lunedì 12 ottobre 2015

L’iPhone è più lento? Colpa del tuo cervello

La Stampa
andrea nepori

Perché il vecchio smartphone ci sembra improvvisamente più lento, proprio ora che sono usciti i nuovi modelli? C’è una spiegazione tecnica, ma la vera motivazione potrebbe essere di matrice psicologica



“Slow iPhone”. Non è un neonato movimento per un uso responsabile e rilassato dello smartphone, ma la ricerca che milioni e milioni di utenti immettono su Google verso inizio autunno, a ridosso del lancio globale dei nuovi modelli di iPhone. 

L’agenzia di analisi Statista ha raccolto e visualizzato in un grafico i dati relativi al volume di ricerca per l’accoppiata di parole negli ultimi 8 anni e il risultato è evidente: quando Apple presenta i nuovi iPhone, il numero di ricerche relative alla lentezza dei modelli precedenti si impenna. Gli utenti si mettono di colpo alla ricerca di soluzioni per migliorare le prestazioni di un dispositivo che fino a pochi giorni prima funzionava benissimo.

Può esserci una spiegazione tecnica, perché in concomitanza con il lancio di un nuovo modello di iPhone, Apple rilascia solitamente anche una nuova versione del sistema operativo. L’azienda assicura che l’aggiornamento dei terminali più vecchi ancora compatibili non dà problemi e suggerisce sempre di effettuarlo il prima possibile, ma è comunque inevitabile che almeno nei primi giorni, in attesa degli aggiornamenti di assestamento, le prestazioni di molti dispositivi ne risentano.

Per generare un simile andamento statistico, però, va messo in conto anche un secondo fattore, puramente psicologico. “Il giorno prima siamo felici dello smartphone che abbiamo usato per tutti i 12 mesi precedenti,” spiegano da Statista. “Il giorno successivo, dopo che il collega ci ha mostrato il suo nuovo gadget, il nostro ci dà l’impressione di essere inadeguato, lento e appesantito.”In altre parole la semplice consapevolezza dell’esistenza di un nuovo modello è più che sufficiente a convincere milioni di consumatori che il loro iPhone vecchio di un anno o due ha perso lo smalto di un tempo. Apple ci mette del suo, sfornando ogni anno modelli sempre più performanti, che ovviamente non manca di promuovere come tali. 

iPhone 6s, ad esempio, monta il chip A9 che, a detta dell’azienda, offre prestazioni del 70% superiori rispetto all’A8 installato sui modelli precedenti. E poi ci sono gli articoli, le recensioni, le prove tecniche che confermano, reiterano e rafforzano il messaggio.

Se il nostro iPhone 6 si è tramutato nottetempo da Maserati Quattroporte a Golf Diesel è colpa della nostra suscettibilità al marketing comparativo e agli stimoli mediatici. Del resto basta osservare la rapidità con cui si sgonfia il picco e si spegne l’interesse per la ricerca su Google di soluzioni al proprio “iPhone slow” (con un mini-picco poco prima delle festività natalizie) per confermare che la psicologia dei consumi ricopre un ruolo rilevante. Passata la febbre dei primi giorni, diradato il battage pubblicitario, tutto torna più o meno come prima. L’iPhone che portiamo in tasca da un anno torna prestante e riprende magicamente a funzionare bene. Almeno fino al prossimo modello.

Google: nel 2020 il giro d’affari delle app in Europa sarà di 80 miliardi di dollari

La Stampa

Per Carlo D’Asaro Biondo, presidente Emea Strategic Relationship del gigante di Mountain View, in Italia i posti di lavoro legati all’economia delle app potrebbero sfiorare il mezzo milione in tre anni



La app economy può imprimere una svolta all’occupazione in Europa: è quanto emerge dai dati diffusi dal manager di Google Carlo D’Asaro Biondo, presidente Emea Strategic Relationship del gigante di Mountain View, che ipotizza per il 2020 un giro d’affari di circa 80 miliardi con la creazione di 6 milioni di posti grazie all’attività di sviluppo delle applicazioni che servono per giocare, per verificare lo stato di salute, per verificare la nostra posizione o guardare il meteo e così via. Anche in Italia da qui al 2018 i nuovi posti di lavoro potrebbero essere 400-500mila. 

«In Europa - dice D’Asaro - ci sono 1,3 milioni di persone che sviluppano applicativi, una cosa mai avvenuta prima» spiega indicando che nel mondo nel 2015c’è un’economia di 100 miliardi di dollari sugli applicativi , di cui 17,5 miliardi in Europa «quando 4 anni fa era zero». Oggi «ci sono 2 milioni di posti di lavoro legati alla app economy in Europa che si prevede diventino 6 o 7 milioni nel 2020 quando il giro d’affari della app economy sarà di circa 80 miliardi». In Italia «rischiamo - afferma D’Asaro - di avere 100mila impieghi vacanti perché mancano le competenze ; come Google abbiamo investito venti milioni quest’anno e venti ne investiremo il prossimo per la formazione fino a 1 milione di persone». 

Il problema è che ancora oggi «c’è una contraddizione tra realtà e economia: tra quattro anni l’85 per cento-90 per cento degli impieghi richiederanno una competenza nella e-economy ma il 40 per cento degli imprenditori italiani ritiene che internet sia inutile». La app economy è all’insegna della collaborazione fra imprese, aggiunge D’Asaro spiegando che Google annuncerà a breve «nuovi partner in campo automobilistico per la driveless car, la macchina che si guida da sola e «penso sia chiaro che non vogliamo costruire macchine», conclude.

