venerdì 21 agosto 2015

Il Comune di Milano invita i cittadini ad usare il fax. Nel 2015.

Corriere della sera
di Gianfranco Giardina - 21/08/2015 13:21

I milanesi si sono visti recapitare per posta i moduli per poter pagare la TARI e per modificare i dati nel proprio fascicolo che ne determinano l'ammontare. Modalità per l'invio indicata solo il fax: e chi non ce l'ha?

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Il Comune di Milano è tecno-nostalgico: nei mesi scorsi è stata recapitata a tutti i cittadini la documentazione per la registrazione o modifica dei dati e i MAV per il pagamento della TARI. Pagare l’ennesimo tributo è già fastidioso di per sé; ma il paradosso è che per reinviare al Comune i moduli che esso stesso invia (ancora) per posta l’unico modo indicato dalle istruzioni del Comune sia quello di inviare un fax.


Avete capito bene: sulle istruzioni non c'è un’altra modalità di comunicazione delle modifiche alla propria abitazione o agli abitanti della stessa se non inviare un fax. Non viene neppure riportata la possibilità di un invio postale, anch’esso fuori dal tempo ma almeno più accessibile a una popolazione anziana. Non è citata la possibilità di inviare i documenti a un indirizzo email, neppure di posta elettronica certificata. Non c’è l'indirizzo di una form online, neppure con autenticazione forte, per comunicare al Comune le modifiche. Non stupisce quindi che qualche edicola a Milano si è attrezzata per inviare fax conto terzi a qualche euro a spedizione.

Vogliamo essere chiari: noi siamo per la definitiva eliminazione del fax. Soprattutto dalle pretese della Pubblica Amministrazione di farci interagire, nel 2015, con un sistema di trasmissione documenti analogicissimo, largamente incompatibile con le linee voce attuali (che sono digitali e codificano il segnale vocale) e che oramai nelle case è pressoché sparito. Oggi esiste l’email, il Web, milioni di device portatili connessi a Internet, gli scanner nelle stampanti multifunzione oramai anche sotto i 100 euro; e soprattutto esiste la fotocamera in tutti gli smartphone.

Che il fax possa essere inserito tra i tanti metodi di comunicazione con la Pubblica Amministrazione sarebbe già da ritenere inaccettabile: i dati inviati con il fax vanno poi necessariamente letti e interpretati da un umano, che costa alla collettività; ma che possa addirittura diventare l’unico sistema di comunicazione indicato sulle istruzioni è folle.

Una bella form su web inserisce già i dati a database, evitando anche errori di trascrizione e soprattutto non costa nulla all’amministrazione coinvolta. E, cosa non trascurabile, non consuma carta, né lato amministrazione pubblica, né lato cittadino. E, a proposito di foreste abbattute, il Comune di Milano, ha dimostrato una sensibilità ambientale di un vandalo: 7 fogli di carta inviati per posta a ogni nucleo familiare cittadino (con tanto di MAV doppi, uno dei quali è sicuramente da buttare) quando tutta la procedura poteva essere interamente dematerializzata. Ma questo è un altra (importantissima) questione.

Il paradosso ha il suo coronamento nel fatto che il Comune di Milano ha già attive tutte le procedure digitali per l'aggiornamento dei dati della TARI (la sezione TARI Web del sito) e sono accettati, oltre alle form online, anche le spedizioni via posta certificata, via Raccomandata postale e anche la consegna a mano all'ufficio protocollo. Ed è francamente inspiegabile il perché, nelle istruzioni cartacee inviate, non ci sia alcun riferimento alla possibilità di completare le operazioni online. Anzi, ci sia un intero paragrafo riguardante la sezione TARI Web del sito in cui si fa riferimento solo alla consultazione del proprio fascicolo ma si omette che si possa inviare per via telematica anche le comunicazioni di modifica.



Invitiamo tutti i nostri lettori a segnalarci altri casi di richieste di utilizzo, obbligatorio o meno, del fax da parte della Pubblica Amministrazione. Con l’identità digitale unica in arrivo, non ci sono più scuse al non utilizzo delle modalità digitali di interazione tra cittadino e Pubblica Amministrazione.

La Boldrini spende 40mila euro in lavanderia: tutti gli sprechi della Camera

Giuseppe De Lorenzo - Ven, 21/08/2015 - 16:55

Più di un milione di euro per fotocopie e per trasporate lettere per 350 metri. E spuntano anche 90mila euro per assicurasi del buon trattamento dei migranti nei centri di accoglienza

La spesa più bizzarra è indubbiamente quella che gli onorevoli deputati (a nostre spese) sosterranno per smacchiarsi i vestiti. Nel bilancio della Camera guidata da Laura Boldrini, approvato il 5 agosto, infatti, è iscritta una voce che parla chiaro: 40.000 euro per il servizio di lavanderia.



Una cifra incredibile, immaginando che le giacche e le cravatte (ormai se ne vedono poche) i deputati se le laveranno a casa. Ma non c'è solo questo. La relazione dei Questori e gli annunci della Presidenza parlano di un bilancio ridotto praticamente all'osso. Falso.

