sabato 8 agosto 2015

L’Italia nel 2100: Roma sarà spazzata via dal mare, addio alla Pianura Padana

Corriere della sera

La mappa dell’Italia nel 2100

 

L’Italia, fra 85 anni, il disegnatore Martin Vargic alias Jay Simons la immagina così. Correrà il 2100 l’innalzamento del livello del mare causato dal riscaldamento globale avrà fatto scomparire intere città, Roma compresa, e regioni (foto Iberpress)

 

 Gran parte di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto saranno un ricordo (foto Iberpress)

 

The Italian job: Hacking Team e le collaborazioni con le aziende tricolori

La Stampa


La rete di rapporti commerciali tra l’azienda milanese e altre realtà nazionali. Anche alla conquista del mercato estero della sorveglianza

 

Per commerciare i suoi software spia in tutto il mondo, Hacking Team – l’azienda milanese che alcune settimane fa ha subito un attacco informatico con conseguente pubblicazione di molte mail e documenti riservati – si serviva, come abbiamo scritto in più occasioni, di una serie di rivenditori, partner commerciali e intermediari. Alcuni di questi sono multinazionali della sorveglianza, altri ruotano attorno a oscuri imprenditori con aziende panamensi e simili.

Tuttavia Hacking Team ha stretto rapporti commerciali anche con diverse aziende italiane: alcune orientate soprattutto al mercato interno delle forze dell’ordine e delle Procure; altre con ambizioni più ampie. Nomi come RcsLab (di cui abbiamo scritto qui), ma anche RESI informatica, Area spa, Csh & Mps, Sio

RESI INFORMATICA E LA TUNISIA DI BEN ALI’
Nel febbraio 2010 l’impresa italiana RESI Informatica, con sede tra Roma e Aprilia (Latina), avrebbe acquistato un pacchetto Rcs – ovvero il software di intrusione e spionaggio e relativa piattaforma di supporto creati da Hacking Team – per 126mila euro, secondo una fattura pubblicata online - e ripubblicata anche da alcuni media internazionali - insieme al resto dei 400 GB di materiale interno all’azienda (materiale ad oggi mai smentito dai diretti interessati).

Il pacchetto in questione sarebbe stato rivenduto dopo una prova (demo) alla Tunisia, in particolare all’ATI, l’agenzia governativa di internet che controlla anche il principale Isp del Paese e che è stata per anni il motore delle attività di sorveglianza nazionali.

Un po’ di contesto storico: nel 2010 siamo ancora sotto il regime di Ben Alì, al potere da 23 anni. «Durante i suoi 15 anni di esistenza – scriverà nel 2011 la rivista americana Wired – l’ATI era nota per censurare internet e violare le caselle di posta personali dei cittadini. Tutto il traffico degli Isp tunisini e le email passavano attraverso i suoi uffici prima di essere rilasciati su internet, e tutto ciò che non era gradito alla dittatura di Ben Alì non vedeva la luce».

Mentre ancora pochi giorni fa, il gruppo pluripremiato di blogger tunisini pro-democrazia Nawaat, sottolineava come le rivelazioni provenienti da Hacking Team confermassero quello che già aveva detto lo stesso amministratore di ATI, Moez Chakchouk, dopo la rivoluzione del 2011: e cioè che la Tunisia era stata «un laboratorio di sistemi di sorveglianza e censura di internet a beneficio di aziende occidentali». A cercare di fare affari in Tunisia in quel periodo non sono solo le italiane Hacking Team e RESI: ci sono ad esempio le americane BlueCoat e NetApp, secondo le dichiarazioni di ex manager di ATI. Insomma, la Tunisia di Ben Alì è un cliente ambito.

L’Italia poi ha una storia di rapporti privilegiati: secondo la deposizione fatta in Parlamento nel 1999 da Fulvio Martini, ex capo del Sismi al tempo del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), nel 1987 il Sismi (oggi AISE) avrebbe organizzato «una specie di colpo di Stato in Tunisia», mettendo a capo del Paese proprio il presidente Ben Alì.

Ma tornando al software di Hacking Team rivenduto all’agenzia tunisina via RESI Informatica, le cose prendono a un certo punto una brutta piega per le due aziende. Dal dicembre 2010 iniziano infatti le proteste di piazza che porteranno poi alla cacciata di Ben Alì nel gennaio 2011, e alla cosiddetta rivoluzione dei gelsomini. E proprio a dicembre Hacking Team sollecita dei pagamenti che non sembrano arrivare.

