martedì 13 ottobre 2015

Le italiane di Allah

Corriere della sera

di Marta Serafini
MILANO -

«Testimonio che non c’è divinità se non Dio (Allāh) e testimonio che Muḥammad è il Suo Profeta». Quando Elisa ha pronunciato la shahada, la professione di fede che simboleggia la conversione all’Islam, chiusa nella sua camera, non pensava che tutta la sua vita sarebbe stata messa in discussione. Era il 2002, aveva 18 anni. Aveva appena finito la scuola e la sua unica preoccupazione era organizzare il sabato sera con le amiche. «Ero attaccata ai problemi terreni, non capivo», racconta seduta in un bar vicino a Niguarda, nel nord di Milano. «Poi, un giorno, l’amico di una amica mi ha regalato il Corano. L’ho tenuto sul comodino per mesi finché una sera dopo l’ennesima uscita in cui avevo avuto un rapporto con un ragazzo di cui non mi ricordavo nemmeno il nome, ho iniziato a sfogliarlo ed è cambiato tutto».

Oggi Elisa indossa l’hijab, prega cinque volte al giorno, si è sposata con un ragazzo egiziano conosciuto in moschea. Su Facebook posta le foto dei dolci cucinati per l’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno del ramadan. E non parla più con la sua famiglia. Tra difficoltà e tormenti il suo percorso è tutt’altro che lineare «Essere una musulmana non è facile. Essere una musulmana italiana è ancora più difficile, tutti ti guardano con sospetto. Prova tu a presentarti a un colloquio di lavoro con il velo, pur avendo un nome e un cognome italianissimo.

Ma credo che tutte queste difficoltà fortifichino la fede». Elisa è nata a Milano, un diploma e un impiego in un call center. Ogni tanto si interroga anche su quello che sta succedendo in Siria e guarda i profili social dei gruppi jihadisti pur condannandoli. «Non mi piace la violenza ma credo che i musulmani nel mondo siano minacciati e in qualche modo debbano difendersi», dice buttando sempre un occhio ai suoi tre bambini che giocano sotto il tavolo e che, come vuole la tradizione musulmana, le hanno fatto guadagnare il titolo di Umm, madre.

Come Elisa, secondo l’Ucoii l’unione delle comunità islamiche italiane, sono più di 100 mila i convertiti italiani all’Islam. Un esercito silenzioso, che si nasconde per paura del giudizio della società. La maggior parte di questi – almeno il 55 per cento – sono donne. Un numero che colpisce e che fa riflettere, mentre il mondo affronta il tema dell’integrazione e della radicalizzazione, che spesso, troppo spesso viene confusa con il percorso che porta a una nuova religione. Nel caso delle donne, il refrain è sempre lo stesso: le donne musulmane sono sottomesse. «E’ uno stereotipo pensare che le donne si convertano per volontà di un uomo», spiega Izzedin Elzir imam di Firenze e presidente dell’Ucoii.

«Nell’Islam trovano piuttosto valori diversi, si sentono maggiormente protette, non sono oggetto di mercificazione e ritrovano una dignità perduta». Ma non solo. «Secondo la giurisprudenza islamica  se una donna vuole sposare un uomo questo deve essere convertito. Ma non è richiesto il contrario. Anzi, se un uomo decide di sposare una donna non musulmana, non c’è problema. L’importante è che questa sia fedele a una religione monoteista. Inoltre l’uomo è tenuto a rispettare il credo della donna e metterla nelle condizioni di praticarlo».

A interessarsi alla storia di questa religione è stata invece Cristina S, 44 anni, figlia di cattolici praticanti, per un certo periodo da liceale ha fatto parte di Comunione e Liberazione. «L’incontro con l’Islam è avvenuto all’università, a Scienze Politiche durante la tesi. Non mi piaceva il sistema di regole imposto dalla Chiesa. Ho letto il Corano e ho trovato qualcosa di diverso».

Per qualche tempo Cristina ha aderito alla confraternita islamica  Muridiyya, una più diffuse soprattutto in Senegal. Non frequentava la moschea, non indossava il velo, la sua era una ricerca più intellettuale che spirituale. Aveva scelto di essere completamente libera da ogni obbligo e imposizione. Ma poi qualcosa non ha funzionato. «Ad un certo punto qualcosa si è rotto. Non essendo una musulmana di pancia non ero una vera musulmana e così sono tornata sui miei passi», spiega al telefono.

Incontrare un musulmano italiano, uomini o donne che siano, risveglia timori ancestrali. «Quando oggi si parla di italiani convertiti il pensiero corre subito a Maria Giulia Sergio, la jihadista di Torre del Greco», sottolinea Ernesto Pagano, regista di Napolislam, documentario dedicato alla diffusione della religione musulmana nella città partenopea che indaga la conversione degli italiani. Ma gli italiani convertiti non sono questo.  «Un singolo caso di cronaca rischia di annebbiare i contorni di un fenomeno molto più complesso», continua Pagano.

Raro è infatti che la conversione sfoci nella radicalizzazione. «Più facile che chi abbraccia questa religione lo faccia con una convinzione difficile da trovare altrove in un’epoca di dubbi». E il motivo è facile da intuire. Basti pensare che «l’Islam ti regala un nuovo nome, nuove regole di vita quotidiana, e lo fa in un momento di grande crisi economica e sociale». Che, tradotto, significa una nuova identità. 

E’ il caso di Rosaria Iman, 35 anni, napoletana. «Ho incontrato l’Islam sul marciapiede. Non aspettavo l’autobus né il tram: aspettavo i clienti. Se Dio ha guardato verso di me, prostituta cocainomane allora c’è una speranza per tutti a questo mondo». Una sera, Rosaria incappa in Mustapha, un venditore di panini.

«Mi chiese perché facevo quel lavoro, perché rinunciavo allo status di regina che Dio mi aveva assegnato in quanto donna». Oggi Rosaria, mentre ancora lotta contro la dipendenza dalla droga ha trovato nella fede la sua medicina: «La testa mi scoppia ma l’anima si libra libera da ogni male, finalmente. Sono stata una peccatrice e oggi forse non sono ancora una buona musulmana ma voglio testimoniare che Dio non mi ha mai lasciata e mi tiene per mano».

Redenzione, protezione, ricerca di spiritualità. Per ciascuno la molla che è scattata è diversa. A indagare le motivazione che portano una donna nata e cresciuta in Italia verso l’Islam come Rosaria è stata Silvia Layla Olivetti, autrice di Diversamente italiani (Armando Curcio Editore), pubblicato nel 2012.

Cognome italianissimo e famiglia atea e madre femminista, Silvia si è convertita ufficialmente nel 2003 e ha deciso di raccogliere testimonianze di persone che avevano intrapreso il suo stesso percorso. «Se devo trovare un filo conduttore nelle storie di ritorno all’Islam (per i musulmani è più corretto parlare di ritorno invece di “conversione”, ndr), posso dire che c’è sfiducia nel cattolicesimo, inteso come Chiesa cattolica. La possibilità data dal Corano di vivere la fede senza un’intermediazione è sicuramente un fattore che attira».

