giovedì 27 agosto 2015

E ora ignoriamo le parole del Papa

Francesco Maria Del Vigo



Il Papa parla, parla e straparla. E dice di porgere l’altra guancia. E cosa altro dovrebbe fare? È il suo mestiere. Anche lui ha un principale. Anche lui ha delle regole di ingaggio. Certo, magari lui tira un po’ la corda e si diverte a fare il grillino. Ma è un monarca assoluto e come tale ha la libertà di dire un po’ quello che gli pare. All’interno del suo seminato e del suo protettissimo Stato. Nel quale, infatti, non c’è l’ombra di profughi e clandestini, chè sennó le michelangiolesche guardie svizzere li prenderebbero ad alabardate nel sedere. Il Papa parla dunque e, come tutti gli esseri umani (anche se lui è vicino di casa delle sacre gerarchie celesti) dice anche delle corbellerie.

E quante! Perché questa ossessione per gli immigrati e questo dovere – nostro, non suo! – dell’accoglienza è francamente esagerato. Lui, dicevamo, fa il suo lavoro. Poi i suoi ascari, come tutti i sottopancia al di qua e al di là del Tevere, sono più papalini del Papa e finiscono per sbracare. Come questo Galantino, un alto papavero della Cei che potrebbe benissimo essere un dirigente della Fiom, per la delicatezza delle sue posizioni. Ma queste sono le storture di ogni Stato, di ogni apparato di potere, quale il Vaticano è. Il problema ancora una volta siamo noi. Che diamo loro retta. Che amplifichiamo le loro parole, che regaliamo titoli di giornali e telegiornali ai loro turbamenti.

E non gli facciamo manco pagare le tasse. Nel vuoto siderale della politica e del governo italiano, aggrappiamo le nostre paure e appendiamo le nostre ansie agli unici punti di appiglio che troviamo. E così il Papa, sicuramente in modo involontario, riempie un vuoto politico. Con le sue sparate terzomondiste e le sue derive socialisteggianti. Ripeto: cosa altro potrebbe dire il Papa? Potrebbe suggerirci di respingere i migranti sparandogli pallettoni di sale come Zio Paperone? Certo che no. Lui pascola le anime e amministra un Paese. Che funziona alla perfezione. E, per inciso, non è il nostro. Non si cura della sicurezza delle città, dell’allarme sociale, dei posti di lavoro, delle priorità degli italiani.

Non fa parte del suo contratto. Ma ascoltare quello che dice e inserirlo nell’agenda politica italiana non fa parte dei nostri doveri. È il vescovo di Roma, non il presidente della Repubblica. Men che meno si può ridurre a essere il competitor di Salvini. Abbiamo combattuto per secoli per avere uno stato laico e ora che lo abbiamo (teoricamente) non facciamoci fregare dai pensieri in libertà del Pontefice. Questa volta più che di incenso, puzzano di ipocrisia. Lasciamo cadere nel vuoto le sue parole. E quando lui ci ricorda che dobbiamo porgere l’altra guancia, noi dobbiamo ricordarci che di guance ne abbiamo solo due…

Giulia Innocenzi, l’Iran non ha bisogno delle tue lezioni

Alessandro Catto

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Nemmeno il tempo di terminare una vacanza in Iran che la santorina Giulia Innocenzi delizia la platea di Facebook con lamentele inerenti molestie, sessuali e non, subite da lei e da una sua compagna di viaggio in terra persiana. Un reportage contenente foto e racconti al cardiopalma su di una esperienza negativa, in una terra in cui, secondo la campionessa di simpatia di La 7, vige un regime spietato, in cui il Ruolo della Donna (maiuscole inastate d’obbligo, sia mai) viene continuamente svilito e calpestato da una società maschilista, retrograda e non al passo con l’Occidente Democratico, quello dei selfie, dei profili arcobalenati e delle Leopolde.

Viene così spontaneo chiedersi quale sia l’ideale di civiltà che farebbe da contraltare a cotanta barbarie, quale sia l’Eden terreno che la povera piccola Innocenzi ha in mente, in cosa consista il suo piccolo angolo di paradiso per la donna o per la società tutta, a fronte di un Iran tanto becero e retrogrado. Qualcosa ci viene in mente, in particolare viene spontaneo pensare a quella tremenda serata in cui la nostra ebbe l’ardire di ospitare nel suo studio una delegazione di femen, nel novembre dell’anno scorso.

