifiche tecniche e modalità di rilascio.

Poi, nel 2001, l'avvio della fase di sperimentazione in 200 Comuni, sugli oltre 8.000 del Belpaese. «Entro il 2005 l'avranno tutti», giurava il ministro dell'interno dell'epoca, Enzo Bianco, consegnando il primo esemplare. Che è rimasto tale - o quasi - fino a quando, nel 2005, il Governo Berlusconi non ha rimesso in moto la macchina digitale, stabilendo che dal 2006 i Comuni avrebbero dovuto emettere esclusivamente tessere elettroniche.

Ma con Prodi e gli ulivisti il meccanismo s'inceppa. Allora nel 2011 Berlusconi ci riprova. Le norme attuative, però, non vedranno mai la luce perchè intanto a Palazzo Chigi arrivano i professori. E s'inventano il documento digitale unificato, destinato a sostituire carta d'identità e tessera sanitaria. Bello. E talmente avveneristico che nessuno l'ha mai visto. Morale della favola: in 14 anni di sperimentazione sono state 4 milioni le carte d'identità digitale rilasciate. I perché della debacle? Arcinoti. Le macchine stampatrici, per dire: a Firenze ne hanno una.

A Milano (dove le identità digitalizzate toccano il 5%, un record come i tempi d'attesa, che superano i 6 mesi) ne avevano 4, hanno speso 80.000 euro per comprarne altre 6, ne servirebbero 42. A Roma e a Napoli la Cie si può richiedere in un solo Municipio. A Bari in 3. Ovunque costa 25 euro, cinque volte più della gemella di carta. Non bastasse, la tecnologia usata è superata e spesso la connessione coi terminali del ministero va in tilt. A Trento, dove di card di nuova generazione ne sono state sfornate 22.000 in un decennio, qualche mese fa l'assessore al decentramento Renato Tomasi ammetteva:

 «Se la macchina viene usata per produrre più d'una decina di tessere al giorno rischia di saltare. Aggiustarla è troppo costoso ed i pezzi di ricambio sono introvabili». Stufi e senza soldi, i Comuni alzano bandiera bianca: nel 2015, secondo i dati forniti dal Viminale, dei 200 enti sperimentatori soltanto 61 hanno richiesto carte elettroniche per l'anno in corso, per quantitativi irrilevanti: 1.500 Roma, 500 Napoli. Tutti gli altri niente. Così Modena, Ravenna, Rimini e da ultimo Bologna. «La strumentazione della carta d'identità elettronica - spiegano da Palazzo d'Accursio - è obsoleta, i pezzi di ricambio difficili da reperire, i costi di sostituzione elevati.

Inoltre, i malfunzionamenti del sistema provocano blocchi del servizio, causando ulteriori aumenti dei tempi di lavorazione e disservizi per i cittadini». Per cui dal 2 novembre stop al rilascio di nuove carte d'identità elettroniche. E il Governo dei rottamatori? Punta allo Spid, alias sistema pubblico di identità digitale: un codice identificativo unico per accedere a tutti i servizi pubblici, in primis Inps, Inail e Agenzia delle Entrate. L'obiettivo iniziale era di 3 milioni di spid da rilasciare nel 2015. Ma come conferma l'Agenzia per l'Italia Digitale, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si partirà concretamente (e solo per alcuni servizi) non prima di dicembre.

Marino, chi grida alle Idi di ottobre: la sindrome (contagiosa) del complotto

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Marino e la passeggiata al Campidoglio  (Jpeg)

Le Idi di Marzo, che nobile precedente. Ignazio Marino pugnalato come Giulio Cesare. Manca solo uno Shakespeare per fare dire a un nuovo Marco Antonio nella sua orazione funebre che «Matteo Renzi è un uomo d’onore» e poi siamo all’apoteosi del complottismo.Invece ci sono solo i fan di Marino e i giornali di estrema sinistra e dunque l’accusa del complotto appare un po’ spuntata.

