sabato 12 settembre 2015

Apple dichiara guerra alla pubblicità sugli smartphone: nel mirino c'è Google

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini
La Mela ferma le sponsorizzazioni sui dispositivi mobili, e colpisce il cuore del business di BigG

Il blocco della pubblicità dagli smartphone

Dopo la presentazione degli iPhone 6s, di Apple Tv e dei nuovi iPad, il 16 settembre la Mela rilascerà iOs 9, il nuovo sistema operativo per i suoi dispositivi mobili. Sarà un aggiornamento per chi possiede almeno un iPhone 4s, un iPad 2 o un iPod Touch di quinta generazione (lo abbiamo raccontato qui). Novità a parte, avrà una funzione che può rivelarsi un incubo per editori e colossi tech: il blocco della pubblicità online. Banner, video inserzioni e popup non verranno visualizzati. È una batosta per un mercato dal valore complessivo di 70 miliardi di dollari. Perché se meno utenti guarderanno gli annunci, i ricavi dell’industria pubblicitaria saranno inferiori. Ed è come chiudere i rubinetti all’unica fonte di guadagno per molte testate online. Inoltre è una sfida a Google, il dominatore della pubblicità su Internet: nel 2014 il 75% degli introiti provenienti della annunci mobile sponsorizzati sul motore di ricerca di Mountain View sono arrivati proprio dai dispositivi Apple.

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Più nel dettaglio, il cambiamento riguarda la nuova versione di Safari, il browser ufficiale di Apple per dispositivi mobili (iPhone e iPad) che verrà incluso in iOs 9. Permetterà agli sviluppatori di integrare nel software di navigazione gli ad blocker (è il nome tecnico dei software che impediscono la visualizzazione della pubblicità). In sintesi: la Mela non bloccherà la pubblicità sul browser, ma aprirà le porte ai programmi che hanno questo scopo. Le app invece non verranno coinvolte. Significa che Big G e gli altri distributori di pubblicità potranno continuare a distribuire le loro inserzioni attraverso i programmi per smartphone e tablet. Dalla battaglia sembra già profilarsi un vincitore: il social network di Mark Zuckerberg è un'app a sé stante, immune agli ad blocker. Secondo i dati eMarketer, è il secondo attore del mercato pubblicitario mobile (ha il 18,5% delle quote, contro il 36,9% di Google). Anno dopo anno, continua a crescere, rosicchiando punti percentuali all'azienda di Mountain View. Una tendenza che potrebbe essere accelerata dalla scelta di Cupertino.

I contraccolpi per l'industria

Gli ad blocker sono già noti agli utenti desktop. Uno studio di PageFair e Adobe, riportato dal Wall Street Journal, dimostra che il 6% degli utenti Internet usa questi software per bloccare video, popup e banner. A giugno 2015 erano circa 200 milioni di utenti a usarli, un balzo del 40% rispetto all’anno scorso. Proiettando questi dati nel 2016, ciò si tradurrà, per l’industria della pubblicità online, in una perdita 12,5 miliardi di dollari.

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Mentre i ricavi della pubblicità sui mezzi tradizionali (carta stampata e tv) sono in costante calo, il mercato online viaggia in senso opposto. E l’industria ha confidato soprattutto sull’espansione dei dispositivi mobili. Negli Stati Uniti quest’anno c’è stato il sorpasso: gli utenti hanno trascorso più tempo sui dispositivi mobili che sui pc tradizionali. E smartphone e tablet sono rimasti al riparo dal fenomeno degli adblocker, perché installarli è stato finora molto più complicato che sui computer fissi (dove basta usare un’estensione per il browser). La mossa di Apple perciò è una scossa.

Colpisce i fornitori di pubblicità (Google, Amazon e Taboola, per esempio) e avrà un impatto ancora maggiore sugli editori che, nonostante la crescita del mercato mobile, hanno difficoltà a monetizzare l’utenza che proviene da questi dispositivi (qui la pubblicità viene pagata fino al 70% in meno rispetto alle tariffe, già basse, di quella per personal computer). Inoltre gli utenti dei costosi gadget Apple sono i più desiderati. Costituiscono il 20% dell’utenza mondiale (la parte restante è occupata quasi solo Android), ma sono molto più disposti a spendere denaro rispetto a quelli del robottino.

L'ascesa degli ad blocker

Una cosa è certa: la crescita degli utenti che si affidano agli ad blocker è una reazione all’invasività della pubblicità online. Spesso consuma batteria, rallenta la navigazione e consuma megabyte preziosi, che possono far superare la soglia prevista dal piano dati (e comportare costi aggiuntivi). Banner, video e popup possono risultare tanto più inopportuni quanto più gli schermi sono piccoli. Uno sviluppatore di Crystal, una delle future app per il blocco della pubblicità sui dispositivi Apple, ha raccontato al Wall Street Journal che il suo software permette di caricare le pagine quattro volte più velocemente e di consumare la metà della banda.

