giovedì 1 ottobre 2015

Marino corregge il Papa: "Io non avrei risposto a quella domanda"

Raffaello Binelli - Gio, 01/10/2015 - 10:01

Il sindaco Marino prova a smontare le polemiche sul suo viaggio negli Usa all'inseguimento di Bergoglio



Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, torna sulle polemiche che lo hanno coinvolto per la sua trasferta a Philadelphia in occasione del viaggio di Papa Francesco negli Usa. "Il Santo Padre va negli Stati Uniti, fa dei discorsi epocali e il giornalista italiano, quando sale a bordo dell’aereo, gli chiede se è stato lui a invitare Marino. Se l’avessero chiesto a me, avrei replicato che non era questo lo scopo del viaggio e della conferenza stampa".

Inevitabile un commento sullo scherzo de La zanzara, con il finto Renzi che ha telefonato a monsignor Paglia, il quale ha detto che Marino si era "imbucato" negli Usa al seguito del Papa. "Non esprimo opinioni sui vescovi che hanno il compito di curare le nostre coscienze. Tuttavia il portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, ieri ha smentito le affermazioni di Vincenzo Paglia. Ha detto che 'le parole inqualificabili, utilizzate nei confronti del sindaco Marino in una telefonata rubata, non corrispondono all’opinione della Santa Sede'. È stato smentito dal portavoce del Papa. Io non ho nessun commento da fare".

Marino passa al contrattacco anche su altri temi. O almeno ci prova. E nega di sentirsi commissariato dal prefetto Gabrielli: "Non mi sento assolutamente commissariato. Anzi, mi sentirei abbandonato se non ci fosse lo Stato che si assume su di sè la responsabilità della sicurezza. Se per caso un terrorista volesse fare un attentato - aggiunge - io devo avere la certezza della presenza dello Stato e del prefetto con le sue forze dell’ordine. Credo che responsabilità vanno separate: io avrò la responsabilità delle strade, della viabilità e dell’accoglienza lo Stato deve avere la responsabilità della sicurezza del Santo Padre e di tutti i milioni di pellegrini che arriveranno in città".

A chi gli chiede perché non fosse stato presente nella Capitale in alcuni momenti cruciali, come ad esempio i giorni in cui era scoppiata la polemica per i funerali show di Vittorio Casamonica, Marino risponde in modo tranchant: "Non sono un sindaco sceriffo che gira con le pistole. Io faccio il sindaco: il sindaco amministra la città, le forze dell’ordine garantiscono la sicurezza della città e queste cose sono abbastanza chiare a quasi tutti gli italiani".

Sui costi del viaggio negli Usa Marino insiste. "Le mie spese e quelle di una persona che lavora con me, e che mi ha accompagnato negli Usa sono state sostenute dalla Temple University. Dal momento che per mesi ci sono statirapporti tra il cerimoniale della città di Philadelphia, l’Arcidiocesi e il nostro cerimoniale, per vari aspetti mi ha accompagnato anche un ambasciatore che lavora in Comune, e il capo del cerimoniale e quelle spese sono state sopportate dal Comune, come è normale ed è sempre stato per tutti i sindaci nelle grandi e piccole città. Il conto esatto non lo conosco".

Il cimitero toglie il crocifisso per non offendere i "non cristiani"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 01/10/2015 - 11:21

A Burnley, nel Regno Unito, il forno crematorio ha rimosso il simbolo cristiano per andare incontro alle altre religioni. La parrocchia si ribella

Un simbolo, semplice. Ma che si porta dietro un enorme valore culturale, riconosciuto in tutta Europa e che spesso è sotto attacco. Un cimitero a Burnley, in Inghilterra, ha deciso di rimuovere il crocifisso dal suo forno crematorio per non offendere chi non vi si riconosce.

Il responsabile del cimitero si è giustificato dicendo che ormai il 40% delle funzioni è riservato a persone non cristiane o comunque non credenti. Per questo, dopo aver disposto la ristrutturazione della grande croce che sovrastava l'altarino del forno, ha deciso di non rimetterlo al suo posto. La parete rimarrà vuota tutto il tempo: se i cristiani lo vorranno esposto, dovranno richiederlo. I cristiani non sono più padroni in casa loro. Secondo gli accordi - ha detto il vescovo anglicano di Burnley Philip North al Telegraph - "la procedura standard è che la croce venga esposta tutto il giorno a meno che non sia esplicitamente richiesto di essere rimossa".

Insomma, ora sono i cristiani a dover chiedere il crocifisso. Che sta diventando sempre più un oggetto scomodo, che l'Europa laicista ha deciso di derubricare a simbolo di secondo piano, che merita di essere rimosso. Anche se la maggioranza dei cittadini lo desidera. Infatti, il 60% dei funerali è ancora richiesto da famiglie cristiane che vorrebbero vedere il crocifisso. Ma loro si devono adattare alle richieste della minoranza "non cattolica" che il direttore del cimitero e l'assessore Ken Moss hanno deciso di accontentare: "L'orientamento generale dei forni crematori - ha detto Moss - dovrebbe essere non-confessionale in modo che abbia la flessibilità necessaria per fare tutte le famiglie benvenuti, qualunque sia il loro credo".

Eppure i parrocchiani della vicina chiesa sono in rivolta. La loro voce, e quella silenziona del crocifisso, non viene mai ascoltata. Anche se sono la maggioranza. Anche se si è in un Paese cristiano.

Donna sfrattata di casa per far posto a profughi

Giovanni Masini - Gio, 01/10/2015 - 11:42

In Germania è il secondo caso: un Comune allontana un'inquilina degli alloggi popolari per lasciare spazio ai richiedenti asilo

Quando ha letto la lettera di sfratto, Gabrielle Keller non ci poteva credere.


Un senzatetto in un'immagine d'archivio

Il Comune di Esbach, la città tedesca dove vive, a poca distanza dal confine francese, le aveva ingiunto di abbandonare la propria abitazione - di proprietà comunale - dove viveva da 23 anni per far posto ai rifugiati e ai richiedenti asilo.

A Esbach, 2400 anime, non c'erano molte alternative: il sindaco Mario Schlafke ha spiegato che l'alternativa al suo sfratto sarebbe stata quella di alloggiare i richiedenti asilo in una palestra. Il Comune possiede solo due alloggi popolari, di cui uno era abitato dalla signora Keller - che, specificano dall'amministrazione comunale, pagava un affitto regolare e non un canone sociale per non abbienti.

Mentre il sindaco sostiene di aver offerto un aiuto all'ex inquilina per trovare un nuovo alloggio, la donna non solo nega queste affermazioni, ma ha anche contattato un avvocato per citare il Comune in giudizio.Quello di Frau Keller, però, non è il primo caso simile in Germania: a Nieheim, nella parte occidentale del Paese, una donna era stata allontanata dalla casa in cui viveva da sedici anni per dare asilo ai rifugiati.

I rifugiati erano solo 250 Marino ne ha voluti 3mila

Fabrizio De Feo - Gio, 20/11/2014 - 13:23

Il sindaco scarica le responsabilità sul ministro Alfano, ma è sempre più nella bufera. Il Pd spinge per il rimpasto di giunta



La bufera di Tor Sapienza, l'esasperazione delle periferie, il disagio e la stanchezza dei cittadini romani. E ai piani alti della politica la logica dello scaricabarile.

