sabato 24 ottobre 2015

Lo Stato sta con i ladri? Ovvio, sono colleghi

Nicolò Petrali



Mi si chiede di scrivere un pezzo sulla vicenda di Vaprio d’Adda in quanto figlio del tabaccaio milanese che nel 2003 sparò e uccise un rapinatore. E’ successo già diverse volte nel corso degli anni e quando accade significa purtroppo che qualcuno ci ha rimesso la vita, sia esso il ladro o il cittadino onesto. Se accetto sempre, nonostante rivangare sempre quella storia faccia male, è perché da qualche parte, dentro di me, si annida ancora l’illusione che un foglio di carta e una penna possano contribuire a cambiare questa nostra società in meglio.

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A CASA MIA
Di fronte ad episodi di questo tipo, il copione che si recita a casa mia è sempre lo stesso. Ci si siede a tavola per la cena, io, mio padre, mia madre, mia sorella e mio fratello e qualcuno, più spesso mio papà, butta lì la solita domanda: avete sentito del tabaccaio/gioielliere/benzinaio/pensionato che ha ucciso il ladro? Tutti facciamo un cenno affermativo con il capo e continuiamo a mangiare. Appena dopo il servizio del tg, però, non si riesce a resistere e riparte la consueta discussione.

“In questo caso il delinquente era disarmato, quel poveretto passerà delle rogne”. Oppure: “Qui lo assolvono sicuramente, è evidente la legittima difesa”. Ancora: “Lo ha rincorso, questa volta dipenderà dall’interpretazione del giudice”. Finito il primo atto, parte il secondo. Discutiamo di diritto, di modello culturale USA, di proporzionalità della reazione e altro ancora. Finché qualcuno, generalmente mio padre, chiede che al poveretto di turno venga inviato un telegramma a nome della famiglia.

IL CASO SICIGNANO
La vicenda di Vaprio d’Adda è ancora tutta da chiarire nella sua dinamica, anche se per me è il succo che conta più che il contorno. E il succo è che un ladro che non doveva nemmeno trovarsi in Italia ha tentato di derubare un onesto cittadino che si è difeso come ha ritenuto opportuno. Punto. Tutto il resto è chiacchiera. Quel che è certo però è che, comunque vada, il povero Sicignano, oltre a convivere con il dramma umano di aver ammazzato una persona, inizierà anche a vivere un calvario giudiziario che durerà circa una decina d’anni. Perizie su perizie, giornali che scriveranno ogni genere di falsità basandosi su rilievi scientifici che mai, e lo dico per esperienza, ricostruiranno esattamente ciò che sia realmente accaduto, giornalisti sotto casa a qualsiasi ora del giorno e tutto il resto.

Non so se il pensionato fosse o meno un uomo di Chiesa. Se sì, si prepari: se è fortunato il prete della comunità gli offrirà conforto e sostegno, ma i giornali cattolici non avranno pietà. Forse fu proprio questo che fece più male a mio padre tant’è che lo dice ancora oggi. Si sentì abbandonato proprio dai mass media dai quali invece si aspettava maggior comprensione. Nonostante provassi a fargli capire che la vera chiesa, quella con la “c” minuscola, non è quella roba lì, purtroppo da quella storia la sua fede ne uscì compromessa in modo irreparabile.

Tornando a Sicignano, se è fortunato troverà un Pm dotato di buon senso, altrimenti si sentirà attribuire accuse e aggettivi di ogni tipo. Il dibattito politico ovviamente sarà feroce e il suo caso verrà tirato in ballo ogni volta che accadrà un fatto simile almeno per i prossimi 10 anni. Il consiglio che posso dargli è quello di non arrendersi e di concentrarsi sul fatto che non saranno perizie, pm e giudici a definirlo come uomo. E che alla fine, dopo tante sofferenze e sacrifici, ne uscirà vincitore. Nel caso non andasse così sono pronto a scendere in piazza personalmente. E credo con me molti altri italiani.

