mercoledì 2 settembre 2015

Coniugi uccisi, Kyenge "difende" il profugo: "Non etnicizzate il reato"

Claudio Cartaldo - Mar, 01/09/2015 - 17:36

Per l'ex ministro è irrilevante che l'assassino sia un migrante. La figlia delle vittime accusa lo Stato, ma per l'eurodeputata si sta facendo "polemica e strumentalizzazione"

Poco importa, a Cècile Kyenge, che i due anziani uccisi nella loro casa a Catania siano stati brutalmente colpiti a morte da un richiedente asilo, ospitato al Cara di Mineo.



Poco importa che l'arrestato era qui in attesa di sapere se poteva (o meno) ottenere i documenti che gli avrebbero permesso di risiedere e lavorare per lungo tempo in Italia.

Poco importa all'ex ministro se l'ivoriano di 18 anni, Mamadou Kamara, era ed è un ospite. Per la Kyenge "non bisogna etnicizzare il reato". Insomma, non bisogna sdegnarsi se uno straniero, ospite a spese dello stato, commette un reato così efferato come l'omicidio. Tutto normale.

Intervistata ieri da Affariitaliani.it, l'eurodeputata del Pd ha detto: "Mi dispiace per le persone morte e anche per la famiglia, mi dispace per quello che è successo, ma oggi se c'è un messaggio che noi politici dobbiamo far passare alla popolazione che ci ascolta è che il crimine non può essere etnicizzato.

In questo momento è chiaro che la morte di due persone care è una brutta cosa e di fronte a questo fatto faccio le mie condoglianze alla famiglia delle vittima". Dolore sì, ma soprattutto bisogna "far capire alla popolazione che ogni persona risponde delle sue responsabilità che non può essere generalizzata a una comunità o a una categoria di persone. Chiunque delinque deve rispondere davanti alla legge, che sia italiano o straniero. La resposanbilità di un atto criminale riguarda la persona".

Sul problema della strumentalizzazione poi, la Kyenge se la prende con chi avrebbe cavalcato l'omicidio per delegittimare l'accoglienza che l'Italia sta mettendo in atto. Con uno sguardo alla Lega di Matteo Salvini ha aggiunto: "Dobbiamo quindi uscire da questa polemica e da questa strumenatalizzazione per dare risposte che non possono essere quelle di governare l'immigrazione facendo paura ai cittadini.

La popolazione ha bisogno di aiuto ma non servono messaggi che facciano capire che gli altri sono un pericolo. Dobbiamo invece passare messaggi che devono far capire che se riusciremo insieme, al di là del colore della pelle, a reagire come un tutt'uno per costruire una nuova comunità e mettere in concreto il concetto di accoglienza, ma anche di libera circolazione sul territorio, saremmo tutti più forti".

Insomma, per l'esponente Pd bisogna far capire che "va condannato chi commette un crimine, ma che la condanna non va estesa a una comunità o a una categoria di persone. Può delinquere un italiano, un europeo, un americano o chiunque, ma non scendiamo sulla strada della strumentalizzazione".
Chissà se la lezione di "politicamente corretto" e di "accoglienza" era diretta anche alla figlia delle vittime, Rosita Solano, che poco dopo il ritrovamento senza vita dei due genitori ha detto: "È anche colpa dello Strato se i miei genitori sono stati uccisi perché permette a questi migranti di venire qui da noi e di fargli fare quello che vogliono, anche rapinare e uccidere".

Una cordata in paese per evitare l’arrivo dei profughi: “Prendiamo noi in gestione l’hotel”

La Stampa
muriel bria

Commercianti e operatori turistici di Ormea (Cuneo) uniti contro l’arrivo di 30 migranti. Il capitale necessario è di 50 mila euro

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Una cordata locale per prendere in gestione l’Albergo dell’Olmo ed evitare così l’arrivo dei 30 migranti che dovrebbero giungere nell’hotel il 15 settembre. È il progetto rivelato lunedì da commercianti e operatori turistici di Ormea durante un’assemblea pubblica. In paese, la «crociata» per evitare l’arrivo dei profughi va avanti già da qualche settimana. «Come amministrazione comunale tempo fa avevamo precisato alla Prefettura che qui non esistono strutture adatte, ma quest’estate i titolari dell’Albergo dell’Olmo hanno offerto la loro disponibilità. Come Comune non possiamo fare nulla», ha spiegato il sindaco Giorgio Ferraris.

Il capitale necessario
«Mettiamo insieme un gruppo di persone, ognuna delle quali potrà investire la somma che vuole - ha detto Diego Odello, relatore della serata -. Il capitale necessario è pari a 50.000 euro. Se raggiungeremo quella cifra proporremo al titolare dell’albergo, che si è già detto disponibile ad ascoltarci, di rilevare la gestione. Poi decideremo la forma giuridica più adatta». 

L’intento è di evitare l’arrivo dei profughi, anche se, secondo il sindaco: «Non è sicuro che l’iniziativa, che come amministrazione comunale appoggeremo, possa evitarlo. Il Prefetto può requisire strutture pubbliche e anche private, se chiuse da più di un anno. E non è detto che altri privati non si facciano avanti. Comunque, in questo momento in cui tutti lavoriamo per rilanciare il turismo in paese, è una proposta meritevole».

Matteo Fossati, associazione Turismo Alpi Liguri: «Non abbiamo nulla contro queste persone. Temiamo però le ricadute sull’economia del paese, che sta faticosamente cercando di riprendersi. Chiunque sia interessato, può contattare lo Studio Tecnocasa di Ormea, al numero 0174391690. Dobbiamo fare presto. Il termine ultimo per presentare la proposta è il 10 settembre».

Ex casa di riposo
In paese non tutti però sembrano d’accordo: «Anziché investire su una struttura privata, chiediamo di dirottare i migranti nella ex casa di riposo. Anche perché non è certo che evitando l’arrivo dei profughi nell’albergo, questi non vengano ospitati altrove. Così si recupererebbe un edificio della comunità», hanno proposto altri. 

Il gruppo di cyberspionaggio Darkhotel sfrutta le vulnerabilità aperte da Hacking Team

La Stampa
Il gruppo noto per essersi introdotto nelle reti Wi-Fi di alcuni hotel di lusso ha utilizzato per i propri scopi nocivi gli strumenti dell’azienda di spyware



In seguito alla fuoriuscita di file appartenenti ad Hacking Team, l’azienda conosciuta per la vendita di «spyware legale» ad alcuni governi e forze dell’ordine, un discreto numero di gruppi di spionaggio informatico ha cominciato ad utilizzare per i propri scopi nocivi i tool che Hacking Team forniva ai propri clienti per mettere a segno i loro attacchi. Tra questi, parecchi exploit che hanno per obiettivo Adobe Flash Player e Windows OS. Uno di questi è stato ri-finalizzato dal potente gruppo di cyber-spionaggio Darkhotel. Lo comunica Kaspersky Lab.

