giovedì 3 settembre 2015

Così Hacking Team e altre aziende vendono sorveglianza in Colombia”

La Stampa
carola frediani

Il Paese latino-americano è uno Stato di sorveglianza, dicono due nuovi studi. E tirano in ballo varie aziende occidentali, inclusa Hacking Team



La Colombia ha messo in piedi molteplici sistemi di intercettazione massiva e indiscriminata delle comunicazioni, con l’aiuto di industrie occidentali pronte a spartirsi quel tipo di mercato, e con pesanti implicazioni per i diritti dei cittadini. Una sorta di Datagate colombiano, su cui è stata fatta progressivamente luce attraverso una serie di rivelazioni. 

É quanto emerso da due rapporti pubblicati in questi giorni – il secondo dei quali, visionato in anteprima dalla Stampa, è uscito questa notte. E che chiamano in causa, ancora una volta, anche Hacking Team, l’azienda milanese che vende un software spia (noto come Rcs) ad agenzie governative e i cui materiali e documenti sono stati pubblicati online dopo aver subito un attacco informatico lo scorso luglio.

Subito dopo l’attacco infatti, dalle comunicazioni interne di Hacking Team sulla DEA, l’agenzia antidroga statunitense, indicata tra i clienti della società milanese, era già emerso un dettaglio interessante. Ovvero che non solo la DEA usava il software spia all’estero, in Colombia, nell’ambasciata americana di Bogotà, ma anche che impiegava un’altra tecnologia, fornita da altre aziende, per rastrellare le comunicazioni internet in maniera massiccia.

«Abbiamo incontrato la persona [della DEA, ndr] che si occupa del sistema qui in Colombia – scrive nel giugno 2015 un dipendente di Hacking Team in una comunicazione interna – Ci ha detto che ha bisogno del nostro supporto tecnico perché hanno comprato un altro strumento di intercettazione (qualcosa che riceverà tutto il traffico dei provider internet colombiani) e lo metteranno nella stanza dove attualmente si trova Rcs, per cui devono spostare Rcs in un altro posto dentro l’ambasciata».
Che la DEA fosse un cliente di Hacking Team era già stato rivelato qualche mese prima da Motherboard, ma che l’agenzia Usa lo utilizzasse a Bogotà, e soprattutto che parallelamente avesse messo in piedi un sistema per intercettare il traffico internet del Paese, era indubbiamente una prima novità.

Ma ora si sono aggiunti due rapporti della Ong britannica Privacy International che tratteggiano un Paese ben avviato sulla strada della sorveglianza di massa, un caso studio in negativo del monitoraggio indiscriminato. Uno “Stato ombra” costruito dalla polizia colombiana, al di fuori della legge. E in questa costruzione appare preminente il ruolo, come al solito, di molte aziende occidentali, alcune delle quali abbiamo già visto e sezionato in precedenti articoli su La Stampa.

«L’industria della sorveglianza è la linfa delle attività di sorveglianza statali in tutto il mondo», scrive Privacy International nel secondo rapporto, focalizzato sul settore privato, uscito questa notte. «Aziende come Verint Systems, NICE Systems, Pen-Link, Komcept, Hacking Team, e i loro partner colombiani (…) facilitano la sorveglianza di Stato. Perciò sono in parte responsabili della liceità dell’utilizzo delle loro tecnologie e dell’impatto che hanno sui diritti umani».

La Colombia ha certamente una storia difficile in termini di criminalità organizzata e conflitti interni che si sono protratti per anni con centinaia di migliaia di morti. Il che potrebbe far pensare alla necessità di un ampio utilizzo di simili tecnologie di controllo a fini investigativi. Ma il fatto è che, negli anni Duemila, si sono susseguiti proprio una serie di scandali legati all’uso criminale di strumenti di sorveglianza contro oppositori.

Ad esempio nel 2009 venne fuori che il Dipartimento amministrativo di sicurezza (Das) aveva sorvegliato e molestato oltre 600 figure pubbliche. E prima ancora un’altra vicenda aveva mostrato l’intercettazione non autorizzata di giornalisti, avvocati e politici di opposizione, come sottolinea Privacy International nel suo primo rapporto, pubblicato il 31 agosto: “Shadow State: Surveillance, Law and Order in Colombia”.

“Il famoso scandalo del DAS rivelò che giornalisti, attivisti e membri dell’opposizione erano il target di sorveglianza selettiva e persecutoria”, conferma a La Stampa, Maria Juliana Soto, della Ong per i diritti digitali in America Latina Digital Rights LAC.

Il salto di qualità è avvenuto nel 2007, quando la polizia (Direzione di investigazione criminale o DIJIN) ha acquistato PUMA, una piattaforma unica di monitoraggio e analisi del traffico telefonico e internet collegata direttamente all’infrastruttura dei provider attraverso delle sonde che copiano grandi quantità di dati e li mandano al DIJN.

Non si trattava dell’unico sistema: anche un altro ramo della polizia, la Direzione di intelligence o DIPOL, aveva già acquistato nel 2005 un suo sistema di sorveglianza automatizzato e di massa delle comunicazioni, noto come IRS: poteva intercettare fino a 100 milioni di metadati e 20 milioni di sms al giorno. Ma PUMA resta il sistema più potente e sofisticato, scrive Privacy International.

E soprattutto, una simile sorveglianza di massa non è mai stata autorizzata dalla legge colombiana.
In compenso il sistema appare strettamente legato alle aziende occidentali. PUMA ha operato infatti utilizzando la tecnologia di due aziende israeliane, prima Verint e poi dal 2013, NICE Systems, di cui abbiamo già scritto perché partner di Hacking Team in vari Paesi. Ha subito però uno stop nell’agosto 2014, quando il procuratore generale Montealegre ne ha contestato l’utilizzo proprio perché privo di sufficienti controlli.

Ma, scrive Privacy International, Hacking Team, oltre che vendere alle DEA, aveva anche due progetti con la polizia colombiana, “uno dei quali appare collegato al sistema di sorveglianza PUMA”. Il report si ferma qua nel dettaglio ma a giudicare dall’analisi dei documenti di Hacking Team pubblicati (ancora né confermati né smentiti dall’azienda) i due progetti/contratti si riferirebbero in un caso alla DIPOL, la già citata Direzione di intelligence della polizia: qui il contratto sarebbe passato attraverso l’azienda colombiana Robotec, partner di Hacking Team in diversi paesi latino-americani, da Panama all’Ecuador.

