sabato 17 ottobre 2015

Strage dell'Acquasanta, il segreto di Stato compie 98 anni

Adriano Palazzolo - Sab, 17/10/2015 - 17:06

Una storia in cui anche Padre Pio ha un ruolo importante

Compie 98 anni in questi giorni il Segreto Militare di Stato apposto su un documento riservato relativo alla strage dell’Acquasanta, 200 morti causati dall’esplosione del Forte Appio di Roma, il 24 agosto 1917.



Di questa strage solo recentemente sono emerse le reali circostanze e responsabilità, grazie all’inchiesta del giornalista Enrico Malatesta che si è imbattuto in questo dramma lavorando al suo ultimo libro "La vera storia di padre Pio" (edito da Mursia), in quanto il santo del Gargano era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale e uno dei suoi soldati, Alfio Russo, figura tra le vittime.

"Perché apporre un segreto di Stato, se le conclusioni dell’inchiesta vertevano sull’incidente?", si domanda Malatesta che ha ricostruito tutta la vicenda dai documenti dell’epoca, ripercorrendo la vita di Alfio Russo, uno di quegli sfortunati giovani uccisi dallo scoppio della Santabarbara della caserma che si trovava sull’Appia Nuova nella località Acquasanta, dove ancora oggi si trova una fonte molto frequentata dai romani.

"Perché - prosegue a domandarsi il giornalista - quell’opificio bellico dove si costruivano bombe e altri ordigni (senza nessuna attenzione alla sicurezza dei soldati) destinati a rifornire i lanci aerei sulle trincee nemiche, era costituito in due capannoni esterni al perimetro del Forte? Soprattutto: perchè a lavorare in quei due maledetti capannoni, furono impiegati soldati generici, giovani ed inesperti e non invece artificieri specializzati?".

Nel 1919 (a un anno dalla fine della guerra) il Tribunale Militare che aveva avocato il procedimento dal Procuratore del Re del Tribunale Penale, emette la sua sentenza di condanna contro ignoti. Una sentenza iniqua perchè dopo aver indicato un colpevole, lo scagiona in quanto deceduto prima dei fatti.

A dare una risposta certa a questi ed altri oscuri interrogativi è sufficiente un solo ma sconvolgente documento. La confessione, rilasciata nel 1919 (due anni dopo l’accaduto) da un testimone oculare dell’infausta esplosione del Forte Acquasanta.

"L’ ufficiale - ha scoperto Malatesta -si era rifiutato, nella sua qualità di preposto all’ufficio di competenza, di collaudare delle spolette difettose, ma i generali non volendo ascoltare le ragioni del suo dire, lo avevano arbitrariamente sollevato dall’incarico per imporre il collaudo ad altro ufficiale, invece estraneo a questa competenza, il quale fece passare per buono il materiale esplosivo palesemente deteriorato".

Nel volume di Mursia, il capitolo più affascinante è proprio quello dedicato alla ricostruzione del periodo militare che vide Padre Pio arruolato nella grande Prima Guerra Mondiale, come cappellano militare nella Sanità a Napoli, pubblicando ben quattro lettere inedite del frate sconosciute anche alla Postulazione.

L’ultima, datata 9 marzo 1918, inviata dal letto n.40 dove Padre Pio era degente, è indirizzata a quel ragazzo che meditava in quei giorni, come unica via d’uscita possibile, il suicidio abbandonandosi alla disperazione più totale. Ma le preghiere di Padre Pio e l’imposizione delle sue mani sul capo, mani già impresse dalle stigmate invisibili ricevute nel 1911, gli restituirono la speranza, tanto da fargli dettare un ricco e dettagliato memoriale sull’esperienza militare ma soprattutto sull’incredibile incontro con Padre Pio nell’ospedale militare di Napoli.

Malatesta racconta che Padre Pio probabilmente aveva avuto una premonizione sul destino che attendeva Alfio nella Capitale (dove avrebbe dovuto essere rioperato in seguito a una cancrena) e per questo tentò di non farlo partire. Ma non ci fu nulla da fare, il capitano medico Giannattasio, chiamato "il sarto" per la sua capacità di suturare le ferite, decise il trasferimento al Policlinico dell’Università di Roma (il futuro Umberto I) da dove fu poi spostato per la convalescenza alla Caserma militare di via Appia Nuova.

Ed è lì che dopo solo poche settimane dal suo incontro col frate di Pietrelcina, Russo perirà insieme ad altri 199 giovani soldati nell’esplosione della polveriera dell’Appia Nuova. Non per un atto di guerra, né per un sabotaggio alle strutture, né tantomeno per un accidentale infortunio ma solo, denuncia Malatesta, per il "tradimento" di chi avrebbe dovuto rispondere delle loro giovani vite.

