sabato 10 ottobre 2015

Da Facebook a Twitter favorevoli e contrari a Marino

Corriere della sera

di Laura Martellini

Il partito di quanti invitano il primo cittadino a resistere si scontra con i cinguettii per l’addio definitivo. Fra sarcasmo e ironie



Dai tweet vip a quelli «comuni», sui social è un fiorire di cinguettii dove a prevalere è l’ironia, facile a volte, altre più sottile, come @sergiogranata che scrive: «#Marino ha detto che ha venti giorni per ripensarci. L’importante è che conservi lo scontrino». Alessandro Gassmann, l’attore che con ramazza in mano ha lanciato le pulizie fai da te nelle strade di Roma, sull’hashtag #romasonoio prima augura una «buona serata fuori dal tunnel», poi si lancia in un’immaginaria stretta di mano: «Tutti contro uno non mi è mai piaciuto. Saluto @ignaziomarino nel momento in cui non lo saluta nessuno. Malgrado tutto». Poco indietro commentava: «È ufficiale: i 300 spazzini di quartiere annunciati dal Comune entro la fine di settembre non si sono visti».

Il disegnatore Vincino posta la sua vignetta con Marino che scappa dalla furia di Matteo Renzi con la camicia strappata, come un manager Air France. Pure Fiorello interviene, e l’ironia si fa sarcasmo: «Da domani tutte le buche di Roma si autotapperanno. Non ci sarà più traffico e sparirà il malaffare!#marino si è dimesso». Gli hashtag #marino e #marinosiedimesso fanno faville, ma sono tutt’altro che un coro, le voci sono discordanti. «Roma come una televendita: diritto di recesso a venti giorni se si cambia idea» twitta FabDur1968.

Su facebook, sotto pseudonimo irriferibile (Ma sti ca....), si raccolgono adesioni alla campagna «Convinciamo Ignazio Marino a non ripensarci» (il gong dei venti giorni genera ansie di segno contrario). Su Change.org, è avviata una raccolta di firme di chi spera in un ritorno. Siamo a quota 24.130. Seguono quaranta «buone azioni» di Marino per Roma. «Garantisti per le bancarotte fraudolente e giustizialisti per le lombatine?» si domanda Gennaro Carotenuto. Marino «pavidamente abbandonato dalla furia della folla», secondo Giada.

Roma, tra pagine social e petizioni gli scatenati ultrà di Marino

Sono tanti ad invitare il primo cittadino a resistere che si scontrano con i cinguettii per l’addio definitivo. Fra sarcasmo e ironie

Alessandro Gassmann e il tweet solidale

Alessandro Gassmann, l’attore che con ramazza in mano ha lanciato le pulizie fai da te nelle strade di Roma, con l’hashtag #romasonoio prima augura una «buona serata fuori dal tunnel», poi si lancia in un’immaginaria stretta di mano: «Tutti contro uno non mi è mai piaciuto. Saluto @ignaziomarino nel momento in cui non lo saluta nessuno. Malgrado tutto».

Il tweet di Alessandro Gassmann

Fiorello ironico

Pure Fiorello interviene, e l’ironia si fa sarcasmo: «Da domani tutte le buche di Roma si autotapperanno. Non ci sarà più traffico e sparirà il malaffare!#marino si è dimesso».


Sabrina Ferilli: «Se non si dimette ballo il tango»

L’attrice romana: «È inadeguato, ma non mafioso». E rilancia (come fece nel 2001 per lo scudetto della Roma, quando promise che si sarebbe spogliata se i giallorossi l’avessero vinto): «Se ritira le dimissioni divento sua fan e ballo il tango per una notte».

Sabrina Ferilli (LaPresse)

Vincino e le vignette

Questa è una delle vignette postate dal disegnatore satirico sulle dimissioni del sindaco. Qui si è divertito a visualizzare la «decapitazione» da parte del Papa, che con la smentita dell’invito a Filadelfia ha scatenato una bufera che ha portato il primo cittadino a prendere la decisione di dimettersi.

L’illustrazione di Vincino

La pagina su Facebook

«Io sto col sindaco Ignazio Marino», questo il nome della pagina Facebook con 8.635 firmatari e 4 amministratori


La petizione pro Marino su Change.org

«Marino sindaco di Roma e dei romani! Ignazio Marino ritiri le sue dimissioni per favore!». Questo è il titolo della petizione che, a sabato mattina, conta 23.588 sostenitori


«Nessuno tocchi Marino»

Sempre sulla piattaforma Change.org altra petizione pro sindaco firmata da 15.000 persone: «Nessuno tocchi Marino»


Asor Rosa e il degrado

Alberto Asor Rosa aveva difeso Marino dopo che il New York Times aveva scritto del degrado che imperversa nella Capitale e che diede il là a Gassmann e alla sua campagna di pulizia #Romasonoio. In un’intervista al Corriere il professore puntò il dito sul degrado procurato dai turisti americani «che mezzi nudi, con le infradito, mangiano stravaccati e lasciano cumuli di sporcizie d’ogni genere...»

Alberto Asor Rosa (Ansa)

La satira di Vauro

Anche Vauro ha voluto rappresentare la fine del mandato di Marino, disegnandolo sulla croce nei panni del ladrone (ma gli lascia il tricolore)

La vignetta di Vauro

«Marino che si imbuca agli eventi»

Ancora su Facebook, la pagina «Marino che si imbuca agli eventi». Ma a differenza di quella pro sindaco questa piace solo a 391 persone.


Il sostegno della collega francese

Il tweet ricevuto da Marino venerdì dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo: «Un pensiero per Ignazio Marino che lascia la carica di sindaco. Resterà per me il sindaco che ha osato combattere la mafia»


Il sostegno dall’America

Da New York è arrivato a Marino l’attestato di stima di Bill De Blasio: «È uno dei leader italiani che mi ha ispirato», ha detto, citando altri due sindaci italiani: quello di Firenze Dario Nardella e quello di Napoli Luigi de Magistris.

Bill de Blasio  con il sindaco di Roma, durante l’incontro a New York del 02 settembre scorso (Ansa)

Le coppie gay sposate in Campidoglio

Appoggio a Marino anche dalle coppie gay che, grazie all’iniziativa del sindaco, hanno potuto trascrivere in un apposito registro comunale i matrimoni omosessuali celebrati all’estero: «Il merito di Marino - dice uno degli sposati - è stato quello di cercare di promuovere i diritti civili e di sensibilizzare il legislatore per arrivare finalmente ad una normativa sull’argomento».