Si chiama politica, manovra politica, scelta politica. Che può essere giusta o sbagliata ma resta essenzialmente una scelta politica. Anche candidarsi a sindaco, vincere le primarie, vincere le elezioni al ballottaggio è politica. E se la maggioranza politica sfiducia il sindaco che ha sostenuto fino al giorno prima, la tragedia fosca della grande cospirazione non c’entra più, è una spiegazione troppo facile. Troppo rassicurante. Troppo autoassolutoria.

E del resto i complottisti non possono essere complottisti a zig zag, a singhiozzo, a giorni alterni. Quando le defezioni nel campo del centrodestra indebolirono Berlusconi, partirono dalla destra come al solito accuse di tradimento e di complotto, ma in quel caso i giornali oggi filo Marino si guardarono bene da espressioni che potessero ricordare qualcosa di simile alla congiura. Anzi, magari presero anche in giro i berlusconiani quando Berlusconi alla fine gettò la spugna e si recò al Quirinale per dimettersi. Era politica, appunto.

Se un premier non sa più tenere la sua maggioranza, subisce una sconfitta politica, ovviamente con il concorso (democraticamente legittimo) dei suoi avversari. E la stessa cosa vale per il sindaco di Roma che adesso deve portarsi a casa le sue «scatole preziose». Non ha saputo tenere il suo governo della città. Giulio Cesare non c’entra niente. E neanche Bruto. E neanche le solite litanie sui «poteri forti» che sono «forti» solo se ti stanno contro, gli altri giorni invece no. Ma il complottismo è una malattia forte e contagiosa, colpisce e destra e a manca. È molto facile da maneggiare. Addirittura è molto popolare perché trasforma in vittima chi subisce una sconfitta politica. Le Idi di ottobre fanno sempre il loro effetto .

1 novembre 2015 (modifica il 1 novembre 2015 | 10:51)

Quando lo smartphone ti salva la vita... Forse

La Stampa
giacomo poretti

Il trio in bici: Aldo si fa male, Giovanni e Giacomo navigano



Quello che leggerete sotto è assolutamente inventato, ma riproduce fedelmente i pericoli che si possono correre quando le persone attuano un comportamento compulsivo con il proprio telefono.

Aldo cadendo in bicicletta si è rotto probabilmente una tibia, ma si lamenta come se le avesse rotte tutte e due, del resto i suoi soci conoscono bene l’attitudine al lamento del proprio compagno meridionale e armandosi di molta pazienza gli prestano le cure del caso.

