martedì 20 ottobre 2015

In nome del Papa Re

La Stampa
massimo gramellini

Si può dire, umilmente e sommessamente, che questo Papa sta un po’ esagerando? Ieri si è saputo che ha scritto all’ex consigliere capitolino di estrema sinistra Andrea Alzetta detto Tarzan, collezionista di denunce per violazione di domicilio e invasione e devastazione di edifici, esortandolo «a occuparsi di chi non ha casa». Invito che l’interessato ha interpretato come un «caldo incoraggiamento» a occupare le case altrui. I conservatori deprecano la tendenza di Francesco a intrecciare rapporti con persone che cavalcano la tigre della protesta sociale senza fermarsi dinanzi alla legge.

Da laico mi infastidisce di più la sua attenzione esasperata e ormai esasperante verso tutto ciò che accade nella capitale di uno Stato estero confinante col suo. Fin dalla prima apparizione sulla balconata di San Pietro ha preso molto sul serio il ruolo di vescovo di Roma, forse sottovalutando il particolare che quando apre bocca non è il vescovo che parla ma il Papa. Dopo avere affossato il sindaco con una battuta, l’altro giorno ha chiesto scusa per gli scandali che hanno colpito la città. Non mi risulta che il capo della Chiesa universale abbia fatto lo stesso per gli scandali che scoppiano quotidianamente in altri punti del globo. 

Nel vuoto di potere laico che attanaglia l’Urbe alla vigilia dell’ennesimo Giubileo, sembrano tornati i tempi del Papa Re. Con la differenza che questo pontefice può denunciare le magagne di Roma senza neanche doversi scomodare a risolverle. E pensare che, per fare felice Tarzan, basterebbe attingere alle migliaia di case romane sfitte di proprietà del Vaticano. 

Amazon ribatte al New York Times: “La vostra inchiesta non rispetta i criteri giornalistici”

La Stampa
enrico forzinetti

In un post il vicepresidente dell’azienda attacca il quotidiano per non aver verificato correttamente fonti e testimonianze. Sotto accusa un articolo di due mesi fa dove le condizioni di lavoro nell’azienda di Bezos erano descritte come durissime


Amazon ha impiegato più di due mesi a rispondere ufficialmente all’inchiesta del New York Times, ma le parole usate non sono state per nulla smorzate dal tempo trascorso. Il 15 agosto il quotidiano di New York aveva pubblicato un lungo articolo che raccoglieva una serie di testimonianze di ex dipendenti dell’azienda e ne denunciava le condizioni di lavoro durissime, sotto il profilo fisico e psicologico. Pochi giorni dopo, Jeff Bezos, Ceo di Amazon, aveva dichiarato che l’inchiesta non descriveva l’azienda che conosceva lui. Ora è arrivata la vera replica al New York Times da parte di Jay Carney, vice presidente del Global corporate affairs di Amazon.

In un post su Medium dal titolo Quello che il New York Times non ti ha raccontato , Carney ha attaccato duramente il metodo di lavoro dei due giornalisti che hanno curato l’inchiesta. Jodi Kantor e David Streifeld non avrebbero verificato correttamente né i fatti riportati né le fonti che li hanno raccontati. 

Tra gli esempi riportati c’è la testimonianza di Bo Olson: «Ho visto quasi tutte le persone che lavoravano con me piangere alla loro scrivania». Olson parlava ormai da ex dipendente, ma Carney ha sottolineato come i due reporter non abbiano raccontato una parte fondamentale della storia: l’uomo si era licenziato dopo che un’indagine interna aveva svelato i suoi tentativi di truffare i venditori e nascondere il fatto truccando i conti.

Carney si è chiesto perché Kantor e Streitfeld non abbiano approfondito il motivo del licenziamento del dipendente e cercato di verificare la testimonianza, nonostante i sei mesi di tempo per completare l’inchiesta. Ma ha indicato anche altri aneddoti riportati dai due giornalisti in maniera imprecisa. Uno di questi è la testimonianza di Elizabeth Willet che ha accusato l’azienda di essere stata punita con Anytime feedback, un modo con cui i dipendenti sono valutati sul posto di lavoro. In realtà la donna aveva ricevuto solo tre giudizi, e tutti positivi, ma neppure questo aspetto è stato approfondito, secondo Carney.

