sabato 3 ottobre 2015

Marino, cene e auto di lusso: 53mila euro a spese dei romani

Massimo Malpica Patricia Tagliaferri - Sab, 03/10/2015 - 10:28

Ecco i giustificativi della carta di credito in dote al sindaco: oltre alle trasferte, anche decine di ristoranti. E "Avvenire" lo attacca: "Non decide lui cosa deve dire il Papa"

Decine di migliaia di euro bruciati in cene con politici, giornalisti e medici, ovviamente tutti attovagliati con il sindaco Ignazio Marino per motivi «istituzionali».

O almeno così scrive il primo cittadino nei giustificativi di spesa della carta di credito che gli spetta come sindaco e che pagano i cittadini romani. L'eco della polemica per il suo viaggio americano è ancora forte. Ieri il quotidiano dei vescovi Avvenire lo ha bacchettato per aver «rimproverato» il Papa, reo di aver risposto alla domanda sul sindaco imbucato. «Marino pensi a ciò che deve (o non deve) dire e fare lui», ha ringhiato il quotidiano cattolico, aggiungendo che «l'urgenza di una efficace dedizione di Marino all'incarico che ha chiesto e ottenuto dagli elettori è ben chiara a tutti i cittadini, romani e non solo».

Intanto, proprio le pressioni per chiarire il costo della trasferta americana per seguire il Papa all'evento sulla famiglia (senza essere invitato), porta alla luce anche altre spese di rappresentanza. Quelle per cene e viaggi, saldate dal sindaco con carta di credito, pesano per oltre 53mila euro per due anni di mandato, più di duemila euro al mese.

Proprio spulciando nel dettaglio fatture e giustificazioni, qualche curiosità salta all'occhio. Come i 2.500 dollari spesi a New York per affittare un'auto da Nikko Limousine per 25 ore. Poi tante cene. Ci sono quei 425 euro spesi il 23 ottobre 2013 alla Trattoria Antico Fattore di Firenze per una «cena offerta per motivi istituzionali a giornalisti di testate locali per progetti di comunicazione e pubbliche relazioni».

Quanto siano «istituzionali» le pr del sindaco con i cronisti di Firenze non è chiaro. Un mese prima, il 19 settembre, «il sottoscritto Ignazio Marino» spiega di aver speso 1.270 euro al ristorante Manfredi di Roma per offrire un'altra cena «per motivi istituzionali», stavolta a «chirurghi di fama internazionale». Gli ex colleghi del sindaco che ha smesso il bisturi per la fascia tricolore sono a Roma, scrive Marino, «per partecipare a un congresso sul traffico di organi per trapianto», ma anche «per essere accolti in udienza privata da Sua Santità, Papa Francesco», aggiunge chissà perché.

Oltre ai medici, il sindaco non scorda i suoi trascorsi da prof, e dunque non disdegna di portare a cena al ristorante «Aroma» pure «due full professor americani e rispettivi accompagnatori», va da sé per motivi istituzionali. Nello specifico, «sondare possibili collaborazioni e rapporti di mecenatismo tra centri universitari, imprenditori californiani e Roma Capitale».

Il capogruppo della lista Marchini in Campidoglio, Alessandro Onorato, di fronte alla cascata di cene eleganti «istituzionali», avverte «il forte sospetto che molte delle spese di rappresentanza siano finalizzate ai rapporti personali del sindaco piuttosto che alla promozione della città». Tanto che lunedì consegnerà i documenti sulle spese di Marino alla Corte dei Conti.

Saranno i magistrati contabili a decidere se è «istituzionale» la cena a base di carpacci di pesce, aragosta e vino pregiato offerta da Marino a due rappresentanti della Comunità di Sant'Egidio. E meno male che il ristoratore ha «tagliato» il conto da 263 euro concedendo al sindaco ben 113 euro di sconto. Tra le fatture spicca, vista la polemica per la presenza da imbucato all'incontro mondiale delle famiglie, anche la cena offerta a due giornalisti stranieri a Roma per il gay pride . Marino ci teneva a spiegare «il percorso di questa amministrazione a favore dei diritti e dell'inclusione, a quattro mesi dall'introduzione del registro delle unioni civili».

