sabato 5 settembre 2015

Torna a casa a combattere, codardo!

Nino Spirlì



Ah, dunque scappano dai loro Paesi perché sono in guerra? Abbandonano vecchi e bambini, donne e malati, magari feriti, per venire in Italia, in Europa a cercare fortuna? Rischiano di rimetterci le penne fra le onde del Mediterraneo, chiusi come pescato fresco nelle stivazze di barconi fatiscenti, dopo essere stati frustati e mortificati nell’anima e nelle carni in quel cesso che è diventata la Libia dopo Gheddafi, solo per allontanarsi dalle famiglie destinate a morte sicura?

Ma che campioni di coraggio!
Giovanottoni muscolosi e forti, scolarizzati all’africana e alla mediorientale, dotati di tablet e smartphone, pretenziosi e violenti, giusto un po’ stanchi per la traversata, ma già alla prima rifocillata pronti a rompere i maroni, abbandonano, strafottendosene del loro destino futuro,  i propri cari ai presunti cattivoni del loro Paese d’origine. Bivaccano lungo lo Stivale, coccolati dalle mafie di tutto l’Occidente e dai buonisti del menga, che non aspettavano altro che il loro arrivo per ripulirsi l’anima da chissà quali immondizie morali.

brigante(patriota/brigante)

Giungono senza alcuna malinconia, senza alcun dolore per la gente abbandonata, a loro dire, a morte sicura, in una terra lontana e ormai ostile, e pretendono che siamo noi a offrir loro una vita nuova, dotata di aria condizionata, Bimby, wifi, decappottabile, figa e coca cola. Non ricordano più , probabilmente, nemmeno il nome di mamma e papà. Cambiano il proprio e si autodestinano ad una banlieue mortificante e incazzata anche con se stessa.

Anche Tu, eroe della traversata, fai parte di questo ipocrita e fasullo carico di merce umana che viene sballottato da riva a riva? Anche tu hai lasciato bruciare la tua bandiera e la tua casa? Anche tu hai dimenticato l’amor di Patria? Anche tu hai consegnato tua madre e le tue sorelle alle voglie di invasori assatanati e violenti? Anche tu hai pensato che il tuo fratellino se la possa cavare anche senza di te? Anche tu credi che i tuoi nonni abbiano così tanta forza e resistenza da arginare senza di te gli assalti dei soldati nemici?

Anche tu, stronzo e codardo?
Anche tu fai parte di quella schiera di conigli che si fanno masturbare la pelliccia dalle signore della pietà, dai cavalieri delle belle parole?
Anche tu, vile, sei felice quando si parla di te come di un peso per l’umanità?

Briganti_1862_from_Bisaccia

Io, al posto tuo, mi vergognerei fino alla morte. Affitterei un catamaro con le ultime migliaia di euro che mi sono rimaste attaccate al giubbotto salvagente e tornerei di corsa a combattere per la mia terra.

Ma io sono io, e tu…
Fra me e me. Discendente dei patrioti massacrati da Garibaldi. Sempre a testa alta. 

brigante7(patriota/brigante)

Io, stamattina, sto con il manifesto

Roberto Alfatti Appetiti

manifesto

So di deludere molti, ma io stamattina sto con i colleghi del manifesto: foto raccapricciante e titolo urticante, crudele e – sì, è vero – forzato: perché al bambino non è stato negato l’asilo. È stata negata la vita. Possiamo prendercela con i trafficanti d’uomini, certo, e tornare a interrogarci con curiosità degna di migliore causa se Everest, il film diretto da Baltasar Kormákur presentato fuori concorso al Festival di Venezia sia bello o brutto.

Non me lo dite. Voglio essere chiaro, a costo di essere scortese: me ne frega meno di niente. La lotta per la sopravvivenza, purtroppo, non è fiction e si combatte ogni giorno sulle rive dei nostri mari. Senza effetti speciali realizzati con il computer. Si muore davvero, ogni giorno e io non ne posso più, di vedere su facebook le vostre (e le mie) foto delle vacanze, i tramonti, le spiagge, i più rassicuranti dei paesaggi.

I nostri bambini sono al sicuro e noi continuiamo a voltarci dall’altra parte, a saltellare da un video musicale a un post divertente, in cerca del sedativo migliore per addormentare le nostre coscienze. No, cari amici, non è la prima pagina del manifesto, oggi, a inquietarmi. Mi dà più fastidio il tappeto rosso di una Venezia tirata a lucido per l’occasione, la passerella delle star, le luci dei flash e il virtuale che cannibalizza ogni sussulto di sensibilità.

Non mi fa paura la spregiudicatezza degli scafisti ma l’indifferenza nascosta dietro scivolose discussioni sul buon gusto di un’immagine che è solo nuda realtà. Possiamo negarla, nasconderla sotto al tappeto, ma esiste.

Quei palloncini in cielo che fanno strage di uccelli

Oscar Grazioli - Sab, 05/09/2015 - 08:49

Si donano ai bimbi, si lanciano nelle feste ma una volta esplosi la plastica ricade su mari e terre. E a farne le spese sono i volatili che la mangiano

Quando ero bambino mio padre mi comprava numerosi dischi che io avevo imparato a mettere sul piatto, appoggiandovi il braccio con la puntina.



Un giorno un 45 giri mi cadde a terra e io corsi da mia madre piangendo perché lo adoravo ed ero terrorizzato di non poterlo più riavere. Renato Rascel cantava: «Dove andranno a finire i palloncini, quando sfuggono di mano ai bambini (…) e mentre ascoltavo, fantasticavo di questi palloncini colorati che se ne andavano per l'azzurrità e arrivavano a far giocare gli angeli del cielo.