Le stesse femen che, in occasioni diverse e un pochino meno spensierate, manifestarono con canti di gioia e giubilo davanti alla sede del sindacato di Odessa, in cui morirono trentotto persone tra arsi vivi, soffocati dal fumo e linciati dalla folla filo-occidentale che, in quelle stesse settimane, supportava l’azione del governo auto-proclamato di Kiev, lo stesso responsabile di numerosi episodi di violenza ingiustificata nelle regioni filo russe dell’Ucraina. Ci viene in mente pure la solita solfa dei diritti umani a cadenza variabile, sbandierati verso quei regimi e quegli stati rei di non piegarsi ai diktat della politica estera

occidentale, così come succede puntualmente con la questione degli omosessuali in Russia, o come succedeva per la richiesta di Democrazia durante le primavere arabe, una richiesta talmente forte che, naufragata la possibilità di vederne sbocciare una qualche forma nei territori d’origine, oggi migliaia di disperati africani e mediorientali si trovano nella condizione di venire ad elemosinarla qui, beccando sempre la Innocenzi (o il Pif) di turno a sciorinare sermoni pietisti, ma mai a farsi un esame di coscienza per capire se i canoni occidentali, o quel che resta dell’identità europea, siano validi e siano soprattutto esportabili altrove.

In Iran, piuttosto che in Siria, in Libia, in Egitto e pure in Tunisia, mete tanto care al turismo sorridente di chi, in maniera pure arrogante, pretende di esportare la propria idea di progresso e civiltà in ogni parte del globo in cui mette piede. Mete care pure ai bombardamenti democratici dei Sarkozy, degli Obama, delle Clinton, che prima di far partire i caccia hanno sempre trovato un Bernard Henry Levy, un leopoldiano o un innocenzino di turno a confezionare puntuali reportage, filippiche o condanne più o meno preconfezionate della situazione lì vissuta, situazione però sempre e puntualmente migliore di quella che ci troviamo oggi, ad export di Libertà e Diritti avvenuto.

Sarebbe stato bello, e pure lodevole, se la nostra Giulia fosse tornata dall’Iran raccontando di come il regime sciita aiuti la Siria di Assad e i combattenti Hezbollah a lottare contro la barbarie dell’ISIS. Sarebbe stato bello sentire qualcosa sugli effetti dell’accordo sul nucleare, o sulle immense bellezze artistiche del paese asiatico, invece ci troviamo per le mani il solito, mediocre piagnisteo sul sessismo e il maschilismo, in pieno stile boldriniano. Sarà per la prossima volta? Lecito dubitarne.

(Alessandro Catto)

Marino come Fini, fa il sub mentre la città affonda

Massimo Malpica - Gio, 27/08/2015 - 08:04

Lo scoop del Tempo: il sindaco si dedica alle immersioni come faceva l'ex leader di An

Roma - «Impara dagli errori degli altri, non puoi vivere così a lungo per farli tutti da te». Ma il consiglio di Eleanor Roosevelt non pare essere stato raccolto da Ignazio Marino.



Il sindaco di Roma, a dirla tutta, sembra non imparare troppo nemmeno dai propri errori. Come spiegarsi, altrimenti, l'insistenza nel volarsene lontano da Roma nonostante gli sfortunati precedenti, che hanno visto la città affrontare crisi piccole e grandi proprio mentre il primo cittadino era all'estero, in vacanza o in visita istituzionale?

Ecco dunque che anche nel pieno dell'estate più calda per la capitale, alle prese con le due tranche di Mondo di Mezzo, la spada di Damocle del commissariamento (oggi il Consiglio dei ministri metterà di fatto sotto tutela il Campidoglio) e con la ciliegina sulla torta del funerale-scandalo dei Casamonica, Marino se ne va in ferie oltreoceano.