Il gruppo che spiava viaggiatori d’élite e famoso per essersi introdotto nelle reti Wi-Fi di alcuni hotel di lusso per compromettere i dispositivi di determinati dirigenti d’azienda, dall’inizio di luglio, cioè subito dopo la famosa fuga di notizie del 5 luglio, ha utilizzato una vulnerabilità zero-day facente parte della collezione di Hacking Team. Il gruppo Darkhotel, che non risulta essere stato cliente di Hacking Team, pare si sia impossessato dei file non appena questi sono diventati pubblicamente disponibili.

Questo non è l’unico zero-day del gruppo; secondo Kaspersky Lab, nel corso degli ultimi anni potrebbero aver sfruttato una mezza dozzina o più zero-day che hanno preso di mira Adobe Flash Player, apparentemente investendo significative quantità di denaro per integrare il proprio arsenale. Nel 2015, il gruppo Darkhotel ha esteso la propria sfera geografica di influenza in tutto il mondo continuando a colpire tramite spearphishing obiettivi situati in Nord e Sud Corea, Russia, Giappone, Bangladesh, Thailandia, India, Mozambico e Germania.

I ricercatori di sicurezza di Kaspersky Lab hanno registrato nuove tecniche ed attività condotte da Darkhotel inclusa una famosa APT (Advanced Persistent Threat) attiva da almeno otto anni. Negli attacchi che risalgono al 2014 e agli anni precedenti, il gruppo ha abusato di certificati di firma del codice rubati ed utilizzato metodi insoliti, come compromettere il Wi-fi di un hotel per collocare tool di spionaggio nei sistemi presi di mira. Nel 2015, molte di queste tecniche ed attività sono state mantenute, ma Kaspersky Lab ha inoltre individuato nuove varianti di file eseguibili dannosi, il continuo utilizzo di certificati rubati, potenti tecniche di social-engineering tramite spoofing ed il dispiegamento di vulnerabilità zero-day riconducibili ad Hacking Team.

Darkhotel sembra essere in possesso di una scorta di certificati rubati che sfrutta per firmare downloader e backdoor per ingannare i sistemi presi di mira. Alcuni tra i certificati revocati più di recente comprendono Xuchang Hongguang Technology Co. Ltd., l’azienda i cui certificati erano stati utilizzati negli attacchi precedentemente condotti dal gruppo criminale. Se non riesce a colpire un bersaglio tramite spearphishing l’APT di Darkhotel ci riprova alcuni mesi dopo utilizzando pressoché gli stessi schemi di social-engineering. Il sito web compromesso, tisone360.com, contiene un set di backdoor ed exploit. Il più interessante di questi è la vulnerabilità zero-day Flash di Hacking Team.

«Darkhotel è tornato con un altro exploit Adobe Flash Player collocato su un sito web compromesso e questa volta sembra essere stato guidato da una fuga di notizie di Hacking Team. Il gruppo ha precedentemente distribuito un altro exploit Flash sullo stesso sito, che abbiamo segnalato come zero-day per Adobe nel Gennaio 2014. Negli ultimi anni, Darkhotel sembra aver sfruttato numerosi exploit zero-day e half-day Flash e potrebbe averne messi da parte altri in modo da condurre attacchi mirati diretti ad individui di alto profilo a livello globale.

Dagli attacchi precedenti, abbiamo scoperto che Darkhotel prende di mira CEO, senior vice president, sales and marketing director e staff R&S di alto profilo» - ha dichiarato Kurt Baumgartner, Principal Security Researcher di Kaspersky Lab. Dallo scorso anno, il gruppo ha lavorato alacremente per migliorare le proprie tecniche difensive, ad esempio ampliando la propria lista di tecnologie anti-rilevamento. La versione 2015 del downloader Darkhotel è progettata per identificare tecnologie anti-virus di 27 vendor allo scopo di aggirarli. Per saperne di più, è possibile leggere il blogpost disponibile su Securelist.com .

Come le auto si salveranno dagli hacker?

La Stampa
carlo lavalle

Le vetture sono sempre più informatizzate e collegate a Internet, e diventano così vulnerabili a varie specie di cyberattacchi. Ma la soluzione potrebbe arrivare dai sistemi di sicurezza degli aerei



È allarme sicurezza per l’industria automobilistica che, al pari di altri settori come sanità e finanza, deve fronteggiare l’incombente minaccia hacker. Le auto sono sempre più informatizzate e collegate a Internet, e diventano così vulnerabili a varie specie di cyberattacchi. I rischi di violazioni dei sistemi da parte di hacker e cybercriminali sono attuali e provati: ha fatto scalpore più del caso di Tesla quello dell’attacco ad una Jeep Cherokee da parte di Charlie Miller e Chris Valasek, due ricercatori statunitensi che hanno dimostrato la vulnerabilità della vettura e la possibilità non solo di alterare il funzionamento della tecnologia ma di prendere il controllo del mezzo a distanza. 

Sono milioni gli autoveicoli potenzialmente esposti. Ma è possibile difendersi dal pericolo di hackeraggio e come? Ne abbiamo parlato con Pierlugi Paganini, esperto di sicurezza informatica, Chief Information Security Officer presso Bit4Id e membro del “Threat Landscape Stakeholder Group” dell’ENISA (Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione). 

Uno dei punti importanti da evidenziare quando si affronta questo tema, a suo giudizio, è che essendo aumentata la componente tecnologica delle auto la superficie di attacco risulta sempre maggiore. Maggiore è l’insieme delle componenti tecnologiche ed elettroniche di una vettura, maggiori sono le opportunità di penetrazione nei sistemi, sfruttabili da parte di malintenzionati. E’ come se in una casa, esemplifica Pierluigi Paganini, si moltiplicassero i punti di accesso all’abitazione fornendo in questo modo più occasioni a chi intende violarla. 

Per dare un’idea dei rischi relativi alle auto connesse, fermo restando che non ci sono eventi conosciuti e verificati di attacchi su automobili in movimento al di fuori di quelli dimostrativi, si possono citare dei test portati avanti dalla comunità scientifica che ha cominciato a studiare il problema da diversi anni.