Sul sovraffollamento di richiedenti asilo nella Capitale è guerra di numeri. Per il sindaco Ignazio Marino le responsabilità sono soprattutto di Angelino Alfano «Il Lazio, con 5 milioni di abitanti, la metà della Lombardia, è la regione che accoglie oltre un quinto di tutti i rifugiati del Paese. Di questi, l'87,5% insiste su Roma. Non è che ci sia tanto da discutere».

Il messaggio è chiaro: Alfano ha mandato troppi rifugiati a Roma. Federico Rocca, responsabile Enti Locali di Fratelli d'Italia, rivela però al sito Intelligonews un'altra verità. «Marino è sindaco da un anno e mezzo ma ogni volta che c'è un problema la colpa è sempre di qualcun altro. Per carità, il ministro dell'Interno di colpe sul tema sicurezza e immigrazione ne ha tantissime ma sui centri a Roma le responsabilità sono tutte del sindaco».

Il motivo? Secondo la graduatoria del Viminale pubblicata nel gennaio scorso, a Roma sono stati assegnati 2.581 posti. Un numero che non è stato stabilito su decisione del ministero, ma sulla base della partecipazione di Roma Capitale al bando dello Sprar - il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati - un bando a cui gli enti locali aderiscono volontariamente. «L'intento del ministero era quello di dare 250 rifugiati ai Comuni con più di 2 milioni di abitanti» spiega Rocca. «Roma invece ha dato la disponibilità per 2581 posti più ulteriori 516.

Quindi se i rifugiati sono così tanti lo si deve a una precisa scelta del sindaco che non può andare troppo indietro nel tempo e incolpare Giulio Cesare visto che la data è quella del 29 gennaio 2014». Insomma per l'esponente di FdI il Campidoglio ha compiuto una scelta precisa di cui deve assumersi la responsabilità. «Il sindaco ha voluto fare il primo della classe e oggi ne paghiamo le conseguenze. Basti pensare che le altre grandi città viaggiano su numeri enormemente più bassi visto che Torino ha accolto 233 rifugiati; Milano 142 e Firenze, la città del premier, 65. Possibile che Marino non sapesse tutto questo?».

La decisione di dare ospitalità a un numero così elevato di richiedenti asilo rappresenta un onere non indifferente per l'amministrazione. Dal 2014 al 2016 il costo dell'accoglienza sarà di 35.732.207 euro l'anno. Dal momento che è un'operazione cofinanziata, la Capitale spenderà 7.234.694 euro annui, per un totale sul triennio di oltre 21 milioni. Il costo per il Viminale è di 28 milioni annui. Insomma l'onere totale per i contribuenti è di 105 milioni in 3 anni. «Per quanto tempo ancora il Pd rimarrà alla finestra ad assistere cercando solo di rimescolare le carte senza intervenire alla radice del problema?», insiste Rocca. «Mentre loro litigano, Roma è al collasso».

L'ipotesi dimissioni, però, non è in campo mentre si fa strada quella del rimpasto. Con una prima testa che potrebbe cadere: quella dell'assessore allo Sport, Luca Pancalli, che ha incontrato il sindaco impegnato a sua volta nelle «consultazioni» con il segretario del Pd romano. Pancalli potrebbe presto presentare le dimissioni e facilitare così l'operazione con la quale il Pd punta ad allontanare lo spettro delle elezioni anticipate.

Cronache con rabbia I primi ottant'anni ​di Giampaolo Pansa

Stefano Zurlo - Gio, 01/10/2015 - 08:06

Maestro di giornalismo, proveniente di sinistra, ha raccontato con successo la verità sulle stragi partigiane e la Rsi. Storici e intellettuali? Si sono infuriati



Sua nonna Caterina, analfabeta, quando gli voleva fare una confidenza, scandiva poche parole: «Non si può cantare in tutti i cortili». Per Giampaolo Pansa, che oggi taglia il traguardo degli ottant'anni, quella frase è diventata un po' un marchio di fabbrica.

Una bussola che l'ha portato per paradosso, lui figlio della cultura giacobina piemontese e poi icona di tanta sinistra, a svoltare e svoltare ancora sfuggendo a dogmi e etichette comode ma asfissianti. Se c'è una cifra nella biografia di Pansa è la liberta che impedisce di incasellarlo una volta per tutte. Oggi, nel gioco evergreen delle bandierine, molti lo considerano un uomo di destra e questo, nell'Italia dei muri e delle ideologie che non cadono, è il miglior complimento ma a metà perché Pansa è solo Pansa. Molto studio, grande curiosità, memoria prodigiosa e occhi sgranati su un mondo che non finisce di stupirlo.

Il talento, precoce, si manifesta già in prima media quando il bambino riempie da solo, alla domenica pomeriggio, un giornaletto che si chiama Nero stellati, come la squadra della sua Casale: maglia nera con stella bianca. Giampaolo, cronista di calcio, compone su un foglio protocollo che poi distribuisce in classe ottenendo in cambio cicche e caramelle. È solo il prologo di una parabola strepitosa.

Va a Torino, all'Università, e subito sintonizza le antenne: alla prima lezione di storia delle dottrine politiche il professor Luigi Firpo sciocca gli studenti parlando per un'ora dell'educazione sessuale dei giovani aztechi. Tema crudo e lontanissimo da quello del corso dedicato agli scritti giovanili di Carl Marx sulla Gazzetta Renana . Firpo finisce e Pansa alza subito la mano; segue un breve dialogo con la conclusione di Firpo che non ammette discussioni: «L'argomento non c'entra niente ma l'ho fatto per dimostrare che qui comando io e faccio quello che mi pare».

Messaggio ricevuto. Pansa annuisce ma non si adegua. Lui, figlio di un operaio, guardafili del telegrafo di Alessandria, si muove con disinvoltura in quel pantheon di teste d'uovo, proiezione dell'Italia giacobina. Quella che si considera la parte migliore del Paese e guarda dall'alto in basso il popolo che arranca. Chiede la tesi ad Alessandro Galante Garrone, altro monumento della nostra cultura, e scrive un saggio lunghissimo sulla Guerra partigiana fra Genova e il Po. Il testo vince il premio Einaudi e verrà pubblicato da Laterza. È l'incipit di una carriera sfolgorante che potrebbe portare la giovane promessa nel santa sanctorum dell' intellighenzia subalpina.

Ma lui cambia registro e torna alla sua vocazione di cronista: il 1° gennaio 1961 entra come praticante alla Stampa , redazione Province. Una scrivania anonima che non gli basta. Il 9 ottobre 1963 il disastro del Vajont segna la sua carriera: alla sera, dopo aver chiuso in tipografia la prima edizione, Pansa viene inviato a Longarone in compagnia di un inviato navigato come Francesco Rosso. In macchina, con l'autista come usava allora, Rosso si calca il borsalino sugli occhi e dorme.

Pansa, invece, resta sveglio e giunto, infine, nei pressi di Longarone riceve una sorta di battesimo del fuoco da un vecchio collega, Guido Nozzoli, che gli chiede: «Hai mai visto la guerra?». Alla risposta negativa, l'altro replica secco: «Vai avanti e la vedrai». Il primo pezzo ha un incipit semplice e memorabile: «Scrivo da un paese che non c'è più». Da incorniciare come quello, celeberrimo di Tommaso Besozzi sul bandito Giuliano: «Di sicuro c'è solo che è morto».

