venerdì 9 ottobre 2015

Guardian: «L'Italia pagò 525 mila dollari di riscatto per Pelizzari»

Corriere della sera

Il quotidiano britannico, citando un documento segreto, rivela che i servizi segreti italiani per l'estero pagarono un riscatto per l'italiano rapito cinque anni fa



L'Italia avrebbe pagato un riscatto di 525mila dollari per il rilascio di Bruno Pelizzari, lo skipper italiano rapito dai pirati somali nel 2010 con la sudafricana Debbie Calitz e liberato nel 2012. Lo scrive il Guardian citando un documento «segreto» sudafricano in cui si afferma che l'Aise, i servizi italiani per l'estero, pagò il riscatto. Secondo il documento l'Aise e gli 007 somali, d'accordo con gli ostaggi, «decisero di raccontare ai media che la liberazione era stata il risultato di un'operazione delle forze di sicurezza somale». Pelizzari, che da anni viveva in Sudafrica, ex tecnico di ascensori, da anni sognava un lungo viaggio in mare, e per questo aveva noleggiato lo yacht «Sy Choizil».

Quando subirono l’arrembaggio dei predoni del mare, a bordo c’era anche lo skipper britannico Peter Eldridge, che però riuscì a fuggire e fu poi recuperato da una nave francese. Dei due, invece, non si ebbero più notizie finché, nell’ottobre del 2011, i sequestratori concessero a Pellizzari di chiamare casa: una telefonata che riaccese le speranze dei familiari, che più volte avevano lanciato appelli affinché il loro caro fosse liberato. I pirati chiedevano un riscatto di 10 milioni di dollari. Poi, un anno dopo, venne comunicata la notizia della liberazione. L'allora ministro degli Esteri, Giulio Terzi, escluse l'ipotesi del riscatto e parlò di un blitz delle forze locali.
Nessun blitz
Ma oggi, proprio mentre si riaccende la polemica per il presunto riscatto pagato per la liberazione di Greta e Vanessa, arriva una versione diversa della storia. Stando al documento segreto dell'intelligence sudafricana rivelato dal Guardian, «funzionari italiani dissero agli ostaggi di non rivelare che per il loro rilascio era stato pagato un riscatto. Ma di raccontare ai media che erano stati liberati dalle forze somale». Il documento citato fa parte di una serie di comunicazioni tra gli 007 di tutto il mondo ottenute dalla all news araba Al Jazeera che ha stretto un accordo con il quotidiano britannico per condividerle.

9 ottobre 2015 (modifica il 9 ottobre 2015 | 11:44)

Il prete giustifica la pedofilia: "I bambini cercano affetto". La diocesi lo sospende dagli incarichi

Claudio Cartaldo - Mar, 06/10/2015 - 19:44

Intervistato da La7 aveva "accusato" i bambini di essere la causa scatenante. L'arcidiocesi si dissocia e revoca gli incarichi al sacerdote

"La pedofilia posso capirla, l'omosessualità non lo so". Inizia così l'intervista di don Gino Flaim, collaboratore pastorale della parrocchia di San Giuseppe e San Pio X di Trento.



Parole incredibili che hanno lasciato interdetti tutti gli ospiti dello studio di La7 durante la trasmissione "L'aria che tira".

"Io sono stato tanto a scuola - continua il prete - e conosco i bambini. Purtroppo ci sono bimbi che cercano affetto perché non lo hanno in casa e quindi alcuni preti possono anche cedere". E alla domanda "sono quindi i bambini a provocare la pedofilia?", il parroco trentino annuisce. E aggiunge: "In buona parte sì". Insomma, la colpa è la loro (guarda qui il video).

Ma non finiscono qui le dichiarazioni del parroco. Incalzato sulla necessità per la chiesa di condannare o meno la pedofilia, don Giulio dice che piuttosto "è un peccato e come tutti i peccati vanno accettati". Un'intervista che getta al vento tutte le parole di condanna alla pedofilia fatte da papa Benedetto prima e da Bergoglio poi.

