mercoledì 9 settembre 2015

Migranti: tutta questa demagogia mi soffoca

Corriere della sera

Italians

Gentile Severgnini, la demagogia mi soffoca e mi sta uccidendo. Il Papa va da solo al centro a cambiarsi gli occhiali e tutti in sollucchero. Ma che messaggio voleva darmi? Che è anche lui un povero Cristo come me?

Che dobbiamo fare come lui, niente pompa e tutta semplicità? E’ una vita che mi comporto così e non doveva arrivare lui a ripetermi la lezioncina. Faccia il papa e non la maestrina. Le oche del cerchio magico di Renzi starnazzano che devo essere buono, ricettivo, paziente, generoso verso chi arriva qui, per la gioia di Buzzi. Altra lezioncina. E’ una vita che non ammazzo una mosca e che un po’ di beneficenza la faccio senza trombe e tamburi.

Queste erinni frignano ripetendo come ossesse che scappano tutti da una guerra, mentre nessuno ci dice che ci sono più morti in un anno nel triangolo Quartieri Spagnoli/ Casal di Principe/ Scampia che in tutto il Mali. I napoletani dovrebbero migrare in massa a Lugano? Il giovanotto che ha ucciso la coppia siciliana veniva dalla Costa d’Avorio (PIL 7%). Poverino lui ed animale io che chiedo solo un po’ di giustizia (oltre a domandare se anche questo è un profugo!).

E mentre tutti si affannano ad insegnarmi qualcosa e a mettermi dietro alla lavagna col berretto da asino, io perdo i giorni per recuperare alla posta una raccomandata, rimandato da uno all’altro senza pietà, mi viene detto con un ghigno che mia moglie deve aspettare nove mesi per una mammografia, vado al cinema e devo dare un euro ad un ceffo da galera con berretto da posteggiatore se no mi riga la macchina, devo subire a Fiumicino l’arroganza di un addetto dell’Alitalia che mi dice che il mio volo è cancellato, per di più seccato perchè deve andare a prendere un caffè con il “collega” ed io gli faccio perdere tempo.

Finito di scrivere, farò quello che sbraitava Peter Finch in “Quinto potere”. Andrò alla finestra, l’aprirò e mi metterò ad urlare :” Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”. Si unisce a me, gentile Severgnini?

Massimo Bianchi, max.elephant@gmail.com


Matrimonio gay: perché chiamare melo un pero?

Caro Severgnini, mater munus: la parola “matrimonio” richiama il concetto materno. Il matrimonio come istituzione è nato, secondo alcune fonti, allo scopo di individuare di quale uomo siano i figli nati da una determinata donna: del marito, di colui col quale quella donna è legata, appunto, dal “matrimonio”.

Una esigenza di certezza sentita fin dall’antichità, con le sue eccezioni ovviamente, da sempre sapute ma non tali da mettere in dubbio la regola. Concetti oggi discutibili, ma difficile è discutere queste radici del matrimonio. Perché pretendere di usare una parola che ha un suo significato – per molti sacro – per definire situazioni diverse? La base di tante rivendicazioni poggia per l’appunto sul rispetto delle diversità, sulla pari dignità.

Ma in realtà questa diversità, e quindi la sua dignità, in realtà la si rifiuta se si vogliono usare parole che tendono a velarla, a negarla. L’amore, la fedeltà, l’assistersi, il formarsi di diritti e di doveri, sia reciproci sia verso la società, tra due persone che, essendo dello stesso sesso, secondo natura non possono insieme generare dei figli, è un’esigenza non meno radicata nella storia dell’umanità di quanto non lo sia il matrimonio, e meritano oggi anche una tutela giuridica apposita.

Ma tutto ciò non è il matrimonio, che identifica il generare figli in virtù dell’amore tra un uomo ed una donna all’interno di un rapporto non più nobile dell’altro, ma sicuramente diverso – quella diversità della quale giustamente si reclama la pari dignità, ma che contemporaneamente si nega quando, per definirne la realizzazione, si vuol usare il nome di un’altra situazione. Perché chiamare melo un pero? Entrambi hanno la stessa dignità, ma se dal fruttivendolo chiedo un chilo di mele, e lui me le dà, non posso rifiutarle dicendogli che io volevo quelle fatte a forma di pera.