E' vero che la "spesa prevista per il 2015 si riduce di 50,5 milioni di euro rispetto al 2014 (-4,87%)" e che si attesta sotto il miliardo di euro. Ma parliamo pur sempre di 986,6 milioni di euro. Ed è anche vero che i soldi che lo Stato da qui al 2017 dovrà sborsare sono "solo" 943,16 milioni di euro all'anno, come è corretto dire che nel 2015 saranno restituiti al bilancio dello Stato 34,7 milioni di euro, che dal 2012 i deputati hanno fatto risparmiare allo Stato sono 223 milioni di euro. Ma le voci in cui si annidano sprechi e spese incomprensibili sono ancora eccessive. Troppe e con troppi soldi gettati al vento. Vediamoli, partendo dallo spreco più eclatante.

La Camera può vantare il possesso di un meraviglioso palazzo sorto "in epoca paleocristiana nel cuore del Campo Marzio". Un gioiello, e come tale costa parecchio per la manutenzione. Per la precisione 1milione e 140mila euro per il supporto operativo nella sede di Vicolo Valdina.Per cosa vengono spesi? Basta andare a leggere nel bando di gara. L'appalto è di durata triennale e l'azienda vincitrice deve assicurare, tra le altre cose, la "movimentazione, anche tramite carrello, di plichi, faldoni, risme di carta, cancelleria, etc.", poi "l'accoglienza e l'accompagnamento ai piani dei frequentatori della sede" e "'esecuzione di attività di riproduzione fotostatica o fascicolazione di documenti".

Insomma, più di un milione di euro per fare fotocopie, trasportare faldoni e recapitare la "corrispondenza e di ulteriori materiali". Per questo particolare compito, il bando precisa che i funzionari dovranno assicurare il "ritiro e la consegna della corrispondenza all'interno del Complesso e tra il Complesso e tutte le altre sedi della Camera dei deputati (...) e il recapito, con idonei mezzi di trasporto, della corrispondenza dei deputati tra il Complesso e le sedi degli altri organi costituzionali e dei ministeri ubicate nel comune di Roma".

C'è da chiedersi quali siano gli "idonei mezzi di trasporto", considerando che tra Palazzo Montecitorio e Vicolo Valdina, dove è sito il complesso, ci sono appena 350 metri. Fatti a piedi signficano circa 4 minuti (diciamo 5 in caso di pioggia), che diventano 6 se fatti in auto. E considerare che la Camera già spende 1.660.000 euro per "trasporto e facchinaggio".Tra le spese, va detto, ci sono anche quelle per il servizio di guardaroba. Un altra di quelle voci di spesa della Camera che sembrano eccedere la logicità: nel bilancio sono stati previsti 150.000 euro per tenere a bada cappotti e cappelli dei deputati.

Per non parlare poi delle spese di pulizia. Laura Boldrini, evidentemente attenta al pulito, si è assicurata una spesa di 6milioni e 550mila euro per l'igiene. Precisamente: 40.000 andranno alla lavanderia, 6.100.000 all'impresa di pulizie e 410.000 per lo smaltimento dei rifiuti.Altro punto poco chiaro riguarda le capacità poliglottiche degli onorevoli. I corsi di lingua, infatti, sono tutti a carico dei contribuenti: 300.000 euro nel 2015, cui va aggiunto il residuo di quelli ancora non pagati nell'anno passato, che ammontano a 295.113,70 euro.

In totale quasi 600mila euro in docenti di inglese e di informatica. La cosa più curiosa, poi, è che evidentemente queste lezioni non danno i frutti sperati. O almeno non fino in fondo. Le tasse degli italiani, infatti, vanno a coprire anche le spese per "traduzioni e interpretariato". Che, sommando tutti i casi in cui vengono citate, si parla di 515mila euro. Andiamo oltre. Ogni anno vanno in fumo circa 35mila euro per sostenere la commissione che indaga (ancora) sulla morte di Aldo Moro e 340.000 euro per finanziare vari ed eventuali "convegni e conferenze".

Tralasciando poi i 63 milioni di "rimborso delle spese sostenute dai deputati per l’esercizio del mandato parlamentare" (sul quale spesso ricadono enormi dubbi per il modo in cui vengono utilizzati) ci sono ulteriori 15 milioni e 910mila euro legati a spese non specificate, ma inserite in generiche voci chiamate "altre" o "accessorie".Infine, spuntano anche i 90.000 euro che ogni contribuente contribuirà a versare per permettere ad una commissione speciale di assicurarsi che i profughi abbiano tutto quello che gli occorre nei vari c'entri d'accoglienza sparsi per l'Italia. Una spesa di cui, sinceramente, non si sentiva il bisogno.

Marò: un gioco online per liberarli dall’India

La Stampa

L’iniziativa fa discutere. «Abbiamo voluto scherzare su chi strumentalizza la vicenda dei due fucilieri» dicono gli autori



Due giovani italiani appassionati di informatica hanno lanciato su internet un videogame dedicato alla vicenda dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone trattenuti da oltre tre anni in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori.