La realtà è purtroppo molto meno poetica di quanto la sognasse Rascel. I milioni di palloncini che, ogni anno, si levano in cielo, liberati in occasione delle più varie festività, dopo essere scoppiati ricadono sulla terra e, più facilmente, nelle acque dei mari. I forti venti li sospingono verso gli oceani dove molti uccelli marini sono stati trovati con una corda appesa a un palloncino nel loro becco o intorno al collo. Nell'apparato digerente degli uccelli marini, quali gli Albatros, le Berte e i Gabbiani, si trovano comunemente residui di plastica in grado di provocare gravi malattie e addirittura la morte per occlusione intestinale.

A lanciare l'allarme sono lo Csiro (Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation ) in Australia e gli inglesi dell'Imperial College di Londra. I dati di uno studio pubblicati su un'autorevole rivista sono drammatici. Oltre il 90% degli uccelli marini, già oggi, ha ingerito plastica di vario tipo e origine e le previsioni sono che, entro il 2050, la percentuale raggiungerà il 99%.

Non solo gli uccelli sono minati da questo pauroso inquinamento, ma anche i pinguini stanno andando incontro alla stessa sorte. I classici sacchetti di plastica del supermercato e del negozio dove andiamo a fare la spesa, sono tra i principali inquinanti, ma anche gli abiti fabbricati con fibre sintetiche fanno la loro parte, così come i tappi delle bottiglie (oggi non più di sughero perché costa troppo) e appunto i palloncini colorati che si vendono in qualunque fiera di quartiere.

Naturalmente i palloncini che scappano di mano ai bambini rappresentano una percentuale trascurabile del problema e non è certo il caso di negare a Carletto il suo agognato palloncino con il quale giocare a casa finché l'esaurimento dell'elio non lo sgonfi del tutto. Qui si fa riferimento ai milioni (miliardi?) di palloncini che s'innalzano nei cieli di tutto il mondo in occasione di particolari avvenimenti festosi. Questi andrebbero proibiti.

«Si tratta di una quantità enorme», afferma Chris Wilcox, uno dei biologi, riferendosi alla quantità di plastica nei mari. La stima è che 4,8 tonnellate di rifiuti, buona parte dei quali a base di plastica, finisca nelle acque marine. La riduzione della plastica e soprattutto un suo consapevole smaltimento saranno alla base della salvezza di molte specie animali. Purtroppo i tempi di Rascel sono un ricordo da bambini.

Ammazzò a pugni una donna A casa senza un giorno di cella

Luca Fazzo - Sab, 05/09/2015 - 08:49

Dopo una lite con la fidanzata si sfogò uccidendo una passante in strada a Milano Dopo due anni e mezzo di ospedale giudiziario, ora è libero. Ed è tornato in Ucraina

Come l'hanno presa, i familiari di Emlou?
«È come se gliel'avessero ammazzata un'altra volta».



Fabio Belloni è il difensore dei parenti di Emlou Arvesu, lavoratrice filippina, massacrata senza un perché da un ucraino in una strada di Milano il 6 agosto 2010. È stato l'avvocato Belloni a dare alla famiglia la notizia arrivata pochi giorni fa: l'assassino della donna è già libero, dopo due anni e mezzo di manicomio giudiziario.

Oleg Fedchenko, pugile per hobby, l'armadio umano che in viale Abruzzi scese di casa e uccise a pugni lo scricciolo di donna che era Emlou, è potuto tornare a casa, a Kiev. Per il suo delitto, ha ricevuto come punizione un buffetto. La famiglia della donna uccisa non vedrà un euro di risarcimento, «perché - spiega Belloni - lui è stato assolto, e la polizza regionale per le vittime della violenza non è più stata finanziata per mancanza di fondi. In pratica, è come se la signora Arvesu fosse stata uccisa da un meteorite».

Muratore, buttafuori, passione per la palestra e per il ring, quella mattina Fedchenko scese in strada deciso a sfogare «sulla prima donna che incontro» la rabbia per essere stato piantato dalla fidanzata. Il destino mise sulla sua strada Emlou, che aveva appena lasciato il figlio da una sorella per andare a lavorare. La picchiò fino a spaccarsi le nocche dita, e per la filippina non ci fu scampo.

Il 6 febbraio 2012, il processo: e Oleg viene assolto perché «totalmente incapace di intendere e di volere» sulla base di una perizia che lo qualifica come affetto da «schizofrenia paranoide»; il giudice Roberta Nunnari lo dichiara socialmente pericoloso e ordina che venga richiuso per almeno cinque anni in un ospedale psichiatrico giudiziario, gli ex manicomi (a loro volta recentemente aboliti).

Il tema della responsabilità penale, nel caso di delitti senza movente, è complesso, e la verifica della capacità mentale degli imputati è prevista dalla legge: ma a Oleg Fedchenko è andato tutto fin troppo bene. Dapprima perché venendo dichiarato totalmente pazzo ha schivato la condanna, a differenza di quanto accaduto in un caso assai simile, quello del ghanese Adaam Kabobo, che uccise tre passanti a picconate, dichiarato dai periti solo «parzialmente incapace», e condannato a vent'anni di carcere più tre anni di manicomio; per non parlare di Martina Levato e Alex Boettcher, i due «amanti dell'acido», dichiarati pienamente capaci, già condannati a 14 anni e in attesa di nuove condanne.

