mercoledì 30 settembre 2015

Apple Music, attenti al rinnovo automatico

La Stampa
bruno ruffilli

Oggi scadono i 90 giorni dal debutto della servizio di streaming musicale della Mela, e chi lo ha provato per curiosità potrebbe trovarsi a pagare un abbonamento non richiesto. VI spieghiamo come fare per disattivarlo



Il giorno è oggi. Magari lo avete dimenticato, sull’onda dell’entusiasmo iniziale, ma se avete sottoscritto un abbonamento di prova ad Apple Music, da ora scatta l’opzione a pagamento. E scatta in automatico, tanto che potreste accorgervene troppo tardi, quando vi arriva la mail con la fattura. 
Al momento dell’inizio della prova, Apple aveva avvisato: nella mail di conferma si legge infatti che “non ti sarà addebitato alcun importo durante il periodo di prova, ma ti sarà addebitato un importo di 9,99 € quando l’abbonamento della durata di 1 mese sarà rinnovato automaticamente”.

La mail prosegue così: “L’abbonamento sarà rinnovato automaticamente a meno che non disattivi questa opzione prima di 24 ore dalla scadenza. Per annullare il rinnovo automatico o gestire i tuoi abbonamenti, clicca qui di seguito ed effettua l’accesso”. Chi lo ha disattivato dall’inizio, oggi ha ricevuto una mail da Apple che lo invita a ripensarci, con un link da cliccare per abboanrsi subito. 

Ma quelli che hanno provato Apple Music il primo giorno e non hanno disattivato il rinnovo automatico oggi si ritrovano l’addebito per il primo mese del contratto a pagamento. È una pratica molto comune, e non solo online: da Spotify a Deezer, dai servizi di hosting sul cloud agli
abbonamenti a riviste e giornali, per non dire delle offerte degli operatori telefonici.

Certo, sarebbe più corretto prevedere che il rinnovo automatico fosse disattivato per default e non il contrario: molti di quelli che hanno provato Apple Music novanta giorni fa avranno dimenticato quelle note nella homepage, specie se hanno sottoscritto l’abbonamento via iPhone, dove si fatica un po’ a trovarle. 

Va dato atto ad Apple che nella mail di conferma inviata all’inizio della prova, era indicato il link per disattivare il rinnovo automatico: è questo. E non è proprio facilissimo da trovare da soli: su iPhone bisogna andare su App Store e iTunes Store, poi toccare ID Apple ed entrare in Visualizza ID Apple. Inserita la password, bisogna arrivare ad abbonamenti e fare tap su gestisci. Apple Music si chiama Il tuo abbonamento. Con un tap si entra e si disattiva il rinnovo automatico. 

Si può usufruire del periodo di prova una sola volta perché è legato all’account iTunes; alla scadenza Apple Music non prevede opzioni gratuite (come Spotify, ad esempio), è possibile soltanto continuare ad ascoltare la radio Beats 1 ed accedere a Connect. L’abbonamento si può interrompere in ogni momento ed eventualmente ripartire da capo più in là; si potrà continuare a usare Apple Music per trenta giorni dall’ultimo pagamento.

O anche decidere che vale la pena di pagare 9,99 dollari (o euro) al mese per ascoltare 30 milioni di canzoni. Questa è la scommessa di Cupertino, ma non è scontato che la vinca, perché significa chiedere a chi usa Apple Music 120 dollari l’anno, quando la media della spesa annuale per la musica su iTunes arriva a stento a 30. 