Accadde oggi, 12 ottobre

Corriere della sera

orango

Il 12 ottobre è l'anniversario della scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo. Il 3 agosto 1492 Colombo, nato a Genova nel 1451, lascia il porto spagnolo di Palos, con 3 barche: la Niña, la Pinta e la Santa Maria. La spedizione, finanziata dai reali di Spagna, ha come obiettivo quello di raggiungere le Indie senza circumnavigare l'Africa. Il 6 settembre Colombo lascia le Canarie dopo aver fatto gli approvvigionamenti e aver riparato le navi. Il 7 ottobre, dopo 29 giorni in alto mare, cambia rotta a causa di uno stormo. Finalmente, il 12 ottobre 1492, alle 2 del pomeriggio, il marinaio Rodrigo de Triana, a bordo della Pinta, intravede la terra. Colombo sbarca su un'isola, nella baia di Fernandez. Con lui ufficiali, funzionari, Rodrigo de Segovia e il notaio Rodrigo de Escobedo, il cui documento da lui redatto nell'occasione viene firmato da tutti i testimoni, a prova della presa di possesso di quel luogo battezzato per l'occasione San Salvador. Guanahani, per gli indigeni. Colombo e la sua ciurma sono accolti con grande cortesia e condiscendenza dai Taino, i nativi di etnia Arawak, abitanti dell'isola come il navigatore stesso specifica nella sua relazione (ritratto di Colombo, Ansa)

orango

Il 28 ottobre 1492 Colombo arriva a Cuba, successivamente esplora la costa settentrionale di Haiti, raggiunta il 5 dicembre, e la chiama Hispaniola. Il 25 dicembre 1492 la Santa Maria urta contro uno scoglio e deve essere abbandonata. Ricevuto dai nativi, Colombo fa costruire, in parte con i relitti della Santa Maria, un forte, la Navidad, dove lascia 39 uomini a poche miglia dal luogo dell'incidente. Poche ore prima dell'alba del 16 gennaio 1493 il ritorno verso casa: all'arrivo, il 15 marzo sempre a Palos, Colombo mostra diversi nativi sequestrati, oro, piante di tabacco prima sconosciute, ananas e tacchini. A questo primo viaggio ne seguirono altri 3 (lo sbarco ai Caraibi in un dipinto non datato, Afp)

orango

La «Santa Maria» è la più grande delle tre caravelle di Colombo nel suo primo viaggio, nel 1492. Secondo alcune ricostruzioni, raggiungeva i 28 metri di lunghezza. A bordo ci sono 52 uomini, compresi gli ufficiali, un medico, un funzionario di Corte, un interprete e il domestico di Colombo. La nave ha tre alberi muniti di vela maestra, due coltellacci, trinchetto, civada, mezzana, vela di artimone e vela del battello di poppa. A parte la camera di poppa per Colombo e i ridotti per gli ufficiali, non esistono stanze: l'equipaggio dorme sui ponti. Nella stiva della nave vengono conservati cibi e bevande, ma anche animali vivi (soprattutto polli). Nel vano sotto il cassero di poppa, il timoniere riceve gli ordini di manovra dal pilota, che sta sul castello di poppa. Gli strumenti di navigazione sono bussola, astrolabio e balestriglia che servono per misurare l'altezza meridiana di sole e astri e ottenere la latitudine (ricostruzione delle tre caravelle con le quali Colombo attraversò l'Atlantico nel 1492, Ap)

orango

12 ottobre 1810: si tenne a Monaco, fino al 17 ottobre, la prima Oktoberfest. Si trattava di una corsa di cavalli in occasione del matrimonio del principe Ludovico di Baviera e della principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. A causa del suo successo, venne ripetuta annualmente, con l'aggiunta successiva di una fiera agricola, danze popolari, musica e di un luna park sempre più grande. L'Oktoberfest è l'evento più famoso ospitato in città, nonché la più grande fiera del mondo, con una media di 6 milioni di visitatori ogni anno per un consumo di 7,5 milioni di boccali di birra. L'evento si svolge ancora oggi nell'arco di 16 giorni, tra gli ultimi due fine settimana di settembre e la prima domenica di ottobre (l'apertura della 170a Oktoberfest a Monaco nel 2003, Afp)

orango

Presso l'area di Theresienwiese, con 42 ettari di estensione, si prepara un grande luna park e si montano gli stand (Festzelte) dove sono servite le sei marche di birra storiche di Monaco di Baviera (Paulaner, Spaten, Hofbräu, Hacker-Pschorr, Augustiner e Löwenbräu) autorizzate a produrre la bevanda per l'occasione. Ognuno dei 14 stand più grandi è in grado di ospitare dalle 5.000 alle 10.000 persone; in ogni stand vi è un palco centrale sul quale si esibiscono gruppi musicali nel tradizionale stile schlager. La festa inizia con la cerimonia di stappo della prima botte da parte del sindaco di Monaco, trasmessa in diretta televisiva in eurovisione e con la tradizionale processione (Ap)

orango

Complessivamente, in duecento anni di storia, la celebrazione è stata annullata 24 volte: nei periodi delle due guerre mondiali, per epidemie, per la crescente inflazione o altri problemi. Negli anni immediatamente successivi alla fine delle guerre si celebrarono più sobrie Feste d'Autunno, con birra scarsamente alcolica. Le corse di cavalli si tennero per l'ultima volta nel 1960. Il 26 settembre 1980, una bomba fatta esplodere vicino all'ingresso uccise 13 visitatori e ne ferì altri 200. L'ordigno era stato piazzato dal ventunenne Gundolf Köhler, membro di una organizzazione neonazista, che perse la vita nello scoppio. Dall'Oktoberfest del 2008 è vietato fumare nei capannoni: alla festa si legava una tradizione del fumo di sigari, pipe e foglie di tabacco arrotolate (Epa)

orango

Il 12 ottobre del 1933 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti compra la caserma disciplinare dell'Esercito statunitense sull'isola di Alcatraz decidendo di tramutarla in un penitenziario federale di massima sicurezza. A 5 km dal Golden Gate di San Francisco, la prigione soprannominata The Rock (la roccia) e The Bastion (la Fortezza), passa alla storia per l'utilizzo di una disciplina durissima e l'impossibilità di fuggire dall'isola: su oltre 1.500 detenuti, solo 36 tentarono la fuga e di essi 31 furono immediatamente ricatturati e i restanti probabilmente morirono nel tentare di attraversare la Baia (Ap)

orango

Tra i quattro bracci indipendenti della prigione, la vita dei detenuti era restrittiva e punitiva: rara era la possibilità di ricevere visite, frequente il ricorso alle temutissime celle di isolamento; giornali, radio e televisione erano assolutamente vietati, i detenuti non potevano lavorare e l'ora d'aria nel cortile circondato da altissime mura, oltre alla mezzora per il pasto, erano gli unici due momenti che i detenuti trascorrevano fuori dalla loro angusta cella. Nella foto il trasferimento dei detenuti alla chiusura della prigione, il 21 marzo del 1963 (Ap)

orango

Uno dei più celebri detenuti di Alcatraz fu Al Capone, che trascorse quasi cinque anni in cella di isolamento e lasciò l'isola, alla fine della sua condanna, in stato di squilibrio mentale. Tra gli altri George "Machine Gun" Kelly, Robert "Birdman of Alcatraz" Stroud e Alvin "Creepy Karpis" Karpis. La prigione ha ispirato vari film tra cui "L'uomo di Alcatraz", "Cielo di piombo, ispettore Callaghan", "Fuga da Alcatraz", "La sfida di Alcatraz", "L'isola dell'ingiustizia – Alcatraz", "The Rock" (Ap)