Il caso che ha riguardato la Jeep Cherokee è eclatante perché si è riusciti ad ottenere il pieno controllo da remoto del veicolo. Charlie Miller e Chris Valasek - l’uno già parte del team di sicurezza di Twitter e precedentemente in forza alla NSA, l’altro responsabile per la ricerca e la sicurezza dei veicoli di IOActive - sono stati capaci di accedere ai sistemi di comando di radio, sterzo, tergicristalli, condizionatore, pedale dei freni e dell’acceleratore e persino del motore.

Questo è successo sfruttando le falle del sistema di connessione a Internet e, in particolare, attaccando il sistema Uconnect, installato su questa serie di autoveicoli. FCA ha risolto con aggiornaento software. “L’evento della Jeep Cherokee è inquietante - sottolinea Pierluigi Paganini - perché mostra che una persona è in grado di localizzare il veicolo in rete, impartire gli ordini al posto del conducente e prendere definitivamente il controllo del mezzo”. Questo è il massimo livello di cyberattacco ma ce ne sono altri di grado inferiore anche se non meno insidiosi. 

Si possono infatti hackerare le scatole nere (dongle) installate dalle assicurazioni sulle vetture compromettendo il modem interno per rubare i dati trasmessi. Oppure si possono sfruttare le vulnerabilità delle app mobili fornite dalla case automobilistiche. In questo attacco di tipo man-in-the-middle l’attaccante si frappone tra l’applicazione e l’automobile mirando al controllo.

Samy Kamkar, un famoso hacker, ha sviluppato il dispositivo Ownstar con lo scopo di raggiungere questo obiettivo. Chi attacca, in questa circostanza, si posiziona nei paraggi dell’auto, spiega Paganini, interrompe la comunicazione tra applicazione e vettura e sottrae le password di accesso. Il fine è riuscire ad avere informazioni sul veicolo, come la sua localizzazione, e controllare il mezzo potendo arrivare a chiudere o aprire le porte o ad avviare e spegnere il motore al posto del legittimo proprietario.

Anche il transponder, componente elettronico antifurto presente nelle chiavi delle auto, può essere oggetto di attacco. Nel 2013 alcuni ricercatori hanno violato Megamos Crypto, equipaggiato in una moltitudine di veicoli delle principali case automobilistiche, non potendo presentare i risultati della loro attività in occasione dell’Usenix Security Symposium, a causa di un’ingiunzione di un tribunale britannico attivatosi su iniziativa della Volkswagen. 

A un livello più basso ma allo stesso modo pericoloso è l’attacco alle keyless car che permettono apertura e accensione del mezzo senza bisogno di chiave fisica. In genere, si ha a disposizione un apparato da portare con sé che comunica in prossimità con la centralina della macchina. I cyber ladri, in questo caso, possono riprogrammare le simil chiavi a distanza bloccando l’accesso al legittimo proprietario e compiendo il furto in una seconda fase.

Considerando, dunque, l’evoluzione tecnologica dell’automobile, che può essere paragonata a un computer su ruote, oggi la sicurezza del veicolo e del conducente, è fortemente dipendente dalla sicurezza informatica. Sotto questo aspetto non ci sono differenze tra connected car e Google car – specifica Pierluigi Paganini. Ma dai rischi dei cyberattacchi come ci si può proteggere? Per le contromisure da adottare, secondo l’esperto di ENISA, si possono prendere a riferimento le indicazioni suggerite da uno studio di IBM Institute for Business Value. 

Per prima cosa, occorre progettare sin dall’inizio le automobili tenendo conto della sicurezza. D’altro canto, le auto sono assimilabili a reti di computer e occorre quindi creare reti sicure. Devono essere protette tutte le comunicazioni con terze parti e anche all’interno del veicolo. Da questo punto di vista si può guardare all’esempio della Boeing che, tempo fa, ha separato la rete interna dei sistemi di intrattenimento negli aerei da quella dei sistemi di controllo di bordo. Così si è evitato il rischio che un malintenzionato attraverso l’attacco alla rete Lan di infotainment potesse violare il sistema di controllo di bordo. 

È necessario, infine, adottare una serie di misure standard per rendere l’auto più sicura. I produttori, tra l’altro, oltre ai crash test dovrebbero realizzare anche penetration test, per testare la vulnerabilità della tecnologia informatica. La sicurezza, nel complesso, deve essere rafforzata a tutti i livelli, tenendo conto della crittografia dei dati, dei sistemi di cloud, dei meccanismi di controllo dell’accesso e dei sistemi operativi. 

La sfida contro gli attacchi di hacker e cybercriminali è appena agli inizi e i produttori di auto non devono sottovalutare il fenomeno anche perché in futuro le caratteristiche di sicurezza informatica di un automobile potrebbero assumere sempre più importanza per i consumatori e fare la differenza sul mercato.

Il declino di Wikipedia, l’enciclopedia globale ha perso 300 mila utenti

Corriere della sera
di Massimo Sideri

Trecento milioni di utenti in fuga: è come se in un anno tutti gli europei avessero smesso di consultarla. Meno traffico da chi usa smartphone



Se cercate sull’enciclopedia online Wikipedia il nome di Jimmy Wales, l’istrionico imprenditore che l’ha fondata, scoprirete che non c’è certezza sulla sua data di nascita: il 7 agosto del ‘66. Oppure l’8 agosto. Dipende da quale lingua scegliete (e ce ne sono 288...). Il problema con Wikipedia, l’enciclopedia alimentata dai suoi 72 mila non-dipendenti che lavorano gratuitamente alla sua continua stesura, fact checking , controllo e rilettura, è questo: anche se è considerata attendibile quasi come l’enciclopedia Britannica - almeno era così nel 2005 quando un famoso studio venne pubblicato sulla rivista scientifica Nature - non lo è più quando scrive di se stessa.

Non sarà questa la causa della perdita, dall’inizio dell’anno, di 300 milioni di utenti che la leggevano dallo schermo di un computer, come ha riportato Business Insider , giornale online emergente finanziato da Jeff Bezos e da Axel Springer. Ma di certo giustifica il fatto che non si potrà andare a cercare conferma del crollo su Wikipedia.