Dilaniati dell’esplosione, i loro poveri resti non meritarono neanche il rispetto del proprio nome perché raccolti sommariamente in cassoni della Croce Rossa, in un ammasso confuso, tra ossa, detriti, membra umane e macerie, in una melma fatta di terricci e sangue. "Agghiacciante" fu l’affermazione del dirigente della Questura, presente al recupero dei caduti. "Ma ben più agghiacciante - secondo Malatesta - è l’oblio riservato al negato ricordo delle loro giovani vite".

Usb Killer 2.0, la pennetta pericolosissima: «Non attaccatela al pc». Ecco perché

Il Mattino
di Andrea Falla

Usb Killer 2.0

Se mai doveste trovarla sulla vostra scrivania, non attaccatela al computer. Si chiama Usb Killer 2.0 ed è una chiavetta in grado di bruciare in pochi secondi qualsiasi dispositivo elettronico. Ideata da un gruppo di hacker russi noti come Dark Purple, questa penna Usb è praticamente uguale a quelle usate per l'archiviazione di dati, ma quello che fa al pc è tutt'altro che utile.

COME FUNZIONA Usb Killer 2.0 sfrutta un ciclo continuo di sovratensioni elettriche, assorbento elettricità direttamente dalla porta usb del dispositivo fino ad immagazzinare 220 volt nei condensatori, per poi scaricare l'energia contro l'apparecchiatura. Un attacco 'fisico' che si ripete fino a quando la scheda madre non è completamente bruciata. Per assicurare la reale efficacia della pennetta killer, Dark Purple ha anche pubblicato un video dimostrativo su YouTube, in cui un normale pc viene manomesso in pochi attimi, con chip delle porte Usb e motherboard resi inutilizzabili. Al momento non è ancora chiara l'entità dei danni alla parte hardware, ma i dati contenuti nell'hard disk dovrebbero rimanere intatti. Comunque è sempre meglio non accettare pennette dagli sconosciuti.

Un nuovo malware minaccia l'Europa: paura per le banche, ecco cosa si rischia

Il Mattino



Sta arrivando in Europa Dridex, malware finanziario noto anche come Bugat, che una volta infettato il computer attraverso una botnet si inserisce nel browser della vittima per rubare le informazioni, tra cui le credenziali bancarie. L'annuncio lo dà Symantec attraverso il suo blog.

Secondo quanto si legge, recentemente l'Fbi e le forze dell'ordine britanniche hanno stretto il cerchio contro la botnet Dridex, arrestando una persona accusata di aver utilizzato il malware per infettare migliaia di computer. Dietro il virus, però,si nasconde un gruppo di criminali ben organizzato che è riuscito fino ad oggi a rubare decine di milioni di dollari in tutto il mondo. Fbi ed Europol stanno intervenendo azzerando i computer compromessi nel tentativo di fermare la propagazione della botnet di Dridex.

Il malware di solito si propaga attraverso email di phishing che sembrano provenire da fonti accreditate. Se viene aperto l'allegato, infetta il computer. Dridex è anche in grado di auto replicarsi copiando se stesso sulle unità di rete e in locale, e anche su dispositivi come chiavette Usb. Così come avviene per la maggior parte degli attacchi informatici di tipo finanziario, anche Dridex cambia le tattiche in corsa. Recentemente, ad esempio, è stato notato che utilizza macro infette nei documenti di Microsoft Office allegati nelle email.

Come riportato da Symantec, nel 2014 la famiglia di malware Dridex è stata la terza più grande minaccia finanziaria con circa 29.000 rilevazioni. Un dato tuttavia in diminuzione, con un calo dell'88% rispetto al 2012. Oggi Dridex sembrerebbe rinato nella sua attività, che è ripresa ad aumentare negli ultimi mesi. I criminali dietro Dridex hanno preso di mira molti Paesi: nel 2015 guidano la classifica gli Stati Uniti, seguiti da Giappone e Germania. Un numero significativo di infezioni sono state registrate anche nel Regno Unito, Canada e Australia. Venerd? 16 Ottobre 2015,

09:19 - Ultimo aggiornamento: 13:10

Basta brutti ricordi su Facebook: arrivano i filtri per controllare il passato

La Stampa
chiara severgnini

La funzione Accadde Oggi ripropone vecchi post e ti invita a condividerli. Ma cosa succede se si tratta di ricordi tristi? Da oggi è possibile chiedere al social di non mostrarceli più



«Ogni giorno ti mostreremo tutte le tue notizie di quello stesso giorno ma in anni diversi»: con la funzione «Accade Oggi» Facebook punta sull’effetto nostalgia e ti permette di riproporre fotografie, post e avvenimenti importanti del passato. Ma cosa succede se si tratta di ricordi dolorosi?

L’anniversario di un licenziamento, di una separazione o della perdita di una persona cara può diventare ancora più amaro, se persino l’algoritmo di Facebook continua a rivangare il passato. Da oggi, però, c’è un modo per evitare che i ricordi spiacevoli tornino a tormentarci sulle nostre bacheche. 