La confessione del monsignore: «Sono gay e ho un compagno»

Corriere della sera

i Elena Tebano

Il teologo Krzysztof Charamsa: «Voglio scuotere questa mia Chiesa. So che ne pagherò le conseguenze: l'amore omosessuale è un amore familiare, aprano gli occhi»

Monsignore Krzysztof Charamsa

«Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana».
Intervista esclusiva del Corriere
Alla vigilia del Sinodo sulla Famiglia monsignor Krzysztof Charamsa, teologo, ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana ha deciso di fare coming out pubblicamente in un’intervista esclusiva pubblicata sul Corriere «perché siamo già in ritardo e non è possibile aspettare altri cinquant’anni. Dunque dico alla Chiesa chi sono», ha annunciato, e «che l’amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno della famiglia. Una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri. Non sono posizioni dell’attuale dottrina, ma sono presenti nella ricerca teologica».
«Voglio scuotere la coscienza della mia Chiesa»
Charamsa ha spiegato che la sua decisione è mossa da un desiderio personale di trasparenza e dalla volontà di «scuotere un po’ la coscienza di questa mia Chiesa».

3 ottobre 2015 (modifica il 3 ottobre 2015 | 09:04)

Dalle vacanze ai Caraibi al Papa: le ordinarie assurdità di Ignazio Marino

Corriere della sera

di Antonio Macaluso
Papa Francesco e Ignazio Marino

L’ha rifatto. Nell’impossibile tentativo di giustificare l’ennesimo pasticcio - quel viaggio americano che gli è costato, tra l’altro, una dura smentita da parte del Papa - Ignazio Marino è andato in tv e ha criticato proprio quella smentita: «Io non sono il Santo Padre - ha detto (bontà sua... ndr ) - ma se quella domanda l’avessero fatta a me, avrei detto che non è questo il tema e lo scopo della conferenza stampa».

Ora, non bisogna essere dei raffinati analisti per immaginare che il sindaco-gaffeur abbia scavato un altro solco sulla già dissestata direttrice Campidoglio-Vaticano. A soli 68 giorni dall’inaugurazione del Giubileo. Sarebbe bastato questo per «fare la giornata», l’ennesima di ordinaria assurdità, ma Marino non si è risparmiato e ha regalato chicche come «io non sono un sindaco sceriffo che gira con le pistole, io faccio il sindaco che amministra...» o ancora: «la città ha fatto una sorta di reset, come un computer.

Abbiamo pulito la casa, rimesso l’impianto elettrico, riaperto l’acqua, la luce e adesso stiamo ricostruendo...». Promettendo che «i romani se ne accorgeranno». Avesse pure ragione, meglio tardi che mai. E ci lasci comunque, il sindaco, il diritto di essere un po’ scettici sulle sue parole, dal momento che a oggi il saldo della sua gestione è assai negativo e asfaltato da un mix di arroganza e furbizia. Come proprio è il caso di questo ennesimo viaggio, nato in un modo, presentato in un altro e finito come il più devastante dei boomerang.

Il sindaco ha ripetuto ancora ieri che l’attività di rappresentanza fa parte del suo lavoro, cosa della quale nessuno ha mai dubitato. Ma la rappresentanza si deve sposare con la chiarezza di intenti, la trasparenza dei costi, l’opportunità sulla scelta dei tempi. E su questo è evidente che proprio non ci siamo. Le troppe ambiguità su chi ha pagato cosa e a chi nell’ultimo viaggio americano, non sono un bel segnale. Di sicuro Marino ha una gigantesca considerazione di se stesso e alla bufera risponde con un nuovo annuncio: il 6 novembre torna a New York.

2 ottobre 2015 | 08:32

Lettera d'amore a un'Italia che non ama più se stessa

Marcello Veneziani - Ven, 02/10/2015 - 23:10

Esce il saggio patriottico di Marcello Veneziani Alla riscoperta della vera identità nazionale rinnegata a causa del politicamente corretto e umiliata da istituzioni troppo mediocri



Per gentile concessione dell'autore e dell'editore, pubblichiamo uno stralcio di "Lettera agli italiani. Per quelli che vogliono farla finita con questo Paese" di Marcello Veneziani (Marsilio, pagg 160; euro 16)

Ma l'Italia ha nemici? E chi sono? È vero, come voi dite, che ci facciamo del male molto bene già da soli, ma non mancano minacce globali. La nostra civiltà corre tre pericoli principali: l'aggressione del fanatismo islamico e della sua falange armata, i terroristi; l'invasione incontrollata dell'immigrazione clandestina di massa di cui si diceva; la decadenza per stanchezza, nichilismo e denatalità. Due fattori sono esogeni e uno endogeno. Ma cosa intendiamo quando parliamo di civiltà?

