venerdì 25 settembre 2015

iOS 9: il bug che permette di vedere foto e contatti senza conoscere il Pin

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

Il nuovo sistema operativo mobile di Apple permette (involontariamente) di aggirare il blocco dello schermo. Ecco come difendersi



La batteria dura di più e i piccoli ma significativi miglioramenti hanno fatto subito apprezzare iOs 9 (abbiamo raccontato le novità qui): secondo i dati comunicati da Apple, il nuovo sistema operativo per iPhone e iPad è già sulla metà dei dispositivi supportati. Ma c’è un problema. Esiste un modo per aggirare il codice di blocco dello schermo. Permette accedere ai contatti e alle immagini personali senza conoscere il Pin di sicurezza del telefono. È un bug pericoloso, che coinvolge anche l’attuale versione 9.0.1.
Come funziona la vulnerabilità
La vulnerabilità è stata scoperta dall’utente YouTube “videosdebarraquito” che ha subito segnalato la scoperta alla testata tecnologica Bgr. Coinvolge i dispositivi di chi ha attivato il Pin o lo sblocco tramite impronta digitale (che non vanno confusi con il Pin della Sim). Funziona così: chi vuole forzare l’iPhone di qualcun altro inserisce il codice sbagliato quattro volte. La quinta tenta con tre numeri, senza completare la sequenza (altrimenti iOs si bloccherebbe per un minuto), poi preme il tasto home per avviare l’assistente personale Siri.

A questo punto chiede: «Che ora è?». Quando ci appaiono gli orologi,tocca l’icona “+” per aggiungere un altro fuso orario. Digita il nome di Paese inesistente, seleziona i caratteri finora scritti e tocca l’opzione “condividi”. Selezionando l’opzione messaggi sarà libero di navigare tra i contatti e la libreria di immagini. Potrà aggiungere, modificare o rimuovere contenuti. Abbiamo verificato tutti i passaggi e il bug risulta attivo su tutti i dispositivi provati.
Come mettersi al riparo
È un problema di sicurezza semplice da mettere in pratica e altrettanto pericoloso. Per fortuna è anche facile da neutralizzare: è sufficiente aprire le impostazioni e selezionare “Touch ID e codice” a disabilitare Siri alla sezione “consenti l’accesso quando bloccato”, in questo modo non sarà più possibile richiamare l’assistente quando il telefono è protetto da pin. Nelle impostazioni di fabbrica questo settaggio è abilitato e consigliamo a tutti gli utenti di procedere alla sua disattivazione, almeno fino al rilascio dell'aggiornamento che risolverà il problema.
@vinscagliarini

25 settembre 2015 (modifica il 25 settembre 2015 | 16:57)

Stati Uniti, l’Antirust apre un’indagine su Android di Google

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, dopo l’Europa anche gli Usa investigano sul presunto abuso di posizione dominante del robottino verde



Dopo l’Europa anche gli Stati Uniti: secondo quanto riferisce Bloomberg, il sistema operativo Android sarebbe al centro di un’indagine della Federal Trade Commission statunitense. L’accusa, mossa da società rivali i cui nomi non sono ancora stati resi noti, è di abuso di posizione dominante: Google approfitterebbe della presenza del sistema operativo del robottino verde sul 59,3% dei dispositivi in circolazione (percentuale Idc relativa agli Usa) per inibire l’accesso ai concorrenti. E imporre i suoi prodotti pre caricati come Google Play, Google Maps o Google Search.
L’indagine europea
L’Europa è già attiva in questo senso su segnalazione di Microsoft, Expedia, Nokia e altre. Bloomberg spiega come non sia ancora chiaro se le due indagini convergeranno o meno e che quella americana è in una fase preliminare e potrebbe non tramutarsi mai in un caso formale contro l’azienda.
Il ruolo di Alphabet
Se l’indagine procederà e si concretizzerà, sarà interessante capire anche come la nuova costituzione societaria di Mountain View permetterà di «leggere» accuse di questo tipo: Android è parte di Alphabet, come lo sono Play, Search e Maps. Sono ancora tutte sotto il cappello della grande G ma non si sa come si evolverà la situazione.
Il precedente
Non aiuta il precedente di Microsoft: messa alla sbarra, con successo, per l’analoga imposizione del browser Explorer sui computer con Windows. Dalla loro Larry Page e Sergey Brin hanno l’indagine del 2011 della Ftc sulle attività di Google e, parzialmente, Android che si è conclusa con un nulla di fatto. Ultima variabile di cui tenere conto è la presenza di Android anche su dispositivi indossabili, automobili o televisori che dà una dimensione potenzialmente (molto) più ampia al problema. Se l’esistenza dello stesso verrà confermata, ovviamente.
@martinapennisi

25 settembre 2015 (modifica il 25 settembre 2015 | 16:28)

Attivista stuprata da un migrante«Gli altri mi chiesero di tacere»

Corriere della sera

Per un mese ha tenuto nascosta la violenza per non danneggiare altri migranti. I «No Borders» smentiscono: «La donna era stata allontanata»



Una donna di circa 30 anni, appartenente ai «No Borders», il gruppo di attivisti che da circa un mese staziona al confine italo-francese di Ponte San Ludovico a Ventimiglia per aiutare i migranti, ha denunciato di essere stata violentata per oltre un’ora da un uomo, di origine senegalese, mentre si trovava sotto una delle docce da campo allestite nella vicina pineta dei Balzi Rossi.