Un problema molto simile si era già posto nel 2014. «È stato un anno meraviglioso. Grazie per aver contribuito a renderlo tale»: con queste parole Facebook invitava a creare un video-collage con gli avvenimenti, le foto e i post più cliccati sui nostri profili negli ultimi 365 giorni. Ma l’algoritmo non poteva sapere se per qualche utente gli ultimi mesi erano stati davvero «meravigliosi» o, al contrario, terribili. 

Oggi come allora, dopo aver ricevuto molte segnalazioni da parte di utenti scocciati o addolorati, gli ingegneri di Menlo Park hanno deciso di porre rimedio. Per evitare episodi spiacevoli, da oggi è possibile filtrare i propri ricordi sul social. Basta accedere a Facebook da desktop, collegarsi alla schermata «Accadde oggi» e cliccare sull’opzione “preferenze”, che si trova in alto a destra: 



Grazie ai nuovi filtri, è ora possibile creare due liste nere per evitare che Facebook ci riproponga post tristi, dolorosi o imbarazzanti legati a persone, date o interi periodi di tempo. Del resto, come dice il social, «I tuoi ricordi ti appartengono»: il controllo assoluto sul nostro passato ci spetta di diritto, almeno su Facebook. È quasi un peccato che gli stessi filtri non si possano applicare anche alla realtà. 

Il rabbino capo di Roma attacca il Papa: “Il suo messaggio è pericoloso”

La Stampa
giacomo galeazzi

Riccardo Di Segni: «Gli ebrei sembrano giustizialisti, i cristiani buoni e misericordiosi»



Inattesa gelata nei rapporti mai così buoni tra Vaticano e fratelli maggiori. Il messaggio di Francesco, «che viene visto soprattutto come amore, è pericoloso per l’ebraismo», afferma il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni in un’intervista a L’Espresso. «Ripropone l’idea che, con l’arrivo di Gesù, il Dio dell’Antico Testamento è cambiato: prima era severo e vendicativo, poi è diventato il Dio dell’amore. Quindi - dice Di Segni - gli ebrei sono giustizialisti e i cristiani buoni e misericordiosi. È un’aberrazione teologica molto antica, che è rimasta una sorta di malattia infantile del cristianesimo». 

Inoltre «è un papa molto interessante, con il quale si riesce a dialogare», afferma Di Segni. Ma, secondo, il rabbino, «continuare a usare, come fa il Papa, il termine “farisei” con una connotazione negativa può rinforzare il pregiudizio in un pubblico non preparato». Il leader spirituale della più antica comunità ebraica d’Europa riferisce la risposta del pontefice: «Capisco benissimo. Io sono gesuita e anche la parola `gesuita´ fa un brutto effetto». «Ho visto - sottolinea Di Segni - che poi ci è stato più attento».

Lascia la panchina per andare a fumare, portiere squalificato dal giudice sportivo

La Stampa
arianna tomola

L’episodio nel campionato di Prima categoria piemontese



Durante la partita di calcio di Prima categoria piemontese (una delle serie dilettantistiche) il secondo portiere dell’Ornavassese a match in corso, si alza, lascia la panchina senza avvisare l’arbitro e va a fumarsi una sigaretta. Un comportamento - contrario al regolamento - che l’arbitro ha scritto nel suo referto. E così il giudice sportivo ha inflitto un turno di squalifica ad Andrea Terzi, il giocatore dell’Ornavassese che sarà costretto a saltare la prossima partita. L’ingenuità che gli è costata un turno di stop l’ha commessa domenica a Ornavasso - paese alle porte dell’Ossola - nella sfida di Prima categoria contro i cusiani dell’Agrano persa 2-0. 

«Avevamo già esaurito tutti i tre cambi così cono andato verso gli spogliatoi per andare a fare la doccia - spiega il portiere - prima di entrare mi sono fermato sulla panchina in sasso a fumare una sigaretta e a finire di vedere la partita, ma non ho fatto niente di male e non ho insultato nessuno. La prossima volta fumerò in panchina? Non so se ci sarà, ho 30 anni e sono a fine carriera». 

Invece di importare immigrati aiutiamo le famiglie a far figli

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 16/10/2015 - 11:47

Maggiori incentivi per il funerale che per la palestra dei bambini. Nel 2014, 825 milioni per gli immigrati contro il limite di spesa a 20 milioni per il bonus mamme

Dicono non ci sia altra soluzione: se vogliamo che nel futuro qualcuno paghi le nostre pensioni, dobbiamo aprire le porte agli immigrati. L’ha ripetuto l’Onu, che fissa a 250 milioni il numero di stranieri necessari per sostenere le spese previdenziali di tutta Europa. Il ragionamento sembra funzionare: se gli italiani non fanno figli, allora s’importino immigrati.



