lunedì 31 agosto 2015

Coppia uccisa, la figlia: «Colpa anche dello Stato, Renzi venga qui E Salvini: «Colpa solo dello Stato»

Corriere della sera

La reazione di Rosita Solano dopo aver appreso che per l’omicidio della madre e del padre nelle loro villa di Palagonia è stato fermato un ivoriano di 18 anni

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«È anche colpa dello Stato se i miei genitori sono stati uccisi perché permette a questi migranti di venire qui da noi e di fargli fare quello che vogliono, anche rapinare e uccidere». Reagisce così Rosita Solano, figlia della coppia uccisa - Vincenzo Solano, 68 anni e Mercedes Ibanez, una donna di origini spagnole di 70 - nelle loro villa di Palagonia, dopo aver appreso che la polizia per l’omicidio dei genitori ha fermato un ivoriano di 18 anni, Mamadou Kamara, ospite del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, distante meno di 10 km dalla casa del delitto. Il tutto mentre si cercano anche potenziali complici: gli investigatori ritengono probabile che il giovane ivoriano non abbia agito da solo. Il sindaco ha proclamato il lutto cittadino.
L’ivoriano sbarcato a Catania l’8 giugno
Il presunto assassino era uno dei 1.143 migranti sbarcati a Catania l’8 giugno scorso, con la nave della marina militare britannica Bulwark. I migranti erano stati salvati il giorno prima in otto distinti interventi al largo della Libia, sette dei quali compiuti dall’unità britannica e uno dalla nave della marina militare italiana Fasan. Con il maxisbarco arrivarono a Catania 979 uomini, 117 donne, otto delle quali incinte, e 47 minorenni.
Uomo sgozzato e donna lanciata dal balcone
Rosita Solano (Ansa)
Rosita Solano (Ansa)

«Renzi venga qui, a spiegare e non a chiedere scusa o a giustificarsi perché i miei genitori ormai sono morti e il Governo deve dirci perché », ha detto ancora Rosita. Parole riprese anche da Matteo Salvini che su Facebook ha scritto «Ha ragione, un abbraccio e una preghiera. Ma non è colpa “anche” dello Stato, è colpa “solo” dello Stato». Commenta le parole di Salvini, la parlamentare del Pd, Silvia Fregolent: «Appena ha la possibilità di fare l’avvoltoio sulle disgrazie altrui, Salvini c’è. Accusare lo Stato è da irresponsabili e serve ad alimentare la paura e soprattutto il suo pane quotidiano: cioè il populismo. Ieri un immigrato ucraino è stato ucciso mentre cercava di fermare dei rapinatori. Questo non giustifica nessuna azione criminale, ma rende palese la violenza verbale e politica di Salvini, a cui non interessa risolvere i problemi ma solo alimentare il clima di odio in questo Paese».

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La dinamica del delitto
La Procura di Caltagirone, guidata da Giuseppe Verzera, ha firmato la richiesta di convalida del fermo dell’indagato da presentare al Gip. Si delinea intanto con maggiore chiarezza la dinamica del duplice delitto, anche se ulteriori particolari potranno emergere dalla doppia autopsia eseguita nell’obitorio dell’ospedale di Caltagirone, che dovrebbe concludersi nella tarda serata di oggi. L’assassino, e sui eventuali complici, sarebbero entrati da una porta secondaria, che era socchiusa.

