mercoledì 23 settembre 2015

Calderoli e la mossa degli otto elefanti

La Stampa
mattia feltri

Ecco le dimensioni della goliardata del senatore leghista: per contenere il testo di tutti i suoi emendamenti servirebbero 16 mila e 500 volumi da mille pagine l’uno, e se qualcuno desiderasse stampata l’opera completa la dovrebbe pagare 478 mila e 500 euro. Il problema, oltre al prezzo, sarebbe il peso: oltre 41 tonnellate di carta



Poco meno di un’ora fa il leghista Roberto Calderoli ha presentato i suoi emendamenti – cioè le sue proposte di modifica – alla riforma del Senato. Sono 82.730.460. Per i deboli di vista, ottantadue milioni eccetera. Come i lettori della Stampa sanno, la produzione è ricca perché dipende da tre software incrociati, invenzione di Calderoli insieme col suo staff di ragazzi. Il problema sarà catalogarli, perché quando la scorsa estate la Lega depositò 500 mila emendamenti in commissione, l’operazione occupò l’ufficio del presidente Piero Grasso per due settimane. A 250 mila emendamenti a settimana, se nel frattempo il Senato non ha trovato la contromossa, ci vorrebbero 331 settimane per la sola catalogazione, cioè 47 settimane, quasi un anno. 

Ovvio che non andrà così ma, per dare la dimensione della goliardata di Calderoli, per contenere il testo di tutti i suoi emendamenti servirebbero 16 mila e 500 volumi da mille pagine l’uno, e se qualcuno desiderasse stampata l’opera completa la dovrebbe pagare 478 mila e 500 euro. Il problema, oltre al prezzo abbastanza impegnativo, sarebbe il peso: oltre 41 tonnellate di carta, più o meno l’equivalente di otto robusti elefanti africani. Certo, se tutti i 321 senatori chiedessero la loro copia, il peso passerebbe a 13 mila tonnellate di carta: per intenderci, pari a 94 Boeing 777. Palazzo Madama sprofonderebbe risolvendo in un secondo il problema del bicameralismo perfetto. 

L’accusa: Google fa pagare visualizzazioni false agli inserzionisti

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

Secondo uno studio riportato dal Financial Times, chi compra pubblicità su BigG paga anche i clic dei bot.



Nello spietato mondo della pubblicità online l’unità di misura che stabilisce quanto guadagna chi produce contenuti e quanto deve pagare l’inserzionista è il numero di visualizzazioni. I trucchi non mancano: esistono bot, software automatici che simulano il comportamento degli utenti e alterano il numero di pagine viste. E uno degli obiettivi prioritari delle piattaforme che gestiscono la pubblicità è individuare i clic falsi e bloccarli. Ora un consorzio di ricercatori europei ha individuato una falla nel sistema antifrode di Youtube, di proprietà del dominatore assoluto della pubblicità online: Google.

Secondo lo studio, riportato dal Financial Times, il gigante di Mountain View applica un doppio criterio, che sembra andare a suo vantaggio: è più severo nella lettura del numero di visualizzazioni su Youtube (dove quelle false vengono scartate) mentre è più permissivo sulla piattaforma AdWords, che gestisce la pubblicità sul sito di video online e che individua come veri anche i clic dei software automatici. Ciò significa che chi pubblica un contenuto su Youtube non viene remunerato (com’è giusto) per la visione da parte dei bot, mentre gli inserzioni pubblicitari dovranno pagare comunque. Come fa notare il quotidiano britannico, ciò solleva molti problemi: Google sta facendo abbastanza per proteggere gli inserzionisti, che stanno spostando sempre più investimenti verso l’online?