Il vice presidente ha avanzato l’ipotesi che l’intera inchiesta sarebbe stata decisamente più noiosa e meno sensazionalistica se i due giornalisti avessero riportato le testimonianze, verificandone i contenuti in maniera approfondita. Carney ha voluto anche ricordare come Kantor avesse promesso di basare la sua inchiesta non su aneddoti di ex dipendenti, ma parlando del modello organizzativo di Amazon. Un impegno che secondo Carney non è stato rispettato. La decisione di scrivere un post è nata poi dal fatto che, nonostante Amazon abbia informato alcune settimane prima il New York Times di tutte le lacune nella storia, il giornale non le ha corrette.

Carney parla di un «disservizio fatto ai lettori» dal New York Times, mettendo in evidenza che anche il garante del lettore del quotidiano, Margaret Sullivan, ha definito l’inchiesta «basata più su aneddoti e generalizzazioni che su prove inconfutabili». La Sullivan era già intervenuta lo scorso autunno criticando la parzialità con cui era stata raccontata la disputa tra Amazon e la Hachette sul prezzo degli e-book. Un modo per rimarcare che le due inchieste hanno suscitato malumori internamente al New York Times, un diretto concorrente del Washington Post, comprato due anni da Jeff Bezos. Ma questo Carney, nel suo post, non lo ha ricordato.

Stadio, interviene de Magistris: «I biglietti gratuiti dei consiglieri siano incedibili»

Corriere del Mezzogiorno

Utilizzo massiccio da parte di consiglieri comunali e amici e parenti



NAPOLI - «Nella convenzione che andremo a fare per lo stadio San Paolo non è più ammissibile che ci siano biglietti “circolari”, che chiunque rappresenti un’autorità possa trasferirli ad altri». Così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris interviene nella polemica, scoppiata in consiglio comunale, sull’uso (o “abuso” è l’accusa partita da alcuni scranni dell’assemblea) dei tagliandi “riservati” ai consiglieri comunali per le partite gratuite («I consiglieri operano servizio di sorveglianza delle strutture comunali anche delegando terzi», protestava ad esempio un consigliere di centrodestra in aula nei giorni scorsi; «Immaginiamo corpose relazioni da parte dei delegati dei consiglieri che la domenica alle tre meno un quarto mettono in moto questa macchina di guerra amministrativa per controllare lo stato del San Paolo», è stato lo sfottò partito dai banchi delle sinistre).
La convenzione in aula
Il Consiglio comunale è convocato venerdì 23 ottobre per approvare la convenzione tra amministrazione e società Calcio Napoli. E sarà battaglia, allora, sui tagliandi da rendere incedibili stando alle direttive del sindaco. Ma non solo. La maggioranza - a quanto riferito da de Magistris - si presenterà in aula con una serie di proposte, raccolte in un maxi emendamento, che prevede l’aumento del numero di biglietti riservati a scuole e diversamente abili che «in questi anni - dice il sindaco - grazie a un accordo con la società calcistica abbiamo portato a 450 per ogni partita».
“Maxi emendamento” sui ticket
E il “maxi emendamento” dei tagliandini random prevede anche il rafforzamento del trasporto pubblico per le gare serali «a carico della società» (bisognerà vedere la reazione di De Laurentiis che già sullo stadio aveva speso parole non proprio rasserenanti) e partite per beneficenza «il cui incasso sia utilizzato per la manutenzione degli impianti sportivi cittadini». «Vogliamo raccogliere le parti buone del dibattito, raccogliere contributi - è l’auspicio di de Magistris - ma bisogna evidenziare anche che c’è chi fa ostruzionismo o moralismi». Per quanto riguarda la proposta, avanzata da alcune forze politiche di eliminare del tutto la Tribuna Autorità, de Magistris ha chiarito che «è un discorso che deve valere per tutte le autorità che tuttavia - ha sottolineato - sono persone invitate dalla società e dunque ritengo che, come è sempre stato, si debba lasciare alla società la libertà di invitare chi vuole: non credo che la malapolitica sia qui».