Poi i suoi articoli e le sue inchieste non si contano più: da Piazza Fontana allo scandalo Lockeed che contribuisce a scoperchiare insieme a Gaetano Scardocchia. Pansa è il principe degli inviati speciali ma anche questo vestito dopo un po' è da buttare. Eccolo a Repubblica , dove sarà vicedirettore, poi collaboratore di lusso nel Panorama di Claudio Rinaldi e condirettore all' Espresso ferocemente anti-berlusconiano ancora con Rinaldi, e poi nella stagione più levigata di Giulio Anselmi.

La sua rubrica, Il Bestiario , inventata a Panorama e traslocata poi all' Espresso , entra nell'immaginario collettivo, i suoi graffi si fissano nel tempo e diventano quasi didascalie da antologia di alcune maschere della politica nazionale. Ritratti corrosivi e inarrivabili. Fausto Bertinotti è il Parolaio rosso, ma il sarcasmo sintetico dello scrittore dà il meglio fotografando l'inciucio, nella Bicamerale, fra Berlusconi e D'Alema. Nasce il Dalemoni che aprirà un filone inesauribile della satira.

Potrebbe pure bastare, ma alla non più verde età di sessantotto anni lo studente modello di storia torna a sgomitare e si apre la strada, mandando all'aria poltrone e allori. Nel 2003 esce Il sangue dei vinti , che poi è quello dei fascisti massacrati senza pietà e senza regole nelle settimane successive alla fine della Guerra. Dopo aver osservato con la lente d'ingrandimento i tic e le smorfie dei notabili democristiani e socialisti riuniti a congresso, Pansa si butta su chi la voce l'ha persa nel 1945. Lui, che arriva dall'altra parte, racconta la mattanza di quei mesi, i silenzi, le vergogne inconfessabili di chi è stato protetto troppo a lungo dallo scudo di una presunta superiorità morale.

Gli danno del revisionista, del traditore, del venduto. Lui non fa una piega. Gira tutto lo stivale a presentare quel volume e quella pagina di storia che era stata strappata dai sacri testi. Lo contestano, gli gridano insulti, lui scrive e scrive ancora: Sconosciuto 1945 e La Grande bugia . Sempre per Sperling & Kupfer. Sempre con la lente d'ingrandimento e con il piccone in mano. La sua parrocchia lo rinnega, si ritrova a firmare per il Riformista e poi per Libero . Continua a produrre titoli, storie e controstorie, con un ritmo da catena di montaggio.

A febbraio pubblica per Rizzoli La destra siamo noi , ovvero il Belpaese da Scelba a Salvini . Attualità e profondità. Ma è già oltre con un altro volume: L'Italiaccia senza pace , sempre per Rizzoli, uno zibaldone di episodi e vicende del Dopoguerra accostati dall'occhio zingaro e acutissimo di uno dei più grandi giornalisti di sempre. Ancora più grande perché leale. Vicinissimo al potere, sempre lontano dai potenti.

La Germania scoppia. E ora i profughi sono un guaio per la Merkel

La Stampa
tonia mastrobuoni

Sempre più risse fra i rifugiati e Land ormai allo stremo. Malumori nel governo e i populisti crescono nei sondaggi


«Quando un prete predica, non può mai sapere se tra i fedeli ci sono adoratori del diavolo». Insomma, se tra i manifestanti anti immigrati compaiono sempre più spesso teste rasate, svastiche e braccia tese, per il capogruppo di Afd in Turingia, Bjoern Hoecke non è grave, come ha spiegato ieri al Parlamento regionale. Tanto più che la xenofobia porta voti.

La verità è che gli ex anti euro, passata la buriana della crisi della moneta unica, hanno scoperto il tema dell’immigrazione e ci si sono buttati a peso morto. Mesi fa il fondatore, Bernd Lucke, aveva lasciato proprio perché riteneva impresentabile - leggi: estremista - un’importante fetta del movimento. Senza di lui sembrano essere scomparsi gli ultimi pudori. Come dimostrano i sondaggi più recenti, la strategia paga. 

LA PROPAGANDA
La propaganda contro l’ondata di profughi che ha raggiunto la Germania sta regalando enormi consensi al partito guidato ora da Frauke Petry. In Turingia gli Afd sono risaliti al 6 per cento, in Sassonia sono schizzati addirittura al 13%, affiancando la Spd. Anche le manifestazioni anti islamiche a Dresda organizzate ogni lunedì da Pegida - che avevano suscitato molti timori lo scorso inverno, prima di piombare nel letargo in primavera - stanno vivendo un revival. All’ultima sfilata degli anti islamisti nel capoluogo sassone c’erano 8000 persone. Un quadro che sembra riflettere una crescita della destra in tutta la ex Germania Est. Come se Angela Merkel non avesse già abbastanza guai.

Il ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maizière ha confermato che in Germania continuano ad arrivare, ogni giorno, 10 mila persone. Nel solo mese di agosto ne sono arrivate 105 mila, ha aggiunto, ma settembre «sarà un mese record: negli ultimi quattro giorni ne sono arrivati 8000, 9000, 10.000 ogni giorno». Numeri che hanno indotto il presidente della Baviera e capo della Csu Horst Seehofer a sferrare un nuovo attacco al governo e alla cancelliera. «La faccenda è ormai totalmente fuori controllo - ha sibilato - e la Germania vivrà momenti drammatici, quest’inverno». 

L’alleanza storica Cdu-Csu vacilla: da quando Monaco è diventata il principale terminale attraverso il quale passano i profughi, non passa giorno che Seehofer non attacchi la cancelliera. L’ultima minaccia riguarda la possibilità che la Baviera vari da sola misure d’emergenza come respingimenti-lampo per chi è già registrato in un altro Paese. Dopo che il presidente della Repubblica, Joachim Gauck, ha detto che c’è «un limite» alla capacità di accoglienza della Germania, Seehofer ha sfidato Merkel «a dare lo stesso segnale». 

Ad aggravare il quadro contribuiscono episodi di cronaca che stanno aprendo una crepa anche tra politici e la polizia. In un centro di accoglienza di Suhl è scoppiata una mega rissa tra profughi con molti feriti, anche tra gli agenti, per una lite sul Corano. Non è il primo incidente di questo tipo, e la ministra per l’Immigrazione, Aydan Oezoguz, ha ammesso che «c’è un problema gigantesco che riguarda il sovraffollamento» nelle strutture.

Il sindacato di polizia ha chiesto attraverso il suo presidente, Rainer Wendt, di separare i migranti in base alla religione, proteggendo in particolare i cristiani. Alcuni politici locali hanno respinto la richiesta con vigore, la ministra Oezoguz gli ha fatto eco osservando che è impossibile separare migranti «in base alla religione o all’etnia», ma anche la Croce rossa ha definito la proposta come «totalmente irrealistica».

Intanto il governo ha approvato le modifiche al diritto di asilo concordate la scorsa settimana con i Land che preparano respingimenti più rapidi e l’inclusione di Kosovo, Albania e Montenegro tra i Paesi ormai considerati «sicuri».

Vendemmia con amici, il ministero ci ripensa e cancella la multa

La Stampa
paola scola

«Situazione chiarita, non si tratta di lavoro nero»



Nessuna multa. La tradizione antica della vendemmia in famiglia e con l’aiuto dei vicini è salva. Non verrà punito il pensionato di Castellinaldo d’Alba, Battista Battaglino, sorpreso dagli ispettori a raccogliere le uve nella sua piccola vigna, nel cuore del Roero, assieme alla compagna Ada e ad alcuni amici. Perché fra loro non esiste un rapporto di lavoro, dunque non ci sarà la temuta maxi sanzione prevista nei casi di impiego in nero.