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L’esperimento
È la prima volta che viene provato qualcosa del genere. Dopo aver caricato alcuni video su Youtube, i ricercatori hanno acquistato pubblicità tramite la piattaforma Google AdWords. Infine hanno creato alcuni software automatici per frodare il sistema. Ciò ha permesso di verificare come BigG tratta le visualizzazioni fasulle. Gli studiosi hanno istruito i bot per visualizzare 150 volte due dei loro filmati. Ed ecco individuata la disparità di trattamento: il contatore pubblico di Youtube ha segnato 25 visualizzazioni reali, mentre, per AdWords, è come se i video fossero stati visti da 91 persone, addebitando la cifra corrispondente sull’account dei ricercatori.

E cioè: una parte dell’ecosistema di Mountain View ha individuato la truffa, mentre il sistema di gestione della pubblicità (la principale fonte di guadagno per l’azienda di Mountain View) è stato più permissivo. Abbiamo contattato Stefano Traverso, il ricercatore italiano che ha lavorato allo studio. Fa sapere al Corriere della Sera che il responsabile qualità della pubblicità di Google ha ritenuto lo studio «utile a migliorare l’efficacia degli algoritmi» e che ha invitato il team a fornire altri risultati. Inoltre ci informa che, prima dell’apparizione dell’articolo sul Financial Times, Big G non era a conoscenza della ricerca.
La risposta di Google
Google ha subito precisato che «prende molto seriamente la questione del traffico non valido» e che l’azienda ha puntato molto sulla tecnologia e sul personale che si occupa di «tener fuori dal sistema la maggior parte del traffico non valido, che viene filtrato prim’ancora di essere addebitato agli inserizionisti». Inoltre da Mountain View fanno sapere che presto discuteranno i risultati della ricerca con gli autori, che provengono da quattro diversi istituti: Politecnico di Torino, L’Università Carlo III di Madrid, Imdea e Nec Labs Europe.

Rubén Cuevas, professore associato alla Uc3m e primo autore dello studio, ha fatto notare che i bot usati nell’esperimento non sono molto sofisticati e il loro «non è un caso limite, chiunque con un minimo di conoscenze di programmazione è in grado di creare software simili». Ma precisa che le contromisure di Google sono comunque più sofisticate di quelle del rivale Dailymotion, di proprietà dell’editore francese Vivendi. I ricercatori sperano in un impegno maggiore da parte di Big G per ridurre i rischi ai quali sembrano esposti gli inserzionisti su Youtube . Secondo lo studio, finora gli investimenti hanno riguardato per lo più l’antifrode per la pubblicità tradizionale sul web, come i banner, mentre è stato fatto poco per i video.
Il mercato delle frodi
Quella dei venditori di frodi pubblicitarie è un’economia florida. Non è difficile trovare servizi che offrono decine di migliaia di visualizzazioni false su Youtube per 5 dollari. E nel gennaio scorso è stato scoperto Tubrosa, un programma malevolo il cui scopo è lanciare filmati in esecuzione all’insaputa degli utenti. È un trucco usato per permettere a chi carica contenuti di guadagnare perché, come abbiamo accennato, lo schema di remunerazione della piattaforma è basato sul numero di visioni. White Ops, una società specializzata nell’individuare frodi online, nel 2014 ha scoperto che circa un quarto di tutti i filmati online sono stati visti da bot e che le truffe riguardano sempre più spesso il portale video di Big G perché è uno dei mercati più con la crescita maggiore nella pubblicità online. I ricavi di Youtube sono superiori ai 4 miliardi di dollari annui.

Meglio la versione doppiata o quella originale? Accenti e dialetti nei film

La Repubblica
Di Katrin Sperling

Come sono stati usati gli accenti nei vari film e come sono stati resi nelle versioni doppiate? Diamo un'occhiata assieme.


Illustrazione di Anna-Maria Jung

Originale o doppiato?

