venerdì 18 settembre 2015

Gli ipocriti del business dei profughi

Piero Ostellino - Ven, 18/09/2015 - 15:31

L'industria dell'immigrazione continua a sfornare morti annegati e buone intenzioni, che fioriscono a ogni naufragio senza che se ne venga a capo

L'industria dell'immigrazione continua a sfornare morti annegati e buone intenzioni, che fioriscono a ogni naufragio senza che se ne venga a capo.

La prospettiva di risolvere il problema affondando i barconi, prima che diventino il mezzo di trasporto di migliaia di invasori dell'Europa, ha sollevato le reazioni indignate delle anime belle; reazioni che sono, poi, l'aspetto ipocrita di chi dall'immigrazione trae un qualche beneficio economico e sociale e a esso non vuole rinunciare. A nessuno è passato per la testa che fino a quando ci si indignerà alla prospettiva di debellare il traffico di immigrati con mezzi militari adeguati i mercanti di uomini continueranno a fare il loro sporco mestiere e l'industria dell'immigrazione continuerà a fiorire.

L'ultimo a sollecitare l'Unione europea a provvedere è stato generosamente il presidente della Repubblica. Ma l'Ue non pare esserne interessata, né avere i mezzi per provvedervi. Sollecitazioni come quella del buon Mattarella rimangono intenzioni con le quali si fa qualche concessione alle coscienze emotivamente toccate da ogni naufragio e dai morti annegati che ne conseguono, senza che ne sortisca un qualche effetto. Invocare l'intervento dell'Ue è fiato sprecato e aspettarsi che qualcosa faccia almeno il nostro governo è tempo perso.

La cruda verità è che sia l'Europa, sia il governo Renzi, per non parlare di quelli che lo hanno preceduto, non hanno formulato alcuna politica dell'immigrazione e sono stati colti di sorpresa dalla crescita esponenziale dei flussi migratori non sapendo palesemente come arrestarli. Troppi interessi ci sono dietro gli sbarchi perché gli inviti a fare qualcosa sortiscano un qualche effetto.

Bisognerebbe prendere il problema per il collo, incominciando col formulare una politica di investimenti nei Paesi dai quali partono gli immigrati allo scopo di impedire di fatto che partano, offrendo loro opportunità di lavoro e di una vita decente in patria. Ma certe esperienze disastrose, e scandalose, del passato - quando la politica di cooperazione si era risolta in un finanziamento occulto dei partiti - lo sconsigliano.

C'è già fin troppa dispersione di risorse finanziarie, che finiscono nel calderone della corruzione, per immaginare di ripetere certe esperienze. Così, rimane solo l'adozione di soluzioni radicali militari contro i trafficanti. Ma fino a quando solleveranno ondate di (finta) indignazione com'è accaduto negli ultimi giorni, anche questa soluzione resterà nel limbo delle cose da fare.

Il probabile risultato sarà la colonizzazione dell'Europa a opera di un'immigrazione islamica o, peggio, l'aumento del terrorismo e della criminalità organizzata, la fine della nostra civilizzazione. I primi sintomi già si avvertono col cretino divieto di legge di aggiungere l'attributo islamico al sostantivo estremismo; poi verrà l'obbligo, anche alle donne di altre religioni, di indossare il chador che le donne musulmane già indossano sulle nostre strade; infine l'imposizione di una morale, quella islamica, diversa.

Di fronte a tale catastrofica prospettiva la soluzione più logica sarebbe l'affondamento dei barconi prima che facciano il loro cattivo servizio e la condanna dell'industria dell'immigrazione. Ma l'Occidente democratico e cristiano ne avrà il coraggio e la forza, anche morale, necessari? C'è da dubitarne, almeno fino a quando ci saranno anime belle pronte a ipocritamente scandalizzarsene e a impedirlo, non per buonismo, come lo si definisce per comodità morale, bensì per interesse.

In definitiva. L'industria dell'immigrazione è fatta di troppi interessi concomitanti perché la si possa debellare con le buone intenzioni e fino a quando non si andranno a colpire quegli interessi, non solo quelli degli scafisti, non se ne uscirà.

piero.ostellino@ilgiornale.it

Colosseo, i custodi non ci stanno: "Non siamo fannulloni"

Raffaello Binelli - Ven, 18/09/2015 - 17:42

"Si sta facendo passare l’immagine del custode fannullone ma è normale lavorare senza essere retribuiti?", si chiede una sindacalista

Tutta l'Italia ha provato sdegno di fronte alla notizia della chiusura del Colosseo per un'assemblea sindacale.

Era già successo qualche mese fa a Pompei ed ora è capitato di nuovo. Ma i custodi non ci stanno a passare per fannulloni. Sono 26 gli effettivi che prestano servizio al Colosseo, aperto sette giorni su sette dalle 8.30 alle 19. "In media - racconta Irene Baroni (Rsu) - ci troviamo in sette persone a turno e abbiamo a che fare con 15 mila-20 mila visitatori al giorno, con punte di 32 mila e per un totale di 6,5 milioni di visitatori nel 2014". Baroni si occupa di tutela archeologica e custodia del Colosseo dal 1999. I custodi ogni giorno devono "gestire" circa mille persone a testa: "Cerchiamo di farlo con grande professionalità, prestiamo soccorso quando qualcuno si sente male, diamo informazioni a tutti e sempre a noi sventiamo eventuali furti o danni".