Ma questa non è la risposta corretta di un Paese che investe nel futuro: l’Italia dovrebbe aiutare le famiglie a fare figli. Invece fisco, casa, scuola, asili, politiche per la famiglia, lavoro per le mamme, bonus bebè, tariffe e spese scolastiche: non c’è nulla (o quasi) nella normativa italiana che faccia pensare questo sia un Paese costruito sulla famiglia.

Partiamo dal fisco. Allevare un bambino, dai pannolini alla laurea, costa circa 280.000 euro: se si volesse incentivare la natalità, bisognerebbe sostenere questo onere. Ma se si guarda alle modalità di calcolo dell’Isee - l’indicatore della situazione economica di una famiglia, che serve a ottenere benefici vari - si capisce che tutto gira al contrario. Prendiamo due famiglie, la prima con 1 solo figlio e un reddito di 25.000 euro; la seconda, invece, di pargoli deve allevarne 4 facendo affidamento su 75.000 euro. A parità di altre condizioni patrimoniali, la prima può dedicare al figlio tutto il reddito, la seconda (dividendolo per 4) potrà spendere 18.750 euro a bimbo.

Ebbene, secondo le regole attuali, i genitori del figlio unico potranno ottenere l’esenzione dalle tasse universitarie. Mentre la famiglia numerosa dovrà pagarle tutte per intero. “Il peso reale dei figli è ininfluente - ci racconta Davide, 8 figli - il nuovo Isee realizzato da quell’illuminato di Renzi non ci aiuta: i figli oltre il 4° non vengono conteggiati. Il mio Isee non mi permette di avere alcun bonus, anche se non sono ricco”.

Navigando nel mare delle detrazioni, delle deduzioni e dei bonus familiari si capisce una cosa: che i bambini non sono al centro delle attenzioni dello Stato. Nelle politiche familiari non v'è un incentivo a procreare, né tantomeno un aiuto sostanziale per crescere i nuovi nati. “Per la gravidanza ho sborsato 1.000 euro di visite, per i primi 30 mesi di vita del bimbo - ci racconta Caterina - si spendono tra i 1.400 e i 3.000 euro per i pannolini. Poi c’è il latte artificiale (60 euro al mese) e i vestiti: di tutte queste uscite non ci fanno detrarre nulla dalle tasse”.

Non c' da stupirsi. Per l’Italia, infatti, vale più un morto che l’attività fisica di un bambino. Alle famiglie che hanno affrontato un funerale è permesso detrarre 294,38 euro, mentre per la palestra dei bimbi il limite massimo è di 210 euro. Un mondo al contrario. Dove la detrazione per ogni figlio a carico fatica a raggiungere i 4 quel euro al giorno: poco più di uno snack.

Inutile approfondire i ticket sanitari e gli assegni familiari che “sono una presa per il culo- dice Caterina -: solo 40 euro al mese, una miseria”. Irrisorio anche il bonus gas, che si aggira tra i 53 e i 297 euro all’anno per chi ha 4 figli e arriva a spenderne anche 650 euro. “Per ottenerlo, poi - aggiunge Cristina, mamma di 12 figli - bisogna avere un 730 da fame”. Non cambia molto per il bonus luce, che a fronte di una spesa media di 1.300 euro l’anno garantisce uno “sconto” in bolletta di 153 euro. Ovvero 3 euro al mese per ogni figlio. Soldi che svaniscono se si ha una potenza maggiore a 4,5Kw, come la maggioranza dei nuclei numerosi.

Il lettore provi a perdonarci se riportiamo così tanti numeri. Sono necessari per comprendere il disagio di chi desidera mettere al mondo una prole consistente. Guardiamo le tasse: Imu, Tari, Tasi e bollo auto sono balzelli calcolati appositamente per bastonare chi ha più figli.

Ho un VW Caravelle da 9 posti per portarli a scuola - racconta Marco, 7 figli - e la cilindrata alta mi costringe a pagare 800 euro di bollo. Cosa devo fare, comprarmi una smart?”. Stesso ritornello per la Tari sui rifiuti (che aumenta all’aumentare dei componenti della famiglia) e con l’Imu (più alta per le case ad alta metratura, necessaria per coppie con 3,4 o 5 figli). Infine, sui beni necessari al bimbo, una mamma paga più imposte di quanto non facciano i signori del gioco d’azzardo per divertirsi: 22% di Iva per il latte artificiale e 11% sulle ludoteche.

Poi c’è la donna che decide di diventare madre. “Posso testimoniare - denuncia Davide - di colleghe costrette a firmare dimissioni in bianco in caso di gravidanza”. “Ad un colloquio di lavoro, quando hanno scoperto che ho 2 figli mi hanno scartata”, racconta Chiara. Lungi dal pensare che la colpa sia solo del datore di lavoro. Piuttosto la responsabilità cade sulla fiscalità generale che non incentiva il part time, il lavoro da casa e gli asili aziendali.