Poi l’irruzione nella villa, a scopo di rapina: l’aggressione prima all’uomo, ferito mortalmente con un oggetto a punta alla testa e al collo, dove gli ha provocato una lacerazione con fuoriuscita violenta di sangue. La stessa aggressione alla moglie, che poi precipita dal balcone del primo piano, forse durante un tentativo di fuga o perché lanciata giù dall’assassino. Infine la fuga. Ma prima l’ivoriano, secondo l’accusa, si cambia d’abito: ha i pantaloni sporchi di sangue e così ne indossa un paio della vittima, che poi la figlia riconoscerà in un confronto nella sede del commissariato della polizia di Stato di Caltagirone.
Gli striscioni di CasaPound a Palermo
Anche la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha ripreso le parole della figlia. E su Facebook ha scritto: «Rinnovo il cordoglio e la vicinanza alla famiglia Solano. Renzi abbia la decenza di rispondere a Rosita Solano: raggiunga Palagonia e spieghi perché il signor Vincenzo e la signora Mercedes sono stati selvaggiamente uccisi nella loro casa». E ancora: «Lasciamo gli inquirenti fare piena luce su questo barbaro omicidio, ma se fosse confermata la colpevolezza di un profugo ospitato e mantenuto nel Cara di Mineo, lo Stato sarebbe il responsabile morale di quanto accaduto». E la tensione in Sicilia sembra salire. CasaPound Italia ha esposto degli striscioni al porto di Palermo con la scritta «Governo complice degli scafisti. Fuori i clandestini, prima gli italiani!».
Il telefonino
Gli agenti avevano rinvenuto il cellulare sospetto, un computer e una videocamera nel borsone dell’ivoriano ospite del Cara di Mineo. Una pattuglia si è quindi recata dal proprietario del telefonino a Palagonia per accertamenti e ha fatto la tragica scoperta: prima il corpo della donna in cortile, poi quello dell’uomo. Dopo alcuni controlli, in serata l’ivoriano è stato fermato per omicidio. Sui suoi abiti la scientifica della polizia di Stato ha rinvenuto tracce di sangue: l’immigrato, appunto, aveva indossato i vestiti di Vincenzo Solano riconosciuti dalle figlie delle vittime. « È stato un delitto efferato, macabro, con una scena del delitto incredibile - ha detto il procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera - L’inchiesta non si è conclusa e la coordino io personalmente». Il Cara di Mineo ospita diverse migliaia di persone e la polizia effettua controlli ai varchi costantemente.
Il caporale: «Così abbiamo fermato l’ivoriano»
«Aveva quel borsone e l’abbiamo fermato. Saranno state le 7 di mattina. Abbiamo quindi chiamato la polizia che ha aperto la sacca: dentro c’erano telefonini, un pc portatile una telecamera. Tutto è cominciato così». Il caporale Moena Mazzara, 27 anni, di Napoli, è uno dei due militari dell’Esercito che per primi hanno bloccato l’ivoriano. «Ero all’inizio del mio turno - racconta la soldatessa - insieme al capo del servizio», il caporal maggiore capo scelto Pietro Mazzotta, 40 anni, della provincia di Siracusa.

«Insieme alla polizia - spiega - vigiliamo all’ingresso del Centro e, in genere, fermiamo e controlliamo tutti quelli che entrano con dei borsoni. Abbiamo così fermato l’ivoriano e chiamato un ispettore di polizia che ha aperto la sacca: all’interno c’erano telefonini, un computer e altro materiale sospetto. Da lì sono partite le indagini» che si sono concluse con il fermo dell’extracomunitario. Nel borsone, infatti, sono stati trovati anche pantaloni sporchi di sangue, mentre il telefonino è risultato essere del proprietario della villa. Una pattuglia di carabinieri ha raggiunto la villa pensando di dover raccogliere una denuncia per furto, invece ha scoperto la mattanza.

In carcere per furto il rom liberato dal Cie per merito della Kyenge

Sergio Rame - Lun, 31/08/2015 - 09:53

L'ex ministro si difende: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti ma mi sono battuta per i suoi diritti"



Un anno fa Cecile Kyenge si batteva per Senad Seferovic, oggi 25enne, e il fratello Andrea per tirarlo fuori dal Cie. Il giudice di pace di Modena le aveva dato ragione avvalendosi del fatto che, non essendo mai stati naturalizzati in Bosnia Erzegovina, i due non avevano alcun documento. Nessuno aveva, però, fatto i conti (o, se li avevano fatti, avevano fatto finta di nulla) con le pendenze giudiziarie dei due fratelli che avevano spinto la Questura a chiederne l'espulsione dall’Italia. Oggi Senad Seferovic è di nuovo in carcere perché, come racconta la Gazzetta di Modena, faceva parte di una banda di ladri di rame.