Il gioco si chiama Marò Slug , rifacendosi al celebre videogioco degli anni ’90 Metal Slug, è semplice e con numerosi errori di programmazione che rendono difficile raggiungere la fine. I due militari soprannominati in inglese The Tower e Big Round devono sparare a dei feroci assalitori seminudi in una foresta tropicale nel disperato tentativo di scappare dall’India. «I Marò sono appena evasi - si legge prima di iniziare a giocare - Riuscirai a farli tornare in Italia?». Come musica di sottofondo c’è l’Inno di Mameli.



«Con questo videogioco abbiamo voluto scherzare non sulla vicenda dei due fucilieri - avvertono gli autori, Emiliano Negri (idea e grafica) e Antonio De Maestro (Game development) - ma su chi la strumentalizza. Il caso marò rappresenta una questione estremamente complicata, gestita non alla perfezione da parte delle istituzioni italiane, ma la nostra iniziativa non ha fini propagandistici o politici, voleva solo strappare una risata». E a giudicare dai commenti postati da molti utenti («grande», «geniale», «epico»), l’obiettivo dei creatori del gioco è stato abbondantemente raggiunto.



La pensa diversamente Elio Vito, deputato di Forza Italia e membro della Commissione Difesa, che definisce «assurda e sconcertante» l’iniziativa dei due giovani creatori. Gli fa eco Ignazio La Russa, parlamentare di Fdi: «Non credo sia il massimo - afferma La Russa - legare a un videogioco una vicenda così drammatica. L’obiettivo del videogame è quello di salvare i Marò? Apprezzo lo scopo, ma non vorrei si trattasse di una trovata commerciale». 



All’ex ministro della Difesa risponde su Facebook direttamente Emiliano Negri: «Il gioco non è assolutamente una trovata commerciale - si difende il co-autore - e non vuol prendere in giro i protagonisti della vicenda. L’intento era completamente diverso: sembra che comunque tu abbia centrato il punto». Non sente ragioni però Vito Alò, delegato del Cocer, la rappresentanza della Marina Militare, per il quale «il mestiere di fuciliere non è un gioco». 

Il caso Martina Levato «Questa maternità è stata usata in modo strumentale»

Corriere della sera
di Elisabetta Andreis

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Il cono di luce è sugli incontri tra Martina Levato e il suo bambino. Fuori campo, al buio, le vittime. Due ragazzi sfigurati, uno salvo per miracolo, «un quarto cui l’amorevole mamma ha provato a tagliare via i genitali». L’analista junghiana Lella Ravasi Bellocchio, autrice di saggi tra cui «L’amore è un’ombra. Perché tutte le mamme possono essere terribili», mostra insofferenza. «Mi chiedo come possa esistere un dubbio sulla necessità di dare in affido questo bambino a una famiglia diversa».

Dottoressa Ravasi Bellocchio, lei è molto netta nella sua convinzione. «Ogni maternità è un enigma che contiene parti chiare e scure, ambivalente nel suo carico di vita e distruzione. È un’esperienza talmente forte che scopre le parti più profonde e cattive delle donne. Basta santificarla. Basta pensarla come evento che offre salvezza alla madre e al figlio. Qui poi è stata usata in modo strumentale. E un mezzo, un feticcio, è purtroppo anche il bimbo».

Ci spieghi meglio. «Penso allo stato mentale in cui questa donna ha desiderato la gravidanza, concepito il figlio e poi, in carcere, deciso di tenerlo. Voleva distruggere ogni traccia delle sue fantasie sessuali, forse materne, precedenti».

Poi, la gravidanza. «Quella pancia sa di rivincita contro un passato impuro e contaminato. I nove mesi, sono stati nove mesi di purificazione».

Adesso è nato questo bambino però, che non c’entra nulla. «C’entra, purtroppo, con ciò che è avvenuto prima. È il suggello delle aggressioni. Non è il futuro, è un modo per disinfettare il passato. Vissuto come il frutto di quegli agguati».

Oltre alla mamma, c’è il papà… «Il piccolo Achille tiene unita una coppia criminale ed egoista, simbiotica, che esclude qualunque terzo non “di proprietà”. Questi genitori, “incapaci di empatia, totalmente centrati su di sé”, non possono e non vogliono pensare davvero a un altro».

Un figlio è talvolta occasione di riscatto. «Smettiamola di pensare in quei termini».

E i nonni? «Se fossero portatori di amore autentico, sarebbero i primi a chiedere che il nipote venga subito adottato da una coppia il più possibile lontana. E presto: i primi mesi, per un uomo, sono fondamentali».

Windows 10 potrebbe disabilitare prodotti e programmi illegali da remoto?