La notizia arriva da Roma. Il segretario generale del ministero del Lavoro, Paolo Pennesi: «C’è stato l’incontro alla Direzione territoriale di Cuneo, a seguito della verifica ispettiva. Al riscontro delle carte, la situazione è stata chiarita, anche in ciò che poteva lasciare margini di dubbio. Si è accertato che nella vigna con il proprietario c’erano un nipote e la compagna, insieme con un amico di famiglia e un’altra persona. Nessuno legato da rapporti di lavoro dipendente». Anche il disoccupato, che prima lavorava nell’officina del fratello di Battista, stava fra i filari, ma senza percepire nulla. «La Direzione ha preso atto delle dichiarazioni e della situazione - aggiunge -. Sono state fornite giustificazioni adeguate. Il procedimento si concluderà senza sanzioni». 

Ieri mattina l’incontro negli uffici provinciali del Lavoro, a Cuneo. Battaglino è convocato, deve fornire i documenti richiesti dagli ispettori. Parla con due funzionari, con lui c’è un esperto legale e giuslavorista di Coldiretti. Un colloquio «cordiale», dice il pensionato all’uscita, dopo una quarantina di minuti. Una delegazione di amici e coltivatori aspetta Battista in strada, con cartelli come «Amara vigna mia».

C’è Ada, la compagna, che scrivendo a «Specchio dei tempi» ha denunciato la vicenda. Il direttore dell’ispettorato, Pasquale Mottolese: «Stiamo controllando la zona tra Cuneo e Asti per verificare le condizioni di lavoro, individuare chi utilizza dipendenti in nero, migranti irregolari, minori, finte coop. Non ci sono casi di caporalato, ma sarei preoccupato se i controlli non ci fossero. Il colloquio è stato cordiale, la documentazione accolta».

Una quarantina le ispezioni, a settembre, nella zona delle viti. «L’ispettorato sta effettuando accertamenti sulla vendemmia, per contrastare eventuali irregolarità - dichiara il viceministro dell’Agricoltura, Andrea Olivero -. Questa era una vicenda paradossale, senza volontà di sfruttare lavoratori, né di sottrarre soldi allo Stato. La nostra battaglia dev’essere durissima e senza tregua dove ci sono sfruttamento e gestione indebita: non è questo il caso».

Coldiretti Cuneo precisa: «Siamo fermamente convinti che vadano combattute tutte le situazioni di illegalità e sfruttamento. Nel contempo, però, da anni denunciamo la complessità delle norme e l’eccessiva burocrazia che attanaglia le aziende. Resta difficile stabilire il confine tra il rapporto di un lavoro dipendente rispetto a una collaborazione amichevole e gratuita». Una tradizione, la vendemmia fra amici, a cui non intende rinunciare neppure il governatore Chiamparino: nelle prossime settimane, impegni istituzionali permettendo, sarà nelle Langhe, ma in forma strettamente privata. 

Padri naturali

La Stampa
massimo gramellini

Questa è una storia che farà storia. Sabato scorso, in Ohio, il signor Bachman sta portando all’altare la figlia Brittany. La guarda negli occhi e vi legge una preghiera. Capisce, ma forse ci era già arrivato da solo; punta il banco dei parenti e afferra la mano del secondo marito di sua moglie, signor Cendrosky. Qualcuno teme il peggio, visto che in passato tra i due non era corso buon sangue. Invece. «Hai lavorato duro per tirare su nostra figlia», gli dice. «Perciò adesso tocca anche a te». E lo trascina in lacrime al centro della scena, offrendogli l’altro braccio della sposa.

All’improvviso il protocollo un po’ scontato di ogni rito nuziale viene investito da una bufera di sentimenti incontrollabili. Amore e gratitudine. C’è una giovane donna che cammina verso il suo matrimonio, stretta con orgoglio tra l’uomo che l’ha messa al mondo e quello che l’ha cresciuta nella prosa della quotidianità. È un corteo da pelle d’oca, che se ne infischia dei ruoli formali e va dritto al succo della vita. In quest’epoca di famiglie liquide non è l’atto della procreazione a fare di un essere umano un genitore, ma la qualità del tempo che dedica a suo figlio. Biologico, adottivo o acquisito, importa poco. Importa che la paternità e la maternità sono diventati valori da condividere. Persino all’altare.

Caso Marino, Onorato ottiene gli atti: «Il viaggio a Filadelfia del sindaco è costato ai romani 15mila euro»

Il Messaggero

orango

«Il viaggio di Marino negli States è costato al Campidoglio oltre 15 mila euro, a tanto ammontano le anticipazioni di cassa per le spese di viaggio dei due dirigenti al seguito del sindaco e il costo del pernottamento del primo cittadino e della sua addetta stampa a New York».

Lo dichiara in una nota Alessandro Onorato, capogruppo della Lista Marchini in Campidoglio. «Abbiamo parlato con i dirigenti del Campidoglio responsabili del procedimento e possiamo dire con certezza che Marino ha dichiarato il falso -prosegue Onorato- aveva assicurato con un video messaggio sulla sua pagina Facebook che il viaggio negli Stati Uniti non sarebbe costato un euro ai cittadini romani.

Invece è costato oltre 15mila euro». «In sintesi, il sindaco Marino ha voluto partecipare all'Incontro mondiale delle famiglia senza essere stato invitato nè dal Papà nè dagli organizzatori (come ha assicurato lo stesso Papa Bergoglio) e per l'occasione ha pensato bene di portarsi lo staff del Campidoglio - pagato dai contribuenti: Capo del cerimoniale, consulente diplomatico e ufficio stampa - conclude Onorato.

A questo punto è chiaro quale fosse l'interesse del Sindaco, non altrettanto quello dei romani. Anche perchè Marino continua a sostenere che viaggia spesso per raccogliere fondi, ma l'80% di quelli raccolti arriva dall'Italia».

L’uomo che ha incastrato Marino, e non solo…

Olga Mascolo

ANDRO-MERKU-

Si è finto Renzi e ha chiamato il Monsignor Paglia chiedendogli se il sindaco di Roma si fosse imbucato durante la visita del Papa a Philadelphia. L’imitatore Andro Merkù è la voce dietro gli scherzi de La zanzara. Cinquantenne ricciolino e friulano, attore e autore teatrale, magro e delicato, occhiali e maglietta. Con la voce di Renzi ha ottenuto dal Monsignore Paglia delle dichiarazioni che sono finite sulle prime pagine di tutti i giornali. Marino non è stato invitato, il Papa si è infuriato, e la Chiesa è imbarazzata da Marino in vista del Giubileo. BAM.

Come nasce uno scherzo telefonico? Viene stabilito o improvvisato?
Gli scherzi vengono tutti scritti e nascono in redazione. Siamo in quattro, facciamo la rassegna stampa e poi discutiamo delle idee con Giuseppe Cruciani, che ci dà indicazioni su come agire. Senza una capacità di improvvisazione non potrebbero essere realizzati. Bisogna essere pronti a cambiare le risposte al volo, in base a quello che dice l’interlocutore.

Uno scherzo telefonico è giornalismo o intrattenimento?
Gli scherzi telefonici sono un format, sono sempre esistiti. C’è una bibliografia nutrita. In America nessuno si scandalizza. Si pensi a Guzzanti che ha telefonato come Pertini a Renzo Arbore in diretta televisiva. Gli scherzi sono intrattenimento, ma quando li facciamo non sappiamo che cosa uscirà. A volte esce un calembour a volte una notizia.