Mercoledì scorso i carabinieri di Anzola, cittadina in provincia di Bologna hanno arrestato una banda di cinque nomadi che erano stati beccati a Fiorano mentre trasportava un carico di rame appena rubato. Un bottina da circa 40mila euro. Nel gruppo c’era anche Senad. Per tutti il giudice ha convalidato l’arresto con custodia cautelare in carcere. Ora il nomade "liberato" dalla Kyenge si trova al Sant’Anna con l'accusa di furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. "Sono stato coperto di insulti da un comitato che si era mobilitato per due 'innocenti' che stavano al Cie chissà perché - tuona Carlo Giovanardi - la Questura mi aveva confermato che avevano una sfilza impressionante di denunce.Quanto alla vicenda burocratica, se volevano potevano diventare italiani e invece hanno preferito restare apolidi. 

È chiaro che loro erano al Cie in attesa di espulsione". La difesa diceva che i Seferovic non avevano patria. Ma Giovanardi non è affatto d'accordo: "Ricordo solo che il Cie si chiama Centro di identificazione perché lì devono essere identificati, non fuori. Bisognava espellerli; invece un giudice di pace di Modena ha preferito non applicare la legge e appellarsi alla sua coscienza". E conclude: "A Modena la gente è preoccupata per i reati predatori. Se polizia e magistrati mettono in carcere o al Cie, un giudice di pace può prendere simili decisioni? Se fossero stati innocenti o vittime di un errore sarei stato il primo a chiedere la loro liberazione. Sono per l’integrazione tra modenesi e immigrati onesti ma non quando c’è di mezzo il crimine".

La Kyenge passa subito al contrattacco: "Giovanardi è un senatore e dovrebbe aiutare la popolazione a capire fino in fondo la differenza tra clandestino e delinquente. Invece confonde apposta le cose, intorbida le acque e lo fa lasciando intendere che il Cie è un luogo per immigrati e delinquenti. Sbaglia e lo sa. Gli chiedo di fare un passo indietro e di considerare quanto è pericoloso questo discorso". Poi, però, ammette: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti e non li abbiamo mai nascosti. Ci siamo battuti per i suoi diritti legati alla mancata cittadinanza. Se era delinquente doveva stare in galera e se lo è oggi ci starà oggi. Ma non doveva stare al Cie. Il carcere non è il Cie. Giovanardi lo sa. Cambi strada e insegni che esiste una possibilità di una nuova convivenza, anche col rigore della legge".

Il vignettista nemico dei padroni che vive in un superattico

Stefano Filippi - Lun, 31/08/2015 - 08:20

Ha una casa di 200 metri quadri nel centro di Roma. E grazie alla fama in tv ha costruito un mini-impero editoriale



È un lutto lungo da elaborare, quello di Vauro Senesi. Rimasto orfano di Michele Santoro e delle fortunate apparizioni televisive sulla Rai e poi su La7, il vignettista più corrosivo e blasfemo d'Italia cerca a fatica nuove strade per non scomparire.

Certo, gli manca quel gettone dorato ottenuto tramite «Michele chi»: mille euro lordi a puntata quand'era in Rai, che a fine anno facevano sui 35mila. Un gruzzolo mica male, roba che tanti operai non vedono nemmeno con il binocolo ma che al compagno Vauro possono servire, ad esempio, per mantenere la modesta dimora romana: un attico di 200 metri quadrati su due piani (quinto e sesto) in via del Viminale, tra il ministero dell'Interno e il Teatro dell'Opera.