Altrimenti “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, ma qual è il senso se non quello, appunto, di un rifiuto della propria diversità?

Paolo Galli, p.galli.italians@virgilio.it

Vescovo ungherese: "Il Papa ha torto, i rifugiati vogliono invaderci"

Francesco Curridori - Mar, 08/09/2015 - 18:32

Un alto prelato ungherese si schiera con Orban: "Sono totalmente d'accordo con il primo ministro"

"Sulla crisi migratoria Papa Francesco ha torto e i rifugiati ci stanno invadendo".

Sembrerebbero parole di Matteo Salvini ma non lo sono. Stavolta è il vescovo Laszlo Kiss-Rigo, responsabile di una diocesi dell'Ungheria meridionale a criticare la linea del Pontefice spiegando che, coloro che arrivano in Europa, "non sono rifugiati". "È un'invasione, vengono qui al grido di Allahu Akbar (Allah è il più Grande, ndr), ci vogliono conquistare", accusa l'alto prelato intervistato dal Washington Post.

Kiss-Rigo si schiera dunque con Orban: "Sono totalmente d'accordo con il primo ministro", il Papa "non conosce la situazione". I rifugiati minacciano i "valori universali, cristiani" dell'Europa, ribadisce il vescovo, convinto persino che molti di loro non abbiano bisogno di assistenza in quanto ricchi. "Lasciano rifiuti e rifiutano il cibo offerto. La maggior parte di loro si comporta in un modo che è molto arrogante e cinico", ha concluso Kiss-Rigo, da nove anni vescovo di una zona in cui vivono circa 800mila cattolici.

Vittorio Emanuele III? Era un piccolo grande Re

Francesco Perfetti - Mer, 09/09/2015 - 09:06

Lo storico francese Le Moal, in un saggio approfondito, rivaluta il sovrano che vinse la Prima guerra mondiale ma dovette convivere col fascismo. Pagandone le conseguenze



Vittorio Emanuele III salì al trono all'inizio del secolo scorso e vi sarebbe rimasto per quasi mezzo secolo, fino al 1946. La cerimonia - che seguì, com'era tradizione, quella funebre per il padre Umberto assassinato a Monza - si tenne l'11 agosto 1900 a Palazzo Madama in un'aula parata a lutto, di fronte a deputati e senatori visibilmente commossi.

Quel giorno, un sabato, era particolarmente caldo, uno dei più caldi di una estate tanto torrida che Leone XIII aveva fatto sospendere i pellegrinaggi. La città era semideserta, ma l'aula, anche nelle tribune laterali riservate al pubblico, straripava. C'era una grande attesa per le parole del nuovo sovrano, il primo principe di Savoia nato nell'Italia unita. Il discorso, in realtà, era stato scritto dal vecchio Giuseppe Saracco, ma lui, Vittorio Emanuele, aveva voluto rivederlo di persona e lo aveva ritoccato e integrato.

L'ascesa al trono del «piccolo Re» avvenne in un momento particolare. Coincise con una svolta politica, economica e sociale. Il Paese, avviato sulla strada di una faticosa industrializzazione, assisteva sia all'affermazione delle idee socialiste sia al destarsi di quel sentimento nazionalista che, di lì a qualche tempo, avrebbe conquistato borghesia colta e ceti intellettuali. Vittorio Emanuele III impresse al regno uno stile diverso da quello che aveva caratterizzato il regno del padre.

Umberto aveva dato spazio alla corte, puntando sull'esigenza di rappresentatività di una monarchia che aveva ancora bisogno di consolidarsi come espressione dello Stato unitario nelle coscienze dei cittadini. Vittorio Emanuele, invece, stabilì un clima di austerity: tagli drastici di spese, falcidia di servitù, eliminazione degli aspetti sfarzeschi e mondani della vita di corte. Questa scelta fu certamente “politica” ma anche, per certi versi, legata alla personalità del sovrano.