La Stampa
federico gueerrini

La notizia che circola fra gli appassionati deriverebbe da un aggiornamento dei termini di servizio


A poche settimane dal lancio, Windows 10 continua a suscitare reazioni e commenti fra gli utilizzatori di prodotti Microsoft. E qualche preoccupazione riguardo alle possibilità del nuovo sistema operativo di comunicare costantemente con la casa madre. Funzionalità che destano allarme fra gli utenti più smaliziati, non solo per una questione di privacy. Una delle ultime notizie che circola fra gli appassionati, è quella secondo cui il nuovo prodotto dell’azienda Redmond sarebbe in grado di disabilitare da remoto giochi piratati e “periferiche non autorizzate”.

Secondo il sito Alphr , che per primo ha notato la cosa, la possibilità deriverebbe da un aggiornamento dei termini di servizio (che non riguarda peraltro, solo Windows 10, ma tutti i prodotti Microsoft). In particolare, nell’articolo 7 , si afferma che “Microsoft potrà verificare automaticamente la versione del software in uso da parte dell’Utente (...) ed effettuare, senza alcuna spesa da parte dell’Utente, il download di aggiornamenti software o modifiche alle configurazioni (...) incluse modifiche atte a impedire all’Utente di accedere ai Servizi, utilizzare giochi contraffatti o utilizzare periferiche hardware non autorizzate”.

Diversi osservatori hanno ridimensionato l’allarme. Il comma riguarderebbe soprattutto la piattaforma Xbox, e sarebbe stato pensato proprio per proteggere i giochi dalla pirateria e le console dall’hackeraggio. È vero però, che, in teoria, data la vaghezza e la genericità del paragrafo in questione, la disabilitazione da remoto potrebbe estendersi anche ad altre periferiche e ad altri software, come appunto Windows 10.

Adottato il cane in lacrime in attesa dell’eutanasia

La Stampa
fulvio cerutti



Si regge con le zampette alle sbarre della gabbia. Dietro di lui si vede una macchia di urina. Ma sono suoi occhi a colpire nel cuore: tristi, imploranti di un gesto di amore. Lui è uno dei 4 milioni di cani che ogni anno finiscono in un canile statunitense, lui poteva essere uno di quel milione di quattrozampe che vengono soppressi perché non trovano una famiglia entro qualche giorno. La sua storia però ha un finale positivo: la High Plains Humane Society (Hphs) visitando il City of Portales Animal Shelter, la struttura il cane era detenuto, lo ha visto e lo ha fotografato. 

In uno scatto, ha raccontato tutta la sofferenza e il bisogno di amore di un essere vivente. Quel che colpisce sono i suoi occhi, tristi e imploranti, lucidi di un mare pieno di amore in cui qualcuno dovrebbe tuffarsi. Dai suoi occhi scende qualcosa che sembra una lacrima, anche se non può essere: i cani non piangono, tengono il loro dolore tutto dentro.

«Ha bisogno di aiuto. in fretta. Ha bisogno di una casa» recitava il messaggio con cui l’associazione animalista ha pubblicato quella foto sulla propria pagina Facebook. In poche ore il tam tam della Rete ha fatto il suo dovere e una donna si è presentata nel canile per portarselo a casa. Ma sono tanti, anche nei canili italiani, che cercano una casa, che hanno una storia di sofferenza e sono pronti a condividere tanto amore. Visitate la nostra sezione videoadozioni (clicca qui) e potrete raccontarci la vostra storia.

twitter@fulviocerutti

Il giudice si arrende: "Il clandestino ci crede un Paese senza regole"

Fausto Biloslavo - Ven, 21/08/2015 - 08:03

Un marocchino 28enne colpevole di 21 reati è stato ripetutamente condannato ed espulso, ma l'ha sempre fatta franca. Il magistrato: noi impotenti, ci ha beffati

Un marocchino, da oltre dieci anni in Italia, compie 21 reati, ma dietro le sbarre resta solo 9 giorni grazie ad attenuanti, indulti e altro.



Non gli rinnovano il permesso di soggiorno e decretano la sua espulsione da tre diverse prefetture di Belluno, Bologna e Udine. Il 17 maggio 2013 è il Tribunale di Gemona del Friuli, che ordina di sbatterlo fuori dall'Italia per la quarta volta. E il 23 luglio finalmente lo rimandano in Marocco. Ma il clandestino sarebbe tornato in Italia per venir di nuovo pizzicato a Tirano, in provincia di Sondrio, dove si becca una condanna di un anno per false generalità. Non è chiaro se sia stata scontata, ma le ultime tracce in rete lo segnalerebbero a San Marino con il seguente motto on line «vivo e lascio vivere».

L'incredibile storia di normale immigrazione è ben descritta dalla sentenza del giudice di pace di Gemona, Vincenzo Zappalà. Il marocchino che a lungo l'ha fatta franca si chiama Achraf Hadif e ha 28 anni. Nel 2012 viene fermato dalla Polizia ferroviaria in Friuli-Venezia Giulia e denunciato in quanto clandestino, nonostante tre decreti di espulsione dal prefetto di Belluno e Bologna nel 2007 e di Udine nel 2011. La Questura di Torino nel 2010 aveva respinto la richiesta di permesso di soggiorno.