Possiamo riferirci alla civiltà contemporanea, cioè al tenore di vita legato alla tecnica, agli usi e ai consumi, al benessere, facendo coincidere civiltà con civilizzazione; possiamo intenderla come la civiltà occidentale e identificarla con la libertà, la democrazia, il libero mercato, i diritti dell'individuo; possiamo richiamarci alla civiltà europea, ossia a quell'universo di valori, tradizioni, eredità che pur nella loro diversità sono uniti da una visione geopolitica e spirituale, una discendenza storica; possiamo riferirla alla civiltà mediterranea, greca, romana e cristiana e alle civiltà preesistenti nel bacino che fu culla della civiltà; possiamo estenderla alla civiltà cristiana, la sua concezione

religiosa e i suoi derivati secolari, laici e profani; possiamo circoscriverla alla civiltà italiana, discesa dalla romanità e poi legata alla nostra tradizione nazionale, alla sua lingua e alle sue tappe salienti e possiamo infine intenderla come civiltà universale, ove civile si oppone genericamente a barbaro, violento e incivile. Sette modi diversi benché spesso intrecciati d'intendere la civiltà, ma tutti messi in pericolo dai tre fattori prima indicati. Il punto di coesione e di raccolta per arginare e respingere gli assalti del fanatismo e del terrorismo, per governare e frenare i flussi migratori incontrollati e per superare la nostra pulsione di morte e declino, resta la difesa della civiltà.

Oltre ad attivare i dispositivi pratici e immunitari di difesa, dobbiamo anzitutto risvegliare il senso dell'identità a cui apparteniamo. L'identità è il Dna di una civiltà più l'esperienza che si è stratificata nel tempo, ciò che siamo per indole, eredità, storia e mentalità, frutto della natura e della cultura sedimentata nei secoli. L'identità non è un fattore inerte, fossilizzato, ma si accompagna a un processo che chiamiamo tradizione: ove si trasmettono e si selezionano nel corso del tempo, di generazione in generazione, conoscenze, patrimoni, esperienze di vita. L'identità è radice, la tradizione è la sua linfa.

Per affrontare il diverso, lo straniero e il nemico, tendiamo a cancellare la nostra identità, ritenendola un ostacolo e una chiusura. Coltiviamo due illusioni opposte: renderci accoglienti nei confronti dello straniero e dichiararci aperti, senza confini né tabù, tolleranti e benevoli verso chiunque venga da fuori o si situi al di fuori di quell'orizzonte identitario. Oppure l'illusione opposta: ci crediamo superiori perché loro sono legati ancora alle loro identità, alle loro chiuse superstizioni, mentre noi siamo globali, agiamo nel nome dell'umanità e dei diritti umani, da cittadini del mondo, ci esprimiamo con la tecnica e il mercato e non con le armi e le religioni.

Invece l'identità ci vuole per affrontare chi è differente da noi, chi è straniero, chi è ostile, chi ci dichiara guerra e compie azioni terroristiche. Affrontare vuol dire essere aperti sia al confronto che al conflitto. Gli incontri sono possibili tra identità diverse, non tra «nientità». Chi è fiero della propria identità mostra il suo volto senza maschere, è aperto, riconoscibile e non è disprezzato come un vigliacco infedele che si nasconde, che fugge, disposto a barattare la propria identità per la comoda sopravvivenza.

Chi ama la propria identità riconosce un valore positivo alle identità e dunque è in grado di comprendere e rispettare anche quelle altrui, dello straniero e perfino del nemico. Chi dà valore all'identità non calpesta le fedi, le culture e le tradizioni altrui, non irride i simboli e i riti altrui, perché ne riconosce per sua esperienza la loro importanza. Chi ama l'identità, rispetta le identità, a partire dalla propria. Amare la propria identità non vuol dire armare l'identità e imporla agli altri; vuol dire farsi carico della propria origine e del proprio destino, non abdicare né rinnegare ma risponderne, farla valere, offrirla.

C'è un pregiudizio idiota che identifica la difesa della propria identità con il razzismo.
È piuttosto il contrario: il razzismo sorge in contesti degradati, quando le identità vacillano o sono perdute, logorate, e bisogna compensarle con un racconto ideologico e un sentimento di rivalsa. Sono le identità insicure o malvissute a favorire l'ossessione del razzismo, a contrastare e opprimere l'altrui identità nel vano progetto di esaltarne per contrasto la propria.

Chi ha una salda identità non ha bisogno di riaffermarla contro qualcuno né di imporla con la forza, basta che gli sia riconosciuta e rispettata insorgendo solo quando è posta a repentaglio. E reagendo in modo adeguato: ribatte sul piano delle idee quando è attaccata sul piano delle idee e risponde con le azioni quando è aggredita con le azioni. L'identità non è una malattia che porta al razzismo, ma il razzismo è la patologia dell'identità insicura.