Ma i medici si sono dimostrati generosi con Fedchenko anche dopo la condanna, perché - nonostante la sentenza che ordinava la sua reclusione per almeno cinque anni - dopo appena due anni e mezzo è stato dichiarato guarito e liberato. «Una vicenda incredibile in cui ai diritti delle vittime sembra non avere pensato nessuno», dice l'avvocato Belloni. «Perizie e sentenze vanno rispettate, ma garantisco che è difficile spiegare a chi ha perso una madre e una moglie che tutto è successo perché Fedchenko era malato, ma adesso sta benone e non è più pericoloso».

L'oratorio di San Protaso ha sconfitto diavoli e metrò

Stefano Giani - Sab, 05/09/2015 - 08:36

In piedi da mille anni, è resistito al Barbarossa e aiutò i carbonari. Ha evitato abbattimenti e costretto i cantieri Mm a girarle attorno

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Nottetempo, ci aveva provato pure Asmodeo. Illustre principe dei diavoli. E aveva allungato le mani luride sul muro. Per afferrarla. Ma scivolò giù. Alla base della parete. E poi giù, fin nelle viscere della terra. Da dove veniva. E dove inevitabilmente fu risucchiato.

Restò un'impronta, ma durò una notte. Entrare in una chiesa era una sfida impossibile per il demonio, ma tentare aveva un senso. In mille e passa anni ci erano riusciti tutti. Mancava solo lui. E Belzebù aveva scelto di aspettare. Attese il XXI secolo. Tempi profani. E templi profanati. Quella cappella in mezzo a via Lorenteggio non era più un luogo sacro da un pezzo. E per Satana non era certo un dettaglio.

Il tabernacolo era vuoto dagli anni Trenta, eppure la Curia non l'ha mai «sconsacrato». Piuttosto, ha «ridotto ad uso profano» quella piccola pieve. La differenza sta in un delitto. E lì non avvenne mai. Al punto che nell'anno del Signore 1987 - era il 15 settembre - don Adriano Cucco, di mestiere prevosto di San Vito al Giambellino, prese carta e penna e scrisse al vescovo per rassicurarlo. Dagli archivi parrocchiali «non risultano accaduti fatti di sangue che possano richiederne la sconsacrazione». Il diavolo, abilissimo con le pentole ma poco avvezzo ai coperchi, aveva dimenticato di prepararsi la strada.

E aveva pure scelto il posto sbagliato. Una cantonata. Perché l'oratorio di San Protaso non era un luogo di svago in cui intrufolarsi tra le giovani reclute di un volenteroso sacerdote. Ma un piccolo spazio sacro che traeva il nome dalla radice latina del verbo orare . Un posto destinato alla preghiera, insomma. E al raccoglimento. Per di più, dedicato a un santo, dal nome tutt'altro che casuale. Furono due i Protaso di Milano. Vissero entrambi fra il III e il IV secolo ed entrambi salirono all'onore degli altari. Ma non si conobbero mai.

Uno fu vescovo, l'altro un ragazzino. Il primo governò la diocesi cittadina dal 328. Si spese per difendere la Trinità e finì martirizzato. Erano gli anni in cui infuriava l'arianesimo, dottrina che prese il nome da Ario, il prelato che la teorizzò. Per lui la Trinità non era paritaria. La natura divina del Figlio era inferiore a quella di Dio e ciò presupponeva che per un certo periodo il Verbo non fosse mai esistito. Polemica riflessa. Tra l'imperatore Costante e Atanasio di Alessandria, Protaso difese l'ottavo papa della chiesa copta. Andò che al concilio di Milano del 355, dove fu sancita la sconfitta di Atanasio, Protaso mancava. Era morto una decina d'anni prima e fu sepolto in San Vittore al Corpo. Dove tuttora riposa.

L'altro Protaso, associato al fratello Gervaso, era figlio d'arte. Il padre Vitale fu ucciso a Ravenna, dove gli hanno intestato la cattedrale. La madre Valeria fu assassinata mentre tornava a Milano. Tutti divennero santi. I ragazzi non alimentarono rancori, vendettero i loro averi e aiutarono i poveri. La loro pietas suscitò i miasmi del marcio. Furono denunciati come cristiani. E catturati. Protaso decapitato a fil di spada, Gervaso flagellato.

Non furono più trovati. Fino al 17 giugno 386. A scoprirli fu un altro vescovo, Ambrogio. La notte prima del ritrovamento confidò al segretario Paolino di aver avuto una rivelazione. Il giorno dopo, i corpi intatti di due adulti di alta statura riemersero miracolosamente nel cimitero. Fra il comando di polizia e la Cattolica di oggi. Il presule li fece traslare nella basilica martyrum . L'attuale Sant'Ambrogio.

Il Protaso cui è intestato l'oratorio è il vescovo. La chiesina fu costruita intorno all'anno Mille dai monaci benedettini di San Vittore che vollero una cappella per i contadini delle cascine fuori città. E sorse nell'antico comune di Lorenteggio. All'epoca Laurentilium. Fra campi, marcite e tigli.

Federico III di Svevia, più noto come il Barbarossa, fu il primo a volerla radere al suolo. L'impeto di un assalto faticoso per conquistare Milano lo aveva incattivito. Poi ci ripensò. Sembra che vi sostò in preghiera, chiedendo il successo della sua spedizione. Non era un devoto l'Hohenstaufen. Eppure, impadronitosi della città, risparmiò la pieve. Era il 1162.