Le mie notti di sesso con il prete a Villa Borghese e nei sottopassaggi»

Corriere della sera

di Fabrizio Peronaci

Parla il gigolò: «Era il 2004, fu lui a offrirmi una sigaretta. Venni a sapere che era un sacerdote importante a un funerale. Usava droghe, di sera usciva di nascosto. Tutti nella Curia generalizia sapevano. Firmerò una dichiarazione al cardinale vicario»

Parrocchiani davanti a Santa Teresa, dopo la messa domenicale

Il congedo di padre Angelo e padre Alessandro, trasferiti per mettere a tacere lo scandalo gay provocato da un loro confratello. L’appello a papa Francesco sul sagrato (e non in chiesa, dove non è stato accordato il permesso) da parte del gruppo di parrocchiani che invoca «trasparenza e il coraggio della verità». Lo scontro sulle scale della parrocchia con altri fedeli molto agitati, preoccupati dal «disonore». E ancora, del tutta inattesa, una nuova ondata di rivelazioni. É stata una domenica che, all’ordine dei carmelitani scalzi, non dimenticheranno facilmente.

Anche perché, dopo la messa delle 10.30, nel corso della quale il parroco uscente padre Angelo aveva chiamato in causa «il demonio scatenato contro di noi», palese allusione ai cittadini «moralizzatori», si è presentato a sorpresa Sebastiano F., l’uomo del sesso proibito con l’alto prelato: «Vi racconto le mie notti con il prete a Villa Borghese». Immediatamente l’uomo è stato circondato da curiosi. Sul marciapiede di Santa Teresa d’Avila, ad ascoltare l’equivoco personaggio, senza fissa dimora da sempre, per molto tempo sostenuto dalla stessa parrocchia, c’era anche un drappello di cronisti, tra i quali un incredulo reporter del Times, catapultato dalle brume londinesi ai bollenti incontri omosex nella Roma dei «marchettari». Un dialogo registrato. Materia utile, forse, per l’inchiesta aperta dalla Procura.

Come è nato l’incontro con «l’alto esponente» della Curia generalizia?
«L’ho conosciuto nel 2004 a Villa Borghese, mi offrì una sigaretta. Era lui, il superiore dei carmelitani... Poi un giorno, a un funerale, l’ho riconosciuto mentre si vestiva in sacrestia. Padre Alessandro mi chiese: “Lo conosci?” Saltai su: “Azz... Se lo conosco...!” L’avevo visto due ore prima, in un sottopasso qui dietro, per un rapporto, ma senza ricevere soldi... Non sapevo che era un prete».

Lei ha presentato una dichiarazione al cardinale vicario Agostino Vallini? «Sì, a giugno andai con la mia deposizione al Vicariato, da Di Tora (il vescovo del settore Nord, ndr) e dal cardinale Vallini. E’ uscito don Nicola e mi ha detto: “No, no...”. Ora, invece, sono pronto a firmarla».

Dopo che la storia venne alla luce, cosa è accaduto? «Era il 2004-2005. Io vivevo qui, in uno sgabuzzino, facevo il servizio Caritas, partecipavo d’estate alla festa di Santa Teresa... Quando ho detto ‘sta cosa a padre Alessandro, lui non mi credeva, ma poi l’abbiamo pedinato: usciva all’una di notte dalla strada di dietro».

Quanto durò la relazione? «Più di un anno, l’ho conosciuto abbastanza... Lui usa il popps (popper, la cosiddetta droga dei gay, ndr), una sostanza che metti nel naso, non è cocaina, la vendono in Francia, dove è legale».

Incontri segreti, dove?
«Solo a Villa Borghese, in posti chiusi no. E tutti sapevano! Don Agostino, il vecchio parroco, sapeva. A padre Gabriele l’ho detto in confessionale e mi ha risposto che voleva tenersi fuori... Lo sapeva pure don Giuseppe, il parroco di San Nicola a via dei Prefetti. Con lui e la gioventù una volta andai al ritiro spirituale a Palestrina».

Tutti tacevano?
«Certo! Ci sono voluti dieci anni per far venire a a galla la storia. Ma adesso non fate di tutta la parrocchia un fascio. A essere coinvolta è solo una persona... Ho cercato di andare alla Curia per sistemare la faccenda, lì ci sono le telecamere all’ingresso, mi conoscevano bene, anche il padre generale, però hanno sempre tappato tutto, la colpa è anche loro».

Cosa farà adesso?
«Parlo, dico tutto. Basta». All’inizio però, per essere intervistato, lei al sottoscritto ha chiesto ripetutamente dei soldi. «Perché sono disperato, dormo per strada. Ma ci ho ripensato, non voglio nulla. Ho deciso di fare la dichiarazione firmata per rispetto a padre Alessandro, che è una persona pulita. Con lui andavo anche a benedire le case, però alla fine mi hanno messo fuori con la calunnia che sono un poco di buono. E anche a padre Alessandro hanno fatto di tutto per buttargli la zappa sui piedi».

Lei una notte di dicembre 2006 fu aggredito. Perché? «Mi ero alzato dalla panchina per fare la pipì, quando mi attaccarono 5-6 persone. Mi hanno spruzzato una cosa negli occhi e massacrato di botte. Ho perso l’occhio, mi hanno spaccato la mandibola. Il prete, lui, l’avevo visto un’ora prima in zona. Non so altro. Ma ora che si è aperta un’inchiesta spero di avere giustizia».

12 ottobre 2015 | 08:27

La Nutella parla in dialetto

Corriere della sera
di Nicoletta Melone

Parla con me

Anvédi, la Nutella parla in dialetto. Sono 135 le espressioni dialettali che dal 12 ottobre approderanno sui vasetti. Frasi selezionate da un pool di esperti delle università di tutta Italia, che hanno individuato 16 differenti «aree linguistiche». Una sorta di slang al cioccolato, che cambia a seconda della localizzazione: in ogni punto vendita, da Nord a Sud, saranno disponibili etichette con frasi ad hoc, legate al posto, da applicare al vaso. Dallo uelà lombardo al napoletano ‘uagliò.


