martedì 1 settembre 2015

Dopo il sangue e le bugie Mamadou, il sospettato, sfida il poliziotto: «Ora posso andare a casa?»

Corriere della sera

di Fabrizio Caccia

In questi mesi al centro richiedenti asilo si faceva vedere solo in mensa e al bazar. Nel centro profughi si era iscritto alla scuola di italiano, ma andò a lezione solo due volte

Mamadou Kamara (Ansa)

PALAGONIA (Catania) «Ma perché mi tenete qui, ma perché non mi lasciate andare a casa?», così, calmo e tranquillo, tutto sommato in un buon francese, continuava a ripetere domenica Mamadou Kamara, pure quando ormai s’erano fatte le undici di sera e nella stanzetta del commissariato di Caltagirone il capo della Squadra Mobile di Catania, Antonio Salvago, dopo tredici lunghissime ore di faccia a faccia, stava ancora lì a domandarsi come potesse questo diciottenne ivoriano restare impassibile davanti all’evidenza.

Gli aveva appena detto, il superpoliziotto che somiglia vagamente a Montalbano, di aver scoperto nella memoria del suo cellulare una foto di lui inequivocabile, di Mamadou vestito con dei pantaloni neri e una vistosissima cintura di pelle bianca con la scritta «Gaudì» sulla fibbia.

Proprio quel paio di pantaloni neri legati dalla stessa cintura bianca - ma stavolta completamente imbrattati di sangue - ritrovati dentro al borsone che Mamadou aveva con sé domenica mattina al Cara di Mineo e che conteneva però anche il pc portatile, due cellulari, la videocamera, alcune macchine fotografiche e la catenina d’oro tutti riconosciuti da una figlia delle vittime e portati via con violenza inaudita dalla casa di Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez, massacrati nottetempo nella loro villetta di Palagonìa.

Eppure lui niente, una statua di sale: «Ve l’ho detto, non c’entro nulla, perché mi tenete qui? Tutta quella roba l’ho trovata in un cassonetto sul ciglio della strada, fuori Mineo, quando sono uscito alle 6 del mattino per rientrare quasi subito alle 6 e 20...». Altra bugia colossale, perché agli agenti di guardia al cancello, dove entrate e uscite vengono segnate puntualmente su un registro, Mamadou risulta sì entrato alle 6 e 20, ma alle 6 non è mai uscito di lì. Probabilmente aveva già scavalcato ore prima da qualche parte, intorno al grande recinto. Sicuro, sfrontato, imperturbabile, anche mentre leggeva la carta dei suoi diritti, nel momento del trasferimento in carcere, a Catania, poco prima di mezzanotte. O forse semplicemente un incosciente.

Il questore di Catania, Marcello Cardona, che per anni ha diretto l’ufficio immigrazione a Roma, ammonisce che bisogna stare attenti, ora, ad «associare qualunque reato a un immigrato», perché anzi lui di storie belle legate all’integrazione ne potrebbe raccontare in quantità. In queste ore, però, si è andato a rileggere il modello C3 che Mamadou Kamara compilò alla fine di giugno scorso per richiedere il riconoscimento dello status di rifugiato politico in attesa di essere chiamato a Siracusa davanti alla commissione territoriale del governo.

«Non potevo più stare nel mio Paese, la Costa d’Avorio - racconta Mamadou -. Avevo paura per la mia vita, così sono fuggito e sono arrivato in Libia dove ho pagato per imbarcarmi. Sono venuto in Italia in cerca di fortuna». Lucien Aka Kuamè, 77 anni, presidente dell’Unione Ivoriana di Sicilia, dice che «Mamadou è assolutamente estraneo alla comunità, non lo conosce nessuno e di quello che ha fatto, se vero, risponderà personalmente. Ma sarebbe sbagliato generalizzare».

Il ragazzo, com’è noto, sbarcò l’8 giugno a Catania, soccorso insieme a migliaia d’altri come lui dalle navi di Triton. Il giorno dopo era già a Mineo. E qui, dentro al Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, gli operatori rivelano - dietro la promessa di un totale anonimato - la vita e le opere del presunto spietato assassino di Palagonìa. «Arrivò il 9 giugno e due giorni dopo, l’11, si presentò per iscriversi al corso di fitness. Lui non è un ragazzo molto alto, diciamo un metro e settanta, ma è molto atletico, muscoloso. Però frequentò il corso solo per una settimana, poi lasciò.