Sì, sono soldi quelli di «Annozero» e «Servizio pubblico», ma alla matita più velenosa d'Italia non sono venuti meno gli altri introiti: le vignette sul Fatto quotidiano e il Corriere della Sera , i reportage da Africa e Ucraina, e soprattutto i libri. Vauro ne ha pubblicati una quarantina con diverse case, da Aliberti a Chiarelettere. Francesco Aliberti, fondatore dell'editrice che porta il suo nome e che è stata messa in liquidazione nel 2013 (tre milioni di debiti), è socio del Fatto e qualche anno fa ha tentato di rilanciare il Male , giornale satirico dove Vauro esordì; Chiarelettere è un altro dei principali azionisti del Fatto .

Tutto in casa, sembrerebbe, nel circuito chiuso che comprende il quotidiano di Travaglio, i suoi editori, Santoro. Errore. Perché i libri cui Vauro tiene di più, cioè non le raccolte di vignette ma i suoi romanzi, escono per i tipi di un'altra casa. Opere come «Storia di una professoressa», «Toscani innamorati», «Kualid che non riusciva a sognare» e i lavori scritti a quattro mani con l'inseparabile don Andrea Gallo, testi che magari non entreranno nella storia della letteratura mondiale ma hanno un certo successo di vendite, escono con Piemme. Gruppo Mondadori. Galassia Fininvest. Insomma, il Cavaliere è l'editore di Vauro, come di Roberto Saviano e Fabio Fazio. Un vero imbavagliatore, questo Berlusconi.

Non è dunque la grana che manca a Vauro, anche se Santoro è stato il suo Sant'Euro. È la visibilità, la ribalta televisiva, il far parlare di sé. Privo di Santoro, Vauro è un disegnatore senza carta, e per lui riciclarsi in tv è più difficile che per gli altri santorini come Sandro Ruotolo, Corrado Formigli e Giulia Innocenzi. Il teletribuno era uno scudo formidabile, parava i colpi come nessun altro. Attorno a Vauro aveva eretto una rete di protezione a maglie impenetrabili. Il vignettista satanico poteva dire e scrivere tutto ciò che voleva, poi provvedeva il soccorso rosso a tutelarlo. «La satira è partigiana, l'ho sempre rivendicato»: parole sue. Soprattutto quando puoi insultare e beffeggiare chiunque, dal Padreterno in giù, coperto dall'immunità televisiva.

La squadra di Santoro era fatta di intoccabili e chi provava a infrangere questo muro ne usciva a pezzi, come l'ex direttore generale della Rai Mauro Masi. Nel 2010 il dg tardava a firmare i contratti per Travaglio e Vauro ad «Annozero» (si mercanteggiava sulle cifre): così Santoro lo mandò a «vaffan...bicchiere» in diretta. Un'altra volta Masi tentò di bloccare la messa in onda del programma di Santoro: invano. E quando la Rai sospese Vauro per una puntata dopo una vergognosa vignetta sui morti nel terremoto in Abruzzo, il vignettista passò come una vittima innocente della libertà di stampa.

Il caso più clamoroso fu un'infamante vignetta contro Fiamma Nirenstein, oggi ambasciatrice di Israele in Italia ma al tempo (marzo 2008) candidata al Parlamento con il centrodestra. Vauro la raffigurò con il naso adunco, il fascio, il simbolo del Pdl, la stella di Davide cucita sul petto come nell'epoca nazista e la scritta Fiamma Frankenstein. Una caricatura antisemita che scatenò il finimondo. Con un corsivo sul Riformista Peppino Caldarola rispose ironizzando su una fantasiosa puntata di «Annozero» in cui immaginava che Vauro potesse uscirsene con uno «sporca ebrea».
Apriti cielo. Vauro querelò Caldarola e ne ottenne la condanna a un risarcimento di 25mila euro contro il parere del pm che aveva chiesto l'assoluzione.