L’asilo, altra tegola sulle famiglie: sono pochi, senza personale sufficiente e costano troppo. Spesso poi si è costretti a ricorrere a quelli privati: “Nelle liste di attesa noi italiani siamo sempre in fondo - dice Sara, 2 figli - anche se abbiamo un reddito medio. Gli immigrati hanno un Isee inferiore, passano davanti e pagano una retta agevolata”. Per due figli si spendono 700 euro, cui bisogna aggiungere il pre-scuola, i pasti e il doposcuola. Oppure la baby sitter. Impossibile, infatti, uscire dal lavoro per andare a prenderli alle 16.30, orario di chiusura dell maggioranza dei nidi. Poi nei due mesi di chiusura estiva ci si affida ai costosi campi scuola e a Natale non si ha idea di dove parcheggiare i bimbi.

Bisogna rivedere il ruolo della donna nel lavoro - conclude Sara - dandole la possibilità di stare con i figli, di crescerli”. Esiste un bonus deciso da Renzi per pagare alle mamme la baby sitter o l'asilo nido (600 euro per 6 mesi), ma il fondo che lo finanzia non supera i 20 milioni di euro. Quando nel 2014 l’investimento per i 35 euro degli immigrati ci è costato 825 milioni.

Viene da chiedersi: il governo Renzi è attento alle famiglie? “No - risponde l’on. Mario Sberna (Per l'Italia), ex presidente dell’Associazione Naz. Famiglie Numerose - assolutamente no”. Il motivo è semplice, nonostante i proclami del premier sugli 80 euro. “Dalla legge di stabilità del 2014 stiamo ancora attendendo 45 milioni da destinare ai buoni acquisto per le famiglie e numerose. E sulla finanziaria approvata ieri in Csm non v’è nulla per la natalità”. Niente fondi per ampliare i miseri 480 euro all’anno di carta acquisti per famiglie indigenti con bimbi piccoli (1,3 euro al giorno).

Niente fondi per aiutare le famiglie a pagare i 500 euro all’anno per i libri scolastici, i trasporti pubblici e i 70 euro di astucci e matite. Niente soldi per aumentare le garanzie dei mutui per la prima casa.

E il bonus bebè da 80 euro per i nuovi nati negli anni 2015, 2016 e 2017? “Lodevole, certo - aggiunge Chiara - ma non aiuta gran che”. Servirebbe ben altro per rispondere alla crisi demografica.Invece l'Italia “per pagare le pensioni” sceglie di importare stranieri. Ma favorire l'immigrazione è solo la risposta più semplice. Non quella giusta.

La sinistra ammazza italianità, lo ‘Ius dei paraculi’ e la viltà dei 5Stelle

Emanuele Ricucci



Qualcuno dica:
a Gianfranco Fini, dopo le ultime dichiarazioni su come la destra italiana possa sostenere l’idea di Ius Soli, di smetterla anche solo di parlare di destra;
al Movimento Cinque Stelle – dopo l’affaire “abolizione del reato di immigrazione clandestina” e dopo l’astenensione dal voto per lo Ius Soli – di smettere di ergersi a difesa degli italiani, di esserne falso mito;
ad Alfano ed al suo movimento, dopo aver votato lo Ius Soli, di smettere di chiamarsi nuovo centro DESTRA;
a Renzi, Chaouki e tutta la sinistra di andare a c…asa.

MALTEMPO: NOTTE DI BORA A 140 A TRIESTE MA MIGLIORA

Andata..Ius soli: loro hanno il diritto di essere italiani, noi non abbiamo, forse, il diritto di essere incazzato? Le sinistre ammazzano non solo l’Italia ma d’ora in poi anche gli italiani. Le destre, ora, devono reagire, poco prima che anche gli ultimissimi scampoli di sovranità vengano meno. All’italianità prima si è persa l’abitudine, ora si rischia di perderla del tutto. Caro, si fa per dire, Presidente del Consiglio, cosa rimane della sovranità di questo popolo, appunto? Occorre, forse, ricordare al noto sindaco, Premier, segretario ed ideologo Matteo Renzi ed ai suoi accoliti che questa Patria non è un parco giochi, né un laboratorio per esperimenti, prima ancora che, una mattina di queste, venda la Sardegna.

Un Paese provinciale, già sotto l’egida spietata di un’Europa marcia e mercenaria. Un Paese giovane, ancora alla ricerca di se stesso, che ancora deve sanare il divario tra Nord e Sud, tra secessionisti di confine ed il riconoscimento ad una bandiera nazionale, in cui ancora dobbiamo integrarci tra noi, figuriamoci. Un popolo che si sente unito davanti all’Italia che gioca per la qualificazione agli europei. Un Paese che ancora deve fare i conti con i vecchi italiani e che ora, già ne fabbrica di nuovi. Le conquiste della civiltà: cento anni dopo, esatti, dalla Grande Guerra, la Camera dei Deputati approva lo Ius Soli.

