giovedì 10 settembre 2015

Italiano dorme in auto da 4 anni. Perché il vescovo non lo accoglie?

Claudio Cartaldo - Gio, 10/09/2015 - 10:27

L'appello alle autorità religiose: "Trovategli un posto come ai profughi". Partità la gara di solidarietà. Intanto Giovanni continua a dormire in auto

Quattro lunghi anni passati in auto, trovando solo per brevi occasioni ospitalità in qualche centro per anziani.



È la triste storia di Giovanni, 46 enne italiano di Avezzano, in Abruzzo. Qualche tempo fa è rimasto senza lavoro e senza casa. Così, si è dovuto accontentare della sua vecchia Volksvagen con le gomme bucate. Orami diventata la sua casa.

La storia stride, troppo, con le immagini dell'accoglienza che l'Italia riserva ai tanti profughi che arrivano in Europa. Per Giovanni non si è mosso nessuno. Non si è mosso il comune, non si è preoccupato il Vescovo. "Insieme alla famiglia di profughi, trovate un posto anche a questo marsicano disperato", è l'appello di un giovane che ora sta aiutando il disoccupato.

Come racconta marsicalive.it, Giovanni è costretto a elemosinare ogni giorno un pasto. Qualche tempo fa è stato ospite di una casa di accoglienza (San Giuseppe di Avezzano), ma per lui il posto era disponibile solo nei mesi freddi. Dal giorno in cui ha lasciato il centro, nessuno si adoperato per trovargli una sistemazione. Ha due figli di 14 e 19 anni, è separato e senza lavoro.

Nei giorni scorsi un giovane del luogo, Nello Mignini, è andato a portagli da mangiare. "Questa è l’Italia: abbandonare un povero uomo che vive dentro la macchina da ben quattro anni e in che condizioni. Per il momento - spiega il ragazzo - gli ho portato da mangiare e ora sto facendo il possibile per portare aiuto e serenità a questo povero uomo dimenticato e abbandonato da tutte le autorità”.

"Ho letto che monsignor Santoro prenderà in curia una famiglia di profughi - continua - vorrei chiedere se potesse accogliere anche Giovanni, che è di Avezzano e ne ha veramente bisogno perché non ce la farà a trascorrere in auto un altro inverno". Ma l'appello dei Vescovi ora è ad accogliere i migranti. Chissà se troveranno mai posto per un italiano. Le possibilità non sono molte: hanno già avuto 4 anni per pensarci.

Tornate a casa vostra". Quando la sinistra sputava sui profughi istriani

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 10/09/2015 - 12:13

Il Pci non conobbe la parola "accoglienza". Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L'Unità scriveva: "Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane"

"Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mesa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.



Da un lato della strada un gruppo gridava: 'Fuori i fascisti da Trieste', 'Viva il comunismo e la libertà' sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito e Togliatti". Racconta così Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), l'accoglienza del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.

Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947 l'Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell'Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistra non conobbe l'accoglienza. Tutt'altro. Si scaglio con rabbia e ferocia contro quei "clandestini" che avevano osato lasciare il paradiso comunista.

Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c'erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. Nel capoluogo emiliano per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero.

Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è davvero l'erede del Pci. La sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica tutto questo. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l'Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l'acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello. Quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. "Sono comunisti. Gridano 'fascisti' a quella povera gente che scende dalla motonave (...). Urlano di ritornare da dove sono venuti".

Non sono le parole di Matteo Salvini. "Tornate da dove siete venuti" era lo slogan del Partito Comunista di Napolitano, Violante, D'Alema, Berlinguer e Veltroni. L'Unità, edizione del 30 novembre 1946: "Oggi ancora si parla di 'profughi': altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città.

Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".

Oggi invocano l'asilo per tutti. Si commuovono alla foto del bambino riverso sulla spiaggia. Lo pubblicano in prima pagina. Dedicano attenzione sempre e solo per chi viene da lontano. Agli italiani, invece, a coloro che lasciatono Pola, Fiume e le loro case per rimanere italiani, la sinistra riservò solo odio. Lo stesso che gli permise di nascondere gli orrori delle Foibe.