Giovanni: «Stai calmo Aldo, adesso ti portiamo in ospedale e si sistema tutto..».
Aldo: «Presto, sto morendo, la pressione sistolica è sotto il livello di guardia, Mariaaaa! mi sento mancare... presto Giacomino portami in clinica per favore, una bella clinica privata, pulita confortevole, belle infermiere...».
Giovanni: «Ma cosa c’entrano le infermiere? Sei qua che stai schiattando... Pensiamo a trovare un pronto soccorso e che Dio ce la mandi buona...».
Aldo: «Come sei crudele Giovanni, se devo morire voglio che accada in un luogo salubre, Giacomino ti prego tu, che hai l’animo di un dottore, portami in una bella clinica... Aaahhhh che doloreeeeee!»
Giacomo: «Stai calmo Aldo, basta digitare cliniche private su AroundMe e siamo apposto...»
Aldo: «Bravo diggita, diggita»
Giacomo: «La clinica privata più vicina è a 3 km e 752 mt, Villa Benessere»
Giovanni: «Ma noo, quella clinica lì non va bene, loro son forti nella prostata e malattie della pelle, ma per le fratture sono scarsi...»
Aldo: «Ma Giovanni, Villa Benessere è vicina, io sto morendo!»
Giovanni: «Vuoi che ti ingessino la caviglia all’incontrario? Poi cosa fai, vai a chiedere la carità ai semafori eh?... Ma no, lì non ti porto..»
Giacomo: «Tranquillo Aldo guarda qua: c’è la Clinica Arcobaleno a 12 km e 237 mt, il satellite mi dice che in 26 minuti siamo lì, forteeee questa applicazione»
Aldo: «Ma fra 26 minuti io sarò in coma....»
Giovanni: «Bella sì ma come fai ad avere tutte quelle cose lì?»
Giacomo: «Prima di tutto devi munirti di un telefono adeguato, possibilmente uno smartphone...»
Giovanni: «Un che??»
Giacomo: «Uno smartphone, un telefono con diverse funzioni..»
Aldo: «Sto male... non respiro.. Ahhh la pressione»
Giovanni: «Se è un telefono perché lo chiami smart... quella roba lì?»
Giacomo: «Non è colpa mia se lo hanno chiamato così..»
Aldo: «Amici, vi prego, non litigate.. sto perdendo i sensi.. Oddio voglio fare testamento..»
Giacomo: «Sì, scusa Aldo, allora tu vai su internet e scarichi l’app...»
Giovanni: «Ah, ho capito! quindi tu scarichi, cliniche private?»
Giacomo: «No, tu scarichi un’applicazione che si chiama AroundMe... Attorno a me.. e trovi tutto quello che ti serve: ristoranti, cinema, pompe di benzina, bancomat..»
Giovanni: «Nooo.. anche i bancomat?!»
Giacomo: «E sì eh, guarda... ce n’è uno a 38mt Banco Lombardone...poi uno della San Pampurio a 135 mt...»
Giovanni: «E del Banco Valgrattona? »
Giacomo: «Si ce n’è uno a 450 mt.. Ma tu hai il conto al Valgrattona?»
Giovanni: «Sì»
Giacomo: «Ma fa cagare!... Ti fanno pagare 2 euro e 20 per ogni prelievo!»
Giovanni: «Ti fanno pagare 2 euro e 20 se non è la tua banca se no è gratis...»
Giacomo: «Sì, ho capito, ma gli sportelli di quella banca lì ce n’è uno ogni morto di papa...»
Giovanni: «Oooh, ma dai, cosa dici?»
Giacomo: «Guarda.... va che AroundMe ha un coefficiente di errore del 3%... dài, ci sono tre sportelli in tutta la città! Ma perché non apri un conto direttamente in Valgrattona?»
Aldo: «Ecco, amici, mi state uccidendo, io sto esalando l’ultimo respiro e voi parlate di spese bancarie...»
Giacomo: «Stai calmo Aldo, altrimenti rischi di collassare»
Aldo: «Ma io sono già colassato»
Giovanni: «Sì, ma sei un piangina! Sempre a lamentarvi voi meridionali - e lo Stato non mi aiuta, e le tasse mi prosciugano, i politici sono corrotti, i servizi non funzionano!»
Aldo: «Ma se sono le stesse cose che dici pure tu»
Giovanni: «Sì, ma lo dite con quel tono che pare che avete una gamba rotta»
Aldo: «Ma io ce l’ho una gamba rotta!»
Giovanni: «Vedi, sempre a lamentarvi! Meritereste di essere lasciati a risolvere da soli i vostri problemi…»
Giacomo: «Ben detto Giovanni! Rimboccatevi le maniche, usate le vostre gambette e mettetevi in cammino»
Aldo: «Ma come faccio, io ho una gambetta fuori uso…!»
Giovanni e Giacomo se ne vanno in bici e commentano: «Sai che ho scaricato Runtastic e ti dice quanta strada percorri, a che velocità, le calorie consumate, io poi comunico ai miei amici sul gruppo di Whatsapp la prestazione, così puoi fare una specie di giro d’Italia virtuale, sai che ogni giorno ci assegniamo la maglia rosa? Se la vinci te la devi portare anche in ufficio! Una figata!»
Giovanni: «Dai, vediamo in quanto tempo facciamo da qui a piazza del Duomo!»
Scattano sui pedali come Mercks e Gimondi
Aldo: «Amiciiiiiiii…. non lasciatemi solo, non ho nemmeno il telefonino!». 