I rapporti col cliente finale e con RESI si deteriorano e nella lista clienti di Hacking Team la Tunisia resta allo stadio di demo. Nel gennaio 2011, dopo la fuga di Ben Alì, il Ceo di Hacking Team David Vincenzetti commenta: «Sarà difficile per RESI fare business con la Tunisia, almeno per un po’», aggiungendo di ritenerla strettamente legata - al di là della offerta del loro software Rcs - alle attività di gestione e controllo della Rete fatte dal governo tunisino. «Tra le cose maggiormente odiate dai rivoluzionari c’è la ricchezza della famiglia regnante e la CENSURA», commenta Vincenzetti.

RESI Informatica si presenta come fornitrice di soluzioni di sorveglianza elettronica e delle comunicazioni per primari Isp e telco nazionali e internazionali e per le forze dell’ordine. Fa parte di RESI Group, che controlla anche un’altra azienda italiana, IPS, fornitrice di soluzioni di sorveglianza e intercettazione. Stesso gruppo, località geografica, management. Per la cronaca, RESI Informatica nel 2011 partecipa alla consultazione pubblica indetta dall’Agcom (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) sul principio della neutralità della Rete, secondo il quale gli operatori non dovrebbero trattare in modo diverso le comunicazioni elettroniche a seconda del loro contenuto, applicazione, mittente ecc. La sua posizione, favorevole ad alcune forme di gestione del traffico internet, non sorprende molto ed è visionabile qua.

RCS LAB E IL FRONTE ORIENTALE
Hacking Team ha avuto rapporti commerciali anche con un’altra azienda italiana, Rcs Lab, che lavora da anni con le procure nel campo delle intercettazioni – e che nel 2013 fu coinvolta nella vicenda della pubblicazione della intercettazione di Fassino-Consorte («Abbiamo una banca»). I rapporti vanno anche fuori dall’Italia: come abbiamo scritto qua, attraverso Rcs Lab, Hacking Team intavola trattative col Turkmenistan, il Pakistan, il Bangladesh e il Vietnam. L’ISI, i famigerati servizi segreti pachistani, erano interessati a una licenza per un numero di target che andava dai 500 ai mille. Secondo il rappresentante di Rcs Lab, in Pakistan c’era già FinFisher – lo spyware concorrente della anglo-tedesca Gamma - venduto alla aeronautica militare pachistana.

In Vietnam invece il potenziale cliente dovrebbe essere il MoPS, il Ministero di Pubblica Sicurezza. C’è però qualche problema di immagine. Secondo le parole del contatto locale in Vietnam di Rcs Lab, che starebbe portando avanti la trattativa, il cliente è preoccupato della cattiva reputazione delle soluzioni di intrusione sulla stampa, perché in quel periodo, agosto 2013, Gamma/FinFisher, la rivale di Hacking Team nel settore, è nell’occhio del ciclone, a seguito della pubblicazione di alcuni rapporti internazionali sulla sua attività. Ma l’interesse è comunque elevato.

Una pessima fama in tema di diritti umani ce l’ha però proprio lo stesso Vietnam (basta leggersi questo rapporto https://www.hrw.org/asia/vietnam), un Paese dominato da un partito unico comunista e dalla repressione di ogni dissenso. Da notare che lo scorso luglio la Svizzera ha vietato l’esportazione di apparecchiature di sorveglianza e intercettazione (in particolare gli IMSI-catcher, che intercettano e tracciano cellulari) in Vietnam e Bangladesh perché ritiene che i destinatari possano usare gli apparecchi a fini di repressione.

Il manager dell’area Medio Oriente e Africa di Rcs Lab sonderà – senza risultati - anche una “opportunità” in Myanmar (Birmania), attraverso un’azienda locale che è fornitrice dell’intelligence militare del Paese. I militari del Myanmar sono accusati di torture sui civili, secondo Reuters.Ad andare invece sicuramente in porto è la commessa con la Mongolia: e anche qui i primi rapporti li allaccia il manager di Rcs Lab nel 2013. Nel 2015 risulta attivo per Hacking Team un contratto con l’autorità nazionale anti-corruzione. 

AREA SPA E L’EGITTO  
Hacking Team intrattiene stretti rapporti anche con una nota azienda italiana di tecnologie di intercettazione e monitoraggio della rete, Area spa, di Vizzola Ticino (Varese), che lavora per molte Procure.