Ma il rapporto con la fede non è così lineare. «I motivi per cui hai abbandonato il cristianesimo ricompaiono quando ti rendi conto che anche l’Islam viene strumentalizzato». In pratica si parla di «moschee gestite da grandi famiglie arabe che trasformano la fede in politica». La vita di un musulmano italiano infatti non è complessa solo per le discriminazioni e per la fatica quotidiana di essere accettati.

«Ancora oggi nelle moschee del nostro paese è difficile poter parlare italiano. Difficilmente si ottiene la traduzione del sermone del venerdì e io non voglio dover portarmi mio marito dietro come traduttore quando vado a parlare con l’imam», sostiene Silvia. Stabilire dunque un dialogo tra le comunità diventa difficile. Soprattutto per le donne. Tanto più che sono pochissime quelle che nel nostro paese scelgono di pregare in moschea.

Tema delicato quando si parla di Islam è la parità di genere. «Fino ad un certo punto il velo è stato considerato un simbolo di sottomissione», afferma Viviana Premazzi, studiosa di seconde generazioni e ricercatrice della fondazione Oasis. «Tuttavia oggi questo stesso simbolo si trasforma in uno strumento identitario». Tanto da arrivare a parlare di femminismo islamico anche nelle comunità di convertite italiane. Non ci si concentra più sui concetti di obbedienza e di poligamia.

Ma si mette in luce come nel Corano sia sancito il diritto delle donne al divorzio, al proprio patrimonio e alla propria individualità. «Social network, rete e fenomeni migratori hanno favorito queste contaminazione», continua Premazzi. Ma non solo. «Contribuisce a questo dibattito anche il profondo senso di ingiustizia che si prova come madri di fronte a una comunità percepita come perseguitata e come donne di fronte agli abusi di una società che usa il corpo di una donna come merce».

Questa ricerca di dignità si scontra però con la violenza e l’intolleranza. «Un compagno di scuola ha minacciato di picchiarmi perché indossavo il velo», rivela Shaymaa Fayed. Quindici anni, nata a Roma, Shaymaa è una connazionale a tutti gli effetti. Non importa che i suoi genitori siano nati in Egitto, lei si sente italiana. «La maggior parte delle persone crede che musulmano significhi arabo ma non è così». Per sfatare i pregiudizi sulla sua religione Shaymaa ha fatto come tanti altri coetanei.

E ha iniziato  a postare video su YouTube (come quello qui sopra). Ma, al posto di videogame e make up, spiega cosa significhi essere musulmana. Morale, oggi, le sue pillole, registrate con lo smartphone insieme al fratello, sono diventate molto note nella comunità di giovani musulmani. «A scuola e su Facebook tante ragazze mi chiedono come si indossa l’hijab.Non c’è solo solo la curiosità cattiva. Ma c’è anche chi si interessa per capire», confessa. E se a Shaymaa la definizione di youtuber musulmana non piace molto, questa ragazza le idee chiare sul ruolo femminile: «Nella mia famiglia sono le donne a comandare, altro che sottomesse».

Twitter @martaserafini

Tutte le rivelazioni degli arabi: "Così l'Italia paga i tagliagole"

Giovanni Masini - Mar, 13/10/2015 - 10:42

Un documentario di Al Jazeera, pubblicato ieri per intero, svela come il nostro governo sia in prima fila per pagare la liberazione dei propri concittadini rapiti. Ma punta anche il dito contro il ruolo ambiguo giocato da Paesi arabi come il Qatar

Appena quattro giorni fa la tv qatariota Al Jazeera pubblicava il promo di un documentario, The Hostage Business, che si preannunciava esplosivo.



Sei mesi di indagini sulle trattative tra terroristi islamisti e governi di mezzo mondo per la liberazione degli ostaggi occidentali rapiti dai jihadisti. Ieri è stato pubblicato l'intero documentario. Quarantasette minuti di fimato in cui vengono presi in esame dodici casi: quattro sono italiani.

Il rapimento di Pellizzari

Anzitutto il caso di Bruno Pellizzari e della sua fidanzata Debbie, rapiti dai pirati somali nel 2010 e liberati solo dopo due anni, al tempo del governo Monti. All'epoca ci venne detto che i due erano stati strappati dalle mani dei terroristi grazie a un ardito blitz delle forze speciali somale, fiancheggiate dagli occidentali. Al Jazeera, a tre anni di distanza, non ha paura di dire che quella fu una bugia. Per diciotto mesi la famiglia di Pellizzari, allora residente in Sudafrica, venne lasciata sola. Il governo di Pretoria non intendeva trattare con i rapitori. Quindi l'intervento del governo italiano e di un misterioso "Marco", probabilmente un agente dei servizi.

Marco contatta via Facebook la sorella di Pellizzari, dice di volerla aiutare. Al Jazeera accusa esplicitamente le autorità del nostro Paese di aver pagato per la liberazione di Pellizzari e della fidanzata. Da quando è entrato in scena Marco, in effetti, le trattative hanno subìto un'acceleazione improvvisa, risolvendosi nel giro di tre mesi e grazie al pagamento di un riscatto di poco più di mezzo milione di dollari. Per i media viene imbastita una versione alternativa che non convince quasi nessuno.

Il caso Quirico

La storia si ripete per il rapimento del giornalista de La Stampa Domenico Quirico e del collega belga Pierre Piccinin da Prata, sequestrati in Siria dall'aprile al settembre del 2013. Al Jazeera intervista Mu'taz Shaklab, ex politico siriano e poi intermediario tra Italia e rapitori: egli racconta di essere stato invitato all'ambasciata italiana in Libano, per incontrare rappresentanti dei nostri servizi. Anche stavolta c'era un problema con un governo straniero - quello belga - che non era disposto a pagare i terroristi.

L'Italia, secondo Al Jazeeera, avrebbe pagato non solo per Quirico, ma anche per Piccinin. Addirittura avrebbe pagato anche solo per avere informazioni sullo stato di salute dei due. Shaklab testimonia di aver assistito personalmente al passaggio del denaro (quattro milioni di dollari, ndr), il giorno della liberazione dei due giornalisti. Il governo italiano non ha voluto replicare alle domande di Al Jazeera.

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo

Liberate a gennaio 2015 dopo mesi di prigionia in Siria, le due cooperanti lombarde con ogni probabilità sono state sequestrate da gruppi vicini ad Al Nusra. Al Jazeera mostra le foto del contante che sarebbe stato pagato ai terroristi per la loro liberazione, nonostante il governo italiano abbia sempre negato ogni addebito.

Come si comportano gli Usa?

Molto interessante è poi l'analisi dedicata alla politica statunitense in materia di riscatti. La linea ufficiale è chiara: "no ransom, no payment", niente riscatti e niente pagamenti. Fu questa, si dice, la linea adottata nel caso di James Foley, ucciso dall'Isis ad agosto dello scorso anno. Ma lo Stato Islamico, come confermano anche ex membri dell'Fbi, era ed è probabilmente più interessato alla visibilità mediatica che al denaro sonante. A differenza di altre formazioni islamiste.

C'è un caso da analizzare con cura: quello del giornalista Usa Peter Theo Curtis, l'unico ostaggio americano rapito in Siria e liberato con successo dalle mani di Al Nusra. La madre di Curtis sostiene di essere stata aiutata da David Bradley, proprietario dell'impero editoriale di Atlantic Media. Bradley sarebbe andato due volte in Qatar (lo stesso Stato in cui, giova ricordarlo, ha sede proprio Al Jazeera) nel corso del 2014 per tentare una mediazione. Una funzionaria del governo di Doha, intervistata, confessa che lo Stato del Golfo riceve spesso richieste di mediazione: "a volte vanno a buon fine, a volte no".