Sergio Staino, altro fumettista di sinistra e pure lui toscano, l'inventore di Bobo, definì «forcaiole» le vignette di Vauro. Il quale se ne compiace: «Sono felice quando il mio modo di fare satira viene criticato, troppo apprezzamento significa che qualcosa non va». Balle. Vauro in realtà s'imbufalisce. E alza i toni delle polemiche in modo che s'accorgano di lui pure quanti vivono sereni anche senza i suoi scarabocchi né «Servizio pubblico». Negli ultimi mesi è stato un crescendo. Vauro ha moltiplicato le ospitate nei talk show, dove ha dato libero sfogo alle sue provocazioni caustiche cosciente che la lunga avventura all'ombra di Santoro era avviata verso un rapido epilogo. E sapendo bene che in Italia per la sinistra vale la libertà di insulto.

Ad «Agorà» (Raitre) ha dato del razzista, fascista e istigatore all'odio a Matteo Salvini, che ha lasciato lo studio e annunciato querela: chissà come si troverà il disegnatore vestendo per una volta i panni della vittima anziché del carnefice. A «L'aria che tira» (La7) si è scagliato contro Giorgia Meloni: «Se lei fosse messa in una caserma nuda con vicino delle guardie...». Ad «Announo» (La7) ha inquadrato nell'obiettivo Francesco Storace mentre si discuteva degli anni di piombo. «A me hanno sparato – ha detto l'ex governatore del Lazio – e ho avuto la fortuna che i tuoi compagni non m'hanno ammazzato». E Vauro: «La prossima volta gli dirò di mirare meglio». Risata in studio e poi il passo indietro inutile e tardivo: «Questa è ovviamente una battuta».

La retromarcia intempestiva è una delle specialità del disegnatore pistoiese. Vauro puntò l'indice contro le vignette danesi su Maometto perché «messaggi violenti provocano reazioni violente» salvo poi indossare davanti alle telecamere la maglietta «JeSuisCharlie» considerando martiri del terrore (ma guai ad affiancargli l'aggettivo «islamico») i colleghi che un tempo bollava come irresponsabili agitatori. Si pentì, a scoppio ritardato, anche di aver sottoscritto l'appello che nel 2004 chiedeva alla Francia la liberazione di Cesare Battisti, terrorista rosso. Allora Vauro era ancora al Manifesto .

«Quell'appello non l'ho firmato – ha detto sette anni dopo al Fatto , il giornale che l'aveva indotto ad abbandonare il foglio comunista -. Un amico appose la mia firma, che io poi non ritirai per rispetto dell'amico». Firmò a sua insaputa. Vauro come Scajola: chi l'avrebbe detto. A quando un passo indietro anche dagli estremisti No-Tav?

Fratello Pelù, che c… dici?

Francesco Maria Del Vigo

Francesco Maria Del Vigo

Faccio una premessa. Piero Pelù mi sta simpatico. Qualche anno fa mi è capitato di intervistarlo per il Giornale. Era il periodo in cui diceva che Pd non è il nome di un partito ma l’acronimo di una bestemmia e sosteneva che il padre di Renzi fosse gran maestro di non si sa quale immaginifica loggia massonica. Durante l’intervista fu spiritosissimo e autoironico, mi congedó con uno “stai rock fratello”. Sublime. Vado oltre: mi piacciono pure le sue canzoni (alcune) e credo che sia un personaggio televisivo divertente e folcloristico.

Stop. Fine della sviolinata. Anzi dell’assolo di chitarra elettrica. Ma il problema di Pelù è che non è solo quel Pelù lì, ma è anche il solito artista che si crede Masaniello e davanti al pubblico pagante si esibisce in rampogne politiche non richieste. Lo ha sempre fatto, nei vent’anni di berlusconismo governante ha infarcito le sue esibizioni di pestiferi e variopinti insulti contro il Cavaliere. Il quale, saggiamente, se ne è sempre fregato. Ora Pelù, segue la corrente, e torna a fare l’arruffapubblico prendendosela col bersaglio di turno: Matteo Salvini. Il luciferino cantante durante un concerto lo ha accusato di essere un neonazista.