Da Aosta a Cagliari

Non solo merenda. La nuova campagna si focalizza sul momento della colazione e batte sul tamburo dei social con un «manuale linguistico dell’entusiasmo» lanciato sul sito per iniziare in modo geograficamente corretto la giornata. Dopo il cibo, diventa a chilometro zero pure l’etichetta. L’ occasione giusta per scoprire che adon? vuol dire allora? in Val D’Aosta. Se sei a Teramo puoi dire arusta furia quando ti piace qualcosa senza che ti prendano per matto. Mentre ganzo nonostante le radici toscane, ormai è un classico che funziona dappertutto. E come tale si troverà ovunque. Ovà! (evviva in Liguria).

Personal vasetto

Un altro passo sulla via (sempre più battuta) della personalizzazione, dopo i nomi di battesimo e le frasi di tutti i giorni.


Metamorfosi

L’ennesima metamorfosi per la crema inventata nel 1964 da Ferrero che ha trionfalmente festeggiato l’anno scorso i cinquant’anni.

Versione fluo

In occasione dell’anniversario, è stato ideato un vasetto ad hoc con scritte colorate fluorescenti.

Il bicchiere

Il primo contenitore era esagonale: il celebrato bicchiere Kristal, detto otto coste, esce il 20 aprile 1964. Sembra che, contando ritocchi e varianti, abbia subito circa 700 cambiamenti.


Il vaso

Nel 1965 il debutto in Gerrmania con il barattolo-icona chiamato Pelikan per la somiglianza con il vasetto d’inchiostro.

Nuovo abito in Francia

Mentre nel 1966 c’è il debutto in Francia. Con diverse forme e proposte. In Italia arriva la prima confezione mignon in plastica.


I cartoon

Al bicchiere singolo subentrano serie di bicchieri da 6 pezzi. Un classico quelli dedicati ai cartoni, che hanno seguito generazioni di bambini, da Speedy Gonzales alle Winx. Il contenitore cambia in continuazione. Si va dal boccale da birra al contenitore da frigo.

Edizione Expo

Dai Mondiali di calcio alle Olimpiadi, non c’è evento che non trovi riscontro sui barattoli. E quest’anno è arrivata la collezione dedicata a Expo. Salutata ora a Milano a colpi di uelà e bun di.

Gorizia, i migranti e quel «bivacco» nel parco dei Caduti

Corriere della sera

di Aldo Cazzullo

Gorizia, migranti nel parco dei ricordi: «Panni stesi sulla lapide ai deportati»

Uno degli accampamenti dei migranti sull’Isonzo (Stefano Cavicchi)

I primi afghani si videro in riva all’Isonzo un anno fa. «Mangiano i cigni!» disse il leghista Franco Zotti. «Ma i cigni non si mangiano». «Loro li mangiano. Infatti non si vede più un cigno». I goriziani sorrisero. Poi gli afghani sono arrivati al parco della Rimembranza. E allora i goriziani hanno creato un comitato di protesta, perché «il parco della Rimembranza è sacro» dice un portavoce, Gianantonio Lebani.

«Noi qui abbiamo la nostra memoria, i nostri morti. C’è il monumento ai caduti della Grande Guerra, distrutto dagli slavi durante l’occupazione tedesca, simbolo dell’italianità di Gorizia; e gli afghani ci si siedono sopra. C’è il cippo per gli alpini della Julia; e loro qui giocano a pallone. C’è la lapide per i 665 deportati e infoibati durante l’occupazione titina; e loro ci stendono i panni ad asciugare. C’è l’iscrizione con tutti i nomi, vede questo? Nadaia Augusto, maestro elementare. Era mio nonno. E loro là dietro fanno i bisogni. Eravamo una città, siamo un bivacco».

Gorizia è la porta d’Italia per gli afghani e i pachistani che arrivano lungo la rotta balcanica. A migliaia sono passati da qui. Almeno 500 sono rimasti: metà nel Cara di Gradisca; 150 hanno un tetto e uno stuoino nel convento del Nazareno o nella sede Caritas alla Piazzutta, ribattezzata Piazzuttistan; altri 150 dormono in riva all’Isonzo o nel parco. Le mamme sono preoccupate: «Accanto ai monumenti c’erano i giochi per i nostri figli.

Adesso li usano loro: non hanno niente da fare tutto il giorno - dice Debora Castagnino -. Si lavano alla fontanella, vanno sugli scivoli, preparano il cibo. Quando piove li troviamo a dormire dappertutto, sotto i portici, negli scantinati, nei garage. Gorizia è città di frontiera, siamo abituati ad accogliere, quando scoppiò la guerra in Jugoslavia arrivarono 17 mila profughi; ma c’erano anche donne e bambini. Questi sono tutti giovani e tutti maschi, hanno tutti il cellulare: chi glielo paga? Chi glielo ricarica? Come tirano avanti? Non è dignitoso per loro, non è dignitoso per noi».

Gli accampamenti in riva al fiume sono sette. Il visitatore viene accolto al grido di «work, work»: lavoro. Tutti assicurano che sono stanchi di non far nulla, che vorrebbero rendersi utili. Il loro viaggio non finiva mai: Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria. Qualcuno ha amici che lo aspettano in Germania, ma molti si fermerebbero volentieri: spiegano che i goriziani sono brava gente. Comincia a piovere, ci si sposta sotto il ponte intitolato ai Ragazzi del ‘99. Nella pentola cuoce il riso, da un forno rudimentale escono focacce.

L’Isonzo è verde cupo, le acque gonfie, impetuose. In mezzo c’è un isolotto, quest’estate quando il fiume era basso gli afghani e i pachistani andavano lì a lavarsi, fino a quando un vortice si è portato via uno di loro, Thaimur, 25 anni. Sull’argine c’è il distributore di Manuel Rizzi, un altro capo della protesta: «Ora sono cominciati i furti, al Pittarello store è sparito un paio di scarpe, al Despar arrivano con 200 euro per la spesa, ma come fanno? Oggi piove, tra poco li vedremo girare con i sacchi dell’immondizia in testa, i buchi per gli occhi, fantasmi che camminano e spaventano i bambini». Dice il benzinaio che Gorizia è una città morta, da quando ha perso le sue ricchezze: l’area franca e le caserme.