Destinazione Bahamas, coerentemente con il suo cognome e con i suoi «interessi», dal medesimo specificati sul proprio profilo Facebook : «Vela, lettura, immersioni». Ed ecco ancora, puntuali, saltare fuori le foto - pubblicate ieri dal Tempo - del sottoMarino, sindaco subacqueo che con pinne, maschera e bombole nutre una tartaruga marina, e meno male che almeno non è la mucca di Buzzi, quella che «la devi fa' magna' » per poi mungerla.

La politica italiana ha già conosciuto un politico appassionato di immersioni: Gianfranco Fini. E l'hobby non gli ha portato particolarmente fortuna. L'ex presidente della Camera venne infatti pizzicato mentre, scortato dai vigili del fuoco, si immergeva con muta e bombole nel mare di Giannutri, in un'area a protezione integrale del parco nazionale dell'Arcipelago toscano. L'accesso era consentito solo per fini scientifici, non al Fini politico. Che si scusò tramite portavoce, ammettendo la «colpevole leggerezza», ma si ritrovò addosso una storia scivolosa come certe alghe.

Anche sulla scaramanzia caraibica Fini potrebbe insegnare qualcosa a Marino. Nel 2004, sempre guidato dalla passione per i fondali, l'ex leader di An seguì l'ex collega di partito Amedeo Laboccetta a Saint Marteen, nelle Antille olandesi, ospiti del re dei Casinò Corallo. E quando scoppiò lo scandalo della casa di Montecarlo, quella vacanza tropicale tornò d'attualità perché tra i collaboratori di Corallo c'era James Walfenzao, il broker che a Saint Lucia - sempre Caraibi - «nascondeva» il nome del vero proprietario della casetta monegasca abitata dal «cognato» di Fini, Tulliani. Come è finita è storia nota, col povero Fini affondato alle urne. A Marino, finché può, conviene tornare in superficie.

E’ invasione (non rifugio).

Nino Spirlì

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“Arrivanu i mahammetti!” (rigorosamente con l’acca aspirata, secondo le regole della lingua calabra)

Un grido al tempo stesso accorato e terrorizzato, che risuonava per le vie dei paesi di costa negli anni delle sanguinose invasioni dei sanguinari saraceni (e chi erano, se non gli stessi che arrivano oggi con gli occhioni fintamente sofferenti da cane bastonato).

Tutto il SUD lo sapeva e lo sa ancora cosa significavano quegli sbarchi: teste mozzate (come oggi), stupri (come oggi), rapine e scippi (come oggi), violenze urbane (come oggi), sacrilegi (come oggi), pretese sociali (come oggi), spietatezza e arroganza (come oggi).

Anche allora, come oggi, i governi se ne strafottevano di queste terre: abbandonate le popolazioni italiche nelle mani (armate di scimitarre) degli invasori, pensavano solamente a difendere, con accordi scellerati, il loro personale e piccolissimo feudo. Garantiti da patti scritti direttamente col sangue dei martiri.

Cos’è cambiato da allora a oggi? Che i territori messi a disposizione degli invasori non sono più solo quelli del Sud, ma l’intero Stivale.

L’ultima maramaldata pubblica, benedetta dalla Chiesa cattomusulmana apostolica rom, è lo sterminio dell’Ave Maria in piazza Duomo a Milano al grido di Allah Akbar. Interdetti, i fedeli che presenziavano alla serata.

Non commento oltre: potrei esagerare. Eccome, se potrei esagerare!
Fuori di me e me!

Una tassa sui buonisti: "Chi vuole i profughi, paghi"

Claudio Cartaldo - Mer, 26/08/2015 - 17:34

I "buonisti" potrebbero devolvere il loro 5x1000 per sostenere l'accoglienza

Una tassa per i buonisti. La definisce così il consigliere provinciale di Bolzano che, pensando forse alla Boldrini e a molti altri esponenti della sinistra dall'accoglienza facile.


Laura Boldrini e Concita De Gregorio

Non è uno scherzo, ma una proposta chiara e - forse - anche con una sua logica. La sinistra alto-atesina dice che molte persone sono disposte ad accogliere i profughi? Lo dimostrino, dice il Andreas Poder.