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Ogni contenuto pubblicitario inoltre traccia la nostra attività. È una pratica denunciata più volte dal Ceo di Apple, Tim Cook. L’ultima volta, a giugno di quest’anno, il successore di Steve Jobs ha attaccato apertamente Google e Facebook. Per Cook queste aziende vedono gli utenti come prodotti e non rispettano la loro privacy.

Bloccare gli altri per favorire Apple News 

Quella di Cupertino però non è una mossa disinteressata. E la promozione degli ad blocker (senz’altro una forma di difesa della privacy) può esser parte di un progetto più ampio per la monetizzazione delle notizie. Perché con iOs 9, Apple introdurrà News, un’app per l’aggregazione dei contenuti prodotti dagli editori. Ha già partner importanti come il New York Times, The Atlantic, Daily Mail, Time. Qui la pubblicità non verrà bloccata, ma i ricavi verranno distribuiti tra la Mela e gli editori. È una strategia che potrebbe infastidire soprattutto Google, che si troverebbe ad avere Apple come nuovo concorrente, mentre finora ha potuto agire indisturbata sui siti che usava il suo programma pubblicitario AdSense.

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Apple non è l’unica a voler sfruttare contenuti prodotti dagli editori. Anche Facebook sta portando avanti il suo progetto per integrare le notizie sulla sua piattaforma e, anche in questo caso, ci sono accordi con gli editori. E sullo stesso terreno è entrata pochi mesi fa l’app di messaggistica Snapchat. L’app made in Cupertino però potrebbe essere un azzardo. Non può contare su una comunità già definita, tanto meno sul miliardo e mezzo di utenti di Facebook. Sembra invece essere un lettore di notizie come tanti, un concorrente di Flipboard, Digg o Zite. E non è detto che riesca a imporsi su questi ultimi.

Una nuova economia

È difficile prevedere come si evolverà il mercato. Intorno agli ad blocker sta nascendo una nuova economia. A febbraio di quest'anno Google, Amazon, Microsoft e Taboola hanno pagato Eyeo, la startup tedesca produttrice di Adblock Plus, il più famoso software per il blocco della pubblicità online. La cifra è rimasta riservata, ma lo scopo non è segreto: avere un lasciapassare per i propri banner.

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Adblock Plus, come molti altri software simili, funziona così: è un’estensione per i maggiori browser. Ha una lista che include i server che forniscono la pubblicità. Quando viene installato, tutti i contenuti che provengono da queste macchine vengono bloccati all’origine. Dalla versione 2.0 Adblock Plus ha introdotto gli Acceptable ads. E cioè una forma di pubblicità “accettabile”. Un’azienda può sottoporre la sua pubblicità a Eyeo, che la valuta e, se non la ritiene troppo grande o fastidiosa, darà un via libera: questi annunci allora saranno visibili anche con il blocker attivo. Acceptable ads è gratuito per gli editori più piccoli e a pagamento per tutti gli altri.

La somma è a discrezione della società tedesca. È difficile stabilire se questa pratica sia una forma tutela per gli utenti (che possono comunque scegliere di bloccare anche gli Acceptable ads) o se è una strategia di monetizzazione spregiudicata. In ogni caso è qualcosa che potrebbe esser replicato da altri. Come abbiamo accennato, gli sviluppatori sono già al lavoro agli ad bockler per iPhone e iPad e non è escluso che la formula utilizzata da Adblock Plus non diventi la regola.

La scelta radicale della Mela

Non è la prima volta che Apple opera una scelta radicale che, negli anni seguenti, verrà seguita dal mercato. Nel 2007 Cupertino decise di abbandonare Adobe Flash Player sui suoi telefoni. Le motivazioni: utilizzava troppe risorse , consumava banda e rallentava la navigazione (non sono dissimili da quelle usate oggi per introdurre il supporto per gli ad-blocker). Allora fu ritenuta una motivazione controversa, perché Flash era ancora molto diffuso. Negli anni seguenti verrà replicata anche da Android e dal 1° settembre il browser Chrome ha smesso di visualizzare la pubblicità creata con il plug-in di Adobe.

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Ora però è più complicato: Come fa notare Business Insider, l’impatto della scelta di Apple potrebbe non essere uguale per tutte le testate. Potrebbe danneggiare di più i siti con un pubblico più attento alla tecnologia (i siti dedicati alle recensioni di videogame o le testate specialistiche). Nel lungo periodo potrebbe perfino implicare la fine di un modello di vendita della pubblicità online, quello utilizzato da Google, Amazon e dai grandi editori online.

Le reazioni agli ad blocker

Come il gatto con il topo così, contro gli ad blocker, sono nati servizi che li rilevano e li neutralizzano. Le aziende maggiori che operano in questo settore sono PageFair e SourcePoint, quest’ultima fondata da un ex dirigente Google, Ben Barokas. L'imprenditore riteneva che l’azienda di Mountain View stesse sottovalutando il problema e così ha deciso di mettersi in proprio.