Quando si tratta di stabilire come trascorrere il sabato sera, la scelta del film non è l’unica ardua.
Eh sì, bisogna decidere se guardare una pellicola d’epoca oppure una appena uscita in DVD, se mangiare pop-corn oppure una pizza direttamente dal cartone, se sia meglio un film drammatico oppure una divertente commedia… ma non solo.La vera guerra inizierà nel momento in cui ci si troverà in disaccordo su un punto davvero fondamentale: è meglio un film in lingua originale o doppiato? Voi che cosa ne pensate? Siete del partito di quelli che detestano i sottotitoli oppure appartenete alla numerosa schiera di puristi della versione originale, con tutte le sue inflessioni e sfumature?
Aspettate a rispondere.

Continuate a leggere e siamo sicuri che, giunti al termine dell’articolo, non avrete più alcun dubbio.

Accenti e dialetti… dimenticati 

Partiamo da questa semplice domanda: lo sapevate che, nella maggior parte dei film Disney in lingua originale (l’inglese), i cattivi hanno quasi sempre l’accento britannico?

No?

Chiaro: nella versione doppiata in italiano questa differenza non si coglie perché, molto semplicemente… non esiste. Viene "cancellata" in fase di doppiaggio perché, se da un lato è molto facile far parlare un personaggio con l’accento inglese (tipo “Stanlio e Ollio”, tanto per fare un esempio), dall’altro è estremamente difficile — per non dire impossibile — far comprendere al pubblico se si tratti di inglese americano oppure del Regno Unito.

Lo stesso fastidioso inconveniente si verifica con la celebre serie tv "Il Trono di Spade" ("Game of Thrones"): malgrado sia ambientata in un paese immaginario ("Westeros"), gli autori inglesi hanno scelto di far parlare i protagonisti con accenti britannici facilmente distinguibili nella serie in lingua originale. Ed ecco che il valoroso Ned Stark parla con un accento tipico del Nord e identificabile con quello della città di Sheffield, mentre la cadenza di sua moglie Catelyn è inconfondibilmente dal sud dell’isola.

La scelta di questi accenti è dovuta al fatto che, anche nella saga, i personaggi provengono da determinate parti del regno e quindi diventa molto più facile per gli spettatori stabilire da quali, grazie all’identificazione con regioni diverse della Gran Bretagna. La serie doppiata in italiano, purtroppo, sorvola su queste differenze: i personaggi parlano tutti nello stesso identico modo.
Peccato, vero?

Andiamo avanti: nella versione originale del celebre film "Bastardi senza gloria" ("Inglourious basterds") di Quentin Tarantino vengono parlate almeno quattro lingue diverse: francese, tedesco, italiano e inglese. Grazie al sapiente uso dei sottotitoli, nel film non doppiato i "salti" di lingua da un personaggio all’altro hanno perfettamente senso e rendono la storia ancora più avvincente.

Che cosa succede, invece, nella versione italiana?
 
Il tenente Archie Hicox (interpretato da Michael Fassbender) è un inglese che parla perfettamente tedesco e che finge di essere un soldato delle SS. Nella versione originale ha un’inflessione marcatamente britannica quando parla in inglese e, quando conversa in tedesco (come nella celebre scena del pub), ha un leggero accento inglese. Ha senso, non è vero? Dopotutto si tratta di un inglese che parla in tedesco.

In italiano questa sfumatura si perde, dal momento che il tenente viene doppiato senza alcuna inflessione inglese. Difficile spiegarsi il perché di una tale scelta, anche considerando il fatto che altri personaggi, vengono doppiati in italiano con un accento straniero (ad esempio il soldato tedesco Friedrich Zoller, il Colonnello Hans Landa e Bridget Von Hammersmark) e, tanto per aumentare la confusione, a volte parlano tra di loro in tedesco — sottotitolati — e a volte in italiano con un’inflessione straniera.

Ancora: ricordate la celeberrima — ed esilarante — scena in cui tre "bastardi" vengono presentati come amici italiani della bella Bridget Von Hammersmark e intavolano un paradossale dialogo con il terribile Hans Landa? Bene, nella versione tradotta, per motivi che proprio non riusciamo a spiegarci, si fingono siciliani (nel film originale non si fa menzione della precisa parte d’Italia da cui provengono) e dicono cose completamente diverse!