Lo sfottò degli ultras
Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris domenica ha assistito in tribuna alla vittoria del Napoli sulla Fiorentina, accanto al presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. Quasi tutti i posti riservati ai consiglieri comunali erano occupati, segno che i membri dell'assemblea civica hanno ritirato i loro tagliandi. Anche se i consiglieri non erano presenti di persona, i loro posti risultavano occupati e quindi gli inviti sarebbero stati ceduti come da prassi. Tra coloro che non hanno ritirato i tagliandi ci sono Carlo Iannello e Simona Molisso di Ricostruzione Democratica. Iannello giovedì, nel corso della seduta del consiglio dedicata alla nuova convenzione - poi chiusa senza approvazione per mancanza del numero legale - ha sollevato il nodo dei posti in tribuna autorità per i consiglieri. In curva A, uno striscione esposto dagli ultras: «Sindaco e istituzioni, anche voi papponi. Faremo i conti alle prossime elezioni».

 (Luca Marconi)
19 ottobre 2015 | 18:57

Perché la difesa di Marino non servirà a nulla

La Stampa
mattia feltri



Il dramma di Ignazio Marino è che il minuzioso lavoro di ricostruzione della sua innocenza non gli servirà a nulla. 

Ieri l’ex sindaco è stato in procura per dimostrare che le firme sui giustificativi delle cene non sono sue, che mai ha fatto convivio per ragioni estranee a quelle istituzionali, eccetera. Fa bene. Ha perfettamente ragione. Vuole dimostrare di essere una persona onesta e noi pensiamo che ci riuscirà. Ma tutto questo avrà un rilievo penale e non politico. 

Come questo giornale ha scritto altre volte, ci sono vicende penali senza portata politica, e ci sono errori politici senza portata penale. E’ una malattia infantile della politica affidare moralità ed etica al casellario giudiziale. E sarebbe frettoloso attribuire la caduta di Marino alla sue frequentazioni a tavola: su quelle si sono buttati con fare piccino Cinque stelle e F.lli d’Italia, che hanno denunciato il sindaco alla magistratura dimostrando di essere incapaci di condurre un partita con le armi della politica. 

Siamo all’eterna supplenza delle toghe. Ma Marino si è dovuto dimettere per altro, e cioè per una serie infinita di comportamenti, anche marginali, tendenzialmente desolanti, che lo rendono inadatto alla carica. 

Perché il canone Rai (anche nella bolletta della luce) è una tassa ingiusta

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

È un residuo di un’epoca finita: senza telecomando, smartphone né pc. Va contro il principio della libertà di scelta. E introduce un principio di concorrenza sleale

Va bene, pagheremo quell’odioso balzello denominato «canone Rai» con la bolletta dell’elettricità. Ciò non toglie che saremo costretti a pagare una tassa iniqua e ingiustificata. Perché è un residuo di un’epoca finita, quella in cui non esisteva il telecomando, lo smartphone, il tablet, e non esisteva nemmeno il computer. Di un’epoca in cui possedere un apparecchio televisivo era un privilegio e la gente andava a vedere «Lascia o raddoppia» con Mike Bongiorno al bar.

Un’epoca in cui esisteva il monopolio della tv e della radio di Stato, con un solo telegiornale e un solo radiogiornale, più o meno nel Medioevo. Perché l’obbligo fiscale di un canone va contro il principio della libertà di scelta: pago il biglietto del cinema o di un concerto, se lo scelgo io; pago il prezzo di un giornale se lo scelgo io; pago una tv tematica non di Stato se la scelgo io; sono invece costretto a pagare la tassa per la Rai anche se non vedo programmi Rai, o li vedo in misura inferiore a quelli di altre emittenti televisive che non possono usufruire dei proventi di una tassa obbligatoria.

Il canone introduce un principio di concorrenza sleale, come se in una gara di corsa un concorrente privilegiato, perché si chiama Stato, potesse cominciare con trenta metri di vantaggio. Dicono che un canone televisivo è misura comune all’Europa. Non è vero, solo in due terzi, l’Italia potrebbe raggiungere il terzo virtuoso. Inoltre quasi sempre le tv pubbliche che usufruiscono di una tassa pongono dei limiti molto stretti alla pubblicità, e la Bbc addirittura la vieta. La permanenza indiscussa di un canone impedisce, tranne casi rari come quello del nostro Aldo Grasso, di interrogarsi su cosa sia «servizio pubblico». Stabilisce un’arbitraria e ideologicamente polverosa equiparazione tra «pubblico» e «di Stato» (mentre molte trasmissioni di reti private fanno più «servizio pubblico» della Rai).