Allo stesso modo s’iscrisse subito anche alla scuola di lingua italiana, in aula però si presentò solo due volte. Mai si è affacciato neppure al job center o nei nostri tanti laboratori. Si faceva vedere solo a mensa e al bazar. Qui in Italia, comunque, è arrivato da solo: nessun familiare, nessun parente. All’interno del centro ha legato con gli ivoriani ma anche con ragazzi di altri Paesi dell’Africa». Ed è tra loro che ora stanno cercando i suoi complici .


Boldrini e il diritto all’asilo: «Bene Renzi, servono standard comuni»

Corriere della sera
di dal nostro inviato a New York Giuseppe Guastella

La presidente della Camera: «L’Unione europea può avviare una vera politica di integrazione che implica anche uniformare gli standard di protezione e assistenza»



Presidente Laura Boldrini, in Europa non c’è una politica comune sul diritto d’asilo. Lo ha sottolineato il presidente Usa Barack Obama, lo ha ripetuto Matteo Renzi (la presidente della Camera è negli Usa per la conferenza mondiale dei presidenti dei Parlamenti) .
«Ho letto con piacere l’intervista al Corriere della Sera del presidente del Consiglio Renzi. Ha detto cose molto condivisibili. Mi sono occupata per 15 anni di diritto d’asilo (come portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ndr ) e credo che sia un tema sul quale l’Unione Europea possa avviare una vera politica di integrazione, che implica anche uniformare gli standard di protezione e di assistenza».

Paesi diversi che interpretano il diritto all’asilo in modo diverso? «Sì. Per fare un esempio, un somalo che arriva in Italia può ottenere l’asilo, ma può non ottenerlo se arriva in un altro Paese Ue. E viceversa. Se non c’è uno stesso metodo di valutazione, è ovvio che tutti vogliono andare laddove c’è più disponibilità di vedere accolta la richiesta d’asilo».

E si fa confusione tra chi fugge dalla guerra e chi migra per povertà.
«Una confusione che viene alimentata da chi pretende di trattare questo problema senza conoscerlo e ha interesse a creare allarme e paura. C’è chi si meraviglia che persone che attraversano il mare sui barconi abbiano il cellulare, senza capire che si tratta di gente che fino a un momento prima aveva esattamente lo stesso nostro stile di vita, ma è dovuta fuggire dai bombardamenti e dalla violenza. In Italia, comunque, il diritto d’asilo non viene riconosciuto a chiunque lo chieda: ci sono commissioni che incontrano i richiedenti e decidono, dicendo anche dei no».

In Parlamento c’è questa consapevolezza? «Alla Camera questo argomento viene affrontato da alcuni gruppi in modo ideologico e ciò non aiuta l’approfondimento, mentre temi come immigrazione e asilo, troppo importanti per farne materia di demagogia, dovrebbero essere trattati in modo da trovare le soluzioni e non con ricette semplicistiche, e per questo impraticabili».

In Francia, Inghilterra, Ungheria, negli Usa, i politici chiedono muri e rimpatri.
«I muri sono la soluzione che fa più breccia, ma che non risolve perché la gente disperata, quella che fugge dalle bombe in Siria o dalle persecuzioni in Eritrea riesce ad arrivare lo stesso. L’Europa non è riconosciuta e rispettata nel mondo perché fa muri, ma perché è quella dell’economia sociale, del welfare, del rispetto dei diritti. Ci vuole altro».

Cosa?
«Siamo di fronte alla più grave crisi dei rifugiati dalla Seconda guerra mondiale, con 60 milioni di persone costrette a fuggire nel mondo, un esercito pari alla popolazione italiana che non ha più una patria. Ma va sempre ricordato che la gran parte di loro si trova nei Paesi del Sud del mondo. È anche per far fronte a questo quadro che è necessaria un’Europa più unita, capace di dare risposte alle grandi sfide globali. Un’Europa 2.0 che si chiama Stati Uniti d’Europa. Bisogna che ciascuno sia disposto a una condivisione di sovranità ripensando anche all’architettura europea.

Questo è il momento giusto per farlo perché tutti hanno preso atto dei limiti di questa Europa e hanno capito che dobbiamo andare avanti su una strada che ci renda più forti. L’Europa ci conviene. Anche per dare certezza ai nostri partner che, a cominciare dal presidente Obama, vedono la nostra debolezza con preoccupazione, mentre sanno che un soggetto coeso è capace di stabilizzare un’intera regione».