Fai finta di essere un’altra persona. E’ deontologicamente valido come metodo per ottenere una notizia?
E’ al limite di quello che è consentito e quello che non è consentito. All’inizio io non pensavo nemmeno che fosse un problema. Adesso mi rendo conto che siamo borderline.

Si tratta di argomenti di interesse pubblico.
E’ giusto che la gente sappia. Poi ognuno la pensa diversamente. La conferma arriva perché quello che noi produciamo viene ripreso dalle televisioni e dai giornali, quindi significa che sono cose interessanti.

Cruciani equipara le vostre telefonate alle telecamere nascoste dei servizi di giornalismo televisivo di inchiesta.
Sono d’accordissimo, trovo ipocrita chi si scandalizza per una telefonata. Però poi della telecamera nascosta non parla nessuno. Se non si possono fare gli scherzi telefonici non si possono nascondere le telecamere.

Il punto è che, a differenza della telecamera nascosta, qui c’è sostituzione di persona.
Sono polemiche che nascono quando vengono toccati poteri forti. Se gli scherzi si fanno a persone che non hanno ruoli di potere nessuno dice niente. E siamo bipartisan: colpiamo tutte le parti politiche, abbiamo fatto scherzi anche a Berlusconi. Quando abbiamo fatto scherzi a destra nessuno ha detto niente.  Con lo scherzo a Barca è venuto fuori il finimondo. Quando si tocca qualcuno a destra non dice niente nessuno, questo fa un po’ specie perché ci sono scherzi che vengono giudicati in un modo e altri in un altro.

Dici due pesi e due misure: ma è anche vero che lo scherzo a Berlusconi con Zoff è all’acqua di rose rispetto a quello a Barca.
Non c’è solo quello a Berlusconi: Azzollini, Cosentino. Alcuni scherzi che non ho fatto io. Decidiamo che non si può fare niente, nemmeno mettere le telecamera nascoste: mettiamo un bel bavaglio alla libertà di pensiero e alla libertà di dire le cose.

Marino deve dimettersi o no?
Non mi interessa.

Apple, arriva OS X El Capitan: da domani in aggiornamento gratuito

La Repubblica

È la nuova versione del fortunato sistema operativo dei computer Mac. Molte novità "sotto il cofano" regalano un'esperienza d'uso migliore e più velocità. Ecco su quali computer può girare

Apple, arriva OS X El Capitan: da domani in aggiornamento gratuito

CUPERTINO (California)  -  Questione di ore e anche i computer Mac si potranno aggiornare gratuitamente al nuovo sistema operativo Apple OS X El Capitan. Una piattaforma che si basa sulle funzioni rivoluzionarie e sul design di Yosemite, ma ne perfeziona l'esperienza d'uso con aggiornamenti relativi a gestione delle finestre, app integrate e ricerca Spotlight. Oltre naturalmente a miglioramenti nelle prestazioni, per rendere ancora più reattive le attività di tutti i giorni, come avviare le app e passare da una all'altra, aprire PDF e leggere le email.

"Le persone amano usare i loro Mac e una delle ragioni principali è proprio OS X con la sua potenza e facilità d'uso", ha spiegato Craig Federighi, Senior vice president software engineering di Apple. "El Capitan perfeziona l'esperienza Mac e migliora le prestazioni in tanti piccoli modi che fanno una grande differenza. Il riscontro ricevuto dal nostro programma beta OS X è stato incredibilmente positivo e pensiamo che i clienti ameranno i loro Mac ancora di più con El Capitan."

Mission Control semplificato. Con un semplice gesto ordina tutte le finestre sulla scrivania su un unico livello, per trovare più velocemente quella che serve. E se troppe finestre si affollano sulla scrivania, basta trascinarne una in alto sullo schermo per creare una nuova scrivania e organizzare al meglio il tuo lavoro. La nuova funzione Split View, la vista suddivisa, posiziona in automatico due app una accanto all'altra in full screen, così da lavorare su entrambe senza distrazioni.

Spotlight ancora più intelligente. Ora lo si può usare per controllare il valore delle azioni, le condizioni e le previsioni meteo, i risultati sportivi, calendari, classifiche e persino informazioni sui giocatori. Si possono cercare i file con Spotlight usando un linguaggio naturale. Basta digitare "email da Harrison in aprile" o "la presentazione a cui ho lavorato ieri" e Spotlight troverà esattamente ciò che si sta cercando. Si può ridimensionare la finestra di Spotlight per vedere più risultati e spostarla in qualsiasi punto della scrivania.

App integrate. Safari offre ora la comoda funzione Pinned Sites, siti appuntati, per tenere i siti preferiti sempre aperti e a portata di clic, e un nuovo pulsante per spegnere l'audio del browser al volo, da qualsiasi pannello provenga. Mail introduce i Suggerimenti Smart, che riconoscono i nomi o gli eventi nei messaggi e chiedono all'utente di aggiungerli ai contatti o al calendario con un clic. Con un semplice gesto swipe si possono eliminare i messaggi, proprio come in iOS, per destreggiarsi fra molte conversazioni mentre Mail è in full screen. In Foto, ora è possibile modificare le posizioni, cambiare le descrizioni di più immagini contemporaneamente, ordinare gli album per data o per titolo e accedere ad un editing più evoluto grazie alle estensioni per il fotoritocco dei tuoi sviluppatori preferiti.

Note tutta nuova. El Capitan integra una nuova app che permette di trascinare foto, PDF, video e altri file in una nota e di aggiungere contenuti direttamente da altre app, come link web da Safari o indirizzi da Mappe, grazie al pulsante Condividi. Le checklist facili da creare aiutano a tenere d'occhio le cose importanti da fare, mentre il nuovo browser degli allegati organizza gli allegati in un'unica vista intuitiva, così è più facile trovare ciò che serve. Con iCloud, le note sono sempre sincronizzate, così da crearle note su un dispositivo e modificarle o spuntarle su un altro.

Sistema ottimizzato. El Capitan migliora notevolmente le prestazioni di sistema sul Mac, rendendolo più veloce e reattivo. Metal, la tecnologia grafica di Apple, accelera Core Animation e Core Graphics per incrementare la velocità del rendering a livello sistema fino al 50% e aumentarne l'efficienza fino al 40%: il risultato sono prestazioni grafiche più scattanti per le app di uso comune. OS X El Capitan è disponibile come aggiornamento gratuito a partire da domani sul Mac App Store. Può girare sugli iMac venduti da agosto 2007 ad oggi, i MacBook Air venduti da novembre 2008, i MacBook venduti da ottobre 2008 (versione alluminio), i Mac mini venduti da marzo 2009, i MacBook Pro venduti da giugno 2007, i Mac Pro venduti da inizio 2008 e gli Xserve venduti da aprile 2009.

Il rebus della sinistra televisiva

Corriere della sera
di Antonio Polito

Bianca Berlinguer (Jpeg)

Annoiati dallo scontro sul Senato elettivo? Stufi dei primi piani di Gotor e Chiti? Niente paura. La prossima «guerra culturale» della sinistra si preannuncia molto più eccitante e fotogenica, quasi berlusconiana; perché si combatterà, come ai vecchi tempi, per la televisione e le sue star. In gioco c’è il destino di Rai3, molto più di una rete, vera e propria chiave d’accesso al cuore e alle menti del popolo di sinistra, resistenza catodica di un mondo che fu, a metà strada tra Guccini e Ingrao, e ne fu orgoglioso.