L'attenzione si è poi spostata sul tema dell'omosessualità, in questi giorni al centro della discussione del Sinodo. Polemiche rinfocolate da coming out del teologo del Vaticano. "Le malattie vengono", inizia don Gino. Ed è una malattia?, gli viene chiesto: "Penso di sì - insiste - e penso che dentro a chi vive queste situazioni, pedofilia e omosessualità, ci sia molta sofferenza, perché si vede diverso e cerca di venirne fuori". "È umano", conclude don Gino. Chissà cosa ne pensano i bambini vittime della pedofilia.

Dopo qualche ora è comparso un comunicato della Chiesa di Trento che "si dissocia pienamente dalle dichiarazioni rilasciate da un anziano prete diocesano". "Egli, interpellato dalla cronista in un contesto del tutto casuale - prosegue la nota - ha espresso argomentazioni che non rappresentano in alcun modo la posizione dell'Arcidiocesi di Trento e il sentire dell'intera comunità ecclesiale". E per cercare di spegnere la polemica, il Vescovo ha anche deciso di revocare l'incarico di collaboratore pastorale e ne ha bloccato la "facoltà di predicazione".

Il prete che giustifica la pedofilia: "Se mi cacciano predicherò al bar"

Claudio Cartaldo - Mer, 07/10/2015 - 10:10

Forse a volte, dopo averla combinata grossa, sarebbe meglio chiudersi nel silenzio. Invece don Gino Flaim, ex collaboratore parrocchiale della chiesa di San Giuseppe e San PioX di Trento, ha pensato di rilasciare a Repubblica un'intervista in cui aggiunge un carico da 90 alle sue parole a giustificazione della pedofilia ("La pedofilia posso capirla, l'omosessualità non lo so.Purtroppo ci sono bimbi che cercano affetto perché non lo hanno in casa e quindi alcuni preti possono anche cedere").

"Ma che ho detto di tanto grave"?", si chiede don Gino dicendosi sopreso di aver sollevato così tante polemiche. "Mi si sono presentati alla porta - aggiunge - ho detto solo poche parole, se ho detto qualcosa di grave l'ho detto senza saperlo". Eppure il video dell'intervista che ha rilasciato ieri ai microfoni di La7 è molto chiara. E il parroco non sembra "non sapere" cosa stesse dicendo. (guarda qui il video)

"Ma quindi giustifica i preti pedofili?", gli chiede il giornalista di Repubblica. "Ho detto che li capisco, non che li giustifico". Ma sulle frasi più gravi, ovvero sul fatto che sarebbe colpa dei bambini che in qualche modo provocano il peccato dei preti, di fatto il parroco conferma: "È vero, ci sono certi bambini che cercano affetto e se non lo trovano in famiglia lo trovano altrove: l'ho detto e lo ribadisco. È qui che cascano gli educatori. C'entra con tutti, non solo con i preti. Se gli educatori non sono come si deve sono i primi pedofili.

Con alcuni bambini gli educatori sono i primi che ci cascano". Poi aggiunge: "Ma non li giustifico. Sono pienamente d'accordo con quanto ha detto Papa Francesco, sulla sua condanna verso certi atti. Avevamo problemi a organizzare un campeggio perché un educatore voleva stare sempre vicino ai bambini. E non l'ho accettato".Sulla presenza dei pedofili tra i sacerdoti poi, don Gino non nasconde la mano: "Dico che qualche prete pedofilo ci può essere, non mi meraviglio. Ma non li giustifico. La pedofilia è una malattia. La Chiesa deve aiutare questi peccatori, occorre misericordia".

Sull'omosessualità, tema su cui il prete già ieri aveva tentennato a rispondere, aggiunge: "È un problema che non conosco. Non capisco tutto questo clamore".Intanto la Curia gli ha revocato l'incarico e la facoltà di predicare. "Non lo so - ha detto il parroco - So solo che non mi hanno fatto dire la Mesa alle 17. Mi hanno detto di andare in Curia di corsa, il diacono mi ha detto che ho rovinato la Curia trentina.