Però l’Europa è vista come una matrigna severa che chiede solo sacrifici? «E infatti molti leader non si spendono come dovrebbero perché temono che parlando di Europa si perda consenso. Invece, bisogna trasformare l’Europa in una risorsa perché smetta di essere percepita solo come austerità senza scadenza che deprime l’economia, crea stagnazione, indebolisce il potere d’acquisto dei salari. Dobbiamo costruire una nuova casa europea basata sulla crescita e sull’occupazione, che sappia ispirare e dia un futuro ai nostri figli. Tutti siamo disposti a fare sacrifici, ma dobbiamo sapere quando essi finiranno. Se ha senso fare politica oggi è per riuscire a migliorare la vita delle persone che è messa a dura prova. E questo lo si fa concentrandosi sul cambiamento di rotta dell’Europa».

Ne ha parlato con gli altri presidenti di Parlamento?
«Penso che ci sia finalmente un cambio di attitudine verso la necessità di dare nuovo impeto al processo di integrazione politica. C’è molta preoccupazione per i flussi migratori, per il fatto che ancora non si riesce a uscire dalla crisi e per l’avanzare di forze populiste che stanno sfruttando tutto questo a loro vantaggio. Se non ci muoveremo subito, consegneremo il continente ai soggetti che hanno interesse a disgregare anziché costruire» .

1 settembre 2015 (modifica il 1 settembre 2015 | 10:50)

Matteo stai Serena

La Stampa
massimo gramellini

Ci si scandalizza perché il sindaco Marino è in vacanza, molto meno perché il sindaco di Marino è in galera. Deve averlo pensato Serena Santurelli, consigliera comunale del Pd nei Castelli Romani, che ha rassegnato le dimissioni accusando il suo partito di contiguità, quando non di connivenza, con la giunta di centrodestra. Il sindaco Fabio Silvagni si trova al momento ospite di un istituto di pena con l’accusa di avere autorizzato la costruzione illegale di un Burger King in cambio di venti assunzioni indicate da lui. Ma per la Santurelli l’opposizione di cui fa (faceva) parte si è guardata bene dal chiedere il commissariamento o almeno dal prendere le distanze dall’andazzo ecumenico di favori assortiti che presto raggiungerà l’estasi nell’immancabile speculazione edilizia.

La buona notizia è che Serena non si è dimessa solo dal partito, ma anche dal posto e dallo stipendio, dando prova di una coerenza piuttosto insolita alle nostre latitudini. La notizia cattiva, anzi pessima, è che ha appena 25 anni. Dopo averla assaggiata per pochi mesi, ha già deciso di chiudere con la politica. C’era entrata con l’entusiasmo di una studentessa in scienze sociali, ma una breve permanenza nelle cucine del potere è bastata a disgustarla; «Ce ne faremo una ragione», hanno commentato i capibastone del Pd locale, scimmiottando il gergo di Renzi. Mentre proprio lui adesso dovrebbe cercare quella ragazza per convincerla con azioni concrete a tornare indietro.

Una politica che induce alla fuga per sopraggiunto schifo i pochi giovani che ancora le si accostano con passione è destinata a finire all’ospizio e prima ancora in galera.

Ogni giorno un senzatetto indiano dona tutto a sette cani randagi

La Stampa

Kamala Lochan Baliarsingh non ha nulla. Non ha soldi, non ha qualcuno che lo aiuti. È uno dei tanti dimenticati dell’India. Ma Kamala ha un grande cuore e lo usa per aiutare i cani randagi. La sua storia è raccontata in un documentario (disponibile al fondo della notizia) intitolato”Man of God” (“Uomo di Dio”) prodotto dalla Incendiary Films nel 2014. 



Kamala ha rotto i rapporti con la sua famiglia per motivi personali trent’anni fa e da allora è vissuto, o meglio sopravvissuto, senza una casa o fonti di reddito. Riesce a vivere raccogliendo le bottigliette di plastica che la gente abbandona in stazione e gli avanzi lasciati sulle carrozze dei treni. Così si “guadagna” pochi soldi, ma nonostante questo Kamala riesce a pensare anche ad alcuni cani randagi.



Ogni giorno Kamala si assicura che sette cani randagi abbiano acqua e un po’ di cibo, anche se questo significa che deve toglierselo dalla sua bocca. Ogni sera, dopo la mezzanotte, i quattrozampe arrivano in un posto dove sanno che lo troveranno e lui non manca mai l’appuntamento.