Il secondo progetto appare invece essere per la Direzione nazionale della polizia, DIPON, e collegato proprio al programma PUMA. A giudicare dalle comunicazioni – che nel 2013 citano un’offerta per “soluzioni integrate per il SINGLE MONITORING AND ANALYSIS PLATFORM (PUMA)” - si tratterebbe infatti del programma descritto sopra. Le trattative – che passano attraverso l’israeliana NICE – si prolungano però per mesi, forse in conseguenza del rallentamento e dello stallo subito dal sistema di monitoraggio colombiano, su cui erano filtrate alcune informazioni e che era stato contestato dalla società civile.

Entrambi i contratti - il primo, quello col DIPOL, appare siglato effettivamente; il secondo sembra invece sul punto di andare in porto poco prima dell’attacco ad Hacking Team - «sono stati finanziati con fondi programmati per rafforzare PUMA, la Piattaforma Unica di Monitoraggio e Analisi che nel 2013 era già sotto pubblico scrutinio per le sue capacità invasive, e senza che allora sapessimo della sua relazione col software Rcs», scrive nel suo blog l’organizzazione per i diritti digitali in America Latina Digital Rights LAC. E poi ancora aggiunge: «Il fatto che, due anni dopo, le capacità di PUMA siano ancora oscure mostra la mancata trasparenza dei sistemi di intelligence», specie considerata la storia nazionale di abusi in materia.

Per Maria Juliana Soto di Digital Rights LAC, i rapporti usciti ora «mostrano come le agenzie di intelligence siano interessate ad espandere le loro capacità di sorvegliare i cittadini senza alcun controllo da parte dello Stato». Interpellata da La Stampa per un commento, Hacking Team ha risposto di non poter «scendere nel dettaglio su come la sua tecnologia venga utilizzata perché i suoi clienti si affidano al suo software per condurre indagini confidenziali da parte delle forze dell’ordine.

Divulgare qualsiasi dettaglio significherebbe chiaramente dare un vantaggio a criminali e terroristi».
«Certo che i governi hanno bisogno di usare strumenti di sorveglianza per individuare il crimine, nessuno lo contesta», commenta a La Stampa il responsabile della comunicazione di Privacy International, Matthew Rice. Ma aggiunge: «Se tutto questo è per combattere il crimine, perché non è ben chiaro quali siano i controlli usati per supervisionare simili strumenti e proteggerci da abusi? E perché questi sistemi di sorveglianza sono tenuti nascosti al pubblico? Perché non sembra esserci alcun un controllo sulla loro legalità?».

Parla della Colombia, ma le domande sono valide anche per molti altri Paesi.

Hacking Team e il delta del Niger: un caso studio del mercato della sorveglianza

La Stampa
carola frediani

Così la Nigeria è stata terra di conquista di strumenti di intrusione e monitoraggio informatico prodotti in Occidente.



AGGIORNAMENTO 20 AGOSTO: Hacking Team ha risposto a questo articolo con una lettera che pubblichiamo integralmente in fondo al pezzo.

Software spia rivenduti attraverso molteplici intermediari da almeno tre aziende occidentali; sistemi di monitoraggio del traffico internet forniti da statunitensi e israeliani; aziende petrolifere o di comunicazioni satellitari che saltano sul carro dei software di spionaggio; mercanti internazionali di armi e “soluzioni di sicurezza” che mediano tra discusse agenzie di intelligence e startup europee che hanno goduto di fondi regionali. La Nigeria degli ultimi 5 anni è stata terra di conquista di tecnologie per la sorveglianza delle comunicazioni.

A ricostruire il quadro ci aiuta anche l’analisi dei materiali pubblicati online dopo l’attacco informatico subito da Hacking Team, l’azienda milanese che vende uno spyware (noto come Rcs o Galileo) a governi di tutto il mondo. Uno spaccato che va ben oltre le vicende della società di via della Moscova, illuminando un intero mercato, tanto opaco quanto in espansione. In nome della lotta al terrorismo e della riduzione del divario digitale, tecnologie e sistemi di sorveglianza strategica e tattica delle comunicazioni sono esportati in Paesi africani dove democrazia e Stato di diritto sono molto fragili. Abbiamo scritto del caso del Sudan, sappiamo dell’Etiopia. Ma pure la Nigeria apre uno squarcio interessante su questo settore.

Il cliente BSGO e la catena di intermediari
Nella lista clienti di Hacking Team compare infatti anche l’ufficio governativo dello Stato di Bayelsa, in Nigeria. Siamo al delta del Niger, area di estrema povertà e dove è più intensa la produzione di petrolio, e zona d’origine del presidente federale Jonathan, in carica fino al 2015. Il contratto va in porto nel 2012 e arriva tramite i soliti partner commerciali di NICE Systems, la multinazionale israeliana della sorveglianza strettamente legata all’azienda milanese e di cui abbiamo scritto qua.
Ma a gestirlo sul campo è un’altra società, che fa da rivenditore del software Rcs allo Stato nigeriano: si tratta di Skylinks Satellite Communications, compagnia con quartier generale in UK, la cui missione – stando al sito ufficiale – sarebbe quella di fornire servizi di comunicazione satellitare avanzati nel continente africano.

Ma che evidentemente non disdegna di colmare il divario digitale del Sud del mondo anche sul fronte dei malware e dei software di intrusione e spionaggio. Per altro il suo Ceo, nelle mail con Hacking Team, sostiene di agire come il rappresentante di NICE in Nigeria. La girandola di intermediari però non finisce qui: quando Hacking Team deve emettere le fatture per il pagamento in due tranche – da 225mila dollari - nota con stupore che a pagare sarà un’altra società, la V&V Nigeria Limited. Il commerciale italiano appare basito e chiede spiegazioni: «perché l’ordine arriva da Skylinks mentre la fattura deve essere rivolta a V&V Nigeria Limited?», domanda al Ceo di Skylinks. «Può spiegare la relazione fra le due compagnie? Magari con una documentazione ufficiale?».

Il contatto in Nigeria gli risponde che si sarebbe trattato di V&V fin dall’inizio, insomma che era stato solo un errore e di non farla lunga. L’italiano a quel punto chiede lumi anche agli israeliani di NICE e il collega pure taglia corto, rassicurandolo: «sono due aziende sorelle». La fattura viene dunque intestata a V&V Nigeria mentre il personale di Skylinks andrà a fare un training a Milano per poi occuparsi dell’installazione del sistema sul cliente finale, il governo dello stato di Bayelsa, e nello specifico il consigliere di sicurezza del governatore, il colonnello Bernard Kenebai.