Quattro secoli dopo divenne il rifugio delle donne. Nel 1530 la contessa Ludovica Torelli di Guastalla fondò l'ordine delle Angeliche di San Paolo. Erano dame di nobili casati che abbandonavano lussi e famiglie per raccogliersi fuori porta. In zone malfamate. Svolgevano opera di apostolato. Soccorrevano bisognosi e malati. Ma non ebbero lunga vita. A loro fu imposto il convento. E la clausura.

Ma l'Oratorio che le ospitò, resistette. E arrivò Napoleone. Sventrò le porte, non si curò di Dio e trasformò quel luogo santo in un deposito di armi. Non pago, per questioni di dazio, decise anche che il Lorenteggio dovesse diventare parte di Milano. Ma soltanto il Duce avrebbe istituito il suo provvedimento. La chiesina intanto aveva iniziato a vivere la sua prima stagione profana. La seconda fu all'insegna di un altro Federico.

Il conte Confalonieri, senatore del regno, vi tenne le riunioni dei carbonari che, al riparo di quelle mura, pianificarono i moti del 1820. Entravano e uscivano senza entrare e uscire. Nell'abside sta infatti una botola. Dà accesso a un cunicolo nascosto e conserva un mistero mai chiarito. Non è certo dove porti. Se a Sant'Ambrogio. A San Vittore. O addirittura al Castello.

Il segreto è chiuso nella tomba con i cospiratori. Ma è vivo tutt'oggi. E, quando è stata progettata la Mm4, il quartiere ha temuto per la sopravvivenza del cunicolo. Come negli anni Trenta, con l'abbattimento delle cascine, tremò per le sorti dell'oratorio. E negli anni '50 con l'aumento del traffico si rischiò che il Comune la radesse al suolo per privilegiare le strade.

Ha sempre vinto la cappella.
L'ultima minaccia era sotterranea. Subliminale. Vigliacca. La metropolitana. Le ruspe tornarono a far la voce grossa, ma i commercianti sono insorti. E la Soprintendenza con un decreto di vincolo le ha arrestate per sempre. Lo scavo non tocchi San Protaso.

Fu allora che Lucifero allungò le mani. Di notte. Ricordò di essere un angelo, seppur nella schiera di quelli ribelli. E per questo fu catapultato giù dal cielo. Ebbe vita dura. Anzi durissima. Cercò di afferrare quella chiesetta. Le impronte, scoperte di buon mattino, fecero pensare a messe nere e riti satanici. Nel cuore delle tenebre. Ma nessuno s'impaurì. Arrivarono con i pennelli. E il diavolo, sbiadito, sparì. Tornò negli inferi. E nell'oratorio è entrato il cardinale.

Le ultime celebrazioni religiose nell'Oratorio di San Protaso risalgono agli anni Trenta, quando la chiesina è stata «ridotta ad uso profano». Oggi viene aperta in particolari occasioni, come nelle feste di via che si tengono due volte l'anno al Lorenteggio. A giugno è stata ampiamente utilizzata fra le iniziative fuori Expo. L'oratorio di San Protaso- di cui ha le chiavi l'Ascoloren - ha infatti ospitato numerosi concerti in cui si sono esibiti giovani virtuosi strumentisti.

Una Confraternita difenderà l'ossobuco

Mimmo Di Marzio - Ven, 04/09/2015 - 07:00

Un gruppo di ristoratori lombardi si riunisce e scrive lo statuto: «Guai a chi tocca la ricetta»

Il geografo francese Jean Brunhes sosteneva che mangiare equivale a incorporare un territorio. Il grande segreto della cucina italiana - che prima d'essere tale è regionale - è che consente di incorporare mezza Europa. Anzi mezzo pianeta, se consideriamo che l'origine degli spaghetti al pomodoro, il piatto nazionale, ha per metà radici andine e per l'altra metà cinesi.

In quanto a immigrazione di ingredienti, la cosiddetta Padania non fa eccezione, con buona pace dei leghisti. I capisaldi della cucina meneghina, infatti, sono frutto delle contaminazioni più disparate: a cominciare dalla costoletta che ha origini viennesi, così come austriaca è la michetta il cui nome deriva dal pane «kaisersemmel» detto «micca»; i «mondeghili», le famose polpettine fatte con la carne avanzata, hanno una invece una chiara origine iberica ma gli spagnoli, a loro volta, le importarono... dall'Islam. Altro che acqua del Po.

E l'ossobuco - pardon - l' òssbus ? Qui la storiografia va nel pallone, perchè della celeberrima fetta di vitello stufata attorno all'osso col midollo e ricoperta di «gremolada», sono incerte sia l'origine che la datazione. Alcuni storici sostengono che abbia origini addirittura medioevali, dal momento che l'uso degli ossi con midollo e degli stinchi di vitello era assai diffuso nella cucina trecentesca. In realtà, del piatto milanese più famoso (e più taroccato) nel mondo non c'è traccia neppure nei libri popolari del XIX secolo come «La vera cucina lombarda» pubblicata da un anonimo nel 1890. Desta interesse invece che nell'anno di Expo 2015 - quello della nutrizione globale del pianeta - un gruppo di ristoratori decida di fondare la prima «Confraternita dell'Ossobuco alla Milanese».