Foto di gruppo in Campidoglio per le unioni civili (Ansa)

Fanpage.it e Fran

Anche la cartoonist napoletana ha cinguettato la sua illustrazione 

L’illustrazione di Fran

Nicola Piovani e il «gomplotto»

Nicola Piovani su Repubblica difende il sindaco chirurgo e domanda: «Non è sospetto il linciaggio mediatico subito da Marino? E il sarcasmo di quelli che lo chiamano “l’onesto in bicicletta”? Sono migliori i ladri in Ferrari?»

Nicola Piovani

Gigi Proietti: «E mo che famo?»

Ancora sulle pagine della cronaca di Roma del Corriere l’attore dispiaciuto per «Roma mia» si domanda: «Il commissario le ripara le buche? Non voglio spezzare lance per nessuno, qui è già tutto spezzato...»

Gigi Proietti (Jpeg)

ADNKronos senza vergogna: falso allarme per asteroide in avvicinamento

Il Disinformatico

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni di “gigalore*” e “c_stelz*” e alla segnalazione di @VaeVictis. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento, come ha fatto “chiarama*”).
 
ADNKronos titola La Nasa avverte: "Un grande asteroide si sta avvicinando alla Terra". Titolo da panico, ma è una balla spudorata di cui un'agenzia giornalistica seria dovrebbe vergognarsi profondamente.

Primo, l'asteroide in questione, nel momento di massima “vicinanza” alla Terra, sarà sessantacinque volte più lontano della Luna e quasi a metà strada fra la Terra e Marte. Se ne starà a 25 milioni di chilometri. Dire che “si sta avvicinando alla Terra” senza precisare queste distanze enormi è supremamente irresponsabile. È come dire che una nave da crociera sta per schiantarsi contro il Colosseo perché è entrata nel Mediterraneo.

Secondo, la NASA non “avverte” di un fico secco. Avvertire implica pericolo, ma qui di pericolo non ce n'è manco l'ombra. La NASA informa e basta, perché il passaggio dell'asteroide è interessante in termini scientifici, ma niente di più. L'unico pericolo è quello che corre il giornalismo serio, coperto dalla melma di bufale allarmiste come questa.

Terzo, ADNKronos non solo crea allarmismo in chi si fida delle parole di un'agenzia di stampa: manca anche al proprio dovere d'informare. Nella notizia non c'è il nome dell'asteroide, non c'è la sua distanza minima, non c'è un riferimento preciso alle fonti. Ci sono soltanto i dati che servono ad amplificare la paura: “La massa sta attualmente precipitando nello spazio alla velocità di 40.000 miglia all'ora”. No: non sta “precipitando” (verbo molto ingannevole): sta seguendo la propria traiettoria, che la tiene ad almeno 25 milioni di chilometri da noi.

E fra l'altro ADNKronos non fa neanche lo sforzo di offrirci la conversione in chilometri l'ora.
Visto che a quanto pare ADNKronos preferisce fare panico invece d'informare, pubblico qui i fatti che avrebbero dovuto far parte di un lancio d'agenzia responsabile: durante questo fine settimana l'asteroide 86666 (2000 FL10) transiterà senza pericolo a circa 25 milioni di chilometri dalla Terra: una distanza pari a 65 volte la distanza fra la Terra e la Luna.

L'asteroide è conosciuto da anni (fu scoperto il 30 marzo 2000) e la sua traiettoria è ben nota e non solo non presenta alcun rischio di collisione imminente con la Terra, ma almeno fino al 2200 (data oltre la quale la NASA per ora non ha ritenuto necessario fare calcoli) se ne starà ad almeno una ventina di milioni di chilometri dal nostro pianeta. In altre parole, una non-notizia. Ma c'è chi preferisce mettere paura per accalappiare qualche clic in più.

E finché sono i complottisti, i fufologi e i catastrofisti a mettere in giro false paure, pazienza: un utente di buon senso capisce che si tratta di una cretinata scritta da un cretino. Ma qui abbiamo un'agenzia di stampa, una di quelle fonti che vengono considerate affidabili e autorevoli, una di quelle che pretende di essere giornalismo serio, che scrive fandonie, fa disinformazione e si salva dall'accusa di falso soltanto perché ci mette la foglia di fico scrivendo (dopo aver creato il panico) “ma non rappresenta una minaccia”.
Che pena.

Se volete esprimere educatamente ad ADNKronos la vostra opinione su questo modo di fare giornalismo e magari chiedere  una rettifica, i contatti dell'agenzia sono qui.

Nota: dati falsi sul Mirror

Il Daily Mirror scrive addirittura che l'asteroide passerà a una distanza inferiore a quella della Luna: (“And as it hurtles close to earth at 40,000 miles per hour - it is expected to pass the moon's orbit of the earth this weekend.”). È una balla totale ed è un ottimo promemoria, per i colleghi giornalisti che vivono di copiaincolla, che il Mirror non è una rivista di astronomia. Grazie a @mrdaltri per la segnalazione.

Etichette: ADNKronos, asteroidi, catastrofismo, giornalismo spazzatura

Più sicuri su internet con una chiavetta Usb

La Stampa
andrea nepori

Grazie ad un protocollo sviluppato assieme a Google, la chiavetta Yubikey semplifica l’utilizzo di una seconda verifica per l’accesso ai siti Web. L’abbiamo provata



Alle password affidiamo la sicurezza di tutti i nostri servizi online, anche se siamo consapevoli della loro debolezza di fondo: se qualcuno le ruba può avere accesso ai nostri dati senza altri filtri né controlli. Esiste un metodo, già ampiamente diffuso, per proteggersi da questo scenario fin troppo comune. Si chiama “autorizzazione a due fattori” (in gergo 2FA) o “verifica in due passaggi” e si basa su un assunto molto semplice: per poter accedere a un servizio, l’utente deve conoscere qualcosa, ovvero la password (primo fattore), e possedere qualcosa, come un cellulare (secondo fattore). Ad oggi il sistema 2FA più diffuso, disponibile per le maggiori piattaforme, passa per l’invio di un codice speciale tramite SMS, da inserire in aggiunta alla password. Un procedimento noioso, che diventa inutile se per un qualche motivo non abbiamo a portata di mano il dispositivo autorizzato a ricevere il codice.