Pacchetto sorveglianza tutto incluso
Insomma, ricostruire la trafila commerciale per cui passa il software Rcs in Paesi come la Nigeria non è impresa facile, tanto che genera confusione e dubbi perfino fra i dipendenti di Hacking Team. Le mail interne in cui si interrogano su chi sia il cliente finale di una richiesta di assistenza tecnica sono numerose, così come è forte la ritrosia degli intermediari nel rivelare l’identità di un potenziale acquirente.

Ma torniamo al Paese africano e all’ultimo anello della catena, V&V Nigeria: secondo la testata nigeriana Premium Times, V&V Nigeria sarebbe una società, controllata da israeliani ma con base ad Abuja, che nel 2010 avrebbe ottenuto due commesse dal governo nigeriano per dei sistemi strategici di tracciamento e intercettazione GSM per la polizia. «Il presidente Jonathan paga 11 miliardi di naira per intercettare i vostri telefoni», titolavano a inizio 2015,, ben prima dell’attacco ad Hacking Team, i giornali del Paese. Non sapevano che al pacchetto di V&V Nigeria andava aggiunto il m alware made in Italy.

Aziende occidentali alla conquista
Il mandato del presidente Jonathan – durato di fatto dal 2010 al marzo 2015, quando si è insediato il neoeletto Buhari – è stato contrassegnato da una espansione delle tecnologie e dei progetti di controllo e sorveglianza delle comunicazioni. “Uno shopping compulsivo”, lo definiva nell’ottobre 2014 l’Ong Privacy International: tra le varie tecnologie acquistate, c’è un sistema di raccolta massiva e analisi di dati e comunicazioni costato 40 milioni di dollari e sviluppato dalla Elbit Systems, colosso dell’industria militare israeliana al centro di controversie anche perché specializzato nella sorveglianza di muri e barriere interstatali, dalla Cisgiordania al confine Usa-Messico.

Ma la Nigeria, notava nello stesso periodo il laboratorio antisorveglianza Citizen Lab, era terra di conquista anche per gli americani di Blue Coat, specializzati nella gestione e monitoraggio del traffico internet; e per gli anglotedeschi di Gamma/Finfisher, che già vendevano i loro software spia. O ancora gli olandesi di Digivox, con soluzioni di intercettazione telefonica. Mancavano all’appello gli italiani, e ora sappiamo che c’erano.

Clienti difficili
Quella dei malware di Stato comunque non è una piazza facile. I rapporti di Hacking Team col cliente nigeriano, e col partner, diventano nei mesi sempre più difficili. Nel 2013 il Ceo di Skylinks invia ad Hacking Team una mail con una serie di lamentele e recriminazioni tecniche, legate soprattutto al fatto che lo stato di Bayelsa vorrebbe riuscire a infettare più facilmente e in modo quasi automatico i cellulari.

Cita in modo minaccioso il fatto che un’altra azienda che vende trojan, il gruppo israeliano NSO, starebbe lavorando in un altro Stato nigeriano, con grande successo nell’infezione di dispositivi Android. E precisa: «Inoltre prestate attenzione al fatto che non stiamo trattando con un piccolo cliente di una simpatica famiglia di un sobborgo della città», bensì con i sistemi delle forze dell’ordine governative del Paese, ovvero, «non sono tipi simpatici (nice guys) se non soddisfiamo le obbligazioni che abbiamo nei loro confronti».

In Hacking Team c’è perplessità, ribadiscono di non poter fare supporto sul campo, ovvero occuparsi direttamente dell’infezione dei target, così come sembrerebbe invece fare la rivale NSO (almeno secondo le parole riportate dal partner/cliente) e offrono di organizzare un nuovo training a Milano. Il contratto con il governo di Bayelsa sarà poi concluso e non rinnovato a fine 2013.

La fila di volenterosi rivenditori
Ma la Nigeria pullula – oltre che di aziende che vendono spyware: Hacking Team, Gamma e NSO - di potenziali offerte e partner per soluzioni di intrusione informatica. Alcuni di questi intermediari si materializzano dal nulla, e appaiono abbastanza avventurosi, spesso accampano pretese nonché contatti tanto altolocati quanto oscuri; altre sono aziende che si occuperebbero d’altro ma che sfruttano le proprie relazioni per accaparrarsi una fetta del crescente mercato della sorveglianza.
Una di queste, che a un certo punto contatta Hacking Team, è Tunsmos Petroleum, azienda basata in Nigeria che commercializza e distribuisce prodotti petroliferi.

Così si presentano agli italiani: «La nostra visione strategica per il 2013 è diversificare gli interessi della nostra impresa dalla nostra competenza principale nell’industria petrolifera per procurare anche soluzioni di sicurezza a una serie di agenzie statali e governative (…) Siamo interessati a sviluppare una partnership con la vostra azienda … e introdurre le vostre soluzioni alle agenzie di intelligence in Nigeria» Hacking Team risponde di avere già contatti nel Paese e chiede chi sia l’utente finale – che, negli accordi di rivendita (broker agreement) del suo software Rcs dovrà comunque firmare un documento di licenza.

Si tratta del consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jonathan, ovvero il colonnello Sambo Dasuki. Alla fine il contratto non va in porto ma vale la pena riportare una nota a margine: il colonnello Dasuki poche settimane fa è stato licenziato dal nuovo presidente Buhari, e poi accusato di avere lucrato sulla compravendita di armi (che sarebbero dovute servire per contrastare gli estremisti islamici di Boko Haram).


(Il colonnello Sambo Dasuki, ex National Security Adviser sotto il presidente Jonathan)

Mercanti internazionali di “sicurezza”
Muoversi in questo ambiente insomma è come camminare in un campo minato. Ma la fila di intermediari che bussano alle porte di Hacking Team non è finita. Già nel 2010 l’azienda milanese veniva contattata da un certo Shay Tal che si offriva di rivendere il software Rcs proprio all’ufficio del consigliere di sicurezza del presidente della Nigeria. Si organizza così prima una sua visita agli uffici di Milano, quindi una demo (a distanza) per i non proprio specchiati servizi segreti nigeriani (SSS)- che tra le altre cose, scrivono sia il governo Usa che l’organizzazione Index on censorship, hanno minacciato e arrestato giornalisti.