Il razzismo sorge dall'incertezza della propria identità e dal pregiudizio che si riafferma solo nel contrasto, stridendo con le altrui identità. Anche il fanatismo non sorge dall'identità ma dal suo collasso, è volontà di affermare un principio identitario fuori dal suo contesto, una fede fuori dal suo ambito teologico, una religione fuori dal suo ambito comunitario, come strumenti di dominazione. Le identità per i fanatici non sono culture, principi di vita e impronte spirituali ma ordigni, sentenze di morte e anatemi. I principi che hanno perduto il loro fondamento e la loro integrità cadono in balia del fondamentalismo e dall'integralismo che li elevano ad assoluti in terra al servizio della loro volontà di potenza.Marcello Veneziani

Le proteste e una legge da cambiare

Corriere della sera
di Enrico Marro

La norma che regola gli scioperi e i disagi per i cittadini

Ancora una volta uno sciopero proclamato da un sindacato minoritario riesce a fermare la metropolitana nella capitale. Ancora una volta di venerdì. Ancora una volta lasciando un profondo senso di rabbia e impotenza nei cittadini vittime di questi disagi. Cittadini che non hanno alcuna colpa del conflitto tra aziende e sindacati, ma ne pagano il prezzo, subendo danni concreti: giornate e appuntamenti di lavoro che saltano; visite mediche cui si deve rinunciare o che si raggiungono prendendo taxi costosi; anziani che devono chiamare figli o nipoti per farsi accompagnare in macchina.

A Roma, ha ricordato il garante per gli scioperi nei servizi pubblici, Roberto Alesse, quello di ieri è stato il sedicesimo sciopero del trasporto locale dall’inizio dell’anno: quasi due al mese. Su tutto il territorio nazionale, nello stesso settore, ne sono stati proclamati 255, di cui 193 effettuati. Alla base delle proteste il mancato rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da ben otto anni. Nella capitale, con l’aggravante che a circa un migliaio di lavoratori di Roma Tpl, consorzio di aziende private che gestisce parte del trasporto, non veniva più pagato lo stipendio da luglio. Motivi seri, dunque. E responsabilità pesanti dei datori di lavoro e dell’amministrazione capitolina.

L’Italia, fin dal 1990, si è dotata di una legge, la 146 sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, per molti versi avanzata e severa, se confrontata a livello internazionale. N el nostro Paese non sono possibili scioperi ad oltranza, improvvisi, totali. Serve un preavviso, devono essere garantiti dei servizi minimi, vanno rispettati intervalli di tempo tra un’astensione del lavoro e la successiva, non sono possibili sovrapposizioni che paralizzino funzioni fondamentali della vita collettiva (nei trasporti, per esempio, non possono scioperare insieme treni e aerei).

La legge ha cioè cercato di «contemperare», come dissero allora gli autori della normativa tra i quali Gino Giugni, il diritto allo sciopero tutelato dalla Costituzione e i diritti dei cittadini e degli utenti di vedersi assicurati servizi fondamentali (dai trasporti alla salute all’istruzione) anch’essi tutelati dalla Carta fondamentale. Del resto, lo stesso articolo 40 della Costituzione dice che «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».

La 146, però, ha disciplinato le modalità di svolgimento dello sciopero, ma non quelle di proclamazione. Così, ancora oggi, nulla impedisce anche a un sindacato microscopico di indire un’astensione dal lavoro, alterando proprio quell’equilibrio tra interessi diversi che la legge del 1990 voleva tutelare. Succede così, come è accaduto di nuovo ieri, che un sindacato minoritario possa paralizzare un servizio pubblico essenziale, grazie al fatto che per bloccare la metro basta che incroci le braccia una piccola parte degli addetti.

È evidente a tutti che in questo caso c’è una sproporzione tra chi innesca la protesta e le conseguenze della stessa, spesso poi amplificate dall’effetto annuncio. Ecco perché, senza nulla togliere alle ragioni di chi ieri ha scioperato a Roma (ma anche a Firenze e in altre città), è necessario un nuovo intervento per ristabilire un equilibrio non solo nel modo in cui lo sciopero nei servizi pubblici essenziali può svolgersi, ma anche nel modo in cui esso si proclama. Nella commissione Lavoro del Senato sono da tempo in discussione varie proposte di legge. Due in particolare, quella dell’ex ministro Maurizio Sacconi (Area popolare) e quella del giuslavorista Pietro Ichino (Pd), affrontano il problema,

prevedendo, limitatamente al settore dei trasporti pubblici, che lo sciopero possa essere proclamato da sindacati che rappresentino la maggioranza dei lavoratori (o comunque una soglia minima), altrimenti sarebbe necessario sottoporre la proposta al referendum tra tutti i lavoratori interessati; una regola presente, sottolinea lo stesso Ichino, in Germania, nel Regno Unito, in Spagna. Il 26 luglio scorso, sul Corriere della Sera , nell’intervista a Lorenzo Salvia, il ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha promesso che il governo avrebbe sostenuto l’approvazione in Parlamento di queste proposte. Ora bisogna accelerare .