Così Poder, consigliere della Burgerunion, ha presentato un emendamento all'assestamento di bilancio del 2015 in cui chiede di introdurre la "tassa per buonisti". Dal punto di vista pratico non sarebbe nemmeno difficile istituirla. L'idea è quella di inserire tra i possibili destinatari del 5x1000 degli abitanti dell'Alto Adige anche i profughi. Diamo la possibilità a tutti i buonisti di pagare una tassa - dice Poder - così possono dimostrare la loro volontà di accogliere nuovi profughi aggiungendo una quota volontaria all'addizionale Irpef".

In questo modo sarebbe facile capire quale fetta della popolazione è disponibile ad aprire le porte a tutti i migranti che bussano alle nostre porte. "Il Sudtirolo - continua l'deatore della proposta - come altre regioni accoglie profughi e fa il suo dovere umanitario, subendo le tante difficoltà collegate. Ci sono però sempre i buonisti di turno, che ogni giorno chiedono l'accoglimento di nuovi profughi, cioè di un maggior numero di profughi, ignorando le difficoltà collegate e scaricando poi la responsabilità organizzativa, ma anche quella finanziaria, su tutti gli altri".

Così, invece di pagarla tutti i cittadini, lo faranno solo quelli che vogliono ospitare i profughi. Così come avviene per la Chiesa cattolica, per i partiti politici e per tante altre associazioni. "Così vediamo - prosegue Poder - le somme versate e possiamo quantificare la disponibilità dei nostri cittadini ad accogliere nuovi profughi."

Le reazioni alla proposta del consigliere provinciale non si sono fatte attendere. Il direttore della Caritas altoatesina Paolo Valente sostiene che "l'Alto Adige è pieno di persone tolleranti ed accoglienti. Sarebbe bene che le forze politiche non strumentalizzassero le situazioni di sofferenza per guadagnare qualche voto in più". "L'accoglienza dei profughi - ribadisce Valente - non pesa sulle tasche degli altoatesini, perchè è interamente coperta da fondi statali ed europei".

Dimentica, forse, chi è che paga le tasse con cui sono finanziate le operazioni di accoglienza. Per l'assessore provinciale al welfare Martha Stocker (Svp), invece, "ogni provocazione deve avere un limite, altrimenti se chiediamo una tassa per l'accoglienza dei profughi, serve anche un'imposta per chi è a favore di una sanità pubblica funzionante, una tassa per la sicurezza per chi vuole vivere in pace, per non parlare di un'addizionale per una scuola che dia un futuro ai nostri figli".

L’hamburger della pace, Burger King e McDonald creano un panino insieme

La Stampa

Per un giorno personale e cibo in comune per i due colossi del fast-food. I proventi in beneficenza


Una tregua di un giorno per la pace. Burger King e McDonald’s accantonano la loro rivalità per 24 ore e uniscono le forze per creare il «McWhopper», un panino che trae ispirazione dal Big Mac e dal Whopper. Obiettivo: celebrare la Giornata Internazionale della Pace. Sarà venduto in un ristorante che Burger King e McDonald’s gestiranno insieme, con staff proveniente da ambedue i gruppi.

La proposta “indecente” di unire le forze per un gesto simbolico di promozione della pace arriva da Burger King, con una pagina pubblicitaria sul Chicago Tribune e sul New York Times. Il ristorante sarà co-gestito in un parcheggio ad Atalanta, a metà strada fra un Burger King e un McDonald’s. I ricavi realizzati dalle vendite saranno donati a «Peace One Day», un’organizzazione no profit che si pone come obiettivo quello di rafforzare la consapevolezza della Giornata Internazionale della Pace, indetta dall’Onu nel 1981.

Per il McWhopper saranno usati ingredienti dei due panini più famosi delle due società ma resta da chiarire quale ketchup sarà usato e chi fornirà le patatine fritte: McDonald’s non usa più quello Heinz da quando il gruppo di private equity 3G ha creato Restaurants Brands International, gruppo di cui fa parte Burger King. 3G insieme a Warren Buffett ha acquistato il ketchup Heinz, che Burger King suggerisce per il McWhopper.