Business Insider cita la società di analisi del traffico di Internet Similar Web e anche un sofferto scambio di email in cui Wales nega (inizialmente) il declino. Ma, appunto: la fonte non è più attendibile se l’oggetto dell’analisi è se stessa. Anche perché è sempre Wales, curioso profilo psicologico per il fondatore di Wikipedia, a mettere in circolazione notizie dubbie come quella della sua data di nascita (ha spiegato in varie interviste che si diverte a contraddire chi glielo chiede), ma anche quella sulle origini dell’enciclopedia.

Il nome stesso Wikipedia era stato coniato da Larry Sanger, il cofondatore. Ma Wales, in passato, si era dichiarato «l’unico fondatore» basandosi sul fatto che Sanger fosse un suo «dipendente». A correggerlo, dopo un po’, era stato lo stesso popolo di formichine volenterose che controlla la veridicità dei fatti riportati. Il personaggio è fatto così. Capace di farsi bastonare dai suoi stessi utenti per poi utilizzare l’aneddoto come riprova del valore della propria creatura. Basterebbe ricordare che sta lanciando il social network gratuito Tpo definito da lui «simile a Twitter, ma migliore». E non voleva essere una battuta.

Gli utenti unici di Wikipedia, notate bene al mese, sono 500 milioni. L’emorragia dei 300 milioni dall’inizio dell’anno comunque è un’enormità: come se improvvisamente quasi tutti gli europei o quasi tutti gli statunitensi avessero deciso di non usare più l’enciclopedia. L’ignoranza dilaga potrebbe concludere un sociologo affrettato. Ma è difficile che la ragione possa trovarsi dietro questa analisi supponente. La perdita di lettori non è un fatto nuovo e il virus non alberga solo tra le voci di Wikipedia. Il lettore in Rete è per definizione poligamo, propenso ai tradimenti.

Il lemma da cercare potrebbe essere «la lenta ma lunga agonia di un’utopia»: il sapere online governato e controllato dal basso, dal «popolo» si sarebbe detto nel Settecento, l’esatto contrario dell’ Encyclopédie di Denis Diderot, considerata il primo compendio moderno del sapere realizzato con tutti i maggiori intellettuali francesi dell’epoca.

La fuga sta ora alimentando un’inchiesta sulle cause: da una parte è evidente che il primo indiziato è sempre lui, Internet, lo stesso che ne ha permesso la genesi. Dopo aver colpito a morte Encarta, altro progetto naufragato di enciclopedia digitalizzata fatta dalla Microsoft che sperava di vendere cd in pieno boom del web, la Rete colpisce il sogno dei 72 mila Diderot moderni.

Secondo le prime analisi la fuga avverrebbe alla fonte: chi ricerca le informazioni lo fa sui motori di ricerca come Google per poi atterrare su Wikipedia. Ma l’uno-due non è più così scontato, soprattutto da smartphone. E poi ci sono loro, i «vandali», come li ha battezzati Wikipedia, cioè gli utenti che ogni tanto fanno morire qualcuno, prematuramente, come accadde al senatore Edward Kennedy. Se Mark Twain dopo averle lette sui giornali disse «le notizie sulla mia morte sono alquanto esagerate» pensate cosa avrebbe detto trovandosele su Wikipedia. In mondovisione.

2 settembre 2015 (modifica il 2 settembre 2015 | 09:10)

Chiuso Senzacensura.eu il sito che istigava al razzismo

La Stampa
marco consoli

Titoli ad effetto per attirare l’attenzione dei lettori, ma le notizie che pubblicava e che venivano poi riprese da migliaia di utenti sui social network, erano tutte inventate



La pagina ormai è bianca, privata dei contenuti: Senzacensura.eu , blog che riportava fatti di cronaca nera con protagonisti gli immigrati, è stato chiuso dalla polizia postale. Sarebbe Gianluca Lipani, come riporta Bufale.net , lo studente 20enne di Caltanissetta denunciato per istigazione al razzismo: le notizie che pubblicava e che venivano poi riprese da migliaia di utenti sui social network, erano tutte inventate, come conferma Meridionews.it e non facevano altro che fomentare l’odio nei confronti degli extracomunitari, in un momento in cui il problema dell’immigrazione attanaglia non più solo l’Italia ma l’Europa intera.

I titoli erano agghiaccianti: “Quattro tunisini stuprano la moglie e poi uccidono il marito a sprangate”, oppure “Catania, 15enne bruciato vivo. Massacrato perché cristiano”, e ancora “Nigeriano stupra madre e figlia, il marito gli getta l’acido sul pene”. Il motivo era semplice: attirare l’attenzione dei lettori, pronti a cliccare il suo sito per leggere i particolari succulenti delle notizie e magari avvalorare i propri pregiudizi, garantendo all’autore dei falsi scoop maggiori guadagni pubblicitari grazie ai contatti ottenuti. “Non si tratta di un singolo articolo, ma c’è una reiterazione nel tempo e molte persone erano portate ad avere un senso di risentimento nei confronti degli extracomunitari”, ha dichiarato il dirigente della polizia postale Marcello La Bella a Meridionews.it

Viene da chiedersi perché un ventenne che fomenta odio diffondendo falsità per guadagnare pochi spiccioli venga denunciato e bloccato, mentre diversi politici che come sciacalli visitano baracche di clandestini o luoghi di tragedie dell’immigrazione proferendo messaggi xenofobi per raccattare consenso elettorale possano agire indisturbati. E anche quale sia il futuro dell’informazione sul web e sui social network in un sistema dei ricavi pubblicitari che premia sempre più i clic, qualunque sia il contenuto e disinteressandosi di ogni possibile verifica delle fonti.

Canale 104, la Rai in pressione su Sky Al momento nessuna decisione

Corriere della sera

Mediaset cripterà le sue frequenze di Rete 4, Canale 5 (105) e Italia 1 (106), via Mazzini punta a riposizionare Rai4 per avere più introiti pubblicitari