"Noi - prosegue - siamo le chiavi e la faccia di questo monumento e ora dicono che non lo amiamo e dicono anche che non abbiamo il diritto di dire che siamo pochi e vogliamo essere pagati in tempo?", dice Irene spiegando che "dal novembre 2014 non percepiamo circa il 30% del nostro salario come tutti i colleghi di Italia che lavorano al Mibact, nove mesi di retribuzioni arretrate". Insomma, stando al racconto di questa rappresentante sindacale, ci sarebbero diversi problemi tali da giustificare un malcontento e, quindi, come previsto dalla legge, normali forme di rivendicazione.

I custodi lamentano anche la carenza di organico che "espone i nostri siti archeologici più belli anche ad un livello di sicurezza precario, e questo col Giubileo che arriva è veramente allarmante" "Non ci vengono pagate le competenze relative a turnazioni, festività, reperibilità notturna e aperture straordinarie da novembre 2014 - le fa eco Antonella Rotondi (Rsu), che si occupa di tutela del territorio presso la soprintendenza di Roma dal 1997 -. Nonostante questo con grande senso di responsabilità abbiamo sempre continuato a mantenere aperti i siti. Ora si sta facendo passare l’immagine del custode fannullone ma io mi domando: è normale lavorare senza essere retribuiti? Il nostro è un grido di allarme non solo per il Colosseo ma per tutte le soprintendenze d’Italia, per la dignità del lavoro":

Scoperta la serie di Fibonacci sulla facciata di una chiesa a Pisa»

Corriere della sera

Secondo un docente dell’Università di Pisa «Le geometrie dell’intarsio contenuto nella lunetta sopra il portale sono un richiamo esplicito al pensiero del matematico pisano»



PISA - È un richiamo esplicito alle scoperte del primo grande matematico dell’Occidente cristiano, Leonardo Fibonacci, ed è riemerso grazie a un recente restauro che ha riportato i marmi della Chiesa di San Nicola in via Santa Maria all’antico splendore. Un originale studio di Pietro Armienti, docente di Petrologia e Petrografia dell’Università di Pisa, recentemente pubblicato sul Journal of Cultural Heritage, ha permesso di interpretare le eleganti geometrie dell’intarsio della lunetta sopra l’originario portale principale come un riferimento alla celebre successione numerica individuata dal matematico pisano.
I segni del tempo
«Per secoli i segni del tempo avevano reso illeggibili gli intarsi della facciata della chiesa, la cui costruzione, che risale al XIII secolo, viene da molti attribuita a Nicola Pisano – commenta il professore – Dopo il restauro, il messaggio scolpito nella lunetta del portale è emerso in tutti i suoi dettagli e ci ha permesso di dimostrare che il pregevole manufatto, che ha comportato il lavoro congiunto di matematici, teologi, artigiani, celebra le intuizioni che segnarono a Pisa la nascita di una scuola di pensiero capace di trasformare la visione medievale del mondo e di fare della città la culla della pensiero scientifico moderno».
La serie dentro i segni
Secondo l’interpretazione del professor Armienti, le eleganti simmetrie dell’opera sono un richiamo diretto alle scoperte del matematico pisano: «Se si assume come unitario il diametro dei cerchi più piccoli dell’intarsio, i più grandi hanno diametro doppio, i successivi triplo, mentre quelli di diametro 5 sono divisi in spicchi nei quadratini ai vertici del quadrato in cui è inscritto il cerchio principale, quello centrale ha diametro 13 mentre il cerchio che circoscrive i quadratini negli angoli ha diametro 8. Gli altri elementi dell’intarsio disposti secondo tracce circolari individuano circonferenze di raggio 21 e 34, infine il cerchio che circoscrive l’intarsio ha diametro 55 volte più grande del circolo minore. 1,2,3,5,8,13,21,34,55 sono i primi nove elementi della successione di Fibonacci».
«L’intarsio è un abaco»
Per Armienti, il riferimento non potrebbe essere più esplicito e collega direttamente l’intarsio all’opera del grande matematico o a una cerchia di suoi diretti collaboratori o allievi: «L’intarsio di fatto è un abaco per rappresentare numeri irrazionali come p o il rapporto Aureo f, oltre che per calcolare con un’ottima approssimazione i lati dei poligoni regolari inscritti nel cerchio diametro maggiore. Si tratta dunque di un importante monumento la cui presenza era stata concepita per l’educazione delle élites, secondo il programma della filosofia scolastica: un dono prezioso della sapienza degli antichi giunto dopo ottocento anni di oblio e la cui presenza va valorizzata».

18 settembre 2015 | 13:34

Riina e Provenzano incensurati. E la Camera corre ai ripari

Luca Romano - Ven, 18/09/2015 - 08:29

È l'effetto di un decreto del Presidente della Repubblica del 2002 secondo il quale agli ultra-ottuagenari e a chi è deceduto viene cancellata l'iscrizione nel casellario giudiziario



Riina e Provenzano incensurati. Non è una boutade ma l'effetto di un decreto del Presidente della Repubblica del 2002 secondo il quale agli ultra-ottuagenari e a chi è deceduto viene cancellata l'iscrizione nel casellario giudiziario.

Un'eccezione che, ieri, con il via libera ad un emendamento M5S, la Camera ha eliminato nell'ambito di quella riforma del processo penale sul quale mercoledì è previsto il voto finale e che martedì, con il voto sulla delega sulle intercettazioni, avrà il suo momento più "caldo". Per ora i lavori parlamentari viaggiano senza clamorosi strappi. E a testimonianza di ciò arriva l'ok all'emendamento M5S, che tocca anche gli ex parlamentari condannati - tra i quali Silvio Berlusconi che li compirà l'anno prossimo - vicini agli 80 anni. Il tema, infatti, era emerso già nel luglio scorso quando, nell'ambito del taglio ai vitalizi degli ex parlamentari condannati in via definitiva, erano stati disposti ulteriori accertamenti per chi, ultraottantenne, non risulta più nel casellario.