Ma come faccio ad andare? Ho 75 anni. Che vengano loro". Poi la stoccata finale: "Domani mattina vorrei ugualmente celebrare Messa, come ogni giorno. E se non potrò farlo dirò la mia predica al bar, dove la gente mi conosce, mi ascolta e non ho mai dato scandalo". "Quando ero giovane un prete mi disse di andare sempre dritto per la strada pricipale - conclude - e così ho fatto anche questa volta. Pazienza, è stato messo in croce anche Gesù Cristo"

Prete pedofilo ma celebra ancora la Messa: "Il Papa intervenga"

Claudio Cartaldo - Gio, 08/10/2015 - 19:26

In Sicilia il sacerdote, condannato dal tribunale ecclesiastico, è stato autorizzato dal Vescovo a dire Messa. La denuncia di una Onlus

Un nuovo scandalo pedofilia sembra profilarsi nell'orizzonte della Chiesa mentre è in corso il Sinodo sulla famiglia.



Solo due giorni fa le dichiarazioni di don Gino di Trento che "giustificava" i pedofili avevano scosso la tranquillità della Chiesa italiana. Ora arriva una nuova accusa che fa scendere un velo su quella lotta alla pedofilia portata avanti da papa Benedetto prima e Bergoglio poi.

Un prete siciliano ha pronunciato messa nonostante una condanna del tribunale ecclesiastico per abusi sessuali a un minore. Lo denuncia viene da una onlus antipedofilia, che ha ufficialmente chiesto a Papa Francesco di intervenire per far finire lo "scandalo". "Carlo Chiarenza - dice Roberto Mirabile, presidente de La Caramella buona - è stato condannato all'allontanamento per 8 anni dalla Sicilia e dalla sua diocesi perchè riconosciuto colpevole dalla sua chiesa di abusi sessuali nei confronti di Teodro Pulvirenti, quando quest'ultimo era un minore.

Si tratta di una condanna in primo grado, ma pochi giorni fa il vescovo Nino Raspanti di Acireale (provincia di Catania, ndr) ha scandalosamente autorizzato Chiarenza a concelebrare una messa davanti a tanti fedeli".La Messa, ha aggiunto la onlus, si è tenuta nella chiesa di Aci San Filippo, in provincia di Catania. Mirabile ha poi ricordato il caso di don Gino e delle sue parole "oscene e censurabili" sui bambini e sulla pedofilia: "Quelle erano parole - ha concluso- qui invece si è passati ai fatti".

Marino, scandali e gaffe: multe cancellate, viaggi e scontrini La parabola del «moralizzatore»

Corriere della sera

di Fabrizio Roncone

Eletto tra lo scetticismo del suo stesso partito il sindaco in bicicletta è coinvolto in tante cadute. Fino alla smentita di Papa Francesco e il caso delle cene sospette



Ignazio Marino si è dimesso cinque minuti fa e ne viene subito fuori un’altra: non è vero che girasse in bicicletta.

Ti volti e dici: no, macché, questa non può essere.
E invece sì: lui girava bello comodo in macchina e poi, cinquecento metri prima di arrivare all’appuntamento, arrivava un furgone e dal furgone gli scaricavano la bici.

La racconta così Alessandro Onorato, il capogruppo della Lista Marchini. «Uno di noi lo beccò a Villa Torlonia, fece le foto con il cellulare: avremmo voluto montarci su un casino, il sindaco ecologista faceva il furbetto, ma il giorno dopo esplose la storia della Panda rossa e allora...».

Scendiamo dal Campidoglio tutti insieme, nella penombra gialla dei lampioni un piccolo corteo di politici e fotografi, cameraman e manifestanti (fino all’ultimo sono rimasti solo quelli che contestavano il sindaco: i suoi fan hanno eroicamente resistito per un po’, al tramonto hanno mollato). Comunque, a ripensarci, prima della Panda rossa ci fu la storia delle nozze gay: con Marino che nella Sala della Protomoteca organizza una cerimonia ufficiale, s’infila la fascia tricolore e trascrive gli atti di matrimonio che sedici coppie avevano stipulato all’estero. Il giorno dopo esplode un putiferio, il prefetto dell’epoca s’infuria e gli intima di cancellare tutto «in tempi rapidi».