Durante il regno del padre, Vittorio Emanuele non aveva avuto ruoli di primo piano. Era stato un bambino introverso ma intelligente, gentile e generoso, probabilmente anche infelice, perché consapevole del suo stato di inferiorità fisica. Con i genitori aveva avuto relazioni formali e, quasi, episodiche. La sua educazione, dagli otto ai vent'anni, era stata affidata al tenente colonnello Egidio Osio, rigido ufficiale milanese già addetto militare a Berlino dove aveva conosciuto il principe ereditario Federico Guglielmo di Prussia.

La natura schiva del suo carattere e l'umore arcigno avevano, forse, contribuito a tenere Vittorio Emanuele ancor più in disparte di quanto le regole protocollari avrebbero richiesto e a fargli diffidare della vita di corte. Non a caso alcuni studiosi videro in lui, e nel suo attaccamento alla vita familiare, un «re borghese». Eppure, Vittorio Emanuele III non fu, o non fu soltanto, un sovrano borghese. Lo dimostra la bella biografia dello storico francese Fréderic Le Moal, appena pubblicata con il titolo Victor-Emmanuel III.

Un roi face à Mussolini (Perrin, pagg. 560, Euro 26): un'opera, frutto di anni di ricerche in archivi pubblici e privati e che, legittimamente, al di là di valutazioni più o meno condivisibili, ambisce ad essere la prima biografia veramente “scientifica” di un personaggio che è, a detta dell'autore, uno dei sovrani «più enigmatici» del XX secolo. Il titolo farebbe pensare a un lavoro sui rapporti fra Vittorio Emanuele III e Mussolini, ma in realtà ci troviamo di fronte a una biografia classica, che segue la vita del sovrano dalla nascita alla morte e all'interno della quale la parte dedicata ai rapporti fra Corona e fascismo è importante, ma non più importante di altri periodi.

Vittorio Emanuele III non aveva un carattere facile. Era chiuso, sospettoso, apparentemente freddo. Non era facile alle amicizie, ma aveva la capacità di saper giudicare gli individui. Di Giovanni Giolitti, per esempio, per tanti versi da lui così diverso, seppe cogliere le grandi e indiscutibili capacità politiche che ne fecero il dominatore incontrastato di tutta un'epoca. E ciò, anche se fra i due non si stabilì mai un rapporto di cordialità e amicizia e, anzi, si creò una frattura profonda, o quanto meno una freddezza ostentata, quando, in occasione del Primo conflitto mondiale, la scelta fra interventismo e neutralismo li fece trovare schierati su sponde opposte.

Sul «piccolo Re», e sul giudizio storico-politico che ne è stato dato, ha pesato molto il rapporto con Mussolini. Ma quale fu veramente questo rapporto? Le Moal lo analizza a fondo, al di fuori dei luoghi comuni. Il sovrano e il capo del fascismo appartenevano a mondi ideali e politici del tutto eterogenei. È fuori discussione il fatto che si guardarono sempre, l'un l'altro, con malcelata diffidenza, mista a un reciproco sentimento di inferiorità. Mussolini, in fondo, rimase, sempre, repubblicano e non abbandonò mai del tutto l'idea di liquidare, prima o poi, la monarchia.

Vittorio Emanuele III, dal canto suo, non provò mai eccessiva simpatia per un uomo che considerava un avventuriero della politica. Cionondimeno, i due, «solitari prigionieri della loro stessa solitudine» (un'espressione di Dino Grandi), si intesero. Non è un caso che il 18 giugno 1943, alla vigilia del colpo di Stato, Vittorio Emanuele III, parlando di Mussolini, esclamasse: «Eppure quell'uomo ha una gran testa». Il sovrano guardò, però, sempre con preoccupazione al fascismo.