Stando a un riassunto inviato dallo stesso Shay Tal a un commerciale di Hacking Team, nel 2011 la sua azienda e quella milanese avrebbero firmato un accordo per la rivendita di Rcs. Dal 2011 al 2013 Shay Tal avrebbe così presentato Rcs ai servizi segreti nigeriani (SSS) che però nel 2010 avevano già acquistato lo spyware dei rivali di Gamma/FinFisher; il ministero degli Interni e la polizia; il ministero della Difesa; la Commissione per i crimini finanziari ed economici (EFCC); e il governo dello stato nigeriano di Akwa Ibom. Tutto con scarso successo però e anche con qualche intoppo tecnico, dovuto ad esempio a problemi di connettività internet.

Ciò nonostante ancora nel 2014 Shay Tal si rifà vivo, perché alcuni clienti che avevano acquistato dalla concorrenza sarebbero stati insoddisfatti dei risultati ottenuti (questa è una situazione tipica: molti governi si aspettano di poter infettare i dispositivi quasi per magia) e quindi ora l’intermediario avrebbe voluto organizzare una nuova demo di Rcs a più agenzie governative di sicurezza del Paese. Da Hacking Team rispondono di non poter incontrare il cliente in Nigeria e propongono a loro volta un appuntamento in Sud Africa. Shay Tal appare seccato e la contrattazione si arena.

Ma chi è questo Shay Tal? Il suo nome e il suo indirizzo internet – gli stessi usati nella corrispondenza con Hacking Team – compaiono tra i partecipanti di una conferenza del 2012 in Nigeria dove rappresenta la Energtek Global Resource, azienda americana del ramo energia che opera soprattutto in Israele e nei Balcani. E altri suoi profili rimandano invece alla Israel Aerospace Industries, la più grande compagnia aerospaziale e di difesa controllata dal governo israeliano.

Ma nel 2013 Shay Tal compare anche sulla stampa locale, perché coinvolto come mediatore (attraverso un’altra società, M-15) in una trattativa per la vendita alla Nigeria di motovedette poi naufragata con reciproche accuse di frode da tutte le parti coinvolte. E c’è chi lo ritiene anche il mediatore chiave per una serie di commesse attraverso le quali l’amministrazione nigeriana avrebbe comprato una unità di palloni aerostatici usati per sorvegliare il territorio e avrebbe affittato dei satelliti spia. Insomma, un mercante di armi e soluzioni di “sicurezza”, spionaggio e sorveglianza. Non è l’unico del ramo a ruotare attorno ad Hackin Team, come abbiamo scritto qua

Italianità come attrattiva
Ma le connessioni nigeriane non sono ancora finite. Perché a farsi vivo a un certo punto è Sam Igwe, Ceo della Sahara Bells Communications Ltd, azienda la cui missione sarebbe “costruire un ponte sul divario digitale” nigeriano, oltre che specializzata in sistemi satellitari (insomma, un film già visto). Igwe contatta il Ceo di Hacking Team David Vincenzetti via LinkedIn, dicendogli solo di essere nella “posizione per rivendere i vostri prodotti a un cliente governativo”. Viene indirizzato ai commerciali e inizia una esplorazione dell’opportunità.

Si capisce solo più avanti che il potenziale cliente sarebbe il capo della sicurezza (Chief security officer) dell’allora presidente Jonathan. E anche se alcuni dipendenti di Hacking Team sono dubbiosi e vorrebbero scartarlo da subito, dopo qualche mese si decide di provare a rivendergli il software attraverso il partner locale Skylinks che abbiamo giù visto attivo con Hacking Team su un’altra commessa nigeriana. Ma non funzionerà, a Igwe la soluzione non piace.

La spiegazione fornita merita di essere riportata in toto: «Il nostro potenziale cliente ha altri 4 maggiori progetti di intercettazione già in corso o approvati, due dei quali gestiti da direttamente da aziende israeliane e il terzo indirettamente. La principale attrattiva del cliente verso le soluzioni di Hacking Team è che siete un’azienda italiana. Al cliente piace diversificare le fonti di approvvigionamento». Per la cronaca, anche il capo della sicurezza del presidente nell’estate 2015 è stato arrestato con l’accusa di furto di petrolio.

Qui di seguito pubblichiamo volentieri la lettera di risposta di Hacking Team. Ci limitiamo solo ad osservare che nessun dato dell’articolo viene contestato.


Gentile Direttore,
nell’articolo pubblicato il 17 agosto da La Stampa.it dal titolo “Hacking Team e il delta del Niger: un caso studio del mercato della sorveglianza”, è stato tralasciato un fatto di fondamentale importanza e cioè che la Nigeria è un Paese le cui forze dell’ordine devono affrontare drammatiche sfide nella lotta al terrorismo.

Solo la settimana scorsa nell’attacco a Damatru sono state uccise 9 persone e i feriti sono stati 18. Come lei sa questo tipo di attacchi si verifica in Nigeria con una frequenza impressionante. Dal 2007 l’80% degli attacchi terroristici nel mondo si sono verificati in soli 10 Paesi, tra cui la Nigeria.

Saprà anche che il gruppo Boko Haram, responsabile di centinaia di attentati in Nigeria e altrove, ambisce a un califfato anche lì. Ci sono altri gruppi terroristici che operano nel territorio nigeriano e tutti si appoggiano a strumenti di comunicazione digitale per pianificare e coordinare i loro attacchi. È chiaro che questi terroristi non sono in lotta per la democrazia, bensì, come evidente, mirano ad una mera acquisizione di potere.

Non dovrebbe quindi stupire se le forze dell’ordine di un Paese come la Nigeria sentano il legittimo bisogno di seguire le attività di Boko Haram e altri gruppi criminali e terroristici anche monitorando i loro computer o i loro telefoni cellulari. L’utilizzo di software come quelli forniti da Hacking Team è un tassello essenziale per la protezione della popolazione.

Purtroppo la storia narrata nell’articolo dipinge un Governo concentrato unicamente sull’invasione della privacy di civili innocenti senza minimamente tenere conto del pericolo che incombe quotidianamente su quei civili. Hacking Team da sempre pone grande attenzione a che la sua tecnologia non venga impiegata per violare i diritti umani ed ha sempre adottato tutte le misure necessarie per accertarsi che la sua tecnologia non sia soggetta ad usi diversi da quelli per cui è stata acquistata.