Sembra la battaglia di un sindaco moderno; ma nel volgere di poche settimane i romani scoprono altro: è pure un sindaco che non paga le multe. Anzi, di più: prima lascia la sua Panda Rossa negli spazi riservati ai senatori davanti Palazzo Madama senza averne più l’autorizzazione; poi qualche anima pia del centrodestra spiffera: le telecamere di controllo ai varchi d’accesso del centro storico hanno rilevato, per otto volte, l’ingresso di una Panda rossa con la stessa targa di quella del sindaco. La Panda non aveva il permesso, le otto multe non sono state pagate.

La città, intanto, agonizza.
Sporca, insicura, strangolata dal traffico. La decisione di pedonalizzare via dei Fori Imperiali - il provvedimento con cui Marino si era presentato ai romani - peggiora la viabilità di interi quartieri. Altri quartieri insorgono per motivi diversi: a Tor Sapienza si scatena la caccia all’immigrato e Marino arriva in ritardo, dimostrando di non conoscere il territorio, la struggente rabbia di certe periferie.

Abita nel cuore del centro storico, un vicolo dietro piazza del Pantheon. Un giorno apre il portone e trova i cronisti: «Oh, volete farmi festa già di buon mattino?». Quindi prova il solito numero, mettendo su un sorrisone e alzando il dito medio e l’indice aperti in segno di «V», vittoria.
Niente feste, signor sindaco, è appena esplosa l’inchiesta Mafia Capitale. Marino l’attraversa, per tragiche settimane, ripetendo sempre una frase, qualcosa tra un mantra e un esorcismo: «Io non mi sono accorto di nulla». In Campidoglio, il suo soprannome diventa «Bambi» (copyright Walt Disney).

Il chirurgo di fama che a 59 anni areriva da Genova passando per la fondazione di Massimo D’Alema «Italianieuropei» e per Palazzo Madama con un curriculum di oltre 650 trapianti d’organo (compreso il primo nella storia dal babbuino all’uomo) e il poster di Che Guevara piegato nel trolley, eletto sindaco tra lo scetticismo del suo partito, il Pd, e grazie ad un colpo di mano del potente Goffredo Bettini, non si accorge di ciò che accade nel Palazzo Senatorio.

Zero, niente, mai neppure mezzo sospetto.
Eppure è circondato da persone che fanno affari con Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, «er cecato»: così gli arrestano assessori e consiglieri, il suo partito sprofonda nel fango, arrivano Matteo Orfini, che del Pd è presidente, a fare il commissario straordinario e un ex cacciatore di mafiosi come Alfonso Sabella, a fare il super assessore alla Legalità.

Il governo della città traballa, ma la macchina amministrativa - già traumatizzata dalla terrificante cura che gli aveva riservato Gianni Alemanno - lentamente si riaccende.I camion bar della famiglia Tredicine, che erano davanti al Colosseo, vengono spostati. Chiusa la discarica di Malagrotta. Introdotte norme ferree per i cartelloni pubblicitari. Scatenata un’offensiva ai tavolini abusivi in piazza Navona. Abbattuti i muri abusivi sul lungomare di Ostia.

Poi Ignazio Marino parte.
Va in vacanza, al mare.

Ma non va a Fregene o a Sabaudia, a un’ora di macchina dalla città, come facevano altri sindaci (Francesco Rutelli e Walter Veltroni). No, va a tuffarsi nelle acque dei Caraibi. Una mattina (fuso orario) quelli del suo staff, gli telefonano: «L’altro ieri ci sono stati i funerali di un Casamonica... hai presente quella famiglia mezza nomade e mezza malavitosa? Beh, era il loro capo... si sono allargati un po’».

Petali di rosa da un elicottero che sorvolava la chiesa di Cinecittà, musiche dalla colonna sonora del «Padrino», vigili urbani di scorta al feretro.
Poteva bastare per farlo tornare.

E invece no. Finisce le vacanze con comodo, poi torna e riparte.

Destinazione Filadelfia. Al seguito di Papa Francesco. Ma da imbucato. «Ho chiesto agli organizzatori e neanche loro lo hanno invitato», precisa - gelido - il Pontefice.

La vicenda degli scontrini è di questa settimana. Con la Procura che indaga per peculato: uso spregiudicato della carta di credito del Campidoglio, cene e pranzi offerti e ospiti (tra cui l’ambasciata del Vietnam e la Comunità di Sant’Egidio) che però negano di essere stati ospiti.
I fatti sono questi.

