lunedì 28 settembre 2015

I migranti in arrivo Le regole da rispettare

Corriere della sera

di Susanna Tamaro

L’esodo è una risorsa o fattore di disgregazione? Dipende dalle nostre scelte
Ma accoglierli non significa rinunciare alle radici



Guardando le immagini delle torme di bambini che marciano per settimane insieme ai loro genitori nelle condizioni più estreme, mi sono resa visivamente conto della fragilità in cui versa la nostra società che spinge ormai i suoi figli in carrozzina fino quasi alle soglie dell’eta scolare e alla stessa epoca, in sempre più casi, li disabitua all’uso del pannolino.

Sono sempre stata colpita da questo prolungamento della prima infanzia, da questa impossibilità di marcare i tempi e di crescere facendo continuamente procrastinare l’ingresso nell’età adulta. Fin dai primi istanti, i nostri piccoli vivono sotto la costante cappa di controllo degli adulti che tendono a proteggerli in maniera ossessiva da qualsiasi cosa possa turbarli o ferirli. Il frutto di tutto ciò è una generazione di bambini fragili o fin troppo sicuri, bambini già immersi nella foschia della depressione o vittime di una sovraeccitazione difficile da controllare senza l’aiuto dei farmaci.

Di questo disagio, di questo straniamento, nella nostra società prostrata davanti all’altare dell’esasperato narcisismo si parla poco, perché parlarne vorrebbe dire affrontare altri livelli di discorso, prima tra tutti quello della distruzione sistematica di tutti i valori che hanno permesso al nostro Paese - e agli altri Paesi europei - di avere radici profonde e di produrre una cultura ammirata ed esportata in tutto il mondo.

Così quest’esodo biblico - che tanto, e per tante ragioni, ci turba - appare in primo luogo come un’improvvisa e imprevista iniezione di vitalità. Questi bambini che marciano silenziosi sono abituati a sopravvivere, ad affrontare il disagio, la fatica e la morte, trovando sempre comunque la forza di andare avanti, sorretti dai loro genitori. Se un giorno nasceranno nuovamente grandi scrittori, ho pensato, verranno fuori da lì, da questi bambini in marcia che tutto hanno visto e tutto hanno provato, e non certo da qualche raffinato ed esangue master di scrittura creativa.

Quando un’arnia di api è debole, spesso arrivano api più forti a saccheggiarla, così mi pare che questa affluenza straordinaria di persone, al di là delle ragioni politiche ed economiche, abbia anche un’altra valenza, direi quasi energetica. Quando una società diventa debole, confusa, capace solo di seguire i fantasmi della sua mente non più calibrata sulla concretezza della realtà, attira direi quasi spontaneamente l’energia di mondi più giovani, più forti, capaci di emergere per la compattezza e la profondità delle loro radici.

Popoli affamati di vita contro popoli che della vita non sanno più che cosa farsene. Popoli che conoscono la ferocia della sopravvivenza, la durezza di condizioni comunque sempre estreme, contro popoli per lo più assopiti in una dimensione larvale, capaci di risollevarsi dal sonno soltanto per esaltare l’alimentazioni crudista o compiere battaglie epocali come quella per l’abolizione del maschile e femminile, la misera fola culturale che continua a infestare la nostra società.

Abolire ogni differenza, ecco il ruggito terminale del nichilismo: né maschio né femmina, né giorno né notte, né bene né male, né vita né morte. La polarità che da sempre regge il mondo - e che con il suo movimento dinamico crea tutto ciò che esiste - viene finalmente annullata, le sue catene che per troppo tempo ci hanno tenuti schiavi, facendoci recitare una parte per cui non ci sentivamo più adatti, alla fine sono state divelte. Nessun condizionamento deve tarpare le ali della nostra libertà.

Gli estremamente liberi allora come si potranno relazionare con gli estremamente vitali? Quali nuovi equilibri si formeranno o, piuttosto, come si farà a mantenere un equilibrio positivo per entrambi? Lo sforzo di generosità scaturito in queste settimane da parte di normali cittadini è un bellissimo segno di risveglio ma, quando l’emergenza sarà finita, in che modo riusciranno a relazionarsi queste realtà così diverse e così storicamente lontane? Come sarà possibile mantenere un equilibrio positivo per entrambe le culture?

Una scuola in Germania, che si trova nelle vicinanze di un centro per rifugiati, ha chiesto alle ragazze di vestirsi in modo più acconcio per non urtare la sensibilità degli ospiti. L’ospitalità è sacra - e quando si tratta di ospitare persone in fuga da guerre e persecuzioni è doppiamente sacra - però, nella sua sacralità, ha delle precise regole che devono essere rispettate da entrambe le parti. E oltre alle regole, richiede un sentimento fondamentale che è quello della gratitudine. Senza questi due capisaldi - rispetto e gratitudine - con molta facilità si trasforma in qualcos’altro.

Un mondo fluttuante come il nostro, che ha rinunciato alle sue radici più profonde, timoroso e pavido nell’affermare i propri valori, in che modo potrà rapportarsi con persone dall’identità così forte? Basterà fare un girotondo inneggiando alla fraternità, convinti che l’importante sia volersi bene e che il bene che noi vogliamo sia anche il bene che desiderano gli altri per noi? Oppure, evaporata l’ebbrezza dei buoni sentimenti, le cose non rischieranno di essere un po’ più complicate?