Area era finita sui giornali nel 2011. L’agenzia Bloomberg rivelò infatti che proprio l’azienda varesotta aveva ottenuto una commessa dalla Siria di Bashar Al-Assad per fornire un sistema di intercettazione e analisi del traffico internet e delle email del Paese, per una cifra stimata di 13 milioni di euro. L’azienda fermò successivamente il progetto anche a causa del polverone mediatico. Ma Area Spa è una presenza ricorrente nei convegni delle forze dell’ordine italiane e con un raggio d’azione molto vasto: dal monitoraggio del traffico alla cyber intelligence dalle intercettazioni fino alla infiltrazione di social media e chat (la cosiddetta virtual humint).

Anche con Area, Hacking Team discute opportunità commerciali all’estero dalla Spagna all’Egitto, e nel settembre 2014 - secondo le fatture online - acquista il software Rcs (regolato da una licenza d’uso) per 430mila euro. Oltre a ciò, nell’autunno 2014 un manager di Hacking Team contatta i vertici di Area per sondare su una occasione in Bangladesh, dove, in cambio di una commissione, «noi vi introdurremmo al partner locale e poi lavorereste con lui».

Per contro, sempre nello stesso periodo, è Area che invece prova a coinvolgere Hacking Team in una gara in Egitto per una soluzione tattico strategica su tutto il Paese (country wide). Cosa significa? Lo spiega il commerciale di Area nelle mail: «Il completo monitoraggio del traffico internet, passivo e attivo, strategico e tattico». Siamo pochi mesi dopo l’elezione di al-Sisi, ex-capo delle Forze armate, a presidente. Le rivali?

Secondo le parole riportate dal commerciale di Area, sarebbero la tedesca Gamma/FinFisher insieme all’italiana che abbiamo già citato sopra, ovvero IPS, e ai taiwanesi di Decision Group. Il cliente finale di questo monitoraggio a tappeto sarebbe nello specifico la Telecomunication Regulatory Authority, l’equivalente egiziana dell’AGCOM italiana. Il partner locale: l’impresa Alkan CIT del Cairo. Tuttavia da Hacking Team successivamente fanno presente che l’Authority non sarebbe un’organizzazione intitolata all’uso della loro soluzione e chiedono dunque quale sia l’utente finale (se diverso). Non pare che alla fine il contratto per Hacking Team vada in porto.

Comunque con l’Egitto la società milanese aveva almeno già un’altra commessa, a partire dal 2013, dal Ministero della difesa, dipartimento di cyberguerra, per 115mila euro, rinnovata ancora nell’aprile 2015 per 130mila euro. Il partner in quest’ultimo caso è Gnsegroup.com, parte del conglomerato egiziano Mansour, con cui aprono trattative anche su altri potenziali clienti.

CSH&MPS E SIO  
Hacking Team usa degli intermediari anche per vendere alle Procure italiane. Tra queste, società come Csh & Mps e Sio. La prima, con base a Palermo, era balzata sui giornali con il famoso software Querela, con cui gli investigatori avevano infettato e intercettato il pc di Luigi Bisignani (in foto) nell’inchiesta sulla P4. L’altra è la Sio Spa, che nel 2012 li contatta per una possibile collaborazione sul mercato nazionale e nello specifico sulle Procure della Repubblica. Collaborazione che poi si instaura effettivamente.

Ma perché Hacking Team usava dei rivenditori anche in Italia? «È questione di marketing», sostiene Fabio Pietrosanti, membro dell’Hermes Center for Technology and Human Rights e conoscitore di quel mercato. «Se sono un’azienda che già cura la sala d’ascolto di una Procura, offrendo un servizio di intercettazioni telematiche e telefoniche, probabilmente gli rivendo anche localizzatori Gps magnetici e captatori informatici (ovvero i trojan o spyware di Hacking Team, ndr).

Tutto integrato in una unica console di visualizzazione e su un unico contratto di supporto, così il cliente ha un miglior servizio». Si preferiva delegare – sostiene una fonte che è stata vicina ad Hacking Team – perché era più semplice per tutti. E perché le polizie, che non hanno sempre le capacità sufficienti per fare intelligence, si servono di queste aziende anche per raccogliere informazioni sui target, fare social engineering e portare a termine un attacco.

In ogni caso, l’integrazione di soluzioni, aziende e strumenti di sorveglianza è molto richiesta dai clienti, nazionali ed esteri. E prontamente fornita anche dalle aziende tricolori.