VI RACCONTO UN EPISODIO
Tre o quattro anni fa, a notte fonda, mi affacciai casualmente alla finestra. Vidi all’interno del mio cortile due uomini che stavano tentando di forzare la porta di casa di mia sorella. Sapevo che in quel momento lei non era in casa, così andai quatto quatto a svegliare mio padre. “Papà adesso chiamo la Polizia e li facciamo arrestare, tanto Maria non è in casa. Questa volta li facciamo beccare”. La reazione del mio vecchio mi colpì incredibilmente, tanto da farmi pentire di averlo svegliato. Era buio, perché non avevo acceso di proposito le luci, ma lo vidi iniziare a tremare.

Mi rispondeva quasi balbettando e aveva il respiro corto. Non lo avevo mai visto così. “Chiama la Polizia, veloce”, mi disse in qualche modo portandosi a fatica verso la finestra. Ubbidii. Purtroppo non riuscimmo nel nostro intento per pochissimo. E i ladri riuscirono a dileguarsi. Ma nel tempo ho pensato e ripensato parecchio a quell’episodio. Come avrei reagito se mia sorella fosse stata in casa e avessi avuto una pistola? Sarei stato così lucido da sparare dei colpi in aria, o così esperto da mirare alle gambe da molto lontano, oppure avrei pensato solo all’incolumità di mia sorella e avrei fatto fuoco ad altezza uomo? Non lo posso sapere. Magari, se avessi avuto un’arma, oggi sarei anch’io sotto processo.

COME LA PENSO
L’ho scritto tante volte e lo ripeto. Sono favorevole all’interpretazione della legittima difesa all’americana, che a sua volta dipende da una visione culturale liberale/libertaria della vita. Non chiedo più Stato perché piazzare un soldato in ogni casa è impossibile oltre che terribile, ma soprattutto perché ritengo che lo Stato non sia la soluzione ma semmai il problema. Auspico, invece, che sia data a tutti la possibilità di difendersi proprio come avviene al di là dell’oceano. Con tutti i rischi che questo comporta, ovviamente. D’altra parte la libertà non è per sua stessa essenza più rischiosa della schiavitù? (Guarda caso, proprio ieri, in Svezia, un uomo armato di spada ha ucciso due persone in una scuola.

Mettiamo al bando anche spade, coltelli e forchette?). Si potrebbe ad esempio decidere di tenere dei corsi che addestrino il privato cittadino che acquisti un’arma a gestire, per quanto possibile, quel tipo di situazioni. Ma sono tutti discorsi che lasciano il tempo che trovano. Purtroppo è più facile che siano gli Usa ad europeizzarsi, fenomeno che in parte sta già avvenendo, che noi a diventare come loro. In conclusione, invito tutti a riflettere su un punto. Che è secondo me quello fondamentale. Provate a pensare a chi è il ladro per eccellenza.

Quello cioè che ci deruba tutti di oltre la metà del nostro guadagno non restituendoci quasi nulla in cambio. E’ presto detto perché ci voglia tutti disarmati. Per il fatto che, in ultima istanza, potrebbe essere lui a cadere sotto i colpi di chi tutela i propri beni. Gli statunitensi lo capirono ai tempi di Re Giorgio ed è per questo che difendono con le unghie e con i denti il loro secondo emendamento. Mentre qui da noi, la culla della civiltà come dice qualcuno, vengono processati i cittadini onesti.
Colgo l’occasione per esprimere la mia totale solidarietà alla famiglia Sicignano e per dire loro che se dovessero mai aver bisogno di qualche consiglio da parte di chi ci è già passato, noi siamo qua.

P.s. A chi obietterà che parlo così sull’onda dell’emozione, perché personalmente coinvolto e quant’altro, rispondo leopardianamente. Non attribuite alla mia condizione ciò che è responsabilità del mio intelletto. Contraddite piuttosto le mie tesi, se ci riuscite.