Anche la scelta di affidare, nell'ottobre 1922, all'indomani della marcia su Roma, venne fatta non per convinzione ideologica ma per ragioni di opportunità politica, per evitare uno scontro sanguinoso e nella convinzione di poter dar vita a un «compromesso» controllabile. Durante il ventennio la collaborazione tra il Re e il Duce fu tutt'altro che priva di spine. Le Moal ricorda tanti motivi di contrasto - la creazione, per esempio, del grado di primo maresciallo dell'impero o il varo delle leggi razziali - ma sottolinea la riluttanza di Vittorio Emanuele III a scegliere la strada della prova di forza, un po' per il suo formalismo giuridico e un po' per evitare il rischio di una guerra civile.

La decisione di liquidare Mussolini e il regime, il Re la prese troppo tardi, impostando un «complotto del Quirinale» che fu preceduto dalla «congiura» del 25 luglio 1943. Uno degli errori «più tragici» di Vittorio Emanuele III fu, secondo Le Moal, quello di non aver lasciato il figlio Umberto a Roma, dopo l'armistizio dell'8 settembre, e di aver impedito che questi, com'era sua intenzione, interrompesse il viaggio verso il Sud e vi ritornasse.

Dalle pagine del volume di Le Moal, documentato ed equilibrato, emerge un ritratto a tutto tondo di Vittorio Emanuele III, il «Re della vittoria» nella prima guerra mondiale, ma anche il Re del «compromesso» con il fascismo e l'uomo che concluse, dignitosamente, la sua esistenza in esilio, chiuso e taciturno sotto il peso di responsabilità politiche, vere o presunte, e del ricordo di eventi che non era riuscito a controllare.

Gli innocenti in cella per errore ci costano 35 milioni all'anno

Anna Maria Greco - Mer, 09/09/2015 - 08:23

Il caso Meredith è emblematico: Amanda e Raffaele, assolti, hanno diritto a un indennizzo da 500mila euro. E i pm che sbagliano non rischiano niente



Quattro anni di carcere per Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Ingiusto. Come gli altri quattro anni d'inferno che i due accusati dell'omicidio di Meredith Kercher, a Perugia nel 2007, hanno passato. Cinque gradi di giudizio, tra un processo di condanna e uno d'assoluzione e poi un altro di condanna fino alla definitiva sentenza che, a marzo scorso, ha sancito la loro innocenza.

E ora che sono note le pesanti motivazioni della Cassazione è chiaro che i colpevoli, in questa vicenda, vestono la toga o la divisa. Sono magistrati e investigatori che hanno commesso, per i supremi giudici, «errori clamorosi», affetti da «amnesie investigative», responsabili di «colpevoli omissioni», costruttori di «inconsistenti motivazioni». Insomma, un'accusa senza prove e neanche indizi.

L'avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, lo definisce «un errore giudiziario mostruoso». E annuncia la richiesta allo Stato del risarcimento del danno. Dagli Usa la Knox per ora tace, ma farà altrettanto. Di tempo per decidere ne ha, due anni. L'entità dell'indennizzo sarà tutta da valutare, ma il massimo stabilito è 516mila e 456,90 euro. Si parla di ingiusta detenzione, perché il ragazzo pugliese è stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, per 6 mesi in isolamento, senza incontrare avvocati e parenti nei primi 15 giorni.

L'americana, altrettanto. La prima condanna è del 2009; l'assoluzione e la scarcerazione del 2011 dalla Corte d'Assise d'appello, con la Knox condannata a 3 anni solo per la calunnia verso Patrick Lumumba; nel 2013 la Cassazione annulla l'assoluzione e rinvia gli atti alla Corte d'Assise d'appello di Firenze, che di nuovo condanna nel 2014 a 28 anni la ragazza e a 25 Sollecito, fino a questa primavera quando la Suprema corte annulla senza rinvio. Punto, fine. Fine di un'odissea giudiziaria vergognosa per il nostro Paese.