Si fa serrato il corteggiamento della Rai a Sky per il tasto 104 del telecomando della tv di Murdoch (che Mediaset dovrebbe essere costretta a «liberare»), serrato e pubblico con indiscrezioni alla stampa, proprio alla vigilia del Cda di viale Mazzini, che danno praticamente per fatto l’approdo in tempi brevi di Rai4 in quella posizione e ne attribuiscono il merito al dg Campo dall’Orto, che porterebbe così viale Mazzini a occupare i primi quattro tasti «made in Sky».
I canali «liberati» e i diritti di trasmissione
Secondo quanto riporta martedì l’agenzia Adnkronos, però, nessuna decisione è stata ancora presa in materia da Sky, anche se è indubbiamente in corso già da giorni la valutazione sul «dare» quei tasti a soggetti esterni, occuparli con canali propri o, meglio ancora, mixare le due soluzioni.
La diatriba
Il tasto 104 di Sky è una posizione di pregio che Mediaset ha annunciato di voler criptare, insieme alla 105 e alla 106, ovvero le tre reti ammiraglie (Rete 4, Canale 5 e Italia 1), dal 7 settembre a meno di trovare per quella data un accordo, remunerativo, con Sky sui diritti di trasmissione. Remunerazione cui Sky non ha nessuna intenzione di acconsentire.
Le indiscrezioni
Il primo commento sulle indiscrezioni circa la «salita» del canale Rai è venuto dal deputato del Partito democratico e segretario della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi: «Bel colpo l’approdo della Rai al numero 104 del decoder Sky, un primo successo per il nuovo direttore generale Campo Dall’Orto che permette al servizio pubblico di tornare a valorizzare i suoi prodotti sul satellite, dopo l’addio forzato e tafazziano del 2009».
Valore aggiunto per introiti pubblicitari
«L’intuizione di mettere Rai4 -prosegue Anzaldi- al quarto canale della piattaforma Sky, dopo l’addio di Mediaset, potrà rappresentare un valore aggiunto per gli introiti pubblicitari e qualificherà ancora di più la Rai sulla piattaforma satellitare, il cui pubblico viene considerato di tipo privilegiato dagli investitori».
La situazione del 2009
«La decisione del dg, inoltre, contribuisce a sanare la scelta autolesionista di sei anni fa dell’allora dg Masi, che cancellò il redditizio contratto con Sky per la struttura RaiSat, finita smantellata dopo aver rappresentato per anni un’eccellenza all’avanguardia», conclude Anzaldi
1 settembre 2015 (modifica il 1 settembre 2015 | 20:58)

Juve-Borussia M. sul canale 546 di Sky. Mediaset al lavoro per criptare il segnale, Uefa in difficoltà

La Stampa
roberto pavanello

Il terzo match di Champions dei bianconeri, in programma il 21 ottobre, ad oggi sarebbe visibile ai clienti della tv di Murdoch



I tifosi della Juve, abbonati a Sky, cominciano quasi a pregustare la diretta della partita del 21 ottobre allo Stadium contro il Borussia Mönchengladbach. Infatti Zdf, il canale pubblico tedesco che trasmette sul canale 546 della piattaforma Sky, ha comunicato quali saranno le partite di Champions che trasmetterà. Come già avvenuto con Lazio contro Bayer Leverkusen, la partita sarà visibile anche in Italia e a Mediaste continuano a stare sul piede di guerra. Per ora a nulla è servito avere protestato ufficialmente con la Uefa e avere chiesto l’intervento dell’organizzazione che gestisce la Champions. La tensione è diventata ancora più forte quando dalle urne sono uscite proprio due tedesche tra le avversarie di Juve (Borussia M.) e Roma (Bayer L.).

L’Uefa aveva promesso di intervenire, senza spiegare come. Gli avvocati di Cologno monzese stanno spulciando i contratti sui diritti tv del calcio europeo in cerca della norma che possa impedire alle tv estere che trasmettono le dirette non criptate su satelliti che coprono ben oltre il confine nazionale. 
Mediaset ha un mese e mezzo circa per difendere la sua esclusiva triennale della Champions, sulla quale ha fatto un grande investimento economico e di immagine.

Vero è che il 16 settembre si potrebbe già vedere lo squadrone di Guardiola contro l’Olympiacos, ma il match non sembra dei più eccitanti. Zdf trasmetterà poi Manchester United-Wolfsburg il 30 settembre e una notevole Bayern-Arsenal il 4 novembre. La telecronaca in tedesco potrà pur essere incomprensibile non proprio ritmatissima, ma la qualità delle immagini sarà comunque meglio, ad esempio, di un qualche sito asiatico o arabo in streaming. 

Juve e Roma su Sky in Champions grazie alla tv tedesca?

Berlusconi usa l’aggressione a proprio vantaggio”: la mail del consigliere della Clinton dopo il lancio della statuina

ilfattoquotidiano.it


“Berlusconi usa l’aggressione a proprio vantaggio”: la mail del consigliere della Clinton dopo il lancio della statuina

Dall'"email-gate" che coinvolge la possibile candidata alla presidenza Usa spunta il messaggio inviatole da Syd Blumenthal. Che metteva in guardia l'amministrazione Obama dal farsi strumentalizzare per un gesto privo di "significato politico" che l'allora premier cercava di girare a proprio vantaggio. Accusando gli avversari del "clima d'odio" anche "per far dimenticare i processi per mafia e corruzione"

La famosa aggressione della statuetta scagliata contro l’allora premier Silvio Berlusconi non aveva “risvolti politici”, ma il suo partito e il governo “l’hanno usata a proprio vantaggio” accusando gli avversari di seminare “odio”. A sostenerlo non fu, a suo tempo, un “perditempo” antiberlusconiano – per dirla con Matteo Renzi – ma il consigliere e confidente di Hillary Clinton, Sidney Blumenthal, che in una email mise in guardia l’allora segretario di Stato di Barack Obama dall’esprimere solidarietà a Berlusconi.

Che l’avrebbe usata a sui vantaggio per controbilanciare l’impopolarità dovuta a processi per mafia e corruzione. L’email di Blumentahl è in una delle 7mila pagine di documenti rese pubbliche dal dipartimento di Stato Usa, nell’ambito della vicenda email-gate che vede coinvolta la moglie dell’ex presidente Bill Clinton.

Nel messaggio datato 15 dicembre 2009, Blumenthal parla dell’aggressione subita due giorni prima da Silvio Berlusconi in piazza Duomo a Milano. Il consigliere spiega che l’assalitore, Massimo Tartaglia, non ha un’”agenda politica” (come poi confermato dagli investigatori) e soffre di squilibri mentali. “Tuttavia”, rileva, “l’aggressione ha ripercussioni significative. Ha suscitato simpatia per Berlusconi, in quanto vittima” e, al di là dei danni fisici causati al premier, che fu ricoverato in ospedale per ferite al volto, “l’aggressione giunge in un momento in cui Berlusconi sta cominciando a perdere terreno politico, avendo perso l’immunità”.