Cioè, no: c’è un ultimo sms. Entra sul cellulare a tarda sera.
«Ma lo sai che Marino oggi, ad un certo punto, s’è chiuso a chiave nel suo ufficio e non voleva più uscire? ».

9 ottobre 2015 | 07:21

Da icona dei venduti all'archiviazione Scilipoti riabilitato

Anna Maria Greco - Ven, 09/10/2015 - 08:04

Denunciato da Di Pietro, era sotto inchiesta per il passaggio a Fi. E ora per i pm non va neppure processato

Roma - Arriva la seconda richiesta di archiviazione dei pm di Roma per le accuse di corruzione a Domenico Scilipoti e crolla un mito.



Quello del Voltagabbana per eccellenza, che salva per soldi il governo Berlusconi. Del Trasformista interessato, che si vende al miglior offerente.

Sarà per quell'inconfondibile e buffo phisique du role, tondo e brevilineo oltre che semicalvo, che lo fa somigliare tanto all'attore americano Danny De Vito, sarà per il suo modo di muoversi zompettando in parlamento e di parlare ammiccando dentro e fuori dal Palazzo, ma il senatore siciliano che in un'altra vita è stato ginecologo e agopuntore, è diventato il simbolo della categoria del Traditore, tanto più infame se va da sinistra a destra.

E se è sinonimo di banderuola, opportunista, prezzolato e altre amenità del genere, nessuno, proprio nessuno, si sogna di farne il campione del principio costituzionale di «libertà di mandato» per i parlamentari, la mancanza di un vincolo al partito nel quale vengono eletti, difeso dai giuristi come espressione di democrazia. Un'immagine cristallizzata al punto che l'altro ex Idv passato al centrodestra e accusato con lui di corruzione, Antonio Razzi, quando nel 2013 gli chiesero se avrebbe salvato il governo Letta se ne uscì con un: «Non sono mica Scilipoti».

Tutto questo non si concilia, però, con l'ultima notizia. «Dalla Procura di Roma - annuncia trionfante lo stesso senatore di Fi - arriva la seconda richiesta di archiviazione a riprova che i miei comportamenti parlamentari e politici nel 2010, quando autonomamente e per senso di responsabilità verso il Paese, decisi di appoggiare il governo Berlusconi erano corretti ed onesti».

Negli uffici giudiziari di Roma confermano tutto. L'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Caporale, che ha disposto anche accertamenti bancari sui conti correnti dei due senatori, non ha portato ad alcun risultato. E senza prove, neppure indizi di corruzione, i pm chiedono per la seconda volta al gip di archiviare.

La palla torna al giudice Gaspare Sturzo, che a luglio scorso ha bocciato la prima richiesta pretendendo altre indagini, alla luce della vicenda di «compravendita del senatore Sergio De Gregorio», svelata dalla procura di Napoli. Il gip ha già informato della richiesta il grande accusatore Antonio Di Pietro, ex leader dell'Idv che nel 2013 mise in moto gli inquirenti con la sua denuncia, e dovrà presto fissare l'udienza. Difficile immaginare che possa rifiutarsi di chiudere il caso ancora una volta.

«Auspico che ora anche il gip - dice Scilipoti- metta la parola fine su una vicenda con cui è stata creata ad arte una ignobile strumentalizzazione politica, con il solo scopo di colpire la mia reputazione e quella del presidente Berlusconi. Per la seconda volta la Procura dimostra la mia onestà morale e politica. Io agii solo per consentire al Paese, in una fase complicata, di poter contare su un governo eletto dal popolo».

Ed è il senatore azzurro, a questo punto, a prendere le distanze da colleghi di oggi che per una decisione del tutto analoga non sono stati crocefissi come lui. Facile immaginare che Scilipoti pensi soprattutto all'ex coordinatore azzurro Denis Verdini, diventato stampella del governo Renzi. «Una situazione molto differente - dice - da quanto è oggi sotto gli occhi di tutti, con decine di parlamentari che con comportamenti trasformistici si sono spostati da un gruppo all'altro senza valide ragioni legate all'interesse generale». Suona strano ma è così, Scilipoti parla di trasformismo con disprezzo. E il lessico politico deve adeguarsi.