Che paga ogni anno milioni per riparare ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Nel 2014 c'è stato un aumento del 41,3% rispetto al 2013: 995 domande liquidate per 35 milioni 255mila euro, quando dal '92 al 2014 in tutto erano circa 581 milioni. Dal 1991 a oggi 23mila casi di ingiusta detenzione sono costati quasi 600 milioni di euro. Nel 2014 incremento record anche dei pagamenti per errore giudiziario: dai 4.640 euro del 2013 (4 casi), al milione 658mila euro lo scorso anno a 17 persone. L'Italia è fra i primi Paesi in Europa per condanne dalla Corte di Strasburgo per violazioni dello Stato ai danni dei cittadini: 71 milioni di euro in indennizzi, cifra più alta tra i 47 Paesi del Consiglio d'Europa.

I dati a gennaio scorso sono stati al centro di uno scontro tra l'Ucpi e l'Anm, sulla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Dall'introduzione nel 1988 della Vassalli solo 9 condanne per le toghe, ma il sindacato dei magistrati si è opposto strenuamente alla riforma approvata a febbraio, che abolisce il filtro di ammissibilità dei ricorsi e, pur mantenendo la responsabilità indiretta, obbliga lo Stato a rifarsi in un secondo momento sul magistrato, fino a metà dello stipendio annuo. Cambierà davvero qualcosa?

Diceva in aula la pm Manuela Comodi, chiedendo l'ergastolo per i due ragazzi con i colleghi Giuliano Mignini e Giancarlo Costagliola: «Il ragionevole dubbio? Per me non c'è mai stato». I magistrati di Perugia che hanno agito, per la Cassazione, «nella spasmodica ricerca» di colpevoli, distorcendo le indagini e cancellando per sempre le vere prove, pagheranno per i loro errori? Difficile. Difficile, anche che subiscano contraccolpi disciplinari sulla loro carriera, visto che manca un automatismo per trasmettere la sentenza sui risarcimenti agli organi titolari dell'azione disciplinare. Per ora l'unica cosa certa è che, anche per il vergognoso processo Meredith, a pagare sarà lo Stato.

Il grido di Medjugorje: "Pregate, la Chiesa è in pericolo". Il messaggio di Maria ai veggenti

Libero
Antonio Socci

Antonio Socci

Venerdì sera è tornato alla carica il sito di Gianluca Barile. È lo stesso che nel giugno scorso lanciò questo dirompente titolo: «Medjugorje, il Vaticano boccia le apparizioni e isola i veggenti».A quel tempo si scatenò una polemica fra vaticanisti e alla fine si appurò che non c’era stata nessuna bocciatura vaticana delle apparizioni, ma che in effetti erano in arrivo provvedimenti dell’ex S. Uffizio. Tuttavia ancora nulla era stato deciso e tutto era rimandato all’autunno. L’altroieri lo stesso sito ha lanciato questo titolo: «Medjugorje, dal Vaticano nuova bocciatura per i “veggenti”: “basta testimonianze in parrocchia”».

Nell’articolo si legge che «la Congregazione per la Dottrina della Fede, con una diffida a firma del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, ha proibito al Parroco, Fra Marinko Sakota, e ai sei presunti veggenti che asseriscono di vedere la “Gospa” (la Madonna) da 34 anni, di tenere testimonianze o diffondere i “messaggi” all’interno della Parrocchia di Medjugorje».Non si pubblica però il testo di tale diffida, né si dice chi sarebbe la fonte di tale «notizia». Dunque non è chiaro come stanno i fatti, sorvolando sull’evidente contrarietà personale dell’autore (verso Medjugorje).

Il quale poco dopo scrive: «Il dicastero Vaticano guidato dal Cardinale Müller si riunirà solo nelle prossime settimane per mettere nero su bianco le proprie determinazioni, fermo restando che l’ultima parola spetterà a Papa Francesco, il quale a sua volta non ha mai fatto mistero, sia pure velatamente, del suo scetticismo verso l’autenticità dei fenomeni di Medjugorje». In sostanza Barile sostiene che l’ex S. Uffizio avrebbe già inviato «una diffida» con quelle pesantissime restrizioni, ma che non è il pronunciamento dello stesso ex S. Uffizio perché si riunirà nelle prossime settimane.