"Non dovevamo dimentirare che eravamo clandestini, anche se eravamo italiani in Italia".

Quanto ci costa lasciare andare alla deriva il Mezzogiorno

Corriere della sera
di Maurizio Ferrera

Le debolezze del Mezzogiorno sono ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi

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Fra i sociologi del mondo anglosassone circola una battuta: nel Sud è tutto diverso e in genere non funziona. La «legge» vale in ogni Paese e, naturalmente, è solo uno scherzo. Chissà quante volte, però, pensieri simili sono venuti in mente ai turisti che questa estate hanno invaso il nostro Mezzogiorno (migliore stagione dall’inizio della crisi). Ad esempio a quelli che non hanno potuto fare il bagno nella penisola sorrentina dopo gli acquazzoni di agosto, per divieto di balneazione.

O agli sventurati che hanno preso il treno per andare da Napoli a Bari: 260 km, minimo quattro ore con cambio. Casistica e aneddoti potrebbero continuare all’infinito. E per ciascuno sarebbe facile opporre contro-esempi: non solo sui paesaggi o la cucina, ma anche sul funzionamento di qualche infrastruttura, dalla metropolitana di Napoli all’aeroporto di Catania. La cronaca fornisce del resto ogni giorno uno spaccato dell’estrema polarità, in negativo e in positivo, di quest’area d’Italia.

Il dibattito sul Sud deve oggi liberarsi completamente dai luoghi comuni, dalla rassegnazione gattopardesca, dall’illusione che i persistenti contrasti interni siano in realtà un valore. Siamo di fronte a un fallimento storico di proporzioni enormi, che coinvolge élite politiche di ogni colore e grandissima parte della classe dirigente meridionale. Non sembra esagerato dire che le debolezze di questa metà dell’Italia restano ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.

In nessun Paese Ue i dati medi sono così fuorvianti come da noi.Prendiamo i tassi di crescita. Al Nord la recessione è finita nel 2014. Il Pil di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna veleggia quest’anno verso un incremento di almeno un punto e mezzo, un tasso «tedesco», superiore a quello di Francia, Austria, Olanda, persino della stizzosa Finlandia. Dal 2008, le regioni del Sud non sono invece mai uscite dalla recessione (neppure nel 2010-2011) ed è possibile che non ne escano neppure quest’anno.

Il confronto con la Spagna è particolarmente imbarazzante. Dal 2010 la Commissione Ue misura il grado di sviluppo e di competitività di tutte le regioni. In Italia la prima è la Lombardia, al 128 posto, mentre in Spagna è la Catalogna, posto 141. Subito dopo vengono le altre regioni italiane del Nord, molto più sviluppate e competitive delle altre regioni spagnole. Nel Sud la gerarchia s’inverte. La peggior regione in Spagna è l’Estremadura, al posto 223. Quasi tutto il nostro Sud sta sotto (l’ultima è la Sicilia al 235, peggio di Ceuta e Melilla). Il confronto diventa ancora più allarmante in senso dinamico. Dal 2010 in poi il divario fra i due Paesi ha continuato ad allargarsi.

Disastrose in sé, queste tendenze stanno innescando meccanismi destinati ad aggravarle. Una regione che dà segni di vitalità attrae risorse dall’esterno; una che declina non ne attrae e anzi finisce per depauperarsi ulteriormente. Pensiamo ai diplomati più bravi. Nel Sud uno studente su quattro sceglie una Università del Centro-Nord e tende a non tornare dopo la laurea. Il quadro spagnolo è molto più virtuoso. Le Università pubbliche hanno il numero programmato e la mobilità interregionale è alta. Ma gli atenei andalusi hanno tassi di copertura dei propri posti appena più bassi di quelli della Catalogna o di Madrid. Non c’è «drenaggio» di cervelli da Sud a Nord.