Prima Renzi, col fioretto del sarcasmo sull’audience dei talk show, poi il suo uomo in Vigilanza Michele Anzaldi, con la mazza ferrata di un minieditto bulgaro, e infine l’ineffabile governatore della Campania De Luca, con il kalashnikov dell’accusa di «camorrismo giornalistico», hanno reso chiaro che il Pd ripudia la «sua» rete, della quale non si sente più amato e rispettato «editore di riferimento». L’accusa, esplicitata da Anzaldi, è molto chiara: a Rai3 e al Tg3 non hanno ancora capito chi è il nuovo padrone, cioè chi comanda nel partito che comanda.

E in effetti Rai3 è un bel rompicapo fin dai tempi del Pci. Va benissimo quando la sinistra è all’opposizione, e anzi ne diventa il simbolo: quante carriere, quanti martirologi, da Michele Santoro a Sabina Guzzanti, si sono costruiti in quegli studi cantando Bella Ciao contro il regime berlusconiano! Ma, non appena la sinistra va al governo, Rai3 diventa indigesta, perché alla fine i media sono fatti dai loro lettori prima ancora che dai loro direttori, e il telespettatore di Rai3 vuole sapere ciò che non va, non ciò che funziona; vuole la denuncia, non l’agiografia; affida all’inchiesta, al talk show, alla satira il compito esorbitante di vendicare i torti della società; sogna giornalisti che si tramutino in pubblici ministeri dell’informazione (e molti aderiscono di buon grado).

Non per niente la chiamavano TeleKabul. Il mito della spina nel fianco del potere. E chi è al potere, comprensibilmente, non gradisce. E lo dice ad Anzaldi. Che non è certo Goebbels, come scrive Grillo, ma gli pare strano se un Tg critica il governo. È una storia vecchia come il cavallo di via Mazzini. Solo che Renzi aveva promesso, con grande giubilo collettivo, di mettervi fine, annunciando una rivoluzione: «fuori i partiti dalla Rai», la «più grande azienda culturale del Paese» che si libera di tessere e padroni, che non prende più ordini, cari giornalisti e programmisti sentitevi liberi di pensare solo al pubblico, e all’interesse generale. Poi, si sa come è andata.

La riforma si è arenata, il nuovo cda è stato eletto esattamente come ai tempi di Gasparri, gli uomini di partito sono tornati a fare i consiglieri, basta con questa bufala della società civile, e gli uomini di partito della Vigilanza sono tornati a comandare, un po’ meno urbanamente di un tempo. L’unica differenza è che, stavolta, non si sente volare una mosca. Neanche un girotondo, un ottavo nano da salvare, un articolo 21 da invocare. Perfino la sinistra televisiva cambia. Solo la Rai, quella no, resta sempre la stessa.

30 settembre 2015 (modifica il 30 settembre 2015 | 09:43)

La retorica di Bella Ciao ha rotto i c…

Francesco Maria Del Vigo



Pietro Ingrao per me non è un mito. Ne ho altri, finti, veri, cartacei. Ma non pretendo che siano universali. Non è un padre della Patria. Non può essere un padre della Patria uno che questa diavolo di Patria voleva svenderla a quella che sentiva la sua, di patria. Cioè la madre Russia comunista. Ma è possibile che qui ci si debba dividere tutti tra russi e americani? Ma uno che fa il tifo per l’Italia non è un’opzione disponibile? (Non la nazionale, per carità, di quelli ce ne sono troppi).

Ingrao, per me, non è un esempio. È uno che dalle colonne dell’Unità difendeva gli eccidi delle truppe russe in Ungheria e che oggi, dagli stessi che si genuflettono davanti al suo cadavere, sarebbe stato licenziato come un sovversivo criminale. Ma lui rappresenta i vincitori, anche adesso che è stato vinto dalla vita, come succede e succederà a tutti noi. Pietro Ingrao, per me, è un vecchio morto a cento anni, davanti al quale non posso che elevare un arrivederci ossequioso e laico. Perché amo gli anziani e ammiro i coerenti e gli idealisti. Anche di idee che non condivido.

E invidio le comunità. Quella folla di pugni alzati, quelle bandiere rosse con la falce e il martello, quelle ugole che si squarciano intonando Bella Ciao. È roba d’altro tempo, di un’altra era. Archeologia politica e umana. Come quelle poltrone di modernariato che dici: cavolo che design strano. Ma a casa non le vorresti mai. Ma facciamo una precisazione: evviva le comunità, evviva le idee. Ma Bella Ciao non è un inno nazionale. È un canto da ultras. Dell’antifascismo. Quella è una comunità che rispetto, ma non è una nazione.

Non è di tutti, ma di parte. Divide e non unisce. Come direbbero i moderni: è divisiva. Il mito della resistenza non è realtà, ma finzione. Se va bene fiaba. È il Babbo Natale della sinistra. Shhh. Non diciamolo a voce alta che sennò poi ci sentono. Chè l’Italia l’hanno liberata gli americani. Bella Ciao non è pace, ma guerra. E pure civile. Che è il massimo dell’inciviltà. Basta. Basta con questo culto della resistenza, con questa religione laica della Liberazione. Pure il Papa apre ai divorziati, ma le vestali di piazzale Loreto non riescono nemmeno a parlare agli a-partigiani. Basta coi talebani del 25 aprile, con i santificatori del comunismo, con quelli che ci vogliono infilare in testa il burka del politicamente corretto. Con quelli che pensano che mettere la gente a testa in giù sia un atto di libertà.

Renzi, Grasso e Mattarella avrebbero chinato il capo davanti al feretro di Giorgio Almirante? No. Perché era un fascista. Redento. Democratico. Ma c’aveva sempre quel problema lì. Non parlo del peccato mortale di aver eletto Fini come proprio delfino. Ma di quella camicia non troppo intonata coi colori alla moda. Invece erano tutti lì, davanti alle falci e ai martelli. Immobili davanti a simboli di morte. Persino Fini era uscito dal sepolcro. E pure Marino. Ma quello si imbuca ovunque: dal Vescovo di Roma al patriarca dei bolscevichi, che differenza c’è?

Anche il comunista Ingrao avrebbe mandato a quel paese quella massa di sciacalli che cerca di vivere su una (presunta) rendita di posizione. Io vorrei mandare a quel paese Renzi, Grasso, la Boldrini, la religione (catto)comunista dei partigiani, le falci e il martello, il galateo del 25 aprile e Bella Ciao. Che, ripeto, non è Fratelli d’Italia, ma una canzone più secessionista della Lega di Bossi: spacca il paese, allarga la piaga e divide gli italiani. Ma, soprattutto, rompe i coglioni. È l’ora di dire ciao. Anche a Bella Ciao.