La cerimonia, dal sapore vagamente massonico, avverrà lunedì sera in un'antica osteria della via Emilia. Promotori dell'iniziativa sono Lino Gagliardi, titolare del ristorante La Rampina di San Giuliano Milanese e Matteo Scibilia dell'Osteria Buona Condotta di Ornago in Brianza. Gli affiliati della Confraternita - per il momento una decina di ristoratori lombardi - aderiranno a un severo statuto di 13 comandamenti che sancisce, ad esempio: l'obbligo di attenersi rigorosamente alla ricetta scritta dai Saggi, con annesse pochissime varianti (come l'acciuga salata nella gremolada o l'olio extravergine in aggiunta o in sostituzione del burro). I Confratelli, inoltre, si impegneranno ad avere l'ossobuco in menù almeno un giorno fisso alla settimana e ad assegnare il logo «Òssbus» sulla carta del ristorante.

«Il nostro scopo - dice il vicepresidente Scibilia - è quello di codificare, difendere dal dimenticatoio e promuovere ai posteri un grande piatto della tradizione lombarda. L'anno di Expo poteva essere una grande occasione culturale, vista l'alta presenza di stranieri, ma purtroppo si è preferito dare spazio alle passerelle dei masterchef...».

Meloni, Renzi, Boldrini & co: chi sono i fasci e chi gli antifasci?

Emanuele Ricucci



In principio era il politburo della Boldrinova. Ella, prima di abbracciare la Chiesa, incontrando la parola di Monsignor Galantino, divenendo così la Santa patrona dei voti e deliparaculi e prima di buttare giù obelischi, ebbe la visione di mutar l’italico idioma affinché fosse rispettoso della donna: non più presidente bensì presidentA, non più avvocato bensì avvocatA. Non più cazzaro bensì cazzarA

benito-mussolini

In questo cacciucco istituzionale, si fa fatica a distinguere i tratti. Come si fa a riconoscere in Alfano un Ministro dell’Interno ma, soprattutto, un uomo di destra, quantomeno, di centro destra? Lo stesso individuo che ha un criterio di giudizio paragonabile a quello di ultras del Feyenoord. Nello stesso giorno è stato capace di negare la grande amnistia chiesta da Papa Francesco, poiché gli sgherri sono sgherri ed è giusto che paghino e, al contempo, di disconoscere come invasione la pacifica traversata di giusto qualche migliaio di individui: “Siamo 60 milioni di italiani in 8mila Comuni e ospitiamo 94mila profughi […] basta fare una divisione e vi renderete conto che non si tratta di un’invasione” e poi per carità: “Stiamo inseminando l’Europa del virus e del germe del razzismo e della xenofobia”. 

Ma Angelino, nome in codice Alf-ano, la cui legislatura da Ministro verrà ricordata come una di quelle in cui le Forze dell’Ordine e, talvolta, l’ordine pubblico hanno sofferto come dopo l’8 settembre 1943, non è l’unico caso di questa confusione visiva e neuronale.

Per fortuna il nostro cervello non è scemo, forse ancora non del tutto. Così, quando non sa distinguere bene i tratti, non riesce ad individuare un’immagine nitida, dona una conformità riconoscibile alle forme capace di generare, alla luce della nostra coscienza e quindi sottoponibile alla nostra volontà, una struttura ordinata, per mezzo della pareidolia. Tramite essa, Alfano sembra un politico, Renzi un Presidente del Consiglio e via scorrendo. Insomma, con questa escamotage, si uniscono i punti e si trova il soggetto.

Eppure non sempre i punti si uniscono. Qualcosa sfugge anche alla potenza del nostro cerebro. Forse, nel nostro Paese, funziona solo con le figure e non con le idee. Potremmo riuscire a riconoscere in Alfano un Ministro, in Renzi un Premier, in Giulia Innocenzi un’impiegata delle Poste, ma qualcosa ci sfugge. Ad esempio. Come spiegarsi che tutto ciò che non si uniforma al volere del Sacro Ordine delle Sinistre, a cui si accede senza essere eletti, sia fascismo?

Ma il fascismo, e soprattutto i fascisti, non erano un’altra cosa? Non vivevano di luce, visione e concezione propria? Ed ancora: ciò che non si conforma all’egemonico volere dei sinistri è fascismo – infilato ovunque, in piena diarrea linguistica – volutamente inteso e da combattere realmente, proprio come fanno i nonnini nelle sezioni dell’ANPI tra

vignetta-su-laura-boldrini

un bianco ed un burraco (yeahhh!), quindi non solo come termine dispregiativo, e quello che costituisce l’interruzione democratica perpetrata per mano di Messer LoRenzi il Magnifico, Signore d’Italia, i silenzi imposti, gli uomini giammai eletti, i bavagli, le boldrinate, l’invito al silenzio ed alla multi etnicità obbligata, l’accesso forzato ad una modernità linguistica (vedasi il gruppo di esperti con il compito di sensibilizzare la società sull’uso corretto della lingua italiana in un’ottica rispettosa di entrambi i generi istituito dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per cui onorevolA, presidentA e avvocatA sono conquiste civili) morale, invasiva e massificante, snaturante e con effetti reali come l’idea, tra le altre, che “il sesso biologico sia solo un invenzione dei benpensanti“, non costituiscono, forse, l’incipit di un regime o qualcosa che gli somiglia?

Ecco, tappare la bocca a Giorgia Meloni – che si è espressa nei limiti di legge sull’immigrazione in maniera critica è proprio ciò che ci voleva per tirar su confusione su chi siano i nuovi e i vecchi fasci. Comunque vada, tutti figli di Niccolò Machiavelli e Francesco d’Assisi in questi ultimi anni, eh? Ma sant’iddio, tanto per restare in tema.