Secondo quanto riportato dai quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX, la donna avrebbe denunciato l’accaduto a distanza di un mese spiegando alla polizia di avere taciuto finora, perché convinta da alcuni attivisti a evitare scandali per non danneggiare gli altri migranti e per non delegittimare le lotte dei No Borders, gruppo nato proprio in occasione dell’emergenza profughi a Ventimiglia per sostenere la protesta dei richiedenti asilo.
La violenza
La donna ha spiegato che la sera della violenza, un sabato in cui era in corso una festa, ha gridato, ma nessuno l’ha sentita, per il volume alto della musica. E ha dichiarato di essersi decisa a denunciare l’accaduto ai poliziotti del commissariato di Ventimiglia su consiglio di un conoscente. L’autore della violenza, intanto, avrebbe lasciato la città di frontiera.
Smentita
Le autorità stanno indagando sul caso, che presenta molte zone d’ombra. A partire dalla dichiarazione dei responsabili del presidio che, intervistati da «Riviera24» hanno spiegato che la donna non farebbe parte dei «No Borders» ma sarebbe una clochard che qualche mese fa avrebbe chiesto aiuto agli occupanti dei Balzi Rossi. Dal presidio sarebbe poi stata allontanata «per via dei suoi atteggiamenti assai libertini e provocatori». Così, «forse per ripicca, sostengono, si è recata in polizia a Ventimiglia a denunciare il presunto stupro». Ma per alcuni del gruppo, se il fatto fosse confermato, potrebbe scattare la denuncia per favoreggiamento.
Al confine
Una questione delicata, che rischia di esacerbare ulteriormente gli animi al confine italo-francese di Ventimiglia, dove l’emergenza sembra essere più quella degli attivisti che manifestano che quella dei migranti. Il sindaco Pd, Enrico Ioculano, ha chiesto di far sgomberare le tende e ristabilire la legalità. I residenti della zona hanno inviato numerosi esposti per il degrado che si vive nella zona della pineta attigua ai Balzi Rossi, la musica e il baccano nelle ore notturne. Mentre i commercianti del confine lamentano che i francesi che, oltrepassando l’ex frontiera, possono acquistare tabacchi e liquori a prezzi decisamente inferiori a quelli in territorio francese, avrebbero ridotto i loro acquisti in Italia, negli ultimi tempi, per il timore generato dalla presenza dei «No Borders», oltre che per i maggiori controlli della Gendarmerie al confine.

25 settembre 2015 (modifica il 25 settembre 2015 | 13:20)

La buonissima uscita

La Stampa
massimo gramellini

Ma a voi sembra normale che il capo dimissionario della Volkswagen riceva 31 milioni e rotti di buonuscita? Il rapporto causa-effetto vacilla. Martin Winterkorn non lascia l’Auto del Popolo per meriti acquisiti, ma perché la fabbrica di cui è il manager supremo è stata travolta da uno scandalo senza precedenti e dalle ricadute gigantesche. 

Il buonuscente ha già messo le mani e il portafogli avanti, dicendo che il taroccamento dei motori diesel è avvenuto a sua insaputa. Ma non può sottrarsi alle responsabilità, quantomeno di mancato controllo. Perché delle due l’una: o sapeva della truffa e allora come capo è colpevole, o non ne sapeva nulla è allora come capo è scarso. In entrambi i casi i 31 milioni rappresentano un riconoscimento ingiustificato. Ed è stupefacente che proprio i tedeschi, così attenti alle ragioni del merito e così ossessivamente connessi al concetto di colpa, concedano a Winterkorn un compenso che sa di insulto al buonsenso oltre che al buongusto. Ma il contratto lo prevede, si dirà.

Di sicuro prevedrà delle eccezioni per i casi in cui il manager abbia arrecato un grave danno all’azienda, che lo pagava così bene anche perché all’occorrenza si assumesse il ruolo di capro espiatorio. Altrimenti uno dovrebbe concludere che per una ristretta categoria di superuomini non valgano le regole applicate ai comuni mortali. Si fa fatica a immaginare che un operaio della Volkswagen licenziato per avere avvitato male un bullone avrebbe ricevuto 31mila o anche solo 31 euro di bonus.

Volkswagen, quella prima truffa ai tempi di Hitler

Corriere della sera

di Fabrizio Dragosei

Nel 1938 venne promessa un’auto a milioni di tedeschi per 5 marchi alla settimana, ma nessuno vide mai ciò per cui aveva pagato (eccetto Hitler)



Anche l’inizio della Volkswagen è segnata da una vicenda poco edificante, per non dire di peggio. Migliaia di tedeschi pagarono buona parte del prezzo dell’auto ma non videro mai la loro vettura. Con lo scoppio della guerra la fabbrica creata per costruire “l’auto del popolo” che avrebbe dovuto motorizzare la Germania (fino ad allora solo un tedesco su 50 aveva un’automobile) venne riconvertita alla produzione militare e i clienti rimasero con in mano un pugno di mosche. La fabbrica era stata inaugurata da Adolf Hitler nel 1938 e, su iniziativa di Ferdinand Porsche, aveva in progetto di realizzare l’antesignana del Maggiolino.

«Un’auto capace di portare due adulti e due bambini a cento chilometri l’ora», aveva ordinato il Führer. La Volkswagen, da costruire in almeno un milione di esemplari, sarebbe costata 990 marchi e la gente l’avrebbe pagata con uno schema di risparmio settimanale:«Funf Mark die Woche musst du sparen, willst du im eigenen Wagen fahren», Cinque marchi alla settimana devi risparmiare se la tua macchina vuoi guidare. Gli acquirenti avevano in mano un libretto sul quale venivano attaccati i buoni che certificavano i versamenti. Si iscrissero più di trecentomila tedeschi, che pagarono regolarmente le loro quote. Con il 1939 e l’invasione della Polonia, i programmi della fabbrica cambiarono.

Si iniziarono a produrre (in buona parte grazie al lavoro degli schiavi prelevati dai campi di concentramento) le Kübelwagen, vetturette militari che la Wehrmacht usò su tutti I fronti. Nessuno vide mai una Volkswagen, a parte Hitler al quale prima della guerra ne venne consegnato un prototipo in una cerimonia ripresa dai cinegiornali. Agli acquirenti rimasero solo i libretti con sopra attaccati i buoni pagati.

24 settembre 2015 (modifica il 24 settembre 2015 | 19:56)

La maxi-liquidazione da 60 milioni Se il manager sbaglia (e non paga)

Corriere della sera

i Giovanni Stringa
Da Fuld (Lehman) a Sullivan (Aig): i casi di stipendi record in società in crisi. L’ex «Mr Vw» verso 28 milioni di pensione totale e una buonuscita di 32 milioni

Martin Winterkorn

Cattura

Ventotto (e oltre) milioni di euro di pensione totale. Una buonuscita (forse) da 32 milioni di euro. La poltrona, che già occupa, nel consiglio di sorveglianza della squadra di calcio Bayern München. E un’auto Volkswagen a disposizione per gli anni a venire. La lista di quel che resta a Martin Winterkorn, neo ex amministratore delegato di Volkswagen, non è corta e non è scarna. L’onda lunga dello scandalo delle emissioni Volkswagen ha travolto la sua super poltrona automobilistica ma non tutto il suo regno, che si tratti di soldi, incarichi o piccoli (in proporzione) benefit.

