domenica 20 settembre 2015

Lo stipendio (nascosto) del sindacalista Barbagallo

Corriere della sera
di Aldo Grasso

Il leader della Uil non mostra la busta paga e attacca l’Inps



«Far e il giornalista è sempre meglio che lavorare», si diceva un tempo. La battuta di Luigi Barzini Jr rischia oggi di essere applicata ai sindacalisti: «Fare il sindacalista è sempre meglio che lavorare».Per ragioni retributive, da un po’ di tempo alcuni dirigenti sindacali sono presi di mira. Da quando è in crisi la prassi dell’intermediazione. Da quando si è scoperto che l’ex segretario della Cisl Raffaele Bonanni è uscito di scena con una pensione d’oro ottenuta con sapienti artifizi.

Da quando Fausto Scandola, iscritto alla Cisl dal 1968, è stato espulso per aver reso pubblica una lettera in cui denunciava i mega compensi di alcuni dirigenti. Da quando l’Inps ha pubblicato il dispositivo pensionistico dei rappresentanti dei lavoratori che permette loro uscite vantaggiose. Nessuno mette in discussione il ruolo dei sindacati, anzi. Nella circostanza, c’è chi ha reagito bene, come Susanna Camusso, dando il via a un’operazione trasparenza (il segretario generale della Cgil guadagna 3.850 euro netti al mese), e chi male, come Carmelo Barbagallo, segretario Uil, che invece di mostrare la busta paga ha attaccato duramente la dirigenza dell’Inps.

Barbagallo, «chiddu da tuta», quello della tuta. Si racconta che quando faceva il sindacalista alla Fiat di Termini Imerese durante un’assemblea gridò: «Se passa il terzo turno, io torno in fabbrica e mi rimetto la tuta». Gettò la tuta alle ortiche anche se il terzo turno passò.

20 settembre 2015 (modifica il 20 settembre 2015 | 11:40)

I migranti si scelgono l'hotel

Matteo Carnieletto - Dom, 20/09/2015 - 14:28

Prima protestano: "Qui non prende il telefono". E poi vengono mandati a fare sopralluoghi nell'hotel che li ospiterà

Va bene, dobbiamo accogliere. Ce lo dicono tutti. Da Angela Merkel - novella madre Teresa, come l'ha immaginata lo Spiegel - in giù.



Ma se l'accoglienza è diventata ormai obbligatoria, dobbiamo però chiederci: chi dobbiamo accogliere? E soprattutto: come?

Accogliere non significa né abbandonare i migranti nei centri di prima accoglienza né portarli a spasso alla ricerca di un albergo adatto ai loro gusti. In provincia di Vicenza, invece, accade proprio questo: una delegazione di profughi viene portata in gita a Recoaro per "valutare le condizioni della struttura che li ospiterà".

Attualmente, come avevamo già avuto modo di documentare, i profughi sono ospitati a Pian delle Fugazze, nella ex colonia alpina di Valli del Pasubio. Da qui i profughi se ne vogliono andare. Anche perché, sottolineano i profughi, il cellulare non prende. L'altro giorno i migranti hanno inscenato una protesta contro le condizioni di vita del centro, dove vivono senza soldi e senza documenti.

Ora se ne vogliono andare e l'amministrazione locale li appoggia. Una parte di profughi è stata portata a Recoaro, a visitare l'ex hotel "Al Bersagliere". Come scrive Il Giornale di Vicenza, "i profughi hanno mostrato gradimento" per questa struttura. La loro presenza però non è passata inosservata: "Davanti all'albergo sono arrivati cittadini e rappresentanti politici per verificare quanto stesse accadendo. Sulle prime si pensava fosse un primo arrivo di migranti; poi si è accertato che si trattava solo di un sopralluogo".

Alex Cioni, portavoce del Comitato civico PrimaNoi, ha commentato così questa "gita" dei migranti:

"Riteniamo che spostare da un Comune all'altro i sedicenti profughi non sia la soluzione del problema ma una pezza utile solo ad evitare di affrontare con efficacia le reali cause del problema e le responsabilità oggettive del Governo e delle Prefetture. L'unica responsabilità del comune di Schio è di aver accettato di accogliere questi falsi profughi in una propria struttura, quando dovevano fare da muro contro questa follia dell'accoglienza senza se e senza ma di soggetti che dovrebbero invece ricevere un'immediata espulsione.Piegarsi al compromesso con la Prefettura per una sorta di realpolitik - conclude - significa accettare i diktat del Governo Renzi che, invece di attuare delle serie politiche di respingimenti, apre le porte a chiunque salga su di un barcone".