Sicurezza via USB
La svedese Yubico propone una soluzione diversa, che allo smartphone sostituisce una pennina USB da usare come secondo fattore. Si chiama Yubikey e ne esistono diversi modelli, distinti per caratteristiche e protocolli supportati. Il funzionamento è semplice: quando ci si collega ad un servizio online, come ad esempio Gmail, basta digitare la password e poi toccare la pennina inserita in una delle porte USB del computer. Il sistema remoto riconosce la presenza del dispositivo e consente l’accesso dell’utente. Alla base del procedimento c’è un protocollo open source, chiamato Fido U2F (Universal Two Factor), che Yubico ha sviluppato in collaborazione con Google. Qualsiasi sviluppatore può abilitarlo per il proprio servizio online.

La nostra prova conferma la semplicità del procedimento di autenticazione. Ma c’è una complicazione da non sottovalutare: l’impostazione iniziale della Yubikey va fatta per ogni servizio, con procedure quasi mai identiche e spesso nascoste fra le mille opzioni specifiche per la singola piattaforma. Nulla che non possa riuscire anche all’utente medio, magari con l’aiuto delle guide in linea di Yubico, ma comunque un procedimento in più che potrebbe scoraggiare chi non utilizza la verifica in due passaggi per ragioni di pigrizia.

Compatibilità e versioni disponibili
Fra i maggiori browser, Chrome di Google è l’unico che è compatibile nativamente con Yubikey (dalle versione 41 in poi). Per Safari e Firefox esistono dei plugin specifici da installare per attivare il supporto alle chiavine di Yubico. Quanto ai servizi online, la compatibilità è completa per Google, Dropbox e Salesforce. Per Wordpress, la nota piattaforma di blogging, è disponibile un plugin di compatibilità. Niente da fare per i servizi Apple: l’azienda ad oggi non ha mostrato alcuna intenzione di adottare il protocollo Fido U2F sviluppato da Yubico e Google.

La Yubikey Edge testata da noi è la versione base fra i modelli che supportano FIDO U2F. Costa 34€. Il modello superiore, Yubikey Neo, aggiunge la possibilità di abilitare la verifica in due passaggi anche tramite NFC su alcuni smartphone Android. Costa 59€. Si possono comprare su Amazon Italia. Nel caso la Yubikey venga smarrita, nessuna paura: si può accedere ai vari account tramite il sistema 2FA basato sull’invio di un codice SMS, che è comunque buona norma mantenere attivo. Una volta entrati sarà possibile cancellare l’associazione con la chiavetta che non è più in nostro possesso. L’alternativa, come per le chiavi dell’auto, è possederne due (entrambe da autorizzare su tutti i servizi, però) e lasciarne una in un posto sicuro.

Su smartphone e tablet arriveranno le etichette come per le sigarette?

La Stampa
carlo lavalle

L’idea di alcuni docenti della Bournemouth University: per evitare la dipendenza, i gadget potrebbero avvisare chi li usa dei pericoli derivanti dal consumo eccessivo di tecnologia, proprio come accade per il fumo



La dipendenza digitale si può prevenire e contrastare applicando etichette su cellulari e tablet. Proprio come quelle utilizzate contro i rischi del fumo sui pacchetti di sigarette. È questa l’idea avanzata da alcuni docenti della Bournemouth University che in una ricerca evidenziano i pericoli di un impiego senza limiti della tecnologia digitale.

“Gli studi hanno dimostrato che l’uso eccessivo di dispositivi digitali può portare ad una riduzione della creatività, alla depressione e alla perdita di contatto con la realtà” – spiega Raian Ali, uno degli autori del documento The emerging requirement for digital addiction labels.

La dipendenza digitale - un termine vago, che include sesso online, giochi in rete, relazioni virtuali e sovraccarico cognitivo - comporterebbe sintomi simili a quelli riscontrati nella dipendenza da droghe, alcol e fumo. Tuttavia, mentre la legge, in certi casi, prevede l’adozione di etichette per sensibilizzare e mettere in guardia il consumatore dagli effetti del tabagismo ad esempio, niente di tutto ciò è previsto per le tecnologie digitali e Internet.

Secondo Raian Ali, Nan Jiang, Keith Phalp, Sarah Muir, John McAlaney della Facoltà di Scienze e Tecnologia della Bournemouth University si potrebbe studiare un meccanismo di questo genere anche per cellulari e tablet. D’altra parte, quattro persone su cinque tra quelle intervistate dai ricercatori condividono l’idea dell’introduzione di etichette contro la dipendenza digitale.

Etichette che, diversamente da quelle per il fumo, possono essere progettate per essere interattive e intelligenti ed eventualmente indicare al consumatore quando è il caso di fermarsi. Possibili soluzioni potrebbero essere sistemi personalizzabili in grado di cambiare il colore dello schermo quando si eccede nell’uso del dispositivo o di inviare segnali acustici e messaggi per avvertire l’utente che ha passato troppo tempo su un gioco online o su Facebook.

E restammo di sasso

La Stampa
massimo gramellini

Problema: un sasso è lanciato da un cavalcavia alto 12 m a una velocità di 1,8 m/s, mentre sta sopraggiungendo un’auto. Se l’auto si trova a 82 m dal cavalcavia e sta viaggiando a velocità costante di 125 km/h quando il sasso è lanciato, l’auto viene colpita? Pare che la risposta sia no, ma ovviamente non è questo il punto.

Il punto è che il quesito non si trova su un manuale per bulli del sabato sera, ma in un libro di testo per licei scientifici che il padre di uno studente romano ha fotografato su Facebook, riservandosi di renderne pubblico il titolo dopo averne discusso col preside. Che nostalgia per i tempi in cui sui libri di testo trovavi solo esempi tratti dal mondo agreste: «Un contadino travasa 80 hl di vino in 240 damigiane: quanto vino conterrà ogni damigiana?» Ti alzavi dal banco un po’ ubriaco ma almeno non ti veniva voglia di raggiungere il cavalcavia più vicino, armato di una roccia del Monviso, per controllare la bontà di certe deduzioni. 