Una sonora e canora stupidaggine. Se Salvini è nazista io sono Leonardo Di Caprio. Date un’occhiata alla foto in alto a destra per prendere le misure alla cretinata che ha detto. Ecco, avete capito. Salvini lo ha querelato, secondo me sbagliando. Quello di Pelù è ovviamente un insulto pesantissimo e i cantanti si chiamano cantanti perché cantano, non perché fanno politica, altrimenti si chiamerebbero comizianti. Non se ne può più dei deliri di chi pensa che il successo in un campo gli dia l’autorevolezza per sproloquiare su tutto lo scibile umano. Ma i tribunali sono già abbastanza intasati di scartoffie…

E poi stiamo parlando di Pelù, non di Stephen Hawking, insomma di uno che ha una certa familiarità con le bischerate. Peró, fratello Piero, perché non stai un po’ più rock e ti occupi un po’ meno di politica?

Se il coniglio diventasse leone

Alessandro Sallusti - Ven, 28/08/2015 - 14:38

Marino e la sua squadra sono di fatto stati giudicati incapaci di intendere e volere ma rimarranno al loro posto

Roma è mafiosa ma solo a metà, o se preferite solo un po'. È questa la ridicola conclusione della commissione che sotto la guida del ministro degli Interni Angelino Alfano e del premier Renzi ha indagato sui fatti e sui misfatti della giunta Marino.



Il sindaco e la sua squadra sono di fatto stati giudicati incapaci di intendere e volere ma rimarranno al loro posto sia pure esautorati e commissariati dal prefetto e da una squadra di tecnici con pieni poteri. Una soluzione imbarazzante che evita l'onta dello scioglimento per mafia del consiglio comunale della Capitale ma che impedisce ai romani di scegliersi un nuovo sindaco e una nuova classe dirigente attraverso libere elezioni. Il perché è ovvio. Ammettere fino in fondo che il governo di Roma sia stato colluso con la mafia avrebbe significato decretare che il Pd, partito di maggioranza e del sindaco, è amico e in affari con Cosa nostra.

La cosa è vera e certificata in atti giudiziari ma cozza con la teoria della superiorità morale ed etica dei compagnucci. Immaginiamo quindi che il segretario del Pd Matteo Renzi abbia telefonato al premier Matteo Renzi affinché mettesse una buona parola con il suo ministro degli Interni, si fa per dire, Angelino Alfano perché usasse un occhio di riguardo nei confronti del partito che fu di Berlinguer. Ed evidentemente, visti i risultati, il premier Renzi ha usato col suo sottoposto argomenti molto convincenti, per non dire convenienti.

Il secondo motivo per cui Renzi e Alfano non potevano decidere lo scioglimento del consiglio comunale è ancora più semplice. Con nuove elezioni, è certo, la sinistra avrebbe perso il governo della Capitale e la gestione del fiume di soldi - l'ennesimo - che si sta riversando su Roma grazie al Giubileo. Con pure il rischio di consegnare Campidoglio e Giubileo agli odiati grillini. Meglio una figura di palta che Grillo ottavo re di Roma.

In tutto questo resta il mistero del povero Ignazio Marino, sindaco di un governo comunale mafioso solo un po' e pure a sua insaputa. Lo hanno usato come paravento, poi lo hanno sputtanato e ora umiliato. L'uomo, scomparso dagli schermi radar della Capitale (offeso, sta facendo il sub ai Caraibi) avrebbe l'occasione d'oro per riscattare una vita mediocre che sta finendo in farsa: dimettersi, provocando lui le elezioni anticipate. Uno scatto di orgoglio e dignità, uno schiaffo al suo partito e a Renzi, che lo detestano e lo considerano una marionetta nelle loro mani. Sarebbe da applauso. Ma non si può pretendere che un coniglio un mattino si svegli leone. Peccato.