Lo Stato sta con i ladri

Alessandro Sallusti - Mer, 21/10/2015 - 07:00

Un 65enne spara e uccide un criminale che si è intrufolato in casa sua durante la notte. E la Procura lo accusa di omicidio volontario, alla faccia della legittima difesa

Più che perdere tempo a riformare il Senato, i nostri legislatori dovrebbero mettere mano velocemente al codice penale.

Che oggi, se applicato senza buon senso da magistrati burocrati, manda in galera chi difende se stesso e i suoi cari dall'assalto di ladri e rapinatori. L'ultimo episodio è di ieri. Vaprio d'Adda, periferia milanese. Un pensionato di 65 anni dorme nella sua villetta a tre piani. Con lui c'è la moglie, al primo piano figlio, nuora e nipotino.

Sente dei rumori, impugna la pistola regolarmente detenuta. Fa per uscire e nel buio del corridoio si trova davanti un uomo. Spara e colpisce l'intruso, un romeno di poco più di vent'anni. Due complici fuggono dopo che lui spara in aria altri due colpi. Un solerte pm lo incrimina prima di eccesso di legittima difesa, poi di omicidio volontario. Pena prevista: da 21 anni all'ergastolo, salvo attenuanti.

Non so voi, ma io penso che quell'uomo aveva il diritto di sparare e ha fatto bene a farlo. Ha percepito un pericolo di vita imminente per sé e per i suoi cari, non poteva accertarsi in sicurezza se gli aggressori fossero armati o no. La cosa, per altro, è irrilevante.

Decine, se non centinaia di volte, queste bande di criminali hanno massacrato di botte, ferito o ucciso con coltelli magari recuperati in casa chi ha provato a opporsi all'intrusione. Non c'è nessun nesso tra il grado di pericolo reale ricostruito a tavolino dalla polizia scientifica e quello percepito durante una aggressione. In una frazione di secondo quel pensionato doveva decidere se mettere al sicuro la vita di sua moglie, suo figlio e suo nipotino. Lo ha fatto e oggi ha tutta la nostra solidarietà. Meglio un brutto processo di tre bei funerali, con tanto di autorità in prima fila a piangere lacrime di coccodrillo.

Non provo alcuna pietà per chi di notte entra nelle nostre case. Anche a ladri e rapinatori possono capitare incidenti sul lavoro. Quello che non deve capitare è che lo Stato stia dalla loro parte e si accanisca contro chi è costretto, proprio per le lacune e l'incapacità dello Stato stesso, a difendersi da solo.

L’assicurazione di Marino e le anomalie delle polizze danni La beffa nella Capitale

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Se il contratto fra la compagnia comunale Adir e il sindaco fosse stato formalizzato, eventuali danni erariali sarebbero stati a carico delle casse pubbliche. E non è un caso isolato: anche altri amministratori ci hanno provato in passato



Dunque non si tratta di un caso episodico. Bensì di una prassi, come conferma Ignazio Marino. Una prassi, dice, seguita da tanti dirigenti e amministratori locali. Non solo a Roma. Macome dar torto a un assessore che si assicura contro il rischio di finire sotto la scure della Corte dei conti per un danno erariale connesso alla propria attività istituzionale? È perfettamente legittimo: il dirigente o il politico stipulano una bella polizza con una delle tante compagnie che svolgono questo servizio e si mettono al sicuro.

E qui veniamo ad alcune curiose peculiarità del caso romano. La più singolare è nella natura della compagnia presso cui si sono assicurati politici e dirigenti comunali ben prima che il sindaco avviasse la pratica per una polizza mai perfezionata. La Adir, acronimo che sta per Assicurazioni di Roma, è infatti tutta di proprietà pubblica. Azionista di maggioranza è il Campidoglio, che partecipa al capitale direttamente e attraverso Atac e Ama.