Quando il cronista le chiede come si possa ottenere gratuitamente la liberazione di un ostaggio per cui erano stati chiesti 20 milioni a un'organizzazione spietata come Al Nusra, lei risponde soave che dipende dall'abilità di chi conduce le trattative. C'è infine il sospetto - che per qualcuno è una mezza certezza - che quello italiano non sia il solo governo europeo ad intavolare trattative sotterranee con i rapitori. È preoccupante, però, non solo che con i casi elencati sinora milioni di euro siano finiti nelle tasche dei terroristi, ma che l'incapacità di tenere segrete queste transazioni possa spingere sempre nuovi gruppi criminali ad intraprendere il business criminale ma lucroso dei rapimenti.

Se l'America cancella Colombo

Ivan Francese - Mar, 13/10/2015 - 10:19

Lo Stato dell'Alaska cancella il "Columbus Day" e lo sostituisce con il "Giorno dei popoli indigeni". Il governatore: "Siamo contro il razzismo"

È Cristoforo Colombo, l'ultima vittima del buonismo dilagante. Il nostro Cristoforo Colombo, perseguitato in vita e morto in povertà e ora vilipeso pure in morto.



A seguire le cronache americane degli ultimi anni, qualche attento osservatore si sarà forse accorto di una moda - a dire il vero ormai non più tanto recente - che tende a svalutare la figura del navigatore genovese, associato ai pur esecrabili massacri delle popolazioni indigene da parte degli Europei.

È così che lo Stato dell'Alaska - di cui forse, effettivamente, Colombo non ha mai nemmeno sospettato l'esistenza, ha deciso di mettere al bando la ricorrenza del cosiddetto "Columbus Day" (il 12 ottobre, anniversario dello sbarco a San Salvador) per sostituirlo con un più neutro (o almeno così si crede) "Giorno dei popoli indigeni".

Il governatore Bill Walker ha dichiarato che l'Alaska è stata costruita sulle comunità dei popoli indigeni della regione, senza cui essa non esisterebbe nemmeno: "Lo Stato dell'Alaska contrasta il razzismo sistematico verso le popolazioni indigene e promuove delle politiche che ne esaltino la storia e le radici." Singolare, peraltro, la tesi di Walker secondo cui l'Alaska è abitata dalle popolazioni indigene da "tempi immemorabili": anche prima di Colombo, vi furono dunque altri "scopritori". Chi ha più diritto? Ai posteri l'ardua sentenza.

Non è misconoscendo la portata storica di un avvenimento come la scoperta del continente americano da parte di Colombo che si renderà giustizia alle popolazioni indigene inermi massacrate barbaramente - per buona parte, peraltro, in secoli molto successivi alla morte dell'esploratore italiano.Attendiamo ansiosi, nel frattempo il giorno in cui il congresso proporrà la messa al bando del  nome "America" (mutuato dall'europeo Vespucci) per sostituirlo con un cacofonico ma più accettabile "Stati Uniti dei Popoli Indigeni".

La giudice che lavora troppo (e chiede il trasferimento)

Corriere della sera

di Marco Gasperetti

Il caso a Prato: Jacqueline Magi ne fissa «troppe» oltre le ordinarie e il presidente del Tribunale minaccia sanzioni



Di udienze, con gli oltre 1.800 fascicoli che le sono piovuti addosso, la giudice Jacqueline Magi ne dovrebbe fare almeno il doppio di quelle assegnate da regolamento. E da mesi il magistrato continua a lavorare a cottimo chiedendo udienze straordinarie. Perché, come una volta la «supergiudice» ha confessato al presidente del tribunale Nicola Pisano che le aveva appena rinviato tre «dibattimenti» su processi per incidenti sul lavoro, «io proprio non riesco a fare rinvii su certe questioni» spiegando poi che si sente «come un medico o un’infermiera che stanno soccorrendo un moribondo e non se ne vanno se suona la campanella di fine lavoro».

E così Jacqueline Magi ha continuato a macinare udienze facendo imbestialire non soltanto i cancellieri (e i loro sindacati) costretti a straordinari gratis, ma anche, si racconta nei corridori del tribunale di Prato, il presidente Pisano. Che, con un’ordinanza affissa al muro, citando esplicitamente la giudice, ha ribadito che tutte le udienze, comprese quelle straordinarie, devono essere autorizzate da lui come da regolamento. E, siccome i regolamenti vanno rispettati, i trasgressori rischiano provvedimenti disciplinari.

La dottoressa Magi ha chiesto il trasferimento al tribunale di Firenze o Pistoia, ufficialmente per motivi familiari, ma in realtà perché stufa di non riuscire a svolgere bene un servizio pubblico. Con i giornalisti non parla. «Niente da commentare, cerco di fare al meglio il mio dovere», si limita a dire mentre corre verso un’udienza (non straordinaria) che ieri l’ha tenuta in aula tutto il giorno.

Non è una guerra tra giudici e cancellieri. In realtà quella che si sta combattendo è l’ultima battaglia contro i tagli al personale. «Che da anni hanno penalizzato questo tribunale - conferma Pisano - con una pianta organica sotto dimensionata e ulteriori riduzioni del personale del 35%. Prato è una città complicata, convivono 127 etnie, la falsificazione dei marchi è una piaga, fallimenti e sfratti sono da record. Chiedo da tempo rinforzi che non arrivano mai». La situazione è così grave che negli uffici lavorano persino volontari della Caritas. E l’Arma dei carabinieri ha messo a disposizione dei militari in pensione. Furibondi gli avvocati, in stato di agitazione. E i cancellieri.

«Qui dovremmo essere almeno un centinaio come a Lucca o Pisa - dice Sergio Arpaia, cancelliere e sindacalista dell’Unsa - e invece siamo una quarantina. Oggi ho lavorato 10 ore e me ne pagano 6...». Jacqueline Magi ha scelto un’altra battaglia, quella del lavoro doppio, anche se pure lei si schiera per il potenziamento del personale. Perché, ripete, qui decidiamo della vita delle persone e non si può ascoltare la campanella di fine lavoro.

@MarcoGasperetti
13 ottobre 2015 (modifica il 13 ottobre 2015 | 08:08)

I tre cattivi, il buono e i fessi

Giampaolo Rossi

I cattivi sono tre; e sono sempre gli altri.

Il buono

IL PRIMO CATTIVO
Il primo cattivo si chiama Assad e fa il dittatore della Siria. La Siria è formalmente una Repubblica semi-presidenziale ma, di fatto, è un regime autoritario che reprime le opposizioni e limita la libertà di espressione. Non solo, ma la Siria ha finanziato per anni il terrorismo e i gruppi oltranzisti come gli Hezbollah libanesi che sono la spina nel fianco di Israele.