L'ok arriva tra le proteste di Sel, che con Daniele Farina ha invitato l'Aula a considerare anche chi ha compiuto reati di lieve entità e ha diritto ad ottenere la cancellazione della "macchia" una volta compiuto gli "ottanta". L'emendamento, tuttavia, è passato in una giornata dove sono arrivati diversi ok alla riforma del processo penale. Tra le modifiche approvate, la soppressione del potere del gip/gup di esercitare la supplenza dei poteri-doveri di indagine del pm o l'inammissibilità dell'impugnazione, in presenza di specifici vizi formali, affidata al giudice a quo.

Sostanziali anche gli interventi sui ricorsi in Cassazione: tra gli altri la previsione che in caso di 'doppia conformè di assoluzione il ricorso per Cassazione possa essere proposto solo per violazione di legge mentre si introduce una stretta sui ricorsi in Cassazione dopo il patteggiamento. E la Camera ha detto sì anche ai termini a disposizione per il pm per esercitare l'azione penale o chiedere l'archiviazione. Tetto che, nei casi di mafia o terrorismo sale a un anno e che aveva visto le toghe molto critiche. Ma il Pd, con la presidente della commissione Giustizia, Donatella Ferranti, sottolinea come la norma non può in alcun modo ostacolare le indagini, ma va piuttosto nella direzione di una ragionevole durata del processo e può contribuire ad evitare la tagliola della prescrizione".

Eppure, i dubbi dell'Anm, espressi oggi dal segretario Maurizio Carbone, restano, toccando diversi punti del ddl, da quello delle intercettazioni all'inclusione nella relazione annuale al Parlamento dei dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione, con specifica delle ragioni di riconoscimento e dell'entità delle riparazioni. Una novità, questa, fortemente voluta da Ap e approvata in Aula con soli tre voti contrari. Difficile, invece, che simile consenso avrà anche la delega sulle intercettazioni. Punto sul quale, tuttavia, il Pd non prevede, al di là dell'emendamento Verini, modifiche rilevanti anche perchè, si sottolinea, il diritto di cronaca viene salvaguardato e si dà al governo una delega che, per le conversazioni fraudolentemente intercettate, prevede un reato minimo, che non supera i 4 anni.

Bruciatemi, nudo. E disperdete le ceneri…”

Angelo Crespi

Non si cambia mai; il carattere, le virtù, i vizi persistono anche nell’approssimarsi della morte o quando si pensa ad essa. Alessandro Manzoni, per esempio, fu pignolo fino all’estrema unzione. Il suo testamento è prolisso e un poco noioso, come da par suo. Giovanni Verga, invece, breve e realista. Pascoli è stringatissimo, una sola riga per nominare erede universale la sorella Maria, detta Mariù, con cui intrattenne un rapporto al limite dell’incestuoso.

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Gabriele d’Annunzio non si scosta dal personaggio, premettendo alle proprie ultime volontà il motto “hic manebimus optime”. Luigi Pirandello, in mezza paginetta e un certo sussiego, vorrebbe scomparire come un qualsiasi Mattia Pascal: “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere, perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me”.

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Giuseppe Garibaldi

Parimenti Garibaldi chiede di essere arso, ma in modo più pomposo, forse pregustando un futuro di icona: “Il mio cadavere sarà cremato con legna di Caprera nel sito da me indicato con asta di ferro ed un pizzigo di cenere (…) La mia salma vestirà camicia rossa. La testa, nel feretro, o lettino di ferro, appoggiato al muro, verso tramontana, con volto scoperto, i piedi all’asta”. Cavour viceversa bada, prima che ai soldi, alla cultura: al punto uno del testamento lega “all’amatissimo” marchese Gustavo “i libri tutti componenti la mia biblioteca”. Giuseppe Verdi predilige le gioie lasciando al dottor Angiolo Carrara di Busseto “l’orologio d’oro a ripetizione e catena d’oro (…) più tutti i bottoni d’oro che porto nelle camicie”.

D’altro canto, Giuseppe Zanardelli si preoccupa di far arrivare a Massimo Bonari “la pendola e candelabri che fossero nella mia stanza da pranzo in Maderno, il servizio da caffè con tazze azzurre e quello dei bicchierini in argento che sono nella stanza medesima”. Infine Guglielmo Marconi, ricchissimo, approfitta testando per togliersi un sassolino dalle scarpe: “Perché non siano dimenticati alcuni momenti della mia vita, certo non piacevoli, dichiaro che dopo il mio divorzio colla signora Beatrice O’ Brien oggi marchesa Marignoli, a sua richiesta le ho donato la somma di Lire italiane 3.000.000 (tre milioni) come da regolari ricevute che conservo”.

ansa - sacchi - TV: CLAUDIA MORI, E' GIALLO SU BLOCCO FICTION DE GASPERI
Alcide De Gasperi

Stranezze, sottigliezze, aspirazioni e delusioni, si gustano nella mostra “Io qui sottoscritto” (da venerdì 18, Palazzo Comunale di Modena) che presenta, in occasione del Festival della Filosofia, i testamenti dei grandi italiani, da Agnelli a Ferrari, passando per La Marmora, Grazia Deledda, Ettore Petrolini… Una sorta di storia d’Italia in punto di morte, in cui oltre al vil denaro si tramandano alti insegnamenti. E’ il caso di Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica Italiana, politico d’altri tempi, che ne fa una questione etica:

“Tutto il mio patrimonio è frutto esclusivo del mio lungo, assiduo, onesto lavoro professionale di cinquanta anni. La mia vita modesta e parsimoniosa mi ha consentito di accantonare risparmi sugli introiti annuali e di accumulare anche fino a pochi anni or sono tutte le rendite. Avrei posseduto un patrimonio notevole se non mi fossi imposto volontariamente una norma che ho osservato in modo rigorosissimo, come tutti sanno, dal giorno in cui entrai nella vita politica: di non accettare il patrocinio di cause, le quali avessero relazione, sia pure indiretta, con lo Stato”.