Blumenthal ricorda i procedimenti giudiziari in quel momento a carico del presidente del consiglio italiano: l’inchiesta per i presunti “legami con la mafia” e quella per il “suo ruolo nella corruzione dell’avvocato britannico David Mills“. E commenta: “Il governo e il partito di Berlusconi hanno usato l’aggressione per trasformare l’immediata solidarietà nei suoi confronti a suo vantaggio, sostenendo che i suoi avversari hanno creato un clima di ‘odio’. Attraverso appelli demagogici tentano di screditare e respingere i procedimenti legali contro di lui e indebolire le inchieste della stampa”.

Ma perché il consigliere si dà tanto da fare per mettere in guardia il Segretario di Stato della superpotenza? Perché, appunto, teme che la solidarietà Usa possa essere strumentalizzata. Dunque sarebbe “un gesto appropriato e di cortesia per il presidente (Obama, ndr), chiamare Berlusconi per esprimergli la sua preoccupazione sulla sua salute ed augurargli una pronta guarigione, se non lo ha già fatto”, scrive Blumenthal, perché comunque il magnate di Arcore è pur sempre un leader politico eletto democraticamente che ha subito una violenza e il capo di governo di un paese della Nato. Ma, prevede, “Berlusconi da parte sua renderebbe sicuramente pubblica questa telefonata. E sarebbe perciò imbarazzante se la telefonata venisse usata unicamente come elemento della campagna di solidarietà contro i procedimenti giudiziari”.

Il giorno dopo, il 16 dicembre, Obama opterà poi per una telefonata a Berlusconi, ancora ricoverato al San Raffaele di Milano, seguita da un comunicato stampa, secondo il quale il presidente degli Stati Uniti aveva trovato Silvio Berlusconi ”in ottime condizioni di spirito” dopo la ”malvagia aggressione” subita. Al di là del retroscena italiano, l’Fbi ha aperto un’inchiesta sulle email della Clinton, relative al periodo 2009-2010, diffuse ieri dal Dipartimento di Stato Usa. Si tratta, finora, del pacchetto più consistente di email inviate e ricevute dall’ex segretario di Stato attraverso il proprio account privato, contravvenendo alle norme di sicurezza. Il cosiddetto scandalo ‘email-gate’ rischia di compromettere la candidatura della Clinton alla nomination democratica per la Presidenza degli Stati Uniti.

Che non si trattasse solo di messaggi di scarso rilievo lo testimonia il fatto che circa 150 di queste email, prima di essere diffuse pubblicamente in base al Freedom of Information Act, siano state parzialmente o interamente censurate dai funzionari del Dipartimento di Stato che le hanno esaminate. Conterrebbero infatti informazioni riservate o ritenute top secret che comprometterebbero, se rese pubbliche, la sicurezza degli Stati Uniti.

Quaranta anni fa il sequestro di Cristina Mazzotti

Raffaello Binelli - Dom, 21/06/2015 - 11:24

La diciottenne morì di stenti. I genitori, ignari della triste fine della loro figlia, pagarono un riscatto di un miliardo e 50 milioni (pari a 5,5 milioni di euro di oggi). Il forte impegno nel sociale della Fondazione dedicata alla memoria di Cristina Mazzotti



Quasi quaranta anni fa la 18enne Cristina Mazzotti fu rapita sotto gli occhi dei suoi amici. Il primo luglio 1975 quella non fu che una delle molte notizie di cronaca nera allora molto abbondanti: 59 omicidi nella sola Calabria in quell’anno, 150 in media per una decina d’anni nella provincia di Milano, ovunque rapine a mano armata, episodi di terrorismo, rivolte delle carceri e una criminalità sempre più organizzata, brutale e pericolosa.I sequestri di persona nell’arco di vent’anni furono circa 600.

Cristina fu solo una delle tante vittime. Le vicende del suo rapimento furono però particolarmente seguite dai media d’allora e commossero l’Italia. In un certo senso, rappresentano uno spartiacque nel modo d’agire della delinquenza professionale. Fu, infatti, il primo avvenuto al Nord di cui si conosca il coinvolgimento di bande legate alla ‘ndrangheta. Cristina fu “prelevata” senza usare violenza, non si ribellò e sembrò quasi obbediente a un ordine; in realtà, la ragazza non oppose resistenza per evitare di coinvolgere gli amici presenti nella vettura in cui si trovava in quel momento, bloccata dai rapitori sulla strada per Longone al Segrino. Tornavano, verso casa, a Eupilio, nel Comasco.Ad agire una "banda mista", composta da persone native della Lombardia, ideatrici fra l’altro del rapimento, e della Calabria vicina alle cosche.

La gestione del rapimento finì ben presto in Calabria, a Lamezia Terme, nelle mani di Antonino Giacobbe, indiziato per un altro rapimento avvenuto in Calabria e per essere il mandante (poi assolto al processo) dell’omicidio di Francesco Ferlaino, uno dei primi magistrati antimafia, avvenuto due giorni dopo il rapimento di Cristina. La ragazza non fu trasferita in Calabria, come avverrà per i numerosi sequestri successivi, rimase sempre in un luogo vicino al rapimento. Un inquirente avrà modo di osservare che se invece fosse stata trasferita nelle zone impervie dell’Aspromonte, avrebbe avuto più chance di sopravvivere.

Responsabile della custodia è Giuliano Angelini, geometra, 39 anni, un pregiudicato coinvolto in un giro di tir rubati e addirittura in un traffico di armi; il suo nome era perfino emerso fra gli estremisti di destra collegati all’inchiesta sulla strage di piazza Fontana nel 1969. Comanda un gruppo di quattro o cinque uomini poco esperti. L’Angelini si diletta di medicina e alterna personalmente la somministrazione di farmaci soporiferi a eccitanti, questi secondi, per ammissione dello stesso Angelini, utilizzati soprattutto quando si trattava di dover scrivere alla famiglia, al fine di ottenere dalle lettere il massimo delle espressioni ansiose e angosciare maggiormente i genitori.

Questi ultimi, effettivamente, ipotecando la casa affrettarono il pagamento del riscatto, pari a un miliardo e 50 milioni di lire (corrispondenti, oggi, in termini di potere d’acquisto a 5,5 milioni di euro – indice Istat), avvenuto tramite consegna effettuata da familiari. La ragazza è tenuta in uno spazio umido, scavato nel terreno di un garage a Castelletto Ticino, non può nemmeno alzarsi in piedi; il fisico debilitato non regge lo stress e un mese dopo il rapimento la ragazza è in fin di vita. Non è chiaro come avvenne il decesso, datato il giorno prima del pagamento del riscatto dai famigliari ignari della tragica conclusione.