Crea assuefazione all’idea che «servizio pubblico», che magari potrebbe limitarsi a una sola rete sottratta al mercato, debba dotarsi di un apparato elefantiaco, pletorico, terreno di caccia e di conquista dei partiti che continuano ad esserne i veri «editori». L’indiscutibilità del canone, ancora, ignora per sempre la volontà popolare espressa in un referendum promosso dai Radicali nel 1995 in cui il 54,9% degli italiani (13 milioni e 736 mila) si proclamava favorevole a una pur parziale privatizzazione della Rai. Paghiamo tutti, certo, ma paghiamo una cosa ingiusta.

19 ottobre 2015 (modifica il 19 ottobre 2015 | 16:14)

Hitler non è morto nel 1945. Per l'Fbi era in Argentina dopo la guerra

Libero

Hitler è morto nel 1945? Un team di esperti prova a capirlo sulla base di file Fbi che segnalano il dittatore in Argentina dopo la guerra.

History Channel ha realizzato una serie di documentari sulla presunta fine di Hitler. Il network ha messo insieme un pool di ricercatori davvero particolare. A guidarlo c’è una leggenda della Cia, Robert Baer. Con lui John Cencich, esperto di indagini scientifiche e regista dell’inchiesta internazionale che ha portato all’incriminazione del presidente serbo Slobodan Milosevic. Nel gruppo anche un incursore, Tim Kennedy, che ha partecipato alle missioni delle forze speciali in Afghanistan per cercare il rifugio di Osama Bin Laden. Il gruppo ha analizzato file desecretati, tracce, testimonianze per rispondere alla domanda del XX: Hitler è morto nel bunker della cancelleria a Berlilno nel 1945?

Le segnalazioni - L’inchiesta si basa sui files resi pubblici dall’Fbi lo scorso anno, in cui si registrano molte decine di segnalazioni sulla fuga di Hitler tra il 1945 e il 1950. Baer le ha analizzate con i programmi informatici usati dalla Cia per scovare i terroristi islamici, incrociandole con le notizie raccolte dagli storici e col database degli interrogatori alleati fino a creare una mappa dei possibili nascondigli. Poi i risultati sono stati verificati sul campo.

Il bunker - Il primo passo è come lasciare il bunker della cancelleria senza essere visti. A Berlino c'erano centinaia di chilometri di passaggi sotterranei, gli unici sicuri durante l’assedio dell’Armata Rossa. Dal 1999 questi cunicoli vengono esplorati da un’associazione di speleologi. L’aeroporto di Tempelhof era l’unica installazione nazista risparmiata dai raid alleati e dall'avanzata russa. Qui hangar a prova di bomba proteggevano i quadrimotori Condor, che erano in grado di raggiungere la Spagna senza scalo. Il 21 aprile 1945 ne sono decollati diversi, trasferendo alcuni alti ufficiali in Baviera, baluardo del Reich. Su alcuni velivoli erano imbarcate 'le proprietà personali di Hitler'.

Secondo le fonti ufficiali l'ultimo decollo risalirebbe al 23 aprile, mentre altri Condor sono stati presi intatti dai russi cinque giorni dopo. Ma fino ad oggi non era stato individuato un collegamento diretto tra l'ultimo quartier generale di Hitler e questo punto di decollo. Il bunker comunicava con le gallerie della metropolitana. Tutti i superstiti dell’entourage hitleriano hanno negato però l'esistenza di un percorso diretto per Tempelhof. Usando un georadar tattico, il team di History ha scoperto un cunicolo che collega l’aeroporto alla stazione del metro. È bloccato dal 1945 e adesso si attendono le autorizzazioni per demolire gli accessi ed esplorarlo.

Il viaggio - Restava poi il problema di sparire, cosa non facile per un uomo tanto famoso. L’esame dei files Fbi porta a escludere la rotta sudtirolese, sfruttata da molti nazisti per raggiungere il Sudamerica.  La pista dell'Fbi porta nella Spagna Franchista, amica del Reich. Le segnalazioni hanno portato ad un monastero molto particolare, perché unito con un lungo tunnel sotterraneo al comando della polizia militare. Dalla spagna il viaggio sarebbe proseguito verso le Canarie, ultimo approdo degli U-boot che non volevano arrendersi agli alleati: tre salparono dalla Germania dopo la resa, consegnandosi in Argentina quasi tre mesi dopo.