«Se solo nella vita tutto fosse affidabile come una Volkswagen», recitava uno spot della casa tedesca degli anni Ottanta: una bella ed elegante protagonista lasciava arrabbiata un compagno fedifrago, lanciava per terra anello di fidanzamento, pelliccia e gioielli vari da lui regalati, ma - tirando fuori dalla borsa le chiavi della Golf - decideva di tenersi l’auto, con cui chiudeva lo spot allontanandosi soddisfatta (mentre, in sovraimpressione, campeggiava il riferimento all’affidabilità delle quattro ruote «made in Germany»).

Non altrettanto soddisfatti possono oggi dirsi i conducenti delle 11 milioni di auto Vw con software manipolati per i controlli antismog. Soddisfatte sembrano invece essere le tasche di Winterkorn, almeno stando a quanto si legge nell’ultimo bilancio Vw al capitolo dei compensi. All’ex top manager, a meno di sorprese, spetterebbe una pensione complessiva di 28,6 milioni.

A cui si aggiunge, come liquidazione, la retribuzione di due anni (31,8 milioni), anche se qui il consiglio di Wolfsburg potrebbe forse ridurre il maxi importo. L’anno scorso a Winterkorn sono andati 16,8 milioni (e 15 milioni nel 2013), vale a dire il secondo più grande pacchetto retributivo di tutta la Germania: da qui il calcolo dei 31,8 milioni di buonuscita.

Fra le circostanze citate dal report c’è la decisione del consiglio di porre fine al mandato di Winterkorn prima della scadenza: se ciò avvenisse per un motivo di cui il manager viene ritenuto responsabile, la buonuscita potrebbe essere rivista in modo deciso. Tuttavia, in una nota l’azienda sostiene che Winterkorn non fosse «a conoscenza della manipolazione dei dati», ringraziandolo «per il suo elevato contributo» al gruppo, i cui ricavi sono quasi raddoppiati durante la sua guida. Winterkorn, annunciando le dimissioni, si è però assunto «la responsabilità delle irregolarità emerse riguardanti i motori diesel».

I numeri a otto cifre hanno inevitabilmente attirato l’attenzione e i commenti di tanti, dagli articoli dei siti della stampa finanziaria internazionale fino alle critiche di Beppe Grillo. Ma quello di Winterkorn non è l’unico pacchetto retributivo-liquidazione contestato in questi ultimi anni, tanto nel mondo delle aziende quanto in quello delle banche.

Richard Fuld (Lehman Brothers)

Cattura

Uno dei casi più eclatanti è quello di Lehman Brothers, fallita nel settembre del 2008 dopo 14 anni di governo dell’amministratore delegato Richard Fuld. Dal 2000 al 2007 i compensi totali del banchiere americano raggiunsero quota 300 milioni di dollari (quasi 270 milioni di euro al cambio di ieri). Fuld spiegò che l’85% della retribuzioni era in azioni Lehman e che la «grande maggioranza» di questi titoli non fu venduta prima del crac, diventando una sorta di pugno di mosche.

Resta però il 15% di 300 milioni di dollari: non certo un semplice argent de poche . Grandi numeri non solo per Fuld, comunque. La stessa Lehman concesse una liquidazione da 20 milioni di dollari a due dirigenti licenziati poco prima del fallimento.

Martin Sullivan (Enron)

Cattura

Sempre negli Stati Uniti la Enron, prima di precipitare nel 2001 dentro un vortice di conti truccati, aveva versato 744 milioni di dollari (663 milioni di euro) in bonus e azioni a 140 alti manager (5,3 milioni di dollari a testa). E nel 2008 il colosso delle assicurazioni Aig, su richiesta delle Autorità Usa, a seguito di un maxi salvataggio di Stato congelò un assegno da 19 milioni di dollari all’ex amministratore delegato Martin Sullivan pochi mesi dopo le dimissioni.

Fred Goodwin (Rbs)

Cattura

Tornando in Europa Fred Goodwin, alla guida della britannica Royal Bank of Scotland fino al 2008 - quando partì una pesante iniezione di denaro pubblico per sostenere la banca - vide evaporare compensi milionari. E gli fu annullato anche il titolo di «baronetto» concesso nel 2004. Honni soit qui mal y pense (sia svergognato colui che pensa male).


Il diritto all'oblìo nell'era di Google: quelle storie che tornano dal passato

La Repubblica
di GIUSEPPE SMORTO
Il diritto all'oblìo nell'era di Google: quelle storie che tornano dal passato
SI CHIAMA come lo zio. Che finì la sua vita e la sua eroina in un vicolo del porto di Genova. Ogni volta che va su Google, il ragazzino ritrova un dolore che non ha vissuto. Il padre ci scrive e dice: "Fate qualcosa, è passato tanto tempo". È il passato che ritorna, e ha la faccia di un motore di ricerca. I giornali mettono online gli archivi storici, dei tempi in cui non c'era la privacy per presunti pedofili, truffatori, tenutarie di bordelli, suicidi.

E inesorabilmente vengono fuori inchieste giudiziarie e brevi di cronaca, storie dimenticate, da non raccontare ai figli o al secondo marito. Errori da tacere che invece riaffiorano, anche se ora vivi felice in Costarica. In un romanzo che ha venduto più di un milione di copie, è proprio la lettura di una breve di cronaca sepolta in un archivio a sconvolgere la vita del protagonista. Migliaia e migliaia di brevi di cronaca, grazie a internet, tornano attuali e raggiungibili. E possono fare male.

Ogni giorno, al sito di Repubblica, arrivano due o tre ingiunzioni. I singoli scrivono in modo gentile, gli avvocati spesso fanno richieste impossibili. Ricorrenti le frasi: "Ormai mi sono rifatto una vita", "ho i figli adolescenti che stanno sempre su internet", "da quella storia sono uscito pulito, in allegato la sentenza". Pazientemente, grazie all'ufficio legale, si valuta ogni storia: dove finisce il diritto di cronaca, comincia il diritto all'oblìo.

Storie di redenzione, e che danno perfino speranza. Il conduttore tv di un certo successo si sarà pentito di aver trasportato a vent'anni quattro chili di fumo dal Marocco. Ha una vita davanti. Ma c'è anche il settantenne gentile che chiede di poter passare il resto della sua esistenza in pace "senza il peso di quella truffa". Altro che memoria selettiva, altro che medicine che selezionano solo i ricordi buoni, altro che inconscio: l'errore ti viene sbattuto in faccia entro le prime cinque righe su Google, e non deve essere bellissimo.