I processi di integrazione richiedono sempre tempi molto lunghi e la via preferenziale per ottenerli sono i bambini, quando viene loro permesso di inserirsi in un contesto positivo. Ma questo purtroppo non sempre avviene perché, per istinto, gli esseri umani amano stare con chi gli è più simile e diffidano di chi è diverso. Lo spauracchio del razzismo ci impedisce spesso di vedere questa realtà, i gruppi etnici tendono a proteggersi con una struttura chiusa e difficilmente si aprono verso ciò che viene percepito come estraneo. Conosco persone che da più di vent’anni vivono in Italia e non hanno imparato più di duecento parole della nostra lingua.

Cosa succederà poi di tutti quei giovani maschi soli, provenienti dall’Africa subsahariana o da altri miseri paesi, che bighellonano nella maggior parte dei giardinetti pubblici italiani, in attesa dei lunghissimi processi di valutazione della richiesta di asilo? Con quali speranze, con quali orizzonti vengono da noi persone che non fuggono da realtà in guerra ma soltanto dalla miseria? Non rischiano di innescare situazioni esplosive?

Un Paese come il nostro, in cui le famiglie, in buona parte dei casi non arrivano a fine mese, non può vedere di buon occhio questi ragazzi che vagano senza meta per le nostre strade e che vengono mantenuti dal denaro pubblico. E chi dà loro i soldi per affrontare un viaggio così costoso, quando nei loro Paesi il reddito annuo si aggira intorno ai duecento euro? Con la stessa cifra non avrebbero potuto iniziare una qualsiasi attività, anche modesta, dalle loro parti, contribuendo così al cambiamento della loro terra? Che peso hanno nell’immediato, e che peso avranno nel futuro queste presenze? Saranno una risorsa o diventeranno un elemento di disintegrazione?

Molto dipenderà credo dal nostro comportamento. Dal nostro saper essere veri ospiti, capaci di stabilire e imporre le regole del rispetto e della reciprocità. Se invece ci ridurremo nello stato larvale, balbettando incerti davanti ad ogni richiesta, arretrando e cedendo ogni giorno, convinti in fondo che nella nostra civiltà non ci sia granché da difendere, non occorre avere la sfera da veggenti per renderci conto che il paese in cui vivranno i nostri nipoti sarà molto diverso da quello che fino a qui abbiamo conosciuto.

@TamaroSusanna
28 settembre 2015 (modifica il 28 settembre 2015 | 08:59)

De Luca attacca Rai 3: «Fa camorrismo giornalistico»

Corriere della sera

di Cesare Zapperi

L’attacco del presidente della Regione Campania. Vianello: «Passato il limite»



«Atti di camorrismo giornalistico» messi a segno da una «lobby radical chic». Un attacco frontale, come suo costume senza sfumature, quello sferrato contro Rai 3 ieri dal presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. Durante il suo intervento alla Festa nazionale di Scelta civica a Salerno, l’ex sindaco si è lanciato contro l’intero terzo canale della tv di Stato (anche se pare che ce l’avesse in particolare con le trasmissioni Report e Presadiretta), definito «la più grande fabbrica di depressione». «Sapete - ha detto De Luca parlando della sua vicenda giudiziaria - che io sono stato condannato in primo grado.

Lo dico perché tanti giornali, tante televisioni, in particolare i miei amici della terza rete Rai, dicono puttanate incredibili». «Questa volta si è passato il limite» l’immediata la replica del direttore Andrea Vianello. «Definire “camorrismo giornalistico” il lavoro di una rete del servizio pubblico e dei grandi professionisti che ne fanno parte è assolutamente inaccettabile». In difesa del responsabile di Rai 3, protagonista pochi giorni fa di un’audizione in Commissione di vigilanza Rai con accenti critici da parte di alcuni esponenti del Pd per i contenuti di una delle trasmissioni attaccate da De Luca, si schiera Vinicio Peluffo, capogruppo dem nella medesima Commissione:

«De Luca si scusi e si attenga al proprio ruolo istituzionale anziché infangare il lavoro di un’intera rete del servizio pubblico». Il governatore campano nella sua sfuriata non aveva spiegato nel dettaglio cosa c’era dietro parole così pesanti. In una successiva dichiarazione ha cercato di chiarire: «Si viola la Costituzione definendo qualcuno condannato in assenza di una sentenza definitiva o considerando un criminale chi apre un cantiere. Oppure da un’intervista di 30 minuti si estrapolano solo 30 secondi strumentalmente».

«Non ho padrini - ha concluso De Luca - né padroni e non accetto l’idea che ci sia una categoria o un lavoro che non possa esser criticato a prescindere».

28 settembre 2015 (modifica il 28 settembre 2015 | 10:11)

Filtri “Dukic Day Dream”: un misterioso complotto, oppure la solita bufala?