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Questi rilevatori di ad blocker possono forzare la pubblicità e farla comparire comunque, oppure presentare un messaggio agli utenti. I più frequenti sono annunci del tipo: «I banner mantengono Internet gratuita» oppure, come quello utilizzato dal Guardian: «Notiamo che hai un ad blocker attivo. Forse ti piacerebbe supportare il Guardian in un altro modo?». È un messaggio che compare in fondo alla pagina, non invadente e con un solo bottone. È stato creato per non importunare gli utenti già suscettibili ai messaggi pubblicitari. È un modo per render consapevoli le persone del fatto che, quell’immagine, è a volte l’unica fonte di guadagno per un editore. Ma il fondatore di AdBlocker Plus ribatte: «Il nostro software si è diffuso perché su Internet c’è solo cattiva pubblicità».

Il bug di Chrome che aggira i blocchi

Il 6 settembre un altro scossone. Chi ha installato un ad blocker sul browser Chrome ha visto ricomparire la pubblicità su YouTube, il popolarissimo portale video di Google. Con un fastidio in più: gli utenti non avevano più a disposizione il tasto skip. E così, prima di visualizzare il video scelto, erano costretti guardare per intero un filmato pubblicitario, che poteva durare anche due minuti.

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Sembrava una contromisura ai blocker di Big G poi, a far chiarezza, sono arrivati gli sviluppatori di Chromium (è il nome della versione open source di Chrome). Hanno spiegato che i blocker su YouTube sono diventati inefficaci sulla versione 45 a causa di un bug, che verrà risolto con la release 46. La ricomparsa della pubblicità si verifica solo se su Chrome ci sono un ad-blocker e l'app di YouTube. Non una mossa intenzionale quindi, ma è comunque un segnale: nella guerra contro la pubblicità online l'azienda di Mountain View, se volesse, avrebbe già gli strumenti per contrattaccare. Anche se sarebbe una mossa impopolare.

Il browser senza pubblicità

Nei giorni scorsi un'altra evoluzione, l'attenzione verso i software che bloccano la pubblicità è in continuo aumento. Eyeo, l'azienda che dal 2006 produce AdBlock Plus, ha lanciato il suo software per navitare in Internet senza pubblicità: AdBlock Browser. È disponibile per iOs e Android, anche se - per ora - è una soluzione molto rudimentale.

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Non è la prima volta i software che bloccano la pubblicità sbarcano sullo store della Grande G, ma due anni era l'app anti-pubblicità di Eyeo era stata subito rimossa. Ora invece da Mountain View sembrano essere più tolleranti (o forse sono consapevoli la crescita di questi software è ormai un dato di fatto). La startup tedesca vuole farsi notare e, per promuovere il suo nuovo prodotto, ha sfruttato il mezzo che intende combattere: AdBlock Browser appare in cima ai risultati nel Play Store perché ha pagato a Mountain View un annuncio sponsorizzato.

Esiste il diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino a 70 anni?

La Stampa

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno depositato la sentenza 17589/15 che accoglie l’interpretazione dell’art. 24, co. 4, D.L. n. 201/2011 secondo cui non sussiste un diritto del lavoratore alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino a 70 anni.



Un giornalista, licenziato per aver raggiunto il 65° anno di età e per aver maturato i requisiti assicurativi e contributivi della pensione di vecchiaia previsti per gli iscritti all’INPGI, impugnava il recesso comminatogli, avendo egli optato per la permanenza in servizio fino al compimento del 70° anno ex art. 24, co. 4, D.L. n. 201/2011. I Giudici territoriali accoglievano l’istanza del lavoratore, dichiarando l’illegittimità del licenziamento e disponendo la reintegra del dipendente, con condanna del datore al pagamento delle retribuzioni maturate dal giorno del recesso. Il datore di lavoro ricorreva per la cassazione della sentenza.

Rilevata la particolare importanza delle questioni implicate nella controversia, l’esame del ricorso viene rimesso alle Sezioni Unite. La Suprema Corte, dopo aver individuato quale disposizione dell’art. 24 sia applicabile alla fattispecie in esame (statuendo che le misure di contenimento della spesa derivano dal comma 24 e, pertanto, il comma 4 non è applicabile all’INPGI), si concentra sull’ulteriore quesito “se, in forza della formulazione dell'art. 24, co. 4, all'assicurato possa riconoscersi uno spazio di scelta per formulare delle opzioni individuali di permanenza nell'attività lavorativa per prolungare la durata del rapporto di lavoro oltre l'età prevista dalla disciplina di settore per il collocamento a riposo”.