Le toghe frenano su Marino: "Aspettiamo sviluppi politici"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 08/10/2015 - 18:06

Sulle spese del sindaco di Roma la procura aveva aperto un fascicolo. Ma al momento è ferma e aspetta di sapere se Marino si dimetterà a meno

Quando ad essere in odore di reato sono i politici di centrosinistra le procure usano i guanti bianchi. Bianchissimi. Si muovono con cautela, cercano di non creare scandalo, rinviano l'apertura delle indagini e fanno di tutto per evitare che una loro mossa possa mettere in imbarazzo il sinistro di turno.

È il caso, stavolta, di Ignazio Marino. Nei giorni scorsi, infatti, la Procura di Roma ha formalizzato l'apertura di un fascicolo sulla vicenda rimborsopoli che ha investito il sindaco capitolino. Solo un fascicolo, per carità, senza alcuna ipotesi di reato. A quel punto sarebbero dovute scattare le indagini, gli investigatori avrebbero dovuto acquisire tutte le fatture e verificare se è vero o meno che Marino è colpevole di peculato. Come ipotizzano le opposizioni, da FdI ai 5 Stelle, che hanno presentato esposto in procura.

Invece a palazzo di Giustizia tutto è fermo. I giudici attendono "gli sviluppi del caso Marino" prima di prendere una decisione se aprire o meno un processo. Il procuratore capo Giuseppe Pignatone, il procuratore aggiunto Francesco Caporale e il pm Roberto Felici si sono parlati. E hanno deciso per l'immobilismo. Non sia mai che l'apertura delle procedure giudiziare possa sparigliare le carte - già confuse - che il Pd di Renzi deve provare a rimettere a posto. La decisione presa, insomma, è quella di aspettare la prossima settimana. Nemmeno la Gdf si è ancora mossa per andare in Campidoglio a prendere tutti i documenti.

Chissà cosa sarebbe successo se nella bufera ci fosse stato un politico di centrodestra. Storia ci insegna che in questi casi nessun Pm si è mai posto la questione. Quando il potere è rosso meglio aspettare. Se è azzurro (o verde) allora no: colpire senza pietà.

La missione Mogherini ci costa 2,4 milioni per ogni scafista in cella

Giuseppe Marino - Ven, 09/10/2015 - 08:11

Lady Pesc: "Salva vite, è un vanto dell'Europa". L'ammiraglio la smentisce: "Non ci spetta, noi fermiamo trafficanti". Ma solo 16

Dai tempi dell'Ulivo, «passare alla fase due» è l'eufemismo dei politici per non dire che la fase uno non ha funzionato. Da oggi la missione europea per «interrompere il modello di business» dei trafficanti di uomini entra nella fase due.

Lo ha annunciato l'ammiraglio Enrico Credendino che dirige, dal quartier generale in zona Centocelle a Roma, un'operazione che è un rebus già dal nome: Eu-Navfor Med. L'ammiraglio non è un politico, ha solo usato i termini confezionati dalle teste d'uovo di Bruxelles guidate da Lady Pesc Federica Mogherini.

Ma l'eufemismo ulivista, dati alla mano, è particolarmente calzante: ascoltato ieri dalla Commissione parlamentare Schengen, l'ammiraglio ha tracciato un bilancio dei primi 108 giorni della missione: 22 scafisti individuati di cui 16 arrestati. Per fare i conti, bisogna tener presente che all'operazione navale hanno aderito 22 Paesi ma, a parte Germania e Regno Unito che hanno messo in mare dei mezzi, danno quasi tutti un contributo simbolico.

L'Italia invece ha stanziato per questa «Fase uno» di pattugliamenti in mare 26 milioni di euro, cui va aggiunto il contributo di quasi 12 milioni della Ue. Trentotto milioni per arrestare 16 scafisti: fanno quasi 2,4 milioni di euro di denaro dei contribuenti per ogni trafficante in manette. Forse si risparmiava ad assumerli per non farli «lavorare». Eppure Federica Mogherini, voce del nostro governo in Europa e grande sponsor della missione, ne parla così:

«È uno dei pochi motivi di orgoglio dell'Unione europea». L'italiana, Alto rappresentante della politica estera Ue, gioca sulla solita ambiguità, riferendo quante vite ha salvato la missione: oltre tremila in cento giorni.