La Stampa
roberto giovannini

Sospinti da una campagna di stampa, i produttori dei «Dukic Day Dream» protestano contro la mancata omologazione anti inquinamento del loro dispositivo, e promettono risparmi «anche del 25%» nei consumi. Ma secondo gli esperti i «Tubi Dukic» non hanno alcuna efficacia



Lo scandalo Volkswagen ha riacceso un grande interesse per i dispositivi in grado di ridurre le emissioni. La manomissione dei test delle emissioni dei veicoli diesel ha riportato sotto i riflettori dei media una polemica del passato, quella sull’efficacia dei Filtri Anti Particolato, in gergo FAP. I FAP sono accusati di non funzionare, di non ridurre le emissioni, anzi di aumentare quelle di «nanoparticelle». Un’accusa portata in passato in due puntate della trasmissione di Rai3 Report , rilanciata dal Fatto Quotidiano del 24 settembre; una polemica prettamente italiana, visto che i FAP sono utilizzati in tutto il mondo, e le prove del loro funzionamento sono tante, pubblicati in rapporti tecnici e scientifici.

L’ingegner Simone Casadei, un esperto della Stazione Sperimentale dei Combustibili di San Donato Milanese, uno dei centri prova più importanti a livello nazionale, ha pubblicato qualche mese fa sul blog Climalteranti.it una serie di dati inconfutabili in grado di mostrare l’efficacia di questi filtri. Filtri che d’altronde sono prodotti da tante case costruttrici e montati da tutte le case automobilistiche che producono auto diesel e vogliono raggiungere livelli bassi di particolato e di black carbon, un tipo di particolato molto tossico e con anche un effetto riscaldante per il pianeta.

Accanto alla demonizzazione dei FAP, sia Report che il Fatto Quotidiano hanno sostenuto la causa dei filtri antismog “Dukic Day Dream”, prodotti da una ditta veneta, Dukic srl. Nelle puntate di Report e negli articoli del Fatto i dispositivi della Dukic srl sono descritti come efficaci per ridurre l’inquinamento delle auto diesel, e come più efficaci dei FAP. Viene anche sostenuta la lotta della signora Anna Dukic per ottenere dal Ministero dei Trasporti l’omologazione del suo «tubo» come dispositivo antiparticolato.

Ma cosa sono questi dispositivi miracolosi? Si tratta di tubi magnetici «aftermarket», ossia da inserire nel motore dopo aver acquistato l’auto, basati su un principio di funzionamento elettromagnetico. Secondo quanto scritto sul sito Dukic, i «Dukic Day Dream» sarebbero in grado non solo di ridurre le emissioni inquinanti, ma anche di ridurre del 25% i consumi. Se fosse vero, sarebbe l’araba fenice: le case automobilistiche faticano a ridurre i consumi dei veicoli come richiesto dalle Direttive europee, ridurre i consumi di un quarto sarebbe una rivoluzione. Se fosse vero, certamente.

Il principio di funzionamento di questi tubi li rende maledettamente simili a tanti altri tubi commercializzati e installati più o meno legalmente; qualcuno ricorderà i tubi Tucker, la cui vicenda finì con una condanna a 10 anni per i produttori. Più recentemente il distributore di tubi elettromagnetici «Brazzi TWS» è stato condannato a nove mesi di reclusione dal Tribunale di Pordenone, perché i tubi non erano mai stati omologati e non in grado di ridurre le emissioni inquinanti.

Altri dispositivi, come Econoplus e Miniturbo, sono stati messi fuori gioco da un provvedimento dell’Agenzia per la Concorrenza e il Libero Mercato. I tubi Dukic hanno ottenuto l’omologazione per la compatibilità elettromagnetica, ma non come dispositivi antiparticolato; sono già stati montati sui veicoli, varie società e amministrazione pubblici li hanno comprati e montati per i loro mezzi diesel: l’esborso maggiore è stato quello di Rete Ferroviaria Italiana (oltre 140.000 euro).

Per l’inventore dei tubi Dukic, Michele Campostrini, c’è una ragione per la mancata omologazione: il fatto che i loro dispositivi vanno contro i «mega interessi» dei produttori dei filtri antiparticolato. La solita tesi del complotto, insomma, sposata in pieno da Report e dal Fatto Quotidiano: «se la Volskwagen adottasse i nostri filtri, risolverebbe tutti i sui problemi», ha dichiarato Campostrini nell’intervista a il Fatto.

Pur se ormai i tecnici tedeschi non godono di una buona fama, si fa fatica a rimanere seri davanti ad affermazioni di questo tipo, che si scontra con un ragionamento di semplice buon senso: se esistesse un dispositivo miracoloso come quello Dukic, possibile che tutte le case automobilistiche non farebbero a gara per adottarlo o copiarlo?

In realtà i tecnici del settore hanno più di un sospetto sul funzionamento dei filtri elettromagnetici. Stefano Caserini, docente del Politecnico di Milano, che da tempo smonta le tesi dei negazionisti climatici, ha pubblicato nel 2014 un libro “Aria Pulita” in cui ha passato in rassegna molte bufale propagandate per ridurre l’inquinamento dell’aria. Una scheda di approfondimento riguardava vari tipi di tubi magnetici per ridurre l’inquinamento, e il tubo Dukic ne usciva a pezzi, più o meno come i jeans che mangiano lo smog o la spirale montata da un sindaco leghista sul tetto del municipio di Como per ridurre il PM10 grazie alla «bioionizzazione» dell’aria.