Arresti Comune di Milano, sotto sequestro 32 lingotti d’oro

Corriere della sera



Trentadue lingotti d’oro, quasi 520mila euro in contanti, 19 orologi di pregio e oltre 120 monili e oggetti d’oro. Sono i beni sequestrati dalla Gdf di Milano, per un valore di circa 2 milioni di euro, ai due dipendenti e all’ex manager del Comune di Milano e all’imprenditore arrestati martedì per un presunto giro di tangenti. I beni sono stati trovati dai militari del Nucleo di polizia tributaria della Gdf, coordinati dal pm di Milano Luca Poniz, titolare dell’inchiesta, nella disponibilità (tra abitazioni e cassette di sicurezza) delle quattro persone arrestate ieri: Giuseppe Amoroso e Angelo Russo, entrambi «appartenenti all’Ufficio settore manutenzione del Comune di Milano», Luigi Mario

Grillone, fino al 2011 «direttore del Settore tecnico Scuole e Strutture sociali» e «dipendente di City Life spa», e Marco Volpi, titolare della `Professione Edilizia Srl´. Da quanto si è saputo, lingotti d’oro, contanti, orologi e altri oggetti di lusso sono stati sequestrati, più o meno nello stesso ammontare, a tutti e quattro gli arrestati, accusati di associazione per delinquere e corruzione (i due dipendenti anche di truffa e l’imprenditore di turbativa d’asta e falso) per un presunto giro di mazzette nel settore dell’edilizia e, in particolare, sui lavori di manutenzione di scuole e case popolari. I 32 lingotti, da un chilogrammo ciascuno, hanno un valore di 32mila euro l’uno. I quattro arrestati saranno interrogati domani dal gip di Milano Alfonsa Ferraro.

Anche truffa
I quattro avrebbero ricoperto il ruolo di «soci occulti» dell’azienda il cui titolare è stato arrestato. Ad aggiudicarsi illecitamente gli appalti attraverso un giro di mazzette sarebbe stata la società Professione Edilizia srl guidata dall’imprenditore Marco Volpi. Grillone, invece, è stato direttore del Settore tecnico scuole e strutture sociali del Comune tra il 2006 e il 2011. Il dirigente infatti era entrato nell’amministrazione nel settembre 2006 assunto per 5 anni con la delibera della giunta Moratti che stabilì, dopo l’insediamento a palazzo Marino, l’assunzione di 54 nuovi dirigenti. Quanto a Volpi, titolare della società Professione Edilizia srl, sarebbe riuscito a ottenere appalti pubblici in ambito edile attraverso gare truccate.

È questa l’ipotesi alla base dell’inchiesta della Procura di Milano: Volpi, in particolare, sarebbe riuscito a ottenere gli appalti grazie alla collaborazione dei due dipendenti del Comune e dell’ex dirigente ritenuti soci occulti della sua società. I reati sarebbero stati commessi tra il 2005 e l’ottobre 2012 e, dunque, durante le amministrazioni dei sindaci Letizia Moratti e Giuliano Pisapia. A Volpi, oltre all’accusa di associazione per delinquere e corruzione, vengono contestati anche i reati di turbativa d’asta e falso.

Ai due dipendenti del Comune, Amoroso e Russo, viene contestata anche l’accusa di truffa, perché si sarebbero assentati durante gli orari di lavoro. In particolare, Amoroso avrebbe frequentato case di prostitute. «Durante l’orario di lavoro si allontanava senza averne giustificazione, recandosi in diversi luoghi (uffici della società Professione edilizia srl; locali pubblici siti nella locale Corso Como, centro commerciale Milanofiori di Assago; luoghi di meretricio in appartamenti privati e altri)», si legge nel capo di imputazione per truffa riportato nell’ordinanza d’arresto. L’accusa di truffa è contestata anche all’altro dipendente, che però non sarebbe andato a prostitute.

30 settembre 2015 | 18:30

La bufala di Ryanair che fa volare i profughi senza visto

La Stampa
chiara severgnini

Gli architetti del falso sito web dell’iniziativa: “Alcune persone possono volare, altre no: questa è la ragione per cui i migranti affogano”



E se Ryanair sfidasse Schengen e dichiarasse di non voler più chiedere il visto ai profughi che vogliono raggiungere l’Europa? Sarebbe una mossa spudorata. E indubbiamente farebbe discutere. Ma la compagnia aerea irlandese non ha intenzione di fare nulla del genere, per quanto il sito internet RyanFair.org , con la sua grafica copiata da quello di Ryanair, voglia farci pensare il contrario. La smentita di Ryanair è arrivata nel giro di poche ore, ma la falsa pagina web è ancora online. Il suo obiettivo? Sollevare un dibattito sul modo in cui l’Europa sta affrontando l’emergenza dei profughi. 

Interpellati via mail per avere chiarimenti, gli architetti della messinscena rispondono così: «Quello del “design fiction” è un metodo che usa scenari narrativi per immaginare, spiegare e sollevare domande riguardo a possibili scenari futuri per la società: questo è il senso della campagna RyanFair.

Ovviamente, è del tutto fittizia: la si può etichettare come una bufala. Ma è una realtà possibile. Alcune persone possono volare, altre no: questa è la ragione per cui i migranti nuotano, si mettono in mare, affogano. Perché altre persone non vogliono che loro usino altri mezzi di trasporto. Non parlo di Ryanair, parlo delle regole, delle persone che fanno le regole e di quelle che le rispettano. In questo universo 3000 persone sono morte nel Mar Mediterraneo nel 2015. Per qualche ora, le altre persone hanno potuto immaginare un universo parallelo. Basta con la realtà, dobbiamo superarla. Dobbiamo cambiare le regole o violarle ». La mail è firmata Luther Blisset, di più - per il momento - non è dato sapere.

Impossibile risalire ai proprietari del dominio tramite l’apposito motore di ricerca Who.Is: le informazioni sono state criptate. A quanto sembra, però, l’indirizzo IP è localizzato in Germania, e in effetti è proprio tra i tedeschi che la notizia sta provocando più scalpore - almeno a giudicare dai social media. RyanFair sembra inserirsi nel solco di altre provocazioni analoghe, che hanno sfruttato marchi famosi per raccogliere fondi o semplicemente attirare l’attenzione sull’emergenza rifugiati. Settimana scorsa è toccato a Google, oggi tocca a Ryanair.

Il sito internet di RyanFair apre con uno slogan di forte impatto: «Benvenuti a bordo, rifugiati». L’iniziativa si rivolgerebbe ai profughi «per i quali sia applicabile il diritto di asilo Ue»: per loro non servirà più il visto per imbarcarsi a Kos, Podgorica, Bratislava o Budapest per raggiungere l’Italia, il Belgio, la Francia,la Spagna o la Germania. Le motivazioni dell’iniziativa? Il sito cita delle dichiarazioni - false - del responsabile Marketing di Ryanair, Kenny Jacobs: «Vogliamo dare il nostro contributo per alleviare le sofferenze delle migliaia di persone che sono costrette ad abbandonare le loro case per salvarsi la vita».

E le multe? Paga Ryanair, ovviamente: «Saremo fieri di coprire i costi della nostra violazione del trattato Schengen». Insomma, ci sono tutti gli ingredienti di una perfetta notizia virale: una compagnia aerea famosa, il tema - più caldo che mai - dell’emergenza profughi, la violazione delle norme europee. 

Nestlé, accusata di sfruttamento di lavoro minorile

La Repubblica
di FRANCO ZANTONELLI

La multinazionale svizzera è sotto tiro negli Stati Uniti per il sospetto di aver sfruttato bambini come lavoratori nelle piantagioni di cacao in Costa d'Avorio. Avviata una class action in California

Nestlé, accusata di sfruttamento di lavoro minorile

LUGANO - Nestlé si trova nei guai, negli Stati Uniti, in quanto sospettata di sfruttamento del lavoro minorile. Bambini ridotti in schiavitù, nelle piantagioni di cacao in Costa d'Avorio, da cui proviene la materia prima, impiegata dalla multinazionale svizzera, per la fabbricazione dei suoi prodotti a base di cioccolato. Contro Nestlé, ma in contemporanea anche nei confronti di suoi due concorrenti americani, Hershey's e Mars, é stata lanciata una class action, in California, da Steve Berman, contitolare di uno studio legale specializzato in cause di questo tipo e noto per le sue azioni legali contro altri giganti quali Enron, nel frattempo fallita, e General Motors.