Di converso, Alcide de Gasperi preferisce un lascito spirituale: “Muoio colla coscienza d’aver combattuto la buona battaglia e colla sicurezza che un giorno i nostri ideali trionferanno”. Spirituale, ma anche attento ai beni materiali, papa Giovanni XXIII, bergamasco solido e concreto. Tutto il contrario, papa Montini che vira al poetico: “Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite?”.

E c’è spazio anche per la testimonianza civile esemplare: Giorgio Ambrosoli scrive alla moglie Anna dopo il deposito dello stato passivo della Banca Privata Italiana: “E’ indubbio che pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese”. Così fu.

Le minacce esagerate del ministro Giannini

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Le polemiche degli «anti-gender» e le risposte del ministro

Stefania Giannni (Imagoeconomica)

Il ministro Giannini minaccia di adire le vie legali contro chi spaccia la «truffa culturale» secondo cui le scuole saranno costrette a sottomettersi al nuovo verbo gender. Ha ragione ad arrabbiarsi, semplicemente perché nel testo del governo non c’è quello che gli «anti-gender» dicono ci sia. Ha torto ad annunciare querele. Quale sarebbe il reato, poi, forse «diffusione di notizie false e tendenziose»? Oppure «sabotaggio» dell’opera del governo, «vilipendio» dell’istituzione ministeriale? La propaganda anti-Giannini altera i dati, fornisce un’informazione sbagliata?

Bene, anzi male: il ministro può replicare duramente, contestare aspramente gli avvelenatori di pozzi. Ma da quando si deve chiedere a un giudice di dare il suo verdetto su una disputa politica? Ci lamentiamo sempre perché la magistratura svolge una missione di supplenza rispetto alle manchevolezze della politica, e adesso affidiamo alla magistratura il compito di dirimere una discussione? Il ministro Giannini potrebbe replicare: ma qui si manipolano i dati, si dice che il governo vuole fare cose che non si sogna di fare.

Ecco, dia addosso ai manipolatori, dica all’opinione pubblica come siano faziosi e a corto di argomenti i suoi detrattori. Ma non si può portare davanti a un giudice l’interpretazione che qualcuno vuole dare a una direttiva del governo. In politica, la verità purtroppo è un concetto molto fragile. Per dire, all’inizio di settembre, annunciando i provvedimenti per i «mille giorni» del suo governo, il premier Renzi disse, presente lo stesso ministro Giannini, che in quei mille giorni sarebbero stati inaugurati mille asili nido. Sono passati 365 giorni e non risultano 365 nuovi asili nido in Italia. Vogliamo denunciare il premier per «false promesse»? Sarebbe ridicolo. Perciò il ministro denunci pure la «truffa culturale». Ma all’opinione pubblica, non in tribunale .

18 settembre 2015 (modifica il 18 settembre 2015 | 08:35)

Quei francobolli di Andreotti Un tesoro da 100 mila euro

Corriere della sera

di Paolo Conti

All’asta la collezione del 1870, ultimo anno del potere temporale dei Papi

Foto d’archivio di Giulio Andreotti a una mostra di filatelia (Ansa)

È il 30 ottobre 2003, la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza d’appello del 2002 con cui Giulio Andreotti era stato condannato a 24 anni di carcere per l’omicidio Pecorelli. Il senatore a vita si ritrova col proscioglimento pieno della sentenza di primo grado. Esulta a suo modo, senza scomporsi molto, e soprattutto andando a Porta a porta da Bruno Vespa. Flemmatico, annuncia: «Ho dovuto vendere la collezione di francobolli per pagarmi gli avvocati». La morte dell’ex presidente del Consiglio, il 6 maggio 2013,accrescerà dieci anni dopo il numero dei tanti misteri andreottiani: il «calendario filatelico» è ancora lì nella sua biblioteca, con i 364 pezzi (appunto, il calendario) del 1870, uno per ogni giorno dell’ultimo anno del potere temporale dei Papi.

Una collezione unica al mondo che, per indicazione degli eredi Andreotti, verrà battuta come lotto 949 all’Hotel de la Ville a Milano sabato 26 e domenica 27 settembre prossimi nella vendita dei complessivi 3.267 lotti della Casa d’Aste Ferrario di Milano. Le basi di partenza totali saranno di 2 milioni di euro (il catalogo è visibile su www.ferrarioaste.com) e la sola collezione Andreotti avrà una base d’asta di 40.000 euro con una stima prossima ai 100.000.

Cattura

Dice Filippo Ferrario, presidente di Ferrario Aste: «Nella collezione appaiono due rarissime lettere del 20 settembre 1870, il giorno di Porta Pia, una da Civitavecchia e una da Albano, si tratta per entrambe dell’ultimo giorno di esistenza dello Stato Pontificio. Poi due lettere del 14 e 16 settembre 1870, spedite da Ronciglione e da Velletri nei rispettivi giorni di liberazione. Storicamente importanti anche due lettere dell’8 ottobre e 9 ottobre 1870 che sanciscono l’ultimo giorno della Giunta provvisoria di governo e il primo d’annessione al Regno d’Italia».