"Al primo posto, appare una pagina del Vostro pregiato quotidiano, che per inciso è anche il mio quotidiano d'elezione, che fa riferimento ad un episodio, ahimé, che mi ha visto coinvolto nel lontano 1994, ovvero ben oltre 20 anni addietro. Tanto premesso, con la presente, sono a chiederLe, cortesemente, la rimozione di detta pagina che mi crea un non poco, comprensibile, imbarazzo".

"Vi scrivo per chiedere l'eliminazione di un articolo del 2006 che riferisce di una retata per spaccio di cocaina. Uno degli interessati si è completamente riabilitato, ha cancellato la pena dal casellario ed è attualmente uno stimato professionista regolarmente iscritto all'Albo della sua Provincia". E non sarà il 2006 un po' troppo vicino per cancellare una notizia? "Tale articolo riguarda una spiacevole vicenda, definitivamente, chiusa nel maggio del 2009 con una sentenza di patteggiamento".

"Come un fiume carsico, questa notizia riaffiora... In qualità di presidente della... Foundation che si occupa tra l'altro del recupero, reintegro nella società di uomini o donne che hanno commesso degli errori nella propria vita..., vi chiediamo la cancellazione di questa notizia, o la non tracciabilità nei motori di ricerca".

Tornano dal passato anche gli errori di una professione: quella volta che abbiamo sbattuto il mostro non in prima, ma a pagina 15. Quella volta che era meglio il condizionale. Quella volta che la figlia non c'entrava nulla, e sui figli non possono cadere le colpe dei genitori. E fatalmente, non abbiamo riportato "la notizia della assoluzione, dopo un lungo e inutile processo".

Sono tutte storie da ascoltare con pazienza: magari ti hanno esodato, e cerchi ancora un lavoro. Ed è quello che vuol dartelo che lo scopre. Magari eri innocente, e nessuno lo ha mai riconosciuto. O c'è un tuo omonimo che è un pregiudicato, e tu devi cercare il modo di distinguerti.

Alla fine, come scrive un richiedente, "questo breve articolo riguarda il mio passato e non il mio presente". Ma il passato, come la storia, non si cancella. Al massimo può essere oscurato su Google.

"È riconosciuto un "diritto all'oblio", cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all'onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all'informazione". Analogo principio è stato applicato anche a personaggi che hanno avuto grande notorietà

. (www. garanteprivacy. it/garante/doc. jsp?ID=1113806)

Firefox ha la sua chat. E ora compete con Skype

La Repubblica

Nella versione 41 del browser la possibilità di inviare messaggi istantanei

Firefox ha la sua chat. E ora compete con Skype

ARRIVA FIREFOX 41, con una novità importante: i messaggi istantanei, attraverso una funzionalità denominata Firefox Hello che ora acquista anche questa capacità dopo quella delle videochiamate. Per ora attiva solo nella versione desktop, Hello è sviluppato da Mozilla in collaborazione con Telefonica e mette in comunicazione diretta utenti di Firefox senza richiedere installazione di plugin.

In questo modo Firefox si pone in diretta concorrenza di servizi dedicati come Skype, supportando quindi testo e videochiamate. La tecnologia che anima Hello è WebRTC, supportata anche in Chrome, che in Firefox 41 ha anche ricevuto aggiornamenti di sicurezza.

Sempre nella versione 41 compaiono nuove possibilità di personalizzazione del proprio profilo utente e ottimizzazioni alla gestione dei segnalibri. Migliorato anche il rapporto con l'estensione AdBlock Plus che ora consuma meno risorse di sistema. Mozilla punta quindi a un'offerta più ampia per la sua piattaforma dopo aver perso terreno nella browser-war a favore di Google e del suo Chrome.

Russia indaga su Apple per la "propaganda gay" con gli emoticon

La Repubblica

Il colosso di Cupertino rischia una multa ma anche la chiusura dell'attività sul territorio russo
Russia indaga su Apple per la "propaganda gay" con gli emoticon
MOSCA - Procedimento amministrativo in Russia contro la Apple, accusata di aver promosso l'omosessualità per aver inserito nel software iOS 8.3 emoticon che raffigurano coppie gay. Lo ha reso noto il sito Gazeta.ru. L'iniziativa è della polizia di Kirov, dopo la denuncia di un avvocato, secondo cui Apple avrebbe violato la legge contro la propaganda gay in presenza di minori. Il colosso Usa rischia una multa da 10 mila a 13 mila euro ma in teoria le autorità potrebbero anche sospenderne l'attività in tutta la Russia.

La Chiesa aperta non difende i cristiani

Magdi Cristiano Allam - Gio, 24/09/2015 - 20:25

La scelta del Papa di fare accogliere i clandestini nelle parrocchie, pur essendo in stragrande maggioranza musulmani è il colpo di grazia che reciderà il rapporto di fiducia con i cristiani d'Oriente

La scelta di Papa Francesco di fare accogliere incondizionatamente i clandestini persino nelle parrocchie, pur essendo in stragrande maggioranza musulmani, nonostante si tratti di un'invasione promossa dal regime islamico turco di Erdogan e dal terrorismo islamico che dal 2011 controlla le coste libiche, nel contesto di una strategia di islamizzazione demografica dell'Europa, è il colpo di grazia che reciderà il rapporto di fiducia e incrinerà il rapporto spirituale con i cristiani d'Oriente.

La Chiesa di Roma, non solo ha deluso, ma ha tradito le aspettative dei cristiani d'Oriente, gli autoctoni che hanno resistito all'islamizzazione forzosa a partire dal settimo secolo, quando costituivano il 98% della popolazione della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, precipitati al 20% nel 1945, a meno del 6% oggi, mentre si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora. Dalla seconda guerra mondiale circa dieci milioni di cristiani sono stati costretti a emigrare dai Paesi arabi.

La decisione di assecondare in tutto e per tutto i governi islamici, immaginando che così facendo si sarebbero tutelati i cristiani, l'adozione del relativismo religioso con la «Dichiarazione Nostra Aetate» del 1965 con la sostanziale legittimazione dell'islam sostenendo che entrambe le religioni credono nell'«unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente», e che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», ha di fatto legittimato la supremazia dell'islam e favorito l'emarginazione del cristianesimo.

Giovanni Paolo II arrivò a baciare il Corano il 14 maggio 1999, fu il primo pontefice a pregare in una moschea, quella Omayyade di Damasco il 6 maggio 2001, così come il 24 gennaio 2002 convocò la prima preghiera interreligiosa ad Assisi. Il 30 novembre 2006 Benedetto XVI, per riparare l'«offesa» all'islam della Lectio magistralis di Ratisbona, fu costretto a pregare nella Moschea Blu di Istanbul, dove tornerà il 29 novembre 2014 Papa Francesco.