Profughi, il direttore dell'Unità non mantiene la promessa

Libero

Profughi, il direttore dell'Unità non mantiene la promessa

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha avuto l' accortezza di mettere le mani avanti: «Se ospiterei un profugo di guerra? Sì, ma verifichiamo prima quali sono i Paesi dove sono in atto conflitti. Ospiterei un profugo perfino in casa mia, anche se ho un bilocale». Insomma, più che il classico «vorrei ma non posso», il leader del Carroccio propone un «vorrei ma ci sono le regole da rispettare». Erasmo D'Angelis, invece, direttore della rinnovata Unità, si è detto pronto a prenderlo in casa sua subito, senza sindacare regole o guerre in corso. Come se fosse una cosa normale.

L' affermazione dell' ex coordinatore della struttura di missione di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico è arrivata nel bel mezzo di confronto televisivo con il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, di parere diametralmente opposto, andato in onda a Skytg24, e non era affatto una risposta formale, ma sostanziale. Nel senso che lo avrebbe fatto subito. Alla prova dei fatti, però, le cose non sono andate esattamente in quella direzione. Nella residenza romana del direttore de L' Unità non ha trovato albergo nessun immigrato, o richiedente asilo, e le buone intenzioni sono rimaste tali.

In attesa, magari di una «sollecitazione» esterna, di una richiesta d'intervento. Come spesso capita agli esponenti della sinistra, a parole sono pronti a tutto, ma nei fatti ognuno a casa sua. Del resto quanto sostenuto da D' Angelis rientra perfettamente nel manuale del bravo renziano, e il timoniere del quotidiano fondato da Gramsci lo è da lunga data, avendo gestito a Firenze "Publiacqua", la più grande società mista pubblico-privata della Toscana che gestisce il servizio idrico integrato.

Alessandra «Ladylike» Moretti, l'esponente del Pd, candidata alla presidenza della Regione Veneto e battuta sonoramente da Luca Zaia, in campagna elettorale era andata addirittura oltre, sostenendo che i pensionati veneti avrebbero dovuto prendersi un immigrato in casa. Com'è andata a finire lo abbiamo visto tutti. A completare il quadro dei favorevoli o contrari irrompe Giorgia Meloni, leader di Fratelli d' Italia.

«Ospitare un profugo a casa mia? Prima che un profugo, ospiterei un terremotato o un alluvionato italiano, persone che lo Stato italiano fa finta di non vedere. Prima gli italiani. Poi certo, sono cristiana e quindi sempre disponibile alla solidarietà», dice la parlamentare ospite del programma di Radio 2 Rai «Un Giorno da Pecora». Rispondendo ai conduttori Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, la Meloni ha detto che la Merkel «ha preso solo i siriani perché da lì fuggono persone molto preparate». Chissà se la cancelliera ne ospiterà qualcuno a casa sua...

di Enrico Paoli

Siamo ormai sommersi dalle email: quel brutto vizio che è quasi stalking

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

A 20 anni dall’ingresso in società della posta elettronica connessioni veloci e smartphone hanno moltiplicato gli abusi

Cattura

I molestatori digitali dispongono, ormai, di un arsenale. In qualche caso, bisogna essere pazienti: prima o poi impareranno a usarlo. Facebook è un amplificatore: i cafoni sono diventati cialtroni, i perdigiorno buttano via gli anni. Twitter è la macchina della verità: la sintesi rivela la bontà delle idee o l’assenza delle medesime. Dotare un esibizionista di un account Instagram è come fornire un microfono a Maurizio Landini o una telecamera a Giorgia Meloni: una tentazione irresistibile. Alcuni strumenti, però, hanno ormai una certa età: dovremmo aver imparato ad utilizzarli. Non è così, purtroppo. Come sapete, c’è ancora qualcuno che chiama al cellulare e inizia a parlare senza prima domandare: «Disturbo?». E ci sono molti che saturano le caselle altrui con email non richieste, senza provare il minimo senso di colpa.
La posta elettronica è invasa da forze di occupazione
È incredibile dover parlare di queste cose nel 2015, vent’anni dopo il debutto sociale della posta elettronica. Ma è necessario: la velocità di connessione e l’ubiquità degli smartphone hanno moltiplicato gli abusi. Ricordate gli anni felici in cui, vedendo il numero rosso che segnalava l’arrivo di una mail, eravamo quasi felici? L’animale sociale che è in noi emetteva un impercettibile mugolìo di soddisfazione. La stessa, piacevole sensazione che, dieci anni prima, ci regalava il lampeggio della segretaria telefonica, rientrando a casa: ehi, qualcuno ci ha cercato!