Concludono le Sezioni Unite che non sussiste un diritto potestativo del lavoratore alla prosecuzione del rapporto di lavoro fino a 70 anni, in quanto la norma non crea alcun automatismo: offre solo la “possibilità che, grazie all’operare di coefficienti di trasformazione calcolati fino a 70 anni, si creino le condizioni per consentire ai lavoratori interessati la prosecuzione del rapporto di lavoro oltre i limiti previsti dalla disciplina del settore”, ma sempreché vi sia una concorde valutazione delle parti (datore di lavoro e dipendente) “sulla base di una reciproca valutazione di interessi”.

Fonte: Lavoropiù Giuffré - http://lavoropiu.info/articoli/news/esiste-il-diritto-alla-prosecuzione-del-rapporto-di-lavoro-fino-70-anni

Che beffa: col trucco ci hanno lasciato soltanto i clandestini

Gian Micalessin - Sab, 12/09/2015 - 08:22

Grazie a Renzi, Alfano e al piano Juncker l'Italia rischia di dover ospitare più di 134mila migranti provenienti da Paesi dove non ci sono guerre. E che nessuno vuole

Grazie a Matteo Renzi e Angelino Alfano l'Italia s'è fregata con le proprie mani. E scoprirà a breve di non aver rifugiati da spartire con il resto dell'Europa. La tragicomica verità emergerà non appena verrà approvato il piano per la ripartizione di 160mila migranti voluto dal presidente della Commissione Ue Claude Juncker. Stando al piano l'Italia dovrebbe sbarazzarsi di 39mila600 richiedenti asilo siriani ed eritrei. Ma il condizionale è d'obbligo.

Il governo italiano rischia infatti di non riuscire a mettere insieme neppure l'esigua quota di migranti concessaci da Claude Junker. E di dover, invece, sobbarcarsi per sempre più di 134mila migranti irregolari provenienti da Paesi dove non ci sono né guerre, né persecuzioni. E di cui, soprattutto, nessun Paese europeo si farà mai carico. Mentre la crema dell'immigrazione, o almeno la sua parte più degna d'accoglienza, si sistemerà in Germania, Francia e Spagna noi ci ritroveremo a far i conti l'eccedenza rifiutata da tutti.

Per comprendere il perché di questo mistero buffo bisogna partire dalle politiche adottate dal Governo Renzi e dal suo ministro dell'Interno per fronteggiare la crisi immigrazione. Come lo stesso Alfano ammette pubblicamente (intervista al Corsera del 31 agosto scorso) il caposaldo di quella politica è l'espediente della mancata identificazione di eritrei, siriani e di quanti preferiscono proseguire verso il nord Europa. Un piccolo stratagemma che oltre ad aver distrutto la credibilità di un'Italia considerato ormai largamente inaffidabile da Germania e Francia, rischia ora di metterci definitivamente all'angolo.

Per capirlo basta esaminare i dati su sbarchi e richieste d'asilo del Ministero dell'Interno. I 30mila 493 eritrei e i 6.546 siriani sbarcati dal primo gennaio al 31 agosto 2015 già non bastano a raggiungere la quota di 39mila600 unità prevista per noi. Ma attenzione perché le regole del piano Juncker prevedono che soltanto i «richiedenti asilo» vengano suddivisi. Ed è qui che l'Italia si ritrova prigioniera della trappola per topi da lei stessa confezionata. In base agli ordini impartiti da Alfano alle forze di polizia la maggior parte dei 30mila 493 eritrei e 6546 siriani arrivati nel 2015 non è stata identificata e ha già lasciato l'Italia.

O vaga sul nostro territorio in attesa di farlo. Di certo solo poche centinaia di quei 37mila fantasmi stanno chiedendo asilo da noi. Per capirlo basta esaminare le 11.247 richieste d'asilo presentate a gennaio e febbraio, le più recenti pubblicate dal sito del Viminale. Esaminandole scopriamo che le nazionalità più attive nel cercar asilo in Italia sono il Gambia (1.639 richieste) seguite da Senegal (1.194), Nigeria (1.310), Pakistan (1.183), Ucraina (807). Insomma c'è di tutto e di più, ma siriani ed eritrei sono soltanto 64 e 81.

Un'esigua minoranza in un mare di richieste presentate da migranti che non scappano da nessuna guerra. Il dato diventa ancor più incredibile se lo confrontiamo con i 40mila 595 siriani e i 34 mila 198 eritrei sbarcati nel 2014. Quei 74mila 793 siriani ed eritrei sono, insomma, la componente più numerosa dei 170mila immigranti sbarcati in Italia nel 2014. E sono seguiti a buona distanza da 9.569 abitanti del Mali, 8.901 nigeriani, 8.188 gambiani, 5.832 palestinesi e 5.531 somali. Eppure le richieste di asilo di siriani ed eritrei alla fine del 2014 sono solo 505 e 480. Grazie al sotterfugio della mancata identificazione quasi 74mila persone sono insomma letteralmente scomparse dalla faccia nostro paese.