Oltre al calendario, del fondo Andreotti fanno parte anche 42 lettere, una rara tricolore con un esemplare da 80, 20 e 10 centesimi della terza emissione del Pontificio del 24 giugno 1870. Il democristianissimo Andreotti manifestò per tutta la sua vita un immenso interesse per il tramonto dello Stato Pontificio. Molti i suoi saggi storici, fortunati dal punto di vista del successo di vendita ( Sotto il segno di Pio IX , La fuga di Pio IX e l’ospitalità dei Borbone , La sciarada di Papa Mastai ) sono dedicati a quel periodo. Ma la sua passione per la filatelia nacque improvvisamente nel 1959, visitando con Giulio Bolaffi la mitica Mostra Filatelica di Palermo del 1959, ancora citata dagli appassionati.

Il senatore a vita ammirò la collezione personale di Elisabetta II; un altro «calendario filatelico» tutto di emissioni inglesi e dedicato al 1859. E così decise per la sua personale collezione, imperniata sul suo periodo storico più amato. Ne ricavò anche una riflessione che sottopose in un discorso a «Italia ‘76», l’esposizione mondiale di filatelia di quell’anno: «Penso alle buste bollate alle poste di san Pietro il 20 settembre 1870 e rilevo come, in un giorno drammatico per la città, gli impiegati pontifici restarono al loro posto, in una concezione del servizio pubblico che sarebbe bene far resistere all’usura del tempo».

Ferrario è sicuro che la collezione Andreotti attirerà molta attenzione. A Milano c’è chi parla di un interessamento di Luigi Berlusconi, il giovane figlio del Cavaliere. Il Divo Giulio continua ad affascinare, anche con i suoi francobolli.

18 settembre 2015 | 07:48

Occhio alla nuova truffa su Whatsapp: la chat di gruppo che nasconde il virus

La Stampa
francesco zaffarano

Da alcuni giorni gira un nuovo malware che blocca il telefono richiedendo un riscatto



Su Whatsapp gira un nuovo virus che mette a rischio la privacy degli utenti. Si tratta di un ransomware, un sistema che blocca il telefono (sia su iOS sia su Android) e l’accesso ai propri dati personali (contatti, foto, ecc.) e che richiede un riscatto per poter riprendere il controllo del dispositivo.

In questi giorni potrebbe arrivarvi una notifica di questo tipo: «Whatsapp ti ha aggiunto al gruppo Whatsapp». All’interno di questa chat comparirà un messaggio (da mittente con prefisso +44) seguito da un contenuto multimediale e una scheda contatto, che vi informa di essere stati selezionati tra tanti fortunati per ricevere un premio: «Congratulazioni, il tuo numero di telefono +39XXXXXXXXXX è stato selezionato casualmente come dispositivo mobile fortunato di oggi! Hai un (1) premio non reclamato. Reclama il tuo premio ora!»

Per evitare di incappare nel malware, bisogna evitare di cliccare sia sul file multimediale sia sulla scheda contatto, limitandosi a uscire dalla chat, cancellarla e bloccare il mittente. 

Qui sotto lo screenshot del messaggio-truffa:

La parte debole

La Stampa
massimo gramellini

La vicenda del tassista torinese che si rifiuta di prendere a bordo il padre dello sport paralimpico Luca Pancalli per non sporcare il suo prezioso cofano con le ruote della carrozzella suona talmente estrema da costringerci a indirizzare le riserve di compassione verso la parte più debole. Il tassista. Pancalli ha già superato la sua prova del fuoco. Successe a diciassette anni, quando si spezzò il collo cadendo da cavallo durante una gara, e la vita lo detronizzò dai suoi sogni di atleta per rovesciargli addosso una realtà di sguardi pietosi e domande impossibili sul perché fosse toccato proprio a lui.

Fu allora, mentre era disteso su un letto d’ospedale ad augurarsi di morire, che sua madre gli scrisse una lettera. Ne ha rivelato il testo egli stesso, nella biografia raccolta dal giornalista Giacomo Crosa. «Tesoro mio, solo in te puoi trovare quello che gli altri non riescono a darti. Vuoi dipendere esclusivamente da loro? Piangi. Da solo o, se vuoi, abbracciato a me fino a confondere le nostre lacrime. Ma non permettere a nessuno di pensare che ti stai compiangendo. Stringi i denti e guarda avanti. Da oggi in poi io sarò dura con te, più dura del granito, ti dirò cose cattive, stenterai a riconoscere in me tua madre, ma ti prego: non considerarti mai uno sconfitto della vita».

È chiaro che con una madre così formidabile non avrai bisogno di troppe carrozzelle emotive per viaggiare spedito nella vita. Il tassista ha tutta l’aria di essere stato meno fortunato di Pancalli. Ma c’è sempre tempo per rimontare a bordo della propria storia e darle un senso nuovo. 

Viaggi on line, come comprare «pacchetti» senza farsi tracciare

Corriere della sera

di Fabrizio Guglielmini

Acquistare il biglietto direttamente sul sito della compagnia aerea o utilizzare il sistema Tor. Perché restare anonimi? Per non essere perseguitati dalle offerte ma anche per spendere meno. Ecco il motivo

(foto dal sito www.ilcomputel.it)
Navigare, e soprattutto comprare online, risultando invisibili ai tracciamenti a fini pubblicitari sulla Rete è impossibile. Siamo saltati subito alla conclusione ma quando si comprano voli, alberghi o pacchetti di viaggio è una (sgradevole) consuetudine trovarsi il monitor invaso da proposte commerciali legate alla nostra ultima ricerca: hotel o auto a noleggio a Parigi se abbiamo comprato un volo per la capitale francese e così via, in una micidiale spirale di tracciamento e marketing on line che ovviamente dà linfa economica ai colossi della Rete con un flusso di dati che riguardano le nostre preferenze sul web.