Al processo a Gemona è contumace ed il giudice di pace scrive nella sentenza: «In tutti questi atti è stato ripetutamente ordinato all'imputato di lasciare il territorio nazionale e di non rientrare prima che siano decorsi 10 anni. Tali ordini sono stati sistematicamente ignorati e nessuna autorità è stata in grado di farli eseguire coattivamente!».

Zappalà scopre che il clandestino è tutt'altro che un'anima candida. «Il certificato penale di Hadif Achraf riporta ben 21 reati, commessi dal 13.11.2002 al 26.02.2008 in Torino, Genova, Tortona, Biella, Imperia» si legge nella sentenza. I reati vanno dall'appropriazione indebita, al furto, rapina, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e così via.

In tutto, il marocchino nato a Casablanca, si è beccato 5 anni e 23 giorni di reclusione, ma «fra attenuanti generiche (ripetutamente concesse, malgrado le recidive), sospensione dell'esecuzione, indulto, cumulo delle pene, eccetera ha scontato soltanto 9 giorni di pena detentiva: dal 30.04.2011 al 09.05.2011!!».

Il magistrato di pace non ci vede più: «Evidentemente, il soggetto è stato indotto a pensare che il sistema giuridico-penale italiano è impotente e quindi nessun freno è stato posto alle sue scorrerie e nessun deterrente hanno rappresentato le molteplici condanne inflittegli!!!».

Il difensore chiede l'assoluzione sostenendo che potrebbe già essersi allontanato dal territorio nazionale. «Che sia tuttora in Italia (e si guarda bene dal presentarsi in questo processo, per far supporre che se ne sia allontanato) è fuor di dubbio!!!!» scrive il giudice. Applicare il favor rei è «una presa in giro per tutti i funzionari che hanno inutilmente rintracciato e segnalato il soggetto, con spreco di denaro pubblico.

Denaro che poi non è disponibile per l'allontanamento, come implicitamente ammette il Questore di Udine il 31.01.2012 (“non è immediatamente disponibile vettore aereo o altro mezzo di trasporto”)». La condanna del 17 maggio 2013 è l'ennesima «espulsione dal territorio nazionale per anni 10». Poi mesi dopo, in luglio viene finalmente eseguita da Torino.

Lo scorso anno, però, Hadif Achraf, sarebbe tornato in Italia ed un marocchino corrispondente alle sue generalità viene fermato a Tirano, in provincia di Sondrio. Si spaccia per il fratello residente a Torino. Secondo un giornale locale viene condannato ad un anno, ma non è chiaro se la pena sia stata scontata. Su Google plus un Hadif Achraf, che viveva a Torino, come il clandestino che l'ha fatta quasi sempre franca, sostiene di trovarsi dal 24 marzo nella Repubblica di San Marino.

di Fausto Biloslavo

Il regno di Elisabetta d’Inghilterra incominciò su un albero in Kenya

La Stampa
vittorio sabadin

Il 9 settembre supererà la durata del regno di Vittoria. Un libro di Vittorio Sabadin racconta la sua lunga e incredibile vita



All’alba del 6 febbraio del 1952 una telefonata partì dalla residenza di Sandringham: «Hyde Park corner - disse una voce maschile al telefono -. Avvisate il governo». Ogni prevedibile evento che riguardasse i membri della famiglia reale aveva all’epoca un nome in codice, e «Hyde Park corner» era quello che nessuno a conoscenza di questo segreto avrebbe voluto ascoltare: annunciava la morte del Re.

Giorgio VI era malato da molto tempo. Aveva fumato decine di sigarette al giorno per tutta la vita, era stato operato a un polmone, il suo cuore era debole e nelle ultime settimane il suo volto era diventato grigio e sempre più scavato, con gli occhi infossati che spesso guardavano nel vuoto […]

In quei giorni a Sandringham, la salute di Giorgio VI sembrava essere migliorata. Il 5 febbraio era andato a caccia con la moglie e con la figlia Margaret e al ritorno aveva scherzato con loro, aveva cenato e si era messo a letto, con il solito bicchiere di liquore al cioccolato sul comodino. Alle 7,30, quando il cameriere personale che lo serviva da vent’anni, James McDonald, era andato a svegliarlo, il Re non aveva risposto. Era morto nel sonno, senza soffrire.

Edward Ford, un assistente del segretario del sovrano, mise in moto la propria auto e guidò fino al 10 di Downing Street. Salì le strette scale dell’abitazione del primo ministro e bussò alla porta della camera da letto. Winston Churchill non si era ancora alzato. Sulle coperte erano sparsi i giornali che stava leggendo, sul comodino c’erano il primo bicchiere di champagne della giornata e la candela verde sempre accesa che gli serviva per ravvivare il sigaro. «Ho una brutta notizia da darvi, primo ministro – disse senza preamboli Ford.