Tutto questo è finito. La posta elettronica - rapida, gratuita, semplice - è invasa da forze di occupazione. Filtri e firewall riescono a bloccare parte della spam automatica; ma nulla possono contro la stagista di un ufficio stampa, convinta che inondare l’umanità di comunicati sia un diritto costituzionalmente garantito. Alcune applicazioni segnalano, attraverso i colori, le mail probabilmente irrilevanti. Ma devono arrendersi davanti al signor Santo Pignoli, che passa le serate offrendo al mondo le sue opinioni. E pretende risposte.

Una persecuzione che rasenta lo stalking.
Ripeto: è imbarazzante dover ripetere certe cose. Ma è necessario: perché qualcuno non le ha ancora capite. Nessuno - a parte le compagnie telefoniche, Vodafone in testa - si sogna di chiamare la gente a casa solo perché esiste il telefono. Moltissimi credono, invece, che l’esistenza della posta elettronica, e la conoscenza di un indirizzo, autorizzi a praticare una persecuzione che, in qualche caso, rasenta lo stalking. È un peccato: avanti così, e uno strumento utile e gratuito come l’email verrà abbandonato, in favore di nuovi strumenti (WhatsApp, Slack, è stato appena lanciato Symphony per il mondo finanziario). In un ultimo, disperato tentativo di spiegare l’ovvio, ecco un promemoria.
Sei cose da ricordare prima di cliccare il tasto «Invia»:
1) Una casella di posta elettronica non è un luogo intimo, ma è privata. Prima di entrare, chiedetevi: mi hanno invitato? O almeno: sarò gradito?
2) Entrereste in casa d’altri scaricando un baule nell’atrio? Ecco: evitate allegati, se non sono strettamente necessari.
3) L’«oggetto» non è un optional. È un biglietto da visita e un segnalibro: servirà a trovare la pagina.
4) Non è obbligatorio rispondere a ogni mail. Ed è vivamente sconsigliato rispondere d’impulso, se qualcosa vi ha turbato. Quasi certamente, ve ne pentirete.
5) Una risposta si può chiedere o sperare; non pretendere, né sollecitare.
6) Scrivete se avete qualcosa da dire, e ricordate una cosa fondamentale: potete anche non dirlo. Per esempio, volete davvero scrivermi per commentare questo commento? È l’ultima domenica d’estate: staccate le dita dalla tastiera e alzate gli occhi al cielo.
Io l’ho appena fatto, dopo aver visto il numero di mail arrivate tra ieri e oggi.

20 settembre 2015 (modifica il 20 settembre 2015 | 08:33)

Così le Province (quasi) abolite assumono e aumentano le tasse

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

Nonostante la riforma sono rimaste in piedi anche le società partecipate. Di fronte ai minori trasferimenti pubblici hanno aumentato l’imposta sulla Rc auto



L’ augurio di buone vacanze estive è stato recapitato agli automobilisti dalla fu Provincia di Firenze all’insorgere delle canicole di luglio. È stato allora che quella oggi ribattezzata Città metropolitana e presieduta dal renzianissimo sindaco fiorentino Dario Nardella ha aumentato l’imposta provinciale sulla Rc auto dal 10,5 al 16 per cento: il massimo consentito per legge.
L’unica leva fiscale di cui dispongono
Diciamo subito che è stato l’ultimo, ma certo non l’unico a farlo. Anzi, non è stato neppure l’ultimo, perché il giorno dopo anche la Provincia di Pistoia ha portato prontamente la tassa sull’assicurazione delle auto al 16 per cento. A gennaio l’avevano fatto la Province di Cuneo e di Reggio Calabria. A febbraio quella di Vicenza. A marzo quella di Cagliari. E prima ancora quasi tutte le altre. Dal 2011, quando si è cominciato a parlare seriamente di mettere mano alle Province e i governi di turno iniziavano a tagliare i trasferimenti, quegli enti hanno pensato bene di usare pesantemente l’unica leva fiscale di cui dispongono, scaricando i tagli su chi possiede un mezzo di locomozione.