Mentre un quota di minoranza è posseduta da Cotral Patrimonio: Regione Lazio e Province di Roma, Rieti e Viterbo. Se ne può agevolmente ricavare che l’eventuale danno erariale provocato al Comune da un assicurato dovrebbe essere dunque pagato dal Comune stesso, più Regione e tre Province. Una follia, per quanto sulla carta perfettamente legittima, conseguente a un’assurdità che consiste nell’azionariato pubblico della compagnia.

Nata nel 1971 in pieno statalismo economico, è arrivata tale e quale fino ai giorni nostri, allargando via via la propria sfera d’azione. Oggi copre la Rc auto dei mezzi di trasporto comunali, dai bus dell’Atac ai camion dell’Ama, fino alle macchine dei vigili urbani. Ma controlla pure una compagnia di assicurazioni sulla vita. E propone agli amministratori a ai dirigenti polizze per la copertura dai rischi collegati alla loro funzione. Con un surreale salto mortale indietro nel tempo.

In passato era normale che gli amministratori di un qualsiasi ente locale fossero assicurati contro il rischio di incorrere in qualche danno erariale, con polizze a carico dell’ente che amministravano. Normale fino a quando la Corte dei conti non cominciò a condannare quegli stessi amministratori per il danno erariale causato proprio dal fatto di farsi pagare i premi da Pantalone.

Ne sa qualcosa Nello Musumeci, ex sottosegretario nell’ultimo governo Berlusconi e ora deputato regionale siciliano. Nel 2006 venne condannato dalla magistratura contabile a restituire 4.196 euro alla Provincia di Catania, della quale era stato presidente, perché la sua giunta aveva deliberato di assicurarsi a spese del bilancio provinciale. Condanna successivamente annullata in appello.

Perché nel frattempo il governo di Romano Prodi, con la legge finanziaria approvata poche settimane prima delle dimissioni, aveva sì deciso di porre fine a quello sconcio stabilendo che «è nullo il contratto di assicurazione con il quale un ente pubblico assicuri propri amministratori per danni cagionati allo stato o a enti pubblici...», ma nella stessa norma prorogava la validità di quei contratti per altri sei mesi. Sanando così, implicitamente, tutte le polizze di quel genere stipulate in precedenza.

Dal primo luglio 2008 è perciò in vigore il principio che un amministratore deve pagarsi la polizza di tasca propria. Ma se è illegale addossare allo stato il costo dell’assicurazione, adesso scopriamo che non lo sarebbe affatto fargli pagare addirittura il conto del danno.

24 ottobre 2015 | 10:40

La polizza assicurativa che Marino voleva stipulare prima di dimettersi

Corriere della sera

di Ernesto Menicucci

Il 7 ottobre il sindaco voleva proteggersi dai danni legati all’incarico con la compagnia del Comune. La doppia versione del Campidoglio e la spiegazione dell’Adir



Le sorprese, col sindaco (dimissionario) Ignazio Marino, davvero non finiscono mai. A dieci giorni dal termine per ritirare le dimissioni, infatti, emergono altre due vicende: da una parte la boutade di un rilancio di Marino con una giunta «giubilare». Dall’altra la polizza assicurativa chiesta dal sindaco il giorno prima di annunciare le sue dimissioni. La prima questione è politica: Marino ha fatto arrivare a Luca Lotti e Matteo Orfini il messaggio che sarebbe pronto a varare una «giunta di salute pubblica», fatta di tecnici, che gestisca l’Anno Santo. Nomi? Alcuni personaggi della politica romana, tipo Amedeo Piva, uomo pd, una vita nel sociale, che anche il sindaco di destra Gianni Alemanno voleva come consulente. L’ipotesi della «giunta giubilare» viene accolta al Nazareno con un’alzata di spalle: «Nessuna giunta Marino bis, ipotesi non in campo. Per noi è una vicenda chiusa».
Nel modulo ha risposto «no» a possibili richieste di risarcimento
La seconda sorpresa, invece, attiene tutta al sindaco che il 7 ottobre, 24 ore prima di annunciare le dimissioni (protocollate poi il 12), invia una richiesta di polizza assicurativa alla società «Assicurazioni di Roma», partecipata dal Comune. Quel giorno, definito non a caso «il più lungo» per il sindaco, Marino alle nove e mezza di sera «posta» su Facebook il messaggio sulle sue note spese: «Ho deciso di regalare alla città i ventimila euro spesi in rappresentanza». Il giorno dopo, 8 ottobre, Marino capitola. Giorni tremendi, di grande tensione emotiva, quelli per i quali — ha detto ieri il cardinal Agostino Vallini — «il Signore ci chiederà conto».