… Quanta confusione, vero? Non sarebbe molto più semplice guardare la versione originale del film?

Possibili soluzioni ad un doppiaggio… infelice

Come si potrebbero risolvere questi antipatici inconvenienti di doppiaggio?
Ci sono diverse soluzioni e l’esempio di "My Fair Lady" rappresenta un’alternativa abbastanza accettabile.Ricordate la trama del film? Il professor Higgins (interpretato da Rex Harrison) scommette con un amico che riuscirà a trasformare la fioraia Eliza Dolittle (interpretata da Audrey Hepburn) in una dama di classe.

Nel film originale, Eliza parla il dialetto cockney.
 
In Italia, la parlata dialettale tipica dei sobborghi londinesi è stata resa con un accento popolare non ben definito, costituito da un misto di diversi dialetti del Sud Italia in cui si trovano tracce di napoletano, pugliese e ciociaro. Un espediente simile viene utilizzato anche in "Snatch - Lo strappo": il "cockney" di Mickey O’Neil (interpretato da Brad Pitt) viene reso con la creazione di un linguaggio inventato quasi incomprensibile.

Allo stesso modo, nella famosa serie animata "I Simpson", anziché eliminare totalmente le differenze nelle parlate — nella versione originale i personaggi hanno accenti provenienti da diverse parti degli Stati Uniti e di altri paesi anglosassoni come la Scozia e l’Irlanda — i doppiatori hanno scelto di utilizzare i diversi dialetti italiani. L’accento spagnolo de "Il gatto con gli stivali", infine, viene trasposto in tutte le lingue (il doppiatore è Antonio Banderas nella versione italiana, inglese e spagnola) e, nel caso del paese iberico, viene addirittura enfatizzato dalla scelta del dialetto andaluso.

Ne vale davvero la pena?

Il doppiaggio è complicato. Su questo punto siamo tutti d’accordo. L’atmosfera di un film è data anche dai suoni, dalle cadenze e dalla musicalità delle varie lingue, e cercare di tradurla nel modo migliore è essenziale perché il film mantenga la sua "magia" e possa essere vissuto allo stesso modo dagli spettatori di tutto il mondo. Gli esempi che vi abbiamo descritto, malgrado le eccezioni, hanno dimostrato come — molto spesso — il doppiaggio abbia "spogliato" il film originale di alcune importanti sfumature e lo abbia reso più piatto e, in qualche caso, addirittura paradossale.

Che cosa significa, quindi, guardare un film in lingua originale?
 
Coglierne tutte le sfumature, comprendere il carattere dei personaggi fino in fondo e apprezzare appieno la recitazione, conoscere le voci reali degli attori famosi (alzi la mano chi non riesce a immaginare la voce di Al Pacino e Robert De Niro diversa da quella di Ferruccio Amendola) e, non ultimo, calarsi nell’atmosfera raccontata. Inoltre, scegliere le pellicole nella loro versione originale rappresenta uno dei modi più efficaci per imparare una lingua!

Volkswagen: ecco come lo scandalo emissioni è stato scoperto

La Repubblica

l merito va alla curiosità di alcuni ricercatori e a coincidenze. Tutto iniziò due anni fa, quando l'International council on clean transportation (Icct) - una non-profit la cui missione è "migliorare le performance ambientali e l'efficienza energetica" nei trasporti "per il bene della salute pubblica e per mitigare il cambiamento climatico" condusse test in Europa per capire la reale performance di automobili dotate di motori diesel "puliti"

Volkswagen: ecco come lo scandalo emissioni è stato scoperto

Ci ha impiegato oltre un anno per ammettere di fronte alle autorità americane che il suo è stato un tentativo deliberato di raggirare le leggi sulle emissioni, e non una questione di problemi tecnici. Ma Volkswagen l'aveva quasi scampata. Se non fosse stato per una serie di pure coincidenze e per la curiosità di vari ricercatori specializzati nelle quattro ruote, il gruppo tedesco forse non sarebbe mai stato scoperto a barare sui livelli di particelle inquinanti prodotte da milioni dei suoi motori diesel. E' il New York Times a ricostruire i fatti.