A dire il vero le mie fonti - nell’ambiente dei frati e in quello dei veggenti - negano categoricamente che sia arrivata da Roma una «diffida» che mette nero su bianco tutte quelle proibizioni. Però trapelano anche tanti fatti da cui s’intuisce che a Medjugorje si preparano a quel tipo di pronunciamento e di restrizioni.Si parla di due o tre incontri, che si sarebbero tenuti questa estate, fra i francescani titolari della parrocchia e i sei veggenti (c’è chi riferisce anche della presenza di un cardinale). Si è poi notato il defilarsi della parrocchia dai messaggi in modo da non dare l’impressione del loro riconoscimento ufficiale.

Infine trapela una notizia da alcuni medjugorjani che nel corso dei decenni hanno portato molti pellegrini: alcuni veggenti avrebbero già annunciato loro che non potranno più avere apparizioni in pubblico, né fare testimonianze pubbliche. Dunque l’ultima apparizione pubblica sarebbe stata quella di Mirjana del 2 settembre scorso.In fin dei conti non ci sarebbe da sorprendersi perché negli ultimi mesi, per intervento del Vaticano sui vari vescovi, sono stati fatti annullare in Italia i vari incontri pubblici con i veggenti di Medjugorje che erano stati organizzati in diverse città.

Però è evidente che l’estensione di tale misura anche a Medjugorje avrà un effetto dirompente, perché i pellegrini sapranno che recandosi nel villaggio bosniaco non potranno né partecipare alle apparizioni, né ascoltare personalmente i veggenti, né conoscere i messaggi (se non tramite una diffusione sotterranea o ufficiosa). Possono solo recarsi in pellegrinaggio in quei luoghi e lì pregare.
Sarebbe la fine di Medjugorje? Forse, ma non è detto. È vero infatti che - di per sé - questo potrebbe essere vissuto anche come una salutare normalizzazione: in fin dei conti anche a Lourdes, Bernadette non c’è più (partì pochi anni dopo gli eventi) e non è mai stato possibile partecipare alle apparizioni se non nei primi mesi.

Tuttavia i pellegrini hanno continuato a recarsi alla grotta di Massabielle per tutti questi 150 anni, perché è un luogo di fortissima spiritualità e quanti vanno lì sentono egualmente così vicina la presenza della Madonna che continuano a convertirsi e a ricevere moltissime grazie per la sua intercessione.Però - come mi è capitato di dire al «New York Times», nel contesto di una sua inchiesta - la particolarità di Medjugorje era proprio questa: l’emozione di partecipare a un avvenimento in corso. Un’esperienza fortissima e che ha anche generato molte conversioni, ma pure una spiritualità atipica che può facilmente diventare emozionale e miracolistica.

Naturalmente c’è una diversità fondamentale fra Lourdes e Medjugorje perché nel primo caso si tratta di apparizioni che furono subito riconosciute dalla Chiesa, nel secondo caso no. E non è una differenza di poco conto.Una nuova sostanziale bocciatura vaticana (dopo quella - temporanea - dei vescovi jugoslavi del 1991) potrebbe avere effetti molto deprimenti per tutto un popolo che è stato ridestato alla fede a Medjugorje.Tuttavia è pressoché sicuro che un intervento del Vaticano, per quanto restrittivo, non negherà a Medjugorje la qualità di luogo di preghiera e spiritualità (sebbene non santuario). E questa può essere la via di una purificazione preziosa.

D’altronde è pure vero che in parte Medjugorje si è già trasformata in un luogo di spiritualità come Lourdes, perché non tutti i pellegrini lì hanno la possibilità di partecipare alle apparizioni e agli incontri con i veggenti, ma tutti possono fare una grande esperienza religiosa. E sono molte le testimonianze di grazie ricevute a Medjugorje indipendentemente dagli eventi delle apparizioni. Perché comunque lì - come a Lourdes - la Madonna c’è e ascolta i suoi figli.Questo cambiamento potrebbe essere prezioso per gli stessi veggenti che, uscendo dal cono di luce delle grandi folle e dei media, in cui si sono trovati per decenni, potrebbero - essi stessi - approfondire la loro personale vocazione e magari correggere protagonismi ed errori (e, come loro, pure altri).