Quel miracolo tutto italiano esibito con orgoglio da Alfano rischia però di fare i conti con la realtà. E non è una realtà facile. Se, come sembra, la maggior parte dei 37mila siriani ed eritrei sbarcati quest'anno sono scomparsi al pari dei 75mila del 2014 non avremo alcunché da suddividere con i nostri partner europei. Mentre dovremo rassegnarci a convivere con i 64mila richiedenti asilo del 2014, provenienti da paesi come Nigeria, Mali Gambia, Pakistan, Senegal. E con gli oltre 70mila arrivati quest'anno da Nigeria, Sudan, Gambia, Senegal, Mali e Ghana. Oltre 134mila disgraziati alla ricerca esclusivamente di fortuna che nessun paese europeo vorrà mai accollarsi al posto nostro.

C’è un test per scoprire tutto quello che Facebook sa di te

La Stampa
federico guerrini

L’Università di Cambridge ha messo a punto Apply Magic Sauce, che aiuta a capire quanto un social network possa capire dei gusti e delle personalità degli utenti



Uno dei problemi collegati ai mille contratti che ogni giorno o quasi, stipuliamo senza accorgerci su Internet – ogni volta che accettiamo i termini di servizio di un app o di un sito – è quello del cosiddetto “paradosso del consenso”. Si tratta, semplificando, dell’asimmetria informativa che esiste fra chi propone le regole e chi le accetta: in quanti si rendono conto davvero di quello che sottoscrivono, di quante informazioni forniscono senza accorgersene, e di come vengono trattate? 

Per porre almeno in parte rimedio a questo problema, l’Università di Cambridge ha messo a punto un test online, chiamato Apply Magic Sauce , che aiuta a capire quanto un social network come Facebook possa capire dei gusti e delle personalità degli utenti, analizzando i loro “mi piace”. 
Partendo da questi dati, e mettendoli rapidissimamente a confronto con i “like” di altri sei milioni di utenti del sito, i ricercatori sono in grado di stabilire con una certa precisione il sesso di appartenenza, il quoziente intellettivo, le preferenze politiche e sessuali e il grado di soddisfazione che l’iscritto avverte nei confronti della propria vita.

La fase successiva del test riguarda invece i cosiddetti cinque tratti principali della personalità: apertura, coscienziosità, estroversione, atteggiamento nei confronti dei colleghi (competitivo, o portato per il lavoro di squadra), grado di nevrosi – distinguendo in quest’ultimo caso fra persone tendenzialmente rilassate e chi invece si stressa con facilità. Infine, la “salsa magica” di Cambridge, prova a predire il tipo di istruzione, e lo stato sentimentale. 

C’è da dire che non si tratta necessariamente di predizioni accurate: non danno per forza un’immagine esatta di quello che l’utente è, ma possono essere invece piuttosto attendibili se si tratta di valutare che tipo di immagine, l’utente stesso da di sé online. Per far ciò gli scienziati hanno attinto a una serie di generalizzazioni ricavate dall’esperienza e da altre indagini psicometriche, che hanno dato risultati magari bizzarri, in apparenza, ma che sembrano corrispondere a dati reali. 

Così, i fan su Facebook di Coca Cola e Pepsi sembrano entrambi avere una personalità aperta, estroversa e impulsiva. Ma i primi hanno più probabilità di avere un elevato quoziente intellettuale, o così pare. Chi apprezza X Factor invece sarebbe invece tendenzialmente un tipo di persona ordinato e organizzato rispetto ai fan della serie televisiva Doctor Who, e via generalizzando, secondo un modello predittivo messo a punto dagli psicologi di Cambridge un paio d’anni fa e riassunto in un paper disponibile online .

Apply Magic Sauce è la prima applicazione di quel modello destinata al grande pubblico e, oltre che a catturare l’attenzione degli utenti su un tema delicato come quello della sovraesposizione digitale, serve ai ricercatori come vetrina per i loro servizi, con lo scopo ultimo di metterli a disposizione di aziende e organizzazioni che potrebbero usati per svolgere ricerche di mercato. 

Ma il modello predittivo – che non si applica solo a Facebook, ma potrebbe essere adattato anche ad altri social network - come ha spiegato uno dei responsabili della ricerca, David Stillwell, al Daily Mail potrebbe servire anche alle forze dell’ordine per monitorare il grado di salute di una comunità e combattere – o prevenire i crimini. 

“Se avessero monitorato Twitter con strumenti come questo prima dei tumulti di Londra – ha detto - si sarebbero resi conto di come la gente stesse diventando sempre più aggressiva e infelice”. 
Per il pragmatismo dello scienziato, prevenire è meglio che curare. Ma le sue parole lasciano anche trapelare una possibilità inquietante: di come uno strumento pensato per fornire maggiore trasparenza, potrebbe diventare in realtà fondamentale in chiave repressiva.

La marcia per i migranti? L'hanno fatta con i piedi...