Secondo Caserini, non solo mancano prove dell’efficacia di questi dispositivi, ma la documentazione a supporto è carente. E i test per valutarne l’efficacia non rispettano gli standard minimi del settore. «Ottenere un brevetto non significa dimostrare che il dispositivo funzioni per ridurre l’inquinamento - afferma Caserini - è evidente a qualsiasi tecnico medio del settore che questo tipo di dispositivi non hanno alcuna possibilità di funzionare. Non è un caso che non esistono conferme del loro funzionamento da parte di ricercatori del settore». 

Nel suo scritto, Caserini smontava anche pezzo per pezzo la puntata di Report, descritta come un’operazione di propaganda basata sul nulla: “Ho anche scritto agli autori del servizio di Report per spiegare i problemi - dice il professore - ma non è servito: i fatti contano meno della “narrazione” del complotto». Recentemente Claudio della Volpe, chimico dell’Università di Trento, ha scritto sul blog della Società Chimica Italiana una stroncatura senza appello: ha analizzato i principi chimico fisici del funzionamento sostenuti da Dukic e ha trovato errori gravi.

«In un documento si dichiara che la CO2 diminuisce del 25%, - scrive - ma come possa ridurre la CO2 un dispositivo che incrementa e facilita la combustione non è facile da capire. Che fine fa il carbonio?». In più Ma ha anche citato un rapporto dell’EPA (Agenzia per l’Ambiente, ndr) statunitense che ha condotto prove approfondite su vari dispositivi elettromagnetici montati in serie all’alimentazione del carburante, concludendo che non hanno efficacia.

Insomma, la tesi della ditta italiana in grado di risolvere i problemi mondiali dell’inquinamento ma che viene contrastata da un complotto da parte dei soliti poteri forti, sembra non avere alcun fondamento. Ma aiuta l’audience e le vendite.

Segreti e trucchi per controllare i figli online

La Stampa



App, password e controlli parentali: il kit del perfetto genitore 007. Con un occhio alla sicurezza dei più piccoli e uno alla loro educazione digitale

Alla fine vinceranno loro, i ragazzi: nati con uno smartphone in mano, ne conoscono tutti i segreti, sempre. Ma prima di arrendersi vale almeno la pena di provare. 

Intanto va risolta la questione etica: è giusto spiare? Se la risposta è sì, la tecnologia è relativamente facile da usare, con i controlli parentali che oggi esistono in ogni gadget che si collega alla rete. Si tratta soltanto di studiare un po’ e decidere cosa i ragazzi possano fare con smartphone e tablet. I pericoli sono diversi: acquisti su Store (nei giochi ad esempio), accesso a siti web, uso di app. Per tutti c’è un tastino, un’opzione, un controllo: quelli di Apple permettono ad esempio di impostare un messaggio che avvisa ogni volta che viene acquistato qualcosa sullo store: il pagamento va a buon fine soltanto se autorizzato dal genitore.

Android ha controlli altrettanto efficaci, e addirittura Lg e Samsung su alcuni modelli permettono di impostare una speciale modalità bambino che dà accesso soltanto ad alcune app. Ed è sempre possibile inibire l’apertura di siti non adatti ai minori, ma attenzione a settare correttamente le preferenze della ricerca immagini sul web, magari dedicando qualche minuto a leggere i suggerimenti del Centro per la sicurezza online di Google

Per le app il discorso è più complesso: è possibile impostare una password per permettere di usarne solo alcune, ma come si fa a dire che Whatsapp è di per sé pericolosa? E Snapchat, dove i messaggi si cancellano una volta letti? Un metodo per conciliare controllo e sicurezza è limitare l’accesso a internet solo a certi luoghi: ai più piccoli si può dare uno smartphone, ma senza abbonamento cellulare, così acquisti di app, chat e navigazioni web saranno possibili a casa propria o dagli amici, dove si spera ci sia un adulto in giro.

È uno dei pochi vantaggi dell’ancora scarsa diffusione del wifi pubblico in Italia. Volendo, c’è TimeLock per fissare un limite di tempo all’uso di iPhone e iPad, disabilitando il dispositivo dopo un certo periodo. Forse utile, certamente ansiogeno per i più piccoli. 

Ingrao, la schiena dritta di un eterno sconfitto

La Stampa
riccardo barenghi

Ripubblichiamo l’articolo de La Stampa del 29 marzo 2015 in occasione dei cent’anni di uno dei simboli della sinistra italiana



Una sera d’estate un bambino rifiuta di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma niente, lui non cede. Per convincerlo il padre gli promette un regalo, qualsiasi regalo. Il bambino accetta lo scambio, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma nessuno può dargliela, lui si arrabbia e e sbotta: «E io rivoglio la piscia mia».

«Volevo la luna»
Quel bambino oggi compie un secolo e si chiama Pietro Ingrao, e questo episodio lo ha raccontato nella sua autobiografia “Volevo la luna”, pubblicato nel 2006 da Einaudi. Una luna metaforica, chiamiamola comunismo, che Ingrao non ha mai raggiunto. Anche se non ha mai smesso di cercarlo. Nel salotto di casa sua, dove le visite sono limitate a parenti e a pochi amici intimi, ci ritroviamo con la figlia più grande Celeste, suo marito Marco Giorgini e una vecchia amica Giovanna Lumbroso. Ingrao parla poco, stavolta non parla affatto, però ascolta.