Cento anni prima il diritto degli italiani di sentirsi italiani, cento anni dopo il diritto di far sentire italiano chiunque passi di qui. Chi combatte per il sangue, per il diritto ad un’identità nazionale e chi per allargare il bacino elettorale in nome del progresso. A saperlo prima, avremmo detto a quei poveri ragazzi in trincea, soprattutto a quelli del ’99, così piccoli, di tornare a casa dalle mamme o dalle giovani mogli in Calabria, di lasciar perdere o al limite, di farla con i propri connazionali deliranti, la guerra, non con i dirimpettai o con qualche straniero. Connazionali…o sarebbe meglio definirci coinquilini d’ora in avanti? Disfatta l’italia ora bisogna disfare gli italiani, perché la nazionalità s’indossa come un vestito, si sceglie su un catalogo.

Chi l’ha detto, dunque, che il progresso sia sempre proteso in avanti, parafrasando Manzoni? Manzoni, un altro che ha fatto grande gli italiani. Se la coesione sociale è un problema serio, la governabilità è sempre a rischio, i poveri ci sono sempre stati, l’Italia inizia a diventare un lontano ricordo ed in questo paese, indiscutibilmente, oltre alle belle giornate di sole, alla pasta col pomodoro, al mare azzurro e alla pizza con i frutti di mare, si sta decisamente male, conviene aprire all’internazionalizzazione. L’ultima italianità rimarrà chiusa in uno stereotipo e nell’eco lontano, rimbombante delle note di Domenico Modugno, delle parole di Dante: “”Sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade”.

Passa alla camera lo ius soli, anche detto “IUS DELIPARACULI” , tradotto letteralmente “Diritto deliparaculi di acquisire consenso e facili sostegni elettorali di massa in terreni vergini, mai bruciati, composti da individui non appartenenti, per nascita e/o derivazione genetica, parentale alla Repubblica Italiana, ovverosia stranieri, votanti in Italia”. Ora dovrà passare in Senato, sempre che Renzi lo vorrà, sempre che il fiorentino dittatore ed i suoi folli accoliti, non lo spazzeranno via prima, il Senato.

Secoli per la formazione di una specifica identità e coscienza nazionale, per sentirci italiani, per la genesi e il rodaggio di un’ossatura culturale propria, per lo sviluppo di visione comune, da condividere ed integrare, eventualmente, non da soppiantare e sostituire,  per configurare l’anima, il software – più consono agli imbecilli tempi iperconnessi ed ultravirtuali contingenti – di questa Nazione. Ritorna alla carica ed annuncia l’ennesimo piano di smontaggio dell’italianità: dopo la palese interruzione democratica  riparte il “treno dei diritti civili”: la cittadinanza italiana è un affare da appioppare.

Torna e passa lo Ius Soli, tra ridicolezze, poco sense of humour ed il dramma del fatto che non si stia scherzando, anzi, si faccia decisamente sul serio.  Dal diritto di sangue a quello di transito. “Genitori con permesso di soggiorno di lunga durata e l’obbligo della frequenza di almeno un ciclo scolastico. Quanto allo straniero nato e residente in Italia legalmente senza interruzioni fino a 18 anni, il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza viene aumentato da uno a due anni dal raggiungimento della maggiore età” ed il gioco è fatto in barba a Dante e al Capitano Giovanni De Medici. Alla faccia di Lorenzo Il Magnifico e di tanti altri italiani figuri ormai tre metri sotto terra.

Allora, italiani, è ora di resistere. A cento anni dalla Grande Guerra, a settanta dalla Resistenza, a loro tanto cara, i nuovi partigiani siamo noi; altro che Pavolini a testa in giù a Piazzale Loreto, altro che la retorica muffa e stantia di Bella Ciao, altro che i nonnetti dell’ANPI col bianco nel bicchiere. I nuovi partigiani, nell’unico senso possibile di modernità non teatrale, non ipocrita e non anacronistico, sempre che occorra trovarne uno, siamo noi, costretti a resistere allo tsunami del renzismo, prima ancora che, magari, Chaouki non proponga al governo di chiamare gli italiani con un altro nome.

Il buco nero degli ospedali: ecco la mappa degli sprechi

La Stampa
paolo russo

Dalle mense al personale, spese triplicate. Disavanzo record per il Lazio


Spese per lavanderia, riscaldamento o mensa che raddoppiano o addirittura triplicano da un ospedale all’altro. Personale assunto a palate negli anni che gonfia a dismisura le piante organiche. Soprattutto di amministrativi, quando casomai mancano medici ed infermieri per i servizi di pronto soccorso. 