Quando vi passava la cortina di ferro, il confine con il comunismo, c’erano i militari, non si pagavano tasse e venivano gli jugoslavi per lo shopping. Ora è il contrario: i goriziani vanno in Slovenia a fare il pieno; e forse Manuel Rizzi non sarebbe così arrabbiato con i profughi che bivaccano sotto di lui se si vendessero ancora 30 milioni di litri di carburante all’anno, anziché quattro. «Ci mancavano solo gli afghani. È tutta colpa di Papa Francesco e di Ilaria Cecot, l’assessore alla Provincia, la comunista».

Passi la Cecot, ma il Papa che c’entra? «È venuto un anno fa a Redipuglia, ha fatto un gran discorso sull’amore fraterno, la comunista si è infatuata e ha montato la tendopoli davanti alla scuola. Così gli afghani si sono passati parola con i loro telefonini e sono arrivati tutti qui». Lo ripetono i politici di centrodestra, che governano il Comune: la Cecot si è assunta responsabilità non sue, si è scontrata con il sinda co; poi ci si è messo il prete, don Paolo Zuttion, che accoglie tutti...

Don Paolo apre il portone della Caritas. È un gigante barbuto di due metri, con un bambino sulle spalle pare il San Cristoforo degli affreschi medievali. La Cecot invece somiglia alla cantante Elisa, che è di queste parti, di Monfalcone. Anche la Cecot è molto alta, gli afghani la chiamano Big Boss. Ha una bambina in braccio, Haua, due anni, senegalese. Sussurra che i preti li ha sempre detestati, «ma don Paolo lo adoro. È formidabile». Barbara Franzot guida i volontari dell’accoglienza: «Dicono che gli afghani hanno la tbc, la malaria, la scabbia. Hanno solo tosse, otite e raffreddore, a forza di dormire all’addiaccio.

La sera, mentre distribuiamo le coperte, arriva il contestatore. Ogni volta ce ne mandano uno diverso. Chi suona il clacson, chi ci insulta, chi fa un gestaccio, chi grida di mandarli via. Abbiamo lanciato su Facebook un appello ai goriziani: venite al parco della Rimembranza a conoscere i migranti, così non avrete più paura. I ragazzi sono venuti tutti: si sono seduti in semicerchio ad aspettare. Dei goriziani non è venuto nessuno».

Però, quando è morto Thaimur, don Paolo e l’imam Sufi Ullah hanno pregato insieme, e i goriziani hanno raccolto duemila euro per riportare la salma a Islamabad. Dice il sacerdote che in effetti la spinta all’accoglienza è venuta dal Papa, che qualcuno ha provato a rubare un paio di scarpe ma è stato scoperto e le ha pagate, che Gorizia è davvero una citta morta: «È tutto un cartello “vendesi” o “affittasi”.

Una ragione in più per integrare i nuovi arrivati. Alcuni hanno storie straordinarie. Ezmachel è un pugile molto promettente, a Kabul era campione juniores. Un ragazzo aveva un negozio di dischi: i talebani che odiano la musica gliel’hanno distrutto. Uno ha perso un orecchio per l’esplosione di una bomba. Altri hanno crisi epilettiche: sono ancora sotto choc per quello che hanno visto».

Il sindaco di Gorizia è un fiorentino di Forza Italia dai capelli bianchi, Ettore Romoli, che pare un borgomastro asburgico nel suo municipio con la stube e i fregi neogotici. «Gli afghani arrivano qui perché c’è la commissione per le richieste d’asilo, ed è di manica larga. Ogni tanto le forze dell’ordine ne portano via un po’, ma quelli salgono sul primo treno e il giorno dopo li vediamo di nuovo in giro.

I comuni della provincia sono tutti di sinistra, predicano l’accoglienza, però i profughi li lasciano volentieri a me. E nessuno fugge dalla guerra; fuggono dagli altri Paesi europei che li hanno respinti. Ogni tanto arrivano quelli di CasaPound, hanno anche aperto una sede, e si spintonano con quelli di estrema sinistra. Ogni tanto viene Salvini, mette la felpa, fa due urlacci e se ne va. E io resto».

Ora hanno chiuso anche il reparto natalità: nessuno nascerà più a Gorizia, si deve andare a Palmanova, tra i friulani, o a Monfalcone, dai bisiacchi. Quando una città non sa più cos’è, e si sente in credito con l’Italia e con la storia, basta poco per incrinare un’identità composita, per alimentare le recriminazioni. La prossima estate saranno cent’anni dall’arrivo degli italiani. Il Sabotino incombe cupo: i fanti del VI corpo d’armata lo presero in trentotto minuti il mattino del 6 agosto 1916, con un disco bianco sulla schiena per evitare che le artiglierie amiche tirassero come d’abitudine su di loro.

«Sembrano le legioni romane» commentò il re guardando dal binocolo; «fu come l’ala che non lascia impronte/ il primo grido avea già preso il monte» poetò D’Annunzio; Bobbio diceva che il suo primo ricordo pubblico erano i cortei esultanti a Torino per la presa di Gorizia. La città, insomma, ci riguarda, parla di noi. Sul Sabotino però incombe la scritta «Tito», intrecciata con le pietre, ora coperta dalla vegetazione. Dice Alessandra Marc, attrice e scrittrice, che «Gorizia è pudica, non pavida. Fino a dieci anni fa era divisa in due, vedevamo i carri armati nemici.

Il confine tagliò case e cimiteri, una famiglia aveva il salotto in Italia e la cucina in Slovenia, il padre sepolto in patria e la madre in terra straniera. Ma era una storia nota. E la città era tranquilla. Ora non siamo più liberi a casa nostra. Abbiamo paura. Di uscire da sole la sera. Di portare fuori i bambini. Di quello che ci aspetta. Davvero si pensa di ripopolare Gorizia con i profughi? Io ho due figlie piccole, non voglio che diventino musulmane, voglio che restino libere». In riva al fiume è l’ora della preghiera, ci si inginocchia verso Est recitando «Allah u akbar», si accendono i fuochi dei bivacchi.

Qui, cent’anni fa, un soldato aveva scritto :

«L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
Ho tirato su
le mie quattro ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua
Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole».

11 ottobre 2015 (modifica il 11 ottobre 2015 | 10:38)

Può una sentenza del Tar cancellare la memoria dell’unità d’Italia?