La politica per il Mezzogiorno deve urgentemente entrare nell’agenda di governo. Il dibattito sulle possibili soluzioni ha molte voci. L’ultimo rapporto della Svimez fornisce la fotografia più aggiornata dei problemi ed è ricca di spunti propositivi. In un recente volume, Dario Di Vico e Gianfranco Viesti si sono confrontati su due diverse opzioni di politica economica: una più liberista (Di Vico), una più programmatoria (Viesti).

Quest’ultimo ha provocatoriamente suggerito di «abolire il Mezzogiorno» come destinatario di politiche straordinarie. Ma il Sud non può sparire come priorità nazionale. Nel 2013 è stata istituita una Agenzia per la coesione territoriale, che ha molto faticato a diventare operativa. Ora sta reclutando una quarantina di esperti. È un buon segnale. Ma per cambiare passo servono impegni e sforzi davvero eroici. Che non sembrano purtroppo all’orizzonte.

10 settembre 2015 (modifica il 10 settembre 2015 | 09:23)

Rabbia e armi nascoste Così il Pci voleva fermare la democrazia

Giampaolo Pansa - Gio, 10/09/2015 - 08:00

Molti partigiani non accettarono la vittoria della Dc. La guerra civile non scoppiò solo perché Stalin si oppose

La guerra civile, in apparenza finita nell'aprile del 1945, non si era affatto spenta. I delitti politici continuavano impuniti. Avevano quasi sempre mandanti ed esecutori di un solo colore: il rosso.


 Una ronda di partigiani per la cattura di fascisti e tedeschi (Milano, 1945)

Tra i partiti ritornati sulla scena, il Pci era l'unico in grado di dettare legge dovunque. A renderlo forte, e in tanti casi prepotente, provvedeva la rabbia di molti partigiani scontenti per come si era conclusa la Resistenza. Spirava un vento di delusione irosa che sosteneva la necessità di un secondo tempo della guerra interna, questa volta con un obiettivo radicale: la conquista del potere in Italia. Tante bande delle Garibaldi si erano rifiutate di consegnare le armi alle autorità militari inglesi e americane. Nell'Italia settentrionale e centrale stava crescendo il numero degli arsenali clandestini. Tra il 1945 e il 1946 molti depositi venivano scoperti dalle forze dell'ordine, ma era sempre poca cosa rispetto a quelli esistenti.

La voglia di una vittoria definitiva divideva persino un partito in apparenza monolitico come il Pci. Anche un leader dal grande carisma come Palmiro Togliatti era costretto a non decidere nulla a causa dell'opposizione di un'ala estremista che sosteneva la necessità di una resa dei conti con gli angloamericani. E di conseguenza con i partiti moderati. Prima fra tutti la Democrazia cristiana.

Guidata da un personaggio che la sinistra odiava: Alcide De Gasperi. Dipinto come un servo del capitalismo e un lacchè del Vaticano. L'Italia del triennio 1945-1947 era davvero un'Italiaccia, un Paese sottosopra. Dove poteva accadere di tutto. Persino che qualche gruppo di giovani reduci della Repubblica sociale cercasse di vendicarsi della sconfitta patita e delle angherie che stavano soffrendo per mano dei partigiani rossi. Erano tentativi modesti e destinati a fallire. Ma dimostravano una realtà che pochi erano capaci di vedere: se Mussolini era un cadavere appeso a piazzale Loreto, chi aveva creduto in lui non era scomparso.

Nel frattempo la società italiana cambiava, e non sempre in peggio. Dopo aver ottenuto il diritto di votare, nel 1946 le donne si erano presentate in massa alle elezioni per l'Assemblea costituente e nel referendum per la scelta tra monarchia e repubblica. E avrebbero fatto sentire il loro peso nelle prime consultazioni politiche del dopoguerra: quelle del 18 aprile 1948. Fu un passaggio cruciale per la giovane democrazia italiana. Ma anche un azzardo per la Dc e le altre forze moderate che si opponevano al Fronte democratico popolare, l'alleanza fra i comunisti e i socialisti.