Siamo altresì convinti che i cittadini di tutti i Paesi del mondo abbiano il diritto di essere protetti dalla criminalità e dal terrorismo. A tale proposito vogliamo sottolineare come la tecnologia di Hacking Team svolga un ruolo essenziale per garantire questa protezione in un’epoca in cui criminali e terroristi pianificano la loro attività soprattutto utilizzando computer e telefoni cellulari. 

Eric Rabe
Direttore Comunicazione Hacking Team

L'appello della polizia: "Certezza della pena o lavoriamo inutilmente"

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 02/09/2015 - 09:53

Virale sui social la foto di un agente che invita lo Stato a punire i delinquenti: "Sono consapevoli di essere impuniti"



Un messaggio semplice, scritto su un cartello e affidato al mare dei giorni nostri, Facebook, esattamente come molti anni fa si lasciava tra le onde un biglietto all'interno di una bottiglia. Spesso accadeva che si perdesse negli abissi e che nessuno arrivasse mai a leggero. E forse accadrà lo stesso a quel poliziotto che in quesi giorni ha diffuso una fotografia in cui chiede allo Stato un sostegno per le forze dell'ordine.

Niente soldi, niente aumento di stipendio. Ma solo che il loro lavoro non sia vanificato da un sistema giudiziario ed istituzionale incapace di consegnare alla giustizia i delinquenti nostrani. "Chiediamo la certezza della pena - si legge nel manifesto virale sui social - perché chi delinque è consapevole che rimarrà impunito, ed ogni nostro sforzo sarà sempre inutile!".

Difficile non dargli ragione. Troppe volte chi ruba, scippa, aggredisce e rende impossibile la vita dei cittadini la fa franca. Non perché nessuno si adoperi a scovarli e ad arrestarli, ma perché nella maggioranza dei casi le investigazioni e gli interventi della polizia si concludono in un processo per direttissima che prontamente scarcera i delinquenti, permettendogli di tornare a fare il loro "mestiere".

"L'unico modo per ridurre la criminalità - ci ha detto un ex questore in pensione che chiede di rimanere anonimo - è quello di far capire a queste persone che chi sbaglia paga. Con la galera. Noi abbiamo sempre fatto il nostro mestiere, abbiamo le scrivanie piene di fogli di richieste di arresto. Ma i giudici decidono sempre il contrario, e il più delle volte rimettono in libertà ladri e balordi". Una battaglia persa in partenza.

Un esempio su tutti, l'arresto di un mese fa a Milano, in piazza Duomo, di alcune persone colte in flagranza di reato mentre aggredivano un agente della municipale. Il giorno dopo erano di nuovo al loro posto per derubare e truffare turisti e cittadini. "Ogni nostro sforzo sarà sempre inutile", urla quel poliziotto senza un volto. Che è il viso di tutti quelli che si sono stancati di vivere nelll'insicurezza.

Oriana Fallaci: "Ho il diritto di odiare l'Islam"

Libero

Oriana Fallaci:

Le chiediamo di parlare, ancora una volta. Di ripetere le parole che - quasi quindici anni fa, ormai - sono state respinte con fastidio, con sdegno e con derisione. Ma che oggi risuonano pesanti di verità, e gravide di accuse soprattutto verso l’Occidente. Che non ha saputo e voluto capire, che ha continuato a trincerarsi dietro il politicamente corretto e che non è riuscito a porre un freno all’avanzata del terrore. Oggi, mentre i video mostruosi dello Stato islamico affollano il web tra decapitazioni, affogamenti e patrimoni dell’umanità distrutti, dobbiamo rivolgerci ancora una volta alla Cassandra che aveva previsto tutto.

Stiamo parlando di Oriana Fallaci. Nel mare di carta che invade le librerie affrontando il rapporto fra l’islam e il mondo occidentale, le pagine più ardenti sono ancora le sue. Quelle della Trilogia (La Rabbia e l’Orgoglio, La Forza della Ragione, L’Apocalisse), ma anche quelle scritte prima e dopo sul medesimo argomento. Ovvero l’universo musulmano, a cui è dedicato il nuovo volume a firma Fallaci che Rizzoli manderà in libreria il 3 settembre.

Si intitola Le radici dell’odio. La mia verità sull’islam, ed è un bel tomo corposo (480 pagine, al prezzo di venti euro). Soprattutto, come spiega la scheda editoriale, contiene «molti brani finora inediti in cui (Oriana) affronta il conflitto con l’Islam senza mezzi termini». L’operazione è interessante, e meritevole d’attenzione, perché questo libro può fornire una panoramica - approfondita se non esaustiva - della concezione fallaciana della cultura islamica. Che si delinea già nel primo reportage della grande fiorentina sulla condizione della donna nei Paesi musulmani, in cui raccontava: «Ho visto le mussulmane la cui vita vale meno di una vacca o un cammello. (...)

Vi sono donne nel mondo che ancora oggi vivono dietro la nebbia fitta di un velo come attraverso le sbarre di una prigione». Le terre arabe e musulmane Oriana le ha attraversate, ne ha esplorato gli anfratti. «Marocco, Algeria, Nigeria, Libia, Egitto, Siria, Libano, Iraq, Iran, Giordania, Arabia Saudita, Afganistan, Pakistan, Indonesia», si legge ancora nella scheda di presentazione del libro. «È il mondo dell’Islam, dove nonostante i “fermenti di ribellione” le regole riservate alle donne sono immote da secoli.

Nel deserto palestinese la Fallaci s’infiltra nelle basi della guerriglia araba, incontra i capi di Al Fatah, Arafat e perfino un dirottatore aereo e una terrorista responsabile di una strage a Gerusalemme. Ascolterà i superstiti della tragedia di Monaco raccontarle quella notte in cui il commando arabo fece irruzione nella palazzina del Villaggio Olimpico. Intervisterà re Hussein, Golda Meir, Khomeini, Gheddafi, Sharon. Tornerà nel deserto durante la prima guerra del Golfo». Nel corso dei decenni, l’odio la fa sempre da padrone.