Il costo vero degli immigrati? Nessuno lo sa

Nicola Porro

Nicola Porro

Aveva ragione un grande liberale come Sergio Ricossa che scriveva: Gli intellettuali di sinistra amano il popolo come astrazione, lo guardano dall’alto, da un palco. Oggi quelle lenti astratte con cui si guarda al popolo si chiamano austerity. In funzione della quale si sono commessi i peggiori crimini fiscali. Che si tratti di un’astrazione e del fatto che siamo osservati dall’alto, lo dimostra con tutta evidenza il caso della violenta ondata di immigrazione che l’Italia sta subendo. Facciamo un passo indietro.

Abbiamo reintrodotto la tassa sulla prima casa poiché, si diceva, stavamo fallendo o in alternativa si affermava che eravamo gli unici a non averla. Si tollera un sistema di welfare sui più deboli e senza lavoro da terzo mondo, poiché c’è un vincolo di bilancio che non permette di avere la manica più larga. Si affrontano le emergenze, dalle frane ai recenti tornado in Veneto, con l’occhio attento del contabile.

Non siamo impazziti.

Non amiamo la spesa pubblica e continuiamo a ritenere che lo Stato migliore sia quello minimo. Non vogliamo più spesa pubblica, per il semplice e banale fatto che siamo noi a finanziarla con le tasse. Per questo ci chiediamo una cosa semplice, aritmetica. Perché esiste, nel nostro paese, un vincolo di bilancio su tutto: dal welfare ai terremoti, e non esiste un tetto alla spesa per l’immigrazione?

È banale, ma è mai possibile che nessun documento ufficiale, nessuna dichiarazione ministeriale ci ha mai fatto capire quanto l’Italia, complessivamente, ha messo a bilancio per affrontare il problema immigrati. In questo caso sembrano venire meno i medesimi vincoli di bilancio, che esistono per ogni altra attività pubblica. Il diritto da tutelare (l’accoglienza degli immigrati) è forse sovraordinato a tutti gli altri diffusi bisogni che oggi la collettività che paga le tasse sente suoi?

Perché la politica riduce tutto ad un dato ragioneristico e non altrettanto avviene sull’immigrazione? Ci hanno spigato che sanità, pensioni, stipendi, scuole, giustizia, polizia devono contenere le loro richieste entro limiti fissati. Esiste un confine economico alla spesa per l’accoglienza? Non porsi il problema è volerlo nascondere.

Gli intellettuali dal loro palco ci diranno che siamo dei cinici economisti. In realtà ribaltiamo esattamente lo stesso ragionamento che essi ci fanno quando chiediamo di mettere un po’ di benzina nel motore di un’economia che non gira: se ogni attività pubblica oggi cade sotto la mannaia della dura legge dell’austerity perché ce ne è una al di fuori del

Troppo traffico, a Teheran tornano le moto-taxi

La Stampa
maurizio molinari

Il sindaco della capitale dell’Iran ha autorizzato l’attività che era ritenuta troppo «occidentale»



In Iran tornano le moto-taxi. A Teheran erano molto diffuse all’epoca dello Shah ma dopo la rivoluzione khomeinista del 1979 vennero proibite perchè considerate troppo “occidentali” e inappropriate alle donne. Le autorità rivoluzionarie temevano inoltre che le moto-taxi, con motori potenti, avrebbero potuto essere adoperate per azioni militari da parte degli oppositori. 

Ma ora la Repubblica Islamica cambia approccio e consente una timida ripresa del fenomeno, andando incontro alle richieste della popolazione. Nelle maggiori strade di Teheran singoli bikers potranno fare i tassisti anche se con alcune limitazioni ovvero prendendo solo passeggeri uomini e operando solo per un weekend al mese. Il sindaco di Teheran ha avallato il provvedimento nel tentativo di fronteggiare traffico e inquinamento che pesano in maniera crescente sulla vita dei residenti.