Le porte aperte dell'Europa per i migranti (se sono ricchi) Con un milione di euro puoi comprare un passaporto

Corriere della sera

di Paolo Valentino

I migranti economici non sono tutti uguali, nemmeno per l'Unione europea: se sono sufficientemente facoltosi da potersi «comprare» una nazionalità, l'ingresso è rapido. E garantito

Una delle distinzioni più discusse e causa di polemica nella vicenda dei migranti è quella tra profughi (persone in fuga da guerre e atroci dittature) e immigrati economici, disperati in fuga dalla miseria e in cerca di una nuova opportunità di vita. I primi, secondo la narrativa dominante, vanno accolti come impongono le convenzioni internazionali, i secondi andrebbero rimpatriati, come se la prospettiva della fame o della carestia non sia motivo degno per affrontare i nuovi cammini della speranza. Eppure non tutti i migranti economici sono così indesiderati. Alcuni sono più uguali di altri. E molti Paesi fanno a gara per accaparrarseli.
Collezionisti di passaporti
E’ la nuova élite globale, parte di quell’1% della popolazione del pianeta nelle cui mani si concentra una fetta sempre più cospicua e smisurata della ricchezza mondiale. Da sempre votati all’acquisto di proprietà immobiliari, opere d’arte, gioielli - talismani della loro sicurezza economica - i moderni paperoni hanno scoperto una nuova forma di bene rifugio: dimenticate ville, quadri e diamanti, adesso collezionano passaporti.
Una corsia preferenziale da 2 miliardi
E’ in crescita esponenziale il numero di ricchi investitori, disposti a spendere diversi milioni di euro per mettersi in sicurezza da situazioni politiche o economiche instabili nei loro Paesi d’origine. Sono in gran parte milionari e miliardari delle economie emergenti, Cina, Russia, Paesi mediorientali, nazioni asiatiche o sudamericane, ansiosi di trovare usbergo per se e i propri familiari in luoghi stabili, dove i sistemi giuridici, economici ed educativi mettono al riparo da sorprese. Con meno disdegno dei loro emuli più poveri, tecnicamente vengono definiti “cittadini economici”. Nel 2014 hanno speso più di 2 miliardi di dollari per assicurarsi un secondo o terzo passaporto e la domanda è così alta da aver innescato un vera e propria corsa tra i Paesi che offrono corsie preferenziali per ottenere visti di lunga durata o la cittadinanza tout- court a prezzi sempre più alti.
Le tariffe
All’inizio, trent’anni fa, fu l’isola caraibica di St.Kitts a lanciare per prima il Citizen Investment Program, in base al quale ancora oggi per avere il passaporto basta acquistare una proprietà da 400 mila dollari. Molto più contese sono le offerte di cittadinanza di Paesi dell’Unione europea, come Malta, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro, privilegiate porte di accesso allo spazio di Schengen e ai suoi vantaggi. Vediamo alcune tariffe: per avere la cittadinanza maltese, bisogna pagare 650 mila euro, oltre ad acquistare proprietà immobiliari per almeno 350 mila e titoli pubblici per 150 mila, senza nessun vincolo di residenza. Un successone: nei primi sei mesi del programma, 200 persone hanno sottoscritto il programma, con un incasso di oltre 200 milioni di euro per il governo di La Valletta. A Cipro, la cifra dell’investimento complessivo sale di molto, 5 milioni di euro per un passaporto, ma non c’è alcun obbligo.
Spagna, Portogallo e Regno Unito
Le condizioni cambiano nella penisola iberica: in Portogallo, dove l’investimento immobiliare richiesto è di 500 mila euro, si può richiedere la cittadinanza solo dopo 6 anni e occorre avere anche una conoscenza colloquiale della lingua. La Spagna ha lanciato un anno fa il programma “Golden Visa” per cittadini extracomunitari: anche qui occorrono almeno 500 mila euro di investimento, ma c’è in più il vincolo di passare almeno 183 giorni l’anno dentro i confini spagnoli. Nell’Unione europea, ma fuori da Schengen, anche il Regno Unito partecipa alla gara: occorrono infatti 2 milioni di sterline per ottenere, dopo 5 anni, il permesso di residenza illimitato. Ma di recente il governo di Sua Maestà ha inaugurato una corsia veloce, dove per 5 milioni di pound il permesso ve lo danno in 3 anni e per 10 milioni in appena 2: un affare. Interessante notare che la metà dei “visti Vip” del governo britannico sono andati fin qui a ricconi russi e cinesi.
«La cittadinanza non può essere in vendita»
“Avere più passaporti è un modo per i ricchi di diversificare ulteriormente il rischio”, spiega Christian H. Kalin, presidente di Henley&Partners, società di consulenza londinese specializzata nel settore.  Ma la pratica del passport-shopping solleva anche molte obiezioni, non ultimo perché ha un forte lato negativo: quello di essere un potenziale porto sicuro per chi ha costruito la propria fortuna sulla corruzione o su attività illegali. Nel 2013, l’allora Commissario europeo responsabile per la giustizia, Viviane Reading, fu molto esplicita in proposito: “La cittadinanza non può essere in vendita”.
«Li paghiamo perché arrivino»
Secondo i fautori del programma, invece, i visti permanenti per i miliardari globali portano molti benefici ai Paesi ospiti: gli “economic citizens” infatti investono in nuove aziende, comprano nuove case, spendono in ristoranti, moda, scuole e personale. “In più portano competenze e talento”, dice Nadine Goldfoot, avvocato del gruppo Fragoment. Ma secondo David Metcalf, docente della London School of Econimics e membro del Migration Advisory Committee, questi vantaggi sono annullati dall’aumento dei prezzi delle case e dei servizi, prodotto dall’arrivo di investitori che non badano a spese. Inoltre, spiega Metcalf, gli interessi versati dallo Stato sui titoli pubblici, che sono parte dell’investimento richiesto per avere il visto permanente, significano “pagare di fatto gli oligarchi perché vengano nel Regno Unito”.