Tutto iniziò due anni fa. Allora l'International council on clean transportation (Icct) - una non-profit la cui missione è "migliorare le performance ambientali e l'efficienza energetica" nei trasporti "per il bene della salute pubblica e per mitigare il cambiamento climatico" - stava conducendo test in europa per capire la reale performance di automobili dotate di motori diesel "puliti". Non particolarmente colpiti dai risultati, gli esperti del gruppo (tra le cui fila ci sono molti ex funzionari dell'agenzia per la protezione ambientale americana o epa, quella che venerdì scorso ha formalmente accusato Volkswagen di avere barato) decisero di condurre la stessa analisi su vetture negli Stati Uniti.

Consapevoli del fatto che in Usa le norme sulle emissioni erano più stringenti e quasi certi che l'esito del test avrebbe fatto sfigurare le auto europee, i ricercatori si misero al lavoro senza immaginare che invece sarebbero inciampati in una delle maggiori truffe nel settore automobilistico della storia recente. In cerca di aiuto, l'Icct pubblicò un annuncio per la ricerca di un partner con cui testare vetture diesel. La West Virginia university decise di partecipare al bando.

"Testare veicoli leggeri a diesel in condizioni reali sembrava molto interessante", ha raccontato al Nyt Arvind Thiruvengadam, professore all'ateneo. "Ci siamo guardati e ci siamo detti 'proviamoci'". Alla fine quell'università fu selezionata, senza immaginare che avrebbe trovato un gruppo auto intento a barare. Per di più Volkswagen non era stata presa di mira. Per caso due dei tre veicoli a motore diesel acquistati per il test erano del gruppo tedesco. Ma ci volle poco per fare sorgere dubbi tra gli esperti.

"Se sei imbottigliato nel traffico di Los Angeles per tre ore, sappiamo che la vettura non si trova nella condizione migliore per dare buoni risultati sulle emissioni", ha spiegato al Nyt Thiruvengadam. "Ma se si va a 70 miglia all'ora, tutto dovrebbe funzionare perfettamente. Le emissioni dovrebbero calare. Ma quelle di Volkswagen non scesero". E' vero che le condizioni reali di guida sono condizionate dalla velocità, dalla temperatura, dalla topografia e da come il conducente preme sui freni. Ma la performance dei veicoli del gruppo tedesco sembrava piuttosto strana. A confermarlo fu poi il California air resources board (Carb), l'agenzia dello stato della California preposta a fissare standard sulle emissioni.

Venuto a conoscenza dei test in corso dell'Icct, il Carb decise di prenderne parte. E così i regolatori misero alla prova gli stessi veicoli analizzati dal gruppo di esperti aiutato dalla West Virginia university. I test si svolsero prima nei laboratori sofisticati del Carb, e l'esito sui due veicoli Volkswagen fu perfetto (il merito, con il senno di poi, fu il ricorso al controverso software chiamato "defeat device"). Ma quando quei due veicoli furono messi sulle strade del Golden state, le emissioni di diossido di azoto risultarono tra le 30 e le 40 volte più alte dei limiti di legge.

