venerdì 4 settembre 2015

Le pensioni dei sindacalisti? «Vantaggi doppi rispetto agli altri»

Corriere della sera

Inps: «Possono cumulare la contribuzione figurativa del lavoro in aspettativa a quella dell’impegno nel sindacato». In più i contributi da sindacalisti vengono valorizzati ancora con il metodo contributivo



Le pensioni dei sindacalisti sono, a parità di regole per il calcolo della pensione, in media più vantaggiose di quelle dei lavoratori dipendenti. Emerge dall’indagine “Porte aperte” dell’Inps che ricorda come per uno stesso periodo i sindacalisti possono cumulare la contribuzione figurativa del lavoro in aspettativa a quella dell’impegno nel sindacato.

I sindacalisti in aspettativa non retribuita o in distacco sindacale (aspettativa retribuita utilizzata nel settore pubblico) hanno diritto nel periodo di assenza dal lavoro all’accreditamento dei contributi figurativi ma spesso hanno per lo stesso periodo versati anche contributi dal sindacato che, per i dipendenti del settore pubblico, vengono ancora valorizzati applicando le regole precedenti al 1993 che prevedono il calcolo della pensione sull’ultima retribuzione percepita.

I sindacalisti - spiega l’Inps - «hanno regole contributive e previdenziali diverse dagli altri lavoratori perché possono vedersi ugualmente versati i contributi (o addirittura lo stipendio) da enti terzi rispetto al sindacato presso cui prestano effettivamente il proprio lavoro e perché possono, prima di andare in pensione, farsi pagare dalle organizzazioni sindacali incrementi delle proprie pensioni a condizioni molto vantaggiose». Secondo le banche dati dell’istituto, i lavoratori in aspettativa non retribuita nel settore privato sono stati 2.773 nel 2013 mentre è molto rara in questo settore l’aspettativa retribuita.

Viceversa, è frequente nel settore pubblico. Le banche dati dell’Inps evidenziano che nel 2013, i lavoratori del settore pubblico in distacco sindacale erano 1.045 mentre i dipendenti in aspettativa sindacale erano 748. «Per compensi per attività sindacale non superiori alla retribuzione figurativa del lavoratore - sottolinea l’Inps - l’organizzazione sindacale non paga mai alcun contributo. I contributi sulla retribuzione figurativa del lavoratore sono a carico della gestione previdenziale di appartenenza , quindi della collettività dei lavoratori «contribuenti» della gestione».

4 settembre 2015 (modifica il 4 settembre 2015 | 20:08)

Pensioni, studio Inps: ecco perché conviene fare i sindacalisti

La Repubblica

L'Istituto: "Le pensioni dei sindacalisti sono, a parità di regole per il calcolo della pensione, in media più vantaggiose di quelle dei lavoratori dipendenti". La Cgil: "Nessun privilegio". La Uil: "Grave dare notizie imprecise per gettare discredito"

Intraprendere la carriera sindacale può portare sensibili vantaggi nell'assegno pensionistico, rispetto a quanto avviene per i loro colleghi che restano fuori dalla rappresentanza dei lavoratori: se i sindacalisti che ricevono versamenti aggiuntivi da parte delle organizzazioni venissero trattati come gli altri, perderebbero il 27% dell'assegno.

E' quanto emerge dal resoconto Inps sul trattamento dei sindacalisti, nuova puntata della serie delle "Porte aperte" con la quale l'Istituto alza il velo su alcune particolari categorie di lavoratori. E sui sindacalisti dice che le loro pensioni sono, a parità di regole per il calcolo della pensione, in media più vantaggiose di quelle dei lavoratori dipendenti, perché possono cumulare la contribuzione figurativa del lavoro in aspettativa a quella dell'impegno nel sindacato.

I sindacalisti in aspettativa non retribuita o in distacco sindacale (aspettativa retribuita utilizzata nel settore pubblico), infatti, hanno diritto nel periodo di assenza dal lavoro all'accreditamento dei contributi figurativi. Ma spesso hanno per lo stesso periodo versati anche contributi dal sindacato che, per i dipendenti del settore pubblico, vengono ancora valorizzati applicando le regole precedenti al 1993 che prevedono il calcolo della pensione sull'ultima retribuzione percepita.

I sindacalisti - spiega l'Inps - "hanno regole contributive e previdenziali diverse dagli altri lavoratori perché possono vedersi ugualmente versati i contributi (o addirittura lo stipendio) da enti terzi rispetto al sindacato presso cui prestano effettivamente il proprio lavoro e perché possono, prima di andare in pensione, farsi pagare dalle organizzazioni sindacali incrementi delle proprie pensioni a condizioni molto vantaggiose". Secondo le banche dati dell'istituto, i lavoratori in aspettativa non retribuita nel settore privato sono stati 2.773 nel 2013 mentre è molto rara in questo settore l'aspettativa retribuita.

Viceversa, è frequente nel settore pubblico. Le banche dati dell'Inps evidenziano che nel 2013, i lavoratori del settore pubblico in distacco sindacale erano 1.045 mentre i dipendenti in aspettativa sindacale erano 748. I dati del 2010 dicono che le giornate di assenza dei pubblici dipendenti per motivi sindacali (inclusi i permessi) rappresentano lo 0,16% delle giornate complessive di lavoro, pari al lavoro di 3.655 dipendenti per un anno e si traducono in un costo complessivo annuo valutabile in 113.277.390 euro.

Nella sua ricognizione, l'Istituto spiega come opera il versamento della contribuzione aggiuntiva: "Non incide su quando si può andare in pensione", dice l'Inps, ma "ha riflessi importanti sul livello della pensione, soprattutto per i dipendenti pubblici che si trovano nel regime misto o in regime retributivo ante riforma Fornero. Infatti, i periodi di contribuzione aggiuntiva vengono riconosciuti ad ai fini del calcolo della quota di pensione determinata per le anzianità maturate fino al 1992 (la cosiddetta quota A).

La quota A di pensione è determinata sulla base della retribuzione percepita l’ultimo giorno di servizio ed è quindi soggetta a regole più generose rispetto a quelle applicate dal 1992 in poi per il calcolo della quota B di pensione, che considera la media delle retribuzioni percepite in un periodo di tempo più lungo". In definitiva, l'Inps simula cosa accadrebbe a pensionati appartenenti al settore pubblico per i quali la pensione è stata ricalcolata escludendo la contribuzione aggiuntiva dalla quota A e attribuendola alla quota B: "Sebbene il campione sia ridotto si nota una riduzione media dell’ordine del 27% sulla pensione lorda. In un caso si avrebbe addirittura una riduzione del 66% della somma percepita".

Pensioni, studio Inps: ecco perché conviene fare i sindacalisti

Le reazioni - "La Cgil, per i lavoratori in distacco o in permesso non retribuito che si impegnano nel sindacato applica rigorosamente le leggi in vigore - si legge in una nota del sindacato di Corso d'Italia a commento dlel'indagine dell'Inps - . Non c'è nessuna condizione di privilegio per chi svolge attività sindacale". Più dura la reazione della Uil: "E' grave che un istituto come l'Inps diffonda notizie imprecise - afferma il segretario confederale Domenico Proietti - . Quando si parla di regole contributive e previdenziali 'molto vantaggiose' per i sindacalisti si esprime una valutazione così generica e sommaria da far sospettare che l'intento sia quello di ingenerare discredito e non di fare chiarezza".