Eppure, proprio in quelle ore, il chirurgo dem — che si vanta spesso di poter stare «venti ore in sala operatoria» — ritrova la sua lucidità, prende la penna col famoso inchiostro verde e firma una polizza da 1.700 euro che lo copra fino a 5 milioni di eventuali danni erariali provocati all’amministrazione. Nel modulo c’è anche una domanda: «Le persone assicurande o il proponente sono a conoscenza di circostanze che potrebbero dare luogo a richieste di risarcimento?». Marino, sicuro, barra la casella «No», anche se da giorni impazza lo «scontrini-gate».
Marino aveva rifiutato per tre volte di firmare quella polizza
Non è l’unico elemento singolare della vicenda, però. Perché Marino cerca una scialuppa di salvataggio proprio in quella società che avrebbe voluto liquidare perché i costi, secondo lui, non erano in linea col mercato. Liquidazione prevista entro dicembre 2015, ma rinviata a luglio, tanto che a settembre parte l’iter per il rinnovo delle «coperture assicurative» di Roma Capitale. Il sindaco, tra questi rinnovi, non c’è per una scelta precisa: volendo liquidare la mutua assicuratrice, Marino per ben tre volte si rifiuta di sottoscrivere la polizza che gli viene proposta. Fino, appunto, al 7 ottobre. Il problema, però, è che la pratica del sindaco si incaglia. La direzione tecnica rinvia tutto al cda e il board, riunitosi l’altro ieri, mette all’ordine del giorno (è il sesto punto) la «Copertura assicurativa Rc patrimoniale prof. Ignazio Roberto Marino: delibere conseguenti». Ma anche qui, arriva lo stop.
Il rifiuto del cda dell’Adir, la questione è «congelata»
La questione viene «congelata», in attesa di capire se Marino rimarrà sindaco. La versione del primo cittadino è un’altra: «Il sindaco — il virgolettato spedito dal suo ufficio stampa — non ha alcuna assicurazione contro eventuali richieste di danni per atti compiuti nel suo ruolo. Il modulo è stato compilato, ma poi il sindaco ha deciso di non dare seguito alla richiesta e non ha predisposto alcuna procedura di pagamento». Il Corriere fa presente al portavoce di Marino che le cose non stanno proprio così e dopo 40 minuti, sempre dal Campidoglio, arriva via mail la dichiarazione del presidente di Adir Vincenzo Sanasi D’Arpe: «Per una interrotta catena delle informazioni, il cda non era a conoscenza della rinuncia espressa. La polizza è stata discussa solo nel quadro di una più ampia informativa».

23 ottobre 2015 | 07:27

Raccomandazione alle Questure: nascondete i crimini dei profughi

Salvatore Tramontano - Ven, 23/10/2015 - 14:07

Necessario "tutelare" i richiedenti asilo, anche se delinquono. È discriminazione al contrario

La gogna non è uguale per tutti. Le Questure italiane, e i comandi dei carabinieri, hanno ricevuto una strana raccomandazione, un consiglio disceso da molto in alto, una sorta di velina a uso interno.