I NUMERI IN ROSSO
E’ una mappa degli sprechi da almeno un miliardo quella messa a punto, su mandato della Lorenzin dall’Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, che ha fatto le pulci ai bilanci degli ospedali di 14 regioni. Tutte le più importanti, meno Veneto ed Emilia delle quali mancano i dati. Ad essere tinti di rosso sono 29 grandi ospedali d’Italia, concentrati in

Piemonte (4),
Liguria (2),
Toscana (4),
Marche (1),
Lazio (9),
Calabria (4),
Sardegna e Campania (uno ciascuna).

Un buco da 915 milioni, destinati a sforare il miliardo quando saranno disponibili i dati di tutte le regioni. Anche se a fare la parte del leone la fanno i nosocomi della Capitale che nel 2014 erano in perdita per 707 milioni. Numeri che non fanno dormire i manager ospedalieri perché d’ora in avanti chi non turerà la falla in tre anni perderà il posto. La legge di stabilità appena approvata prevede infatti che i direttori generali degli ospedali in rosso presentino un piano di rientro triennale, che spetterà poi ai ministeri della Salute e dell’Economia oltre che alla Agenas monitorare. Se non lo faranno decadranno. Idem se dopo tre anni il bilancio non tornerà in pareggio. Una svolta voluta dalla Lorenzin, rispetto alla pacchia delle regioni Pantalone, che fino ad oggi hanno ripianato a piè di lista sforamenti e sprechi. Che a leggere le tabelle dell’Agenas sembrano abbondare.





IL CASO ROMANO
Per far capire dove abbiano origine quei buchi l’Agenzia ha messo a confronto quattro ospedali, due in deficit e due no, confrontabili tra loro per numero di posti letto, reparti e livello delle prestazioni offerte in base al piano esiti del ministero della salute. Prendiamo il «San Camillo» di Roma, che ha il disavanzo record d’Italia (-158 milioni) e confrontiamolo con gli Ospedali Riuniti di Ancona, che riesce a chiudere con un leggero attivo. Allora scopriamo che il nosocomio romano intorno a poco meno di mille letti fa affaccendare 4148 dipendenti.

Anche se poi si scopre che l’11% sono amministrativi, quando la percentuale standard sarebbe del 7%. Ad Ancona per un numero di letti più o meno analogo di addetti ne bastano invece 3461. Per non parlare di spese per beni e servizi non sanitari. Cose come mensa, lavanderia o riscaldamento. Che non puoi dire io costo di più perché trapianto cuori artificiali. Ebbene al San Camillo si spendono 80 milioni ad Ancona quasi metà: 45. Poi si scopre che a Roma in passato si è andati avanti senza gare d’appalto e si capisce meglio.

IL SUD
Prendiamo ancora gli ospedali di Cosenza e Cannizzaro in Sicilia. Il primo in deficit per 8,5 milioni, il secondo in leggero attivo. Anche a Cosenza gli amministrativi abbondano e ci lavorano quasi 700 addetti in più che a Cannizzaro. Eppure a vedere i dati del Piano esiti non sembra che nell’ospedale calabrese si guarisca di più e meglio. E anche qui per i servizi non sanitari chi è in deficit spende 5 milioni in più. «Finalmente abbiamo un sistema che consente di intervenire preventivamente e non a scopo ispettivo», dice il direttore dell’Agenas, Francesco Bevere. «Senza contare – aggiunge - che questo sistema può contribuire alla diffusione ed al trasferimento delle buone pratiche, mediante audit clinici, organizzativi e gestionali». 

Morto l’eroe di “Argo” che si fece beffa dei guardiani iraniani

La Stampa
francesco semprini

L’ex ambasciatore canadese



A colmare il vuoto di chi è più giovane o non ha vissuto neppure come spettatore quel drammatico momento storico, accorre in aiuto Hollywood. Perché la scomparsa di Ken Taylor, non è solo la fine della vita di un personaggio storico, ma anche di uno degli ispiratori del film Argo, la pellicola che racconta la concitata liberazione degli ostaggi americani prigionieri per 444 giorni in Iran dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. 

Ken Taylor era l’ex ambasciatore del Canada in Iran, che aiutò sei americani a fuggire da Teheran durante la crisi degli ostaggi, e per questo diventato una specie di eroe. Nel film Argo il suo ruolo è stato interpretato (dice la critica con grande efficacia) da Victor Garber. 

Un ulteriore riconoscimento per il diplomatico morto appunto due giorni fa all’età di 81 anni. Lui e la moglie procurarono passaporti canadesi ai sei dipendenti dell’ambasciata americana che, quando un gruppo di militanti entrò nella sede e sequestrò 52 persone, riuscirono a fuggire e si erano rifugiati nell’ambasciata del Canada. Ecco allora che per aiutarli alcuni degli ostaggi ad uscire del Paese, un agente della Cia, specialista in azioni d’infiltrazioni, mise in piedi un piano dove i sei finsero di far parte di una troupe cinematografica che si trovava in Iran per un sopralluogo.