Il problema denunciato dal papà potrebbe avere inaugurato un filone innovativo. «Se un bambino lega la bici al palo e si allontana di sette passi, ma un ladro alto 1,75 rompe il lucchetto e gliela ruba, quante pedalate al minuto dovrà fare il ladro per seminare il bambino?». Un dilemma affascinante, eppure mai quanto questo: chi scrive e pubblica un reato travestito da problema dentro un manuale scolastico ha una vaga idea delle conseguenze oppure ne è inconsapevole, proprio come chi lancia sassi dai cavalcavia?

Il complotto per eliminare Francesco

Andrea Riva - Ven, 09/10/2015 - 15:43

Cardinali conservatori e progressisti uniti per far fuori Francesco. E dietro al coming out di Charamsa, secondo Dagospia, ci sarebbero i servizi segreti

All'interno dei Sacri Palazzi non si fa altro che parlare di un probabile complotto ordito dai cardinali conservatori per eliminare Papa Francesco





Come riporta Dagospia, infatti, "i cardinali più conservatori, sono preoccupatissimi per la visione anti-capitalista che emerge anche dall’enciclica Laudato si’". Così, riporta sempre Dago, "si stanno saldando con i porporati più riformisti, indispettiti per gli stop and go di Francesco sulla famiglia e sulla morale cattolica in generale. Gli estremi si sono toccati e ora lavorano alacremente per far fuori il Papa".

Un fatto che ha alterato particolarmente gli equilibri in Vaticano è stato il coming out di monsignor Charamsa. Papa Francesco si è infuriato e ha interpretato questo fatto "come una manovra della lobby gay che opera in Vaticano per condizionare pesantemente il Sinodo della famiglia a cui teneva tantissimo. E per reazione, Francesco si è attestato sulle posizioni più conservatrici, che non a caso stanno prevalendo nei lavori dei vescovi".

I cardinali che non vogliono Francesco guardano "con interesse alle condizioni di salute di Joseph Ratzinger. Non che gli vogliano particolarmente bene. È che sanno che Bergoglio non si dimetterà mai finchè è vivo il predecessore: una Chiesa con tre Papi in vita farebbe ridere il pianeta".
Ma, quel che stupisce di più nell'articolo di Dagospia, è la conclusione, dedicata al coming out di Charamsa. Dietro questo gesto, infatti, riporta il sito di Roberto D'Agostino, "ci sono anche i servizi segreti italiani. C'è infatti un alto papavero dei servizi, molto legato al Vaticano, che fa parte della lobby omo".

Se i guerriglieri entrano in Vaticano

Carlo Lottieri - Sab, 10/10/2015 - 07:00

Condannata da Ratzinger nel 1984, la Teologia della Liberazione ha trovato nuove sponde perfino nel Prefetto Müller

Quella teologia della liberazione che negli anni Sessanta e Settanta aveva visto molti sacerdoti dell'America Latina benedire gruppi armati di orientamento marxista, subendo poi la condanna del cardinale Joseph Ratzinger (allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Chiesa), sta conoscendo una nuova primavera.


Che Guevara e Cristo crocifisso di Sergio Michilini

L'11 settembre 2014 papa Francesco ha ricevuto in udienza il successore di Ratzinger, monsignor Gerhard Müller, accompagnato da Gustavo Gutierrez, ideologo del movimento. E in seguito vi sono state altre occasioni di riavvicinamento con le gerarchie cattoliche.

Un volume di Julio Loredo dal titolo Teologia della Liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri (edito da Cantagalli e in vendita al prezzo di 34 euro) reagisce dinanzi a tutto ciò. L'autore è un cattolico tradizionalista peruviano che nel 1973 fu costretto a lasciare il suo Paese, oppresso dalla dittatura marxista del generale Velasco Alvarado, dopo che aveva partecipato a una campagna proprio contro la teologia della liberazione, vicina al regime.

Molte pagine del libro erano già state scritte nei decenni scorsi, ma l'autore le aveva tenute nel cassetto. Nel 1984 la condanna vaticana di questa teologia marxista aveva indotto molti a lasciare la Chiesa e altri a rivedere le proprie posizioni; e in seguito vi era stato il venir meno del socialismo reale. La questione poteva sembrare superata. La recente crisi finanziaria ha invece riportato in auge il marxismo, dato che la responsabilità prima è stata addossata al libero mercato.

È dentro questo scenario che una nuova versione della teologia della liberazione è tornata sulla scena: con meno kalashnikov sotto braccio e più retorica pauperista. Il risultato è che oggi un connubio tra cattolicesimo e marxismo è gradito a tanti. Se alcuni anni fa Fidel Castro dichiarò che «la teologia della liberazione è più importante del marxismo per la rivoluzione in America Latina», numerosi teologi di alto livello ritengono che il socialismo sia in grado di aiutare la liberazione dei più deboli. A questo punto, il vero problema non sono più i Gutierrez o i Leonardo Boff.

Per l'autore del volume se si vogliono studiare le radici della teologia della liberazione bisogna cogliere i legami tra il modernismo, il cristianesimo sociale e gli orientamenti cattolico-liberali, ma anche il dissolversi della società occidentale nell'età postmoderna. Così, larga parte del volume ricostruisce i cambiamenti culturali conosciuti dal cattolicesimo negli ultimi secoli. Loredo collega strettamente perfino la «Nouvelle Théologie» (Jean Danielou, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar) agli esiti marxisti latinoamericani, vedendovi «una versione radicale e politicizzata della nuova teologia europea».

Per comprendere i preti guerriglieri si deve allora «capire quanto si ispirino ai maestri europei, specialmente francesi e tedeschi. Essi hanno costruito su principi modernisti e neo-modernisti, hanno condito il tutto con l'ideologia marxista, salvo poi applicare il risultato alla concreta situazione del loro continente negli anni Sessanta». Alla base di questa corrente ideologica vanno comunque individuati due errori maggiori, che Loredo sottolinea con forza: l'uno di carattere teologico e l'altro di ordine socio-economico.

Il primo era stato focalizzato da Ratzinger quando aveva evidenziato come nella teologia della liberazione la centralità non sia più per Dio e nemmeno per la persona umana: al cuore ci sono i movimenti, le battaglie politiche (anche armate), le rivendicazioni economiche. La liberazione di cui si parla è l'affrancamento da istituzioni ingiuste e soprattutto dal capitalismo, fonte di ogni sofferenza.