"Quando un sindacalista lascia la sua azienda o il suo ufficio per intraprendere un'attività sindacale - aggiunge Proietti - , la sua carriera professionale e i suoi emolumenti vengono automaticamente bloccati e si cristallizzano a quel momento. E se quella persona, che magari era un operaio, un commesso, un impiegato, diventa poi un dirigente sindacale è del tutto normale che il sindacato per il quale egli lavora possa intervenire e adeguare la sua condizione economica e contributiva al nuovo stato. Non si sarebbe forse determinato lo stesso effetto pratico se avesse proseguito la sua attività nel luogo di lavoro di provenienza?

Al contrario, se così non accadesse, risulterebbe lui enormemente svantaggiato, Nessun vantaggio, dunque, né condizione di privilegio per i sindacalisti". Qualche eccesso, ammette Proietti, è stato consumato, "ma non è provando a gettare discredito su un'intera categoria che si risolvono i problemi del Paese che, di certo, non sono generati dal legittimo adeguamento degli stipendi e delle pensioni di qualche sindacalista".

Così i disegnatori rendono omaggio al bambino morto

Il Giornale.it













Io, in treno con un fucile. E non mi ha fermato nessuno

Nino Materi - Gio, 03/09/2015 - 08:09

Il nostro cronista mette alla prova la sicurezza nei trasporti. E ne scopre delle belle

Ah beh, se lo dice il viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico, siamo in una botte di ferro. Infatti al giornalista che gli chiede: «Dopo l'attacco sul treno Amsterdam-Parigi, esiste anche in Italia un concreto rischio di attentati ferroviari?», il braccio destro (anzi, sinistro) di Angelino Alfano, risponde con un categorico e rassicurante(?): «Al momento no».



E per verificarlo direttamente, domenica mattina, mi sono trasformato in un potenziale «terrorista», con a tracolla una sacca nera e un fucile softair . Ma se in quella stessa sacca un malintenzionato avesse nascosto un fucile vero? Ecco la cronaca di quanto accaduto nel corso di circa due ore in giro «armato» tra stazioni, metropolitane e treni. Tra paura di essere scoperto. E timore di farla franca.

Prima tappa (ore 9)
Inserita l'arma in un fodero esco di casa: destinazione stazione Centrale di Milano. Prima tappa: metropolitana di Cimiano. Qui, sotto l'occhio «vigile» delle telecamere, sguaino il fucile, fotografando l'arma prima in prossimità dei binari e poi su una delle panchine lungo la banchina. Nessuno mi chiede conto di quanto sto facendo.

Seconda tappa (ore 9.15)
Entro nel treno che mi porterà, dopo 5 fermate, alla stazione Centrale. Adagio in orizzontale sui sedili la sacca da cui spunta, ben in vista, la prolunga del silenziatore. Alle mie spalle le porte si chiudono. Lo scompartimento si riempie. Nessuno interviene.

Terza tappa (ore 9.30)
Arrivo alla Centrale massicciamente presidiata dalle forze dell'ordine, ma nel sottopassaggio che porta ai treni non passa nessuno. Impugno il fucile. Scatto un po' di foto e proseguo nel mio tour.

Quarta tappa (ore 9.40)
Sono in prossimità dei convogli. All'imbocco dei binari il personale di Trenitalia fa passare solo chi mostra il biglietto. Lo esibisco, libero accesso. Nessuno verifica il contenuto della sacca.

Quinta tappa (ore 9.45)
Salgo sul treno e metto la sacca col fucile in verticale tra le gambe con il silenziatore che spunta. Il vagone si riempie. Nessuno si accorge del fucile. Neanche il controllore che, quel mio inquietante bagaglio, neppure lo nota. Passano anche due poliziotti. Tirano dritto. E io tiro un sospiro di sollievo...

Sesta tappa (ore 10.15)
Scendo alla prima fermata e faccio il viaggio a ritroso. Dopo mezz'ora sono nuovamente alla stazione Centrale. Appoggio la sacca «potenzialmente assassina» proprio davanti all'ingresso del comando Polfer. Intorno carabinieri e pattuglie miste polizia-esercito. Fotografo la scena, ma nonostante le telecamere, tutto fila liscio.

Settima tappa (ore 10.30)
Riprendo la metropolitana e risistemo la sacca col fucile sui sedili. Ancora una volta qualche sguardo perplesso, ma nulla di più. Dopo un quarto d'ora sono di nuovo a casa. La mia giornata da finto terrorista si è conclusa in maniera indolore. Ma l'arma fosse stata vera e io fossi stato un vero attentatore avrei potuto fare una strage: in metropolitana, in stazione, sul treno. Il tutto in una giornata dove le forze dell'ordine erano dispiegate al massimo proprio per «blindare» treni e stazioni. Secondo voi c'è da fidarsi?

La Prefettura di Macerata: "Tra i migranti c'è il passaparola"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 03/09/2015 - 10:21

L'arrivo dall'Ungheria di questi pakistani sta creando scompiglio. Il viceprefetto Rosalia Mazza: "Non abbiamo ipotesi su quanti ne avremo, si presentano e basta"

"E' un fenomeno del tutto inaspettato. L'arrivo di questa etnia pakistana è un dato reale: pare che abbiano dirottato la loro attenzione sulla nostra provincia ed è un paio di mesi che sta accadendo".
Anche Macerata si è svegliata nei mesi scorsi con la sorpresa dei pakistani. Nelle parole di Rosalia Mazza, vicario del prefetto della città marchigiana, si legge la preoccupazione per un flusso di migranti che, sommati a quelli provenienti dagli sbarchi del Sud Italia, rischiano di mandare gambe all'aria l'organizzazione dell'accoglienza.

A Macerata alcuni pakistani hanno dormito una notte all'aperto, nell'attesa che la questura aprisse gli uffici e gli permettesse di presentare domanda di asilo. Quello che non si comprende, è il motivo per cui abbiano di chiedere aiuto a questa città di 42mila abitanti.

"E' quello che stiamo cercando di capire anche con gli altri colleghi delle prefetture della regione Marche - dice a ilgiornale.it la viceprefetto - Per avere chiarezza su un fenomeno per noi del tutto nuovo. E' un discorso delle Marche o solo di Macerata? Quale è il percorso esatto che fanno? Hanno avuto difficoltà in altri territori del Nord Italia e preferiscono il nostro territorio? Sono queste le tante domande che ora ci stiamo ponendo".

Pensa che si passino parola i pakistani?
"Quello credo sia scontato. Da quello che mi è stato riferito, gli stessi profughi hanno riferito alla stampa che sono stati i loro connazionali a dirgli che qui si sono trovati bene. Non so dirle se è il motivo principale, ma non lo si può di certo escludere".

Quanti ne sono arrivati negli ultimi mesi?
"Non vorrei sbagliare, ma le posso dire che ci aggiriamo intorno alle 70 persone".

Come vengono ospitate?
"Nelle strutture della prefettura e grazie ai bandi e agli accordi con associazioni e cooperative. Non le nascondo che stiamo andando oltre le capienze disponibili".

Stanno creando problemi al sitema d'accoglienza?
"Certo. Un problema non indifferente. Per questo stiamo mettendo a punto la collaborazione con altre città per poter affrontare al meglio l'"emergenza pakistani".

Non rientrando nel sistema Spar, questi migranti sono obbligati a dormire fuori fino al momento in cui da Roma non rispondono inserendoli nei centri di accoglienza.
"La procedura è questa, il sistema Sprar si muove a livello nazionale e la scelta la determina il ministero. Non la prefettura. Ma noi ci siamo adoperati per trovargli immediatamente una sistemazione: quando comunichiamo a Roma l'arrivo dei pakistani, rendiamo anche conto del fatto che siamo riusciti a trovargli una struttura dove dormire. Nel caso in cui non ne avessimo, e le assicuro che abbiamo quasi tutti i posti disponibili occupati, allora ci rimetteremmo alle decisioni del ministero".