Riuscirono tutti a imbarcarsi su un volo di linea della Svizzera, mettendo a segno un’impresa che oltre al grande valore storico e umano ha meritato l’Oscar come miglior film del 2013.

Boldrini consegna la Camera all'imam antisemita del Cairo

Sergio Rame - Gio, 15/10/2015 - 22:19

Il 21 ottobre l'imam Ahmed al Tayyeb terrà una lectio magistralis alla Camera sull'islam come religione di pace. Ma nei suoi sermoni chiama a raccolta i musulmani per sterminare Israele. Scoppia il caso politico

L'ultima follia di Laura Boldrini​ è consegnare la Camera ad Ahmed al Tayyeb.




Il 21 ottobre, in occasione del un convegno intitolato Islam, religione di pace, l'imam dell’università "Al Azhar" del Cairo, il centro teologico più importante dell’Islam sunnita, terrà infatti una lectio magistralis a Montecitorio. Come faccia a parlare di pace un imam, che più volte ha invocato la distruzione di Israele e che è stato duramente attaccato dal Congresso americano per aver giustificato gli attentati suicidi, risulta davvero difficile da comprendere. Tanto più che a pochi giorni dal suo viaggio in Italia, in occasione del discorso che tiene ogni settimana, ha sottolineato l’importanza dell’unità del mondo arabo e musulmano contro "il comune nemico sionista".

Al Tayyeb non terrà solo la lectio magistralis alla Camera, ma incontrerà il capo dello Stato Sergio Mattarella. Il tempismo dell'invito della Boldrini è disarmante. Basta guardare cosa stanno passando gli ebrei di Israele, quotidianamente ammazzati a coltellate, asfaltati con le automobili e assassinati a fucilate sotto gli occhi dei propri figli, per capire che invitare in Italia un imam antisemita singifica lanciare un messaggio alquanto pericoloso alla comunità internazionale. Anche perché il suo odio non è solo per Israele, ma anche per la Santa Sede. Ha persino sospeso il dialogo con il Vaticano da quando il Pontefice ha invocato la protezione dei fedeli di religione cristiana in Medio Oriente.

Ma alla presidenza della Camera tutto questo va benissimo. L'invito è stato formulato dalla presidente Boldrini sulla base di una espressa richiesta della Commissione Affari Esteri di Montecitorio, che ne aveva sollecitato l'"autorevole contributo" come figura di rilievo nell’indispensabile azione di contrasto al dilagare del terrorismo e alla strumentalizzazione estremista della fede. "Il Grande Imam - precisa il portavoce della presidente della Camera, Roberto Natale - è colui che ha levato la propria voce contro il terrorismo fondamentalista perpetrato dal cosiddetto Stato Islamico e che ha chiamato a raccolta tutto il mondo islamico, denunciando la manipolazione dei testi coranici".

Dopo la strage di Charlie Hebdo aveva pronunciato un discorso durissimo contro i tagliagole dell'Isis ("devono essere crocifissi") e aveva chiamato a raccolta tutto il mondo islamico denunciando la manipolazione dei testi coranici. Non solo. Collabora tutt'oggie con la Francia per istituire severi meccanismi di controllo sul messaggio diramato dalla galassia di moschee e di associazioni dell’area islamica. Eppure i suoi sermoni non sono così cristallini.

I "buoni propositi" della Boldrini si infrangono contro le parole d'odio pronunciate anche oggi dallo stesso imam. Ahmed al Tayyeb ha, infatti, sottolineato l’importanza dell’unità del mondo arabo e musulmano contro "il comune nemico sionista". Nel suo discorso settimanale ha, poi, affermato che "l'entità sionista continua la sua aggressione contro la moschea di al Aqsa". Dichiarazioni che hanno fatto scoppiare un vero e proprio caso politico. Con la Lega Nord in prima fila a chiedera alla Boldrini di cancellare l'intervento di al Tayyeb alla Camera.

Massimiliano Fedriga, capogruppo del Carroccio a Montecitorio, ha inviato una lettera ufficiale alla Boldrini affinché non sia proprio il cuore delle istituzioni democratiche a fare da cassa di risonanza a posizioni estremistiche. Anche l’ex ambasciatore israeliano in Italia Avi Pazner ha chiesto alla presidente della Camera di ritornare sui propri passi: "È un errore fatale invitare a una conferenza sulla pace un integralista che non riconosce il diritto all’esistenza di Israele".

Da sempre la Boldrini sostiene di essere una strenua oppositrice della violenza sulle donne. Eppure invita l'imam al Tayyeb che sulla violenza domestica ai danni delle donne ha rilasciato dichiarazioni che sembrano non solo tollerarla ma legittimarla. "Secondo il Corano - aveva spiegato il Grande Imam - prima si ammonisce, poi si dorme in letti separati, infine si colpisce". "È vergognoso - tuona Fedriga - che il presidente della camera sponsorizzi un evento del genere".