I nascondigli - È nel paese sudamericano che gli avvistamenti di Hitler si sono moltiplicati. L’analisi dei files ha portato il team in una cittadina isolatissima, Charata, e in un altro bunker. La struttura si trova sotto una fattoria, lontana centinaia di chilometri da tutto. In questo luogo era presente una vasta colonia tedesca che negli anni '40 iscriveva i figli alla locale Hitlerjugend. Ma i dossier dell’Fbi indicano anche un covo a Misiones al confine di tre stati. A Misiones una spedizione archeologica sta esplorando i resti di tre edifici degli anni ’40 nel cuore della giungla. Uno è un’abitazione con finiture di pregio. L’altro un impianto idroelettrico.

La residenza era quindi autonoma. In una parete è stata trovata murata una scatola di biscotti. Dentro il contenitore c'erano monete del Terzo Reich e delle foto. Una ritrae una giovanissima recluta delle SS. Un’altra mostra il primo incontro tra Benito Mussolini e Hitler, a Venezia nel 1934: l’unico in cui il cancelliere è in abiti civili. Indizi, ricostruzioni verosimili e segnalazioni che però non sono in grado con assoluta certezza, neppure con le più moderne tecnologie, di stabilire se Hitler sia veramente morto nel 1945 o no.

La storia di Stefano-Stefania: «Mi vesto da donna ma resto un uomo»

Corriere della sera
di Michela Proietti e Maria Teresa Veneziani (riprese e montaggio Alessandro Papa) /CorriereTV

Il 50enne imprenditore milanese, sposato e padre di una bambina, da 13 anni indossa solo abiti femminili



«Stefania si è rivelata con i vestiti . Ma lei è sempre stata dentro di me». Stefano Ferri ha 50 anni, è sposato, padre di una bambina di 7 anni, professionista-imprenditore nel turismo congressuale. Da 13 anni indossa solo abiti femminili. Tutte le mattine si alza alle 6, fa colazione con la sua famiglia, che lui chiama «le mie donne», e si prepara: gonna o abiti, blazer e sandali stiletto. «La prima sfida della giornata è affrontare il vialetto scosceso per andare al garage con il tacco 11 centimetri», racconta davanti alla sua casa, un appartamento in una zona verde di Milano, mentre saluta i vicini di casa.

«Alla sigla Lgbt (Lesbian, gay, bisex, trans) si dovrebbe aggiungere la «C» di crossdresser, categoria di uomini che si sentono bene vestendosi da donna, senza per questo mettere in discussione il proprio orientamento sessuale. Esistiamo anche noi», spiega. «In tanti, mi dicevano ‘Ma perché non ti travesti di notte come fanno altri signori rispettabili?’. Questa cosa mi fa orrore», racconta Ferri mentre guida verso l’ufficio che condivide con il socio 30enne. Il suo lavoro lo porta spesso a fare la valigia. «Non ho nulla di maschile nel mio guardaroba».

Un kilt la prima gonna. La divisa d’ordinanza per le occasioni importanti? «Blazer e sandali con tacco alto, anche d’inverno. Sandali basso solo per il tempo libero. Stefania è una donna invisibile, ha bisogno del corpo di Stefano per esistere. Di solito, la parte maschile e quella femminile si fondono in un ragazzo, in me non è mai accaduto». La svolta avviene nel settembre del 2002 quando in una vetrina Stefano vede un kilt. «Sono andato e l’ho preso. Gradualmente ho cominciato a scegliere solo abiti femminili».

Un po’ di lucidalabbra e un filo di fondotinta per coprire la barba che però è ridotta al minimo. Immancabili lo smalto alle mani e ai piedi. «In me esiste Stefano che ha passioni maschili, calcio, libri gialli, film d’azione, eterosessuale. E c’è Stefania, votata a un solo uomo, che sono io». Ma Stefano ama le donne e con loro fa l’amore come un uomo. «Anche mia moglie è stata vittima di Stefania. Ma mi è sempre stata vicina. Sono consapevole del disagio che le ha provocato la mia nuova identità. Di più, con me ha fatto una figlia. Emma è una bambina speciale, è una leader nata lei, l’esatto contrario di quello che sono stato io. Da bambino reprimevo Stefania perché mi sentivo meno di zero. Ognuno di noi è leader quando esprime se stesso», ragiona Stefano.