Il Re è morto la scorsa notte». Churchill restò in silenzio per un attimo, poi gettò a terra i giornali: «Una brutta notizia? La peggiore». E scoppiò a piangere per la scomparsa, a soli 56 anni, di quel Re così fragile e coraggioso, di quell’uomo timido e balbuziente che aveva combattuto e vinto con lui la guerra contro Hitler. Nella camera era arrivato anche il suo segretario, Jock Colville, che cercò di consolarlo dicendogli che ora doveva pensare solo a come si sarebbe trovato bene con la nuova Regina: «Non la conosco – rispose pensieroso Churchill –, è solo una bambina».

Quella «bambina» aveva ormai quasi 26 anni e si trovava in quel momento con il marito Filippo in Kenya. Avevano sostituito il Re, troppo malato per poter ancora viaggiare, in una visita che avrebbe dovuto comprendere l’Africa, l’Australia e la Nuova Zelanda. Elisabetta aveva già sostituito per la stessa ragione il padre in molte altre occasioni, compreso un viaggio in Canada e negli Stati Uniti. Dovunque andasse, era accolta con entusiasmo e affetto. A Washington aveva incontrato il presidente Truman, che le aveva detto: «Da piccolo leggevo le storie di una principessa, ed eccola qui».

Elisabetta e Filippo erano partiti il 31 gennaio dall’aeroporto di Heathrow e il Re, per quella che oggi è facile definire una premonizione, aveva voluto accompagnarli fino alla scaletta dell’aereo. Con loro, tra le decine di componenti lo staff del viaggio, c’era anche «Bobo» McDonald, la nanny alla quale Elisabetta era stata affidata nel 1930 dopo la nascita di Margaret, e che sarebbe rimasta con lei per più di 60 anni, diventandone confidente e amica. «Bobo – le disse Giorgio VI -, abbi cura della principessa per me». Restò sulla pista a salutare la figlia con il braccio alzato, e lei rispose sorridendo dall’oblò. Era l’ultima volta che si vedevano.

Mike Parker, l’assistente di Filippo, ha raccontato come andarono le cose quel giorno in Kenya, quando arrivò la notizia che il Re era morto e che ora c’era una nuova Regina. Si trovavano nell’Aberdare National Park, al Treetops Hotel, un resort le cui stanze sono appoggiate sui rami di un gigantesco, vetusto albero di fico per consentire agli ospiti di poter osservare gli animali che vanno ad abbeverarsi nel laghetto di fronte.

Anche il leggendario cacciatore inglese Jim Corbett, che aveva ucciso intorno ai villaggi dell’India decine di tigri mangiatrici di uomini, si trovava nel resort, e scrisse una frase diventata famosa, che ancora compare su una targa appesa a una parete dell’albergo: «Per la prima volta nella storia del mondo, una giovane ragazza è salita su un albero un giorno come principessa e ne è scesa il giorno dopo come Regina. Che Dio la benedica»

Fu Filippo a essere informato per primo e chi era presente ricordò che rimase annichilito, «come se il mondo gli fosse caduto tra le braccia». Ed era proprio così. Raggiunse la moglie sul prato davanti al lodge, e glielo disse. Parker osservò la coppia da lontano: passeggiavano avanti e indietro e lui le parlava, le parlava, le parlava... 

La Regina passò le ore successive a scrivere lettere e biglietti per annullare gli appuntamenti dei giorni successivi e scusarsi per questo. Era nel suo carattere, e lo sarebbe rimasto per sempre, pensare a che cosa ognuno dovesse fare di fronte a un imprevisto. Verso sera, il suo segretario particolare le chiese come avrebbero dovuto chiamarla da quel momento in avanti, visto che come regina avrebbe potuto scegliere tra diverse possibilità. Lei rispose: «Con il mio nome, Elisabetta, naturalmente».

Quando feci fare gol alla squadra sbagliata"

Massimo M. Veronese - Ven, 21/08/2015 - 08:29

Lo storico radiocronista di "Tutto il calcio" racconta le sue avventure con Ciotti, Ameri & co.


Sveliamo un mistero: perché Tutto il calcio minuto per minuto partiva dal secondo tempo?
«Perché la Federcalcio era convinta che trasmettendo tutta la partita nessuno sarebbe più andato allo stadio. Pensa te...».

E noi che credevamo fosse una suspence creata ad arte. Ed è vero che all'inizio non si poteva interrompere le partite?
«Era una forma di educazione d'altri tempi».

E poi?
«La Roma segnò un gol all'Inter di Herrera e Enrico Ameri non si trattenne: “scusate, disse, Manfredini ha portato in vantaggio la Roma”. Da quel giorno cambiò tutto».

È vero che alla Rai l'idea di Tutto il calcio non piaceva?
«Guglielmo Moretti aveva ascoltato per caso in Francia una radio che trasmetteva calcio, rugby, basket in contemporanea. La propose. Gli risposero: a chi vuoi che interessi?...».

Le è mai capitato di scambiare un giocatore per un altro?
«Mica una sola volta. Ma ho fatto anche di peggio».

Cioè?
«Ho fatto segnare una squadra al posto di un'altra. Dissi: “due a zero per il Piacenza” e invece era uno a uno».