D’accordo, essere invisibili è impossibile, ma esistono una serie di accorgimenti da attivare (o praticare come buone abitudini) sia dal computer fisso sia dagli Smartphone utile perlomeno a limitare (in alcuni casi con risultati apprezzabili) la comparsa di banner e altri ads indesiderati. Da una parte le buone abitudini riguardano il come si comprano prodotti turistici; regole che per il mercato dei viaggi si possono personalizzare; dall’altra accorgimenti tecnici semplici, a cominciare da motori di ricerca progettati per evitare il tracciamento.

Regole semplici ed efficaci
Per l’acquisto di un volo: spesso la miglior soluzione anti-tracciamento risulta essere la più semplice (e ormai desueta): acquistare un volo direttamente sul sito di una compagnia aerea, riducendo al minimo le pubblicità invasive. Per il confronto prezzi si possono incrociare siti comparatori (come Jetcost per gli aerei e Momondo.it per voli, hotel e noleggi auto) ma utilizzando come pagina iniziale DuckDuckgo o Startpage che non tracciano le nostre ricerche. Utilizzando motori di ricerca «tradizionali» gli ads aumentano esponenzialmente così come cercando il nostro viaggio sulle On Line Travel Agency (OTA) che rilanciano le ricerche con avvisi pubblicitari relativi alla nostra meta.

Soluzioni (anche) tecniche Da computer fisso il programma Tor (Torproject.org «The Onion router») è un sistema di comunicazione anonima che protegge dall’analisi del nostro traffico di dati attraverso una rete di router («onion router»), in modo da rendere difficile o impossibile l’analisi delle informazioni in uscita e in entrata dal nostro computer.

Con gli Smartphone
Su iPhone si limita il tracciamento dal menu Impostazioni/Privacy; su Android si disattiva il tracciamento da Impostazioni Google con Disattiva annunci basati sugli interessi. Ma il sistema più efficace è quello di scaricare un limitato numero di app «turistiche» selezionando quelle che davvero ci sono utili. Va considerata un’evidenza: i cookie (poco efficaci comunque sugli smartphone) oramai sono un sistema all’acqua di rose per tracciare le nostre abitudini.

Specialisti in ricerche di mercato sul turismo come PhoCusWright indicano al 20% gli acquisti di viaggi fatti in Italia da tablet con un volume di affari intorno ai 7 miliardi di euro e con il 60% del totale delle prenotazioni legate ai viaggi originate dal web. Volumi enormi che hanno indotto i grandi Tracker (Facebook col suo miliardo di utenti; Microsoft e Google in testa) a diventare sempre più sofisticati nel monitorare i nostri clic, creando ponti diretti con gli inserzionisti del web, nel nostro caso legati a ogni declinazione del viaggio.

La prossima frontiera
Eppure questi accorgimenti applicati agli acquisti di viaggi on line potrebbero a breve essere superati dall’«eye tracking» e cioè l’utilizzo dei dispositivi mobili con comandi «letti» direttamente dal nostro sguardo. Potrà essere possibile per le statistiche pubblicitarie sapere quali punti guardiamo di una pagina web e per quanto tempo ci fermiamo su una singola pagina. Google ha già brevettato il «pay-per-gaze», un sistema per i suoi occhiali a realtà aumentata, applicabile in un vicino futuro anche agli smartphone: verrà presto il tempo in cui se ci soffermeremo a guardare le Piramidi di Giza, un pop-up ci proporrà un volo last minute per il Cairo.


18 settembre 2015 (modifica il 18 settembre 2015 | 09:13)

Disoccupato chiede al comune i 37 euro concessi ai profughi. Il vicesindaco: "Non possiamo"

Angelo Scarano - Gio, 17/09/2015 - 13:28

Un uomo, probabilmente con gravi difficoltà economiche, ha chiesto al comune di Scorzè di poter usufruire dei soldi concessi ai migranti



Quando gli impiegati dei servizi sociali di Scorzè si sono trovati davanti a un uomo italiano di età compresa tra i 35 e i 40 anni con il modulo compilato per il contributo giornaliero di 37 euro destinato ai profughi non hanno creduto ai loro occhi.

Molto probabilmente, l'uomo faceva riferimento al provvedimento varato nel comune di Telgate, in provincia di Bergamo: "Caro concittadino, ti invito a compilare l'allegato modulo in modo che io mi adoperi affinché lo Stato si faccia carico delle tue necessità e chiedere al Governo Italiano, anche per te, lo stesso trattamento economico di 37 euro giornalieri che viene riservato a tutte le persone richiedenti lo status di profugo, che ormai quotidianamente arrivano nelle nostre regioni, grazie alle infelici operazioni Mare Nostrum, Frontex e ora Triton".

Come scrive il Gazzettino, che riporta le parole del a vicesindaco e assessore ai servizi sociali Nais Marcon, "gli impiegati non hanno potuto che riservarsi di esaminare la pratica ma il nostro Comune non prevede, e così neanche la legge, questa sorta di reddito di cittadinanza per i cittadini italiani".