Una volta superato questo muro, l'Italiaccia si trovò in grado di intraprendere la strada che le avrebbe consentito di diventare un Paese normale. Da quel momento sono trascorsi sessantasette anni. Anche quanti allora erano ragazzi, come nel mio caso, non rammentano più che il 1948 fu ancora un'epoca di guerra. Le condizioni del Paese restavano quelle precarie che ho descritto. Imperava sempre il mercato nero. Vigeva il razionamento per il pane, la carne, la pasta, il latte. Non tutti erano in grado di mettere insieme il pranzo con la cena. Tre anni dopo la fine della guerra, risultarono essenziali gli aiuti alimentari inviati dagli Stati Uniti per favorire la vittoria dello Scudo crociato.

Li ricordo anch'io quei pacchi che ci venivano recapitati a casa. Mia madre non li ha mai respinti. Diceva: «Gli americani ci tirano su il morale chiedendoci soltanto di non votare per i comunisti e i socialisti fedeli a Stalin. Per quello che mi riguarda, ho già deciso: non darò mai una mano al Fronte popolare!». La mamma accettò anche un taglio di stoffa con la cimasa tricolore. E mi confezionò un cappotto marrone. Era un colore che odiavo, ma il tessuto made in Usa si rivelò ottimo e mi tenne caldo per tre inverni.

Nella primavera del 1948, mentre il Fronte popolare era sicuro di vincere, la Democrazia cristiana temeva di perdere. In un santuario del Monferrato, De Gasperi incontrò il ministro degli Esteri francese, Georges Bidault, e gli presentò una richiesta che da sola testimoniava l'asprezza dello scontro. E ottenne che, in caso di sconfitta della Dc, la Francia avrebbe accolto come rifugiati politici tutti i dirigenti del suo partito, famiglie comprese.

Come era accaduto nel 1946 per l'elezione dell'Assemblea costituente, pure nelle consultazioni del 18 aprile si rivelò decisivo il voto delle donne. Furono le protagoniste della rinascita dopo la guerra. Anche nella vita delle famiglie e nei rapporti di coppia, le loro decisioni prevalevano sempre più spesso su quelle dei maschi. Era una novità sconvolgente che non venne subito compresa. Ma cambiò abitudini e atteggiamenti rimasti gli stessi per secoli. A cominciare dai rapporti sessuali.

Per molti uomini fu uno choc scoprire che persino a letto le donne volevano avere l'ultima parola. Il 18 aprile lo Scudo crociato stravinse. De Gasperi rimase alla guida del governo. E fu in grado di superare anche il trauma dell'attentato a Togliatti. Il 14 luglio 1948 poteva segnare l'inizio di una nuova guerra civile. Ma il vertice del Pci sapeva bene che un'insurrezione rossa non era possibile. Lo aveva già spiegato Giuseppe Stalin a Pietro Secchia, il leader dell'ala militarista del partito. Andato a Mosca per incontrare il nuovo zar, quel biellese secco, dal volto sparuto, sempre con i capelli in disordine e l'abito stazzonato, tornò a mani vuote. Il compagno Stalin gli confermò che in Italia la rivoluzione proletaria era nient'altro che un'illusione.

I nostri 50mila ragazzi respinti alla frontiera di un futuro migliore

Alessandro Sallusti - Mer, 09/09/2015 - 07:00

Come le Università non possono ospitare tutti, così un Paese non può garantire lavoro, casa e dignità a un numero infinito di immigrati

Sessantamila studenti hanno svolto ieri il test di accesso alle facoltà universitarie di Medicina.
Diecimila sono i posti a disposizione, cioè soltanto uno su sei di questi ragazzi appena maggiorenni riuscirà ad iniziare gli studi per realizzare il proprio sogno.