«Un padre come gli altri». Stefano Ferri ha una mente matematica sorprendente. Definisce ogni avvenimento con una data. Il 4 settembre 2015 segna la svolta: «Mia figlia mi guarda e mi dice: ‘Anche se ti vesti da donna per me sei un uomo normale, e soprattutto un papà meraviglioso’», ricorda commosso. «Aver tentato di reprimere l’istinto femminile ha falsato il rapporto con il mondo per 29 anni della mia vita. Uscire vestito da donna è stata una liberazione», ma all’inizio Stefano era spaventato. «E allora perché lo fai mi dicevo. Naturalmente uno come me ha dovuto porsi moltissime domande». «No, non sono mai stato aggredito» ma sono attento a evitare certe zone quando cala il buio.

A Milano non sento la stessa libertà che provo quando vado a New York, dove mi sento tranquillo a salire su un metrò con il miniabito anche alle tre di notte». Il sogno di Stefano? «Poter esprimere me stesso senza che qualcuno con il suo sguardo mi costringa a sentirmi anomalo. Solo da un anno sono sereno e la gente lo percepisce. Questo mi fa capire che la mia transizione è terminata».

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Big Mac, minuto per minuto gli effetti sul tuo corpo: lo mangerai ancora?

Libero
Il Big Mac è letale, ecco cosa fa al nostro corpo
Due fette di carne, doppio stato di salsa segreta, cipolla disidrata, cheddar ovunque, una fetta di pane nel mezzo, e un po' di insalata, giusto per farlo sembrare un poco più sano. Questi sono gli ingredienti del celebre Big Mac di Mc Donald's, uno dei panini più famosi del mondo. Peccato che sia anche uno dei più dannosi per il corpo umano.

Cosa ci succede - Il sito Fast Food Menu Price ha rivelato che, secondo alcune ricerche, il Big Mac ha effetti sul nostro corpo che possono essere bollati come disastrosi. Ecco cosa succede: nei primi 10 minuti dopo aver mangiato il panino non ci sentiamo sazi. Il contenuto è pieno di grassi e additivi, quindi il cervello non percepisce subito ciò che abbiamo ingerito.


Dopo 20 minuti, addirittura,ne vogliamo mangiare un altro. Siamo come dipendenti dal Big Mac, ecco perché tendiamo a mangiarlo spesso una volta dato il primo morso.

Il tempo passa... - Ma è dopo 30 minuti che arriva il peggio. Il sodio presente nel sandwich è tantissimo, troppo per il nostro cuore. Così, secondo lo studio, rischiamo problemi cardiaci, di pressione e una totale disidratazione. E poi, per i successivi 20 minuti, torniamo nella fase del "ne voglio ancora". E sapete quanto ci vuole per digerire il prodotto di punta di McDonald's? Tre giorni. Periodo in cui il nostro corpo è impegnato in una costante lotta contro acidi, grassi e mancanza di idratazione. Solo un appunto: per digerire un pasto qualsiasi ci vogliono appena 24 ore.

Buoni fruttiferi a tassi dimezzati. Prime sentenze contro le Poste

La Stampa
luigi grassia, claudio vimercati

Un giudice dà ragione a venti risparmiatori: “Devono avere la differenza” La società: applicate le norme. La pronuncia: bisognava avvertire uno per uno



C’è uno sviluppo nella vicenda dei buoni fruttiferi postali che hanno pagato, alla scadenza dei trent’anni, circa la metà degli interessi calcolabili in partenza. Un giudice di pace di Savona, Andrea Grammatico, ha accolto una ventina di ricorsi, che erano stati presentati un anno fa dal Movimento dei consumatori per conto di altrettante persone. Tutto bene per questi risparmiatori: hanno già i soldi in tasca, perché (a suo tempo) un decreto ingiuntivo del giudice aveva obbligato le Poste a versare loro la differenza fra quanto si attendevano e quanto avevano ottenuto. Però quel decreto ingiuntivo era provvisorio, in attesa del giudizio di merito. Ora il giudizio c’è. 