La stanza è rimasta la stessa da anni, alle pareti molti quadri, qualcuno di Renato Guttuso e di Renzo Vespignani, tutti con dedica a Pietro e Laura. Ci sono molte foto, quelle di viaggi politici, quelle dei figli – cinque: Celeste, Bruna, Chiara, Renata e Guido – quelle dei nipoti. Che sono otto, più dieci pronipoti e uno in arrivo. C’è anche un’antica scimitarra che gli regalarono «i compagni vietnamiti», costruita col ferro di un aereo americano abbattuto dai vietcong, una foto di Che Guevara «che però piaceva più a mia madre che a mio padre, lui con Cuba non ha mai avuto un rapporto facile», spiega Celeste che nel frattempo gli sta preparando una sorpresa: una torta con cento candeline, naturalmente rosse. 

La moglie Laura
La casa di Ingrao sta nel quartiere Italia, a due passi dalla tangenziale che venne costruita nei primi Anni Settanta. Pietro e Laura l’hanno lasciata solo nel 1976, per tre anni, quando lui fu eletto presidente della Camera e loro due si trasferirono nell’appartamento di Montecitorio. La casa allora restò dominio assoluto del figlio più piccolo, Guido, e dei suoi amici ventenni (tra cui chi scrive) che la trasformarono in un fantastico luogo di ritrovo serale, peraltro protetto da due poliziotti che stazionavano giorno e notte dentro il portone del palazzo. E proprio su quegli anni, Celeste e suo marito raccontano un episodio, anzi due finora sconosciuti.

Durante il sequestro di Aldo Moro, venne ritrovato su un taxi un borsello con dentro un foglietto su cui era appuntato il numero di targa dell’auto di Chiara. Il fatto fu interpretato come un avvertimento, tanto che Pietro riunì tutta la famiglia e disse: «Se fossi sequestrato dalle Br, qualunque cosa dicessi voi non tenetene conto». Si va indietro nel tempo, con la memoria e con le chiacchiere. Ma cent’anni sono tanti, un secolo appunto, quel Novecento che come lui stesso ha detto tante volte è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla resistenza, dai lunghi anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e non ancora finite. 

Le lotte nel Pci
Una lotta dopo l’altra, col Partito ma anche dentro al partito. Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo stati sconfitti». E c’è un’altra metafora che sintetizza perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una torre/Scavammo nella polvere». Negli Anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia. La scossa politica gli è arrivata con la guerra di Spagna, è a quel punto che Ingrao parte per la sua avventura comunista.

Seguirà la resistenza, la clandestinità (il suo nome di battaglia era Guido), la Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto anche conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato «Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria, di cui non ha mai smesso di pentirsi. E dopo aver scritto quell’articolo, rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione. Togliatti gli rispose secco: «Oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più». 

Dopo Togliatti
Dopo la morte di Togliatti Ingrao diventa il leader della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna e la critica al comunismo reale, sfociano nel congresso del 1966, l’Undicesimo, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo fecero nascere il manifesto e per questo furono radiati con il voto favorevole del loro stesso maestro, altro episodio di cui Ingrao si è sempre autocriticato ferocemente,) vennero duramente sconfitti: «Cari compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete persuaso», dice dalla tribuna. Una frase storica perché esprimeva per la prima volta nella storia del Pci il diritto al dissenso. Il lungo applauso è un omaggio che non cambia i rapporti di forza. Che non cambiarono neanche con la segreteria di Enrico Berlinguer, con cui non ci fu mai una vera sintonia, nonostante la stima reciproca.

Il resto è passato prossimo, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del vecchio leader (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), l’ennesima sconfitta, la sua uscita solitaria dal Pds, la sua ritrosia ad occuparsi della politica politicante anche perché non ha mai amato i nuovi leader della sinistra, da Occhetto a D’Alema (salvava solo Bertinotti, e non sempre). Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo. Era nato durante la Grande guerra, aveva vissuto la «terribile» seconda guerra mondiale, ha marciato per il Vietnam, si è schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi vent’anni. Compie cent’anni senza essere riuscito a vedere un mondo di pace. 

I 100 anni di Pietro Ingrao

Corriere della sera

di Paolo Franchi
ricerca iconografica a cura di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi
video di Gabriella Lorenzi
orango

Cent’anni. Tanti ne compie Pietro Ingrao, e gli auguri affettuosi a questa vecchia quercia della sinistra e della Repubblica sono un piacevole dovere. La vulgata, diffusa anche da molti suoi vecchi compagni-avversari di partito, lo rappresenta ormai da mezzo secolo come un acchiappa nuvole astratto e inconcludente. Nel migliore dei casi, come un poeta, troppo a lungo prestato alla politica prima di ricongiungersi, ormai vecchio, a se stesso.

orango

C’è del vero, e un contributo l’ha dato anche lui, l’uomo che considera la pratica metodica del dubbio come il suo vero contributo alla politica senza però nascondere di aver “amato un po’ troppo l’applauso”. E poi, non ci fosse stata nel 1936 la guerra di Spagna, che lo richiamò bruscamente all’antifascismo e al comunismo, magari sarebbe diventato davvero un poeta a tempo pieno, per quanto possa essere pieno il tempo dei poeti. Oppure un regista di valore. In ogni caso, un giovane (pre?) destinato a far parte delle classi dirigenti.