Colpisce per esempio rileggere ora l’intervista che la Fallaci realizzò nel 1970 alla palestinese Rascida Abhedo, «colei che il 21 febbraio 1969 aveva fatto esplodere due bombe al supermercato di Gerusalemme, causando una carneficina». Fa impressione ritrova in quella donna la spietatezza che oggi si rivede, per esempio, nel boia Jihadi John che sgozza ostaggi inermi. Sentite con che freddezza la Abhedo spiegava che tra gli israeliani, anche i bambini sono nemici da uccidere: «Non sono una criminale ricordo un episodio che accadde proprio al supermarket, un giorno che vi andai in avanscoperta.

C’erano due bambini. Molto piccoli, molto graziosi. Ebrei. Istintivamente mi chinai e li abbracciai. Ma stavo abbracciandoli quando mi tornarono in mente i nostri bambini uccisi nei villaggi, mitragliati per le strade, bruciati dal napalm. (...) Così li respinsi e mi alzai. E mi ordinai: non farlo mai più, Rascida, loro ammazzano i nostri bambini e tu ammazzerai i loro». Non hanno fatto lo stesso ragionamento i talebani pakistani che pochi mesi fa hanno compiuto un macello in una scuola? Dunque è l’odio, il filo conduttore di questo libro. Perché è l’odio che muove la guerra religiosa in atto.

Ed è uno dei più maestosi pezzi della Fallaci quello risalente al 2005, in cui la scrittrice (anzi «Scrittore», come si autodefiniva) rivendica per sé il diritto a odiare. Ne diede lettura alla cerimonia di consegna dell’Annie Taylor Award, a New York. Il suo discorso, in versione integrale inglese, fu pubblicato da Il Foglio. Poi, il primo dicembre del 2005, Libero ne pubblicò la versione italiana, col permesso della stessa Fallaci, che ne rivide personalmente la forma. Da quel testo origina e trae ispirazione il nuovo libro. Un testo quanto mai attuale, perché l’Occidente dei buoni sentimenti ha bandito l’odio e la rabbia, perdendo contestualmente il suo orgoglio, e di conseguenza anche la guerra contro i fanatici di Allah.

È lo stesso Occidente che allora, a Parigi, processava Oriana per istigazione all’odio, e che oggi ha messo alla gogna gli autori di Charlie Hebdo. Scriveva la Fallaci: «Se ho il diritto di amare chi voglio, ho anche e devo avere anche il diritto di odiare chi voglio. Incominciando da coloro che odiano me. Sì, io odio i Bin Laden. Odio gli Zarkawi. Odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio gli Ward Churchill, i Noam Chomsky, i Louis Farrakhan, i Michael Moore, i complici, i collaborazionisti, i traditori, che ci vendono al nemico. (...)

E se sbaglio, ditemi perché coloro che odiano me più di quanto io odi loro non sono processati col medesimo atto d’accusa. Voglio dire: ditemi perché questa faccenda dell’Istigazione all’Odio non tocca mai i professionisti dell’odio, i mussulmani che sul concetto dell’odio hanno costruito la loro ideologia. La loro filosofia. La loro teologia. Ditemi perché questa faccenda non tocca mai i loro complici occidentali». Rileggere queste parole non è mai stato tanto necessario. .

di Malabarba

Ricatti e pizzo su Wikipedia. Scandalo nel Regno Unito

Adriano Palazzolo - Mer, 02/09/2015 - 09:57

Scoperta rete di truffatori online che minacciava personaggi più o meno noti in tutto il Regno Unito di pubblicare notizie false sul loro conto



Chiedevano il pizzo tramite Wikipedia per non pubblicare notizie false sulle pagine di personaggi più o meno noti.

Una vera e propria rete di protezione editoriale messa in piedi da quello che è stato definito "un gruppo coordinato di truffatori". A svelare i retroscena di un'inchiesta che coinvolge l'enciclopedia libera più famosa al mondo è il quotidiano inglese The Indipendent. Vittime di questa particolare estorsione, imprenditori, professionisti e anche personaggi del piccolo schermo britannico.

Gli account bloccati finora sono oltre 380, ma non è certo che si tratti di persone diverse. La modalità con cui operavano questi particolari revisori di pagine web era sempre la stessa: prima il contatto via web con l'offerta di modificare, ovviamente dietro compenso, le informazioni su una pagina creata all'interno del database di ricerca; in caso di rifiuto, si passava alla minaccia di pubblicare notizie false sul conto delle vittime, puntando a rovinarne la reputazione privata e professionale.

Alcune delle persone finite nella rete di questo vero e proprio racket raccontano anche di una forma di pagamento mensile di svariate centinaia di sterline per evitare che sulla propria pagina Wikipedia comparissero informazioni false.L'inchiesta è stata soprannominata Orangemoody, dal nome del primo account bloccato, ma dietro questo profilo non si sa chi ci sia realmente e ci si interroga se gli altri profili bloccati non siano solo dei profili manichino, manovrati e usati cioè dallo stesso gruppo di persone.

Nel mirino dei truffatori, anche le aziende. In alcuni casi agli imprenditori veniva notificato il rifiuto della pubblicazione della propria pagina sull'enciclopedia. A questo punto, si faceva avanti uno di questi particolari editori che, a fronte di un lauto pagamento, si offriva di ripubblicare la pagina contenente informazioni sull'azienda. Convinti che la persona che li aveva contattati fosse un dipendente del sito internet, agenti immobiliari, dentisti, web designer e tanti altri professionisti mettevano mano al portafogli per pagare la tariffa proposta.

Il caso ha sollevato un velo sulla fragilità del sistema di sicurezza e controllo di Wikipedia. Fondata nel 2001 e finanziata soltanto tramite le donazioni degli utenti, l'enciclopedia online ha una squadra di sole 250 persone addette al controllo della pagine. Un numero troppo esiguo per far fronte a richieste di modifica che oscillano tra le 25.000 e le 60.000 al secondo, da parte dei 350.000 volontari registrati che possono caricare nuove pagine e modificare quelle esistenti.

Oggi su Wikipedia esistono 35 milioni di voci pari a 136 milioni di pagine, in 290 lingue. Una mole di dati impressionante, sulle quali gli addetti al controllo non hanno modo di operare una supervisione completa.