E com'è possibile?
«Nel nuovo stadio fecero la tribuna stampa con un vetro quasi psichedelico: ti faceva vedere una cosa per un'altra».

Il gol più emozionante che ha raccontato?.
«L'urlo di Tardelli al Mundial».

Il suo ricordo più bello?
«I mondiali in Argentina. Io sono nato lì...».

In Argentina?
«Mio papà era il custode dello stadio del Colon di Santa Fe. Praticamente sono nato negli spogliatoi».

Un predestinato. E il ricordo più brutto?
«Alle Olimpiadi di Atlanta mi scoppiò la bomba a due passi, fui gettato per terra con la gente che fuggiva impazzita».

E lei?
«Chiamai la Rai: c'è stato un attentato, dissi. Ma le agenzie non dicono nulla mi risposero. Te lo dico io: dammi la linea».

È stato lei il primo a dare la notizia?
«Il primo al mondo, prima ancora degli americani».

Che squadra era la squadra di Tutto il Calcio ?
«Una grande orchestra di fiati. Bortoluzzi era un signore vero, anche se il calcio non lo appassionava moltissimo».

Ameri?
«Eccezionale, generosissimo. Aveva le mani bucate: quello che guadagnava spendeva».

Ciotti?
«Sandro invece era uno un po' tirato. Tra i due c'era una differenza enorme: uno era ritmo, l'altro era prosa».

Perché Ameri prima di Ciotti?
«Ameri era stato assunto prima di Ciotti, la scaletta la fece l'anzianità di servizio».

Ma dai. E Ciotti se ne lamentava?
«Non lo sopportava proprio. Ma Enrico era più trascinante».

Nicolò Carosio lo ha incrociato?
«La prima volta che lo incontro mi dice: “tu sei Ezio Luzzi”. Mi sono commosso. Per me fu come l'investitura del re».

La radio ha ormai perso la partita con la tv?
«La radio non perderà mai. Neanche ai supplementari».

Ma senza più immaginazione che calcio è?
«Il calcio era più bello immaginarlo che vederlo. E certe partite di oggi sono molto più belle alla radio che dal vivo».

Chi le piace dei radiocronisti di oggi?
«Sono tutti bravi, però...».

Però?
«Sono tutti uguali, ripetono tutti le stesse cose».

E le radiocronache ultras?
«Sono inascoltabili. Più che una partita sembra un mercato».

Forse è la passione che fa gridare...
«Ai miei tempi c'era un argentino, Munoz, che gridava gooooooll e noi tutti a ridere. Oggi sono tutti sudamericanizzati».

Mai litigato con qualcuno?
«Pelè non volle darmi un'intervista. Lo mandai a quel paese».

E Maradona?
«Lo chiamavo paisà. E lui: “mi prendi per il c...”. Ma no, sono argentino come te. Maradona è meglio e Pelè».

Tra i calciatori di oggi chi potrebbe fare il radiocronista?
«Solo un mister: Mourinho. Ha già inventato un linguaggio».

É vero che oggi insegna radio ai giovani?
«Con mio figlio Paolo che lavora a La7 abbiamo inventato High School radio, la prima emittente al mondo interamente gestita da studenti. L'anno scorso hanno partecipato 58 licei in tutta Italia. Ora lo esporteremo in Europa e negli atenei».

Però...
«Portiamo la scuola dentro la radio e la radio dentro la scuola. Gratis. Abbiamo proposto la cosa al Miur, potrebbe persino essere materia scolastica».

E loro?
«Niente, ignorati. Renzi il grande comunicatore parla della buona scuola e questa è la sua risposta a centinaia di ragazzi. Sarà perchè non facciamo parte delle consorterie».

Profughi impiegati come volontari Scoppia la bufera sulla Festa dell’Unità

Corriere della sera

L’accusa della Lega Nord sull’impiego di 30 migranti come lavapiatti. La replica del segretario Pd: «Sono attività a favore della comunità»


Gli stand della kermesse
BOLOGNA - «Attività in favore della comunità»: così il segretario del Pd di Reggio Emilia Andrea Costa difende la scelta di impiegare una trentina di profughi come lavapiatti e volontari in cucina e negli stand della Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Alla kermesse che apre stasera al Campovolo, sono stati impiegati migranti attualmente ospitati dalla cooperativa sociale e di solidarietà Dimora d’Abramo, anche per la preparazione degli stand, e per piccole manutenzioni. Il tutto come attività gratuita e volontaria. Ma la scelta ha sollevato non poche polemiche.

LE IMMAGINI - «Dalle immagini di un servizio televisivo di TgReggio - scrive il segretario reggiano della Lega Nord Gianluca Vinci - si vede come i profughi durante le operazioni preparatorie, movimentazione di un frigorifero e dei tavoli fossero privi di guanti di protezione ed utilizzassero anche un transpallet. Ci si chiede allora a quale titolo e per quale motivazioni questi 30 profughi siano impiegati presso la Festa del PD, non avendo elettorato attivo né passivo, forse non conoscendo neanche bene la lingua italiana, se stiano svolgendo volontariato per un partito politico italiano scelto di propria volontà. A molti telespettatori questo è sembrato uno schiaffo a tutti quegli artigiani ed operai che quotidianamente si trovano a dover giustamente rispettare decine e decine di leggi e regolamenti sul lavoro e sulla sicurezza sul lavoro, pena migliaia e migliaia di euro di multe e denunce penali».