Ci è arrivato lo stesso, come molti altri ragazzi della borghesia colta della sua generazione o giù di lì (un nome per tutti: Giorgio Napolitano), ma per tutt’altre altre vie. Le vie della politica, o meglio la particolarissima via di un partito, il Pci, che nel 1944 Palmiro Togliatti, au retour de Moscou, pur senza allentare di un niente il legame di ferro con l’Unione Sovietica, di fatto rifondò anche allevando, come futuro gruppo dirigente, giovani venuti su durante il fascismo che alla generazione delle galere, della clandestinità e dell’esilio dovevano sembrare di un altro mondo.

La Resistenza, la direzione dell’Unità, Botteghe Oscure, la Camera dei deputati, di cui sarà, tra il 1976 e il 1979, il primo presidente comunista, il Centro per la riforma dello Stato. Il cursus honorum del Pci Ingrao, amato dalla sua gente assai più che da gran parte dello stato maggiore del partito, dal quale lo ha diviso per sempre la battaglia “da sinistra” data (e persa) nel 1966, all’undicesimo congresso, lo farà tutto. A quel nome grande e terribile, comunismo, e a quel “grumo di vissuto” rappresentato dalla vicenda storica dei comunisti italiani, resterà fedele fino e oltre il momento dell’ammainabandiera.

Ma a modo suo. Che non è stato il modo di un movimentista (orrendo neologismo) o di un sognatore. Perché Ingrao guarda attento e curioso ai mutamenti che investono la società, il lavoro, l’economia, i movimenti collettivi. E anche il costume: negli anni Settanta, per dire, vedrà nelle radio libere allora dilaganti un potente “strumento ideologico e organizzativo”, e si appassionerà pure “alla funzione aggregante che sta acquisendo a livello di massa la musica”.

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Non è, come Togliatti secondo la definizione di Benedetto Croce, totus politicus. Ma tutto questo scavare dentro il cambiamento cerca di riportarlo a quella politica, non solo del Pci, che segna indelebilmente la sua vita. Con il potere e le sue forme di organizzazione, Ingrao (ancora una volta: a modo suo) si misura da vicino. Ed è tra i primissimi a convincersi, già sul finire degli anni Sessanta, che il tempo a disposizione per riforme che riavvicinino i governanti e i governati non sia infinito, e anzi stia per scadere. L’idea cardine è quella di una “democrazia di massa”, un complesso intreccio (molti, anche tra i suoi, dicono: un garbuglio) tra movimenti e partiti, democrazia di base e democrazia rappresentativa, fondato sul primato delle assemblee elettive.

Non funziona, aggira il nodo cruciale della decisione, stempera il principio di maggioranza, offusca il ruolo del conflitto, gli obiettano, con un rispetto politico e intellettuale che non è più di questo mondo, autorevoli interlocutori come Norberto Bobbio e Giuliano Amato. Vero. Ma ciò non impedisce che, in particolare con quest’ultimo, Ingrao discuta pacatamente persino della Grande Riforma craxiana e di un presidenzialismo che certo non condivide. E che (nel 1985!) sia lui a proporre, inascoltato, un’assemblea e un governo costituenti, e a battersi (chissà se qualcuno lo ha detto a Matteo Renzi e ai suoi avversari) per il superamento del “bicameralismo perfetto”.

orango

Su movimenti, politica e potere non cambierà idea nemmeno dopo la sconfitta storica sua e della sua parte, nel 1989. Commuove i militanti, il vecchio comunista testardo che si fa portare in motorino alle manifestazioni della sinistra sinistra. Ma ancora nel suo ultimo intervento politico in pubblico (Social Forum di Firenze, novembre 2002), il cui video inedito è ora sul sito del Corriere, si rivolge a una platea di giovani pacifisti radicali come un nonno segnato da tante, dure repliche della storia convinto però di avere, nonostante tutto, qualcosa da trasmettere ai nipoti: “Non basta la passione vostra, la politica chiede potere e deve saper intervenire sul potere”. Chissà se è un appello al realismo o un’utopia novecentesca. Ancora auguri, Pietro.

Ristoratore offre pizza gratis (ma solo a italiani in difficoltà)

Andrea Riva - Dom, 27/09/2015 - 15:51

Il patron della della pizzeria: "Se non ci aiutiamo tra di noi, è difficile che lo facciano altri"



Dopo il parroco che organizza la mensa per i poveri italiani, ecco il ristoratore che offre la pizza solamente agli italiani in difficoltà.

Siamo a Ficarolo, in provincia di Rovigo. Bruno Gurnari, patron della pizzeria Renegade, ha deciso di avviare un nuovo progetto, chiamato "Una pizza per un sorriso", "che mira a dare sollievo alle famiglie italiane duramente colpite dall'attuale crisi economica", come riporta Il Gazettino.Il signor Bruno è così venuto incontro a quei genitori che hanno perso il lavoro o che magari si trovano ad affrontare spese impreviste.

Come riporta Il Gazzettino, "il ristorante Renegade di via D'Annunzio, in collaborazione con le associazioni locali, i servizi sociali e le parrocchie, offrirà settimanalmente a una famiglia in difficoltà, composta da quattro persone, una pizza ciascuno, una bibita a scelta e caffè, il tutto accompagnato da tanta allegria e serenità. L'iniziativa si protrarrà a oltranza".