Potrete tappare la bocca alla perspicace e forzuta leader di FdI-An, magari solo in virtù degli sterili echi della legge Mancino – poi vengono ad indottrinare sulla salvifica ed urgente apertura dei costumi e sulla frantumazione del residuo conservatorismo e senso nazionale poiché pieno di muffe come neanche il brie che è in quell’angolo del frigo dal Novembre ’85 – certamente, non si potrà far finta di non sentire il drammatico fragore che il fenomeno dell’immigrazione sta proiettando in Italì.

Allora aspetta, un aiuto a capire ci arriva anche dalla saggezza letteraria: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Ennio Flaiano di ragione ne aveva da vendere. Avanguardista. L’aveva colto in anticipo il vizietto made in Italì. Con una mano prendo, con l’altra tolgo o, al limite, distraggo chi mi rimprovera di prendere, indicandogli qualche capro espiatorio fresco di giornata.

Insomma tra fascisti e antifascisti sorgono un paio di certezze:
Chi sono i fascisti (oggi)?
Che colore hanno?
Sarebbe più appropriato chiamarli sFascisti, eventualmente?

Signori, il quesito è importante: potrebbe valere dell’esistenza dell’ANPI e di tutti coloro che, nei meandri delle sinistre, urlano ancora oggi all’antifascismo come risorsa, questa sì con la muffa alta tre centimetri,come garanzia costituzionale e di libertà. Minchia.

E poi lo Stato. In queste condizioni mai definizione fu più giusta: stato, passato, trascorso. Defunto.

A proposito di (ciò che è) Stato, per riassumere la questione specifica. L’istituzione, per eccellenza, che con toni fascisti, dice ad una “fascista” di non fare la fascista per evitare il ricadere in situazioni potenzialmente fasciste atte ad essere debellate dal famigerato UNAR. E ora, per pietà, l’UNAR, cos’è? Un Nome Alquanto Rassicurante, eh già.

Allora lo vedete, cari progressisti assaltatori, che non conviene allargare troppo le maglie dei significati per regalare maggiori garanzie a tutti? Lo vedete che non conviene ingrandire la rete delle concezioni etiche, reinterpretando i confini, assottigliandoli a tal punto da farli quasi svanire se non addirittura, invertendone i significati? Si rischia di far passare Salvini per un uomo di destra, magari di destra sociale e poi, non conviene perché potreste caderci anche voi, magari passando per fascisti.

Di quel fascismo, quello vero, in fondo non è stato preso nulla. Non l’umanesimo del lavoro né lo Stato sociale. Non la partecipazione verticale all’istituzione, né il senso di ordine, di etica pubblica, di disciplina educativa, solo il vizietto di regime, come ricorda sarcasticamente proprio la Meloni: “siamo alle prove generali di regime: prima ci hanno tolto il diritto di voto, adesso ci vogliono togliere il diritto di parola”.

Pareidolia, aiutaci tu.

Su Twitter: @emanuelericucci

Mallegni alla festa del Fatto, Travaglio non sale sul palco: "Colpito dalla legge Severino"

Sergio Rame - Sab, 05/09/2015 - 12:21

Il sindaco, fatto arrestatare ingiustamente da una vigilessa renziana grazie al fratello pm, è stato prosciolto. Ma al manettaro Travaglio ancora non basta

Alla Festa del Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio non è salito su palco con Massimo Mallegni.



Il motivo? Il sindaco di Pietrasanta è stato colpito dalla legge Severino.

È stato lo stesso sindaco della città della Versilia che da anni ospita la festa del quotidiano nel parco della Versiliana a raccontarlo durante il saluto istituzionale al pubblico. "Avrei gradito - ha spiegato - la presenza anche del direttore del vostro giornale, che non se l’è sentita di stare a fianco di uno che è stato colpito dalla legge Severino. Mi dispiace perchè è mancato il confronto. Magari ne avremo occasione più avanti".

Eletto nel giugno scorso, Mallegni era stato sospeso dal suo incarico in virtù della legge Severino, ma la sospensione è stata poi "congelata" da un provvedimento del tribunale. Ma qual è la vera storia di Mallegni? La riassume molto bene Giampaolo Rossi sul suo blog:  

"Un sindaco (ottimo amministratore eletto per ben due volte dai suoi cittadini) portato via in manette dal Consiglio comunale, costretto a farsi sei mesi tra galera e arresti domiciliari, per cinquantuno capi d’accusa (dall’associazione a delinquere, alla corruzione) per i quali risultò del tutto innocente; accuse partite da una denuncia per mobbing fatta dal suo Comandante dei Vigili Urbani, Antonella Manzione. Il suo arresto (ed è questa la cosa più sconvolgente) fu richiesto al GIP ed ottenuto, dal fratello di lei magistrato (Domenico Manzione) che aveva condotto le indagini; arresto risultato persino illegittimo, come decretò la Cassazione".

L’appello è in programma per il 10 settembre. La storia giudiziaria di Mallegni non getta fango solo sulla magistratura italiana, ma su tutto il Paese. E, anziché inorridirsi e salire sul palco a tuonare contro la malagiustizia, Travaglio ha fatto trionfare la solita ideologia che lo muove quando prende in mano una penna e si è rifiutato di farsi vedere al fianco di un sindaco che, non solo è stato democraticamente votato dai propri cittadini, ma che lo ospitata anche nella sua città. A spegnere il fuoco ci ha provato Cinzia Monteverde, amministratore delegato del Fatto Quotidiano:

"Non è vero che Travaglio non voleva stare sul palco con lui. La verità è che Travaglio è meglio che stia fuori dagli incontri istituzionali, perché di solito li rovina tutti". "La scelta di Travaglio di non salire sul palco con me - ha poi replicato Mallegni su facebook - è roba da non credere, vista anche la mia scelta e dell’amministrazione comunale di fare la festa, finanziandola e puntando prima di tutto a pluralismo e al confronto. Purtroppo è mancato per una visione miope e poco lungimirante del direttore. Lui si diverte soltanto quando è solo e nessuno lo contraddice. Contento lui! D’altra parte ci vogliono le palle e non si acquistano in farmacia".