Papa Francesco il 25 novembre 2014 si è spinto fino a rendersi disponibile a dialogare con i terroristi dello Stato islamico dell'Isis: «Non chiudo le porte a nessuno (...). Io non do mai per perso nulla». Così come ha messo sullo stesso piano il terrorismo islamico con il «terrorismo di Stato»: «Con i terroristi cadono molti innocenti, c'è la minaccia di questi terroristi, ma c'è anche un'altra minaccia, il terrorismo di Stato».

Ebbene le posizioni di Papa Francesco vengono del tutto sconfessate dagli stessi prelati cattolici d'Oriente. Il vescovo cattolico siriano Issam John Darwich, il 4 aprile 2013, ha denunciato: «Siamo vittime di un complotto internazionale. Oggi, dopo quella che voi in Occidente chiamate Primavera araba, la Siria si è trasformata nel quartier generale dei terroristi islamici (...). Se l'Europa non aiuterà i cristiani in Oriente arriverà anche il suo turno». Monsignore Emil Nona, arcivescovo di Mosul, in un'intervista al quotidiano Avvenire il 12 agosto 2014, afferma senza mezzi termini che i terroristi islamici «rappresentano la vera visione dell'islam»: «

La base è la religione islamica stessa, nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli. La parola “infedele” nell'islam è una parola molto forte: l'infedele nell'islam non ha una dignità, non ha un diritto. A un infedele si può fare qualsiasi cosa: ucciderlo, renderlo schiavo, tutto quello che l'infedele possiede, secondo l'islam, è un diritto del musulmano. Non è un'ideologia nuova, è un'ideologia basata sul Corano stesso. Queste persone rappresentano la vera visione dell'islam». Padre Douglas Al Bazi, parroco di Mar Eillia ad Erbil, intervenendo al Meeting di Rimini il 23 agosto 2015, ha detto che l'islam è pari al terrorismo:

«Per favore, se c'è qualcuno che ancora pensa che l'Isis non rappresenta l'islam, sappia che ha torto. L'Isis rappresenta l'islam, al cento per cento (...) Vi imploro: non parlate di conflitto. È un genocidio (...) Svegliatevi! Il cancro è alla vostra porta. Vi distruggeranno. Noi, cristiani del Medio Oriente, siamo l'unico gruppo che ha visto il volto del male: l'islam». Svegliamoci!

Se Francesco legittima l'islam

Magdi Cristiano Allam - Dom, 30/11/2014 - 10:06

Le dichiarazioni rese dal pontefice in Turchia raffigurano una Chiesa cattolica irrimediabilmente persa nel relativismo religioso

Le dichiarazioni rese da Papa Francesco in Turchia raffigurano una Chiesa cattolica irrimediabilmente persa nel relativismo religioso che la porta a concepire che l'amore per il prossimo, il comandamento nuovo portatoci da Gesù, debba obbligatoriamente tradursi nella legittimazione della religione del prossimo, a prescindere dalla valutazione razionale e critica dei suoi contenuti, incorrendo nell'errore di accomunare e sovrapporre persone e religioni, peccatori e peccato.



Quando il Papa ha giustamente detto «la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l'Onnipotente è Dio della vita e della pace», dimentica però che il Dio Padre che concepisce gli uomini come figli, che per amore degli uomini si è incarnato in Gesù, il quale ha scelto la croce per redimere l'umanità, non ha nulla a che fare con Allah che considera gli uomini come servi a lui sottomessi, legittimando l'uccisione degli ebrei, dei cristiani, degli apostati, degli infedeli, degli adulteri e degli omosessuali («Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita...

I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! ... Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8:12-17). Quando il Papa all'interno della Moschea Blu si è messo a pregare in direzione della Mecca congiuntamente con il Gran Mufti, la massima autorità religiosa islamica turca che gli ha descritto la bontà di alcuni versetti coranici, una preghiera che il Papa ha definito una «adorazione silenziosa», affermando due volte «dobbiamo adorare Dio», ha legittimato la moschea come luogo di culto dove si condividerebbe lo stesso Dio e ha legittimato l'islam come religione di pari valenza del cristianesimo.

Perché il Papa non si fida dei propri vescovi che patiscono sulla loro pelle le atrocità dell'islam, come l'arcivescovo di Mosul, Emil Nona, che in un'intervista all' Avvenire del 12 agosto ha detto «l'islam è una religione diversa da tutte le altre religioni», chiarendo che l'ideologia dei terroristi islamici «è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli», e sostenendo senza mezzi termini che i terroristi islamici «rappresentano la vera visione dell'islam»?

Quando il Papa intervenendo al «Dipartimento islamico per gli Affari religiosi» ha detto «noi, musulmani e cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l'adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l'elemosina, il digiuno...», ha reiterato la tesi del tutto ideologica e infondata delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche e del Libro, che di fatto legittima l'islam come religione di pari valore dell'ebraismo e del cristianesimo e, di conseguenza, finisce per delegittimare il cristianesimo dato che l'islam si concepisce come l'unica vera religione, il sigillo della profezia e il compimento della rivelazione.

Così come quando il Papa ha aggiunto che «riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà», ha riproposto sia una concezione errata del dialogo, perché concepisce un dialogo tra le religioni mentre il dialogo avviene solo tra le persone e va pertanto contestualizzato nel tempo e nello spazio, sia una visione suicida del dialogo dal momento che il nostro interlocutore, i militanti islamici dediti all'islamizzazione dell'insieme dell'umanità, non riconosce né i valori fondanti della nostra comune umanità né il traguardo della pacifica convivenza tra persone di fedi diverse dall'islam.

Anche quando il Papa ha detto «è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani - tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione -, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri», ci trova assolutamente d'accordo. A condizione che l'assoluta parità di diritti e doveri concerne le persone, ma non le religioni. Perché se questa assoluta parità dovesse tradursi nella legittimazione aprioristica e acritica dell'islam, di Allah, del Corano, di Maometto, della sharia, delle moschee, delle scuole coraniche e dei tribunali sharaitici, significherebbe che la Chiesa ha legittimato il proprio carnefice che, sia che vesta il doppiopetto di Erdogan sia che si celi dietro il cappuccio del boia, non vede l'ora di sottometterci all'islam.

magdicristianoallam.it

I "fratelli" islamici di Papa Francesco uccidono i cristiani

Magdi Cristiano Allam - Lun, 12/08/2013 - 07:43

L'islam pretende di "superare" il cristianesimo e continua a massacrare gli "infedeli". Dimenticarlo è una manifestazione di relativismo religioso

Dopo Giovanni Paolo II che abbatté il muro di un millenario pregiudizio definendo gli ebrei «nostri fratelli maggiori» nel corso della sua storica visita alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, ieri Papa Francesco ha definito i musulmani «nostri fratelli» nell'Angelus a Piazza San Pietro rivolgendo loro un messaggio in occasione della festa della fine del Ramadan, il mese del digiuno islamico.