Gurnari ha spiegato così il perché di questa iniziativa: "La crisi ha messo in ginocchio diversi ristoranti, ma se non ci aiutiamo tra di noi, è difficile che lo facciano altri. Ci auguriamo che la nostra idea si allarghi ad altri locali. Il contributo che vogliamo donare è solo una goccia nel mare, ma far tornare il sorriso per una sera sul volto di tanti genitori e bambini, è una cosa molto importante".

8 cose da sapere per fare un figurone all'Oktoberfest

La Repubblica
 Di Mara Zatti

L'Oktoberfest è alle porte e anche quest'anno milioni di turisti visiteranno la più grande festa popolare del mondo. In occasione di questo evento, abbiamo preparato una lista con tutto i consigli per destreggiarsi al meglio durante la vostra vacanza.



Monaco, "la città più a Nord d’Italia", ospita tra settembre e ottobre la più grande festa popolare al mondo. Parliamo naturalmente dell’Oktoberfest, un avvenimento che attira ogni anno milioni di visitatori e che viene imitato ormai in tutto il mondo. Per questo motivo, abbiamo deciso di proporvi una lista con le curiosità da sapere e i vocaboli da sfoggiare per fare un figurone! E se volete diventare dei veri professionisti, non vi resta che provare anche il nostro corso specifico.

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  “O’zapft is!”: È spillata!
È il sindaco a dare il via ufficiale all’Oktoberfest, con un bel colpo di martello alla prima botte e l’annuncio in bavarese “O’zapft is!” ("È spillata!").

oktoberfest_tendone
  Il tradizionale "tendone della birra"
Se state pensando alla tenda delle vacanze avrete una grossa sorpresa: questi cosidetti "tendoni" possono ospitare fino a 6.000 persone. Ma attenzione: sbrigatevi comunque ad aggiudicarvi un posto. Di norma si può ordinare da bere solo se si è seduti!

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  "Una Maß, per favore!"
Alla festa popolare più grande del mondo non si può bere una birra qualsiasi: ogni anno viene prodotta una birra espressamente per questo evento.Tradizione vuole che si beva da un boccalone da litro, il cosidetto "Maßkrug", detto più semplicemente "la Maß". Si brinda con un bavaresissimo "Oans, zwo, g’suffa" (Uno, due, si beve!).

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  Specialità bavaresi
Con una tale quantità di birra bisogna mettere qualcosa nello stomaco. Niente paura: le specialità bavaresi non mancano, come il "Brezn" (pane dalla forma tipica ad anello con le estremità annodate), l’”Obazda" (crema di formaggi e polvere di paprica), l’"Hendl" (la versione bavarese del pollo arrostito) e l’"Haxn" (stinco di maiale).

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  Il “Lebkuchenherz”, dolce come l’amore
Se siete alla Wiesn con i vostri partner non potete esentarvi: un cuore di pan pepato è d’obbligo. Le scritte di zucchero più tipiche? “Bärli” (orsetto), “Spazl” (passerotto) oppure “Herzmadl” (ragazza del cuore).

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Il "Dirndl"
Ragazzi, attenzione: prima di tentare un approccio con una delle belle ragazze vestite con il Dirndl date un occhio alla posizione del fiocco: allacciato sulla sinistra significa "libere", ma sulla destra: "occupate"!

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  "Lederhose", i pantaloni tipici di pelle
Se volete sfoggiare un vero look alla bavarese scordatevi cappellini e scarpe da ginnastica: quello che vi serve è uno “Charivari” (una catena decorativa per i pantaloni in pelle), i "Loferl" (una specie di scaldamuscoli bavaresi) e le tipiche scarpe “Haferl-Schuhe”, che completano con i pantaloni in pelle (Lederhose) il costume tradizionale.

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  L’Oktoberfest nel mondo
Si stima che nel mondo ci siano circa 3.000 varianti di questa rinomata festa della birra, ad esempio negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile, in Australia, in Russia e in Giappone. Con circa tre milioni di visitatori all’anno, l’Oktoberfest di Tsingtao, in Cina, è uno dei più grandi al mondo.

Quel limbo del testo di Saviano

La Stampa
federico varese



«La scrivania è un posto pericoloso da cui osservare il mondo», ebbe a dire alcuni anni fa lo scrittore inglese John Le Carré. Roberto Saviano - oggi al centro di una polemica sul plagio - è costretto ad un tavolo di lavoro troppo angusto per permettergli di fare viaggi sul campo e vivere nei mondi che vuole raccontare secondo i canoni classici del reportage giornalistico. «Zero Zero Zero», uscito in Italia nel 2013, non si libera però dal vincolo della descrizione. Il libro si trova così in un limbo, non abbastanza reportage per piacere agli amanti del genere, e non abbastanza opera d’arte per affascinare tutti. Questa indecisione fa commettere all’autore diversi errori.