La vigilessa, il giudice e il sindaco: la storia che imbarazza Renzi

Giampaolo Rossi - Dom, 20/04/2014 - 15:53

Il premier vuole la Manzione a Palazzo Chigi. Ma lei provocò l'arresto ingiusto, grazie al fratello pm, dell'ex primo cittadino di Pietrasanta

La vigilessa si chiama Antonella Manzione, è stata il comandante dei vigili urbani di Firenze, oltre che direttore generale del Comune quando era sindaco Matteo Renzi.



Ora potrebbe diventare una delle donne più potenti d'Italia. Il premier la voleva a capo del Dagl (il Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi, luogo nevralgico per l'attività di governo) ma la Corte dei Conti ha bloccato la nomina per mancanza di requisiti. Renzi sta scatenando l'inferno per lei: dapprima ha cercato di modificare la legge 400, quella che regola il Dipartimento, ma la cosa non è riuscita; ora sembra che abbia chiesto la testa del Segretario generale di Palazzo Chigi, reo di non aver garantito la nomina della vigilessa, per sostituirlo proprio con lei. Ma perché tanta attenzione per la signora? Per capire chi è dobbiamo raccontare una storia molto italiana: quella della vigilessa, del sindaco e del magistrato.

Della vigilessa abbiamo parlato. Il sindaco, invece, si chiama Massimo Mallegni ed è un albergatore toscano. Eletto a 32 anni nelle file di Forza Italia (allora il più giovane sindaco italiano) dal 2000 al 2010 ha guidato Pietrasanta, il gioiello della Versilia chiamata la «piccola Atene» per la quantità d'artisti italiani e stranieri che lì abitano e lavorano. La sua brillante carriera politica s'interrompe nel gennaio del 2006, quando viene arrestato per un'indagine che lo vede accusato di 51 reati, tra cui: corruzione, associazione a delinquere, truffa, abuso di ufficio, lesioni a pubblico ufficiale ed estorsione.

Mallegni si fa 39 giorni di carcere e quasi 120 d'arresti domiciliari. Insieme a lui vengono arrestati suo padre, un assessore, tre dirigenti comunali, qualche imprenditore ed indagate altre 35 persone. A scatenare questa tempesta è un esposto del 2002 della comandante della polizia municipale di Pietrasanta, Antonella Manzione, appunto; tra i due vi era una vecchia ruggine generata dalla convinzione della donna di aver subito pressioni e minacce dal sindaco che si sarebbero trasformate in mobbing. Dopo l'esposto gli investigatori raccolgono informazioni su presunti abusi edilizi ed urbanistici in tre inchieste distinte (tra cui quella che porterà agli arresti) a Lucca, Firenze e Genova.

L'ordine d'arresto del sindaco viene firmato da un magistrato di Lucca di nome Domenico Manzione, «casualmente» fratello della vigilessa. L'immagine di un sindaco che litiga con la vigilessa e che viene arrestato dal fratello magistrato di lei lascia la sensazione inquietante di un potere che non ha pudore. Contro il sindaco scende in campo anche il moralismo questurino di Travaglio che definisce «galeotto» un uomo messo in galera prima di essere giudicato.

I processi si sono conclusi con l'assoluzione di Massimo Mallegni, «perché i fatti non sussistevano». Il presunto comitato d'affari che avrebbe inquinato la piccola Atene non è mai esistito, come l'azione di mobbing nei confronti della vigilessa. Di reale c'è solo il suo arresto che la Cassazione ha persino giudicato illegittimo (e per il quale ora lo Stato, cioè noi cittadini, dovrà risarcirlo). Dopo questi fatti Massimo Mallegni è tornato a fare l'albergatore, mentre per i fratelli Manzione è iniziata una sfolgorante carriera: una volta a Firenze alla corte di re Renzi la vigilessa è stata contestata persino dal Pd perché i gli incarichi di comandante dei Vigili urbani e direttore generale del Comune sono incompatibili per legge

Anche il fratello magistrato ha fatto carriera: è diventato sottosegretario all'Interno nel governo Letta, «in quota renziana», come lui stesso ha specificato in un'intervista, cioè «per indicazione derivante da Renzi basata su ragioni di conoscenza, di affetto, di amicizia e di stima personale»; ovvie ragioni che spiegano perché il suo amico affettuoso e riconoscente, una volta divenuto premier, lo ha riconfermato.

Il caso Mallegni: storia di una persecuzione senza fine

Giampaolo Rossi

giudice2

UN’ITALIA FEUDALE
Del caso Mallegni parlammo in quest’articolo di un anno fa che v’invito a leggere, rileggere e rileggere ancora… anche più di tre volte. Perché la storia che lì è raccontata non è semplicemente un clamoroso errore giudiziario, definizione asettica con cui i media raccontano la distruzione di vite, famiglie e carriere professionali compiute da magistrati che non pagano mai. No, quello che successe a Massimo Mallegni fu qualcosa di più: fu il manifestarsi plateale e sfacciato di un’Italia feudale in cui il potere di pochi può stravolgere le regole della democrazia, della volontà popolare e dei diritti altrui.