3 ottobre 2015 (modifica il 3 ottobre 2015 | 07:33)

Che Germania sarebbe se esistesse ancora il Muro di Berlino?

Alberto Bellotto - Ven, 02/10/2015 - 20:25

Il quotidiano tedesco Der Spiegel ha provato a rispondere a una domanda elementare. 2mila miliardi risparmiati e un Paese più ricco, ma senza l'Euro

Tra meno di un mese, il 9 novembre, si ricorderà la caduta del Muro di Berlino, che nel 1989 permise alla Germania di tornare ad essere un Paese unito, superando la divisione in est e ovest imposta dalla guerra e dalla contrapposizione fra i due blocchi.



Il Der Spiegel ha provato a rispondere ad una domanda semplice. Come sarebbe oggi la Germania (e l'Europa) se il muro fosse ancora al suo posto?

Per prima cosa molti tedeschi sarebbero più ricchi. L'unificazione costò 2 mila miliardi di euro soprattutto a causa dei limiti economici della Ddr. A questo proposito oggi molti tedeschi pagano ancora l'auto-tassa per l'unificazione. All'epoca Helmut Kohl promise che l'aumento dell'8% sulle imposte sarebbe stata provvisoria, ma al momento nessun governo tedesco sembra intenzionata a toglierla.

Lo Spiegel ipotizza che l'economia dell'Ovest sarebbe rimasta molto più competitiva perché avrebbe risparmiato miliardi con meno aiuti ai disoccupati e meno pensioni anticipate. Non solo. Si ipotizza una sorta di rivalsa anche della Germania est che avrebbe probabilmente avanzato richiesta per entrare nell'Ue accedendo ai ricchi finanziamenti di Bruxelles e magari poco alla volta si sarebbe aperta all'economia di mercato esportando nei paesi vicini, come Repubblica ceca e Ungheria.

Sotto l'aspetto geopolitico la separazione avrebbe sicuramente posto un freno al processo di integrazione europea, soprattutto perché le divisioni dell'esercito sovietico sarebbero rimaste sul suolo della Ddr e forse anche la stessa Urss non sarebbe crollata nel 1991.

Ultima incognita rimane Angela Merkel. Sarebbe diventata la donna potente che controlla i destini del Paese (e dell'Europa)? Forse no, o forse si sarebbe limitata a diventare il sindaco di una Berlino divisa.

Il Muro di Berlino? Per i comunisti era legittima difesa

Mario Cervi - Mer, 05/11/2014 - 08:06

La propaganda rossa motivò l'erezione della barriera con le possibili infiltrazioni del capitalismo. Ma la storia dimostra che fu una galera per milioni di persone

Il 9 novembre 1989 il governo della Germania Est annunciò che le visite a Berlino Ovest erano permesse. Era la fine di un incubo. Il Giornale ha deciso di celebrare i 25 anni dal ritorno alla libertà con una serie di articoli di alcune tra le sue firme più prestigiose, da oggi a domenica.


Un momento dell'erezione del Muro di Berlino, iniziata il 13 agosto del 1961

Il 13 agosto del 1961 il Muro di Berlino trasformò la Repubblica Democratica tedesca, Stato anomalo e sostanzialmente illegale di fabbricazione sovietica - ma a lungo tollerato dall'Occidente -, in una immensa prigione a cielo aperto. Nella quale furono rinchiusi diciassette milioni di tedeschi. Il «Berliner Mauer» - ma anche «antifaschistischer Schutzwall», barriera di protezione antifascista - acquisì subito una tenebrosa fama. Quel torvo vincolo - prima di filo spinato, poi, con il trascorrere del tempo, sempre più tecnologicamente avanzato - incatenava un intero popolo, incatenava la libertà, incatenava la democrazia. Una data di lutto e di dolore che sarebbe durata 28 anni, fino al 9 novembre 1989, quando il Muro fu abbattuto.

La protesta internazionale fu intensa e inutile. Invano le ciarliere cancellerie europee ricordarono che meno di due mesi prima Walter Ulbricht, leader della Ddr - dalle iniziali di Deutsche Demokratische Republik -, aveva assicurato che «nessuno ha intenzione di costruire un muro». Nessuno, forse, tranne lui e i suoi suggeritori di Mosca, primo tra tutti Nikita Kruscev. Le contraddizioni non hanno mai inquietato gli Stati totalitari. E Ulbricht aveva dalla sua parte non solo gli obbedienti mezzi d'informazione dei Paesi vassalli, ma anche i partiti comunisti «occidentali».