Tuttavia c’è anche da chiedersi se in Vaticano hanno considerato bene l’effetto che un colpo di maglio su Medjugorje potrebbe avere su tanti fedeli e magari su coloro che in quel luogo hanno ritrovato un cammino di fede.I veggenti negli anni avevano sempre ostentato tranquillità perché dicevano che, fin dai primi tempi, la Madonna li aveva invitati a non preoccuparsi per il riconoscimento della Chiesa: a quello avrebbe pensato lei in persona. È cambiato qualcosa? Nel «popolo di Medjugorje» molti hanno notato una strana coincidenza che potrebbe far pensare perfino che la Madonna stessa ora sia preoccupata della situazione vaticana.

Proprio il 29 maggio di quest’anno, poche settimane prima che iniziasse la tempesta (la battuta sarcastica di papa Bergoglio contro veggenti e messaggi è del 9 giugno), la Madonna ha dato - o avrebbe dato - questo messaggio al veggente Ivan: «Cari figli, anche oggi desidero invitarvi a pregare per i miei pastori nella Chiesa. Pregate, cari figli, affinché accolgano me, affinché accolgano i miei messaggi e affinché vivano i miei messaggi, perché siano portatori dei miei messaggi in questo mondo stanco. Cari figli, rafforzati dallo Spirito Santo, rafforzati dalla fede, essi siano portatori del Vangelo e dell’evangelizzazione nelle famiglie. Pregate, cari figli, per i miei pastori e siate perseveranti nella preghiera».

E il 9 novembre dell’anno scorso, in un’apparizione alla veggente Vicka, a Palestrina, cioè proprio alle porte di Roma, la Madonna aveva detto: «pregate per la Chiesa, la Chiesa è tanto bisognosa delle vostre preghiere».Che significa? Difficile dirlo. Ma in filigrana si può anche dare a un tale messaggio questa traduzione giornalistica: se a Medjugorje ci sono seri problemi, nella Chiesa la situazione è drammatica e in Vaticano addirittura tragica. Dunque pregate.Perché non resta che sperare in un miracolo per scongiurare il baratro. E c’è chi - nel popolo di Maria - si aspetta un segno.

di Antonio Socci
www.antoniosocci.com

Oppiacei e anfetamine, le armi segrete di Hitler

La Stampa
tonia mastrobuoni

In un libro tutte le droghe del Reich: dal Führer ai soldati al fronte



«Ricordatevi di spedirmi tanto Pervitin, la prossima volta. Fa miracoli». Lettera dal fronte di uno dei più grandi scrittori tedeschi del Novecento: Heinrich Böll. Supplica la famiglia di mandargli «tanto» Pervitin. Niente di scandaloso: la metanfetamina va di moda, nella Germania nazista, soprattutto nelle trincee della Seconda guerra mondiale. Una droga travestita da farmaco che mantiene svegli ed euforici per ore e ore.

L’ha sviluppata un medico, Fritz Hauschild, strabiliato dagli effetti delle benzedrine sugli atleti americani arrivati a Berlino nel 1936, per le Olimpiadi del Führer. Pazienza se questo micidiale «Crystal Meth» del Terzo Reich rende dipendenti e ha effetti devastanti: il Pervitin si diffonde rapidamente, nel regno degli «invincibili». Lo prendono sportivi, cantanti, studenti sotto esame. La fabbrica di Pervitin inventa addirittura il cioccolatino al Pervitin per allietare le casalinghe. 

«La grande euforia»
Quando comincia la Seconda guerra mondiale, la droga si diffonde rapidamente tra i soldati della Wehrmacht. Tanto che l’autore di un libro appena uscito sull’argomento è convinto che abbia avuto un ruolo fondamentale non solo nel Blitzkrieg contro la Francia del 1940, ma anche nel comportamento di Adolf Hitler. «Medici e droghe spiegano molto della struttura interna del nazismo» sostiene Norman Ohler, autore di «Der totale Rausch» («La totale euforia»).