La bici a scatto fisso degli hipster fa impazzire la Google car

La Repubblica

Il software della macchina senza guidatore è andato in tilt e ha provocato un insolito "balletto" alla vettura di Mountain View.  E' avvenuto ad Austin, in Texas

La bici a scatto fisso degli hipster fa impazzire la Google car

Una Google car (di quelle senza guidatore in via di sperimentazione) è impazzita quando a un grande incrocio ad Austin, in Texas, le si è affiancato un hipster in bici. Lo ha scritto ieri Business Insider. Ora, gli hipster sono approssimativamente quella tribù il cui stile è contrassegnato (tra le altre cose) dal doppio taglio, le barbe lunghe e curate, i tatuaggi "old school", i pantaloni skinny e corti. Nonché dalla passione vintage per la bici a scatto fisso. Questo tipo di bici si distingue dalle altre per avere un solo rapporto possibile e nessun meccanismo di ruota libera. Considerando che la pedalata segue il movimento della ruota posteriore, non è possibile pedalare a vuoto all'indietro né smettere di pedalare a meno di non frenare bruscamente. Naturalmente questa due ruote nel secolo scorso - quando vennero applicati i freni - sparì dalla circolazione perché pericolosa e scomoda, rimanendo una particolarità da velodromo.

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Agli hipster, invece, nel 2015 piace perché è "old school" come i tatuaggi, la linea è pulita in quanto non ci sono fili ed è davvero anticonformista. Per rallentare bisogna agire con grande perizia sui pedali, o derapare e soprattutto contare sulla fortuna. In più, però, si può fare un giochino divertente. Quando ci si ferma per esempio a un semaforo, con un pò di allenamento, si possono non posare mai i piedi sull'asfalto, ovvero, dare un colpetto in avanti e uno all'indietro per mantenere l'equilibrio, mente la bici procede e retrocede ritmicamente di qualche centimetro. Se sei un vero hipster devi saperlo fare. Negli Usa lo chiamano "trackstand". E' troppo cool.

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E quello che si è accostato alla Google car al famoso incrocio di Austin in Texas evidentemente lo era: un vero hipster molto cool. Il sensore laterale della vettura, però, ha identificato l'elegantissimo "trackstand" come un comportamento anomalo e illogico e si è quindi mossa un pò in avanti, poi si è bloccata, poi è ripartita per fermarsi nuovamente per un certo tempo. E' entrata in confusione, insomma. "Questo balletto è durato per circa due minuti mentre i due ragazzi dentro ridevano e digitavano su un computer", ha scritto il ciclista in un forum web. Si è comunque detto più tranquillo con l'auto senza guidatore che con un umano al volante. Gli ingegneri di Google dovranno quindi riprogrammare il software, tenendo conto anche degli hipster.

E per diventare un vero hipster esperto di bici fixie, c'è sempre wikipedia in cui si legge: "Negli ultimi anni dagli Stati Uniti si è diffuso un uso urbano delle biciclette a scatto fisso a partire dai bike messenger (i pony express in bicicletta, ndr.) Fino all'utilizzo per trick. Questi prediligono la bici a scatto fisso per la sua leggerezza ed agilità, che la rendono un mezzo ideale per districarsi nel traffico delle città più o meno grandi. Pregi non secondari sono inoltre la sua composizione spartana: riducendo all'essenziale il numero di parti, vi sono meno componenti che possono essere soggette a furti, e allo stesso tempo è richiesta una manutenzione molto meno impegnativa di una bici tradizionale. Anche in italia sta iniziando a diffondersi l'uso urbano di questo tipo di bici, sebbene l'uso di biciclette senza dispositivi autonomi di frenatura sia contro la legge, in quanto in contrasto con l'art. 68, Comma 1, lettera a del codice della strada".