Prima della povera Cristina, in zona si erano già verificati altri tre rapimenti finiti tragicamente nonostante il pagamento del riscatto, ma secondo l’assassino la ragazza non aveva mai visto in volto i suoi carcerieri, per cui non c’era ragione di sopprimerla. Angelini sostenne che la morte della ragazza incorse dopo l’ultima somministrazione di valium; per gli inquirenti si affacciò l’ipotesi che fosse stata uccisa a bastonate in una discarica vicina alla prigionia, a Varallino di Galliate, dov’era stata portata probabilmente ancora in coma. E lì, in effetti, fu trovato i corpo, ma solo un mese dopo, alla fine di agosto.

Le indagini brancolarono nel buio, fino a quando uno del gruppo legato all’Angelini commise uno errore fatale. L’Angelini e i suoi complici ricevettero un compenso di “appena” 104 milioni di lire, il 10% del riscatto e meno di quanto pattuito con i calabresi. La scusa addotta dal Giacobbe fu che la ragazza era morta, una negligenza che indubbiamente complicava notevolmente le cose. Non solo: Giacobbe pretese che uno dei “custodi” si assumesse le responsabilità del rapimento, per attirare solo su di lui le indagini. Ma, appena ricevuta la somma, uno dei complici dell’Angelini, Libero Ballinari, colui che aveva portato il corpo in discarica, esperto esportatore di valuta, pensa bene di traferire subito i soldi in Svizzera per “ripulirli”.

Qui avviene l’imprevisto: il dipendente della banca avverte la polizia cantonale dell’anomalo versamento di una grossa somma da parte del cliente; gli svizzeri, peraltro convinti che la ragazza fosse ancora viva, avvertono subito la polizia italiana che si mette a indagare sull’esportatore di valuta, scoprendo che è una persona nota alla famiglia Mazzotti. Gli interrogatori, i pedinamenti e le intercettazioni telefoniche portano all’Angelini e alla sua banda; una perquisizione permette di trovare oggetti appartenenti alla ragazza, tra cui un orologio Rolex, detenuti in casa dell’Angelini e della convivente.

La confessione del Ballinari condurrà al luogo dove era nascosto il corpo di Cristina, al nome dei complici e dei calabresi coinvolti, ma stranamente non di chi aveva eseguito materialmente il sequestro. Si saprà molti anni dopo, solo nel 2008, che uno di questi era Demetrio Latella, detto Luciano, allora un coetaneo di Cristina, ma già pericolosissimo, legato alla banda del catanese Angelo Epaminonda. Grazie all'impronta di un dito pollice lasciato sull’auto dove si trovava la rapita e all'aiuto che l'elettronica oggi è in grado di fornire alla Polizia scientifica, si poté risalire al personaggio.

Ancora oggi, i 100 milioni di lire consegnati alla banda dell’Angelini, sono gli unici recuperati del miliardo versato. In capo a quattro anni furono comminati otto ergastoli e due condanne a molti anni di prigione. Quello che non si comprenderà mai abbastanza della vicenda è perché l’Angelini coinvolse i calabresi nel rapimento, i quali ebbero tutto sommato un ruolo marginale. Gli articoli dei giornali riferivano di voci raccolte fra gli inquirenti su un probabile “primo livello” rimasto parzialmente sconosciuto, oltre il nome di Giacobbe. Si intravvedeva, in sostanza, non solo un legame di tipo nuovo fra malavita lombarda e criminalità organizzata calabrese, ma anche, visti i trascorsi di Angelini, un collegamento con l’eversione nera, un “livello” molto alto dove servizi deviati e alcuni politici di estrema destra.

Nasce la Fondazione intitolata a Cristina

Vi fu una seconda vittima nella famiglia Mazzotti. Il padre della ragazza, Elios, sette mesi dopo la scoperta del corpo della figlia, non reggendo al dolore, morì d’infarto in Argentina, dove si trovava per lavoro. La famiglia, da sempre sensibile e attenta ai problemi sociali, dichiarò ai giornali di allora d’essere contraria alla pena di morte per i rapitori, la cui reintroduzione era invocata a gran voce dall’opinione pubblica e invece di cercare di dimenticare, all’opposto volle ricordare per sempre. Fu il padre a esprimere il desiderio di creare, per onorarne la gioventù distrutta, una Fondazione intitolata a Cristina, il cui scopo doveva essere aiutare le famiglie colpite dai sequestri di persona, oltre a dedicarsi al recupero dei giovani con problematiche sociali.

In effetti, un dato colpisce del sequestro di Cristina: la giovane età di diversi fra i rapitori, compresa fra i 19 e i 25 anni. La Fondazione si prefiggeva di contrastare anche la diffusione di comportamenti antisociali, agendo come cassa di risonanza nei confronti delle istituzioni. Il quotidiano “La Provincia di Como”, in accordo con la famiglia, aprì una sottoscrizione destinata alla costituenda Fondazione Cristina Mazzotti. La partecipazione popolare fu grande: si raccolsero 100 milioni di lire (oltre 500 mila euro di oggi – indice rivalutazione Istat), ogni lettore aveva mediamente versato 10/15mila lire (dai 50 a 80 euro – Istat). Costituita il 10 ottobre del 1975, la Fondazione fu riconosciuta ente Morale nel 1982. Presidente Carla Antonia Airoldi Mazzotti, con la collaborazione attiva di Eolo Mazzotti, fratello di Elios e zio di Cristina.

Le prime attività furono indirizzate ad aiutare i giovani attraverso erogazioni finanziarie a varie scuole della provincia di Como. Si trattò, fra altre cose, di concorrere nelle spese per acquisti di apparecchiature tecnico-scientifiche, attrezzature sportive e borse di studio.Contemporaneamente, contro il rischio di possibili atteggiamenti fatalistici e di assuefazione, a sostegno dell’impegno civile contro la diffusione di comportamenti antisociali e di devianza giovanile, la Fondazione puntava decisamente sull’organizzazione di convegni e tavole rotonde con cadenza annuale, quasi sempre finalizzati a studiare la fenomenologia criminale e a sensibilizzare media e opinione pubblica. Collaborerà spesso con le Regioni Lombardia e Lazio, la Camera di Commercio di Milano, varie Università, il Centro Lombardo problemi dello stato e occasionalmente con altri enti, quali l’Organizzazione mondiale della sanità.