Chi se ne fa carico di questi pakistani?
"Sempre il ministero, attraverso le prefetture".

Eppure hanno dormito fuori almeno una notte...
"Si, ma per colpa della festività per il santo patrono che ha tenuto chiusi gli uffici. La sera dopo già una associazione si era messa a disposizione. Il vero problema è che, non essendo attesi, non sappiamo quanti ne arrivano. E questo ci mette in difficoltà: non abbiamo ipotesi su quanti ne avremo, si presentano e basta. Ci si muove un po' al buio".

Ormea culpa

La Stampa
massimo gramellini

Siamo arrivati al punto di mettere mano al portafogli pur di non vedere in faccia quegli stessi profughi che in foto ci fanno tanta tenerezza. Succede a Ormea, civilissimo paese in provincia di Cuneo, dove i commercianti si dichiarano disposti a una colletta per dare a un albergatore i cinquantamila euro che altrimenti riceverebbe dallo Stato per ospitare trenta derelitti. Trattandosi di un altro passo, e neanche tanto piccolo, in direzione dell’abisso, non si può definirlo che inaccettabile. Però è abbastanza comprensibile.

Trenta persone di un altro mondo trapiantate in blocco nel cuore di una comunità di millecinquecento anime provocano uno sconvolgimento di abitudini e danneggiano il turismo, principale fonte di sostentamento della zona. Accogliere chi scappa da guerra e fame resta fuori discussione (aiutarli a casa loro è un vasto programma e nel frattempo quale sarebbe l’alternativa, ucciderli tutti?). Ma non può neanche tradursi in un danno per gli «accoglienti». I quali non sono razzisti. Sono semplicemente gelosi del benessere raggiunto.

La soluzione ideale non ce l’ha nessuno, però il buon senso suggerisce di attutire l’impatto di una migrazione inevitabile, diluendone il peso. Se invece di concentrare i profughi in un unico luogo, li si distribuisse su un territorio più vasto, si otterrebbe l’effetto immediato di ridurre l’allarme sociale e quello altrettanto importante di non considerare più i migranti come un esercito di invasori, ma come un insieme di individui. E si sa che la miseria di un gruppo spaventa, mentre quella di un singolo commuove.

Cantonieri dell’Anas adottano Nerone, il cane abbandonato sull’A3

La Stampa
fulvio cerutti



All’inizio di agosto un cane vagava smarrito ai bordi dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Sala Consilina. La sua poteva essere una delle tante storie tristi legate agli abbandoni estivi degli animali. Ma per sua fortuna su quelle strade c’erano degli angeli con le tute fosforescenti che hanno voluto riscrivere il finale. Rispondendo alla chiamata di un viaggiatore che aveva segnalato la presenza dell’animale, i cantonieri dell’Anas sono intervenuti in suo soccorso:

«Era lì, al chilometro 72, che vagava spaventato e ferito a una zampa, probabilmente investito da qualche auto in transito - raccontano i cantonieri -. Ci siamo fermati e abbiamo segnalato ai veicoli di rallentare per consentire di avvicinarci al cane. Abbiamo tentato di tranquillizzarlo, inizialmente era molto diffidente, poi si è avvicinato e ha cominciato a scodinzolare. Lo abbiamo subito adottato e lo abbiamo portato nel nostro centro di manutenzione».

Ora Nerone, così hanno voluto chiamarlo per via del suo colore, sta bene e gli hanno prestato tutte le cure necessarie e gli hanno dato da mangiare. Tutte le squadre di turno su quel tratto dell’A3 mettono a disposizione il loro tempo anche per seguire e accudire il loro amico a quattrozampe. 

Al momento Nerone gioca con loro nel centro e gli hanno anche cucito una piccola casacca gialla con la scritta Anas, ma i cantonieri sono ben consapevoli che un cane così meriterebbe una famiglia: «Facciamo un appello a chi fosse interessato ad adottarlo, perché a noi farebbe piacere» dicono orgogliosi di aver compiuto un’azione che dovrebbe dare il buon esempio a tante altre persone che vedono animali in difficoltà.

Il Ppe espelle Mastella: è moroso. Lui: “L’Udeur non esiste più, perché pagare?

La Stampa
amedeo lamattina
L’ex ministro della Giustizia non si scompone: «Non aveva alcun senso restare nel partito»



C’erano una volta Clemente Mastella e la sua Udeur che sosteneva il governo Prodi. Poi nel 2008 un’inchiesta giudiziaria della procura di Santa Maria Capua Vetere costrinse la moglie Sandra Leonardo agli arresti domiciliari. Venne coinvolto pure il figlio Elio, ma nel 2014 entrambi sono stati assolti. «Intanto hanno distrutto la serenità della mia famiglia e il mio partito: l’Udeur non c’è più e allora perchè dovevo continuare a pagare l’iscrizione al Ppe», spiega Mastella.

La segreteria del Partito Popolare ieri ha infatti deciso di espellere l’Udeur per morosità. Lui racconta che aveva pagato fino al 2014 quando era ancora deputato europeo. Aveva pure partecipato all’ultimo congresso del Ppe in Romania. «Adesso che non siedo più a Strasburgo perchè dovevo continuare a pagare? Mi sembrava sciocco pagare una quota associativa in mancanza di una partecipazione attiva e politica al Partito popolare europeo.

Era un po’ come pagare il canone con un televisore che ti hanno portato via, perché l’Udeur in realtà fu portato via drammaticamente nel 2008». Dopo l’esperienza nel governo Prodi, l’ex ministro della Giustizia era ritornato nel centrodestra e alle ultime regionali aveva sostenuto la ricandidatura della moglie che però non è stata eletta nel collegio di Benevento nonostante i 12 mila voti presi a Benevento e provincia. 

Ora l’inquieto Clemente si è allontanato da Fi in vista del riavvicinamento all’area berlusconiana della «nemica» beneventana Nunzia De Girolamo. Così cerca di rimettere insieme i pezzi del centro e chiede all’Ncd di Alfano di non sciogliersi nel Pd. «Sarebbe un errore e la morte del centro, una scelta dei singoli dettata dal panico per il proprio futuro personale. Meglio costruire un soggetto moderato che superi le attuale sigle di centro. Renzi avrà bisogno di noi». 

Che Renzi avrà ancora bisogna di Alfano e dei centristi, se passa l’Italicum, è un’affermazione azzardata. Ma Mastella ci prova sempre a rimanere a galla. In Europa non c’è riuscito e quando gli hanno chiesto di pagare il conto della permanenza nel Ppe ha risposto che potevano pure cancellarlo. «Certo - spiega da Loano in Liguria dove oggi vive il figlio Elio - mi è dispiaciuto ma mi è dispiaciuto di più quando nel 2008 mi hanno distrutto il partito con la mano giudiziaria». 

Incensurato e con la pensione, la morte-beffa del boss Toni

Simone Di Meo - Gio, 03/09/2015 - 08:32

Per dieci anni Antonio Nirta, capo 'ndrina di San Luca, ha incassato dall'Inps. Dopo il decesso però lo Stato ha vietato le esequie pubbliche



Solo quando è morto, lo Stato si è accorto di chi fosse in realtà. Nei venti anni precedenti, ombre e sospetti non avevano impedito ad Antonio Nirta, per gli inquirenti gran capo della 'Ndrangheta di San Luca, di ricevere ogni mese il bonifico della pensione.