Di conseguenza il Carb e l'Epa iniziarono le loro indagini su Volkswagen nel maggio 2014, come emerso dai documenti diffusi venerdì scorso. Il gruppo auto disse di avere scoperto la ragione di tali livelli alti di emissioni e propose un rimedio software. Ciò risultò lo scorso dicembre in un richiamo di quasi 500.000 vetture in Usa. Ma il Carb continuò la sua inchiesta, non convinto che la performance su strada delle auto del gruppo sarebbe migliorata. Aveva ragione. Gli standard sulle emissioni continuavano ad essere violati, motivo per cui il Carb scelse di condividere quanto scoperto con l'Epa l'8 luglio. A quel punto l'agenzia per la protezione ambientale minacciò Volkswagen: o risolveva la questione o le autorità non avrebbero dato il via libera ai modelli 2016 dell'omonimo marchio e di quello Audi (una procedura generalmente di routine).

Solo a quel punto arrivò l'ammissione del secondo maggiore gruppo di auto al mondo e con essa una crisi reputazionale smisurata.

Quanto distano due caserme? Sei perizie (inutili) dei giudici

Corriere della sera

di Cesare Giuzzi

Un carabiniere chiede l’«indennità di trasferta» da Vimercate a Biassono. Nessuno riesce a calcolare la distanza. Decide Google Earth

La giustizia è una cosa seria. Specie quando da un lato del banco c’è un appuntato dei carabinieri e dall’altro il Comando generale dell’Arma. E soprattutto se l’esito di una sentenza può valere la bellezza di 12 mila euro, che di questi tempi non sono cosa da poco. Ma, fermo restando l’assoluto scrupolo dei magistrati chiamati a decidere sulla materia, la giustizia a volte rischia di generare situazioni al limite del grottesco. Come quella che ha imbrigliato per tre anni una causa avanzata davanti al Tar da un appuntato dei carabinieri trasferito «per ragioni di servizio» dalla caserma di Vimercate a quella di Biassono.

Due cittadine che secondo l’appuntato distano tra loro 12 chilometri, come risulta dal calcolo effettuato sul sito www.carabinieri.it . Per questo, in base «ai commi 1 e 2 della legge 86/2001», il militare ha chiesto al comando generale dell’Arma di ottenere l’indennità di missione prevista dalla legge «pari a 30 diarie per i primi 12 mesi e in misura ridotta del 30% per il restante anno».

Richiesta però rigettata dal Comando Legione Lombardia perché «nel caso in specie» le due sedi di lavoro distavano meno dei «necessari» 10 chilometri. Requisito stabilito dalla legge e così decisivo da costringere i magistrati del Tar ad una serie infinita di «accertamenti» per stabilire quale fosse la reale distanza tra le due caserme. Così nel novembre del 2013 i giudici si rivolgono all’Aci di Milano per calcolare la distanza tra le due località grazie al software «And route 99».

L’Aci di corso Venezia però non dispone del programma, così il 19 marzo del 2014 i magistrati devono avanzare la stessa richiesta alla sede nazionale dell’Automobile club di Roma. La risposta arriva il giorno seguente: «Vimercate dista da Biassono 10 chilometri». Ma il calcolo è effettuato tra i due «centri» dei Comuni e il software non permette «di calcolare distanza tra indirizzi specifici».

Il 2 aprile il comando dell’Arma deposita un nuovo calcolo dell’Aci secondo il quale «l’itinerario più breve tra i due municipi» è di soli 9 chilometri. Già nel 2008, anno del provvedimento del comando dell’Arma, la distanza tra i tra i due palazzi comunali era stata calcolata prima in 11.16 chilometri, poi sempre dall’Aci era stata rettificata a 9.34 km. La patata bollente era passata alla polizia locale di Vimercate che in una relazione aveva fissato la distanza a 9 chilometri, quindi sotto la soglia minima per ottenere l’indennità. La distanza era però sempre stata calcolata tra i due municipi, non tra le due caserme, effettiva sede di lavoro dell’appuntato.