«L’attivismo delle aziende di questa scala aumenta la consapevolezza, la consapevolezza crea azione e l’azione salva vite umane», afferma Jeremy Gilley, fondatore di Peace One Day, in un video sul sito «mcwhopper.com». La proposta è un’ispirazione per una buona causa: insieme «possiamo fare qualcosa di grande e fare la differenza», mette in evidenza l’amministratore delegato di McDonald’s, Steve Easterbrook, smorzando i toni sulla rivalità fra i due gruppi. «Fra di noi c’è una semplice e amichevole concorrenza, nulla a che vedere con la guerra». Poi ironizza sull’iniziativa di Burger King di acquistare un’intera pagina pubblicitaria per avanzare la proposta con un «Ps: la prossima volta facciamo una semplice telefonata». 

Certifi-gate: il tuo smartphone Android è a rischio?

La Stampa
andrea nepori

Alcune falle del sistema operativo di Google minano la sicurezza di milioni di utenti. Ecco come scoprire se il proprio apparecchio è vulnerabile e come proteggersi.



Dopo i rischi legati a Stagefright, una serie bug che permettono - in teoria - di violare un dispositivo Android con un MMS, è il turno di Certifi-gate. Il nome indica un gruppo di vulnerabilità, scoperte dai ricercatori di Check Point Software Technologies, che affliggono i dispositivi Android e consentono di prendere il controllo totale del dispositivo della vittima.

Le vulnerabilità riguardano l’architettura dei cosiddetti Remote Support Tools (RSTs), strumenti software che il sistema operativo mette a disposizione di applicazioni per il supporto remoto. Le applicazioni che utilizzano RSTs sono tantissime e spesso vengono installate sul dispositivo direttamente dai produttori. Il risultato è che ora centinaia di milioni di utenti, secondo le stime dei ricercatori, corrono un rischio concreto.

Grazie a queste vulnerabilità gli autori di un attacco possono agire come se fossero il soggetto autorizzato ad operare il supporto remoto, ottenendo così accesso completo ed incondizionato al cuore del sistema grazie ad una backdoor interna ad un’applicazione malevola installata dall’utente. Una volta richiesti e ottenuti i privilegi da amministratore da un’altra app legittima installata sul dispositivo, i malintenzionati possono procedere ad installare altri malware silenziosi o rubare dati sensibili accessibili sul telefono.

Check Point Software ha creato un’applicazione che permette di scoprire se il proprio dispositivo Android è a rischio: si chiama Certifi-gate Scanner e si può scaricare gratuitamente dal Play Store di Google. L’hanno già installata più di 100.000 utenti e poco meno di un terzo ha condiviso i risultati della scansione con Check Point. Il quadro è abbastanza allarmante: i dispositivi a rischio sono più della metà, alcuni esposti direttamente a livello sistemico, altri a causa dell’installazione di plugin di terze parti affetti dalle vulnerabilità. I dispositivi di una piccola percentuale di utenti (0,01%) risultano infine già affetti da exploit basati sui bug del Certifi-gate.

Una soluzione definitiva al problema può arrivare solo dai produttori, che devono fornire aggiornamenti di sicurezza specifici per i propri dispositivi. La frammentazione dell’ecosistema Android e la conseguente impossibilità di una centralizzazione della soluzione complica sempre esponenzialmente le procedure di aggiornamento. Per Certifi-gate la situazione è ancora più complessa, perché in alcuni casi le vulnerabilità riguardano direttamente applicazioni di terze parti su cui i produttori potrebbero non avere un controllo diretto.

Quello che è possibile fare, in attesa di un aggiornamento (da installare subito), è mettere in pratica alcune misure di sicurezza, che sarebbe bene osservare sempre come regola generale. In primis lavorare di prevenzione, installando sul dispositivo solo applicazioni che sapete essere legittime e provenienti da fonti sicure. Poi, ove possibile, cercare di capire come disabilitare gli strumenti che consentono il supporto remoto. Non c’è una procedure generale, purtroppo, le indicazioni possono cambiare a seconda del dispositivo. Infine l’installazione di applicazioni antivirus e anti-malware (Avira, AVAST, AVG ecc…) può aiutare a mitigare il rischio di un eventuale attacco.