Per il capo dei medici del Reich, Otto Ranke, è «un farmaco militarmente prezioso!». Quando la Germania invade la Francia, Ranke non fa fatica a convincere i generali, tra cui Ernst Rommel, che guidano l’attacco a distribuire Pervitin tra i soldati. Rommel, l’abile generale passato poi alla storia come la «volpe del deserto», conosce il farmaco perché lo usa personalmente.

L’attacco della Wehrmacht è notoriamente micidiale: i carri armati procedono a tutta velocità attraverso le Ardenne senza fermarsi mai, notte e giorno, in quattro giorni macinano centinaia di chilometri. A metà maggio del 1940 raggiungono e radono totalmente al suolo l’accampamento militare francese ad Avesnes. I soldati francesi sono sconvolti dallo stato si esaltazione dei loro nemici. Sono inarrestabili. È un blitzkrieg metanfetaminico.

Ma dopo il 1941, scrive Ohler, anche il Führer comincia ad assumere comportamenti che gli storici non sono mai riusciti del tutto a spiegare: Ohler è convinto che siano in parte attribuibili agli stupefacenti. Alla« Süddeutsche Zeitung» ha dichiarato che «ovviamente ciò non solleva minimamente Hitler dalle sue colpe». I risultati della ricerca sono impressionanti. 

Metanfetamine, steroidi e altre sostanze vengono iniettate a Hitler 800 volte in 1349 giorni; prende 1100 pillole. Tanto che Hermann Göring soprannomina il medico personale del Führer, Theo Morell, «il maestro delle punture del Reich». Non senza una punta di sarcasmo: i fedelissimi del Führer non amano il suo medico, ne temono il potere. A quanto pare, a ragione. Nel 1945 Hitler è ormai un rottame: gli cascano i denti, poco prima della capitolazione, il 17 aprile, minaccia il medico di morte, mangia zucchero per superare le crisi di astinenza. Ma un episodio della sua tossicodipendenza ha anche segnato il destino dell’Italia.

Nell’estate del 1943, quando Benito Mussolini sembra voler mollare l’alleato tedesco, Hitler lo raggiunge in Sicilia. Arriva piegato in due dai mal di stomaco. Morell gli inetta un potentissimo oppioide, l’Eukodal. Il Führer si riprende in un battibaleno, diventa euforico, logorroico. Convince il duce a non mollare. La sera, Morell si appunta nel diario che il Führer ha detto che se Mussolini gli resterà fedele è merito suo. Il resto è storia.

Il RiScattone

La Stampa
massimo gramellini

Un professore viene condannato per un omicidio che continua a negare di avere commesso. Scontata la pena, vince un concorso scolastico e dopo anni di precariato ottiene la cattedra in un istituto tecnico di Roma. Sembra una bella storia di riscatto umano e magari lo è. O magari no. Perché quel professore è Giovanni Scattone, che nella percezione di tanti italiani rimane un simbolo di fanatismo intellettuale. Il filosofo del Diritto che, affacciandosi armato di pistola da una finestra della Sapienza insieme con un collega, abbatte a sangue freddo la studentessa Marta Russo per il puro gusto di sperimentare il delitto perfetto.

E’ umano che i familiari della vittima reagiscano inorriditi alla notizia del suo scattone di carriera. E che qualche brivido di disgusto e persino di paura scorra lungo le schiene dei genitori dei futuri studenti. Ai quali, per un’apparente bizzarria del destino, Scattone insegnerà psicologia e scienza dell’educazione. Chi non è coinvolto emotivamente nella vicenda ha però l’obbligo di ricordarsi che il professore ha pagato il conto con la giustizia e che la Cassazione riconobbe la colpevolezza ma non la volontarietà del suo gesto, cancellando la pena accessoria dell’interdizione all’insegnamento e così ponendo le premesse a quanto succede in queste ore.

E’ giusto concedere a Scattone l’opportunità di tornare a fare il suo mestiere, oppure l’alone di un passato maledetto lo obbliga a cambiare lavoro o ad andare a esercitarlo altrove? La natura di un corsivetto come questo condanna l’autore a esprimere ogni giorno opinioni nette. Stavolta consentitegli di non averne.