Il padrino è stato tumulato alle prime luci dell'alba di ieri mattina nel cimitero di Benestare, il Comune della Locride di appena 2500 anime dove faccendieri e uomini d'onore andavano a cercarlo per chiudere un affare o fermare una guerra o semplicemente per un consiglio. Se n'è andato così com'è vissuto per 96 anni: nel silenzio e nell'oscurità.

Il Questore di Reggio Calabria ne ha vietato le esequie pubbliche. Un po' perché vorticano ancora nell'aria i petali di rosa lanciati dall'elicottero in occasione dei funerali-show di Vittorio Casamonica qualche giorno fa a Roma, un po' perché in Calabria è ormai prassi che gli addii ai personaggi più in vista della mafia locale avvengano in forma strettamente riservata, e sotto gli occhi delle forze dell'ordine che vigilano su possibili attentati o regolamenti di conti. È stato tumulato in fretta, sotto gli occhi dei pochi parenti che hanno partecipato al rito funebre.

Niente gigantografie in abito bianco papale, nessuna televisione e soprattutto nessun clamore.
Antonio Nirta è stato per quasi mezzo secolo al vertice della «Maggiore», una sorta di holding mafiosa tra le famiglie più potenti. Invisibile e fin troppo ingombrante. Perché quello stesso Stato che gli ha pagato prima lo stipendio da caposquadra forestale e poi l'assegno previdenziale, ha provato in più occasioni a metterlo ai ceppi. Mai riuscendoci, però. Al massimo, gli inquirenti sono riusciti a sequestrargli un tesoro di sei milioni di euro. Soldi, quote societarie e beni immobili. Un po' troppo per uno che guadagnava appena 1000 euro al mese.

Nirta compare qua e là, imprendibile fantasma, nelle pagine delle informative e delle ordinanze della magistratura che hanno scardinato il sistema di potere criminale delle 'ndrine in terra calabra. Eppure, le prove per chiuderlo in galera non sono mai arrivate. Sfuggente e diffidente come solo un calabrese può essere, don Antonio è sgusciato anche dal maxiprocesso Condello (oltre 200 imputati) che decapitò la Piovra di Locri.

Era temuto e rispettato nell'ambiente. Manteneva contatti con i pari grado delle associazioni mafiose nazionali e internazionali. Dava del tu a Riina , Provenzano e Cutolo.Dicono non fosse un sanguinario. Anzi. Spesso era chiamato a vestire i panni del diplomatico nella gestione delle sanguinose faide degli anni Ottanta e Novanta, quando in strada restavano stecchiti sotto i colpi di lupara affiliati e simpatizzanti di fazioni in lotta come i De Stefano, i Pelle-Vottari e gli Strangio. L'aristocrazia mafiosa della 'Ndrangheta che cercava di annientare se stessa, e lui che mediava.

Il pentito Saverio Morabito rivelò che Nirta avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco che rapì Aldo Moro nel 1978. Il capoclan di San Luca si sarebbe infiltrato nelle Brigate rosse per volere del generale dei carabinieri Delfino e dei Servizi segreti, e avrebbe partecipato all'agguato al presidente della Dc grazie alle sue doti di infallibile cecchino. Per qualcuno, sarebbe lui il misterioso killer che quasi da solo neutralizzò la scorta dello statista democristiano.

La certezza vera e incontestabile è che il boss è uscito indenne da tutti i processi in cui hanno voluto ficcarlo: muto e immobile come gli alberi secolari che, da agente forestale, doveva sorvegliare sull'Aspromonte. Aveva un fiuto speciale per evitare i guai. Forse per questo a San Luca lo chiamavano «Ntoni due nasi».

«Il Giubileo ha sempre costituito l'opportunità di una grande amnistia». Papa Francesco invoca la misericordia di Dio sui detenuti italiani, il leader radicale Marco Pannella chiama in causa il Quirinale («Voglio incontrare Mattarella perché dipende da lui») e il presidente del Senato apre: «Il Parlamento affronti il tema, decidendo se una legittima aspirazione della Chiesa possa diventare un fatto politico rilevante». L'ultima delle 27 amnistie vidimate dalla politica risale al 1990, poi solo indulti (che invece cancellano la pena in tutto o in parte) come l'ultimo del 2006.

A urlare forte il suo «no» è Matteo Salvini, insolitamente d'accordo con il ministro dell'Interno Angelino Alfano: «Se devi farti dieci anni di galera perché hai stuprato, rubato, spacciato, non è che perché c'è il Giubileo esci cinque anni prima e ricominci a stuprare, rubare, spacciare», dice il leader leghista. «Chi sbaglia ed è condannato invia definitiva in carcere ci sta fino all'ultimo giorno», è l'affondo del segretario Ncd. A mettere la parola fine al dibattito in serata è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando: «L'amnistia e l'indulto sono delle gigantesche lotterie», ha detto il Guardasigilli alla festa nazionale dell'Unità a Milano spiegando che a un provvedimento straordinario il governo preferirebbe un cambio strutturale che riguarda l'esecuzione della pena.

Norvegia, è polemica: emessa carta di credito con immagine antisemita

Angelo Scarano - Mer, 02/09/2015 - 14:35

Un ebreo con il naso adunco sullo sfondo della Visa. Il più grande istituto finanziario del Paese sotto accusa

Un ebreo con il naso adunco, la kippah in testa, lo scialle da preghiera e una cascata di monete d’oro.


La carta di credito anti semita emessa in Norvegia

L'immagine antisemita fa da sfondo a una carta di credito emessa in Norvegia dalla Dnb Bank, il più grande istituto finanziario del Paese.

Come racconta Yedioth Ahronoth, il titolare della visa ha protestato sostenendo che quella non era l’immagine da lui scelta per la sua targhetta personalizzata. Dopo essersi scusata la Dnb Bank ha provveduto a cancellare l'immagine offensiva dal database sottolineando che "vengono stampate annualmente qualche milione di carte" e che "si è trattato di un incidente isolato".

Il vice presidente dell'istituto norvegese ha assicurato che verrà diffusa una nota di spiegazioni e scuse per l’accaduto. Ma si è già detto "sorpreso che il cliente abbia ricevuto una carta personalizzata con un’immagine diversa da quella richiesta". "Il controllo delle figure è accurato - ha spiegato . c’è un meccanismo per bloccare quelle offensive e la supervisione è manuale". Sfortunatamente, hanno ammesso dall’istituto finanziario, questa volta non ha funzionato.

In Arabia alle radici dell'odio". Il reportage-profezia di Oriana

Oriana Fallaci - Gio, 03/09/2015 - 08:29

Durante la guerra del Golfo, la scrittrice pubblicò un'inchiesta dall'Arabia Saudita in cui prevedeva il ritorno dei conflitti religiosi



«I o mi chiedo per chi pregherà, il popolo saudita, nei giorni del Ramadan: per gli americani e gli europei schierati con gli americani, per i propri soldati e i kuwaitiani, gli egiziani e i siriani schierati: per gli americani e gli europei, oppure per Saddam Hussein? Gli americani non stanno facendo una guerra di liberazione, stanno facendo una guerra di distruzione. Non pensano che a distruggere l'Iraq e si comportano come se avessero dimenticato il Kuwait.

Del resto che gliene importa a loro del Kuwait? Non è che un distributore di benzina, per loro, un pretesto per installarsi quaggiù. Se anziché quell'angolino d'Arabia Saddam Hussein avesse invaso l'Uganda, non avrebbero battuto ciglio. Basta con questa guerra, basta. Gli iracheni soffrono troppo, muoiono troppo, sotto quei bombardamenti. Ma perché Bush non accetta la mezza proposta di Saddam Hussein? Perché non ordina ai suoi di cessare il fuoco e intavola un armistizio?».