Però la Siria è anche un paese economicamente solido, con uno dei migliori servizi sanitari del Medio Oriente (o almeno lo era prima della guerra civile) e, cosa rara da quelle parti, dotato di una “middle class” benestante, segnale di una società non chiusa. Inoltre, quello di Assad è un regime laico che ha sempre garantito le minoranze religiose (a partire da quella cristiana). Insomma, è si una dittatura, ma meno dittatura di altre che sono amiche dell’Occidente, come quell’Arabia Saudita campione del mondo di violazione dei diritti umani, dove se usi la parola democrazia vieni crocifisso e se ti trovano in casa un rosario vieni deportato.

IL SECONDO CATTIVO
Il Secondo cattivo si chiama Hassan Rouhani ed è il presidente dell’Iran. Un cattivo con tendenze buone perché dialoga con l’Occidente ma sempre cattivo è, perché gli iraniani sono cattivi da prima che fossero iraniani: quando si chiamavano ancora persiani. Fu per loro che i nostri padri greci coniarono il termine “Barbari” mentre gliene davano di santa ragione a Maratona e a Salamina. Il loro pallino è distruggere Israele. L’Iran non è una dittatura, è peggio: è una teocrazia; quanto di più ostile alla nostra cultura e ai nostri valori. Fu con la rivoluzione iraniana del 1978 che l’Occidente iniziò a confrontarsi con l’integralismo islamico e con il terrorismo su scala globale; fu proprio per l’Iran che l’ultimo vero Presidente che gli americani hanno avuto (Ronald Reagan), utilizzò il termine di “Stato canaglia”.

IL TERZO CATTIVO Il terzo cattivo è russo e si chiama Vladimir Putin ed è il Presidente di quella nazione.I russi, si sa, sono cattivi per contratto a Hollywood. Nei film americani sono più cattivi dei pellerossa prima che arrivasse Kevin Kostner con “Balla coi lupi”. Il russo beve solo vodka, ha sempre il vocione e “puarla cuozì”; quindi può fare solo la parte del cattivo. Putin, in più, è pure un ex militare, un ex agente del Kgb, ha gli occhi di ghiaccio, è cintura nera di karate e c’ha un fisico da paura: quindi non può che essere cattivo.

Nei paesi seri (come Russia o Israele) è consuetudine che a capo del governo ci vada uno che quel paese l’ha difeso su un campo di battaglia o l’ha garantito nella sicurezza nazionale. Io, che sono un bieco reazionario, pagherei per avere un Premier in Italia eletto da me che ha combattuto per il mio paese o l’ha difeso in qualche maniera. Invece me ne ritrovo uno eletto da nessuno, che per l’Italia non ha mai fatto niente essendo cresciuto tra parrocchie e circoli Arci.

IL BUONO
Il Buono si chiama Barack Obama, è americano e fa il Presidente della più grande democrazia del mondo. Lui è buono proprio perché è americano (quindi a prescindere) e poi perché si chiama Barack; se si fosse chiamato William o George, lo sarebbe stato di meno. In più Obama è buono perché non può essere criticato: primo perché è americano e se lo critichi, diventi anti-americano, l’accusa peggiore nella storia dell’Occidente dopo quella di stregoneria nel Medioevo.

Secondo perché è di colore, quindi se lo critichi, sei pure razzista. Obama è talmente buono che gli hanno dato il Nobel per la pace sulla fiducia; lui l’ha incassato e il giorno dopo ha iniziato a seminare guerre e bombe in tutto il mondo; ma essendo “bombe umanitarie”, non contano.Inoltre anche noi europei siamo buoni: innanzitutto perché ce lo diciamo da soli e alla fine ci crediamo; e poi perché nel mondo non contiamo niente e si sa, è facile essere buoni se non devi mai decidere nulla.

I FESSI
Per uno strano scherzo del destino, per una beffa storica o semplicemente per interessi loro, i tre cattivi si sono messi a fare la guerra ad altri cattivi più cattivi di loro: i tagliagole dell’Isis, gli incappucciati islamisti che seminano terrore in tutto il Medio Oriente, che vogliono la conquista l’Europa, il genocidio dei cristiani, la sharia e praticano la schiavitù. I buoni dovrebbero essere contenti che alcuni cattivi combattono altri ancora più cattivi che loro buoni, non combattono. Invece no, s’incazzano.

Li accusano di stare a fare la guerra non all’Isis ma a taluni “ribelli moderati” che altro non sono che quelli dell’Isis con il vestito buono. Per Obama è comprensibile essere arrabbiato; in Siria sta facendo l’ennesima figuraccia. Putin in due settimane ha fatto contro l’Isis quello che lui non ha saputo (o voluto) fare in tre anni.

Ma gli europei? Invece di starsene zitti e pensare: “oh, meno male che quelli stanno facendo il lavoro sporco che noi non abbiamo il coraggio di fare”, loro propongono di aumentare le sanzioni contro la Russia così magari la smette di bombardare l’Isis. È proprio vero: più ti credi di essere buono e più sei solo un fesso.

Il prete gay sposato da 8 anni: "Ho fatto sesso con un vescovo in Vaticano"

Claudio Cartaldo - Mar, 13/10/2015 - 10:16

Il sacerdote ora vive è sposato da 8 anni. Ma non è stato cacciato dalla Chiesa: "Ai miei tempi si faceva sesso per far carriera in Vaticano"

Tony Adams è un prete cattolico americano, dichiaratamente gay. Il coming out di monsignor Krzysztof Olaf Charamsa - il teologo del Vaticano che a un giorno dal Sinodo ha dichiarto al mondo la sua omosessualità - non lo ha stupito.



Anzi. Due anni fa anche lui regalò alla Gazzetta del Mezzogiorno la sua storia di prete omosessuale che aveva avuto rapporti continuativi con uomini e che ora vive da 8 anni con il suo compagno.Dopo l'intervista in cui raccontava le sue esperienze sessuali, anche tra le mura del Vaticano, non gli successe nulla. Non è stato ridotto allo stato laicale. L'anno successivo la diocesi di Hartfort gli scrisse una lettera: "Mi chiedevano un incontro per “risolvere” la questione - dice alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Mi proposero lo stato laicale. Ovviamente ho risposto di no, che non mi interessa"."Io resterò un prete per sempre - continua - non intendo uscire dalla mia Chiesa che non è quella degli affari economici e delle lobby di potere ma quella delle parole di Gesù. E quando mai Gesù ha detto qualcosa contro l’amore omosessuale? Non mi sento un peccatore, ho fatto esattamente quello che Gesù diceva ai suoi discepoli, di avere una vita autentica e di seguire i comandamenti. Io sono nel Regno di Dio".

L'uomo ora ha un marito. È americano ma di origini calabresi. Oggi padre Tony ha 73 anni, una laurea in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, vive nel Connecticut e ha un compagno da 33 anni. Ben otto anni fa lo ha anche sposato. Di fatto è l’unico prete cattolico al mondo ad essere sposato con un uomo.

Ma le sue rivelazioni fanno scandalo. "Era polacco - dice - anche il potente arcivescovo con cui ebbi una relazione, quando vivevo in Vaticano". "Oggi è molto più semplice ammettere una cosa del genere, ai miei tempi era impossibile - continua padre Adams - Quando ero giovane, ed ero al Vaticano, tutti sapevano dell’omosessualità che regnava sovrana tra i preti, tutti sapevano delle relazioni anche tra cardinali e giovani sacerdoti, ma nessuno diceva e faceva niente.