La condanna della Chiesa nasceva dalla consapevolezza che non si possa abbracciare il materialismo storico senza, al tempo stesso, accoglierne l'immanentismo. Come afferma uno dei fondatori del movimento, il brasiliano Hugo Assman: «Il punto di partenza contestuale di una Teologia della liberazione è la situazione storica di dipendenza e di oppressione in cui versano le popolazioni del Terzo Mondo».

Queste parole svelano l'altro errore: il rigetto della libertà individuale, della proprietà, del diritto a contrattare liberamente. Perché nonostante la vernice anarcoide il cattolicesimo socialista è dominato da logiche autoritarie. Il ritorno dei teologi della liberazione è però il segnale di una malattia più ampia, che riguarda la Chiesa e l'umanità nel loro insieme.

D'altra parte lo stesso Müller ha affermato che quando ci si confronta con il marxismo bisogna riconoscere che «non esiste una teoria alternativa capace di spiegare meglio i fenomeni e i fatti relativi allo sfruttamento, alla povertà e all'oppressione, una teoria che possa porre in atto una strategia di reale cambiamento». Tesi che erano appannaggio di pochi preti confusionari provenienti da Brasile o Colombia, oggi sono professate dalle più alte gerarchie cattoliche. Questo vuol dire che la situazione è davvero seria e le conseguenze potrebbero essere devastanti.

Nell'ospedale dove iniziò il chirurgo Marino: "Così chiudemmo ogni rapporto"

La Repubblica

Parlano i medici del centro universitario di Pittsburgh in cui lavorò il sindaco: "Ha cominciato a operare con noi, gli abbiamo affidato il centro di Palermo. Poi abbiamo scoperto le doppie note spese e i suoi rapporti con altri ospedali americani". Tra le fatture, la ricarica per una stilografica: otto euro, chiesti due volte

Nell'ospedale dove iniziò il chirurgo Marino: "Così chiudemmo ogni rapporto"

PITTSBURGH. Al 600 di Grant street dicono che quel nome - Ignazio Marino - vogliono solo dimenticarlo. "Era un chirurgo, trapiantava organi. Non era indispensabile, ci ha creato tanti problemi". Davanti alla fontana che spruzza acqua rosa, sotto la sede distribuita su venti piani, parlano due dirigenti del Medical center universitario di Pittsburgh, l'Upmc che gestisce venti ospedali nella Pennsylvania dell'Ovest e trentotto centri oncologici negli Stati Uniti:

"Il dottor Marino si è formato da noi, ha iniziato a operare con noi, gli abbiamo affidato il centro di Palermo, una frontiera in Europa. Poi abbiamo scoperto le doppie note spese, i suoi rapporti con altri ospedali americani. Gli abbiamo imposto le dimissioni dall'Ismett di Palermo e non avremmo voluto più occuparci di quella storia, né del medico italiano. Avremmo solo sperato nel silenzio".

Invece quel medico italiano, 650 trapianti in carriera, 213 pubblicazioni, ambizioso non solo come clinico, a 51 anni è stato fatto senatore, a 54 si è candidato alla guida del Partito democratico  (perdendo) e a 58 si è lanciato nella campagna per diventare sindaco di Roma, mayor come dicono qui. E ha vinto. "Eravamo sorpresi che della storia degli ottomila dollari contestati non si fosse detto più nulla, ma noi non avevamo alcun interesse a sollevare un caso", dicono ancora gli amministrativi subito dopo aver chiesto di non essere citati.

L'Upmc aveva chiuso ogni rapporto con il dottor Marino come tante volte succede, e invece a tredici anni di distanza "siamo di nuovo qui". A riprendere in mano vecchi dossier, rileggere audit interni che rimandano a scontrini fiscali.

"Sì, dopo tredici anni confermiamo: il dottor Marino aveva creato una doppia contabilità per le spese di trasferta. Una richiesta di rimborso la consegnava al suo centro di Palermo, l'Ismett appunto, e una alla nostra sede. Avevamo prove evidenti che la cosa fosse andata avanti per mesi e che fosse una scelta consapevole, non un caso, tantomeno un errore. Abbiamo agito subito, allora. Il 6 settembre 2002 inviammo un fax all'ospedale di Palermo e il dottor Marino nell'arco di mezza giornata controfirmò tutte le nostre condizioni. Aveva chiesto lui di dimettersi alcune settimane prima, il sei settembre abbiamo accettato senza esitazioni.

Abbiamo chiuso lì ogni rapporto: uno dei nostri quattromila medici aveva perso la nostra fiducia, ma la carriera politica del dottor Marino non ci ha mai permesso di abbandonare quel dossier". E' qui, dove la confluenza di Allegheny e Monongahela forma il fiume Ohio, non lontano dal Canada, che Ignazio Marino ha conosciuto i primi guai con le ricevute per le cene, qui che ha subito un oltraggio alla sua carriera e al consolidato orgoglio. Cresciuto sfiorando un nume tutelare della trapiantologia moderna, Thomas Starzl, che nel 1963 innestò il primo fegato su un bimbo di tre anni, nel 1997 Marino riuscì a farsi affidare da Jeffrey A. Romoff la direzione dell'Istituto Mediterraneo per trapianti e terapie ad alta specializzazione, ottanta posti letto voluti a Palermo dal governatore Cuffaro e inaugurati due anni dopo.

In quelle stagioni siciliane, oltre ad operare in sala, il dottor Marino iniziò a sperimentare l'arte dell'amministrazione pubblica, palestra per una futura politica già avvistata. "Gestivo venti milioni l'anno", ha raccontato. Ma è sulle minuzie che arrivano le contestazioni. Un precedente che tornerà negli anni da sindaco, una coazione a ripetere che taglierà le gambe prima a un chirurgo scalatore e poi a un intraprendente politico.

Ottomila dollari contestati in nove mesi (in attesa di controllare a ritroso i cinque anni precedenti). Una piccola cresta. Messa così, nero su bianco il 6 settembre 2002, dal superpresidente Romoff: "Riteniamo di aver scoperto una serie di irregolarità intenzionali e deliberate con note scritte da lei a mano e sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi delle persone indicate sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all'Upmc di Palermo".