Furti e degrado Così l'ex fabbrica è in mano ai rom

Elena Gaiardoni - Gio, 27/08/2015 - 08:12

Letti di fortuna, bici, rame rubati. Dove sorgeva la mensa Innocenti ora bivaccano decine di abusivi

Lordume. Silenzio, e un'estate invecchiata schiacciano i polmoni tra mura senza padroni. Si muovono in punta di piedi Edoardo Maria Brunetti, 22 anni, attivista di NoiXMilano, e Alessandro Gusmaroli, amministratore insieme a Roberta Borsa della pagina Facebook «Lambrate Informa», nell'ex mensa della Innocenti in via Rubattino.



Si cammina piano perché, da quando i padroni se ne sono andati, sono arrivati gli avvoltoi che pisciano sulle loro stesse zampe. Felpato è il passo nella Milano che puzza, sia nel senso letterale perché l'odore degli escrementi è rivoltante, sia nel senso che l'edificio che stiamo attraversando, come il suo dirimpettaio al numero 4, è occupato da oltre due anni da rumeni e tunisini, e se anche il mutismo dell'amministrazione sa questo odore non si può certo dormire sonni profumati di rose baccarat. Pur in rovina, l'ex mensa svela una bellezza che se recuperata potrebbe dare un museo coi fiocchi, invece è un'esposizione di letti su quattro assi ma con baldacchino, coperte straccione e colorate, scarpe calpestate.

Un tavolo rotondo con un mozzicone di candela e un fornello a gas fanno pensare a cene a base di superalcolici e risate, e quattro vecchie cipolle su una mensa sono ciò che resta del bottino preso da biciclette rubate e smontate, da montagnole di cavi trafugati da cui è stato estratto il rame. Un passeggino per piccoli dice che la famiglia attecchisce ovunque. Due piani. Finestre scassate, mura solide, pavimenti di micromattonelle montate alla perfezione in cui un popolo nascosto fa i suoi comodi porci. «L'assessore Marco Granelli disse che questi edifici sarebbero stati abbattuti a Natale». Brunetti e Gusmaroli annunciano una manifestazione di cittadini per il 15 settembre. Uno sgombero è già stato fatto. Inutilmente.

Abbattuti? Ma quale costruttore oggi, con l'aria di povertà che tira sul mattone, avrebbe la passione, prima, e i soldi, inoltre, per ricreare strutture del genere? Un cameriere arabo di un ristorante racconta che la sera i camionisti lasciano i camion nel parcheggio dell'Esselunga e quando tornano qualcosa è sempre sparito. Al numero 4 Ivan, noto artista di strada, ha scritto sul muro: «Una pagina bianca è una poesia nascosta». Ironia della parola, dentro al 4 di nascosto c'è la prosa fetida di merda nella polvere. «Quando venne Quinta Colonna a fare una trasmissione alcuni consiglieri Pd si sono presentati con i cartelli: “Via Rubattino è trendy ”. Peccato che dalla canna che si vede in fondo al giardino l'acqua esca 24 ore su 24 ed è acqua pubblica che paghiamo di tasca nostra».

Proposta. Lambrate piace agli espositori del Salone del Mobile. Perché non trasformare il numero 4 di via Rubattino e l'edificio denominato T9 in due «loft trendy» per il Fuori salone? Ora c'è un terzo edificio a rischio: l'ex liceo linguistico Alessandro Manzoni, lasciato a se stesso, il che vuol dire che per fare un buco nel muro come negli altri non ci vuole molta fantasia. «I rom poveri vivono così, invece i rom ricchi vivono in roulotte» dicono Edoardo e Alessandro. Ce ne saranno almeno una decina in via Cima dove i piccoli rom giocano. Edoardo e Alessandro sono ventenni. Perché fate questo? «Ricordo quando ero bambino e andavo a giocare a pallone in piazza Rimembranze. Ora sotto quegli alberi ci sono solo rom e nessun milanese osa più avvicinarsi a quella piazza. Voglio che ritorni come quando ero bambino» dice Alessandro, perché è il ricordo del profumo della nostra infanzia che fa una città.