LE MOTIVAZIONI - «Noi abbiamo aderito a un progetto della cooperativa — la replica del segretario Pd Costa —, che coinvolge diverse associazioni e diverse parrocchie , per far fare a queste persone attività in favore della comunità. La cosa bella — secondo il segretario Pd — è che lo Sato ci guadagna perché questi ragazzi hanno il vitto assicurato da Festa Reggio e non passano la giornata guardando un muro . Hanno la possibilità di farsi raccontare dagli altri volontari le particolarità della comunità che li ospita., di imparare l’italiano. Non è una cosa nuova, ho 12 carcerati che lavorano già per la Festa».

«Avere manodopera gratuita — prosegue Costa — permette di fare più utili e devolverli per iniziative di solidarietà per la Caritas , Emergency, ecc. E poi ci sono 2mila volontari — si difende — , il contributo dei 30 è simbolico». Infine conclude Costa: «Io sto dalla parte del Papa e del Presidente Mattarella: ci hanno chiesto gesti simbolici e questo è uno di quelli». In Emilia-Romagna ci sono altri progetti di volontariato che coinvolgono richiedenti asili in attività gratuite, ma che riguardano servizi in favore della comunità e dei Comuni. A Castello d’Argile, ad esempio, 16 migranti stanno partecipando ai lavori di ritinteggiatura e manutenzione dell’asilo comunale».

IN REGIONE - In un’interrogazione al presidente Stefano Bonaccini e all’assessore alla Legalità Massimo Mezzetti, il capogruppo leghista Alan Fabbri e il consigliere Gabriele Delmonte chiedono di «far luce sull’impiego per la festa Pd dei 30 immigrati assegnati alla coop Dimora d’Abramo». Chiedono anche di «accertare le eventuali responsabilità e ricordano come sia di pochi giorni fa la firma, in Regione, di un protocollo per l’impiego dei profughi in lavori socialmente utili». «Forse per il Pd è socialmente utile la festa dell’ Unità?», chiedono retoricamente Fabbri e Delmonte. «Se retribuiti, perché non dare priorità ai reggiani che hanno perso il lavoro?». Infine un’accusa: «viene da dire che il Partito Democratico importi i clandestini per sfruttarli come manodopera a basso costo (o a costo zero), per il proprio becero tornaconto di partito. E poi certi ministri si riempiono la bocca con la lotta al caporalato».

20 agosto 2015

Roma come Corleone: perché non sono stati vietati i funerali del boss?

Corriere della sera

di Alfio Sciacca

In Sicilia da tempo vengono vietati i funerali “spettacolo” anche di semplici capibastone. Lo stesso non è avvenuto nella Capitale

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Scene del genere non si erano mai viste neanche nella Corleone degli anni settanta. Per trovare qualcosa di simile bisogna andare a frugare nella peggiore filmografia sulla mafia. Cavalli, la carrozza tirata a lucido, Rolls Royce, l’elicottero che lancia petali di rose e poi amici ed affiliati in lacrime per dare l’estremo saluto al boss del clan Casamonica, definito senza mezzi termini «Re di Roma». E, per evitare fraintendimenti, anche la banda che suona la musica de «Il padrino». Che la mafia non fosse un problema solo siciliano lo si era capito da tempo e le ultime inchieste su Roma Capitale non hanno fatto che confermarlo. Anni di malaffare, stragi e inchieste sono però servite alla Sicilia almeno ad alzare il livello di consapevolezza di istituzioni, forze dell’ordine e, in parte, anche della società civile.
In Sicilia
Attualmente in Sicilia, ma spesso anche in Campania e Calabria, le autorità di polizia sono molto più rapide nell’intervenire per evitare certe ostentazioni di forza che poi diventano terreno di coltura per la mafia. In poche parole i prefetti e i questori di Palermo, Catania, Agrigento vietano ogni giorno i funerali anche di piccoli capibastone, proprio per evitare che possano trasformarsi in delle “americanate” come quella vista per i funerali del boss Casamonica. Altrettanto non è avvenuto a Roma che è la capitale d’Italia.

Perché? Nessuno sapeva? Nessuno immaginava quel che sarebbe successo? Oppure tutto è stato colpevolmente sottovalutato? Qualcuno forse dovrà dare delle risposte. Perché quello che è successo nel quartiere don Bosco a Roma consegnerà ai media stranieri le istantanee e un video che nei prossimi giorni faranno il giro del mondo.

E si farà veramente fatica a spiegare che quelle immagini arrivano da Roma, la città eterna, e non da Corleone.

20 agosto 2015 (modifica il 20 agosto 2015 | 19:45)