Lì Kamala prepara loro un piattino. Poche cose, ma per chi soffre la fame, quel cibo diventa un gesto di un’importanza incredibile. Il documentario termina con una frase che racconta tutto il mondo di Kamala: «Solo una persona affamata può capire i morsi della fame. La gentilezza è serena quando nulla si prevede in cambio di qualcosa e si ha un cuore che non fa differenze fra un animale e un essere umano»

PayPal.me, i pagamenti digitali diventano social

La Stampa
dario marchetti

Il colosso delle transazioni digitali permetterà agli utenti di avere una propria pagina da condividere su mail, chat e social per ricevere pagamenti in maniera ancora più facile



Come un profilo da social network, ma dedicato unicamente ai pagamenti. PayPal.me, la novità introdotta oggi dal colosso dei pagamenti digitali, permette agli utenti di 18 Paesi, Italia compresa, di creare un “vanity url”, un indirizzo personalizzato col proprio nome da inviare ogni volta che c’è necessità di ricevere un pagamento da qualcuno.

Una nuova possibilità che, secondo PayPal, dovrebbe ad esempio essere utile in tutti quei casi, dalla colletta per il regalo di compleanno alla prenotazione dei biglietti del cinema, in cui c’è necessità di “riscuotere” i soldi anticipati ad amici, familiari e conoscenti: basta inviare il proprio url (come paypal.com/MarioRossi) attraverso e-mail, chat, sms e qualsiasi altro strumento di comunicazione. Indipendentemente dal sistema operativo e dal dispositivo, visto che funziona via web, al destinatario basta cliccare sul link, inserire l’importo e dare l’ok al pagamento. A patto di avere un proprio account PayPal, s’intende.

“Se ci si pensabene, il denaro è una delle cose più ‘social’ che esistono - spiega Angelo Meregalli, general manager di PayPal Italia -. Attraverso i soldi passano e si creano relazioni tra persone e aziende, ed è solo naturale, oltre che conveniente per tutti, che i pagamenti entrino a far parte dell’ecosistema dei social network di oggi”. Non a caso il mondo dei pagamenti digitali, soprattutto da smartphone, è uno dei più caldi del momento, con Apple, Samsung e Android al lavoro sui propri sistemi di transazioni virtuali e Facebook che, per ora solo negli Stati Uniti, sta sperimentando l’invio di denaro attraverso Messenger. Senza contare alcune startup italiane come Satispay e 2Pay, tanto per citarne due.

“In Italia i pagamenti digitali sono in aumento (+20% all’anno, secondo il Politecnico di Milano, ndr), ma non abbastanza da stare dietro al resto d’Europa, mentre cresciamo a doppia cifra nel settore dell’e-commerce - continua Meregalli -. C’è ancora molta strada da fare invece sul passaggio di denaro tra persone, e speriamo che novità come PayPal.me possano spingere le persone a rompere il tabù dei soldi, un argomento spinoso per la maggior parte delle persone”, che da oggi potrà essere affrontato a colpi di email e messaggi su Whatsapp.

Lo stile di vita dei migranti sia il nostro". E il sermone della Boldrini diventa virale

Francesco Curridori - Lun, 31/08/2015 - 12:57

Torna virale un video di un anno fa in cui la Boldrini sermoneggiava sull'accoglienza

"I migranti oggi sono l'elemento umano, l'avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi".



L'autore di questo pensiero non può che essere lei, la presidente della Camera Laura Boldrini, ma la cosa curiosa è che risale a un anno fa (guarda qui).

Si tratta di un sermone sull'accoglienza che è stato immortalato con un video che ora, a distanza di così tanto tempo, è tornato ad essere virale sul web e tra i social network. "Dobbiamo dare - spiegava la Boldrini - l'esempio concreto di una cultura dell'accoglienza come un nostro valore a 360 gradi che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione. Una sfida che porta anche una maggiore opportunità di circolazione delle persone perché nell'era globale tutto si muove". Chissà come potrebbe commentare un simile ragionamento se lo sentisse il primo ministro ungherese Viktor Orban o il ministro degli Interni inglese?