Ebbene, se è indubbio il legame teologico tra ebraismo e cristianesimo dato che Gesù era ebreo e il cristianesimo fa proprio l'Antico Testamento, all'opposto l'islam - affermatosi 7 secoli dopo - si fonda sulla negazione della verità divina dell'ebraismo e del cristianesimo concependosi come la religione che rettificherebbe le loro devianze, completando la rivelazione e suggellando la profezia. Se «nostri fratelli» fosse usato in senso lato riferito alla nostra comune umanità le parole del Papa sarebbero ineccepibili.

Ma se «nostri fratelli» è calato in un contesto teologico allora si scade nel relativismo religioso che annacqua l'assolutezza della verità cristiana mettendola sullo stesso piano dell'ideologia islamica che è fisiologicamente violenta al punto da non concepire Allah come «padre» e i fedeli come «figli», bensì come un'entità talmente trascendente da non poter neppure essere rappresentata e nei cui confronti dobbiamo esclusivamente totale sottomissione. Solo nell'ebraismo e soprattutto nel cristianesimo, la religione del Dio che si è fatto uomo e dell'uomo concepito a immagine e somiglianza di Dio, Dio è padre, noi tutti siamo suoi figli e tra noi siamo fratelli.

Papa Francesco all'Angelus dopo aver sostenuto che il cristiano «è uno che porta dentro di sé un desiderio grande, profondo: quello di incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli, ai compagni di strada», ha rivolto «un saluto ai musulmani del mondo intero, nostri fratelli, che da poco hanno celebrato la conclusione del mese di Ramadan, dedicato in modo particolare al digiuno, alla preghiera e all'elemosina». Se i musulmani sono «nostri fratelli» e se la missione del cristiano è «incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli», ci troviamo di fronte a un quadro teologico che mette sullo stesso piano cristianesimo e islam, considerandoli come due percorsi diversi ma che conducono entrambi allo stesso Dio.

Nel suo messaggio ai «musulmani del mondo intero» del 10 luglio, il Papa ha scritto: «Venendo ora al mutuo rispetto nei rapporti interreligiosi, specialmente tra cristiani e musulmani, siamo chiamati a rispettare la religione dell'altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori», specificando «senza fare riferimento al contenuto delle loro convinzioni religiose». Francesco aggiunge: «Uno speciale rispetto è dovuto ai capi religiosi e ai luoghi di culto. Quanto dolore arrecano gli attacchi all'uno o all'altro di questi!».

Ebbene se si mette sullo stesso piano cristianesimo e islam concependole come religioni di pari valenza e dignità senza però entrare nel merito dei loro contenuti, così come se si denuncia la violenza che si abbatte contro i capi religiosi e i luoghi di culto senza specificare che si tratta della violenza islamica ai danni dei cristiani, il risultato è che il Papa da un lato legittima l'islam che si concepisce come l'unica vera religione e, dall'altro, mostra arrendevolezza nei confronti del terrorismo e dell'invasione islamica che dopo aver sottomesso all'islam le sponde meridionale e orientale del Mediterraneo stanno ora aggredendo la nostra sponda settentrionale.

Il relativismo religioso è evidente anche nel messaggio rivolto dal cardinale Angelo Scola ai musulmani lo scorso 8 agosto in cui si legge: «La fedeltà ai precetti delle nostre rispettive tradizioni religiose, quali la preghiera e specialmente il digiuno da voi osservato nel mese di Ramadan, ci infonda fiducia e coraggio nel promuovere il dialogo e la collaborazione intesi come frutto necessario dell'amore di Dio e del prossimo, i due pilastri biblici e coranici di ogni autentica spiritualità».

Concepire una continuità e un raccordo teologico tra ebraismo, cristianesimo e islam fondato sull'amore di Dio e del prossimo, è solo un auspicio contraddetto giorno dopo giorno dai fatti.Il caso di padre Paolo Dall'Oglio, gesuita come il Papa, acceso relativista che ha a tal punto sostenuto la causa dell'islamizzazione della Siria da essere stato cacciato dal governo di Assad ma che ciononostante è stato sequestrato dai terroristi islamici siriani, ci conferma che gli islamici non rinunceranno mai a sottomettere i cristiani, gli ebrei, gli infedeli all'islam così come impongono loro Allah nel Corano e Maometto.

Proprio ieri, mentre il Papa a Roma definiva i musulmani «nostri fratelli», i musulmani in Egitto hanno bruciato una chiesa e 17 case di cristiani. Mentre la fine del Ramadan in Irak è stata festeggiata dai terroristi islamici sunniti con 10 autobombe causando la morte di 70 persone.Certamente il cristianesimo e la nostra comune umanità ci portano ad amare il prossimo a prescindere dalla sua fede, ideologia, cultura o etnia, ma l'adozione del relativismo religioso si traduce nel suicidio del cristianesimo e della nostra civiltà che ha generato i diritti fondamentali della persona e la democrazia.

twitter@magdicristiano

Caro Papa, accogli in Vaticano i musulmani convertiti a Gesù

Redazione - Lun, 15/10/2012 - 07:12

Chiedo al Papa che ha avuto il coraggio di darmi il battesimo, vincendo sia la paura della vendetta islamica sia la resistenza interna alla Chiesa, di accogliermi con una delegazione di musulmani convertiti al cristianesimo in Europa e nel mondo. L'idea, che ho subito accolto con entusiasmo, è di Mohammed Christophe Bilek, franco-algerino che ha fondato l'associazione Notre Dame de Kabylie.

Attraverso il sito www.notredamedekabylie.net promuove la missione della conversione dei musulmani al cristianesimo attraverso un dialogo fondato sulla certezza della nostra fede e sull'ottemperanza dell'esortazione di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15-18).