Chi parla non è un palestinese che tira sassate agli israeliani o un tunisino che sfila in qualche corteo pacifista o un algerino sceso in piazza per dimostrare contro la guerra nel Golfo. È un suddito fedele di sua maestà re Fahd, un saudita che indossa il «thobe» e si copre la testa col «quatra» a quadretti bianchi e rossi, un mussulmano che all'alba e a mezzogiorno e nel pomeriggio e al tramonto e al calar della sera si ferma per pregare Allah.

Inoltre è ricco. A Riad ha due case, due mogli, una florida ditta che importa computer. Parla un ottimo inglese appreso a Londra dove ha studiato e s'è laureato in economia, ama far le vacanze a Roma e a Parigi, legge l'«Arab News» cioè un giornale conservatore, e non ama Saddam Hussein. Dopo l'invasione del Kuwait si schierò dalla parte di chi invocava l'intervento degli americani.
«Le dirò di più. Quando Schwarzkopf incominciò a costruire la sua Grande Armada, tirai un respiro di sollievo.

Ma presto quel respiro divenne affanno, angoscia, e presi a chiedermi: Dio misericordioso, ora come faremo a mandarli via? Presi anche ad augurarmi che la guerra non scoppiasse o scoppiasse il più tardi possibile, e il 17 gennaio ho pianto. Non mi piace avere gli americani in casa, sapere che stanno nelle mie città e nel mio deserto. Non mi piace pensare che quei bombardieri decollano dalle mie città e dal mio deserto. Mi fa sentire in colpa. E questo senso di colpa dura da un mese. Un mese, capisce?!?».

«Bush aveva detto che sarebbe stata una guerra breve, rapida, e noi gli abbiamo creduto» interviene un altro, più giovane, sui trent'anni, che chiamerò Sharif. Suddito fedele di sua maestà re Fahd, anche lui, col «thobe» addosso e il «quatra» in testa, è anche lui ricco, educato in Occidente. (Per cinque anni ha vissuto a Washington dove studiava scienze politiche.)

Anche lui nemico di Saddam Hussein. «Credendogli ci siamo illusi che si trattasse d'una guerra come quella di Panama e di Grenada, d'una operazione semplice e indolore, d'una specie di intervento chirurgico per togliere l'appendicite, e invece è un mese che distrugge l'Iraq. Distrugge quello e basta, del Kuwait non ha liberato che un'isoletta di mezzo chilometro. E ora che Saddam Hussein sembra disposto a patteggiare, fa orecchi da mercante. I suoi generali continuano a parlare di attacco terrestre e di sbarco.

Ma quando lo fanno questo sbarco, quando lo lanciano questo attacco terrestre? La vigilia del Ramadan? Il Ramadan per noi è un simbolo di pace, di fratellanza, di purificazione, un periodo durante il quale i mussulmani di ogni paese vengono qui per pregare alla Mecca. Sarebbe uno scandalo se i cannoni tuonassero mentre i mussulmani di ogni paese sono qui per pregare alla Mecca, e capirei se qualcuno di loro ne approfittasse per scatenare attentati. Ieri un amico mi ha chiamato da Gedda.

Era sconvolto, s'è messo a gridare: “Bisogna bruciare gli americani! Bisogna ammazzarli! Bisogna mandarli via!”. Sia pure a bassa voce lo ripetono in molti, quaggiù. Se parlasse l'arabo e interrogasse la gente per strada, ne ascolterebbe di belle. Ma lei crede che siano contenti, i soldati e gli aviatori sauditi, di sparare sui loro fratelli di Bagdad? Il pilota che ha abbattuto due aerei iracheni qui non è affatto un eroe. E quando ha detto alla TV che aveva avuto una buona giornata, molti hanno provato vergogna».

«Io ho provato vergogna a vedere la fotografia di otto marines che ballavano di gioia intorno a un carro armato perché a Bagdad era stato distrutto non so quale edificio» aggiunge un terzo che chiamerò Tarik. Venticinque anni, lui, figlio di un miliardario, e per sei anni studente all'Università di Los Angeles dove s'è laureato in storia e filosofia. «La stessa vergogna che mi ha chiuso la gola a udire la storia del rifugio dove sono morti centinaia di bambini, di vecchi, di donne. Non hanno chiesto nemmeno scusa, gli americani.

Hanno detto che si trattava d'un obiettivo militare e basta, poi hanno aggiunto che certi obiettivi continueranno a bombardarli quanto gli pare. Non mi piacciono gli americani. Non mi piacevano nemmeno quando stavo a Los Angeles. Erano rozzi, volgari, specialmente i neri, e non facevano che scroccarmi cene nei ristoranti di lusso. Tanto sei saudita, dicevano, hai pozzi di petrolio. A volte per difendermi dovevo dire no, non sono saudita, sono afghano.

Sono nato a Kabul, il mio nome è Ibrahim e mio padre fa il pecoraio. Con gli studenti iracheni invece mi sentivo bene, andavo d'accordo. Non dovevamo farla questa guerra, no. Non è nemmeno una guerra, è uno show televisivo per far guadagnare il padrone della CNN: quel Turner che va con Jane Fonda. Lo sa quanto costavano, prima della guerra, trenta secondi di pubblicità alla CNN?Cinquemila dollari. E sa quanto costano ora? Ventimila dollari. Le sembra giusto che gli iracheni muoiano per far guadagnare soldi al boy friend di Jane Fonda?».

«Mi ascolti bene perché questo discorso riguarda tutti gli occidentali: io all'idea di appartenere a un paese che ha chiamato gli americani e con gli americani voi europei, mi sento un traditore. E il mio mullah ha ragione a dire che tutti gli arabi che stanno da questa parte della barricata dovrebbero sentirsi traditori. Kuwaitiani compresi». «Il suo mullah?». «Sì, il mullah. È stato lui a spiegarmi ciò che non avevo capito».

Eh, sì: nessuno ne parla perché chi se n'è accorto ritiene che sia meglio non toccar l'argomento, non svegliare la tigre che dorme. Ma c'è una guerra dentro la guerra, quaggiù. Una guerra invisibile, intangibile, imprevista, e in un certo senso più terrorizzante di quella che avviene coi bombardieri, i cannoni, i carri armati, le navi, gli Scud: quella che, attraverso un risorto antiamericanismo, a poco a poco schiera i sauditi contro gli occidentali. La guidano i mullah dei quartieri periferici e delle moschee meno importanti, cioè i preti estranei all'oligarchia religiosa che assieme ai cinquemila principi della famiglia reale domina il paese.

La sostengono gli intellettuali e i borghesi come i tre che ho chiamato Khalid, Rashid, Tarik, la appoggiano perfino alcuni membri dell'establishment economico-culturale.E sebbene cresca in sordina, silenziosamente, cautissimamente, s'avverte in ogni strato della popolazione. Lo dimostra il cameriere che con malcelata ostilità ti versa il caffè nella tazza, il tassista che con mal repressa antipatia t'accompagna all'albergo, la ragazza in chador che nel rifugio ti lancia uno sguardo ostile, il soldato in tuta mimetica che quasi con rabbia ti esamina il lasciapassare, e addirittura lo sceicco che con falsa gentilezza t'ha invitato a bere il tè.

Non a caso i volantini contro gli americani e i loro alleati incominciano a girare per le città. Coi volantini, le cassette sul cui nastro i mullah hanno inciso le loro proteste e le loro maledizioni.«Sono cassette identiche alle cassette che durante il regno dello scià giravano a Teheran, a Tabriz, a Isfahan, a Shiraz» spiega colui che ho chiamato Khalid «e per ora vengono distribuite di nascosto o vendute sottobanco nei bazar. Ma non si faccia illusioni: diventeranno sempre meno segrete. Prima o poi quelle proteste e quelle maledizioni caleranno dai tetti a terrazza come succedeva a Teheran, a Tabriz, a Isfahan, a Shiraz».