Moroso” a 2 anni, la replica di Equitalia: “Caso risolto, la famiglia non dovrà pagare un euro”

La Stampa
miriam massone

Resta da chiarire come mai la madre del bimbo alessandrino, la signora Amalia Iudicone, non sia stata informata di poter scrivere la parola “fine” su questa odissea con il Fisco

Sul caso del bambino, ora di 10 anni ma all’epoca della prima cartella esattoriale di appena 2 anni, Equitalia precisa oggi che la situazione è stata risolta. E anche da tempo. In particolare, la cartella notificata nel 2010, sarebbe stata annullata a fine marzo a seguito del provvedimento di sgravio dell’Agenzia delle entrate che aveva richiesto originariamente il pagamento. 

Resta da chiarire come mai la mamma del bimbo alessandrino, la signora Amalia Iudicone, non sia stata informata di poter scrivere la parola «fine» su questa odissea con il Fisco che andava avanti da quando suo figlio aveva 2 anni. E a cosa sia attribuibile il disguido. In pratica il piccolo risultava “moroso” per non aver pagato le tasse di registrazione dopo l’acquisto, con contratto, di un telefono cellulare H3G. Acquisto, ovviamente, mai avvenuto. A Equitalia avrebbe dovuto pagare 166 euro. Somma che - ora finalmente mamma Amalia lo sa - non andrà mai versata. 

Anche per l’Agenzia delle Entrate il problema è risolto: «La cartella ricevuta dal bambino era dovuta al mancato pagamento della tassa di concessione governativa sull’abbonamento di un cellulare che qualcuno, al momento ignoto, ha attivato anni fa, inserendo impropriamente il codice fiscale del piccolo di Alessandria.

Il sistema in automatico ha generato l’avviso di pagamento abbinato al codice fiscale dell’intestatario dell’abbonamento: il 24 marzo scorso, la madre si è recata presso l’Ufficio territoriale di Alessandria dell’Agenzia delle Entrate, ha illustrato la situazione e i funzionari hanno immediatamente proceduto all’annullamento della pratica. Da allora, né al bambino, né ai suoi genitori, sono stati inviati avvisi o solleciti, né da parte dell’Agenzia delle Entrate, né della società Equitalia». 

La signora Amalia chiede però un documento ufficiale che attesti «che mio figlio è pulito per il Fisco: senza quel documento non mi sento tranquilla perché anche cinque anni fa, dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, mi avevano detto che era tutto a posto e non dovevo pagare, ma poi invece mi è arrivata di nuovo la cartella». 

Sapienza, calma e il palato di Maurizio per ripetere la magia del balsamico

La Stampa
federico taddia

Nell’acetaia della Consorteria si ripetono gesti antichi e lenti: “Non abbiamo fretta”



«Quando sei in acetaia non hai mai la sensazione di essere solo: percepisci sempre la presenza di chi ha lavorato quelle botti prima di te e senti il dovere di condurre quel luogo verso le prossime generazioni».

Si, perché un’acetaia non si gestisce ma si conduce, l’aceto non si produce ma si alleva, le botticelle non si custodiscono ma si tengono a balia. Anche le parole fanno la differenza quando ci si erge a baluardo di una cultura secolare, e lo sa bene Maurizio Fini, 66 anni, maestro assaggiatore e conduttore dell’acetaia della Consorteria dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena a Spilamberto. 

«L’associazione è nata nel 1967 per proteggere e tutelare questo straordinario prodotto. Ma non solo: con l’organizzazione di un ambitissimo palio annuale si ha la possibilità di verificare la qualità dell’aceto prodotto nel territorio. Essere qui è un grande privilegio, perché si ha l’opportunità di convivere quotidianamente con l’eccellenza: è un po’ come allenare la Nazionale».

Il primo incontro con le botti Maurizio lo fa da bambino: il nonno produceva aceto di vino, ma in una stanza, le cui chiavi le teneva nascoste nel seno la nonna, c’era anche il luogo dove nasceva l’«aceto dei signori», il balsamico. Ed è proprio aiutando l’anziano capofamiglia, mutilato di guerra, che il fanciullo apprende le nozioni basilari, sperimenta l’arte del travaso e del rincalzo, prende una grossolana confidenza con i sapori, i profumi e i colori. 