Tra i quali ebbe modo di distinguersi, per zelo servile, il Pci di Palmiro Togliatti. L'indomani del fattaccio, il 14 agosto, l'Unità annunciò l'imprigionamento dei tedeschi dell'Est con un titolo burocratico: «Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest». Il testo della notizia spiegava che «contro le attività di spionaggio e provocazione dei revanscisti di Bonn (allora capitale della Germania federale, ndr) sono state assunte misure di sicurezza che ogni Stato sovrano applica alle proprie frontiere».

Il 17 agosto il comitato centrale del Pci ricordava il quinto anniversario della messa fuori legge dei comunisti nella Germania Ovest, rinnovando «i sentimenti della più profonda solidarietà nei confronti dei comunisti occidentali perseguitati oggi da Adenauer come ieri da Hitler». Mancava a queste attestazioni di prona ortodossia l'imprimatur a firma di Togliatti che, infatti, arrivò il 20 agosto. Il Migliore trasse spunto dall'evento berlinese per sostenere che il mondo stava assistendo a uno scontro fra il partito della guerra, capitalista, e il partito della pace, che aveva la sua guida nell'Urss.

In questo sfrontato capovolgimento della verità rientrava l'affermazione che il muro volesse impedire l'ingresso nella felice Ddr a facinorosi, complottatori, neonazisti. In realtà la Ddr si stava svuotando per l'attrazione di una Berlino «capitalista» contigua alla desolata Berlino delle fulgide sorti progressive. Due milioni e mezzo di tedeschi dell'Est - intraprendenti, ambiziosi, dotati di capacità professionali - avevano varcato il confine ancora aperto per mai più tornare nella Ddr (tranne che per le visite familiari). Invece i cultori d'una dura tetraggine tedesca avevano trovato nel comunismo la palestra perfetta per esercitare i loro talenti repressivi, spegnendo ogni capacità creativa.

Nel Paese che aveva e avrebbe ancora generato modelli automobilistici ammirati dal mondo, la tecnica della Ddr riuscì a creare l'orribile Trabant. Ho avuto la sorte di viaggiarci, un'esperienza traumatica. Il Muro di Berlino è stato il simbolo della Guerra Fredda. Il check-point Charlie, dove si lasciava la zona americana e ci si avventurava nel triste universo comunista, si è col tempo rivestito di connotati mitici. Quasi non più realtà, ma leggenda. C'è ben altro - il famoso «benaltrismo» - a cui pensare. Ma è storia recentissima e remotissima insieme.

La storia di quando i vincitori della Seconda guerra mondiale - inclusa la Francia, che vincitrice non era - si spartirono le spoglie dei vinti. La Germania fu divisa in quattro zone d'occupazione - la statunitense, l'inglese, la francese, la sovietica - e la capitale Berlino, interamente circondata da territorio in mani comuniste, ebbe anch'essa la sua divisione in quattro. In uno dei distretti «comunisti», Pankow, fu insediata la presidenza della Germania Est per cui da allora in poi si parlò anche di governo di Pankow.

L'Urss voleva azzannare la Berlino occidentale, e nel 1948 si provò a isolarla. Ma un ponte aereo straordinario nutrì Berlino, e Mosca dovette rinunciare al proposito di prendersela per fame. L'Occidente si stava invece prendendo il popolo della Germania Est con i suoi allettamenti capitalisti. Da lì il muro, con le migliaia di tentativi di superarlo e con la sua ripartizione effettiva in due muri separati da uno spazio che acquisì il macabro nomignolo di «striscia della morte» per il numero dei fuggiaschi - duecento o poco meno - abbattuti dalle guardie di frontiera.

Il 26 giugno 1963 il presidente Usa John Fitzgerald Kennedy tenne a Berlino un discorso in cui si proclamò berlinese. «Ci sono molte persone - disse - che non comprendono o non sanno quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che in Europa e da altre parti possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino!». Ogni tanto, con la memoria, ci conviene andare a Berlino. La realtà d'oggi ci sembrerà meno cupa.

L'ultimo schiaffo alla storia: torna di moda il pugno chiuso

Vittorio Macioce - Ven, 02/10/2015 - 23:15

Il funerale di Pietro Ingrao ha riportato in piazza le bandiere rosse e l'orgoglio comunista. Ciò che resta delal sinistra al tempo di Renzi

Il pugno chiuso come un requiem, come un addio, come una canzone degli anni '70, come un disco in vinile. Tutto torna, ma non è mai la stessa cosa.