Ma la vicenda non è finita. Siamo solo alla sentenza di primo grado, e fino alla Cassazione la strada è lunga. L’avvocato Marta Buffoni di Novara, che ha avviato cause in tutta Italia, nota che comunque «è bello aspettare la sentenza definitiva con i soldi già in mano. Tutti i giudici a cui mi sono rivolta hanno obbligato le Poste a pagare fin da subito la differenza ai clienti. E il decreto ingiuntivo più recente che ho ottenuto ha fatto incassare a un mio cliente di Novara quasi 200 mila euro».


(30 anni la durata dei buoni postali contestati. Nella foto un taglio da un milione di lire)

Da che cosa nasce il problema? Il fatto è che i buoni postali erano, per tradizione, un investimento tranquillo per investitori poco sofisticati, per persone semplici, o addirittura per bambini, a cui i venivano regalati per quando fossero diventati grandi. I buoni di cui stiamo parlando (serie M, N, O emessi dal 1974 al 1986) si presentavano come gli assegni da «Un Milione» nei vecchi fumetti del Signor Bonaventura: erano dei pezzi di carta con su scritto l’importo (ovviamente in lire) e sul retro avevano una complicata serie di simboli che spiegava come il capitale fosse destinato a rivalutarsi, anno dopo anno, in tre decenni. Ma nel 1986 un decreto del governo ha dimezzato i rendimenti. La quasi totalità dei risparmiatori non se n’è accorta fino al momento di incassare.

Le Poste dicono di essere state corrette, ed è vero: hanno applicato la legge. Ma il giudice ha obiettato che era la legge a essere sbagliata. Infatti la modifica delle condizioni è comparsa in Gazzetta ufficiale ma non è mai stata comunicata nominativamente agli interessati, né sono state fornite tabelle aggiornate. La variazione unilaterale dei tassi, secondo il giudice Grammatico, rappresenta «una evidente violazione degli obblighi contrattuali e del principio di buona fede contrattuale».

L’avvocato Buffoni incalza: «In realtà già nel 2007 le sezioni unite della Cassazione avevano detto che in questo tipo di investimento la comunicazione in Gazzetta ufficiale non basta a modificare le condizioni. Bisogna contattare i singoli risparmiatori e concedere loro il diritto di recesso. Non lo si è fatto. Ai risparmiatori che non hanno avuto i loro soldi dico: non firmate alcuna liberatoria, andate da un avvocato».

Troppo merda Caritas!”

Enrico Galletti


“Non vogliamo pasta e il riso. Vogliamo documenti. Troppo merda CARITAS!”.
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È un’immagine che parla chiaro, come lo sono le parole dei numerosi cartelli alzati in aria dai profughi ospiti del centro di accoglienza ‘Caritas’ di Cremona. È avvenuto tutto questa mattina, in occasione di un maxi sit-in senza preavvisi. Un’intera via, viale Trento e Trieste, nel centro città, occupata da profughi ghanesi, nigeriani e maliani, che hanno bloccato il traffico e costretto l’intervento di polizia, digos, carabinieri e comando dei vigili locali. Si è addirittura arrivati allo scontro fisico, davanti a cittadini stupiti, che si recavano o rientravano dal lavoro.

Stupore, incredulità, rabbia. E poi quella serie di cartelli, impugnati dai manifestanti del centro di accoglienza di via Stenico, con la scritta che fa indignare: “Troppo merda Caritas”. Alcuni di questi immigrati vengono mantenuti da due anni, con tanto di pasti, alloggio, istruzione e spese inclusi. Oggi si sono rivoltati contro chi, da 24 mesi a questa parte, li ha accolti. Vogliono i documenti, si lamentano della lunga burocrazia italiana. Vogliono la cittadinanza. Penso a quanti italiani farebbero la fila per ricevere aiuti simili, a cominciare da un alloggio garantito. Quante famiglie in difficoltà, con figli a carico, vivono in case dove da tempo manca il sorriso (ammesso che queste non abbiano ancora ricevuto lo sfratto per fare spazio alla vera ’accoglienza’).