Luigi Mascheroni - Sab, 12/09/2015 - 08:18

A Venezia la camminata senza scarpe, disertata da intellettuali e cineasti e infarcita dai soliti slogan, sfila sul red carpet. Fischiata dai fan di Vasco Rossi



Venezia -Per polizia e carabinieri ieri al Lido poteva essere un pomeriggio di un giorno da cani, con l'arrivo in massa dei manifestanti della «Marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi» lanciata da Sinistra Ecologia e Libertà per portare sotto i riflettori della Mostra del cinema l'attenzione sulle politiche migratorie internazionali, e per la contemporanea la calata dei fans di Vasco Rossi, vera star del festival, protagonista di un transennatissimo e affollatissimo evento in Sala Grande. É finita con una rappresentanza dei manifestanti scalzi a sfilare simbolicamente sul red carpet, un po' salutata un po' fischiata dalle impazienti groupies del Komandante al grido di «Vasco, Vasco». Il festival accoglie tutti, basta mettersi in fila sul tappeto rosso. C'è un photocall per tutti.

La chiamata, giorni fa, l'aveva fatta il «Comandante» Nichi Vendola, twittando l' hashtag #MigrantMarch per sostenere l'appello di un gruppo di uomini di cultura e di spettacolo che vuole aiutare chi fugge dalla povertà e dalla guerra, secondo tre punti-chiave: accoglienza rispettosa per tutti, smantellamento dei luoghi di concentrazione dei migranti e creazione di un sistema unico di asilo in Europa. Firmato: la meglio intellighenzia italica. Lucia Annunziata, Don Vinicio Albanesi, Marco Bellocchio, Elio Germano, Gad Lerner, Valerio Mastandrea, Roberto Saviano, Jasmine Trinca, Marco Paolini... Chi li ha visti?

Appuntamento, ieri, al Lido di Venezia - centro dell'iniziativa da cui altre marce si sono irradiate per una settantina di città, da Mantova a Palermo - per marciare scalzi e cantanti dall'imbarcadero di Santa Maria Elisabetta fino al Palazzo del Cinema. Un migliaio di persone in fila, guidate dal regista padovano Andrea Segre - 39 anni e ricca filmografia in carriera sulla marginalità di etnie, popoli e culture - e seguite dalla stampa nazionale, per dare colore e sapore al secondo weekend della Mostra, quando la gente se ne sta andando via, i baracchini degli spritz si svuotano e negli alberghi si liberano le camere.

Qualsiasi evento va bene a rianimare il Lido, senza troppe distinzioni fra le ragazzine di Vasco Rossi e i ragazzoni dei Centri sociali. Un po' per questo, un po' per reale solidarietà ai migranti, un po' per evitare proteste eclatanti che potessero disturbare la sfilata serale delle star, la Mostra ha «riconosciuto» (senza però firmare l'appello) la manifestazione di Vendola&soci. Permettendo a un piccolo gruppo di Donne e Uomini Scalzi, alle 18.30 spaccate, l'onore e i flash del red carpet. A piedi nudi sul palco.

Tappeto rosso e Pieds-noirs , i manifestanti scalzi erano sbarcati dai vaporetti con calma e chiamati a raccolta alle 17. C'erano tutti, e anche tanti. Tranne gli intellettuali. Scaltri più che scalzi. Mastandrea era già tornato a Roma, Elio Germano non è mai partito, Alessandro Gassmann era girata voce che ci sarebbe stato ma non si è visto, Soldini si stava preparando per il suo di red carpet, mentre Valeria Golino, qui star del giorno come protagonista dell'ultimo film italiano in concorso

« Per amor vostro », ha detto di appoggiare simbolicamente la marcia postando foto dei suoi piedi nudi. Poi ha infilato il tacco ed è entrata in sala. Alla fine, gli unici intellettuali «camminanti» sono stati Ottavia Piccolo e Sergio Staino. E sì che Andrea Segre, capofila di una marcia che sfilava più lenta del film cinese di Liang Zhao, era stato chiaro fin dal primo pomeriggio: «Meno atti simbolici, più presenze reali». Che, se fosse una sceneggiatura, sarebbe una bellissima battuta.

Meno originali, quelle di Nichi Vendola, pantalone bianco, piedi nudi e occhiali scuri: «Bisogna dare asilo a chiunque lo chiede»; «C'è una guerra in corso tra la barbarie che respinge chi chiede aiuto e la civiltà di chi offre accoglienza»; «Matteo Salvini è uno spacciatore di paura». Ma Presidente, perché non ci sono cineasti alla marcia: «Non lo chieda a me. Faccio fatica a parlare a nome dei politici, figuriamo a nome della gente di spettacolo».