Il funerale di Pietro Ingrao ha riportato in piazza le bandiere rosse, le note di Bella ciao come una sor ta di inno nazionale e l'orgoglio comunista. Il simbolo di tutto questo è il braccio sinistro alzato al cielo e la mano stretta forte, con nostalgia e spaesamento. È quello che resta della sinistra al tempo di Renzi. Non è più il saluto vigoroso cantato da Gaber. Adesso c'è da chiedersi cosa rimane quando poi riapri la mano, quanto si è consumato negli anni quel gesto qualche volta coraggioso e poi via via sempre più conformista, scontato, vuoto. Quel pugno poi finisci per stringerlo solo perché hai paura di aprirlo e non trovarci nulla. Nessuna identità, un'ideologia sconsacrata dalla storia, una promessa di felicità non mantenuta, un inganno, un muro, una bugia, una minestra riscaldata, una nuova illusione o la voglia di non morire boy scout o democristiano, sotto un leader che in tre mosse si è preso gioco, partita, incontro.

Il pugno chiuso adesso sa di frustrazione, perché quelli con la rabbia alla bocca non hanno neppure la forza di alzarla la mano. Il pugno chiuso è per quelli che hanno voglia di farsi vedere, la compagnia di giro che sbarca ad Atene a festeggiare la vittoria sciagurata di Syriza o si fanno il selfie con Pablo Iglesias, il leader di Podemos, il professore che canta il pueblo unido jamás será vencido , ma poi un po' nasconde la mano, dicendo : «Non siamo né di destra né di sinistra». E alla fine a guardarla in faccia questa nuova sinistra europea non si capisce se assomiglia a Landini, a Civati o ai grillini. Forse l'ultima. Tanto che verrebbe da dire: alzatelo bene questo pugno chiuso.

Fate almeno immaginare cosa c'è scritto dentro. Serve una scena alla Mario Brega in versione Un sacco bello. A me populista? «A zoccolè, io mica so comunista così, sa. So' comunista così!». Così, appunto, tanto per capire. Sul pugno chiuso ci si confonde. Ci sono quelli titubanti, che prima lo alzano e poi si nascondono, precisano. Come tre anni fa con Bersani che vince le primarie. È il 5 dicembre del 2012, una vita fa. È domenica sera e sul palco del Capranica a Roma si festeggia la vittoria alle primarie contro il sindacuccio di Firenze. C'è una foto che racconta tutto.

Bersani con il pugno alzato e con lui nella stessa posa Alessandra Moretti (portavoce), Roberto Speranza (coordinatore) e Tommaso Giuntella (responsabile dei giovani). Imbarazzo. Qualcuno dice che è fuori luogo. Il Pd non è il Pci. Nervosismo e giustificazioni. Macché ideologia, era un gol. Il giorno dopo Giuntella scrive su twitter : «Io esulto con il pugno chiuso anche quando segna Totti». Il partito bersaniano fa di peggio. Si prepara in fretta un video con una serie di personaggi con il pugno alzato: Alcide De Gasperi, Angela Merkel, Jesse Owens, Barack Obama, il cardinale Tarcisio Bertone e naturalmente il guanto nero di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei duecento a Città del Messico. Poi dicono che uno si perde.

È che il pugno ha una storia lontana. È il saluto dei cavalieri medievali che si tolgono l'elmo, per farsi riconoscere. È sulle barricate della Comune di Parigi e poi divampa nella Spagna antifranchista, disegnato su una cartolina di Miró, con la scritta Aidez. È rabbia e rivolta. È anarchico fino a quando non li fucilano, poi viene iscritto al Partito comunista.

In Italia è il segno della Resistenza, ma il comando generale della «Garibaldi» decide di abolirlo; poco marziale. E poi un anno fa finisce sulle cronache della mostra di Venezia. Capita che Elio Germano passeggi sul tappeto rosso e alzi il pugno destro al cielo davanti ai fotografi. Subito Gad Lerner s'indigna: «Il saluto a pugno chiuso si fa col braccio sinistro. Beata gioventù». Solo che non è così. Il braccio che si alza storicamente è il destro. È nel '68 che per sottolineare l'appartenenza a sinistra si cambia verso e il pugno diventa mancino. Beata vecchiaia.

Cos'è allora il pugno chiuso? Forse più di tutto è l'orgoglio e la disperazione dei Malavoglia. «Le burrasche che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, erano passate senza far gran danno sulla casa del nespolo e sulla barca ammarrata sotto il lavatoio; e padron 'Ntoni, per spiegare il miracolo, soleva dire, mostrando il pugno chiuso - un pugno che sembrava fatto di legno di noce -. Per menare il remo bisogna che le cinque dita s'aiutino l'un l'altro».