La svolta della vita
«Di professione ho fatto tutt’altro, poiché mi occupavo di stampa fotografica, ma ad un certo punto di mi sono reso conto che avevo acquisito competenze che non sapevo di possedere, era come se fossero innate. Così, dal 1971 ho iniziato a frequentare le prime batterie di botti: errori ed esperimenti, studio e valorizzazione dei saperi antichi, centinaia di assaggi e confronto con gli altri maestri, fino a mettermi a disposizione della Consorteria». Le uve, obbligatoriamente del modenese: il Trebbiano per il profumo, il Lambrusco per la sua acidità e l’Ancellotta, per l’aroma vellutato. La pigiatura, lenta e delicata.

La cottura del mosto: rigorosamente all’aperto per garantire l’evaporazione, sul fuoco a legna e per 10 massimo 12 ore ad una temperatura attorno agli 80 gradi. Poi la fermentazione alcolica e successivamente quella acetica. Prima di dare il via al ciclo di maturazione e invecchiamento dentro alla batteria, una serie di barili a grandezza decrescente di legni diversi, dalla quercia al ginepro, passando per il frassino, il castagno e rovere, ordinatamente disposti nel solaio. Ed è lì, grazie all’escursione termica guidata dal ciclo delle stagioni, che scienza, natura e mano dell’uomo si fondono per dare vita al balsamico. 

Dodici anni in viaggio
Un viaggio lungo almeno 12 anni per ricavare un prodotto affinato. Fino a 25 anni per arrivare al prelibato extravecchio. Sapendo che da un quintale d’uva non si ricaveranno più di due litri di aceto. «Noi non abbiamo fretta, il nostro compito è aspettare: il mosto cotto, il tempo e la sapienza sono i tre ingredienti basilari di questa miracolosa ricetta. Quello che deve fare il conducente è entrare in simbiosi con la batteria, muovendosi come un equilibrista per mantenere il giusto rapporto tra gradazione zuccherina e acidità.

E, come vuole la tradizione, quando le prime gemme spuntano sugli alberi e dalle scale che portano al sottotetto scende l’odore dell’aceto che sta riprendendo vita, è il momento di prelevare il prodotto maturo, di travasare da una botticella e l’altra e di riportare a livello tutti i barili con un attento rabbocco. Sapendo che vedrai tra anni i risultati nei tuoi gesti, e che ogni tuo errore verrà percepito con tutti i sensi». Un valutazione visiva, per decretarne densità, colore e limpidezza. Una descrizione olfattiva, per definirne franchezza, finezza, persistenza e acidità. Un giudizio gustativo, per classificare pienezza, intensità, sapore, armonia e acidità.

Sono questi tutti i parametri padroneggiati dai 150 maestri, 120 assaggiatori e 80 allievi della Consorteria, paladini del «Tradizionale», che poco o nulla a che fare con l’aceto balsamico di Modena Igp commercializzato in larga scala. 

Tradizionale, non Igp
«L’aceto tradizionale è inconfondibile. Una candela, per guardare controluce: mi basta questo per capirne la densità, il colore e la limpidezza. Poi il naso, con cui sperare nell’assoluta assenza di difetti. E infine qualche goccia lasciata cadere sulla lingua, schiacciata contro il palato e inghiottita per farsi avvolgere dal ritorno del retrogusto: un piacere completo, totalizzante, la somma di infinite sensazioni che si orchestrano in un unico concerto. Ecco, questo è il mio mondo. È il mondo che voglio difendere e quello che voglio tramandare ai miei nipoti. E proprio per questo appena nati hanno ricevuto in dono la loro batteria».