Spettacolare e colorata, la marcia delle Donne e degli Uomini Scalzi (tra cui migranti di colore, sindacalisti, pacifisti..), iniziata col taglio di una rete dietro la quale metaforicamente c'erano tutti i muri e le frontiere del mondo barbaro, ha imboccato il corridoio umanitario che dal Gran Viale porta al Lungomare Marconi tra slogan urlati - «Ecco chi sono i veri clandestini: Orban, Le Pen e Matteo Salvini» - e musica dagli altoparlanti. Da cui, in vista del Palazzo del Cinema, è uscita anche Vado al massimo di Vasco Rossi. Anche lui simbolicamente in marcia coi migranti, ma anche lui fisicamente rimasto nella suite dell'Excelsior per prepararsi al festival.

Marino donatore per spot Scontro all'ultimo sangue

Massimo Malpica - Sab, 12/09/2015 - 08:10

Il sindaco versa dopo il rientro dagli Usa senza la quarantena Storace denuncia l'irregolarità, lui lo insulta: è guerra di querele



Roma - A caval donato non si guarda in bocca. Con il sangue, però, la storia può essere differente. E infatti il beau geste del sindaco di Roma, Ignazio Marino, che giovedì si è presentato all'ospedale Sant'Andrea facendosi immortalare da cameramen e fotografi mentre dona una sacca di sangue, ha finito per alimentare l'ennesima polemica intorno al primo cittadino chirurgo. Riaprendo anche il tormentone estivo delle sue ferie: è stato solo negli Usa, ai Caraibi non ha mai messo piede. Ma la conferma arriva solo all'indomani della controversa donazione.

Controversa perché Francesco Storace, ieri mattina, ha dedicato al nobile gesto del sindaco un velenoso editoriale sul suo quotidiano online , il Giornale d'Italia . Sotto il titolo «sangue falso», il segretario nazionale della Destra accusa Marino di aver messo in piedi una sceneggiata per mera propaganda. Essendo appena rientrato dagli Usa, infatti, il sindaco secondo Storace non avrebbe potuto donare il sangue.

Lo prevede una circolare del centro nazionale sangue, che impone ai donatori rientrati da soggiorni negli Stati Uniti e nel Canada una sospensione cautelativa di 28 giorni, per scongiurare il contagio da virus del Nilo occidentale. Come è noto, l'inquilino del Campidoglio è atterrato a Roma solo lo scorso 3 settembre, e dunque la photo opportunity ospedaliera sarebbe in effetti avvenuta troppo presto, tanto che lo stesso Storace ha chiesto, telefonicamente, anche al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di fare chiarezza sulla vicenda.

La prima replica, però, è arrivata proprio dal diretto interessato, Ignazio Marino, che ha affidato come di consueto a Facebook la sua stizzita versione dei fatti. «Prima di donare il sangue ieri all'Ospedale Sant'Andrea mi sono regolarmente sottoposto a tutti gli esami specifici richiesti dalla legge nazionale e dalle norme in vigore nella Regione Lazio per i donatori. Naturalmente anche alle verifiche previste per coloro che nei 30 giorni precedenti alla donazione sono stati in Paesi esteri». Buon sangue non mente, insomma. E giusto per far vedere che l'ha presa bene, Marino chiude annunciando querele e buttando lì una diagnosi leggermente iettatoria nei confronti di Storace.

Augurandosi, a corollario dell'invito al politico a donare pure lui il sangue, «che venga giudicato idoneo, anche se per il mio occhio clinico presenta profili di rischio che possono precludere una donazione». Occhio clinico e pure iniettato di sangue. Ma anche se a dare man forte a Marino arriva la precisazione del centro nazionale sangue («È prevista anche l'alternativa di una batteria di esami, a cui si sottopone il sangue dopo la donazione stessa, per accertare che non ci siano infezioni, e a quanto si legge per il sindaco è stata seguita questa procedura»), Storace non molla il braccio di ferro ematico.

«Se ha fatto altri test per superare le regole del ministero della Salute, Marino ha fatto spendere altri soldi alla sanità», ribatte l'ex governatore. Che sulla diagnosi non richiesta, infine, fa sapere che controquerelerà il sindaco.

Salvini sulla scoperta dell'uomo primitivo: "È Angelino Alfano..."

Sergio Rame - Gio, 10/09/2015 - 18:46

Scoperti in Sudafrica i resti di una nuova specie umana. Il leader della Lega Nord su Fb: "È Angelino..."



Piccolo di statura e minuto, il cervello simile a quello di uno scimpanzè, mani dalle dita ricurve specializzate per arrampicarsi e lunghe gambe per camminare eretto, forse anche per correre: è l’identikit dell’Homo naledi, il nuovo antenato dell’uomo scoperto in Sudafrica, in una grotta a 30 metri di profondità. Il ritrovamento è stato annunciato dall’università sudafricana del Witwatersrand, dalla National Geographic Society e dalla National Research Foundation del Sudafrica.

La notizia, importantissima per la comunità scientifica mondiale, ha colpito anche Matteo Salvini. Che su Facebook ha così commentato: "Scoperta in Sud Africa una specie umana finora sconosciuta, 'con tratti moderni con caratteristiche più primitive': Angelino Alfano". Il post è stato subito conviso da centinaia di leghisti che si sono anche sbizzarriti nei commenti.