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

A Vairano Patenora l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II

Quarant’anni di carte bollate. E a causa di una sentenza del Tar di Napoli ora si ricomincia daccapo, in un Paese che sembra davvero non voler fare i conti con la propria storia. Accade a Vairano Patenora, un piccolo paese in provincia di Caserta dove, secondo le risultanze storiche, il 26 ottobre del 1860 si incontrarono Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Quell’episodio è conosciuto come l’incontro di Teano, perché fu in quella cittadina distante pochi chilometri che Garibaldi e il re si diressero a cavallo e fu certificato pubblicamente un doloroso passaggio di consegne. E l’incontro dà luogo ancora oggi, a 155 anni di distanza, a dispute feroci.

C’è chi ne disconosce il valore simbolico, mettendo in discussione la stessa unità d’Italia. E chi sostiene che non sia neppure avvenuto lì, al “quadrivio di Caianello”, proprio davanti a una locanda che un tempo si chiamava la Taverna catena, perché la strada che si apriva al suo fianco che conduceva a zone di caccia era solitamente chiusa appunto con una catena. Nelle dispute che si sono succedute nel corso degli anni si è verificato di tutto. Perfino la correzione di una lapide che era stata apposta a Teano cinquant’anni dopo, e nella quale si citava il luogo esatto dell’incontro: poi “sbianchettato”. Ma tant’è.

Non è qui il caso di ripercorrere le varie ricostruzioni storiche. È sufficiente ricordare che la Taverna catena è vincolata come immobile storico perché “elemento dominante” dello scenario dell’incontro fin dal 1967 con un decreto del ministero dell’Istruzione: allora i Beni culturali non esistevano. Si potrebbe aggiungere che un secolo fa accanto alla Taverna c’era una minuscola caserma dei carabinieri dove fu imprigionato Antonio Gramsci, che avrebbe ricordato nei Quaderni dal carcere l’esperienza come una delle peggiori della sua vita. Ma il vincolo non fu una barriera sufficiente per difenderla dall’oltraggio ambientale che ha investito negli anni tutta la zone.

Quello che rimane della Taverna catena è oggi assediato da un contesto edilizio che rende i luoghi irriconoscibili, tanto da far riflettere sul singolare trattamento che questo Paese riserva alla propria memoria.Soprattutto, negli anni settanta i proprietari edificarono sopra la vecchia costruzione, parte della quale venne smantellata e versa oggi in uno stato di atroce abbandono, una sopraelevazione abusiva. All’epoca, come del resto ancora oggi, era la normalità. Anche se la cosa, riguardando un immobile storico vincolato, proprio normale non era.

L’indifferenza dello stato, che pure aveva apposto il vincolo, ha accompagnato in seguito la tediosa contesa fra il Comune e la famiglia proprietaria dell’immobile, che annovera fra i suoi componenti una medaglia d’oro olimpica di canottaggio (Davide Tizzano), nonché un assessore della vicina Teano (Gemma Tizzano). Una contesa sfociata nel 2005 in una sentenza passata in giudicato con la quale il Tar di Napoli sanciva che la sopraelevazione era effettivamente abusiva. Qualche tempo dopo, sulla scorta di quel pronunciamento, la Regione Campania intimò al Comune di Vairano di abbatterla, ma l’operazione si rivelava tecnicamente impossibile: l’intervento di ristrutturazione in cemento armato aveva coinvolto l’intero immobile (in disuso da sempre), che dunque si sarebbe dovuto abbattere completamente.

L’amministrazione decise così di acquisire al patrimonio comunale la parte abusiva, come prevede la legge, con l’obiettivo di realizzarvi intanto un piccolo museo. Poi, chissà. Le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia erano appena trascorse, senza che l’annosa vicenda avesse un esito, ma con la fondata speranza di restituire dignità a uno dei luoghi più importanti della nostra storia nazionale. Tanto più che la Regione Campania, in seguito alla decisione del Comune, aveva deciso di finanziare l’operazione con un milioncino di euro.

Sembrava fatta, anche se alcuni fra i proprietari avevano fatto ricorso al Tar. Ma ecco la sorpresa: lo stesso Tar di Napoli che aveva spianato la strada all’abbattimento della costruzione abusiva, qualche settimana fa ha annullato sia l’ordinanza di demolizione che la delibera di acquisizione al patrimonio comunale. Sconfessando così in modo clamoroso, per la serie certezza del diritto, la propria decisione di qualche anno prima. La motivazione? Il Comune, che aveva negli anni Ottanta rigettato una prima domanda di condono edilizio, non ha mai risposto a una ulteriore domanda con cui era state reiterata la richiesta già bocciata. Un cavillo che manda in fumo il finanziamento regionale e ogni proposito di riconsegnare alla memoria il luogo dove il Sud e il Nord si sono uniti.

Noi, famiglia dell’Auditel

Corriere della sera
di Massimo Sideri

Dal telecomando fantasma all’anonimato violato: ecco le falle nel sistema dei rilevamenti tv raccontate da chi è nel panel



Ecco tutto ciò che avreste voluto sapere sull’Auditel e non avete mai osato chiedere: millimetrico, con un livello di anonimato da Guerra fredda e in grado di rappresentare tutti gli strati sociali, come racconta il mito? Non proprio a parlare con una famiglia che fa parte del panel da pochi mesi e che abbiamo contattato in seguito allo scandalo dell’ «Audigate» svelato dal Corriere. Primo: esiste il famigerato telecomando con il quale gli appartenenti al panel dovrebbero segnalare, di volta in volta, quante persone sono sedute davanti alla tv? La nostra famiglia - che chiameremo XY - non lo ha mai visto. Nessuno ne ha fatto cenno quando gli hanno montato il meter, lo strumento di rilevazione che è collegato sia alla tv che al decoder Sky.

E, anzi, dalle domande poste dal personale sul numero di componenti del nucleo è facile supporre che il calcolo sia frutto di una media, che nell’epoca della sorveglianza di massa, di Edward Snowden e dei social network , risulta un tantino démodé (peraltro ci hanno scritto anche un saggio di successo: The average is over , liberamente traducibile come la media è morta). Potrebbe sembrare un particolare ma non lo è visto che la supposta superiorità del sistema Auditel nel calcolare lo share dei programmi rispetto alle metriche delle tv a pagamento come lo smart panel è basato proprio su questo numero magico. Magari qualcuno lo avrà questo telecomando ma, evidentemente, non tutti. Forse la famiglia XY fa eccezione.