Roma, altro profugo violento: pesta donna per un telefonino. Preso nel centro di accoglienza

Sergio Rame - Lun, 31/08/2015 - 16:46

La donna presa a pugni sul volto e minacciata di morte. Dopo il furto, l'immigrati si è rifugiato nel centro di prima accoglienza di Roma

A Roma come a Catania. Un'altra brutale aggressione perpetrata dall'ennesimo profugo violento ospite di un centro di prima accoglienza.



Ed è stato proprio qui che la polizia lo ha arrestato dopo aver aggredito una donna per rubarle il telefonino.Col moltiplicarsi delle violenze messe a segno dai clandestini monta un fortissimo senso di insicurezza.

Dopo essersi avvicinato alla vittima, ferma in via Casilina angolo via Walter Tobagi ed intenta a parlare al telefono con il marito, l'immigrato l'ha colpita improvvisamente al volto tentando di strapparle il telefonino. Quando la donna ha iniziato a chiedere aiuto, il ladro ha preso a colpirla con pugni sul volto e, all'ennesimo rifiuto di farsi consegnare il cellulare, l'ha minacciata con una bottiglia di vetro in frantumi. Richiamati dalle urla della malcapitata, alcuni passanti si sono avvicinati e l'immigrato si è dato alla fuga sulla via Casilina. Inseguito per un tratto dalla stessa vittima, è stato visto salire su un furgone con targa straniera e subito dopo partire a tutta velocità.

La donna, che nel frattempo era stata raggiunta dal marito e da altri familiari, ha telefonato al 113 e ha continuato a seguire l'aggresore fornendo agli agenti l'esatta posizione del mezzo in fuga. Quando i poliziotti sono arrivati sul posto, hanno intercettato lo straniero mentre, in via Toraldo, stava faceva ingresso all'interno di un centro di accoglienza. Qui è stato bloccato e arrestato per tentata rapina aggravata.

Così sono stato assunto da Google: cercando le parole giuste»

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

Ecco la procedura nascosta con cui Big G recluta i suoi talenti



«Tre mesi fa pensavo di non esser pronto per lavorare a Google, ma l’azienda la pensava in modo diverso». Inizia così il racconto di Max Rosett, neoassunto tra l’esercito dei talentuosi ingegneri della società di Mountain View. Il ragazzo non ha inviato un curriculum né stava cercando l’attenzione dei due fondatori Sergey Brin e Larry Page. Tutto è cominciato con una ricerca (su Google ovviamente): “Python lambda function list comprehension”. Rosett si stava documentando per un progetto informatico che stava portando avanti per la sua seconda laurea, in informatica (la sua prima è in matematica, a Yale). E Python è un linguaggio di programmazione molto amato dalla Grande G. Ma, dopo aver cliccato su uno dei risultati, è successo qualcosa di inaspettato. La pagina web è stata inghiottita da uno sfondo nero, dal quale è sbucato un testo «Stai parlando la nostra lingua. Sei pronto a una sfida?». Poi tre opzioni «Voglio giocare», «No grazie» e «Non mostrare più questo messaggio».
Sfide di programmazione
Dopo un attimo d’incertezza Rosett ha accettato. Come in una pellicola hollywoodiana sugli hacker, al ragazzo è apparsa una schermata con solo testo, simile a un terminale Unix. «A questo punto mi aspettavo qualcosa come: ‘Segui il bianconiglio’» scherza il ragazzo, citando il celebre film Matrix. Invece venivano proposte sfide di programmazione da risolvere entro 48 ore. Riguardavano la conoscenza degli algoritmi, il codice Python e quello Java. Insomma, il pane di un ingegnere della Grande G. Rosett ha superato tutte le fasi e solo allora gli sono state chieste le sue informazioni personali (può essere interpretata una forma di rispetto della privacy, anche se Big G non avrebbe difficoltà a scoprire i nostri dati). Due giorni dopo la telefonata dal quartier generale per chiedere il curriculum. Poi la convocazione. A Mountain View ha dovuto risolvere altri problemi su una lavagna. In quindici giorni, il processo di selezione era completato, Rosett ha superato tutte le prove. E, in novanta giorni, è stato assunto.
Catturare l’attenzione
Il ragazzo si è sentito sollevato. Niente colloqui motivazionali né interviste telefoniche. Quando Rosett ha incontrato per la prima volta i futuri datori di lavoro, aveva già dimostrato le sue competenze. Da circa un anno si sa dell’esistenza del programma d’assunzione Foobar: parola che, nel gergo degli sviluppatori, è usata per le variabili generiche, l’equivalente di “Tizio e Caio”. Finora però, questo misterioso processo di assunzione, è rimasto una leggenda metropolitana. Se visitiamo la pagina e proviamo a partecipare ci appare un messaggio criptico «Per effettuare login devi già aver effettuato login. Confuso? Cerca ancora». L'accesso ci è negato. È Big G che deve sceglierci prima. Dobbiamo catturare l’attenzione con una ricerca web, com’è successo con Rosett, oppure dopo aver scritto codice che può interessare l’azienda, com’è stato documentato dalla testata DailyDot.
I curriculum sono superati
Il metodo di reclutamento di Google è anticonvenzionale. Dopotutto la Grande G si è definita “una società non convenzionale” fin dalla sua quotazione in Borsa, undici anni fa. Ma l’inadeguatezza dei metodi tradizionali per assumere è un dato di fatto. Per quanto una persona sia talentuosa, i curriculum sono sempre pieni di frasi fatte, come «persona proattiva e predisposta a lavorare in team». E ciò vale ancor di più per le professioni dov’è necessario un connubio di inventiva, elevate competenze e disciplina. Come la programmazione. Anche per questa ragione negli ultimi anni si sono diffusi metodi alternativi, come gli hackathon, maratone no-stop in cui gli sviluppatori pensano una soluzione o un prodotto innovativo e la portano a termine. Dimostrando capacità e perseveranza.