E non è un caso se tra le botti della Consorteria, luogo di culto e di cultura per gli appassionati del balsamico, fanno capolino anche quella dell’osteria «La Francescana» di Massimo Bottura: lo chef pluristellato ha affidato la conduzione dei suoi legni a Maurizio e al fedele collega Dino Stefani, come segno di totale fiducia e di intrinseco legame con la propria terra. «Siamo noi che apparteniamo all’acetaia, non è l’acetaia che appartiene a noi: ricordarci di questo ogni giorno è l’unico modo per non tradire i nostri avi e lasciare un’eredità ai nostri discendenti».

Poliziotti arrestano un clochard per aiutarlo a rimanere con il suo cane

La Stampa
cristina insalaco



Quando due settimane fa la polizia di Dudley, nel Regno Unito, è venuta a conoscenza della storia di un uomo senza fissa dimora che dormiva per le strade della città con il suo cane, si è attivata per aiutarlo. E per dare alla coppia di amici un luogo caldo e sicuro nel quale poter trascorrere le notti.
Il problema, a Dudley come in tantissime altre parti del mondo, è che nei dormitori l’ingresso è vietato agli animali. Questo è il motivo per cui molte volte i clochard, pur di non separarsi da loro, preferiscono sdraiarsi su un cartone e addormentarsi su un marciapiede o panchina pubblica, rischiando anche di morire dal freddo.

Ma la storia del senzatetto inglese si è conclusa diversamente. L’uomo in un primo momento aveva paura che le forze dell’ordine gli potessero portare via il cane, il suo unico affetto. Quindi è stato un po’ reticente. Era spaventato e non voleva farsi aiutare da nessuno. Poi le sue paure si sono dissolte quasi subito: la polizia l’ha arrestato, ma non per separarlo dal suo amato Fido. «Il nostro team ha lavorato insieme ad altri specialisti per accelerare il caso - ha detto un portavoce del dipartimento di polizia di Dudley -. L’uomo è stato rilasciato dopo poche ore senza accuse, ma con un indirizzo nel quale poter andare a dormire».

Si tratta di un ostello della città, nel quale accettano i quattrozampe. «Il cane è triste e ansioso senza il suo proprietario, e viceversa. Loro non possono avere una casa - hanno concluso i poliziotti - ma sono una famiglia. Si vogliono bene, e meritano di stare insieme».

Il restauro in Galleria svela i segreti di Mengoni, e il cantiere risale sui tetti

Corriere della sera

di Paola D’Amico

Dopo l’imponente maquillage dei «corpi di fabbrica», il Comune progetta il restauro delle coperture in ferro e vetro della Galleria Vittorio Emanuele. Un primo impegno di spesa (4 milioni di euro) era già stato accantonato per il 2015

(Fotogramma)

Dopo l’imponente maquillage dei «corpi di fabbrica», il Comune progetta il restauro delle coperture in ferro e vetro della Galleria Vittorio Emanuele. Un primo impegno di spesa (4 milioni di euro) era già stato accantonato per il 2015. Ma i lavori slitteranno di almeno un anno, durante il quale i tetti della Galleria ospiteranno «un cantiere sperimentale necessario per lo studio dei materiali».

Lo ha spiegato l’assessore ai Lavori Pubblici, Carmela Rozza, a margine del seminario organizzato al teatro Paolo Grassi a 150 anni dalla posa della prima pietra della Galleria (1865), progettata da Giuseppe Mengoni, occasione per illustrare i recentissimi restauri. «Sono materiali antichi, di cui sappiamo molto poco. Le tipologie di vetro e anche le leggi oggi sono diverse, c’è un problema di peso e si dovrà studiare la tenuta delle infrastrutture in ferro», ha aggiunto Rozza. L’idea è di avere in futuro soffitti più resistenti ma anche luminosi e trasparenti.
Putrella di acciaio
Gli esperti hanno ripercorso la storia della Galleria, mostrato immagini inedite, illustrato minuziosamente i dettagli del restauro dei corpi di fabbrica, durato otto mesi e concluso in tempo per l’apertura dell’Esposizione universale. Ma hanno anche sollevato il velo sulle fragilità del «meraviglioso complesso che, quando fu realizzato esprimeva già una proiezione di Milano negli anni subito dopo l’unità d’Italia verso l’Europa e verso la modernità», come ha sintetizzato la Soprintendente alle Belle Arti e Paesaggio, Antonella Ranaldi. C’è stato un tempo in cui camminare in Galleria era pericoloso.