Se un profugo, un richiedente asilo, viene denunciato o addirittura arrestato mentre sta commettendo un reato non dovete raccontarlo a nessuno. Acqua in bocca. Omertà. Silenzio. Niente comunicati stampa, nessuna soffiata ai giornalisti. L'obiettivo è tutelare il migrante. Se, infatti, uno sta chiedendo aiuto allo Stato perché magari è perseguitato in patria significa che la sua vita è in pericolo. Nome, cognome e residenza sarebbero informazioni pericolose, notizie che i «regimi» potrebbero usare per colpire lui o la sua famiglia.

Uno viene a sapere una cosa del genere e pensa: bello, uno Stato garantista. Non c'è più il mostro in prima pagina. Solo che il principio vale solo per gli ospiti. Gli italiani devono solo pagare le tasse. Niente garantismo, nessuna tutela, neppure uno straccio di presunzione di innocenza. Anzi, quando poi si va a processo c'è la gara a far scappare dalle procure notizie, intercettazioni, frullati di vita privati, perfino di chi è capitato in quelle carte per caso, senza neppure essere indagato. E c'è anche una strana regia che calcola e razionalizza i tempi politici delle indiscrezioni. Questo è il Paese dove la condanna arriva per mezzo stampa prima dei processi e dove la carcerazione preventiva viene usata come arma di ricatto e addirittura di tortura.

Per gli italiani, insomma, il garantismo è un lusso che non si possono permettere. Siano essi personaggi famosi o sconosciuti, potenti o povera gente. È una forma di democrazia della gogna. Ora perché i profughi vengono risparmiati? Non per bontà. A quanto pare il governo non vuole turbative alla linea politica sull'immigrazione. Non parlate dei delitti dei profughi perché siccome accogliamo tutti, senza alcun controllo, pubblicizzare le loro malefatte potrebbe intaccare il consenso del governo e portare voti a chi critica le maglie larghe di Alfano e company. Meglio nascondere la realtà e continuare a raccontare agli italiani che tutto va bene, che tutto è sotto controllo. E se una notizia scappa dalle Questure, nessun problema, ci penserà Renzi a coprire Alfano. La colpa sarà stata di un gufo. Magari profugo.

Se denunciamo i migranti ​ci accusano di razzismo"

Nadia Muratore - Sab, 24/10/2015 - 08:12

Il sindacato di polizia Coisp: a poche ore dall'arresto, i richiedenti asilo già liberi di spostarsi con vitto e alloggio garantiti

«Lo spaccio di droga, le rapine ed i furti, ormai sono reati commessi per lo più da stranieri richiedenti asilo e la nostra criminalità organizzata è ben contenta di poter contare su questa bassa manovalanza.

Tutto ciò, però, non risulta dalle statistiche, perché quando a delinquere è una persona che si trova in questo particolare “status”, previsto dalla nostra Costituzione e tutelato per legge, noi non possiamo dirlo. Rischiamo di essere tacciati di razzismo. Così dobbiamo arrenderci al politicamente corretto che piace tanto a questo governo ma falsa la realtà». A denunciare la difficoltà a redigere un mattinale o un comunicato stampa che deve necessariamente essere attento più alle parole usate che non ai fatti accaduti è Patrizia Bolognani, rappresentante sindacale del Coisp.

Assistente capo al reparto prevenzione del crimine della polizia di Padova, Bolognani combatte ogni giorno contro i ladri e gli spacciatori, pattugliando le strade del Nord Est italiano e poi, una volta tornata in questura, la sua battaglia si sposta sulla tastiera del computer, alla ricerca delle parole da usare, che non devono neppure lontanamente suscitare sentimenti di razzismo o di discriminazione nei confronti di nessuno.

Soprattutto quando si parla di un profugo. «Profugo? Non so se questa parola si può usare. Nel dubbio meglio di no - precisa Bolognani -. Soprattutto sono vietate le parole rom e clandestini ma anche richiedente asilo, perché la vita dello straniero arrivato nel nostro Paese non può essere messa a rischio, svelando che è in Italia a spacciare droga. Il termine extracomunitario, invece, va sempre bene, non indispettisce nessuno. Peccato però che la maggior parte delle volte viene usato per, non dico mascherare, ma sicuramente addolcire la realtà».