30 settembre 2015 (modifica il 30 settembre 2015 | 10:26)

Il silenzio italiano sui sauditi

Corriere della sera

di Paolo Mieli

Il presidente francese Hollande si è invece pronunciato per salvare la vita al giovane oppositore Ali Mohammed al Nimr. In Arabia Saudita in un anno 175 esecuzioni



Non ha mandato soltanto i caccia Rafale a bombardare le basi dell’Isis in Siria, il presidente francese François Hollande si è anche solennemente pronunciato perché sia salvata la vita di Mohammed al Nimr. Il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, non ha fatto né una cosa, né l’altra. E se possiamo capire le ragioni di prudenza che hanno determinato la scelta di non correre il rischio di provocare un secondo «caso Gheddafi» (cioè l’abbattimento di una tirannide senza calcolare gli effetti di questa nobile impresa), non riusciamo a comprendere i motivi del mancato pronunciamento sul caso che riguarda l’Arabia Saudita.

Tanto più che il giornale del Pd, L’Unità, si è meritoriamente impegnato, per la penna di Umberto De Giovannangeli, in questa battaglia civile. Scriviamo «meritoriamente» perché in generale la pena di morte fa notizia - soprattutto sulla stampa di sinistra - solo quando è inflitta negli Stati Uniti. Se invece è eseguita in un Paese arabo che è o potrebbe essere nostro alleato o partner commerciale, allora ci si distrae. Pessima usanza che non giova alle campagne internazionali contro la pena di morte.

Ali Mohammed al Nimr, nipote di un assai famoso oppositore sciita al regime dell’Arabia Saudita, aveva 17 anni quando, nel febbraio 2012, venne arrestato per aver preso parte a una manifestazione nella provincia di Qatif, ed è stato condannato a morte il 27 maggio scorso. Tra il 1985 e il 2013 oltre duemila persone sono morte in Arabia Saudita sotto la scure del boia. D a agosto 2014 a giugno 2015 le decapitazioni sono state, secondo Amnesty International, 175, una ogni due giorni. Degli uccisi, circa la metà erano stranieri che, non disponendo di un adeguato servizio di interpreti, mediante tortura venivano indotti a firmare confessioni per loro incomprensibili.