Per quanto il fenomeno sia avvolto dalla segretezza e diventa pertanto difficile attestare delle certezze, da varie fonti si rileva che sarebbero tantissimi i musulmani che abbracciano la fede in Cristo. Nel 2006 lo sheikh Ahmad al-Qataani, intervistato da Al Jazeera, diede queste cifre: «Ogni ora 667 musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni giorno 16mila musulmani si convertono al cristianesimo.

Ogni anno 6 milioni di musulmani si convertono al cristianesimo». Parlando ieri a Parigi, Bilek ha detto che persino in Arabia Saudita, la culla dell'islam e custode dei due principali luoghi di culto islamici, ci sarebbero 120mila musulmani convertiti al cristianesimo. Dati del 2008 indicavano che i musulmani convertiti erano 5 milioni nel Sudan, 250mila in Malesia, oltre 50mila in Egitto, dai 25 ai 40mila in Marocco, 50mila in Iran, 5mila in Irak, 10mila in India, 10mila in Afghanistan, 15mila in Kazakistan, 30mila in Uzbekistan.

Sono stato a Parigi nel fine settimana per tenere una conferenza dal titolo «L'Europa e le sue radici di fronte all'incalzare della cristianofobia», organizzata dalle associazioni Tradizione Famiglia Proprietà, presieduta da Xavier Da Silveira, e Cristianità-Solidarietà fondata da Bernard Antony. Era il giorno dopo l'annuncio del conferimento del Premio Nobel della Pace all'Unione europea.

Che scandalo nel momento in cui l'Unione europea in Siria è schierata dalla parte degli estremisti islamici che stanno perpetrando un vero e proprio genocidio nei confronti dei cristiani! In serata, nella piazza antistante la Chiesa di Sant'Agostino, un berbero algerino anch'egli convertito, ho partecipato a una veglia di solidarietà e preghiera con i cristiani perseguitati.

Nel mio intervento ho azzardato questa previsione: «Più vado avanti, più mi guardo attorno, più valuto il tutto, più mi convinco che il futuro della civiltà laica e liberale, democratica e dello stato di diritto, dipenderà dalla sua capacità di prendere le distanze dall'islam come religione senza discriminare i musulmani come persone.

Così come sono sempre più consapevole che ci salveranno i cristiani fuggiti dalla persecuzione islamica. Solo chi ha vissuto sulla propria pelle la tirannia dell'islam saprà convincere l'Occidente sulla verità dell'islam. Coloro che hanno tenuta salda la fede in Gesù sconfiggeranno l'islam, salveranno il cristianesimo in quest'Occidente scristianizzato e salveranno la nostra civiltà. Grazie Gesù!».

È stato subito dopo la mia conferenza di fronte a 500 persone che confortano sulla tenuta del cristianesimo, che Bilek mi ha rivolto l'invito a promuovere un'associazione che aggreghi i musulmani convertiti al cristianesimo in tutt'Europa. A me l'idea di essere qualificato come «ex musulmano» non piace affatto, mi sento e voglio essere considerato esclusivamente cristiano così come sono orgogliosamente italiano anche se di origine egiziana. Ma afferro il senso del messaggio: bisogna dar vita a un'istituzione che incoraggi i musulmani a vincere la paura, a battezzarsi pubblicamente, a vivere apertamente la loro nuova fede.

Entrambi siamo consapevoli che il vero problema sono i cristiani autoctoni, perché sono innanzitutto loro ad avere paura. Innumerevoli sono le denunce fatte da musulmani che vorrebbero ricevere il battesimo ma si trovano di fronte al rifiuto di sacerdoti cattolici perché non vogliono violare le leggi dei Paesi islamici che vietano e sanzionano con il carcere e talvolta con la morte sia chi fa opera di proselitismo sia chi incorre nel «reato» di apostasia.

Ed è paradossale che mentre le chiese si svuotano sempre più al punto che vengono messe in vendita e finiscono per trasformarsi in moschee, la Chiesa blocchi la conversione dei musulmani al cristianesimo. Ecco perché rivolgo un appello al Santo Padre: accolga in Vaticano i convertiti al cristianesimo per lanciare un messaggio chiaro e forte a tutti i pastori della Chiesa a favore dell'evangelizzazione dei musulmani. Saranno loro ad affrancarci dalla dittatura del relativismo religioso che ci costringe a legittimare l'islam, a restituirci la fede solida nella verità in Cristo e a salvare la nostra civiltà laica e liberale che, piaccia o meno, si fonda sul cristianesimo.

twitter@magdicristiano

Quelle conversioni di comodo. Da cristiani è più facile avere asilo

Noam Benjamin - Mar, 08/09/2015 - 08:31

Un fenomeno frequente in Germania: in Germania abbandonano Maometto per avere più chance di ottenere protezione

Mohammed che diventa Martin e sua moglie Afsaneh che diventa Katarina. È la storia di due profughi iraniani che, abbandonata la natia Shiraz, hanno trovato asilo a Berlino. Nella capitale tedesca la coppia non ha cambiato nome per meglio integrarsi con i berlinesi: Iran e Germania hanno legami antichi e la rivoluzione khomeinista ha spinto decine di migliaia di ex sudditi dello scià a trasferirsi nell'allora Germania ovest.

Oggi la ben integrata comunità persiana conta circa 120 mila anime: Martin e Katarina sono invece i nomi assegnati ai due dopo la loro conversione dall'Islam alla fede luterana. Il racconto dell' Associated Press ha dato ai tedeschi spunti di riflessione perché Mohammed e Afsaneh sarebbero solo due fra le migliaia di nuovi folgorati sulla via di Berlino. Solo nella Chiesa evangelica della Trinità, nel quartiere residenziale di Steglitz, le conversioni di rifugiati, iraniani e afghani, sarebbero «alcune centinaia».

L'afflato religioso c'entrerebbe però solo in parte: in molti Paesi islamici l'apostasia è punita con la morte. Di conseguenza un profugo in attesa dello stato di rifugiato può presentare alle autorità tedesche una domanda per chiedere protezione da possibili persecuzioni religiose in caso di rientro nel proprio Paese. Gottfried Martens, pastore della chiesa in questione, ha riconosciuto che «alcuni» si convertono per aumentare le proprie possibilità di restare in Germania, per poi aggiungere che tuttavia queste motivazioni non sono importanti. Martens guarda al risultato e spiega che solo circa il 10% dei convertiti non torna in chiesa dopo il battesimo: «Io li invito comunque a unirsi a noi, perché so che chiunque passa da qua esce cambiato».