Nelle terre di Mussolini vietato parlare di fascismo

Davide Brullo - Sab, 03/10/2015 - 07:00

Il comune di Riccione ritira inspiegabilmente i fondi a una rassegna che aveva invitato studiosi come Parlato, Guerri, Mieli e Veneziani

Notizia: il Fascismo terrorizza anche le amministrazioni di centrodestra. Ciò che è successo al Comune di Riccione rappresenta un precedente inquietante.



Intanto, i fatti. Sul suo spazio Facebook Natale Arcuri, detto «Nanà», ma che si firma con lo pseudonimo Alberto Nardelli, che di mestiere fa il pubblicitario a Milano, ma che è salito sul trono delle cronache romagnole perché è la mente di «Noi Riccionesi», il partito al governo nella Perla Verde per tramite di Renata Tosi, una storia politica che passa anche per la Lega, avvisa che «personalmente prendo le distanze» dal ciclo di convegni di storia pensato dal Comune medesimo, attraverso l'Istituzione culturale, presieduta dall'avvocato «Johnny» Bezzi. A Natale Arcuri detto Nanà non piace che a Riccione si parli di fascismo, pare, dacché «il mio profilo culturale e morale. La mia storia e le mie sensibilità non possono accettare di essere, se pur lontanamente, accostate a queste iniziative che si prestano a facili strumentalizzazioni, di per sé, aberranti».

A cosa si riferisce, a un incontro di nostalgici hitleriani? Macché. La rassegna, titolata Riccione fa storia , intende investigare il periodo fascista (gli anni 1935-1940) attraverso eminenti intellettuali, per altro sopra le parti: Giuseppe Parlato, ordinario di Storia contemporanea a Roma; Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani; Paolo Mieli, già direttore de la Stampa e del Corriere della Sera e presidente di RCS Libri; Marcello Veneziani, che tutti sanno chi è.Insomma, non si tratta certo di camicie nere con l'intento di propagare una rivoluzione reazionaria e mussoliniana. Si dirà, chissenefrega, sono opinioni comuni di un cittadino eccentrico, che forse ha nostalgia del Pcus.

Il Sindaco Renata Tosi, però, la quale, val la pena ricordarlo, guida un'amministrazione di centrodestra con un esponente di Forza Italia come vice, fiera di aver scalzato «i rossi» dopo 70 anni di ininterrotto governo, prende molto sul serio le libere opinioni del compagno Nanà. Così, con una «determina» sospende l'iniziativa «per motivi organizzativi e di programmazione interna», rimandando a casa i relatori in attesa del sol dell'avvenire.

«Non sapevo nulla di questa iniziativa, per questo al momento l'ho bloccata. Nessuno vuole imporre né cancellare iniziative, solo che nella vita bisogna condividere», dice sbrigativamente il Sindaco, che attende il passaggio in Giunta (ieri la Tosi era in gita all'Expo, pare che il «mezzogiorno di fuoco» sia fissato giovedì prossimo) per deliberare se a Riccione sia lecito investigare il fascismo o si debba celebrare il ritorno della censura. Nel frattempo, l'iniziativa è saltata. E forse salterà anche l'intera Istituzione culturale, nonostante il Presidente Bezzi reciti il ruolo del resistente («non mi dimetto.

Per il momento»), delegittimata nella sua natura, per altro regolamentata (tra i compiti dell'organo pubblico vi è «l'attività formativa nel campo della cultura», sancita, nei rapporti con l'Amministrazione Comunale, da «reciproca autonomia funzionale e gestionale»).

La questione, però, pare altra, cioè che la cultura, anche quando la Giunta è di centrodestra, è sempre sinistra, non se ne esce. Con il paradosso che quando l'amministrazione è davvero di sinistra, allora del fascismo si può parlare per bene: nel 2009 l'allora Sindaco Massimo Pironi, poi sconfitto dalla Tosi, non si fece problemi nel finanziare con soldi pubblici un libro e una mostra su «Vittorio Mussolini e il Premio Riccione», straordinario studio sul premio cinematografico svoltosi in Riviera nel 1939, per ordine del secondogenito del Duce. Morale: il Sindaco di centrodestra ha ostacolato un gesto culturale, a Riccione non si può indagare il fascismo, se dici Mussolini (che a Riccione faceva le vacanze e in Adriatico si sgranchiva il corpo) ti esiliano.

La compagine locale di Forza Italia alza la barricata, annuncia «solidarietà a Johnny Bezzi, di fatto esautorato dal suo ruolo» e promette: «non possiamo che esprimere il nostro consenso a una manifestazione di grandissimo interesse», e ci mancherebbe altro. Resta l'atto d'imperio, degno di una amministrazione «fascistissima». O stalinista, è lo stesso.