Secondo: per il disturbo della partecipazione al panel c’è un bonus annuo di 40 euro annui e per permettere al personale di montare i necessari strumenti di rilevazione bisogna dare la disponibilità a far entrare un tecnico dal lunedì al venerdì in orari d’ufficio. Le coppie che lavorano potrebbero dunque risultare sottostimate, come anche gli strati più ricchi della popolazione che difficilmente saranno propense ad accettare il disturbo. Altro elemento importante perché l’attendibilità dell’audience richiede che il panel riproduca il più esattamente possibile la stratificazione sociale, culturale ed economica delle persone davanti alla tv.

Terzo, ultimo e forse più importante dubbio. Ma i dati su chi fa parte di questo sacro panel dal quale dipendono 4 miliardi circa di investimenti pubblicitari sui canali televisivi non dovrebbero essere trattati come la lista di chi detiene dei soldi non dichiarati al Fisco in Svizzera? Questo è l’occhio del ciclone dell’ Audigate , visto che da quanto è stato scoperto dal Corriere e poi confermato da Auditel, Nielsen (la società a cui sono affidate le rilevazioni) e Rai e Upa in qualità di azionisti dell’Auditel, il panel è stato contaminato da uno scambio improprio di email che ne hanno minato la segretezza.

La teoria dice che i nomi dovrebbero essere preservati dall’Auditel stessa mentre Nielsen dovrebbe gestire solo codici non riconducibili all’anagrafe. Peccato che la famiglia XY sia stata contattata direttamente sul cellulare per la richiesta di partecipazione, con nome e cognome. È vero che esiste un codice famiglia ma le comunicazioni arrivano via posta tradizionale con nome, cognome e indirizzo. In soldoni Nielsen, società privata che visto il proprio business avrebbe anche dei potenziali conflitti di interessi, sa tutto.

Un’altra eccezione? La ciliegina sulla torta è che la famiglia XY era stata già contattata anni fa per fare parte del panel (al tempo aveva declinato). Essere pescati due volte su 60 milioni di abitanti è una bella casualità da fare impazzire gli amanti del calcolo delle probabilità. Il mistero del telecomando fantasma e le falle nell’anonimato si sommano alle domande dell’«Audigate »: quali email hanno inquinato il panel dato che le famiglie vengono contattate tramite posta analogica? Chi aveva accesso a queste mailing list? Chi ne garantisce la segretezza? Di quante email stiamo parlando? Grattacapi a realtà aumentata per il board Auditel di mercoledì.

@massimosideri
12 ottobre 2015 (modifica il 12 ottobre 2015 | 07:43)

Oggi inizia la privatizzazione delle Poste, cosa ne arriverà agli italiani?

La Stampa
francesco manacorda



Da questa mattina ciascuno di noi può decidere di diventare azionista di Poste italiane. L’offerta pubblica di titoli lanciata dal Tesoro arriverà a mettere sul mercato fino al 38% della società. È la maggiore privatizzazione che l’Italia attua da sedici anni a questa parte e la più grande dell’anno su tutti i mercati europei. Ma a cosa serve questa privatizzazione e che cosa ne arriverà agli italiani? La risposta non è univoca: dipende in larga parte da come si guarda l’operazione. 

Si può guardarla da potenziale azionista. Qui non si danno consigli per gli acquisti, ovviamente. Ma chi decide di acquistare le azioni di Poste italiane deve sapere che sta comprando in sostanza una grande azienda di servizi finanziari (un po’ come una banca) assieme a un grande gruppo di logistica. E che i profitti fatti con i servizi finanziari, e in parte anche dalla raccolta del risparmio che viene poi convogliato alla Cassa depositi e prestiti, sono appesantiti dagli oneri del cosiddetto «servizio universale», ossia dall’obbligo di servire anche i paesini più remoti con la consegna della corrispondenza.

Questo anche se, proprio in vista della privatizzazione, Poste ha chiesto e ottenuto di diminuire la frequenza delle consegne in alcune zone e di chiudere una parte dei suoi uffici. Diciamo che l’interesse degli azionisti di Poste sarà legato alla capacità dei suoi manager di potenziare il settore finanziario, di legare la logistica allo sviluppo dell’e-commerce e di sviluppare con nuovi servizi l’estesissima rete di sportelli di cui dispone. E diciamo anche che l’interesse degli italiani-azionisti non sarà necessariamente coincidente con quello degli italiani-clienti.

Se infatti si guarda all’operazione da cliente, ossia come qualcuno che ha bisogno - come accade mille volte - di pagare un conto corrente, spedire una raccomandata o ritirare la pensione, la questione diventa più complessa. Di norma se una privatizzazione si accompagna a una liberalizzazione il risultato è quello di introdurre più concorrenza nel sistema e di favorire dunque i consumatori. Con la privatizzazione di Poste non è detto che questo accada, anzi per ora si vede piuttosto l’effetto contrario - come ha segnalato un paio di giorni fa il sito Lavoce.info - di norme che appaiono dirette a preservare o rafforzare alcune posizioni dell’operatore oggi dominante, o in alcuni settori addirittura monopolista.

Dunque è da pensare che per gli utenti questa privatizzazione abbia effetti più controversi. «E’ un’operazione non solo finanziaria. Vogliamo un’azienda più moderna e aggressiva», ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan spiegando l’operazione. L’efficienza dell’azienda dovrebbe dunque aumentare. Ma senza il pungolo di una maggiore concorrenza potrebbe non aumentare abbastanza, o addirittura aumentare a spese del servizio reso. 

C’è poi un modo più generale di vedere l’operazione: da cittadino. Se Poste verrà collocata al prezzo massimo stabilito varrà poco meno di 10 miliardi, dunque al Tesoro andranno poco meno di 4 miliardi. Una goccia nel mare di un debito pubblico che supera abbondantemente i 2 mila miliardi, C’è chi sostiene che lo stesso risultato per i conti pubblici si sarebbe potuto ottenere semplicemente facendo versare un dividendo straordinario alla società. Dunque, possiamo dire che per risanare i conti pubblici l’operazione è utile, ma non fondamentale. Il governo attribuisce però anche un altro significato a questa privatizzazione.