Nonostante il sindaco di Scorzè Giovanni Battista Mestriner, come riporta ll Gazzettino, "sia da sempre contro l'attuale politica governativa sui migranti, è tuttavia critico nei confronti dell'iniziativa del collega di Telgate": "Non si può giocare sulla pelle della gente illudendola in questo modo - ha commentato il sindaco - Quel residente di Scorzè era proprio in buona fede e convinto di poter accedere al contributo dei 37 euro data la condizione in cui versa la sua famiglia. Ma non credo sia questo il modo per imporsi in politica o per far sì che lo Stato si faccia carico delle persone indigenti".

Noi prendiamo i cristiani

Alessandro Sallusti - Gio, 17/09/2015 - 11:17

Ora che la Merkel ha preso atto dell'emergenza e apre le porte solo ai siriani, che le nostre quote siano di cattolici. Il governo apra un corridoio

Dopo un torpore durato anni, Angela Merkel ha preso atto che quella dell'immigrazione è un'emergenza reale.

Più che per motivi umanitari, la Cancelliera si è mossa per evitare un'invasione indiscriminata. «Mi prendo un po' di siriani», ha annunciato, aprendo per due giorni le frontiere e riscuotendo l'applauso di mezzo mondo. Nessuno si è sognato di darle della razzista perché discriminava i profughi per nazionalità o razza. Ha ritenuto che i siriani fossero più compatibili di altri con la società tedesca e così ha fatto.

Allora io faccio una proposta. Il governo italiano apra un corridoio umanitario preferenziale per accogliere, nel limite delle nostre possibilità o quote decise da accordi internazionali, profughi cristiani. Parliamo di un esercito di oltre un milione e 400mila perseguitati che vagano nel mondo in cerca di salvezza. Fuggono da eccidi, persecuzioni e torture che subiscono per il solo fatto di essere cristiani.

Scappano da Siria, Irak, Pakistan, Nigeria, Eritrea e altri Paesi dove regimi islamici fanno da carnefici o, nella migliore delle ipotesi, lo lasciano fare a bande di estremisti. Delle oltre duecentomila persone sbarcate quest'anno sulle nostre coste, si calcola che almeno uno su otto sia cristiana: parliamo quindi di ventimila disgraziati fratelli di fede. Molti di loro si sono portati appresso il certificato di battesimo pensando costituisse un lasciapassare nell'Occidente cristiano, a maggior ragione nel Paese dove impera il vicario di Cristo.

Non è stato così: quel certificato – a differenza dal passaporto siriano caro alla Merkel - è ritenuto da noi carta straccia. Non voglio scomodare Papa Francesco, che ha molte cose a cui pensare, ma quel gregge di fedeli perseguitato perché crede nel nostro stesso Dio, disperso nei nostri campi profughi o accampato in chissà quale periferia, merita una corsia preferenziale. Riconoscendo, come sosteneva l'atea Oriana Fallaci, che «è il cristianesimo a garantire la libertà dell'Occidente».

Se la statista Merkel può dettare le sue preferenze, perché il nostro governo non potrebbe fare altrettanto? Senza scomodare il basilare concetto di «immigrazione culturalmente compatibile» caro a una parte della Chiesa, facciamo valere nelle graduatorie degli aventi diritto all'accoglienza il certificato di battesimo. È un bel passaporto. Lo stesso nostro.

Liberalizzazioni: la lotta antistorica per chiudere i negozi la domenica

Il Fatto Quotidiano

C’è un interessante dibattito in Senato che misura quanto è distante la casta dal mondo reale: si discute di quanti giorni festivi devono rimanere chiusi i negozi. La Camera ha approvato le nuove regole a fine 2014: le attività commerciali devono rimanere chiuse almeno per 12 giorni festivi all’anno. Il divieto vale anche per i Comuni turistici (guai a pensare di tenere tutto aperto nei luoghi di mare a Ferragosto). Ma si possono fare eccezioni fino a 6 giorni, da negoziare con il Comune.
In un trionfo di burocrazia all’italiana, le nuove norme che cancellano la liberalizzazione voluta dal governo Monti si applicano solo ad alcune categorie di prodotti: “Abbigliamento e accessori, calzature, gioiellerie, articoli casa, telefonie, profumerie e servizi alla persona”. Non vale invece per: “arredo, libri, elettronica di consumo e bricolage e attività di somministrazione di alimenti e bevande”. Perché? Boh.

I senatori, come ha scritto la Stampa, fanno a gara a proporre emendamenti che riducono ancor di più le aperture festive. Come se in Italia ci fosse bisogno di mettere altre limitazioni alle imprese. C’è un punto delicato: i diritti dei lavoratori che non devono essere obbligati a lavorare nei festivi (lo ha stabilito anche la Corte di Cassazione, ma d’altra parte la Corte Costituzionale ha detto che la liberalizzazione è lecita). E non è affatto detto che il lavoro nei festivi crei nuovi posti di lavoro, almeno, i sostenitori di questa tesi non sono riusciti a dimostrarla. Le associazioni di categoria sentite in Senato, come Confimprese, sostengono che le sei giornate festive più ricche dell’anno valgono il 4 per cento del fatturato annuale, 8 milioni medi ad azienda. Numeri di cui è difficile verificare l’attendibilità.

Ma il punto non è quanto fatturato si perde. Il punto è che idea ha la politica della società che dovrebbe governare. I nostri senatori forse non se ne sono accorti, ma stiamo andando verso un mondo di freelance, di lavoratori a cottimo, senza orario, senza tutele, ma anche senza barriere. La tecnologia ha distrutto le rigidità, Amazon sta uccidendo i negozi tradizionali: offre servizi migliori, prezzi spesso più bassi, un’offerta che nessun supermercato può vantare. E i nuovi lavori – o le nuove versioni di vecchi lavori – non hanno giorni festivi, maternità, malattie.