Si sapeva e basta, e si copriva tutto. E si faceva sesso anche per fare carriera in Vaticano, anche io l’ho fatto con quell’arcivescovo polacco. Ma non feci carriera. Anzi, dopo quella storia capii che molti uomini che lì dentro portavano la tonaca più che Dio amavano il potere. Ecco perché decisi di lasciare Roma e il Vaticano e di ritornare nel Connecticut dove, poi, ho incontrato l’amore della mia vita".

Un amore omosessuale. Ma nonostante la sua relazione sia contraria alle indicazioni della Dottrina, continua ad essere prete. E sul coming out di Charamsa dice: "Se dopo questa storia farà soldi, buon per lui - sorride padre Adams - La sua storia mi sembra un po’ strana, un po’ troppo studiata. Non avrà già pronto un libro da dare alle stampe? O forse il suo aitante compagno avrà velleità cinematografiche? Comunque, mi piacerebbe incontrarlo, e parlargli".

E su papa Francesco conclude: "Bergoglio ha voglia di effettuare il grande cambiamento nella Chiesa, è una convinzione che secondo me ha già maturato nel cuore, deve farlo ancora nella testa. Ha paura, questo sì, ma non dei cardinali. Secondo me ha paura dello stesso cambiamento e, invece, solo lui può scrivere una nuova e rivoluzionaria pagina nella storia millenaria della Chiesa. Mi piacerebbe vedere questo cambiamento finché sono in vita".

Nastro e bianchetto per taroccare le targhe. Migliaia di alterazioni anti-multa ogni anno

La Stampa
luigi grassia

Molti automobilisti ricevono verbali da posti in cui non sono mai stati, per ottenere ragione bisogna affrontare una maratona di burocrazia



Ahi, un’altra multa. E che crimine avremo commesso stavolta? Però è strano: il verbale arriva da una città dove non andiamo da anni, o addirittura dove non siamo mai stati del tutto, non in auto almeno. Ma anche se la contravvenzione riguarda la vostra città di residenza, e magari una strada che fate tutti i santi giorni, «chiedete sempre la foto che documenta l’infrazione» raccomanda Gianluca Di Ascenzo, presidente del Codacons «perché gli errori di lettura sono numerosi, e anche le contraffazioni di targhe». L’associazione stima ogni anno in Italia fra gli 80 e i 100 mila casi di targhe alterate con nastro adesivo e bianchetto, o addirittura clonate con strumenti professionali da criminali. Le cifre non sono confermate dalle fonti ufficiali, ma questo capita spesso.

La storia prende spunto da un caso concreto. L’automobilista riceve una foto scattata in una grande città italiana, una foto buia e sgranata, così scadente che non siamo in grado di pubblicarla: sul giornale non si vedrebbe nulla. Anche il comando nazionale della Polizia stradale, dopo averla visionata, confermerà che «la qualità è inadeguata». Su questa foto si distingue (a fatica) la sagoma di una Fiat 500 ma si legge (o si crede di leggere) la targa. 

L’automobilista contesta la multa, rilevando che la sua vettura non è una 500 ma una Lancia Ypsilon. La Polizia locale ammette l’errore. Dichiara anche che la targa è stata letta male, perché nella foto una G sembrava una C. Ma nel frattempo il cittadino ha dovuto fare denuncia ai Carabinieri per segnalare che era in circolazione (a quanto gli risultava in buona fede) una targa contraffatta o clonata - il timore era che con l’altra auto, la 500, qualcuno investisse una persona o facesse una rapina. E lo stesso cittadino ha dovuto fare, a parte, un esposto al Prefetto della città in questione, unico titolato a cancellare la multa.

Diverse cose non hanno funzionato. Abbiamo chiesto al comando della Polizia locale della città in questione se al Comune non è possibile, incassando 100 euro per ogni multa, finanziare l’acquisto (nel giro di qualche giorno) di una macchina fotografica che scatti delle buone foto. Un anonimo funzionario ci ha risposto che «la foto va bene così». Incalziamo: visto che la foto è così buona, e il modello dell’auto è riconoscibile, non sarebbe forse il caso di fare un’ulteriore, piccola verifica, prima di far partire la multa? Essendo i vigili risaliti, dalla targa, fino al nome e all’indirizzo dell’automobilista titolare, non potevano anche verificare che la 500 della foto non corrisponde alla Ypsilon del proprietario? Il modello dell’auto è scritto nello stesso file del nome e dell’indirizzo. Risposta: «No, questo controllo non si fa». E tanto peggio per il cittadino.

Dal comando nazionale della Polizia stradale il primo dirigente Santo Puccia dice che presso di loro si opera diversamente: «Anche quando c’è la procedura semiautomatica, che parte dalla foto e arriva alla banca dati della Motorizzazione, noi verifichiamo se c’è corrispondenza fra l’auto della foto e quella dell’intestatario. E quest’attività ci porta a scoprire molte manomissioni». Un ispettore della Polizia stradale con lunga esperienza sul campo spiega: «Qualcuno altera le targhe credendo di ingannare le fotocamere, ma è facile smascherarlo. Nel mio ufficio ingrandiamo le foto e nel 99,9% dei casi scopriamo il vero numero della targa taroccata». 

Le alterazioni possibili sono poche. Non è che una N possa diventare una Y: i tentativi sono sempre i soliti, cioè trasformare una C in una G, o una F in una E e cose simili, senza fantasia. Sai che grande furbizia, questi furbi. «Per di più» incalza l’ispettore «la I, la O, la U e la Q, cioè le lettere che più si prestano alle alterazioni, nelle targhe vere non esistono. Non ci sono proprio. Se compaiono, si capisce immediatamente che c’è il trucco». E quando prendete gli imbroglioni? Il primo dirigente Puccia: «Non è più una questione amministrativa ma penale, e si passa il fascicolo alla magistratura».

Voghera rinnega la sua casalinga e fa rimuovere la statua simbolo

La Stampa
alberto mattioli

Tramonta l’archetipo sociale inventato da Arbasino



Povera casalinga di Voghera. Travolta (come tutti) dalla globalizzazione, e passi. Ma anche mestamente confinata in un garage, dopo successivi sfratti da un angolo all’altro della sua città. Già, perché la casalinga di Voghera non è solo un archetipo sociale, un personaggio letterario e uno stereotipo giornalistico, ma anche un oggetto fisico, vero, concreto, per quanto abbastanza repellente: una statua di vetroresina con gli attributi del mestiere, un lembo del grembiule in una mano e un piumino antipolvere brandito minacciosamente dall’altra.

Tutto nasce negli Anni 90, quando un gruppo di vere casalinghe di Voghera decide di confrontarsi con quella falsa, la versione femminile e domestica del signor Rossi. Come nasca il personaggio della casalinga, e perché proprio a Voghera, è controverso. La paternità è rivendicata dal nemico pubblico numero uno del luogocomunismo nazionale, insomma da Alberto Arbasino, che infatti è di Voghera (poi copiato da Nanni Moretti con la sua casalinga di Treviso). Ma, secondo altri, l’espressione nascerebbe da un sondaggio Rai del 1966, secondo il quale gli abbonati meno aggiornati erano appunto le casalinghe di Voghera. Per altri ancora, fu Beniamino Placido a lanciarla dalla sua rubrica tivù su Repubblica.