Il ritmo delle esecuzioni si è intensificato al punto che nel maggio scorso è stato pubblicato un bando per il reclutamento di otto nuovi «funzionari religiosi» da adibire al taglio delle teste. Lo scrittore Tahar Ben Jelloun ha minuziosamente descritto cosa accadrà ad Ali al Nimr il giorno dell’esecuzione: «sarà decapitato, poi crocifisso, e infine lasciato agli uccelli rapaci e alla putrefazione». Come accadde, scrive Ben Jelloun, al grande poeta sufi del decimo secolo, Al Halla: il suo corpo fu evirato, crocifisso e lasciato marcire al sole. Un’abitudine non nuova, dunque.

E non c’è solo al Nimr. Il blogger Raif Badawi è incarcerato a Gedda dove deve scontare una pena a dieci anni di prigione. Il tutto su una base d’accusa di apostasia per aver cliccato «mi piace» su una pagina Facebook di arabi cristiani e per aver, su un suo blog Saudi Free Liberals Forum, mosso qualche critica (che nella sentenza viene definita «insulto») ad alcune personalità politiche e religiose. Gli viene rimproverato anche di «aver riportato alcune citazioni dai libri di Albert Camus». E per aver menzionato Camus, alla galera si accompagna, da quest’anno, una pena aggiuntiva: un migliaio di colpi di verga ( Mille frustate per la libertà è il titolo del libro scritto da sua moglie Ensaf Haidar, rifugiata in Canada, dove si parla di questo ulteriore «dettaglio»). Dall’inizio del 2015 Raif riceve con regolarità una quantità terribile di colpi di sferza: cinquanta ogni «santo venerdì dell’Islam».

E il supplizio continuerà finché, appunto, le frustate non saranno state mille. In una lettera al settimanale tedesco Der Spiegel , pubblicata a marzo, Raif ha raccontato di aver ricevuto la prima dose di scudisciate al cospetto di una folla plaudente di fronte alla moschea di Gedda e di non spiegarsi come è riuscito a essere sopravvissuto ai cinquanta colpi di un «bastone di legno bianco» con cui è stato battuto in ogni parte del corpo. E qui va fatta un’osservazione: l’11 gennaio scorso, due giorni dopo che Raif aveva ricevuto la sua prima razione di frustate, l’ambasciatore saudita a Parigi partecipava contrito alla manifestazione di solidarietà per gli uccisi della redazione di Charlie Hebdo . Grande e pressoché unanime fu il plauso mondiale per l’iniziativa di pubblico cordoglio senza che nessuno rilevasse quell’impropria presenza.

In giugno poi, meno di un mese dopo la condanna a morte di Ali al Nimr, il saudita Faisal bin Hassan Trad è stato nominato presidente del gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. E sono stati pochissimi a sollevare obiezioni. Ma le contraddizioni non si fermano qui. La scrittrice egiziana Nawal El Saadawi si è unita alla campagna dell’Unità a favore di Ali al Nimr: «Di fronte a vicende come la sua», ha scritto, «non è possibile accettare un’indignazione a corrente alternata: giustamente l’Occidente ha condannato con la massima durezza, almeno a parole, i tagliagole dell’Isis, inorridendo di fronte alle decapitazioni filmate.

Ma anche il giovane saudita, se la comunità internazionale non agirà su Riad, sarà decapitato e crocifisso su una pubblica piazza. Forse non ci sarà un video che immortalerà questa barbarie, ma la sostanza non cambia» .Infine, su sollecitazione dei radicali torinesi il sindaco della città Piero Fassino, il presidente della Regione Sergio Chiamparino e l’assessore alla Cultura Antonella Parigi hanno chiesto al Salone del libro di rigettare l’ipotesi «scellerata» (così l’ha definita il partito di Marco Pannella) che l’Arabia Saudita sia «ospite d’onore 2016» del Salone stesso. La decisione definitiva sarà presa il 6 ottobre. Speriamo bene.

30 settembre 2015 (modifica il 30 settembre 2015 | 07:30)