Il risultato è che oggi la tassa provinciale sulla Rc auto è al 16 per cento dappertutto con le sole eccezioni di Treviso (15), l’Aquila (15,5) e Aosta (9). Non è propriamente uno scherzo, considerando che il gettito complessivo è di oltre due miliardi e mezzo. Ogni punto percentuale di aumento della tassa provinciale equivale dunque a più di 150 milioni che gravano su automobilisti e motociclisti .Il presidente della città metropolitana di Firenze ha aumentato anche il prelievo sul passaggio di proprietà dei veicoli dal 6 al 9 per cento e l’addizionale sui rifiuti dal 3 al 5 per cento: giustificando le dolorose misure con l’esigenza di compensare i minori trasferimenti pubblici .
Il caso delle società partecipate
Non sappiamo se queste mosse fossero inevitabili. Ma i dubbi che la riforma delle Province sia procedendo come era stato promesso, quelli lo sono davvero. E le perplessità aumentano ancora di fronte ad altri aspetti francamente curiosi. Le società partecipate delle Province, per esempio, sono ancora quasi tutte lì, vive e vegete. Qualche caso? Viva e vegeta Florence multimedia, società che cura l’ufficio stampa della fu provincia e ne gestisce il portale (ma serve addirittura una società di capitali per queste attività?). Viva e vegeta la napoletana Ar.Me.Na., nata nel 2007 con il centrosinistra per rastrellare i denari di Bruxelles, che ora a quanto pare ha un nuovo scopo sociale: la sopravvivenza.

Una società creata per raccogliere i fondi europei diventa così una ditta di manutenzione in house per gli immobili della Provincia di Napoli, con il compito, fra l’altro, di provvedere alle esigenze del «bosco inferiore della Reggia di Portici». Dalle pratiche comunitarie alla cura delle querce. Numero di addetti: 329 . Viva e vegeta la Proservice, società della Provincia di Cagliari incaricata anch’essa della manutenzione degli edifici provinciali, dei servizi di portierato, della disinfestazione nonché della manutenzione di alcune strade e del parco di Monte Claro: 169 addetti.

Viva e vegeta Capitale Lavoro, società istituita nel 2002 dalla Provincia di Roma allora governata dal centrodestra che si occupa di formazione professionale e servizi per l’impiego. Sono funzioni che dopo la riforma non dovrebbero spettare più alle Province, ma tant’è. Considerata un feudo della sinistra a sinistra del Pd, Capitale Lavoro ha provveduto qualche mese fa a inglobare il personale di un ente provinciale sciolto, l’Agenzia colline romane, e a stabilizzare 23 precari: fra cui anche un dirigente. I dipendenti sono così saliti dai 307 di fine 2013 a circa 350.

Più un esercito di collaboratori, più dieci fra consiglieri di amministrazione e revisori dei conti.
Viva e vegeta pure l’Azienda bergamasca formazione con i suoi 337 dipendenti. Viva e vegeta l’Agenzia per i servizi formativi e per il Lavoro controllata al 100 per cento dalla Provincia di Latina. Che alla fine del 2014 ha provveduto ad assumere 8 dipendenti a tempo indeterminato fra cui, ha rivelato Latinaquotidiano.it, anche il sindaco di un piccolo paese del circondario. Il direttore generale della società ha spiegato che non si poteva fare altrimenti: l’agenzia soffre maledettamente di mancanza di personale.

Viva e vegeta Rinascita e Sviluppo, società costituita nel 1999 per il patto territoriale della Provincia di Macerata. Viva e vegeta Parma turismi, azienda di promozione turistica controllata al 56 per cento dalla Provincia di Parma: dieci soci e sette addetti.Viva e vegeta anche la Tonnara Su Pranu di Porto Scuso, di cui la Provincia di Cagliari è il principale azionista, con 57 mila euro di fatturato e 170 mila di perdite. Nonché un contenzioso con il Fisco da due milioni che pende ormai da quindici anni.