Tant’è: ormai la casalinga di Voghera era diventata un classico italiano. Finché, appunto, un gruppo di madame locali si federò nell’Associazione delle casalinghe di Voghera. E nel 2006 contattò la trasmissione Rai molto casalinghe-friendly Il treno dei desideri, che puntualmente esaudì il loro regalando la micidiale statua. Però ai vogheresi questa casalinga di Voghera non è mai piaciuta (e, guardandola, è difficile dar loro torto). All’inizio era stata collocata nel cortile di una municipalizzata. Poi, fu spostata nell’ex macello. In seguito, traslocata alla fiera. Adesso, rivela Il Giorno, è sparita dalla circolazione, nascosta, si dice, in un garage. Sta di fatto che, con sollievo estetico generale, nessuno l’ha più vista.

ORGOGLIO CASALINGO
«In realtà non è in un box, ma non importa. Della statua si è parlato fin troppo», protesta Paola Zanin, presidentessa dell’Associazione (marito, due figli di cui uno ancora in casa, specialità in cucina: i dolci, professione, ovviamente, casalinga). «Preferirei parlare di tutto quel che facciamo, per esempio dell’invito a Expo per fare da giudici di formaggi insieme allo chef stellato Davide Oldani, in rappresentanza di tutte le casalinghe d’Italia. L’idea della statua era partita bene ed è finita male. Certo, sarebbe stato meglio farla in bronzo, come quella che Pavia ha dedicato alla lavandaia.

Pazienza: continuiamo a rivendicare con orgoglio il nostro status di casalinghe». In realtà pare che a Voghera non siano troppo entusiasti di essere etichettati come capitale delle casalinghe. «La casalinga di Voghera esiste solo fuori Voghera. E in ogni caso è una casalinga come tutte le altre, del tutto rispettabile, anzi direi socialmente preziosa», sospira il sindaco, Carlo Barbieri, di Forza Italia.
Il punto è che, a Voghera o fuori, anche la casalinga non è più quella di una volta. Per Arbasino era un modello positivo, perché dietro le frasi fatte modello signora mia c’era il buon senso borghese, solito e solido antidoto ai voli pindarici della retorica nazionale.

Ma col tempo anche lei è stata omologata alla trasgressione obbligatoria e convertita al conformismo dell’anticonformismo. E allora eccola oggi, secondo l’Arbasino di Rap!, «la casalinga di Voghera/in attesa della corriera/con le sataniste di Mortara/e i fidanzatini di Novara».

Dicono addio alla Stella Michelin, il “Gambero rosso” li premia come migliore bistrot dell’anno

La Stampa
valentina frezzato

“Donatella” di Oviglio da sette anni era uno dei tre locali stellati della provincia di Alessandria. Cinque mesi fa la decisione choc: “I tempi sono cambiati”



A fine maggio, Donatella Vogogna e il marito chef Mauro Bellotti hanno fatto un passo giudicato da molti «impensabile»: restituire la Stella Michelin conquistata nel 2008 per l’ottima cucina del loro ristorante Donatella, a Oviglio (Alessandria). Ma alla fine si è rivelata una scelta vincente, perché un altro importante riconoscimento è subito arrivato: Donatella Bistrot è stata premiata come «Bistrot dell’anno» all’interno della guida «Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso 2016», appena uscita.

La cucina piemontese di una volta, in versione più informale e contemporanea, è piaciuta a chi giudica i ristoranti migliori d’Italia. E piace anche ai clienti, che commentano con entusiasmo cene e pranzi nel nuovo spazio, che è sempre lo stesso dal 2004.

«Abbiamo deciso di cambiare modo, faremo altra ristorazione: la Stella impone un servizio con standard alti che il territorio fa fatica ad assorbire. Noi siamo persone semplici, vogliamo che a mangiare qui venga chi con noi è cresciuto. Continueremo a fare quello che ci piace. La Stella è stata un’avventura fantastica ma i tempi sono troppo cambiati» avevano spiegato i titolari solo cinque mesi fa. Un’altra avventura, altrettanto bella, è iniziata. 


ANSA
Beck e Bottura migliori big chef «Tre Forchette»

Secondo la guida Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso 2016, che, con 2268 indirizzi e 250 novità, conferma ancora una volta al vertice dei big chef Massimo Bottura e Heinz Beck, l’Osteria Francescana di Modena e La Pergola del Rome Cavalieri di Roma restano e sono i migliori ristoranti d’Italia. Due i i due nuovi ingressi, Berton e Seta del Mandarin Oriental Milano, e «sono entrambi in una Milano che quest’anno ha convogliato una straordinaria concentrazione di energie sull’onda lunga del fenomeno Expò ha detto Giancarlo Perrotta, curatore della 26ª edizione della guida presentata stamani a Roma.


ANSA

La Lombardia conferma inoltre il suo primato con sei Tre Forchette e altrettanti Tre Gamberi, espressione questi ultimi della migliore cucina tradizionale. L’edizione 2016 premia anche Lorenzo Viani, di Lorenzo a Forte dei Marmi (Lucca), come «Ristoratore dell’anno», nonché l’Argine a Vencò, di Dolegna del Collio (Gorizia), come «Novità dell’anno» emblematica di una virtuosa scia di progetti a 360 gradi all’insegna della riscoperta del territorio e del self made, come si legge nelle motivazioni. Vivace anche il panorama delle trattorie italiane, «luoghi dove ospitalità familiare e cibo della memoria segnano uno stile che non tramonta mai» secondo i curatori, che si arricchisce di tre membri: La Brinca di Ne (Genova), All’Osteria Bottega di Bologna e La Tana degli Orsi di Pratovecchio Stia (Arezzo).


ANSA

Nella famiglia dei grandi chef, secondo la guida, Gennaro Esposito, della Torre del Saracino di Vico Equense (Napoli) sale, con un punteggio di 57, tra i quattro migliori voti di cucina assegnati, accanto a Massimo Bottura dell’Osteria Francescana di Modena, Massimiliano Alajmo de Le Calandre di Rubano (Padova) e Pino Cuttaia de La Madia di Licata (Agrigento). Crescita anche per Mauro Uliassi, dell’omonimo locale di Senigallia (Ancona).


ANSA

Sono 16, inoltre, i premi al miglior rapporto qualità/prezzo, sparsi in tutta Italia con una doppietta pugliese, La Bul di Bari e La Strega di Palagianello (Taranto). Mentre Le Giare dell’Hotel Rondò è il nuovo Tre Bottiglie, massimo riconoscimento per i wine bar.

I «Tre Mappamondi», che accendono i riflettori sulle tavole etniche da non perdere, incoronano per la prima volta il meneghino Wicky’s Wicuisine Seafood, che si affianca all’Iyo, sempre di Milano, e al Dao Restaurant di Roma, mentre sono confermati i Tre Boccali a templi della cultura brassicola come le «case» Baladin di Piozzo (Cuneo) e di Roma. Donatella Bistrot di Oviglio (Alessandria) è stata premiata come Bistrot dell’anno, dopo il cambio di veste della nota insegna piemontese che si è reinventata in versione più informale e contemporanea; il Reale di Castel di Sangro (AQ) per il Pane in tavola, per l’attenzione impiegata nella fattura di un alimento basilare e spesso in tavola sottovalutato; la giovane Sara Simionato, dell’Antica Osteria da Cera di Campagna Lupia (Venezia), come Pastry chef dell’anno, in quanto elemento fondamentale della brigata.