Propone studi sugli effetti immediati e differiti dei sequestri di persona, con la viva partecipazione dei familiari e delle vittime.Già nel 1979 la Fondazione collabora con il docente di psicologia Dan Olweus, svedese, un pioniere nell’individuare e studiare il fenomeno del bullismo nei paesi dove ha insegnato, la Norvegia e la Svezia, dopo ripetuti episodi di suicidi da parte di ragazzi vessati dai loro compagni. Per tutti gli anni 80, promuove incontri e tavole rotonde su vari temi: la criminalità in Lombardia, l’atteggiamento nei confronti dei sequestri, la criminalità organizzata a Roma, nell’area tiburtina e a Guidonia, i rapporti fra giustizia e informazione, fra stato e mafia, il coinvolgimento degli Enti locali nella lotta alla criminalità e la droga.

Negli anni 90, quando i sequestri di persona sembrarono scemare, la Fondazione Cristina Mazzotti proseguirà la sua attività concentrandosi sul disagio ambientale.In particolare, nel 1995 e nel 1996 collabora con il Centro interuniversitario Roma-Napoli-Firenze-Milano per un convegno sul disagio giovanile e uno sulla protezione psico-sociale dell’adolescenza, un tema ripreso singolarmente nei convegni patrocinati gli anni successivi a Firenze e Roma. Negli ultimi anni la Fondazione ha affrontato temi a carattere filosofico e morale, a aprtire da un convegno all’Università degli studi Federico II di Napoli, su “Nuovi media e sviluppo della mente”, cogliendo il momento di diffusione di internet soprattutto, ma anche i nuovi modelli di televisione digitale. L’incontro è fra studiosi e docenti di varie università italiane.

Il convegno sul disagio giovanile

A 40 anni dal tragico evento, la Fondazione Cristina Mazzotti, presieduta dalla madre, Carla Antonia Airoldi Mazzotti, intende riaffermare il proprio ruolo nel contesto civile per promuovere nelle nuove generazioni la fiducia che devono avere nel futuro. Vuole collaborare con chi si sente di offrire una fattiva solidarietà, per aiutare chi ha sbagliato e chi si trovi in difficoltà perché soverchiato da situazioni non sempre da imputare a loro colpa. Ed è così che per venerdì 3 luglio 2015, a 40 anni dal sequestro di Cristina Mazzotti, la Fondazione ha promosso un meeting su questo tema: “Il disagio giovanile, famigliare, scolastico, lavorativo e personale”.

Il convegno si terrà a Erba (Como), al centro congressi di Lario Fiere, a partire dalle ore 9 fino alle ore 17,30. Sono previsti interventi di don Luigi Ciotti, Carlo Smuraglia, Nando Dalla Chiesa, GianVittorio Caprara . Parteciperanno anche numerosi esponenti di associazioni operanti nel territorio, i quali parleranno del disagio giovanile in base alle loro esperienze e al loro lavoro di recupero utilizzando tutti gli strumenti disponibili, dallo sport al “fare rete”. Prevista una emozionante ricostruzione teatrale delle vicende legate al rapimento di Cristina Mazzotti, realizzata dagli studenti degli istituti De Amicis di Milano.

Islam, ombre sul Profeta: Corano più antico al mondo fu scritto prima di Maometto

Sergio Rame - Mar, 01/09/2015 - 18:46

Dall'Università di Oxford è in arrivo un’ipotesi che, se confermata, potrebbe gettare nello sconforto tantissimi studiosi e teologi di tutto il mondo, nonchè milioni e milioni di fedeli musulmani.



Alcuni frammenti dell’antico Corano scoperto all’Università di Birmingham lo scorso luglio sarebbero addirittura più antichi rispetto alla data presunta di nascita e di morte del profeta Maometto.

Alcuni studiosi dell'Università di Oxford hanno spiegato ai giornalisti del Times che, secondo la datazione al carbonio, quel Corano che tanto entusiasmò gli accademici di tutto il mondo lo scorso luglio potrebbe essere stato scritto già nel 568 dopo Cristo, mentre è opinone comune che Maometto sia vissuto fra il 570 e il 632. Secondo gli studiosi, tuttavia, questo non sarebbe una contraddizione in senso assoluto della tradizione islamica, anche se, come ha specificato il ricercatore Tom Holland, "destabilizza l’idea che noi abbiamo sull’origine del Corano".

Ecco così l’ipotesi: una parte del Corano sarebbe antecedente a Maometto, che avrebbe usato un testo già esistente. Il problema è che secondo la tradizione, Maometto avrebbe appunto ricevuto la rivelazione che poi ha portato al Corano fra il 610 e il 632 dopo Cristo. La notizia, oltre che nel Regno Unito, ha avuto ampio risalto sulla stampa israeliana.

Così i vichinghi finanziavano i Califfati islamici

Giovanni Neve - Gio, 19/03/2015 - 12:49

Il ritrovamento di un anello d’argento vichingo con la scritta "per Allah" potrebbe svelare l’esistenza di antichissimi rapporti commerciali e culturali fra le due

Fra il nono e il decimo secolo dopo Cristo le popolazioni scandinave facevano affari con gli islamici. Il ritrovamento di un anello d’argento vichingo con la scritta "per Allah" potrebbe svelare l’esistenza di antichissimi rapporti commerciali e culturali fra le due popolazioni.

Il monile fu scoperto a fine ’800, ma ben presto è stato dimenticato nei magazzini di un museo svedese. Adesso è riaffiorato. "Fra la Scandinavia e i califfati islamici medievali la distanza era immensa - ha spiegato Sebastian Warmlander dell’Università di Stoccolma - ma questo anello costituisce la prima prova di interazioni dirette fra i vichinghi e le popolazioni musulmane". L’anello, con un vetro ovoidale colorato tipico della gioielleria vichinga su cui è tracciata la scritta "per Allah", è stato analizzato da un team di archeologi svedesi coadiuvato da alcuni studiosi britannici e getta una nuova luce sulla portata dei commerci dei vichinghi.

Ritrovato più di un secolo fa dove sorgeva l’antico avamposto commerciale di Birka, l’anello non era mai stato studiato ed era appunto quasi stato dimenticato insieme ad altri reperti in un magazzino. Sopra la scritta che solo ora è stata studiata, si trova l’incisione assai rovinata dal tempo e dall’usura di un inno ad Allah. Secondo gli studiosi, l’anello sarebbe appartenuto a una donna musulmana giunta in Scandinavia oppure, ed è più probabile, a una donna vichinga che lo aveva ottenuto grazie a uno scambio commerciale o alla ricettazione di oggetti rubati.