Un sindaco (ottimo amministratore eletto per ben due volte dai suoi cittadini) portato via in manette dal Consiglio comunale, costretto a farsi sei mesi tra galera e arresti domiciliari, per cinquantuno capi d’accusa (dall’associazione a delinquere, alla corruzione) per i quali risultò del tutto innocente; accuse partite da una denuncia per mobbing fatta dal suo Comandante dei Vigili Urbani, Antonella Manzione. Il suo arresto (ed è questa la cosa più sconvolgente) fu richiesto al GIP ed ottenuto, dal fratello di lei magistrato (Domenico Manzione) che aveva condotto le indagini; arresto risultato persino illegittimo, come decretò la Cassazione.

Quindi, prendetevi tutto il tempo che volete ma leggetevi l’articolo che spiega anche altre chicche di questa Italia; solo così potrete capire l’assurdo di quello che sto ora per raccontarvi. Perché la storia non è finita qui…


PAUSA LETTURA
L’avete letto? Bene, ora ditemi, innanzitutto: come vi sentite? Che siate di destra o di sinistra, avete anche voi in bocca un retrogusto di indignazione e frustrazione? Avete anche voi l’idea di non vivere in un paese civile ma nella Corea del Nord di Kim Jong-un dove una casta autoritaria e i suoi famigli possono decidere la libertà (e quindi anche la vita) di uomini e donne?
Vi ho detto che la storia non finiva qui. Tenetevi forte.

TO BE CONTINUED…
Riabilitato dalla sua vicenda giudiziaria Massimo Mallegni è tornato a fare politica. Alle ultime ammnistrative, quelle del mese scorso, si è candidato nuovamente sindaco nella sua Pietrasanta e nuovamente ha vinto. La sera dei risultati, una folla di duemila cittadini l’ha accompagnato nella sede del Comune da dove quattro anni prima era stato portato via ingiustamente in manette e lì ha ricevuto la fascia tricolore dal sindaco uscente (di sinistra), un atto di riconoscimento che fa onore. Massimo Mallegni quella sera ha pianto di gioia.

“Come ti senti Massimo?”, gli ho chiesto; “come uno che ritorna alla vita” mi ha risposto.
Dal giorno dopo, col suo fare da imprenditore versiliese, ha cominciato a lavorare per comporre la Giunta, sbrigare pratiche e governare la “Piccola Atene” (com’è chiamata la perla d’arte e di artisti della Versilia). Una settimana fa un nuovo colpo di scena: il Prefetto di Lucca l’ha sospeso da sindaco per la Legge Severino

Com’è possibile? Presto detto: oltre ai cinquantuno reati da cui è stato assolto, ce n’era un cinquantaduesimo caduto in prescrizione; un abuso d’ufficio per “istigazione al rilascio di Passo Carrabile” (non ridete che è tutto tragicamente vero!).

Chi conosce i riti giudiziari sa che funziona così: quando un castello di accuse è clamorosamente smontato in sede processuale, per non ammettere l’errore, ti appioppano un reato minore in prescrizione così che comunque il sospetto che qualcosa hai fatto possa rimanere. Ne parlammo in quest’altro articolo relativo ad un altro clamoroso caso di ingiustizia, quello di Mauro Rotelli.

In teoria alla prescrizione si può ricorrere in appello ma tutti sanno che, chi esce da una persecuzione giudiziaria di anni, è distrutto psicologicamente ed economicamente e il livello di frustrazione è tale che difficilmente ricorrerà in appello pur di scappare da quel girone infernale.

UNO STRANO RINVIO
Invece Massimo Mallegni in appello c’è voluto andare. L’udienza era stata fissata al 30 giugno (quindici giorni dopo le elezioni) ma, Sim Sala Bim, la Procura generale di Firenze, l’ha spostata di dodici mesi (un anno!!!). È allora che entra in scena il Prefetto che, su questo rinvio, pensa bene di applicare la Legge Severino sospendendo Mallegni dall’incarico di sindaco. Si, avete capito bene: quella legge che non si applica a De Magistris e a De Luca (amministratori di sinistra condannati per reati gravi) si applica al sindaco di centrodestra di un piccolo comune toscano per un reato ridicolo prescritto.

La decisione lascia allibiti perché comunque vada l’appello, Mallegni tornerebbe a fare il sindaco essendo il suo reato prescritto. Quindi perché continuare a perseguitare un uomo già ingiustamente perseguitato e calpestare la volontà dei cittadini che per la terza volta lo hanno scelto come sindaco? La cosa più stupefacente è che questo Stato che ha rimandato di un anno l’Appello, c’ha messo un giorno (28 ore) per leggersi le pratiche e sospendere il sindaco.

Lo so cosa state pensando, voi maligni: che se Mallegni fosse stato di sinistra nella Toscana rossa, delle cooperative rosse, dei banchieri rossi e di qualche magistrato rosso, non sarebbe stato sospeso; e forse neppure mai perseguitato. Ma siete voi che pensate male. Rimane il problema fondamentale: c’è un pezzo di magistratura di questo Paese che sembra incompatibile con la democrazia.

L’ULTIMO COLPO DI SCENA Infine, qualche giorno fa, di fronte all’imbarazzo per l’accaduto, l’udienza di appello di Mallegni è stata anticipata al 10 settembre prossimo (di ben nove mesi, incredibile vero?), appena si rientrerà dalle vacanze.

In Italia la democrazia può aspettare, le ferie del magistrato, no.

Su Twitter: @GiampaoloRossi