Inutile controbattere che gli americani e gli europei sono venuti a morire per loro, per i loro dannati pozzi di petrolio, per la loro incolumità, quindi se gli stanno antipatici dovevano pensarci prima. Inutile replicare che le guerre si sa quando incominciano e mai quando finiscono, che non tengono conto dei Natali e dei Ramadan, che per farle non si sparano cioccolatini ma esplosivi che uccidono, che trenta giorni di guerra son pochi anzi pochissimi, e l'Iraq non è Panama, non è Grenada.

Inutile protestare che se gli alleati bombardano Bagdad gli iracheni lanciano gli Scud sull'Arabia Saudita e Israele, ci annunciano le bombe chimiche, ci aizzano il terrorismo, promettono di farci nuotare nel nostro sangue. È altrettanto inutile ricordare che Saddam Hussein è un dittatore alla Hitler, un uomo spietato, un essere pericoloso per tutta la comunità internazionale e in particolare per chi ha la disgrazia di vivergli accanto, quindi questa guerra dentro la guerra è tanto illogica quanto ingrata. Se ne rende conto da solo.

«So benissimo» risponde «che i miei discorsi possono apparire ingrati, privi di logica e addirittura ingenui. Ma la realtà è quella che le ho esposto, e se potesse leggere dentro la mente del mio re, ci troverebbe pensieri molto simili ai miei. Siamo arabi, noi, e arabi di un paese che è il punto focale dell'Islam. La Mecca è qui, Medina è qui: tra un figlio di cane mussulmano e un figlio di cane cristiano o ateo il nostro cuore sceglierà sempre il figlio di cane mussulmano. Tra un fratello pericoloso e uno straniero amico, opterà sempre per il fratello pericoloso.

Comunque io non credo che gli americani e gli europei siano venuti a morire per noi, per i nostri dannati pozzi di petrolio, per la nostra incolumità. Sono venuti a morire per se stessi, per i loro interessi, per i loro Paesi, cioè per rifar le Crociate, stabilire in questa parte del mondo la supremazia che hanno sempre cercato, e a invitarli noi sauditi abbiamo fatto un passo falso. Siamo scivolati sulla buccia di banana da cui eravamo sempre riusciti a tenerci lontano. Questo non è un conflitto tra noi e l'Iraq.

È una Crociata tra noi e voi, tra il vostro sistema di vita e il nostro, tra la nostra religione e la vostra. E siamo appena al primo round». Poi si asciuga una lacrima e conclude: «Vuol sapere come finirà il primo round? Sia pure a costo di molti morti, forse tutti i morti che da un mese cercano di evitare bombardando l'Iraq, gli occidentali vinceranno. Il Kuwait tornerà al Kuwait. Bagdad e Bassora e le altre città distrutte verranno ricostruite dagli americani nel modo in cui gli americani ricostruirono in Germania le città distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

L'Iraq verrà risollevato dalla calcolata generosità di un nuovo piano Marshall. Qualcuno in Siria o in Egitto o in Iran prenderà il posto di Saddam Hussein perché Saddam Hussein non è che un attaccapanni cui appendere la giacca del Saladino di turno, e l'Arabia Saudita sarà la grande sconfitta. Non tanto perché verrà travolta da cambiamenti mostruosi, diventerà come il Giappone di McArthur o l'Iran di Khomeini, quanto perché nessun arabo ci perdonerà mai d'aver portato qui lo straniero».
Sono le sei pomeridiane, dal minareto della vicina moschea un muezzin sta urlando le preghiere del tramonto, dalla vicina base aerea i C-130 e i CK-135 e i C-5 Galaxy decollano con un fracasso mostruoso, e nell'aria c'è un cattivo odore, che non è puzzo di gas. È puzzo di vere Crociate a venire.

Tutti quei balzelli che la Corte Ue dimentica

Antonio Signorini - Gio, 03/09/2015 - 08:19

Si indignano per il permesso di soggiorno, ma dai passaporti ai prelievi le toghe potrebbero sbizzarrirsi

RomaSe la Corte di giustizia europea volesse sbizzarirsi e accendere un faro (meglio più di uno) sul fisco italiano anche oltre la tassa di soggiorno troverebbe di che divertirsi.



L'iniziativa della Cgil ha spostato l'attenzione sul balzello pagato dai cittadini stranieri che è aumentato troppo (anche se non è tra i più cari dell'Unione). Ma di record fiscali il Belpaese ne brucia tanti altri, senza che dai partner del Vecchio continente o dalle istituzioni Ue nessuno si scandalizzi più di tanto.

Ci starebbe ad esempio bene una condanna a tutta la classe politica degli ultimi 40 anni, che ha portato la pressione fiscale generale oltre i livelli accettabili nel resto d'Europa. Il livello ufficiale è del 43,4%. Quello reale, considerando balzelli che la statistica ufficiale non conta e il peso della burocrazia, è intorno al 54%.

Mediamente - ha calcolato recentemente la Cgia di Mestre - un cittadino italiano paga 1.037 euro più di un tedesco, il cui stipendio è più del doppio dei nostri. Poi, 1.409 più di un olandese e 3.323 euro all'anno più di un irlandese.Condanna assicurata, che rischierebbe però di essere poco politicamente corretta, comunque cacofonica per i canoni della politica italiana perché tutelerebbe categorie che, secondo la vulgata, è giusto tartassare.

Ad, esempio, i giudici europei sarebbero costretti a dire che l'Italia è un Paese che tratta a pesci in faccia il capitale e gli imprenditori. Il tax rate , quindi il prelievo sulle imprese l'Italia - secondo una elaborazione della fondazione Impresa lavoro basata sul famoso rapporto Doing Business - è del 65,4%. Peggio di no, ma di poco, solo la Francia. L'Irlanda è al 25,9%. Senza guardare il quasi paradiso fiscale celtico, la Germania ha un tasso del 48,8%, la Spagna del 58,2%. Si dirà, giusto tassare gli imprenditori, sbagliato infierire sugli immigrati.

Peccato che a dare lavoro agli italiani e agli immigrati (e quindi lo stipendio per pagare la tassa di soggiorno) siano proprio gli imprenditori. È noto l'inferno fiscale degli immobili. Negli ultimi tre anni, sono stati tartassati, con imposte triplicate; il gettito passato da nove a 25 miliardi di euro.Nelle categorie delle tasse abnormi, ci sono microsettori, come quello delle discoteche, che devono sopportare una pressione sopra il 50%, contro il 30% di altri paesi europei.Sui passaporti siamo allineati con gli altri paesi europei. Ma non per i minori. In Germania, per fare un esempio, si paga 37,50 euro fino a 24 anni. Da noi, fin da bambini, 73,50 euro.

Sembrerà strano, ma tra le rendite tassate in misura molto maggiore rispetto al resto del continente, ci sono anche le pensioni. Secondo uno studio di qualche tempo fa della Confesercenti gli ex lavoratori italiani pagano al fisco il quadruplo dei francesi, il doppio degli spagnoli. Le pensioni tre volte il minimo, pagano lo 0,2% in Germania, il 20% in Italia. Forse un modo per fare pagare il costo di un sistema previdenziale che fino a qualche tempo fa era molto generoso. Oggi, con l'arrivo dei pensionati del contributivo, una ingiustizia da sanare. Almeno quanto quella dei permessi di soggiorno.