Gli islamici in piazza San Pietro a caccia di nuovi fedeli

Libero

Gli islamici in piazza San Pietro a caccia di nuovi fedeli

Due donne, più che velate, tre uomini, tutti giovani. Sfidando il sole ancora cocente di mezzogiorno e l’afa soffocante, si mettono in posa per almeno un quarto d’ora: a colpi di selfie, si immortalano davanti all’imponente mole di San Pietro. Un’innocente famiglia islamica in vacanza che si fa le foto con il Cupolone sullo sfondo. Una scena sempre più comune, ma certo non frequente fino a non molti anni fa. E ce ne corre da questi scatti innocui a quelli (finti) in cui la propaganda dell’Isis mostrava la sua nera bandiera, foriera di morte e distruzione, sventolare sulla cupola della basilica centro del cattolicesimo nel mondo. Un’immagine che aveva colpito fortemente l’opinione pubblica dell’intero globo.

Passeggiando per le sempre affollate vie di Borgo (Borgo Pio, Borgo Sant’Angelo, Borgo Vittorio), quell’intrico fascinoso di vicoli e stradine che stendono una sorta di rete tutt’intorno a San Pietro, si scopre che quella di farsi le foto davanti alla facciata della basilica, o ai piedi dell’immenso obelisco nel mezzo della piazza, è diventata un’abitudine per molti islamici, anche per quelli più integralisti. «Ho visto qualche volta un gruppetto di uomini con la barba lunga e una specie di tunica bianca farsi dei selfie in mezzo alla piazza, ci passavo per venire al ristorante», ci racconta un ragazzo che fa il cameriere stagionale in uno dei numerosissimi locali di cui brulica il quartiere.

Gli chiediamo se per caso ha poi notato se questi stessi amanti del selfie si radunano da qualche parte, in qualche negozio, o in qualche locale, magari per pregare o altro... «E chi può dirlo? Di sicuro sono aumentati nel quartiere, perché ci sono sempre più negozi, bancarelle, bar gestiti da pachistani, o insomma islamici...». Se sono aumentati, è probabile «che si trovino da qualche parte, anche per pregare, visto che in genere se ne vedono per strada di più il venerdì», ci spiega il commesso di un negozio di souvenir, ma non vuole aggiungere altro.In realtà siamo venuti a fare un giro per il quartiere proprio per verificare fatti che ci hanno raccontato alcuni amici che vivono o lavorano da queste parti.

Fatti che poi abbiamo letto, nero su bianco, proprio sul settimanale Venerdì di Repubblica, in un articolo firmato dal vaticanista Filippo Di Giacomo, dal titolo «La preghiera islamica sempre più forte intorno a San Pietro». In cui si legge, appunto, di gruppi di uomini con «tuniche lunghe almeno fino a metà polpaccio» e con «vistose barbe curate, tinte», che arrivano all’obelisco di piazza San Pietro «per un selfie sorridenti e con le dita della mano destra aperta in segno di vittoria». E poi, ancora: «Dalle nove del mattino per le vie di Borgo interpellano turisti e borghiciani, in inglese oppure in un italiano stentato: Vuoi Allah? Ti piace Allah?».

L’invito rivolto in questo modo sarebbe quello alla preghiera, appunto, magari nei retrobottega dei tanti negozi controllati da immigrati pachistani. Conclusione dell’articolo: «E così mentre in Vaticano si discute, il quartiere più papalino di Roma conta la più alta concentrazione di luoghi di preghiera islamica».

di Caterina Maniaci

La spiaggia su cui muore l’Europa

La Stampa
mario calabresi

Mentre la polizia ceca “marchia” i migranti, Italia, Francia e Germania chiedono all’Ue di rivedere le norme sull’asilo. Una foto scuote il mondo


Aylan, 3 anni, è morto annegato mentre, con altri migranti, da Bodrum cercava di raggiungere Kos (Nilufer Demir/DHA/Reuters )

Si può pubblicare la foto di un bambino morto sulla prima pagina di un giornale? Di un bambino che sembra dormire, come uno dei nostri figli o nipoti? Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: «Non la possiamo pubblicare».

Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza.

Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Li ho incontrati questi bambini siriani, figli di una borghesia che abbandona tutto – case, negozi, terreni - per salvare l’unica cosa che conta. Li ho visti per mano ai loro genitori, che come tutti i papà e le mamme del mondo hanno la preoccupazione di difenderli dalla paura e gli comprano un pupazzo, un cappellino o un pallone prima di salire sul gommone, dopo avergli promesso che non ci saranno più incubi e esplosioni nelle loro notti.

Non si può più balbettare, fare le acrobazie tra le nostre paure e i nostri slanci, questa foto farà la Storia come è accaduto ad una bambina vietnamita con la pelle bruciata dal napalm o a un bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia. E’ l’ultima occasione per vedere se i governanti europei saranno all’altezza della Storia. E l’occasione per ognuno di noi di fare i conti con il senso ultimo dell’esistenza.

Ora Maddalena Oliva smentisce la Innocenzi: "Hanno molestato me..."

Francesco Curridori - Mer, 02/09/2015 - 18:08

La compagna di viaggio di Giulia Innocenzi rivela che è stata lei la vittima delle molestie, "scagionando" così l'amica dal vortice di polemiche degli ultimi giorni

"Giulia non l'ha specificato per una questione di eleganza ma la vittima principale delle molestie sono stata io". È la rivelazione di Maddalena Oliva, la compagna di viaggio di Giulia Innocenzi, la giornalista che in questi giorni è stata al centro delle polemiche per aver denunciato di essere stata molestata durante il suo viaggio in Iran. Tutto falso, proteggeva solo un'amica.

"Le palpate al sedere certo non mi hanno mai spaventato - prosegue la Oliva - ma qui parliamo di ben altro. Mi sono interrogata ogni giorno (e la mia compagna di viaggio con me), quando sono passata dal riderci su, al camminare raso al muro per timore, al tenere lo sguardo basso per paura di incontrarne un altro, al non uscire più, su che cazzo stessi sbagliando".

Fino ad arrivare all'episodio più spiacevole: "Quando sono stata tirata su da un uomo che arrivava da dietro col motorin o, e che provava a caricarmi col cazzo già di fuori, mi sono immobilizzata, urinata addosso (nel senso letterale del termine, perdonami la durezza del dettaglio, ma ci tengo a dirlo ai quanti, mamma che schifo, anche alle quante, provano a mettere in dubbio le situazioni incontrate, definendole elegantemente 'surreali' nella migliore delle ipotesi, o addirittura chiedendone prova fotografica) e mi sono detta: ok, accettalo, qui c'è qualcosa che non torna, e non in te".