Secondo una statistica non ufficiale ma che è ben chiara agli operatori di polizia, così come ai mediatori culturali, la maggior parte delle persone che sbarcano sulle coste italiane, sono richiedenti asilo ma soltanto una minima parte di loro hanno la speranza di ottenerlo.

L'iter però, che prevede una valutazione da parte della Commissione territoriale di competenza - e consente anche il ricorso al Tar in caso di diniego, con un allungamento esponenziale dei tempi - è talmente lungo che permette, a chi ha intenzione di vivere di espedienti, di organizzarsi come meglio crede. Soprattutto è la vendita di sostanze stupefacenti ad essere per lo più in mano loro, ed il perché è presto detto: spacciare è il reato che permette guadagni alti ed immediati, la droga trova ovunque un buon giro di vendita e lo spacciatore può contare su un rischio relativamente basso di essere fermato dalle forze dell'ordine.

E quando accade, dopo alcune ore dall'arresto e dalla sua convalida, il richiedente asilo è libero di spostarsi su tutto il territorio nazionale senza controlli, oppure di ritornare nell'albergo o nella cooperativa che lo accoglie a spese dello Stato. Perché vitto e alloggio, più paghetta settimanale, sono sempre garantiti. Sono ragazzi giovani, hanno sempre meno di trent'anni e provenienti per lo più da Nigeria, Gaga e Gambia.

Per loro lo spaccio è il modo più veloce per ottenere il denaro da spendere soprattutto in abbigliamento, oppure in bottiglie di vino e birra. Molti, infatti, sono alcolizzati e per questo, per procurarsi da bere, commettono furti e borseggi, oppure vengono fermati per molestie, per lo più nei confronti delle donne e spesso, in preda ai fumi dell'alcol, commettono danneggiamenti ed atti di vandalismo.

Una simile situazione diventa un terreno fertile per la criminalità organizzata, al Nord come al Sud, dal quale pescare giovani che non hanno nulla da perdere e vogliono soprattutto guadagnare soldi facili e veloci.

In questo momento le aree più a rischio si stanno spostando dalle coste italiane verso le zone settentrionali del nostro Paese, infatti un numero sempre maggiore di profughi arriva in Italia non con i barconi ma attraverso i valichi montani, diventati ormai aree a forte rischio per la sicurezza pubblica. Di notte attraversano a piedi le montagne di Tarvisio, Gorizia, Belluno, Udine, Trieste: tutte zone di frontiera che con l'applicazione del trattato di Schengen e la diminuzione dei controlli da parte delle forze dell'ordine, sono diventate tratte di passaggio incontrollato.

Basta con la cultura cattocomunista: avrei sparato anch'io

Piero Ostellino - Ven, 23/10/2015 - 21:54

Negli Usa chi spara a uno sconosciuto che è penetrato abusivamente a casa sua è un cittadino esemplare. In Italia no

Negli Stati Uniti – dove la proprietà è un diritto - chi spara a uno sconosciuto che è penetrato abusivamente nella sua proprietà è un cittadino esemplare.

Da noi, in Italia, il pensionato che ha sparato a uno sconosciuto, incontrato nel corridoio della propria abitazione, prima che quello gli rompesse la testa, ne violentasse la famiglia e ne svaligiasse l'appartamento, rischia di essere rinviato a giudizio e di passare qualche anno in carcere. La diversità di giudizio fa tutta la differenza fra la cultura liberale anglosassone alla quale si deve la nascita dello Stato moderno, la tutela dell'individuo, della sua persona equiparata alla proprietà di se stesso (John Locke), e la nostra cultura cattocomunista che accusa chi si è difeso, sparando all'aggressore, di omicidio volontario.