Il «ristorante numero 1 di Milano»? Per Tripadvisor, un chiosco di panini

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Successo (inaspettato) del «Chiosco squadre calcio» davanti al Castello Sforzesco: gli utenti sono quasi tutti concordi sul giudizio «eccellente»

TripAdvisor

Macché ristoranti stellati, menù elaboratissimi, chef pieni di sé (e conti spesso salatissimi). Il «miglior ristorante di Milano» (primo su oltre 6 mila), come risulta da TripAdvisor, il popolare sito di recensioni di ristoranti, alberghi e mete turistiche, è un chiosco di panini. Quello dedicato al calcio, davanti al Castello. Che si aggiudica le cinque «stelle» dei soddisfattissimi utenti. Non saranno proprio la stessa cosa delle stelle Michelin: qui, i critici gastronomici - con ogni probabilità - non ci hanno mai messo piede. Il locale, com’è ovvio, non ha nemmeno l’ambizione di comparire nelle famose guide per palati fini. Però resta il fatto che chi ci ha mangiato è super contento.

(foto da Facebook)
Panini e calciatori
Il ristorante più amato da TripAdvisor a Milano (n. 1 sui 6.192 locali recensiti sul portale) è il «Chiosco squadre calcio». Non è la bizzarra insegna di un nuovo e raffinato locale aperto sotto la Madonnina ma, appunto, di un semplice chiosco di panini. Si trova proprio di fronte al Castello Sforzesco. E tra le caratteristiche elencate ci sono la «connessione wi-fi gratuita», i «seggioloni disponibili», i «tavoli all’esterno», la possibilità «da asporto», il «televisore» per seguire le partite di calcio. Certo, le recensioni sono al momento solo 58, ma la quasi totalità degli utenti (49) è concorde sul giudizio «eccellente». A piacere sono soprattutto i panini farciti, ognuno dedicato ad una squadra di calcio diversa o a un giocatore. E poi il prezzo, molto ragionevole: 4 euro. Insomma, il chiosco dei panini, aperto da circa 80 anni, batte per una volta i vari Berton e Cracco, che nella classifica TripAdvisor si trovano parecchio lontani dalla vetta.