E’ chiaro che la politica non riesce a contrastare queste evoluzioni. I giudici possono aver bloccato UberPop in Italia, la possibilità di comuni cittadini di diventare autisti pagati in città. Ma non possono fermare la tecnologia. Il car sharing di Blablacar, per esempio, continua a crescere. Gli ordini professionali – incluso quello dei giornalisti – difendono le loro prerogative, ma non riescono più a fermare l’esercizio di professioni un tempo regolamentate anche da parte di chi non ha i giusti titoli. Chiudere i negozi nei giorni festivi serve solo a renderli ancora meno competitivi, ad accelerare la loro scomparsa. Presto i commessi dovranno cercare lavoro come fattorini, per consegnare i pacchi di Amazon.

Se i senatori fossero anche solo vagamente consapevoli del tipo di mondo che hanno intorno, dovrebbero lavorare per tenerli aperti il più possibile, garantendo tutele adeguate ai lavoratori (per esempio imponendo un aumento di organico, anche flessibile, in caso di aumento di orario di apertura). Forse non lo sanno, ma ci sono anche tanti lavoratori che sono costretti a fare orari diversi da quello tradizionale 8-16, che devono prendersi un giorno libero per fare la spesa, che non possono lasciare la scrivania quando ne avrebbero bisogno. La super-flessibilità impone nuove rigidità. Chiudere i negozi serve solo a complicare la vita di chi già ce l’ha parecchio complicata.

Aneddoto personale: domenica sera ero a Mestre, per un dibattito nell’ambito del Festival della Politica. Centinaia di persone in giro per il centro della cittadina, tutti i negozi del centro erano chiusi, i bar facevano a gara per abbassare le saracinesche, le librerie non hanno pensato che, avendo la città piena di dibattiti tenuti da gente che scrive libri, poteva essere utile rimanere aperte fino a mezzanotte. Forse non hanno bisogno di quegli incassi aggiuntivi che la presenza della manifestazione avrebbe garantito. Ma non c’è davvero ragione di penalizzare i loro potenziali concorrenti che, meno appagati e più competitivi, potrebbero decidere di conquistare clienti usando la flessibilità dell’orario.

Napoli e la camorra: de Magistris e De Luca, stare zitti mai?

Il Fatto Quotidiano
di Peter Gomez | 16 settembre 2015

C’è qualcosa che suscita francamente ribrezzo nella reazione sdegnata di molti politici e di alcuni intellettuali campani all’analisi del presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Dire che la camorra è “un elemento costitutivo della società napoletana” non è un’offesa, ma la semplice affermazione di una verità. Esattamente come lo è dire che la corruzione e il familismo amorale sono tra i fondamenti della società italiana, o che la ‘ndrangheta condiziona quella calabrese e che Cosa Nostra è alla base di moltissime fortune economiche e politiche siciliane.

Ovviamente a Napoli (come in Italia) i cittadini onesti sono la maggioranza. Ma spesso a vincere e comandare, non solo in campo politico, sono coloro i quali hanno trovato modo di convivere o accordarsi con i clan. Il sindaco Luigi de Magistris, invece che “saltare sulla sedia”, avrebbe quindi fatto miglior figura se avesse risposto: sì è vero, e infatti io, la mia giunta e i tanti che ci hanno votato, combattiamo ogni giorno una dura battaglia per la legalità.

Combatterla, lo diciamo per inciso, non significa vincerla, ma vuol dire operare concretamente per cambiare le cose. Vuol dire cercare di strappare quotidianamente metri quadrati di terreno alle organizzazioni criminali che a Napoli, come in altre città italiane, controllano molti quartieri. E sopratutto vuol dire non negare mai, con ipocriti distinguo, il problema. Ma visto che de Magistris, come è logico che sia, oggi pensa alla sua rielezione, ha preferito battere la strada più semplice: la difesa piccolo borghese del buon nome della sua metropoli. Ma questa, a parere di chi scrive, è una strada sbagliata.

Anche il governatore Vincenzo De Luca ha perso un’occasione per tacere. Definire “un’offesa sconcertante” le parole della Bindi, identiche a quelle del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, lascia sempre più dubitare della sua ostentata volontà di cambiare verso alla regione. De Luca però, a differenza di de Magistris, ha qualche giustificazione in più. Per vincere le elezioni non ha esitato ad allearsi con i alcuni cosentiniani, molti trasformisti e persino con un personaggio come l’ex Udeur Tommaso Barbato, dal 2014 indagato per voto di scambio e poi arrestato per fatti di camorra. Sperare quindi che abbandonasse i suoi modi di fare da guappo di cartone (De Luca con la criminalità organizzata non c’entra, ma per motivi da indagare psicologicamente ama ricalcarne pubblicamente gli atteggiamenti strafottenti) era decisamente un po’ troppo.

Poco male, comunque. L’analisi di Rosy Bindi, seguita da quella del magistrato campano Roberti, hanno ottenuto almeno un importante effetto positivo: hanno riportato la questione camorra sui media nazionali. Cosa che non accade, salvo eccezioni, nemmeno quando a Napoli si spara e si muore.
L’esperienza ci ha insegnato che per combattere le mafie (e le tangenti) non bastano le indagini, i processi o le buone amministrazioni. Di clan (e di mazzette) bisogna parlare. Sempre e di più. Per questo tanti giornalisti di piccole testate locali in Italia vengono minacciati o subiscono attentati. Per questo domani, con la scusa della privacy, verrà limitata la possibilità di pubblicazione le intercettazioni telefoniche. Anche se non basta distruggere il termometro per guarire dalla febbre.