Lo scivolone di Microsoft: Windows 10 si scarica anche se non lo vuoi

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

I 6 gigabyte della nuova versione del sistema operativo di Remond vengono copiati sul sistema anche se l'utente non vuole aggiornare il proprio pc



Windows 10 è gratuito per gli utenti delle versioni 7 o 8.1, che possono scegliere di passare o meno alla nuova versione. Finora è stato così. Spettava alle persone scegliere se prenotare una copia attraverso l’icona comparsa in estate sulla destra della barra delle applicazioni, oppure declinare l’invito. Ma, a meno di due mesi dal rilascio (Windows 10 è disponibile dal 29 luglio), Microsoft sembra aver cambiato idea: nei giorni scorsi anche gli utenti che non l’hanno riservato l'aggiornamento hanno visto comparire i file necessari all’installazione sul proprio hard disk. Ora il download avviene su qualunque macchina siano attivi gli aggiornamenti automatici. E cioè, dal punto di vista dell’azienda, 10 è trattato come se fosse la correzione di un bug o la soluzione a un problema di sicurezza.
Un problema per chi ha poco spazio
Certo, è sempre l’utente a decidere se rinunciare o meno all’attuale sistema operativo. Ma, da quando i file di 10 vengono scaricati sul computer, il messaggio che invita all’aggiornamento – secondo la testata The Inquirer – appare ogni volta che si riavvia la macchina. Il download automatico può comunque causare disagi. I dati scaricati variano tra 3,5 e 6 gigabyte. Una quantità di informazioni che pesa soprattutto su chi ha una tariffa internet a consumo, che può causare lo sforamento della soglia di traffico mensile. Può infastidire anche chi possiede un tablet economico con il sistema operativo Microsoft, dove la memoria disponibile è di soli 32 gigabyte e l’aggiornamento (non voluto) a 10 può limitare lo spazio per i propri documenti. La spiegazione ufficiale dell’azienda di Redmond, riportata dal Guardian è: “Agevoliamo chiunque abbia un dispositivo compatibile con Windows 10. In questo modo chiunque abbia scelto di ricevere gli aggiornamenti automatici attraverso Windows Update può avere il nuovo sistema operativo quando deciderà di fare l’upgrade”.
Strategia o forzatura?
Windows 10 è un ottimo sistema operativo, ma proporre il passaggio a chi non lo ha consapevolmente scelto è una forma di persuasione non sempre ben accetta. Sembra far parte della nuova concezione con cui Microsoft intende diffondere la sua soluzione: “Windows as a service”. In questo modo l’utente avrà sempre l’ultima versione e le nuove funzionalità. Succede così con la decima versione (dove gli update non sono più selettivi, ma vengono scaricati tutti in automatico) e, a quanto sembra, è un’impostazione retroattiva. Ma non è solo una questione tecnica, è anche una strategia di mercato. L’azienda fondata da Bill Gates vuole portare 10 su un miliardo di dispositivi nei prossimi due anni e, per raggiungere l’obiettivo, è disposta a qualche forzatura. Secondo gli ultimi dati di Net Marketshare l'ultimo Windows sarebbe già su 75 milioni di macchine, conquistando il 5,21% di quote del mercato dei computer fissi. Dal 29 luglio ha già superato il poco apprezzato predecessore Windows 8 (2,5%), Mac OS X (4,7%) e Linux (4,4%). Mentre il re resta ancora Seven (57,6%).
La lotta alla pirateria
Nel nuovo corso di Microsoft, l’aggiornamento a 10 non è l’unica pratica ritenuta controversa. Abbiamo raccontato i problemi relativi alla privacy. Ma c’è altro. Il blog tecnologico Alphr ha fatto notare che, la licenza d’uso è stata rivista con il nuovo sistema operativo: l’azienda di Redmond ora guadagna il diritto ad analizzare tutto il software e l’hardware installato e disabilitare ciò che ritiene illegale. Alla lettera, nella sezione 7b dei termini d'utilizzo: «Possiamo automaticamente verificare la versione dei programmi e scaricare aggiornamenti o cambiare la configurazione del sistema, anche per ciò che riguarda le scelte degli utenti di impedire l’accesso ai servizi di Windows, la possibilità di eseguire giochi contraffatti o usare software e periferiche non autorizzate». Non si sa ancora quali sviluppi pratici Microsoft voglia dare a questo paragrafo, che può autorizzarla ad analizzare macchine private e rimuovere copie pirata di Office o di videogame. Può essere una semplice precauzione o l’adattamento di una pratica contrattuale standard. Ma solleva comunque problemi: un’azienda può avere il diritto ad aggirare le scelte degli utenti?

@VinScagliarini 

11 settembre 2015 (modifica il 11 settembre 2015 | 19:52)