La vicenda del pensionato che ha sparato, e ucciso, chi era penetrato nottetempo in casa sua e che lui aveva incontrato in corridoio, prima che quello gli spaccasse la testa, ne aggredisse la famiglia e ne svaligiasse l'appartamento, rischiando ora la prigione, è un caso esemplare di imbecillità giudiziaria mascherata da diritto positivo. Siamo la patria del diritto (romano) che è degenerata in pietismo antigiuridico grazie alla cultura cattolica e a quella di sinistra che confondono l'aggredito con l'aggressore e si schierano immancabilmente con l'aggressore, supposta vittima del capitalismo e del profitto.

Con un Papa che benedice, e incoraggia, chi occupa abusivamente case pubbliche destinate ad altri, che altro ci si poteva aspettare da un sistema giudiziario ideologico che considera i ladri vittime della società capitalista e non, come sono, colpevoli di un reato e probabili colpevoli di un altro e ben più grave reato, cioè l'assassinio, se scoperti, di chi vi si opponesse per difendere se stesso, la famiglia e la propria proprietà? Una volta, la religione, condannando i disonesti, era una garanzia etica per il cittadino onesto. Oggi, è la giustificazione anticapitalistica per chi commette un reato.

Pur sapendo di correre il rischio di essere accusato di incoraggiare il fatto di sparare a chi invade la mia proprietà, sulla scia di chi accusa il pensionato di omicidio colposo, dico, allora, che, in condizioni analoghe, se avessi una rivoltella, sparerei anch'io. Per legittima difesa di me stesso, della mia famiglia e, perché no, del mio diritto di proprietà. Non sto dicendo che l'etica statunitense a difesa della proprietà sia preferibile a quella a difesa della vita, ancorché di un delinquente.

So bene che la vita è, non solo dal punto di vista cattolico, ma anche laico, un bene prezioso, anteponibile a ogni altro bene. Ma so anche che la mia vita e quella della mia famiglia sono superiori a quella di chi voglia aggredirci e derubarci, penetrando nottetempo in casa mia. So anche che, sostenendo ciò che sostengo, incorrerò nella condanna di qualche anima pia e di qualche pasdaran di sinistra. Ma è ciò che penso, e non vedo perché mai dovrei rinunciarci per restare ossequiente a una forma di politicamente corretto che, in tal caso, mi fa semplicemente ribrezzo...

piero.ostellino@ilgiornale.it

Serie A online illegalmente, l'Agcom chiude tre siti

Alberto Bellotto - Ven, 23/10/2015 - 15:49

In un anno i siti per lo streaming illegale sono diminuiti del 60%. Soddisfatta Mediaset che rilancia: "Pronti ad agire in sede penale"



Lo sbarco di Netflix in Italia è stato presentato come un nuovo nemico per i network italiani.
In realtà il vero nemico di Sky e Mediaset è un altro. Lo streaming illegale. Nascosto in mezzo a banner e siti in server russi o filippini, queste piattaforme causano i maggiori danni soprattutto sul fronte sportivo.

Ma oggi sembra che qualcosa stia cambiando. Mediaset in un comunicato ha fatto sapere che l'Autorità per le garanzie nella comunicazione ha disabilitato altri tre siti che trasmettevano le gare di Serie A in modo illecito. Nel comunicato si legge che nell'ultimo anno le operazioni di contrasto della pirateria hanno portato ad un "calo di trasmissioni del 60% rispetto al passato".

Per mediaset il provvedimento dell'Agcom tutela di fatto un legittimo diritto, anzi, tutela "il proprio investimento sui diritti tv delle partite di calcio di Serie A contro lo streaming illecito operato da siti pirata". Non solo. Trapela anche la notizia che sono prossime altre chiusure già nei prossimi mesi. "Mediaset - conclude il comunicato - si riserva di perseguire anche in sede penale per violazione di diritto d'autore".