L’architrave che sorreggeva l’Arco Trionfale aveva una lesione e dell’iniziale e pericoloso cedimento si accorse lo stesso Mengoni. Era il 1870. L’Arco fu l’ultima porzione di opera ad essere edificata. L’architetto fece inserire una putrella di acciaio fissata con bulloni, i primi di cui si conosca l’utilizzo in Italia. Le tracce dei sostegni d’acciaio furono poi celati sotto gli stucchi. Mengoni morì, sette anni più tardi, precipitando dal tetto della «sua» Galleria, alla vigilia dell’inaugurazione.
Bulloni fuori sede
La memoria di quella imperfezione strutturale è riemersa durante i restauri, quando un tecnico s’è accorto che la stuccatura di una crepa non teneva. L’occhio di un endoscopio ha svelato così il difetto e la cura utilizzata dal Mengoni. E poiché è tuttora visibile «un abbassamento dell’architrave preoccupante e i bulloni dopo un secolo e mezzo stavano uscendo dalla propria sede», come ha spiegato l’architetto Angelo Manenti, dei Lavori pubblici, ecco una nuova cura stavolta con avveniristici «sostegni di titanio». La Galleria, ha ricordato Ornella Selvafolta, del dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico, «nacque con un processo di demolizione, sventramento e ricostruzione imponente del centro della città».

Mengoni portò in Italia una tipologia architettonica, quella delle strade coperte (i «passage»), nata in Francia ma al tempo in abbandono. «La rivoluzione fu nel gigantismo, nei i cinque piani degli edifici, nelle dimensioni». Ed ecco la promenade, il crocevia di strade, l’Ottagono, che al tramonto, allora come oggi, s’illumina a giorno. Come testimoniano le immagini in bianco e nero uscite dagli archivi milanesi e da quello del Mengoni custodito a Fontanelice che gli diede i natali.

30 ottobre 2015 | 10:08

Pansa demolisce Fabio Fazio: "Non fidatevi dell'Abatino, resta un sultano della Rai"

Libero

Pansa demolisce Fabio Fazio:

Confesso che Fabio Fazio mi sta sui corbelli. Il motivo è in parte banale: non mi ha mai invitato nella sua trasmissione televisiva, «Che tempo che fa», sulla Rete Tre della Rai, a presentare uno dei libri che vado pubblicando. Nelle case editrici italiane circola da sempre una giaculatoria. Dice: Fazio non si limita a presentare un libro, lo promuove. Se ne parla e ne discute con l’autore, puoi stare sicuro che quel libro, qualunque sia, anche il più inutile e il più becero, partirà a razzo con grande soddisfazione dell’autore, dell’editore e dei librai.

Negli ultimi anni ho lavorato per due editori importanti, la Sperling & Kupfer e la Rizzoli. E ho domandato a entrambe le case: «Ma è possibile che non riusciate a mandarmi alla trasmissione di Fazio? Sarebbe anche nel vostro interesse!». La risposta era sempre la stessa, melanconica e rinunciataria: «È impossibile. Fazio si comporta come un dittatore. Decide soltanto lui chi invitare. E tu non gli piaci per niente. Sei colpevole di revisionismo sulla guerra civile. Ti considera un anti-antifascista. Non ti chiamerà mai. Mettiti il cuore in pace».

Era fatale che non piacessi a Fazio. È un signore di sinistra integrale, dalla testa ai piedi. Uno dei suoi autori-consiglieri è ancora più rosso di lui: Michele Serra. Anche la Rete Tre è un feudo dei compagni. Tutti connotati che azzerano l’obbligo di essere imparziali, come dovrebbe comportarsi un qualsiasi programma della Rai, pagato con il canone da tanti signori nessuno. Su Fazio influiva molto il sinistrismo di Serra, rimasto il vecchio satirico rosso di un tempo. Intendo l’epoca del vecchio Pci, quando il nemico da distruggere era la Balena bianca democristiana.