A «La Stampa» fu ovvio fin da subito che alcuni brani iniziali di «ZZZ» erano ripresi da diverse voci di wikipedia. Gli esperti di mafia russa si resero conto che una fonte importante era il volume di Robert I. Friedman, Red Mafya. I lettori fedeli (e bilingui) dell’Observer di Londra si devono essere accorti che la straordinaria inchiesta di Ed Vulliamy (pubblicata il 3 aprile 2011) sui miliardi di dollari dei cartelli messicani riciclati dalla banca americana Wachovia compare con parole pressoché identiche in «ZZZ» (pp. 283-292). Anche le descrizioni delle qualità umane dell’agente che scoprì lo scandalo, Martin Wood, sono molto simili («punctilious, exact»; «È un tipo puntiglioso e preciso, quasi maniacale nella sua passione per l’ordine»). Saviano si difende dicendo che riporta dei fatti, ma commette un errore epistemologico.

I fatti che cita non esistono in natura, ma vengono costruiti da ricercatori, giornalisti, poliziotti. Questi dati sono il frutto di una selezione, di una scelta di quello che merita di essere incluso o escluso. Ad esempio, quando io scrivo che l’attività principale di un gruppo mafioso di Mosca è la protezione (Mafie in movimento, p. 96), non riporto un fatto, ma i risultati di un’analisi iniziata negli Anni Novanta, che certamente è parziale ma che a mio parere è la verità (vedi «ZZZ», p. 307). Poiché un autore non può raccogliere tutte le informazioni che utilizza, usa il metodo collaudato della citazione, spesso inserita nelle ultime pagine del libro e in carattere minore. 

Saviano ha la stoffa del grande scrittore e aspira a fare qualcosa di diverso da chi l’ha preceduto con inchieste sullo stesso tema, tra cui vanno annoverate quelle fondamentali di Vincenzo Spagnolo (Cocaina Spa, 2010) e di Nicaso & Gratteri (Oro Bianco, 2015). Il suo fine è creare un’opera letteraria, ponendosi nel solco della tradizione del non-fiction novel inaugurata da Truman Capote con «A sangue freddo». Ma paradossalmente Saviano non si libera a sufficienza dalla cronaca, dalla litania di numeri e nomi che elenca, rendendo difficile la lettura di alcune parti di «ZZZ». Questo grande autore deve fare di meno e andare più a fondo, dandoci opere che hanno la verità della letteratura. È un errore pensare che «c’è un solo modo per dire come è avvenuto un arresto», come scriveva ieri Saviano su «Repubblica».

Lo scrittore ha il diritto di inventare un arresto diverso da quello riportato nelle cronache giudiziarie e quindi restituirci una versione che, a suo modo, è profonda ed indispensabile. Le parti migliori di «ZZZ» entrano nella mente dei personaggi, inclusa quella dell’autore, e ci raccontano l’esperienza agghiacciante della dipendenza, dell’insicurezza, dell’amore perduto e della morte. Così ha fatto Benedetta Tobagi nel suo straordinario libro sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, «Una stella incoronata di buio». L’autrice ricostruisce pensieri ed emozioni di persone che non può aver conosciuto, ma a noi lettori sembra di conoscerle benissimo. Il tutto corredato da un impressionante apparato di note.

Ogni vero scrittore sa di essere esperto solo di se stesso. Attraverso i suoi personaggi racconta i propri demoni e i propri incubi, nella certezza che abbiano un valore universale. Per fare ciò, una scrivania lunga e stretta, con un fascio di luce laterale che illumina un computer non connesso ad Internet, è un perfetto punto di partenza. 

Stop ai robot per il sesso

La Stampa
carlo lavalle

Potrebbero avere un impatto negativo sulle relazioni umane, contribuire ad aumentare sfruttamento sessuale e prostituzione, e a diffondere un’immagine della donna ridotta a oggetto che si può acquistare



Robot costruiti per essere usati come bambole per il sesso? Devono essere vietati subito. È il parere di Kathleen Richardson, ricercatrice ed esperta di roboetica presso la De Montfort University di Leicester, che ha lanciato una campagna contro lo sviluppo di macchine robotiche utilizzabili per l’attività sessuale con gli esseri umani. 

Al suo fianco, nel comitato organizzatore, si è schierato Erik Billing, ricercatore svedese di scienze cognitive e robotica, che condivide la necessità di muoversi tempestivamente per impedire il diffondersi di questo tipo di robot sul mercato.

Le bambole sessuali non sono una novità, ma comincia ad emergere un interesse alla creazione di tecnologia robotica da impiegare per gli stessi scopi. Alcune aziende sono dedicate al commercio di veri e propri sexbot, soprattutto di quelli con sembianze femminili. La società californiana RealDoll sta lavorando al progetto Realbotix per produrre un robot sessuale entro il 2017. True Companion, contemporaneamente, promuove Roxxxy , “il primo sex robot al mondo”.

Nei film di fantascienza e nelle serie tv come Real Humans l’argomento dei rapporti sessuali tra esseri umani e robot evoluti umanoidi è stato già anticipato e affrontato. Adesso che la realtà segue la fiction, secondo Kathleen Richardson l’idea che bambole sessuali elettroniche possano essere vendute normalmente andrebbe contrastata in modo aperto e con decisione.

Questi robot – è il suo punto di vista espresso in un documento presentato in occasione della conferenza ETHICOMP svoltasi a settembre – avranno un impatto negativo sulle relazioni umane, contribuiranno ad aumentare sfruttamento sessuale e prostituzione, e a riprodurre un’immagine moralmente inaccettabile della donna ridotta a oggetto comprabile.