Salvare le vite umane è certamente cosa lodevole, ma Lady Pesc omette di dire quel che l'ammiraglio Credendino ha ribadito alla commissione parlamentare presieduta da Laura Ravetto: «Il soccorso è un obbligo morale e un obbligo internazionale, ma non è parte della missione: è questa la differenza con Mare Nostrum». Dunque Mogherini ha usato strumentalmente un pur moralmente lodevole «effetto collaterale» per coprirne i risultati meno che modesti sugli obiettivi veri.

Ora si potrebbe sperare in un cambio di rotta con la fase due, ma le premesse non sono buone. Innanzitutto non è affatto chiarito quale fosse il mandato nella fase uno. Mogherini aveva spiegato che era quello di raccogliere informazioni di intelligence sulle bande che gestiscono il traffico di uomini, per poi colpirle nella fase due. E aveva anche aggiunto, lo scorso 3 settembre, che «in almeno 16 occasioni avremmo potuto catturare gli scafisti».

Anche questo non torna: secondo Credendino gli arresti sono stati effettuati. Ed è difficile che i militari abbiano agito non avendo mandato a farlo.Intorno all'operazione navale insomma c'è tanto fumo. A partire dall'idea della Mogherini, chiamare la fase due «Missione Sofia», dal nome di una bimba figlia nata a bordo di una delle navi da una migrante tratta in salvo. Al di là della giustificata soddisfazione morale dei militari protagonisti dell'episodio, è solo una mossa di marketing.

Il punto vero è che la stessa fase due, ha spiegato l'ammiraglio, è divisa in un primo livello, l'abbordaggio in acque internazionali degli scafisti (ma solo se non hanno migranti a bordo), mentre il secondo livello, colpirli nelle acque libiche, richiede una risoluzione Onu. Sulla quale per ora non c'è consenso. Per la fase tre, incursioni a terra per distruggere barconi, serve il sì libico. E qui siamo al libro dei sogni.

La bufala di Salvini sul dondolo a forma di maiale rimosso da un asilo perché offende l’Islam

La Stampa
francesco zaffarano

La storia rilanciata dal leader della Lega Nord a Porta a Porta non ha nulla di vero



Se in questi giorni avete visto dei militanti della Lega Nord esporre un’effigie di Peppa Pig non avete avuto un’allucinazione. È tutto dovuto a una polemica rilanciata, tra gli altri, da Matteo Salvini: il motivo del contendere sarebbe un dondolo per bambini a forma di maiale prima transennato e poi rimosso da una scuola dell’infanzia di Rovereto perché offenderebbe i musulmani.

orango

Il punto è che la giostra in questione non è mai stata rimossa dal giardino della scuola: come era già successo in estate con la storia della tassa sui condizionatori (rilanciata sempre da Salvini) e sul caso del cibo gettato in strada dai migranti (quella volta a indignarsi era Giorgia Meloni) i fatti sono diversi. Le maestre, preoccupate per l’altezza del dondolo, si erano limitate a transennare il gioco in attesa di sapere se questo fosse a norma. La versione delle maestre è stata resa nota dal comune di Rovereto con un comunicato che spiega che la richiesta delle maestre risale al 2 ottobre e ha trovato risposta (positiva: il dondolo è a norma) il 5 ottobre. Tutto ben prima che Salvini urlasse allo scandalo ingiustificatamente.



A ulteriore conferma del fatto che quella rilanciata dal leader leghista è una bufala, c’è anche la foto ottenuta dal sito Pagellapolitica.it, che mostra la giostra ben salda nel cortile dell’asilo. Per gli scettici, il sito spiega anche come controllare che la foto sia stata scattata veramente il 7 ottobre.