"Il lavoro minorile non fa parte della nostra filosofia aziendale", la replica del gruppo elvetico. Il quale sostiene di aver investito parecchi quattrini, in Costa d'Avorio, per migliorare le condizioni di chi lavora nelle piantagioni di cacao. "In quel Paese africano- aggiunge -abbiamo creato un sistema di controlli, proprio per evitare che i bambini vengano sfruttati". Dal canto suo l'avvocato Berman, che risiede nello Stato di Washington, risponde a Nestlé affermando di essere stato ingaggiato da cittadini "indignati dal fatto che i dolciumi che essi consumano hanno un sapore oscuro".

Da segnalare che, sempre Steve Berman, non più tardi di un mese fa, ha già attaccato il colosso elvetico, con l'accusa di sfruttamento del lavoro minorile, questa volta in Thailandia. Dove Nestlé avrebbe, consapevolmente, avrebbe chiuso un occhio sull'impiego di piccoli pescatori schiavi, provenienti da Birmania e Cambogia, per le scatolette di cibo per gatti, a base di pesce. Bambini costretti a lavorare fino a 20 ore al giorno, per un salario da fame. Tra l'altro quell'avvocato che, ormai, è diventato

una sorta di bestia nera per la multinazionale svizzera, lo sta  diventando anche per Volkswagen, contro cui ha già lanciato una causa collettiva. "Possiede un'auto diesel del gruppo tedesco", ha ironizzato la tv pubblica elvetica.  

Lavare il pavimento può far male. Colpa delle pulizie "tossiche"

La Repubblica
di ALESSANDRA BORELLA

Candeggina e altri prodotti che contengono acidi o ammoniaca possono reagire e sprigionare sostanze dannose: gas che, se inalati, provocano irritazione, perdita dei sensi e, nei casi più gravi, la morte. Non sempre le etichette lo dicono, quasi mai le persone lo sanno

Lavare il pavimento può far male. Colpa delle pulizie "tossiche"

L'ACETO bianco per pulire la lavatrice mi cade per terra sul pavimento del bagno. Uso della carta assorbente per asciugare e la getto nel wc, appena pulito con un prodotto apposito che contiene ammoniaca. Poi ripasso il pavimento con un altro detersivo che contiene candeggina. Tre gesti apparentemente innocui che però hanno rischiato di avvelenarmi. A un tratto la gola gratta, fatico a respirare. Perché quello che ho inalato per un po' di minuti, senza accorgermene, è cloro gassoso, anche se in quantità irrisorie e con una bassa concentrazione. Una reazione chimica proprio sotto al mio naso. Ammoniaca, acido acetico e candeggina: un cocktail tossico.

La candeggina è composta da ipoclorito di sodio e si trova in alcuni disinfettanti e in prodotti che vengono usati quotidianamente. Mescolata ad altri detersivi o altre sostanze, però, diventa nociva e in casi estremi letale: con l'ammoniaca, con gli acidi, con il perossido di idrogeno (acqua ossigenata). Tutte sostanze contenute nei prodotti per pulire casa: spray per i vetri, detersivi per piatti, prodotti per pulire il wc, il forno oppure, l'aceto. Immaginate quanto può essere semplice, non è chimica da laboratorio, succede: pulisco lo specchio del bagno con lo spray per i vetri, un po' di gocce cadono sul lavandino e poi ci passo la candeggina.

Ammoniaca e candeggina sprigionano clorammine. Oppure ancora per pulire la lavatrice e igienizzarla trovo istruzioni su internet: consigliano dal bicarbonato alla candeggina all'aceto. Penso di mescolare tutto e verso nel cestello aceto e candeggina: ecco che respiro gas di cloro (ancora più pericoloso). Oppure, banalmente, cade per terra l'aceto e poi ci si passa sopra la candeggina per pulire. I primi sintomi da intossicazione da clorammine sono: tosse, mancanza di respiro, dolore al petto, nausea, lacrimazione, irritazione al naso alla gola e agli occhi. L’esposizione a gas di cloro, anche a livelli bassi, irrita le mucose (occhi, gola e naso), causando tosse e problemi respiratori, bruciore agli occhi e lacrimazione.

A livelli più alti di esposizione possono causare dolore al petto, difficoltà respiratorie più gravi, vomito, polmonite e versamento di liquido nei polmoni. A livelli molto elevati può causare la morte, ma difficilmente questi livelli possono essere raggiunti durante le pulizie domestiche. Il cloro può essere assorbito attraverso la pelle, con conseguente dolore, infiammazione, gonfiore e vesciche. L’acido cloridrico causa anche ustioni alla pelle, occhi, naso, gola, bocca e polmoni. Niente di grave nel mio caso. Si è trattato di un'esposizione minima e non prolungata. Ma ho cercato di leggere le etichette dei prodotti che avevo usato.

Nello spray per i vetri c'è l'ammoniaca ma, davvero, che ammoniaca e candeggina facciano clorammine proprio non ne avevo idea. L'etichetta dovrebbe dire anche quali sostanze chimiche non devono entrare in contatto con l'ammoniaca. Passando al detergente per wc e pavimenti, l'etichetta recita più o meno così: "tensioattivi aionici, tensioattivi non ionici <5%, profumo e poco altro". Fosse scritta in arabo, sarebbe uguale. Come faccio a sapere se lì dentro ci sono acidi? La normativa europea non obbliga a riportare la lista degli ingredienti in etichetta, ma deve esserci un indirizzo web al quale sarà possibile reperire tutti i singoli componenti del detersivo acquistato.

Riportare la concentrazione dei componenti potenzialmente dannosi, infatti, è obbligatoria solo nel caso in cui questa superi lo 0,2% del peso. A ciò si aggiunge che le composizioni fornite dalle aziende produttrici non sempre rispettano la nomenclatura internazionale (INCI - International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) per cui risulta difficile, per chi non fa il chimico di professione, orientarsi fra tanti nomi strani. Ricapitolando, mai mescolare i prodotti per la pulizia della casa, tenendo presente che, oltre ad essere venduta come detergente puro, l'ammoniaca è presente in alcuni detergenti per vetri e finestre, nelle urine (wc, ambiente bagno o studi medici e veterinari), in alcune vernici per interni ed esterni.

Gli acidi sono presenti nell'aceto, in alcuni detergenti per vetri e finestre, in alcuni detersivi per lavastoviglie, nei comuni detergenti per wc, nei prodotti anticalcare, nei detersivi per piatti e nella maggior parte degli smacchiatori.

Insomma, vietato versare candeggina e smacchiatore (e nel dubbio qualsiasi altra cosa) nel cestello della lavatrice, nel secchio per pulire e in nessun altro contenitore, soprattutto se l'ambiente è piccolo e le finestre sono chiuse. In Italia ogni anno si consumano 25 chilogrammi a testa di detersivo e si contano circa 10mila avvelenamenti da prodotti domestici (secondo una statistica dell' Istituto superiore di Sanità) ma al centro antiveleni dell’ospedale Niguarda di Milano, ad esempio, ogni anno arrivano 60mila richieste di aiuto per intossicazione accidentale tra prodotti per l’igiene domestica e farmaci. Quindi le precauzioni non sono mai troppe.