Dozzine di ricevute duplicate, scrisse il presidente. Irregolarità intenzionali e deliberate, sottolineò. Dimissioni immediate, da controfirmare seduta stante. "Come restituzione dei rimborsi spese doppi da lei ricevuti accetta di rinunciare a qualsiasi pagamento erogato dall'Upmc ai quali avrebbe altrimenti diritto, compreso lo stipendio per il mese di settembre 2002". Ci sono anche le ferie pagate, eventuali malattie accumulate. Nulla da pretendere per il futuro da parte del direttore Ismett per rientrare degli 8.000 dollari.

A Marino fu concessa una settimana per liberare l'ufficio di Palermo, gli venne indicato nome e cognome della persona a cui lasciare auto, chiavi dell'auto e dell'appartamento, telefonino, cercapersone, computer portatili, carte di credito aziendali, gli fu anche intimato di non fare ritorno a Pittsburgh. "Tutti i libri e i giornali acquistati da noi dovranno restare nell'ufficio di Palermo", scrisse Romoff, "e se lei deciderà di trattenerne qualcuno potrà acquistarli a un prezzo ragionevole".

Oltre alle cene, si scopre oggi, il dottor Marino chirurgo di trapianti aveva l'abitudine - secondo gli accertamenti dell'audit dell'Upmc - di mettere in doppia contabilità tutte le spese personali. "C'è una fattura, rimborsata sia a Pittsburgh che a Palermo, sulla ricarica d'inchiostro per la penna stilografica del medico". Otto euro e quaranta, richiesti due volte.

Ignazio Marino successivamente avrebbe detto che, in realtà, quei fogli erano solo un fax di presa visione, che l'università di Pittsburgh gli era diventata ostile perché lui si era accordato per un nuovo incarico direttivo con l'ospedale Thomas Jefferson di Philadelphia, che era stata una sua scelta quella di dimettersi da Palermo quando aveva scoperto che in una gara d'appalto c'era un'azienda in odor di mafia e in corsia le pressioni per favorire alcuni clinici erano diventate opprimenti.

Oggi i dirigenti dell'Upmc, qui a Pittsburgh, ribadiscono: "Nel 2002 il dottor Marino controfirmò una lettera di dimissioni immediate e quelle dimissioni dipesero soltanto dalla sua condotta contabile, non c'entrano Palermo né Philadelphia. Non è neppure vero che i controlli erano partiti dopo una segnalazione del medico, fu un'iniziativa del nostro audit di fronte a conti che non tornavano. Dopo quella lettera, sottolineaiamo, non c'è stata alcuna transazione e, d'altro canto, il dottor Marino non ci hai mai querelato né per falso né per danni subiti". Querela che, pure, il medico aveva promesso.

Il chirurgo romano riottenne, con la mediazione dell'avvocato Vittorio Angiolini, il pc utilizzato all'Ismett, alcune pubblicazioni e studi in archivio a Palermo. Tre anni dopo il senatore sarebbe riuscito a prendere 90 mila euro di risarcimento da parte di quattro giornali italiani e tredici giornalisti. Il Tribunale civile di Milano aveva riconosciuto un danno alla sua carriera nei modi in cui l'offesa di Pittsburgh era stata raccontata.

Ora girate il conto a Greta e Vanessa

Francesco Maria Del Vigo



11 milioni di dollari. Grosso modo nove milioni e seicentottantaduemila euro. Tanto è stato pagato per la liberazione di Greta e Vanessa, le due cooperanti rapite in Siria e poi – per fortuna – tornate sane e salve in Italia. A caro prezzo. L’agenzia viaggi-avventura Renzi è un po’ esosa. Ma tutto questo lo sapevamo, anche se i ministri Gentiloni, Pinotti e pure Boschi hanno giurato di non aver sganciato un centesimo.

Salvare le due ragazze era doveroso, ma lo si poteva fare con altri mezzi. Possibilmente senza prezzolare quelli che non vedono l’ora di sbudellarci. La verità la sapevamo dalle autorità straniere che avevano spifferato la cifra dell’assegno staccato dal governo e consegnato ai terroristi. Ma i terroristi non accettano assegni (voi prendereste un assegno da Renzi?), non vogliono bonifici, per evidenti motivi preferiscono i contanti. Così la notizia del giorno è la foto – tratta da un’inchiesta di Al Jazeera – di un tavolone sul quale sono meticolosamente sistemati, mazzetta su mazzetta, undici milioni di dollari. Fa effetto. Una persona normale non ha mai visto così tanto denaro.

Ecco una persona normale, un italiano medio s’incazza davanti a questa foto. Benedice la liberazione delle due vispe terese, ma s’incazza. Perché quei soldi che lo Stato ha consegnato a dei delinquenti sono soldi suoi. Sono quelli che gli prende ogni mese dallo stipendio, quelli che gli frega con gli studi di settore, sono quelli che gli estorce con le cartelle esattoriali. O magari, sono i soldi che la Pubblica Amministrazione non paga agli imprenditori, lentissima a saldare i debiti con i deboli, zelante nel sistemare i conti con i terroristi.

E poi c’è una differenza non da poco: a Greta e Vanessa non glielo ha prescritto il medico di andare in una zona di guerra. Nemmeno lo Stato. Lo hanno deciso loro liberamente. E il conto lo abbiamo pagato noi, foraggiando il terrore internazionale e mettendo in pericolo tutti i nostri connazionali che sono da quelle parti. Ora gli italiani, agli occhi dei terroristi, sono dei salvadanai deambulanti e il nostro governo un comodo bancomat. Il guaio è fatto e non ci resta che leccarci le ferite. In altri paesi i ministri contaballe si sarebbero già dimessi, ma questo è un altro discorso.

Restano quei nove milioni e mezzo di euro. Di soldi dei contribuenti sputtanati per pagare le vacanze intelligenti delle due cooperanti. Perché lo stato – esattore inflessibile e puntuale con tutti i suoi cittadini – non recapita a casa di Greta e Vanessa una bella cartella esattoriale con il conto? Pagabile a rate, ovviamente.

PS Non solo a loro, ovviamente, ma a tutti quelli che si sono fatti l’erasmus alternativo a spese dello Stato

Ecco la prova che l’America NON sta distruggendo l’Isis

Marcello Foa



Navigando su internet ho trovato un documento molto interessante, anche perché la fonte è insospettabile: il Council on Foreign Relations, ovvero il think tank di altissimo livello che forma le élites sia del partito democratico che di quello repubblicano destinate a governare il Paese. Molti lo considerano, non a torto, il vero pensatoio della politica estera statunitense.