Ecco la prima foto di Torino, 176 anni fa

La Stampa
sara iacomussi

La scattò Enrico Federico Jest l’8 ottobre 1839


Enrico Federico Jest, Torino, Veduta della Gran Madre di Dio, 8 ottobre 1839 (Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna)

Centosettantasei anni fa veniva scattata la prima foto di Torino: era l’8 ottobre 1839 e il mondo accademico sabaudo ne rimase a metà meravigliato, a metà sconvolto. Come soggetto venne scelto uno degli scorci più suggestivi della città: la Gran Madre immortalata da piazza Vittorio, completata poco più di dieci anni prima. L’autore era Enrico Federico Jest, che insieme al figlio Carlo Alessandro, produsse una serie di dagherrotipi, il primo procedimento fotografico in assoluto. Il fotografo usò una macchina autoprodotta, il primo apparecchio fotografico italiano, che solo un mese prima aveva scattato le prime foto italiane a Firenze. 

La storia insegna che dopo quella prima volta ne dovette passare di tempo perché il nuovo apparecchio venisse apprezzato dai più. Non fu, infatti, amore a prima vista per l’aristocrazia sabauda: non era ancora abbastanza affinata perché ci si potessero fare ritratti e servivano competenze troppo specifiche. Bisogna invece ringraziare la borghesia, appena nata nel regno sabaudo, che con la sua voglia di innovazione e di cambiamento riuscì a comprenderne la genialità.

Da Cenerentola a Cappuccetto Rosso, la Francia dice no alle favole sessiste

La Stampa
paolo levi

La ministra francese dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha annunciato la caccia agli stereotipi di genere nei manuali scolastici, a cominciare dai classici per l’infanzia



«Tenere lontano quei libri dalla portata dei bambini!»: no, non si tratta di Cinquanta sfumature di grigio o di chissà quale altro Best-seller a sfondo erotico. Ma di Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Hansel e Gretel, i grandi classici della letteratura infantile che secondo alcuni esperti francesi sarebbero zeppi di contenuti sessisti. A Parigi, la ministra dell’Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, ha annunciato la caccia agli stereotipi di genere nei manuali scolastici. 

I nuovi programmi della scuola elementare, ha avvertito la pupilla di Francois Hollande, «sono un’occasione importante per migliorare i libri di scuola e prevenire stereotipi e discriminazioni che alimentano l’ineguaglianza tra gli alunni». Per farlo, racconta oggi Le Figaro, l’esponente del Parti socialiste si affida a uno studio del centro Hubertine Auclert, un’associazione impegnata per la parità tra i sessi, dal nome di una grande femminista di fine Ottocento. 

La ricerca sulle rappresentazioni sessiste nel primo anno di scuola elementare prende in esame 22 manuali illustrati destinati ai giovanissimi. Pubblicazioni in cui solo «il 39% dei personaggi è di sesso femminile», deplorano gli studiosi. Peggio. Già nelle prime immagini per imparare a leggere, le bimbe vengono rappresentate soprattutto all’interno, magari a giocare in spazi chiusi. Proprio come le mamme, spesso in cucina o mentre svolgono mansioni domestiche, mentre i mestieri scientifici, nel 97% dei casi, sono rappresentati esclusivamente da figure maschili.

Arriva poi l’avvertimento sulle numerose favole della cultura popolare, come appunto Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Hansel e Gretel, spesso “imbottite di rappresentazioni sessiste”. L’associazione deplora che la maggior parte di questi capisaldi della letteratura per ragazzi schiaccino i “personaggi femminili ai loro stereotipi”. E per fortuna che nei ventidue volumi presi in esame ci sono anche alcune eroine forti, che “guidano l’azione senza dipendere dai personaggi maschili”, riconosce il centro Hubertine Auclert. Mentre ancora troppi manuali parlano di Homme per indicare il genere umano.

Inoltre, nella sfera domestica «il modello dominante se non unico è quello di una famiglia composta da due genitori e di uno o più figli». Più in particolare, avvertono gli studiosi, si tratta di “coppie etero con due bimbi di sesso diverso”. Di qui la proposta di mettere più in evidenza modelli famigliari diversificati, come quello monoparentale o omoparentale, più in fase con la Francia del boom dei single e del Mariage pour tous, la legge sulle nozze gay che è uno dei fiori all’occhiello della Francia socialista di François Hollande.