Ti chiedo scudo

La Stampa
massimo gramellini



Fare scudo col corpo a una persona amata. O farsi scudo con il corpo di una persona che si dovrebbe amare. L’alfa e l’omega dell’esperienza umana, l’arco del compasso tra santità e abominio. L’alfa è in questa foto che ha la potenza di una scultura. Un uomo gravemente ferito abbraccia la sua donna insanguinata dopo l’esplosione di Ankara. Un gesto istintivo, maschio. Braccia che scaldano meglio di coperte. L’uomo si chiama Izzettin, fa l’insegnante e ha 46 anni, ma da sabato molti di più. Si è trasferito ad Ankara per consentire alla figlia di andare all’università e alla sorella di curarsi un tumore. L’attentato gliele ha spazzate via entrambe. Rimane la moglie. Quell’abbraccio è uno slancio protettivo, ma anche un tentativo estremo di aggrapparsi alla vita.

Poi c’è l’omega. C’è un uomo chiamato Giuseppe Iannicelli, trafficante di cocaina in terra di ’ndrangheta, ucciso quasi due anni fa assieme al figlio di suo figlio, un bambino di tre anni di nome Cocò. Si era pensato a una coincidenza disgraziata. Solo ieri abbiamo saputo che il nonno usava l’inconsapevole Cocò per i suoi traffici. Era convinto che, col nipotino appresso come scudo umano, nessuno avrebbe osato sparargli. Per non abbattersi definitivamente suggerisco di guardare di nuovo la foto.

La nuova vita di Eric Hites, il Forrest Gump dei ciccioni che attraversa gli Stati Uniti in bicicletta

La Stampa
paolo mastrolilli

È la rivincita di un 40enne di 250 chili, disoccupato e lasciato dalla moglie



All’inizio di quest’anno la vita di Eric Hites era praticamente finita: 40 anni, disoccupato, la moglie lo aveva lasciato e il suo peso era arrivato a 567 pounds, cioè circa 250 chili. Per sopravvivere si era ritirato a Danville, Indiana, nella casa dei suoi genitori.

A quel punto però ha avuto una illuminazione, e sentendo la canzone dei Proclaimers “I’m Gonna Be (500 Miles)” ha pensato il piano per venirne fuori: sarebbe andato in bici dalla costa orientale a quella occidentale degli Stati Uniti. In questo modo avrebbe perso peso, riconquistato la moglie, e probabilmente trovato lavoro.

Così il Forrest Gump dei ciccioni, come si definisce lui stesso senza vergogna, ha comprato una mountain bike usata per 17 dollari, si è fatto accompagnare dal padre in Massachusetts, e ha cominciato la sua avventura. La moglie Angie, quando ha sentito il suo piano, non ci credeva. Poi, però, è stata la prima a cedere: quando ha sentito che Eric la stava chiamando davvero da Martha’s Vineyard, ha deciso di raggiungerlo, e da allora le segue passo passo in auto.

Un po’ di soldi sono entrati, perché Hites ha creato il sito “Fat Guy Across America” per pubblicizzare la sua impresa e raccogliere fondi. Quanto al lavoro, c’è tempo. Eric è arrivato a Philadelphia, dove domani ha in programma di salire di corsa la scalinata di Rocky. Poi ripartirà alla volta della California, dove di questo passo arriverà l’anno prossimo. Ma sull’altra costa, ne è convinto, lo aspetterà anche un’altra vita.

Porta di nascosto il cane in ospedale per la moglie morente

La Stampa
fulvio cerutti


Immagine d’archivio

La moglie stava morendo in ospedale, il marito ha portato il loro cane di nascosto per darle l’ultimo saluto. È la storia che racconta un utente sul social network Reddit, a poco più di un anno dalla scomparsa dell’amata compagna di vita.

Ricoverata per un intervento chirurgico invasivo, la donna non ha reagito come sperato e ha iniziato a spegnersi lentamente: non era più in grado di bere e mangiare, e poteva parlare solo quando era lucida. E proprio in quei momenti ha voluto fare un’ultima richiesta al marito: rivedere e salutare per l’ultima volta Bella, il loro Pastore Australiano.

L’ospedale però non prevedeva questa possibilità, ma l’uomo non si è perso d’animo e ha deciso di nascondere Bella in una valigia, un’impresa non semplice visti i 22 kg del cane. «L’ho adagiata all’interno, con la zip aperta, e l’ho trasportata in auto fino all’arrivo in ospedale. Quando siamo arrivati, le ho “spiegato” che avrei aperto la zip dopo pochi minuti, affinché potesse salutare la sua mamma.

Incredibilmente, non ha mai abbaiato o guaito - spiega l’uomo su Reddit -. Quando sono passato davanti alla stanza delle infermiere, ho raccontato loro di aver portato qualche oggetto per rendere la permanenza in ospedale più confortevole. ”Nessun problema”, mi hanno detto. Quando siamo entrati nella stanza, mia moglie stava dormendo. Ho aperto la valigia e Bella è subito saltata sul letto. L’ho appoggiata al suo petto senza che facesse danni ai tubi e attrezzature».

Bella è rimasta in silenzio guardando la donna sempre negli occhi mentre dormiva. Venti minuti dopo la moglie ha aperto gli occhi lamentandosi per il dolore. «Bella ha iniziato a leccarla, mugugnando dolcemente, come se sapesse che abbaiando avrebbe svelato la nostra copertura. Mia moglie l’ha abbracciata per quasi un’ora, sorridendo per tutto il tempo. Siamo poi stati scoperti da un’infermiera ma che è si è commossa così tanto da promettere di non raccontare niente a nessuno. Quando mia moglie si è addormentata, ho rimesso Bella nella valigia e sono tornato a casa».

La donna è scomparsa qualche giorno più tardi, mentre Bella ogni volta che vede una valigia pensa che potrà rivedere la sua proprietaria. «Mi spezza il cuore, perché non riesco a comunicarle in modo efficace che la sua mamma se n’è andata» commenta tristemente l’uomo.

twitter@fulviocerutti

Virus e truffe online, più del 75% degli utenti non li riconosce

La Stampa
Un test dimostra che solo una minoranza degli utenti è in grado di identificare pagine web pericolose e di prevenire il furto dei dati personali



Il 74% degli utenti non ha le competenze necessarie per riconoscere i pericoli online. A rivelarlo è un test realizzato da Kaspersky Lab sulle abitudini di 18.000 utenti. 

La ricerca prevedeva anche un test pratico in cui si chiedeva ai partecipanti di scegliere tra quattro file diversi per scaricare il brano “Yesterday” dei Beatles. L’opzione più cliccata, però, è stata quella più rischiosa: “Beatles_Yesterday.mp3.exe”, selezionata dal 34% degli utenti, contiene la parola “mp3” ma in realtà è in formato .exe, che spesso cela un virus.

Il 14% degli intervistati ha scelto di scaricare un file .scr, un formato che viene usato per diffondere materiale nocivo, e il 26% ha scelto l’opzione .zip che avrebbe potuto contenere file pericolosi. Solo un utente su quattro (26%) ha scaricato “Betles.Yesterday.wma”, l’unico file in formato .wma che, nonostante l’errore di battitura, offriva garanzie di sicurezza. 