Uno dei suoi ricercatori Mikah Zenko ha paragonato i bombardamenti degli americani nelle grandi missioni militari degli ultimi vent’anni  con quelli in Siria. Vediamoli. Da quando un anno fa è stata lanciata la campagna militare contro l’Isis il Pentagono ha sganciato 43 bombe al giorno, mentre in Irak nel 2003 ne lanciò 1039, in Afghanistan 230, in Kosovo 364 e nel 1991 nella prima guerra addirittura 6123.

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E ricordatevi la polemica di qualche mese fa, di cui ho dato conto su questo blog, quando i piloti statunitensi protestarono con il Pentagono per le regole di ingaggio a cui dovevano sottostare, regole così  assurde e burocratiche che di fatto vanificavano la possibilità di colpire seriamente ed efficacemente le truppe del califfato islamico.

Quando gli Usa fanno sul serio la loro force de frappe è devastante per intensità e potenza; invece quando, come accade in Siria contro l’Isis,  si limita a dei raid dimostrativi, significa che la vittoria finale non è la vera priorità e le operazioni hanno più che altro fini mediatici.

Chi invece vuole vincere è Putin. E la differenza è evidente. Il Cremlino sta colpendo molto duramente i gruppi armati salafiti in Siria,  persino con missili di lunga gittata. E che tali gruppi appartengano all’Isis o al Qaida o ad altre organizzazioni islamiche è francamente risibile: i ribelli armati moderati in Siria di fatto non esistono, sono tutti estremisti islamici della peggior risma.

Sia chiaro: al sottoscritto non piacciono né le bombe americane né quelle russe e vorrei, come ha scritto Ron Paul, che nessun ordigno insanguinasse la Siria. Sun Tzu insegna che la guerra è la soluzione estrema, a cui bisogna ricorrere solo in casi estremi e il fatto che si sia arrivato a tanto rappresenta una sconfitta per tutti i grandi Paesi, a cominciare da quelli occidentali, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia, responsabili per la destabilizzazione della regione.

Ma una volta che è dichiarata va combattuta senza se e senza ma, soprattutto avendo ben chiari gli obiettivi: l’America dice di voler sconfiggere l’Isis ma la sua priorità è di far cadere Assad ovvero l’uomo che si oppone all’Isis. E non sembra per nulla preoccupata dalla conseguenza ultima delle sue manovre che è quella di consegnare al neocaliffato e/o ad Al Qaida l’area tra Siria e gran parte dell’Iraq ovvero a un regime violento, settario, retrogrado; il peggio che si possa immaginare e ben lontano dai valori di democrazia, libertà, diritto che Washington difende e promuove in altre parti del mondo.

Capire le logiche di questa America è davvero molto difficile.

Renzi, Marino & co: la banda PD, uno spettacolo trash

Emanuele Ricucci



A Roma, almeno, cambia il significato di liberazione. 8 Ottobre.

Dopo estenuanti ore di trattative, nervi tesi e cori da stadio sotto le sue finestre, le teste di cuoio riescono a convincere Ignazio Marino ad uscire dal Campidoglio con le mani in alto, le dimissioni in tasca e l’attestato del Guinnes World Record di smentite internazionali. Con una tattica di sfondamento, le forze speciali del PD lo hanno costretto a dimettersi, facendo esplodere la ‘carica’. Eppure, fino all’ultimo, asserragliato con tecniche d’assalto, al grido “resistenza, resistenza, resistenza”, il subcomandante Marino, non voleva cedere. Era molto più dignitoso farsi prendere all’epoca dell’esplosione di Mafia Capitale o quando la città era sommersa da acqua e vergogna, piuttosto che per qualche scontrino.

Ma come in Rambo, questa volta il capo si è rotto e ne ha prontamente dato notizia al colonnello di zona: la sua fine è stata decisa. Pubblicamente, brutalmente, sfacciatamente. Giustamente! Renzi, che pure lo ha cavato fuori dagli impicci non poche volte tentando di difendere il feudo anche con l’avvicinamento di Causi, pensato come longa manus di Palazzo Chigi, questa volta ne ha decretato la fine per mano di Orfini, tenente della colonna romana del PD.

Con solo una cartucciera di penne intorno alla vita ed il basco con la stella rosa (trattasi di PD del resto) in testa, il sub sindaco Marino ha resistito stoicamente per ore, finché ha potuto, sorretto nell’animo dalle compagne Estella Marino ed Alessandra Cattoi, le due (ex) assessore(assessoresse o assesoratrici, ora non mi sovviene, dovrei consultare il gruppo di esperti per il linguaggio di genere) della sua giunta. Marino a casa, Renzi in difficoltà, Orfini boia – nel senso di esecutore, ci mancherebbe -. Ed una sola, palpabile certezza: che infinita tristezza la banda PD(democristiano). Incredibile.

Da movimento per il rinnovamento della sinistra democratica, d’ispirazione socialista, ad una SpA con le quote degli italiani. Si è creato gli spazi di legge per governare a regime e non levarsi più di torno, dal paesello al Paesone, ha difficoltà a reperire i numeri per governare, talvolta; ha letteralmente interrotto il regolare processo democratico, sospendendolo a data da cestinarsi, cestinando, poi, il subcomandante Marino, abbandonandolo letteralmente al suo destino che, nonostante tutto, nonostante Roma sia tristemente involuta da Caput Mundi a Cloaca Maxima, nonostante Mafia Capitale, nonostante l’estremo degrado e tutto ciò che ha affossato, anche agli occhi del mondo, la Città Eterna, avrebbe voluto resistere, rimanere, attaccato con le unghie sanguinanti e i denti alle poltrone dell’Aula consigliare del Campidoglio.