Che per molti di loro non è solo una passione, ma l'occasione di scalare la piramide sociale ed economica. Tra quei sessantamila ci sono infatti figli di papà benestanti, ma anche di operai e impiegati al minimo di stipendio o magari addirittura di lavoratori in cassa integrazione. Agli aspiranti medici non basterà aver dimostrato di possedere i requisiti, cioè superare i discussi e a volte ridicoli test (non si capisce per esempio perché debbano sapere a memoria la città che ha ospitato l'Expo del 1900).

Il loro destino dipende pure dalla disponibilità di posti negli Atenei, che non sono infiniti, ma sono quelli compatibili con le strutture a disposizione, la capienza del corpo docente e le previsioni sulle necessità di nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Morale: cinquantamila giovani italiani dovranno quest'anno rinunciare a un sogno che, come detto, per molti di loro rappresenta pure un ascensore sociale.

Requisiti e possibilità reale di inserimento: è la dura legge del mercato, cinica fin che si vuole (all'estero la selezione è fatta con altri metodi, il risultato è lo stesso), ma presupposto di una società che intenda svilupparsi in maniera equilibrata e giusta e non come fabbrica di disoccupati, illusi o falliti. Quello che non capisco è perché una ricetta che imponiamo con rigore e severità ai nostri figli - e che determina il loro futuro - non la si possa adottare anche per gestire e risolvere una volta per tutte il problema dell'immigrazione: porte aperte a chi ha i requisiti (cioè sta realmente fuggendo da pericoli gravi come guerre o persecuzioni politiche e religiose), numero chiuso invece in base alle nostre disponibilità economiche, abitative e occupazionali per chi è legittimamente in cerca di un ascensore sociale ed economico.

Come le Università non possono ospitare tutti, così un Paese non può garantire lavoro, casa e dignità a un numero infinito di immigrati. La speranza del figlio di nostri contadini di diventare medico non vale meno di quella del giovane marocchino di aspirare a una vita migliore in Occidente. Entrambe vanno assecondate e aiutate nel limite di ciò che è possibile nei fatti, senza creare squilibri sociali o ingiustizie. E non c'è nulla di razzista o «bestiale», per usare un termine alla ribalta della cronaca, nel sostenere questo.

Nido di Vespa

La Stampa
massimo gramellini

Bando ai perbenismi: l’intervista di Bruno Vespa ai Casamonicas, protagonisti del funerale dell’estate, è stato un colpo giornalistico. Sarebbe stata anche una pagina di televisione, se si fosse trattato di un’intervista vera. Invece Vespa ha fatto sedere i due membri incensurati del clan mafioso sulle stesse poltroncine bianche che ogni sera ospitano le terga di politici, criminologi e cantanti.

Li ha integrati nella tradizionale messinscena di «Porta a Porta». Un errore clamoroso per un professionista del suo calibro, che sa bene come in televisione il contesto valga molto più del testo. Qualcuno ha trovato scandalosi il tono confidenziale della serata e certi siparietti di umorismo involontario degni di Totò («Siete una famiglia sterminata», «Ma che sterminata, dottor Vespa, siamo tutti vivi!»). Però è inevitabile che, quando il Male accetta di comparire in televisione, lo faccia per esibire una patente di innocenza.

Proprio per questo andrebbe raccontato con un linguaggio che ne sottolinei la diversità e ne prenda le distanze. Sostiene Vespa: Enzo Biagi intervistò criminali del calibro di Buscetta e Sindona. Sì, ma come li intervistò? In solitudine. E lontano dalla solita scenografia e dai meccanismi abituali del suo programma, per segnalare allo spettatore l’eccezionalità di quanto stava avvenendo. 

Vespa non ha sbagliato a farci sentire la versione dei Casamonicas, ma a metterli comodi nel suo salotto, che poi sarebbe il nostro.