Che, a ben guardare non sono poi così cari. In Francia costano fino a 260 euro, i rinnovi sopra i 100 euro. Quello tedesco dai 135 ai 250 euro. Se l'Italia fa scandalo, insomma, non è per le tasse imposte ai cittadini stranieri. Chi è appena arrivato e aspira alla residenza nel Belpaese e sborsa la tassa di soggiorno, deve esserne cosciente. Il peggio, viene dopo.

Lei rispetta il codice gli automobilisti no: va in tilt la Google car

La Repubblica
di MATT RICHTEL E CONOR DOUGHERTY

Così la macchina senza pilota impazzisce nel traffico: non capisce gli umani senza regole e rischia incidenti

Google car che si guida da sola in tilt perché rispetta il Codice

ALL'AVANGUARDIA negli esperimenti su auto prive di conducente, Google si è imbattuta in un bizzarro incubo per la sicurezza: gli esseri umani. Il mese scorso, una delle sue macchine senza guidatore si è avvicinata alle strisce pedonali e si è comportata come si suppone che si debba fare: ha rallentato per far attraversare un pedone, e il suo "conducente sicuro" ha frenato. Il pedone sta bene, ma non così la Google car, tamponata da dietro dal conducente di una berlina. La flotta di auto senza conducente di Google è programmata per osservare il codice della strada, e lo fa fino alla virgola. Ma se si segue il codice della strada alla lettera, può diventare molto difficile andare in giro.

In un test del 2009 un'automobile sperimentale di Google non è riuscita a superare un incrocio di strade aventi tutte lo stop perché i suoi sensori continuavano ad attendere che le altro auto con conducente si fermassero del tutto e la lasciassero passare, invece di avanzare piano piano. E hanno mandato in tilt il robot di Google. (Negli Usa non è prevista la precedenza automatica a destra in questi casi: i conducenti arrivati in contemporanea a un incrocio a più stop passano a turno, facendosi avanti e segnalando la loro intenzione, ma l'auto dietro ciascuna di esse deve rispettare il giro completo delle precedenze e ricominciare da capo, ndt)

Ma questo non è un problema soltanto di Google: i ricercatori che operano nel nuovo settore dei veicoli senza conducente dicono che una delle sfide più grandi delle macchine automatiche è interagire in un mondo nel quale gli esseri umani non si comportano secondo le regole. "Il vero problema è che l'auto è troppo sicura" osserva Donald Norman, direttore del Design Lab all'Università della California a San Diego, esperto e studioso di veicoli autonomi. "Devono imparare a essere un po' aggressive, e quanto lo debbano diventare dipende dalla cultura".

In un mondo senza alcun conducente umano, gli incidenti nel traffico e le morti potrebbero benissimo crollare a zero, come prevedono alcuni ricercatori. Tuttavia, l'uso esteso di automobili di questo tipo è ancora molto lontano nel tempo, e i collaudatori stanno cercando di individuare i rischi ipotetici  -  per esempio, gli hacker  -  e i mille imprevisti del mondo reale, tipo che cosa accadrebbe a un'automobile a guida autonoma che si rompa in autostrada.

Per il momento, a breve termine c'è il problema di capire come far interagire robot ed esseri umani. Già ora esistono automobili di molteplici fabbricanti dotate di tecnologie in grado di avvisare il conducente o sostituirsi a lui in alcune funzioni, tramite sistemi avanzati di controllo della velocità o di frenatura che entrano in funzione da soli. Uber sta lavorando alla messa a punto di una tecnologia che consenta alle automobili di girare senza conducente, e Google a luglio ha esteso i suoi collaudi a Austin in Texas.

Le automobili di Google possono regolarmente effettuare manovre rapide ed elusive oppure essere prudenti con modalità che allo stesso tempo sono l'approccio più giudizioso ma anche quello più sfasato rispetto agli altri veicoli in strada.Impegnato come collaudatore nella Silicon Valley, Tom Supple dice: "Questa automobile seguirà sempre le regole. Intendo dire che lo farà al punto che i conducenti in carne e ossa si chiederanno: perché quella macchina si sta comportando così?".

Dal 2009 le automobili di Google si sono trovate coinvolte in 16 incidenti, per lo più di poco conto, e in ogni caso l'azienda ha fatto sapere che la colpa era dell'autista in carne e ossa. Tra questi incidenti c'è anche il tamponamento posteriore del 20 agosto, reso noto da Google martedì. La macchina a guida autonoma ha rallentato per far attraversare un pedone, e il suo collaudatore è intervenuto frenando manualmente.

L'auto è stata tamponata, e il dipendente di Google è finito all'ospedale per un leggero colpo di frusta. Nel rapporto di Google sull'incidente si apprende qualcosa di particolare: il "safety driver" premendo i freni ha fatto la cosa giusta, ma se l'auto avesse agito interamente da sola avrebbe potuto frenare meno bruscamente e avvicinarsi di più alle strisce pedonali, dando al conducente dell'auto dietro più tempo per frenare. In ogni caso, Google dice che è impossibile sapere se ciò avrebbe evitato la collisione.

Durante un recente collaudo in presenza di alcuni giornalisti del "New York Times", la Google car ha effettuato due manovre elusive che hanno dimostrato in che modo la macchina sbagli per eccesso di prudenza. Con una prima manovra ha bruscamente sterzato per evitare di scontrarsi con un'auto parcheggiata male, così male che i sensori di Google credevano che stesse immettendosi nel traffico.
Subito dopo, avvicinandosi a un semaforo rosso, ha scombussolato i passeggeri a bordo perché il sistema di rilevamento laser montato sul tetto ha notato che un veicolo proveniente dalla direzione opposta si stava avvicinando al rosso a una velocità ritenuta non sicura.

La macchina di Google, anche in questo caso, ha sterzato bruscamente a destra per evitare l'eventuale collisione. In definitiva, invece, l'altra macchina ha fatto quello che fanno spesso i conducenti in carne e ossa: si è avvicinata a un semaforo rosso senza la necessaria prudenza, e ha frenato soltanto all'ultimo.

(Traduzione di Anna Bissanti © 2015 New York Times)

Trans usa i bagni femminili al liceo. Ma i compagni di scuola si ribellano

Rachele Nenzi - Mer, 02/09/2015 - 17:34

Polemica in Missouri. Uno studente transessuale vuole usare i bagni e gli spogliatoi femminili durante l'ora di ginnastica. I compagni abbandonano la scuola per protesta



Alla Hillsbro High School del Missouri è in corso una protesta durissima. Gli studenti del liceo sono scesi in piazza per protestare contro Lila Perry, uno studente transessuale che vuole usare i bagni e, soprattutto, gli spogliatoi femminili durante l'ora di ginnastica.

"È bene essere diversi, ma questo non vuol dire che Perry debba usare il bagno delle ragazze - ha detto Tammy Sorden, padre di un alunno - le ragazze hanno dei diritti, e non sono tenute a condividere il bagno con un ragazzo".

Per smontare le polemiche a Lila Perry è stato proposto di usare un bagno destinato a entrambi i sessi. Ma il trans ha rifiutato: "Sono una ragazza, non dovrei essere spinta verso un altro bagno". "C'è molta ignoranza - ha detto alla televisione Kmov - miei compagni affermano di essere a disagio. Ma non credo lo siano stati nemmeno per un secondo ". Secondo Perry le proteste dei compagni nascono da "puro e semplice bigottismo. Non facevo male a nessuno e non volevo sentirmi tagliata fuori". Ma per Derrick Good, un avvocato che ha lavorato con l'Alleanza Difendere la Libertà, un gruppo cristiano, per redigere una "regola per la privacy del fisico degli studenti", si tratta di "una violazione dei diritti alla privacy" delle figlie.