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Che uomini, quelli del PD! Che esempio e che classe. Quanta elegante cavalleria civile, che raccapricciante modello politico da seguire. Invischiati tra la restaurazione sul trono della Democrazia Cristiana, ne ripercuotono in ogni macroavvenimento, in ogni interscambio politico, le fattezze, le gesta, gli echi, anche meglio dei maestri democristiani. Una struttura totalitaria disegnata intorno ad un feudatario, ad uno one man show come Matteo Renzi ed al suo ego smisurato:

Nel corso dei mesi, man mano che aumentava il suo potere ma anche gli impegni governativi anche internazionali, Renzi s’è allontanato precocemente dal Pd e dalla tenuta del territorio che, in termini calcistici, è lo spogliatoio“, scriveva Marco Damilano de L’Espresso, “ha immaginato di poter coprire tutto con la sua leadership, con la sua velocità, con la potenza di fuoco mediatica, col cronoprogramma delle riforme. Invece si è dimenticato che, se non c’è partito, cultura politica, organizzazione, un cosa del genere non si regge. Che la gente, al voto regionale, si trova Raffaella Paita, la Moretti, De Luca, non lui. Per questi, lo storytelling non bastava. Non sarebbe stato credibile

Marino come De Luca e l’Italia di Renzi come quella del PD: senza serietà, in crisi umana ed economica lacerante, tra casi di corruzione, opere incompiute, perdita della residua dignità it, riforme crono programmate, aumento della povertà, ‘pacifica invasione’ di ‘qualche povero migrante’, linguaggio di genere da garantire, sessismo, razzismo, omofobia e tenuta della politica poltrona ovunque. Caotica come la Roma ottocentesca.

Una città sfinita, stremata, proveniente da anni di mala gestione, fossero solo due, che oggi, però intravede la rinascita, lenta e ponderata. Una città crepata dall’umiliazione e dalla violenza eppure, mancano ancora venti giorni. Venti lentissimi e fatidici giorni in cui il subchirurgo statunitense potrebbe ripensarci, potrebbe fare marcia indietro annullando le sue dimissioni e restaurando, anche in questo caso, il trono. L’unico uomo politico ad essere fatto palesemente cazziare da un Papa. Neanche ai tempi di Bonifacio VIII.

Ancora venti giorni. Il 28 ottobre, potrebbe essere un giorno decisivo. Novantatre anni fa furono i fascisti a marciare su Roma, speriamo, novantatre anni dopo, non sia Marino a marcirci su, facendo ancora le veci della banda PDemocristiana.

Cassa continua per terroristi

Barbara Di


Madama Boschi,

mi permetto di chiamarLa così perché Lei (è) Domina incontrastata sulle sorti del Suo governo e mi permetto rispettosamente di scriverLe dopo le ultime video-notizie emerse su Al Jazeera sul pagamento del riscatto di 11 milioni di euri cash per le famigerate e sconsiderate cooperanti, a noi e a Lei ben note.

Lei, giusto un paio di giorni fa, ha dichiarato al Parlamento, nell’esercizio delle Sue funzioni di governo, che si trattasse di “una guerra mediatica con notizie prive di fondamento” e che “occorre molta prudenza e evitare la ‘cassa di risonanza’ perché ci sono altri connazionali sequestrati, in aree di crisi“.

Eh no, Madama. Occorre proprio evitare di essere una cassa continua per sequestratori, per di più terroristi, proprio nell’interesse dei sequestrati e di tutti gli italiani all’estero. Le ricordo che non è che la vocina puntuta e la faccina appuntita la autorizzino a mentire così clamorosamente al Parlamento ed agli italiani, così come il suo più triste collega Gentiloni, che di tali Sue doti è persino privo.

Le ricordo che, nell’era moderna in cui ogni essere senziente dotato di telefonino si sente un fotografo e video-reporter, occorre fare molta attenzione nello smentire puntualmente mentendo spudoratamente, soprattutto quando si distribuiscono mazzette milionarie a simpatici terroristi (mai quanto Lei, sia chiaro) perché si rischia la figura di palta internazionale quando quelle banconote tutte in bella mostra su un tavolo finiscono su Al Jazeera e su tutti i media e social network mondiali, come giust’appunto avvenuto.

Le ricordo, altresì, che esiste dal 1991 la legge n. 82 che blocca i beni dei familiari, grazie alla quale si sono drasticamente ridotti i rapimenti a scopo di estorsione in Italia, passando dai 632 del periodo 1969-1990 ai 40 del periodo 1991-1997, fino quasi a scomparire ormai. Le ricordo, altresì, che, oltre ad aver dichiarato al proprio Parlamento ed agli italiani il falso, il governo, di cui Lei è autorevole icona e portavoce, l’ha apertamente violata quella legge.

Le ricordo, infatti, che in base all’art. 1, IV comma, “chi si adopera, con qualsiasi mezzo, al fine di far conseguire agli autori del delitto medesimo il prezzo della liberazione della  vittima” è colpevole di favoreggiamento reale (art. 379 c.p.) e punibile con la reclusione fino a 5 anni. In base all’art. 3, poi, “chiunque, essendo a conoscenza di atti o fatti concernenti il delitto, anche tentato, di sequestro di persona a scopo di estorsione o di circostanze relative alla richiesta o al pagamento del prezzo della liberazione della persona sequestrata, ovvero di altre circostanze utili per l’individuazione o la cattura dei colpevoli o per la liberazione del sequestrato, omette o ritarda di riferirne all’autorità [giudiziaria] di cui all’articolo 361 del codice penale è punito con la reclusione fino a tre anni”.

Lei, il ministro Gentiloni, il Suo Presidente e tutto il vostro governo, di grazia, a quale autorità giudiziaria le avete riferite queste notizie sul sequestro e soprattutto sul pagamento del riscatto? Perché presumo vi siate accorti di aver tirato fuori 11 milioncini in contanti, o siete talmente abituati a sprecare i nostri soldi che queste quisquilie non le notate?

Le faccio rispettosamente notare che siete voi gli unici a non aver avuto “molta prudenza” per “evitare la ‘cassa di risonanza’” e ad aver posto in serio e concreto pericolo i nostri “connazionali sequestrati, in aree di crisi”, oltre ad aver messo a rischio la sicurezza di tutti gli italiani all’estero, essendo ormai l’Italia nota a livello internazionale come cassa continua per ogni delinquente rapitore.

Mi ricordo, infine, di quando Lei, angelica fra trecce, frizzi, pianti e lazzi, portò in Italia i 31 bambini congolesi ed ora un dubbio sorge spontaneo: non è per caso ci è costata cara anche quella passerella?
Ci sarà dato saperlo un dì da Voi o attendiamo la CNN?