Videogioco sepolto nel deserto per 30 anni all’asta per 108 mila dollari

Corriere della sera

di Alessio Lana

I giochi di Atari sepolti nel deserto del Nuovo Messico sbancano l’asta



Una delle più belle leggende del mondo videoludico riguarda E.T. The Extra-Terrestrial, videogioco uscito nel 1982 per Atari 2600 e noto al mondo come il più brutto di sempre. Vittima di un clamoroso fallimento di critica e pubblico e di una giocabilità a dir poco inesistente, era stato consegnato all'oblio il 26 settembre 1983, quando una marea di cassette del gioco, insieme ad altri titoli, finiva in una discarica di rifiuti nel deserto del Nuovo Messico.
La sepoltura dei videogiochi di Atari
Fino a poco tempo fa si pensava che la cosiddetta Atari video game burial (Sepoltura dei videogiochi Atari) fosse solo l'ennesima leggenda metropolitana e invece, nel 2014, le cartucce sotterrate sono state ritrovate. La scoperta è stata raccontata in Atari: Game Over, uno dei documentari videoludici più belli di sempre, che oltre al fallimento di Atari si concentra anche sulla genesi di questo videogame nato in soli 34 giorni. Sarebbe dovuto uscire in contemporanea al film di Spielberg, la fretta era tanta, e ne uscì fuori un capolavoro dell'orrido che in molti videro come una delle cause del fallimento di Atari.
Brutto ma ricco
Fatto sta che ora E.T. torna a far parlare di sé e se prima era definito il gioco più brutto di sempre, ora diventa uno dei più costosi. È infatti il protagonista di un primo lotto di 881 videogame ritrovati che è stato venduto su eBay raccogliendo oltre 108 mila dollari. Gli altri giochi che ne fanno parte, da Asteroids a Missile Command, passando per Warlords, Defender, Star Raiders, Centipede e Super Breakout, hanno già avuto il loro momento di celebrità in passato ma ora tocca a E.T. riabilitare la propria fama. Sarà anche brutto, ma con oltre mille dollari ha superato per valore tutti gli altri.

Isis avvia il conio del dinaro d’oro: «Distruggeremo il capitalismo»

Corriere della sera

di Marta Serafini

I jihadisti pubblicano un video di oltre un’ora per annunciare l’inizio del conio «Quello d’oro vale 700 dollari». Gli esperti: «Realizzato con macchinari italiani»



Cinquantacinque minuti. Tanto dura il nuovo filmato rilasciato da Isis con l’hashtag #returnofthegolddinar e tradotto in più lingue per illustrare il «ritorno del Dinaro d’oro». Niente decapitazioni o lapidazioni, questa volta la propaganda di Al Baghdadi si concentra sulla presunta forza economica dello Stato Islamico. «Spazzeremo via il sistema finanziario capitalistico di schiavitù, sostenuto da un pezzo di carta chiamato dollaro della Federal reserve», è il messaggio dei jihadisti che già da tempo tentano di rendere il Califfato auto sufficiente dal punto di vista economico, grazie ai proventi del petrolio, delle tasse imposte ai popoli assoggettati e ai riscatti dei rapimenti.
Palme e scudi
Il video, girato con la consueta ossessiva attenzione alla grafica e al montaggio, è stato già proiettato a Raqqa per cercare di distogliere l’attenzione degli affiliati di Isis dalle recenti sconfitte militari, secondo quanto sottolinea l’economista iracheno Basim Jameel. Sempre secondo Jameel per realizzare il conio del dinaro i miliziani starebbero sfruttando macchinari italiani, importanti in Iraq, che possono produrre fino a 5 mila monete al giorno». Il dinaro è stato coniato in tagli da 5 (oro) del peso di 21.25 grammi e raffigura un planisfero. Poi il dinaro da 1 (sempre in oro) mostra delle spighe e raffigura “La grandezza di Allah”.

I jihadisti hanno fissato anche il “cambio”. Le monete d’oro da 1 valgono 139 dollari, quelle da cinque 700 dollari. Un grammo d’oro al corso attuale vale circa 35 dollari, e quindi la moneta da 5 dinari dovrebbe pesare circa 20 grammi per rispettare il cambio di mercato. Ma è probabile che la valutazione sia un po’ gonfiata. I tagli in argento (i dirham) mostrano invece la moschea di Al Alqsa, una lancia e uno scudo e valgono 9 e 1 dollari. Gli esemplari in rame raffigurano un’oasi con delle palme e la falce di luna che simboleggia il calendario musulmano. Niente essere umani o animali, dunque, per rispetto della sharia.
Le ironie
Su ogni moneta, una scritta che recita: «Lo Stato islamico, un Califfato basato sulla dottrina del profeta». Il tutto sarebbe secondo i jihadisti la realizzazione del piano del Califfo Abd al Malik ibn Marwan che per primo coniò il dinaro nel 696 dopo Cristo. In realtà come mostrano alcune immagini diffuse sui social il dinaro è ben lontano dall’essere diventato la moneta ufficiale del Califfato (già annunciata in novembre), dove gli stipendi vengono ancora pagati in dollari. Molti inoltre sono stati i commenti in rete che hanno ironizzato sulla lunghezza del filmato, considerato particolarmente noioso.