I giudici dopo sei «accertamenti contraddittori tra loro» hanno deciso di risolvere la questione facendo da sé affidandosi al notissimo software Google earth . Risultato? Le due caserme distano 13.3 chilometri nel tragitto più lungo (strada provinciale 6) e 11.6 in quello più breve (provinciale 7). Via libera all’indennità (12.517,20 euro) e caso finalmente chiuso. Tutto bene? Mica tanto. Perché sul tavolo dei giudici amministrativi di Milano (di un’altra sezione) pende una causa, praticamente identica: un carabiniere trasferito da Biassono alla caserma di Concorezzo.

Distanza calcolata dall’Istituto geografico militare di Firenze in meno di 10 chilometri, ma rilevata per «via aerea». Ai magistrati non è rimasto che rinviare l’udienza al 1° aprile 2016. Nel frattempo i giudici hanno incaricato il Compartimento viabilità dell’Anas di rilevare la distanza tra le caserme di Biassono e Concorezzo. Altro giro, altra corsa.

22 settembre 2015 | 10:46

Offese a Monti e Napolitano: Bossi condannato (con polemica)

Corriere della sera

Un anno e sei mesi all’ex leader della Lega. L’avvocato: «Difformità col caso Calderoli»

Umberto Bossi ha compiuto 74 anni sabato scorso, il 19 settembre

Umberto Bossi è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione per vilipendio al capo dello Stato con l’aggravante della discriminazione razziale. Lo ha stabilito il tribunale di Bergamo accogliendo la richiesta del pm Gianluigi Dettori. Un’inchiesta nata da un centinaio di querele, presentate in tutta Italia (da Verona alla Sicilia, fino a Bergamo), dopo il comizio di Bossi alla festa della Lega di Albino (Bergamo) il 29 dicembre del 2011: parole e immagini rilanciate la sera stessa e il giorno dopo da tutti i telegiornali.
Le offese
«Ma Monti lo sa che molti allevatori si sono impiccati? Questi coglionazzi del governo lo sanno?» aveva esclamato il lumbard dal palco, applaudito dal pubblico e dai suoi colonnelli . «Mandiamo un saluto al presidente della Repubblica», aveva rincarato, esibendo il gesto delle corna. E poi ancora: «Napolitano, Napolitano, nomen omen, terun…». E quando il pubblico aveva iniziato a scandire: «Monti, Monti, vaffanculo...» il leader dal palco aveva replicato. «Eh...magari gli piace anche...».
La stoccata sul caso Kyenge
Prima che il collegio dei giudici, presieduto da Antonella Bertoja, si ritirasse per la sentenza, il difensore dell’ex leader del Carroccio, l’avvocato Matteo Brigandì (ex deputato e senatore della Lega) ha chiesto che la corte sollevasse il conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato e in subordine che venisse esclusa l’aggravante della discriminazione, «perché - evidenzia Brigandì -Bossi rispondeva al pubblico che aveva detto teun». Il legale ha anche ricordato che per Bossi la Camera dei Deputati non si era pronunciata sull’insindacabilità, a differenza di quanto ha fatto di recente il Senato per Roberto Calderoli, invischiato nel processo sulle offese all’ex ministro Cecile Kyenge (in realtà i senatori hanno negato l’autorizzazione a procedere solo sull’aggravante, non sulla diffamazione). Rimarcando la mossa di Calderoli che subito dopo ha ritirato i 500 mila emendamenti alla riforma di Palazzo Madama, l’avvocato non ha risparmiato una stoccata finale: «C’è - sostiene - una giustizia di maggioranza» (leggi il commento).
La solidarietà di Calderoli
Da Calderoli, nero su bianco sulla sua bacheca Facebook, è arrivato comunque sostegno: «Fatemi capire - commenta il colonnello leghista -, un pluriomicida come Adam Kabobo prende 20 anni per aver ucciso tre persone, meno di 7 anni per ogni vita umana stroncata, e Umberto Bossi per una semplice battuta fatta ad un comizio viene condannato a 18 mesi? Qualcosa non mi quadra davvero... Ovviamente all’amico Umberto va tutta la mia solidarietà per questa condanna».