L’incapacità degli utenti di riconoscere il pericolo online non si limita però alla musica. Durante il sondaggio, solo il 24% degli utenti è stato in grado di riconoscere una pagina web autentica evitando di selezionare l’opzione che conteneva una pagina di phishing, un tipo di truffa che induce a rivelare i propri dati personali. Inoltre, quando veniva chiesto di indicare le pagine su cui avrebbero tranquillamente inserito i propri dati, più della metà degli utenti (58%) ha indicato siti falsi.

Questi risultati confermano i dati di una recente ricerca condotta da Kaspersky Lab e B2B International, dalla quale è emerso che il 45% degli utenti Internet ha incontrato un malware negli ultimi 12 mesi e che il 13% di coloro che erano stati infettati non ne era a conoscenza. «Nella vita reale - ha commentato Morten Lehn, Managing Director di Kaspersky Lab - nessun utente si sognerebbe di contare del denaro in un luogo pubblico, non sarebbe saggio. Lo stesso istinto dovrebbe entrare in gioco quando gli utenti navigano online. Gli utenti dovrebbero acquisire maggiore consapevolezza dei pericoli del mondo online per riuscire a proteggere se stessi e gli altri.». 

Per Renzi in politica estera verità senza eufemismi Il dovere della verità sull’Isis

Corriere della sera

di Angelo Panebianco

Il premier deve spiegare agli italiani il ruolo dell’Italia nella crisi internazionale

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (Ansa/Onorati)

Se qualcuno vorrà scommettere sulla capacità di Matteo Renzi di continuare a sconfiggere i suoi nemici, vincere le prossime elezioni e governare a lungo, dovrà essere consapevole del fatto che si tratterà di una scommessa al buio. A occhio, le probabilità sono fifty fifty , cinquanta per cento a favore di Renzi e cinquanta contro.

A suo favore giocano diversi fattori. Innanzitutto, la sua personalità: il suo fortissimo istinto per il potere unito a una non comune disponibilità al rischio. Nell’avventura di Renzi sembra trovare molte conferme il detto secondo cui la fortuna arride agli audaci. In secondo luogo, il fatto che, per un concorso di circostanze, egli non sia sostenuto solo da coloro che lo apprezzano. Gode anche dell’appoggio di molti a cui non piace ma che pensano di lui ciò che Winston Churchill pensava della democrazia: la peggiore soluzione escluse tutte le altre.

Poi c’è il fatto che, come ormai è accertato, Renzi riuscirà a portare a casa la riforma costituzionale. Liquidare il bicameralismo simmetrico non è fare una «riformetta»: significa cambiare la «costituzione materiale» del Paese, ristrutturare le regole del gioco. Anche se non è garantito, colui che riesce a farlo, di solito, si trova in vantaggio nella competizione politica successiva. Da ultimo, c’è la ripresa economica in atto. Se la tendenza si confermerà Renzi se ne prenderà tutto il merito.

Ciò gli darà un fortissimo vantaggio rispetto agli avversari. Fin qui le probabilità a suo favore. Le probabilità contro dipendono dal fatto che la politica nostrana non è un compartimento stagno, isolabile dal resto del mondo. Sono le conseguenze dell’irruzione del mondo esterno nelle nostre vicende interne che possono, politicamente parlando, tagliare le gambe a Renzi. In parte a causa della visione del mondo che impregna segmenti rilevanti della coalizione sociopolitica che sostiene il suo governo e, in parte, forse, anche a causa dell’incapacità di Renzi di emanciparsi del tutto dal suo passato «scoutistico» (e lapiriano).

In tempi di grandi emergenze occorrono leader capaci di dire la verità all’opinione pubblica e di trascinarsela dietro. È precisamente per questo - non certo per la battuta sopra citata sulla democrazia - che Churchill è passato alla storia come uno dei grandi statisti del XX secolo.Il modo in cui Renzi ha deciso di trattare le questioni siriana e libica non convince. Da un lato, abbiamo scelto di non contribuire con azioni di fuoco ai bombardamenti della coalizione anti Stato Islamico (lo faremo, e stiamo decidendo come e quando, solo in Iraq).

Non partecipando a tali azioni di fuoco della coalizione in Siria ne restiamo membri di serie B. Corriamo rischi (i nostri aerei svolgono attività di intelligence) ma non partecipiamo a pieno titolo, col diritto di dire la nostra, all’attività decisionale della coalizione. Dall’altro lato, ci siamo dichiarati disponibili a guidare una rischiosissima missione militare (eufemisticamente descritta come peace enforcing) contro i gruppi armati che alimentano il caos libico.

Come mai? Eppure è chiaro che le due cose sono interdipendenti, è chiaro che se non si riesce a indebolire lo Stato Islamico non sarà neppure possibile pacificare la Libia. E, inoltre, come mai, rinunciando a bombardare lo Stato Islamico, rinunciamo anche alla forza negoziale che quella partecipazione ci conferirebbe, per esempio, ai tavoli ove si decide come fronteggiare il flusso di profughi in fuga dalla Siria?

La risposta è semplice. Partecipare ai bombardamenti contro lo Stato Islamico significa partecipare a una guerra che non può essere camuffata da altro. Guidare la missione in Libia significa ugualmente partecipare a una guerra ma con la possibilità - almeno nella prima fase - di camuffarla da peace enforcing.

È per questo che si insiste tanto su argomenti che dovrebbero essere resi irrilevanti dallo stato di necessità in cui ci troviamo: come l’argomento secondo cui l’articolo 11 della Costituzione ci autorizzerebbe ad agire in Libia (sotto l’egida delle Nazioni Unite) ma non in Siria. Per inciso, i costituenti vollero l’articolo 11 per bollare le guerre di aggressione condotte dal fascismo. Non potevano immaginare quali manipolazioni ideologiche ne sarebbero seguite.

Naturalmente, quando si scoprirà che la suddetta guerra, camuffata da peace enforcing, come tutte le guerre, lascerà sul terreno sia combattenti che vittime civili, la finzione non potrà più reggere e il governo dovrà fronteggiare la mobilitazione «pacifista» contro l’intervento in Libia. Tipici pasticci in cui va a infilarsi un’Italia pubblica che ha ribattezzato «operatori di pace» i propri soldati e che di eufemismi sembra anche disposta a morire.

Niente di quanto accade nel grande incendio mediorientale, dal crollo di interi Stati all’impennata del flusso dei profughi verso l’Europa, fino alla destabilizzazione in atto della Turchia, sembra in grado di scuotere questa Italia facendole comprendere che il mondo sicuro e pacifico in cui vivevamo fino a poco tempo fa è finito. Una incapacità che, a quanto pare, condividiamo con i tedeschi.

Chi crede che le ripetute minacce del Califfo contro Roma o che le immagini di San Pietro su cui sventolano le bandiere dello Stato Islamico, siano scherzi, boutade, non ha capito nulla. Spetterebbe a Renzi spiegare all’opinione pubblica come stiano davvero le cose. Il fatto che uno di solito così loquace non abbia trovato ancora le parole giuste per spiegare la verità agli italiani, non è di buon auspicio. Per noi, prima di tutto. Ma anche per la sua futura carriera politica.

13 ottobre 2015 (modifica il 13 ottobre 2015 | 07:30)