Ne ha parlato sabato Matteo Renzi agli industriali di Treviso, dicendo che «Poste, considerato per 40-60 anni il luogo delle schifezze dei politici, dove si assumeva chi volevano loro, vanno in Borsa e stanno sul mercato». Il premier, dunque, inserisce questa operazione nella rottura della politica clientelare e dei suoi rapporti con le risorse economiche del Paese, sulla stessa linea - par di capire - di quanto ha fatto con il decreto che proprio sabato ha portato la prima delle grandi banche popolari a trasformarsi in Spa. Se così sarà davvero, questo si dimostrerebbe un effetto positivo della privatizzazione. Per il resto giudicheranno la Borsa e la nostra soddisfazione o meno allo sportello.

Il portapacchi giallo che sta cambiando Amsterdam

La Stampa
federico taddia

Quattro ragazzi lo montano a chi offre passaggi. Per prenotarsi basta urlare: «Backie!»



Un sellino portapacchi giallo, sul quale caricare i turisti per le vie di Amsterdam: gratuitamente e solo per il piacere di condividere un pezzo di strada. Si chiama “Yellow Backie” il progetto messo in piedi da Hanny Kooij, Wilmar Versprille, Matthijs Groos e Martin Luyckx, quattro ragazzi che da anni si occupano di noleggio bici, e che hanno cercato di offrire una risposta al malumore che sempre più serpeggia tra gli abitanti della capitale olandese, stanchi di trovarsi le strade affollate di visitatori e di dover improvvisare spericolati zig zag tra i pedoni.



«Ci sono diversi problemi con il sovraffollamento e il turismo che invade Amsterdam ogni giorno - spiega Martin – Così tra le possibili soluzioni c’è stata quello del far incontrare, fisicamente, chi la città la vive e i suoi ospiti. La bicicletta è un mezzo di trasporto perfetto, è economico, salutare e non danneggia l’ambiente. E poi è una cosa normalissima nei Paesi Bassi dare un passaggio a qualcuno. Il “sellino giallo” è una logica conseguenza di tutto questo. E il suo funzionamento è semplicissimo: basta scriverci una mail con una motivazione simpatica e originale spiegando perché si desidera diventare un Backie Driver. Se riteniamo la richiesta adatta convochiamo la persona nella nostra officina e montiamo il sellino.



Quando un turista vede un ciclista con una bicicletta con il portapacchi giallo può urlare “Backie!” e chiedere uno “strappo”. Dal lancio dell’iniziativa sono già 250 le richieste, e attualmente sono un centinaio i driver che pedalano quotidianamente in attesa di essere fermati. Tra le motivazioni più frequenti il desiderio di fare nuove amicizie, rendere meno noioso il viaggio verso il lavoro e avere una scusa per rallentare e trovare il tempo per accorgersi di quello che si può vedere e gustare lungo l’itinerario. 



«È esattamente ciò che stiamo cercando di fare. Tutti noi dovremmo rallentare di tanto in tanto per poter entrare in contatto con altre persone: di solito siamo di fretta, scappiamo e ignoriamo ciò che non conosciamo. La frase tipica di chi chiede un passaggio è: “Mi porti in fondo alla strada?”. La dimostrazione che basta davvero poco per cambiare una città».


Sottrasse 8 milioni alle Case popolari. È depresso, avrà la pensione d’invalidità

La Stampa
fulvio lavina

Aveva patteggiato 4 anni e 2 mesi, senza fare un solo giorno di carcere



Si è intascato, in 10 anni, 8,5 milioni di euro, «prelevandoli» dal bilancio dell’Istituto delle Case popolari di Asti per cui lavorava; ora avrà la pensione di invalidità civile riconosciutagli dall’Asl 1 di Torino per una «grave forma di ansia e depressione». È la storia paradossale di Piero Santoro, «Pierino» come tutti lo chiamano, 56 anni, sposato con un’ex impiegata delle Poste, due figlie ormai maggiorenni, una vita trascorsa come funzionario e poi dirigente dell’Atc, l’istituto che gestisce circa 2 mila alloggi popolari nell’Astigiano. Per quei «prelievi» ha patteggiato 4 anni e 2 mesi, senza fare un solo giorno di carcere, con l’accusa di peculato. 

MAGO DEI BILANCI
A vederlo così, Pierino, non dava l’impressione del «mago dei bilanci»: piuttosto un «travet» di provincia, che si notava poco, non fosse stata per quella sua passione, sbocciata negli ultimi anni, per le auto di grossa cilindrata (ne cambiava una all’anno) e il Rolex d’oro che ostentava sotto al polsino; non disdegnava anche i vestiti firmati, fatti su misura: ne aveva una stanza piena, ma di solito non li sfoggiava per andare a lavorare.

LA MENTE GENIALE
Eppure dietro a questa maschera sostanzialmente anonima c’era una mente capace di ideare e mettere in pratica con meticolosa metodicità un sistema che gli ha permesso di impossessarsi di circa 800 mila euro all’anno per dieci anni di fila, dal 2004 al 2014. Senza che nessuno si accorgesse mai di nulla. O, almeno, senza che scattassero denunce prima. Di quegli 8 milioni, un paio li ha restituiti, altri gli sono stati sequestrati così come la villa a Mongardino sulle colline appena fuori città.

All’appello mancherebbero almeno 3 milioni, probabilmente spesi tra l’acquisto di Suv e un po’ di bella vita. Sempre intercettato al telefono, aveva confidato ad un’amica di aver buttato in Tanaro «500 mila euro, per farli sparire». Li hanno cercati nel fiume, ma mai trovati. 

INVALIDO
Una complessa doppia personalità, e una vicenda che indubbiamente ha pesato sulla personalità dell’ex direttore dimessosi dall’Atc appena scoppiato il caso. Tanto che a giugno ha presentato all’Asl di Torino (dove attualmente risiede) domanda per la pensione di invalidità: la commissione medica gli ha riconosciuto (ad agosto, tempi brevi ma nella media dell’Asl torinese) una invalidità dell’80% che gli darà diritto a un assegno da 280 euro per 13 mensilità se dimostrerà di avere un reddito inferiore ai 4800 euro annui. Santoro attualmente risulta disoccupato. Intercettato durante l’inchiesta, mentre era in una clinica, alla figlia spiegava di stare bene, ma che il ricovero gli serviva per non finire in carcere. 

LA PROTESTA
Un caso che ad Asti continua a far discutere. Oggi in piazza Alfieri un improvvisato «Comitato cittadini» invita tutti gli astigiani «depressi perché senza lavoro» a compilare una domanda per la pensione di invalidità: «Santoro ci ha indicato la strada».