Lila Perry ha abbandonato la classe di educazione fisica. E, quando i compagni del liceo hanno manifestato uscendo dalla Hillsbro High School, si è chiusa nell'ufficio della sua consulente dicendo di essere "preoccupato" per la suaa sicurezza.

Quattro genitori (gay) per un bebè: si contendono un bimbo condiviso

Claudio Cartaldo - Mer, 02/09/2015 - 18:05

Uno degli uomini della coppia gay ha donato il seme alle due lesbiche. Hanno affittato appartamenti uguali per dividersi il figlio. Poi è crollato tutto

Dividersi un bambino, farlo vivere in due case e con due famiglie diverse. Entrambe omosessuali.



Era il piano (folle) di quattro cittadini britannici, un piano finito in tribunale.

Le due coppie gay, due uomini e due donne, ora si condendono la custodia del loro bambino. Quando il piccolo è stato concepito, infatti, uno degli uomini aveva donato lo sperma alla coppia femminile. Una volta venuto al mondo, il bimbo avrebbe dovuto fare il pendolare tra una casa e l'altra, vivendo oggi con due mamme e domani con due papà. Mamma 1, mamma 2, papà 3 e papà 4: c'è da diventare matti. Eppure il programma che si erano fatti le due coppie sembrava quasi perfetto. Avevano comprato due appartamenti identici, ammobiliati e decorati allo stesso modo, per fare in modo che il bimbo immaginasse di vivere nello stesso posto.

Nove mesi dopo è crollato tutto. Quando le coppie si sono trascinate a vicenda in tribunale per ottenere l'affidamento del bambino, il giudice è rimasto esterrefatto. Dopo aver letto la petizione - ha raccontato uno degli avvocati al New York Post - il giudice ha alzato lo sguardo chiedendo ai legali: "Vi prego, spiegatemi". La comparsa sulla scena giuridica dei genitori surrogati e di coppie con lo stesso sesso hanno complicato i casi di affidamento di bambini. Il "Post" ha spiegato che non sono più le donne ad essere favorite nei processi, e nemmeno la connesione biologica tra bambino e genitore.

Testimoniò sulle molestie al santuario di Padre Pio, ​parroco traferito a 80 anni

Anita Sciarra - Mer, 02/09/2015 - 18:57

I fedeli hanno chiesto l'intervento del Papa per impedire "l'esilio" di Padre Domenico Costanzo

È stato trasferito d'imperio in Calabria dopo 40 anni vissuti nel convento dei cappuccini di Castelbuono in Sicilia.



Padre Domenico Costanzo, il parroco che aveva testimoniato a favore della donna che aveva denunciato molestie dai frati nel santuario di San Giovanni Rotondo. La decisione ha lasciato sbalordito il sacerdote 80enne e ha scosso l'intera l'intera comunità che da settimane ha un appello chiedendo che il padre rimanga al suo posto. Lo La notizia è stata riportata dal Repubblica.

"Dopo aver denunciato alla trasmissione "Le Iene" le violenze e i maltrattamenti subiti dalla donna - scrivono i fedeli - e dopo aver servito per quasi 40 anni la stessa comunità in provincia di Palermo, ha ricevuto un avviso di trasferimento. Padre Domenico ha servito la comunità di Castelbuono per quasi quarant'anni. Ha educato migliaia di ragazzi nel segno dello sport, della musica e del teatro. Ha vissuto la comunità da umile protagonista, contribuendo come pochi alla socialità, alla crescita culturale della comunità. Oggi - proseguono i fedeli - astruse gerarchie ecclesiastiche hanno deciso irresponsabilmente di estirpare da Castelbuono un personaggio così positivo e importante ".

La comunità si è rivolta direttamente al Papa per chiedere alla Chiesa un passo indietro. Dopo la decisione, infatti, il convento dei Cappuccini di Castelbuono rischia di chiudere. La vicenda è estremamente delicata, soprattutto se si pensa che anche l'altro frate che ha testimoniato a favore della ragazza, Ernesto Cicero, ultra 70enne, era stato trasferito recentemente dai frati. Questa volta in Umbria.

Per il momento però sembra non esserci nulla da fare, a padre Costanzo non resta che fare le valigie

Svelato il mistero dello sfondo della Gioconda

Angelo Scarano - Mer, 02/09/2015 - 13:48

Grazie a una ricostruzione in 3D la ricercatrice Carla Glori è riuscita a determinare lo sfondo della celebre opera di Leonardo


Cinque anni fa, con il lavoro "Enigma Leonardo: la Gioconda, in memoria di Bianca", identificò il ponte Gobbo di Bobbio con il ponte dipinto sullo sfondo della "Gioconda".Oggi la ricercatrice Carla Glori dice di avere una conferma della sua tesi grazie a una verifica tecnica effettuata dallo Studio Architetti Bellocchi di Piacenza, che ha svolto indagini sul campo ed elaborazioni di modelli 3D.

La tesi della studiosa colloca lo sfondo della Gioconda, da lei identificata in Bianca Sforza, a Bobbio e localizza il "punto di vista" del pittore da una finestra al piano alto del castello Malaspina-Dal Verme. La verifica sul campo, ora, comprova compatibilità e conformità degli elementi del "paesaggio reale" - annuncia la studiosa - con quelli dipinti alle spalle della modella.I dieci punti di riferimento - tra cui il ponte Gobbo - individuati nel paesaggio reale di Bobbio, e corrispondenti ad altrettanti elementi del paesaggio dipinto, sottoposti ad esami e controlli tecnici "sono risultati infatti - annuncia la ricercatrice - pressochè coincidenti".

Per verificare la localizzazione del punto di vista di Leonardo, gli architetti Angelo e Davide Bellocchi hanno fatto una ricostruzione su basi storiche della struttura del castello alla fine del XV secolo, collocandolo nel paesaggio reale, anch’esso ricostruito in tridimensionale. Gli architetti hanno fatto una minima compressione del paesaggio, calcolata ispirandosi ai criteri indicati da Leonardo stesso in alcuni punti del "Trattato della pittura", ricostruendo così, oltre alla veduta del ponte Gobbo dal "punto di vista" della finestra sulla facciata nord-est, anche lo "spostamento virtuale" del ponte reale un pò all’indietro nel dipinto, teorizzata dalla ricercatrice nel 2012, quando ipotizzò che

Leonardo inizialmente disegnò un arco visibile in riflettografia, poi da lui sovradipinto con il colore.
L’arco "nascosto" - spiega Glori - ha la stessa posizione del ponte Gobbo dal "punto di vista" della finestra, e il suo spostamento un pò all’indietro nel dipinto, allineandolo meglio, trova giustificazione, oltre che a fini artistici, dalla necessità di farlo stare per intero nel quadro. Una comparazione del ponte Gobbo con disegni originali del XVIII secolo che lo raffigurano a cinque archi è un’ulteriore prova - a parere della studiosa - dell’alta compatibilità con quello della Gioconda.

Le similitudini riscontrate dalla studiosa tra il paesaggio dipinto e quello bobbiese riguardano poi anche le acque, con la coincidenza della grande ansa del fiume Trebbia con lo slargo acqueo alla destra della modella, e le montagne (i rilievi della val Tidone, la Parcellara, la zona dei calanchi) La verifica tecnica - spiega la studiosa - è stata condotta a prescindere dall’identificazione della modella, che in base alla ricostruzione storica di Carla Glori risulta essere Bianca Giovanna Sforza, figlia naturale, in seguito legittimata, di Ludovico il Moro, duca di Milano, che nel 1496 sposò Gian Galeazzo Sanseverino, comandante dell’esercito sforzesco e signore di Bobbio.