Scomparsa la Dc, Serra si inventò un altro nemico: Silvio Berlusconi. Non perdeva nessuna occasione di maledirlo. Per citare un esempio solo, nel settembre del 2010, intervistato da Luca Telese per il Fatto quotidiano, spiegò che Berlusconi e il berlusconismo erano «una forma estrema di individualismo amorale, di spregio per le regole, di superficialità puerile. Anche se Berlusconi finisse, l’humus che lo ha fatto prosperare rimarrebbe». Ma ben più interessante di Serra, risultava il personaggio di Fazio. Il suo sinistrismo era fondamentalista.

Nonostante questo, amava interpretare il ruolo opposto al televisionaro settario. Era quello dell’abatino estraneo a qualsiasi parrocchia, amico di tutti e nemico di nessuno. Con l’aria dimessa, l’espressione sempre stupita, il vestito strafugnato del ragazzo di provincia capitato per caso in un posto e in una funzione che non ritiene di meritare. In realtà Fazio era, ed è, uno dei sultani della Rai. E immagino che lo resterà anche nell’era della presidente Maggioni e del nuovo direttore generale Campo Dall’Orto. La riforma, una specie di araba fenice, non incrinerà il suo potere. E lui rimarrà uno dei pochissimi a fare come cavolo gli pare e piace.

Se il passato può ammaestrarci sul futuro, vedremo cose turche. Come accadde la sera che presentò un libro del direttore dei giornali radio Rai unificati, Antonio Caprarica, già redattore dell’Unità e poi condirettore di Paese sera, un quotidiano filo Pci destinato a sparire. Era il maggio 2007, sotto il governo di Romano Prodi. Quella sera gli utenti della Rai ebbero sott’occhio un’ammucchiata tutta rossa: rete di sinistra, autore di sinistra, conduttore di sinistra, consigliere di sinistra. Un conflitto d’interessi sfacciato, fra compagnucci che si strizzavano l’occhio a vicenda. Felici di averci preso per i fondelli ancora una volta.

In altri casi, lo spettacolo si rivelò penoso. Fazio aveva invitato Pietro Ingrao a presentare l’autobiografia, Volevo la luna, pubblicata da Einaudi. In preda a un vuoto di memoria, il vecchio capo comunista sostenne che il Pci aveva preso aspre distanze dall’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956. Non era vero, anzi era vero l’opposto. Ma Fazio e il pubblico si guardarono bene dall’obiettare. Nemmeno un mormorio, un colpo di tosse, un’occhiata di imbarazzo.

Il perché lo spiegò sull’Espresso Edmondo Berselli, un’intellettuale libero, oggi purtroppo scomparso: «In quel momento si stava celebrando l’apoteosi senescente, ma non senile, di un comunismo impossibile, l’utopia, il grande sogno, l’assalto al cielo. Quindi tanto peggio per i fatti, se i fatti interrompono le emozioni». Adesso si scopre che Fazio ha pagato ben 24 mila euro a un ex politico greco, Yanis Varoufakis, un sinistro al cubo, già ministro dell’Economia, espulso dal governo di Atene dai suoi stessi compagni. E i soldi versati dalla Rai sono assai di più. Si parla di cinquanta mila euro lordi, più l’hotel e il viaggio in aereo di andata e ritorno dalla Grecia, in business class.

Vediamo come si comporterà la nuova Rai. Dove tutti parlano di risparmi. Nel frattempo mi sorge un dubbio. Forse non sono mai riuscito a entrare nel salotto di Fazio perché i miei editori non hanno pensato di fare un presente al signore del tempo che fa. L’ex ministro greco ha incassato, noi potevamo sborsare mille euro al minuto.

di Giampaolo Pansa