E per questo la Oliva arriva a ipotizzare di aver avuto "un karma particolarmente negativo che stava portando quello che pensavo fosse un semplice caso a quotidiana routine... (per i primi otto giorni ho avuto episodi giornalieri spiacevoli, e quando dico spiacevoli, intendo spiacevoli. Le palpate le escludo)".

Sartori attacca Bergoglio: "Non sconfini nella politica"

Sergio Rame - Mer, 02/09/2015 - 10:12

Infiamma la polemica per l'appello all'amnistia nell'anno del Giubileo. Il politologo: "Il Papa si occupi di ciò che gli compete..."

"Penso che il Papa debba occuparsi di ciò che più gli compete...". Giovanni Sartori attacca duramente papa Francesco all'indomani della richiesta di amnistia in vista del Giubileo straordinario. Secondo il politologo, il Santo Padre deve preoccuparsi di "salvare i cristiani nel mondo dalle stragi che subiscono dappertutto" e "non sconfinare nella politica".

In una intervista al Messaggero Sartori critica apertamente l'idea lanciata da Bergoglio per un’amnistia nell’anno del Giubileo. "Bergoglio è sempre vago e generico - sottolinea - Amnistia perchè? E di chi? E a che titolo? Sono solo formule evasive quelle usate, anche in questa occasione, dal Papa". "L’amnistia sana i reati - precisa il politologo - il Papa dovrebbe occuparsi dei peccati. E poi ripeto e lo ripeterò fino alla noia: perché non fiata sugli eccidi dei cristiani nel mondo? Lo sa che ne vengono compiuti ogni giorno? Non lo informa nessuno? Non vede i telegiornali? Non legge i giornali?

E Internet?". Secondo Sartori, il Pontefice "continua ad evadere tutti i problemi relativi alla cristianità e interviene su tutte le questioni concernenti lo Stato laico. Ingerisce troppo su tutti i problemi che competono alla politica. E così facendo li complica".

Ebay, da vent’anni il mondo all’asta

La Stampa
bruno ruffilli

Pierre Omidyar il 3 settembre 1995 lanciava il sito AuctionWeb. Oggi la compagnia ha un fatturato globale di 83 miliardi di dollari e più che aste di privati lo utilizzano i piccoli commercianti



Smartphone, abiti, mobili antichi, cibo per il corpo e per l’anima. E pure l’anima stessa: tutto si vende e tutto si acquista, dalla vetrina digitale di eBay. Alla vigilia dei vent’anni, la società conta nel mondo 800 milioni di inserzioni da circa 200 Paesi e 20 miliardi di dollari di beni venduti nel primo trimestre del 2015.

Gli inizi
Il 3 settembre del 1995, al debutto ufficiale, il sito si chiamava AuctionWeb; il primo oggetto venduto fu un puntatore laser rotto. Oggi sono sempre meno le persone che si affidano a eBay per svuotare la soffitta, mentre crescono i negozi e le attività commerciali grandi e piccole. L’80 per cento delle inserzioni riguarda oggetti nuovi, offerti da 25 milioni di venditori in tutto il mondo. 

Come funzionava e come funziona
Il sito di eBay è una grande vetrina, dove il potenziale compratore legge l’inserzione, scorre le fotografie, poi se vuole fa un’offerta; gli altri utenti possono rilanciare fino alla scadenza. Alla fine dell’asta il miglior offerente si aggiudica l’articolo e versa al venditore la cifra pattuita.Un’alternativa che si è affermata con gli anni, e che è utilizzata soprattutto dalle aziende, è la vendita a prezzo fisso: oltre l’80 per cento delle inserzioni sono proposte con questa modalità.

Così oggi eBay è diventata una infrastruttura potente e flessibile per il commercio sul web; non è più indispensabile costruire un sito, preoccuparsi dei protocolli di pagamento, farsi pubblicità: basta registrarsi, fare qualche foto dei prodotti, inserire i dati e si può dare inizio in poche ore a un’attività commerciale.Una delle ultime novità è la traduzione automatica del testo, che appare a ogni utilizzatore nella propria lingua: gli effetti sono a volte comici, ma le informazioni essenziali ci sono, e la clientela potenziale si amplia fino a centinaia di milioni di potenziali clienti in tutto il mondo.

A eBay va una tariffa fissa per l’inserzione, più una commissione; così Pierre Omidyar, quarantottenne fondatore della società, è oggi tra i più ricchi giovani imprenditori degli Stati uniti, con un patrimonio personale di 8,1 miliardi di dollari.

In Italia
Gli acquisti online hanno attratto 16,9 milioni di italiani nell’ultimo trimestre, ovvero il 55,1 per cento di chi accede a Internet. Ma 11 milioni di persone sono gli acquirenti abituali, che hanno generato l’88 per cento del valore delle transazioni. Gli italiani spesso curiosano nei negozi, poi confrontano le offerte sul web, partendo da Amazon o proprio da eBay; arrivata nel 2001, oggi conta oggi 4,5 milioni di utenti, molti dei quali via smartphone o tablet: su piattaforma mobile si vendono un paio di scarpe da donna ogni 4 minuti, una borsa ogni 6 minuti e un tablet ogni 10 minuti. 

Sono oltre 26 mila i venditori professionali italiani che nel 2014 hanno utilizzato la piattaforma di e.commerce per vendere online. Il 63 per cento di loro ha venduto all’estero, soprattutto verso Germania, Francia, Stati Uniti. Molti sono al Sud, con Campania, Marche e Puglia in testa alla classifica delle regioni più attive. 

La lezione di eBay
La straordinaria espansione di eBay parte da una premessa per niente scontata: la fiducia nel prossimo, che spinge gli acquirenti a inviare denaro a uno sconosciuto per acquistare un oggetto di cui conoscono un’immagine o poco più. Eppure la percentuale di frodi, secondo i dati ufficiali, è inferiore all’uno per cento. Così finalmente gli italiani si sono decisi a usare le carte di credito, sia quelle tradizionali che le ricaricabili, o Paypal, il sistema di pagamento acquistato da eBay nel 2002 e fino a qualche mese fa parte integrante dell’azienda.

Ora Paypal prosegue da solo la sua avventura, come già Skype, che ha fatto parte della galassia eBay tra il 2005 e il 2011. Per l’azienda di Omidyar si aprono intanto nuove sfide: da una parte i giganti dell’e commerce come Amazon e Alibaba, dall’altra Google e Facebook, che puntano sempre più sulla possibilità di diventare le prossime vetrine per il commercio elettronico.