Una vergogna vedere lo sguardo incredulo di una anziana signora, (con 400 euro al mese di pensione dopo una vita di lavoro e di contributi versati) che stamattina si meravigliava davanti ad un simile scenario. Qualcuno dovrà delle scuse a questa signora, ammesso che questa questione riesca ad ottenere la priorità sul riso ‘scotto’ della mensa Caritas.

Enrico Galletti

Il Papa cade nella trappola e benedice gli "okkupanti"

Serena Sartini - Mar, 20/10/2015 - 08:22

«Tarzan», leader degli sfrattati insediati abusivamente a Castelgandolfo, scrive a Bergoglio. Lo staff replica incoraggiandolo. E la notizia fa il giro del mondo

La lettera era stata inviata il 2 agosto e la risposta è arrivata a stretto giro di posta. E a prima vista sembra proprio una «benedizione» a chi occupa le case, a Roma.



A scrivere a Papa Francesco è stato Andrea Alzetta, uno dei leader di «Action diritti in movimento», ex consigliere comunale e meglio conosciuto per il nomignolo «Tarzan» e il conseguente slogan «occupare le case è un reato, Tarzan lo fa».

La lettera è stata consegnata a suor Damiana Esposto, della Congregazione delle Figlie della Sapienza per farla recapitare a Bergoglio. «Carissimo Papa Francesco, saremmo lieti se riuscisse a dedicarci un po' del suo tempo per ascoltarci e per informarla sulla condizione di molte centinaia di nuclei familiari in “emergenza abitativa” che rappresentiamo», scrive Alzetta. La richiesta del movimento Action è semplice: le strutture utilizzate dai pellegrini durante il Giubileo straordinario siano messe a disposizione in futuro per l'emergenza abitativa.

La risposta è arrivata subito: una benedizione del Pontefice che «ha a cuore» il tema dell'emergenza sociale. «Il Sommo Pontefice - si legge nella missiva - invia una parola di paterna comprensione e di vivo incoraggiamento e, mentre assicura il Suo costante ricordo nella preghiera, di cuore imparte la benedizione Apostolica». Ed ancora: «Nell'assicurare la spirituale partecipazione di Sua Santità alla preoccupante questione evocata, mi premuro di significarLe che Egli, non cessando mai di promuovere i valori della giustizia e della solidarietà, più volte ha richiamato l'attenzione degli organi competenti in favore delle fasce più deboli della società».

Parole abbastanza generiche ma che, dirette al leader di un movimento che occupa proprio un'area vicina alla residenza estiva del Papa, a Castel Gandolfo, due edifici chiamati «La tenuta Vaselli» di proprietà del Comune di Roma, possono apparire come un clamoroso appoggio alla linea «dura» di Action. E infatti al Giornale Alzetta la spiega così: «È un incoraggiamento e una provocazione: che la politica si sporchi le mani, perché questo Paese sta andando sempre peggio».

Alzetta nella lettera cita anche lo scandalo romano per eccellenza: «La vicenda “Mafia Capitale”, di cui siamo stati “oggetto in causa” ha di fatto bloccato la pur flebile relazione con la politica, sempre più incapace e sottomessa all'egoismo delle regole del mercato e del profitto. Chiediamo di essere ascoltati per testimoniare lo stato attuale di coloro che vengono considerati emergenza, scarto e rifiuto sociale».

Il Vaticano minimizza. «Non si tratta di una lettera a firma del Papa - spiegano dai Sacri Palazzi - ma di una risposta dell'assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato, monsignor Peter Wells. Lo staff del Papa cerca di rispondere a tutte le lettere che riceve, è una cosa quasi automatica». Ma il caso c'è, perché la notizia ha fatto il giro del mondo, arrivando anche sulle pagine del quotidiano britannico The Guardian che titola: «Il Papa invia una lettera di sostegno a Tarzan e agli occupatori delle case a Roma».

Non è la prima volta che lo staff del Papa cade nella trappola di una lettera di risposta che viene poi strumentalizzata. L'ultima volta accadde con Francesca Pardi, proprietaria della casa editrice «Lo Stampello» e autrice di libri sulla teoria gender. La risposta del Papa, da gesto di buona educazione, fu trasformata in una «benedizione» alla teoria. E il Vaticano dovette smentire. Una conferma che la strategia di comunicazione con risposte a tutti, senza selezione, è a rischio e va rivista.