A dare ragione al pastore c'è anche un convertito iraniano «di lungo corso», battezzato nel 2009, secondo cui la maggior parte dei suoi connazionali si avvicina alla Chiesa solo per trarne un beneficio diretto. A contraddirlo interviene invece un parrocchiano tedesco della stessa chiesa, che al Giornale ha spiegato come tanti ex musulmani in arrivo da regioni dominate dalla Sharia «semplicemente non ne possono più: hanno visto troppa violenza e vogliono tagliarsi la barba per riappropriarsi della propria libertà». Il fenomeno non è limitato alla Germania. Di conversioni dall'Islam al cristianesimo parla anche «L'Apôtre» della regista francese Cheyenne Caron. Uscita nel 2014, la pellicola - che per il tema politicamente scorretto non ha ottenuto il finanziamento del Centre national du cinéma - non è ambientata in Afghanistan ma nella banlieue parigina.

L'orgoglio contro i barbuti è anche il motivo che ha spinto alcuni convertiti di Bruxelles a fondare il «Movimento degli ex musulmani belgi». La globalizzazione è anche questo: mentre i servizi di intelligence di mezza Europa osservano un'avanzata dell'Islam radicale là dove il disagio è più forte (periferie metropolitane e carceri), il cristianesimo avanza in altre aree di difficoltà, fra le quali gli ostelli per i richiedenti asilo di cui è costellata la Germania. Per l'anno in corso il ministro tedesco dell'Interno, Thomas de Maizière, ha pronosticato l'arrivo di 800 mila rifugiati, tre quarti dei quali di fede islamica secondo le stime del Consiglio centrale dei musulmani tedeschi.

Sarà il tempo a dire in quanti abbracceranno la Chiesa evangelica o quella cattolica. E se il fenomeno permetterà di riequilibrare la crescente emorragia di fedeli: sono ormai decine di migliaia i cattolici e i luterani che si definiscono «atei» per sfuggire alle alte tasse imposte dalle due chiese direttamente nella dichiarazione dei redditi (fino al 9% delle imposte).

Rubate oltre 5 milioni di impronte digitali di dipendenti Usa

La Stampa
carola frediani

Il bottino degli hacker, dopo l’attacco al governo americano, si è ingigantito. Imprevedibili le implicazioni


Cosa ci può essere di peggio per un governo del furto dei dati personali di 21,5 milioni di suoi attuali o passati dipendenti? Ad esempio, scoprire dopo qualche tempo che ad essere sottratte sono state anche le impronte digitali di 5,6 milioni di suoi impiegati e contractor .

In quello che sembra essere uno scorcio di distopico futuro, ieri il governo statunitense ha comunicato proprio questa amara scoperta. Quasi 6 milioni di dati biometrici non modificabili di cittadini americani sono ora in mano a degli hacker stranieri, forse al soldo della Cina, almeno secondo l'ipotesi non ufficiale delle autorità americane. O comunque in mano a un gruppo organizzato, vista l’entità e profondità dell’attacco, possibilmente collegato a qualche Stato straniero. È una notizia senza precedenti, specie considerata la scala e i soggetti coinvolti. E le cui implicazioni saranno a lungo termine e ancora imprevedibili.

Ma ripercorriamo la vicenda. All’inizio dello scorso giugno l’ufficio statunitense che gestisce le selezioni e l’assunzione di personale governativo, insomma l’agenzia che fa da risorse umane per conto del governo Usa (Office of Personnel Management o OPM), annuncia di essere stato hackerato - anche se l’attacco, o quanto meno la realizzazione dell’attacco da parte dell’agenzia, risalgono ad alcuni mesi prima.

Si capisce subito che si tratta di una violazione massiccia, che inizialmente sembra riguardare circa 4 milioni di dipendenti federali attuali o passati (o le loro famiglie), e in particolare i dati personali che li identificano, inclusi indirizzi e numeri di previdenza sociale (Social Security). In alcuni casi, emergerà dopo, sono finiti in mano agli hacker anche i controlli di sicurezza più approfonditi - e quindi pieni di informazioni molto delicate, come il possibile consumo di droga ecc - effettuati sui dipendenti che devono svolgere mansioni delicate.

La cifra di persone coinvolte cresce però nel tempo a dismisura fino ad assestarsi sui 21,5 milioni di cittadini americani. Fra i dati sottratti dagli attaccanti – appare all'inizio - anche 1 milione circa di scansioni di impronte digitali di dipendenti governativi. Già così la violazione dell’ufficio americano - ribattezzata sui media OPM hack - appariva particolarmente grave.

Ma con l’annuncio di ieri, che porta a 5,6 milioni i dipendenti americani a cui sono state rubate le impronte digitali, si entra in una nuova dimensione. E tra l’altro, visto come sono filtrate finora le informazioni sui danni fatti da questo attacco informatico, c’è chi pensa che la cifra potrebbe ancora lievitare.

“Che cosa pensano di fare i cinesi con le nostre impronte, incastreranno 5,6 milioni di noi per omicidio?”, ironizzava ieri su Twitter un utente. E anche il governo federale ha cercato di minimizzare, dicendo che ci sarebbe un rischio “limitato” di abusi in relazione ai dati biometrici sottratti.

La situazione però è più complessa. Le impronte sono già impiegate in molti casi dai governi per effettuare alcuni controlli e verificare le identità delle persone, così come a livello individuale iniziano ad essere usate per sbloccare smartphone e pc. Alcune banche e società finanziarie le impiegano per autenticare i propri clienti, specie via app. E, soprattutto, l’utilizzo di tecnologie biometriche è destinato ad aumentare considerevolmente nei prossimi anni. Secondo alcune ricerche, per le banche saranno il principale mezzo di identificazione dei clienti entro il 2020.

Ora, a differenza di una password, l’impronta digitale non si cambia. Una volta che è compromessa, lo è per sempre. Quindi bisogna pensare ai dati biometrici sottratti dagli attaccanti come a un tesoretto il cui valore è destinato a crescere. Un investimento in beni durevoli.

L’ufficio di gestione del personale (OPM) sta intanto preparando delle mail da inviare a tutte le vittime coinvolte, dicendo che offrirà loro alcune forme di protezione e controllo sul credito, cioè delle misure per contrastare e attenuare il rischio di furto d’identità digitale. Ma tutto ciò - la cui spesa è stimata intanto a 133 milioni di dollari -  vale per gli altri dati rubati. Come porre un efficace rimedio alla sottrazione delle impronte di milioni di funzionari federali e contractor è invece ancora un rompicapo per molti. E getta ovviamente delle ombre sullo spensierato utilizzo di dati biometrici come forma di autenticazione.