20 settembre 2015 (modifica il 20 settembre 2015 | 08:32)

Milano Expo, ecco il piano che «farà a pezzi» i padiglioni. Da novembre seicento operai nei cantieri

Corriere della sera

di Elisabetta Soglio

Con l’anno nuovo saliranno a duemila. Ogni Paese dovrà indicare il futuro delle strutture

(Fotogramma)

Ci sono già le date di inizio e fine della prima parte dei lavori, la fase degli arredi: dal primo novembre bisogna portare via tavoli e sgabelli, schermi e monitor, lampadari e vasi. Poi si parte con lo smontaggio vero e proprio e allora sarà cantiere vero: 5-600 operai all’inizio, che da gennaio diventeranno 1500-2000. I tecnici di Expo hanno presentato ieri ai commissari di tutte le nazioni partecipanti all’esposizione riuniti nel media centre il piano per il cosiddetto «dismantling». Un cronoprogramma ancora parziale, ovvio, che è stato redatto dopo che in questi giorni sono stati battuti uno a uno i primi 25 padiglioni, per verificare le intenzioni dei Paesi sul futuro della struttura.

Al netto infatti degli arredi, che ciascuno riporta via, ci sono padiglioni con situazioni diverse: quelli che hanno già una destinazione futura nel Paese di origine (quello francese, per dire, verrà ricostruito a Parigi, quello degli Emirati Arabi andrà a Masdar City, in pieno deserto); quelli che andranno in Paesi meno ricchi per opere di solidarietà (come i contanier di Monaco destinati al Burkina Fasu, dove diventeranno un centro di primo soccorso) e quelli che invece non hanno ancora deciso che fare.

Lo stesso vale per i padiglioni delle imprese e dei privati: alcuni ricostruiranno quello che hanno usato qui (Fiera Bologna userà le strutture del padiglione della biodiversità alla Fiera di Parma), altri regalano lo spazio (l’area Coca Cola diventerà un campo da basket che la multinazionale ha donato al Comune di Milano), altri faranno beneficenza (le piastrelle del padiglione Vanke vanno all’asta e il ricavato servirà a realizzare in Cina un tempio «Dei cinque draghi»).

La società Expo darà 15 giorni di tempo ai padiglioni più piccoli e 20-25 a quelli più grandi per concludere la prima fase. Una volta sgomberati gli interni, da fine novembre circa, si passa alle strutture. Anche qui ci sono opzioni diverse: chi ricostruisce ex novo, appunto, chi invece aveva utilizzato materiali poco pregiati e vuole abbattere, cercando al massimo un accordo con le imprese per vendere acciaio piuttosto che legno.

E poi c’è la data finale: tutti finora hanno dichiarato di voler concludere l’intervento di smontaggio entro marzo. In questo quadro già abbastanza contorto (che il commissario unico Giuseppe Sala ha affidato alla regia di Romano Bignozzi e ad Alessandro Molaioni, i suoi uomini di fiducia) , si inserisce il discorso della fase intermedia. In attesa di una destinazione finale, la Cisl ha chiesto che Palazzo Italia e l’Albero della Vita restino ancora fino al 6 gennaio e ieri la richiesta è stata formalizzata anche in una lettera al commissario del Padiglione Italia Diana Bracco e per conoscenza al ministro Maurizio Martina, al governatore Roberto Maroni e al presidente dell’autorità Anticorruzione Raffaele Cantone.

Tutti disponibili a parole, compreso Marco Balich, ideatore del fortunato Albero della Vita. Ma Sala ieri ha puntualizzato: «Ne parlerò con la presidente Bracco perché il problema qui è capire chi gestirà le visite, chi metterà lo spazio in sicurezza (visto che il resto dell’area sarà un cantiere con via vai di camion e operai), chi controllerà gli ingressi e le uscite del pubblico». Un sì con molti punti interrogativi, insomma.

A cui si aggiungono quelli elencati ieri dalla delegazione del Movimento Cinque Stelle che, guidata dalla consigliera regionale Silvana Carcano, ha chiesto tra l’altro «informazioni sui finanziamenti per le bonifiche dell’area prima di Expo, perché i costi, ben superiori ai 6 milioni previsti, non devono gravare sui cittadini; ma anche sul riposizionamento dei terreni e sulla rimozione dei rifiuti speciali». Ultima richiesta: fare riferimento al protocollo di legalità per le imprese anche nella fase di smantellamento. Sala si è impegnato su tutti i punti: «Entro fine mese presenteremo i costi delle bonifiche, anche se qualcuno di questi rientra nelle transazioni che ancora stiamo chiudendo».

19 settembre 2015 | 09:31