Quando i partiti lottizzavano la Rai (ma con i loro migliori professionisti)

La Stampa


Lo spoils system si può fare con incompetenti e “amici di”, ma può anche essere virtuoso: tra il 1975 e il 1990 il servizio pubblico ha prodotto programmi che hanno fatto la storia




La Rai, per decenni la più grande emittente di emozioni nazional-popolari del Paese, è sempre stata trattata come una riserva di caccia dai partiti, eppure c’è stato un tempo nel quale le forze politiche (pur lottizzando scientificamente), hanno indicato fior di professionisti. Favorendo stagioni di grande televisione. E dimostrando una regola arci-nota in tanti Paesi: lo spoils-system si può fare con incompetenti e corregionali, ma può anche essere virtuoso.

Quarant’anni di lottizzazione  
D’altra parte il diffuso stupore di queste ore per la lottizzazione messa in atto dal governo e dai partiti non è molto diverso da quello che investì le forze di governo 40 anni fa. Era la primavera del 1975, era stata approvata una riforma della Rai che faceva passare il controllo dal governo al Parlamento, con l’istituzione della Commissione di vigilanza. Sembrava l’imposizione per legge della spartizione e infatti in quei mesi iniziali nessuno riuscì ad immaginare che stava per iniziare una stagione, durata grosso modo 15 anni, nel corso dei quali i principali partiti, Dc, Psi e Pci, lottizzarono la Rai ma mandando i loro migliori professionisti. E producendo programmi che hanno fatto epoca.

La «Seconda Rete» e il Psi
Una stagione che dimostra come possa esistere anche una lottizzazione «buona»? In quei primi anni post-riforma le novità più consistenti vennero dalla nuova, vivacissima «Seconda Rete», alimentata dal Psi del primo Craxi, il più innovativo. Ricorda Claudio Martelli: «Alla presidenza della Rai ero riuscito a portare, dopo l’esperienza di sovrintendente della Scala, Paolo Grassi», già mitico animatore del Piccolo Teatro di Milano.

Alla direzione del Gr1 il Psi mandò Sergio Zavoli, il giornalista Rai col cursus honorum più ricco, ma che dovrà aspettare ancora 4 anni per assurgere alla presidenza, una «tempistica» che poi si è smarrita. Andrea Barbato, al Tg2 e Massimo Fichera, a Rai2, promossero altri programmi battistrada come «Odeon», «Ring», «Di tasca nostra», «Dossier», un Tg anticonformista, precursore dell’attuale Tg della 7. Alla direzione di Radiotre, l’austero leader della sinistra interna Riccardo Lombardi aveva suggerito un giornalista indipendente come Enzo Forcella, che inventò «Prima pagina», rassegna stampa che ha fatto scuola.

Il «popolo tv» comunista  
Osserva Marco Follini, in quegli anni membro del Cda per la Dc: «Allora la lottizzazione era una scienza esatta ma la politica era tutto, calamitava le energie migliori e sul collo dei nominati pendevano redini molto flosce. La Dc governava Rai1 e mandava in onda la Piovra: una fiction anti-Dc o il massimo sforzo civico nel quale potevano riconoscersi gli elettori-spettatori dc più avvertiti?». Anni nei quali la Rai produceva cultura nazional-popolare di alto livello, col contributo del Pci che nel 1987 prende il «potere» al Tg3 (con Alessandro Curzi) e a Rai3 (con un intellettuale «colto» di tv come Angelo Guglielmi) perché, dopo la prima rilevazione Auditel, la Rai - per tenere botta con Fininvest - aveva bisogno del «popolo tv» comunista. Nascono trasmissioni-apripista come Samarcanda, Chi l’ha visto? e tante altre innovative. Sostiene Enrico Menduni, allora nel Cda per il Pci: «Noi - e anche gli altri - allora sceglievamo i professionisti migliori perché tutti sapevano di dover agire in un ambiente competitivo: se portavi un portatore di ordini esterni, la struttura ti schiacciava. E la spartizione divenne, a suo modo, un fatto virtuoso».

Le assunzioni “intelligenti”  
Ma oltre alla stagione 1975-1990 la Rai è stata protagonista di assunzioni “intelligenti” e anticonconformiste anche in altre epoche: negli anni Cinquanta, imperante la Dc più “codina”, entrarono con il concorso personalità come Umberto Eco, Gianni Vattimo, Furio Colombo e all’inizio degli anni Sessanta, per avviare la nuova stagione del centrosinistra fu chiamato alla guida del telegiornale unico un giornalista autorevole come Enzo Biagi.

Jobs, la figlia e quei 25 milioni mai dati alla ex. «Niente ricatti»

Corriere  della sera

La verità in un lettera di Chrisann Brennan, ex del fondatore della Apple e madre della sua prima figlia


 «Solo i soldi possono chiudere questo capitolo per sempre. Tutti gli anni che ho perso a causa del tuo comportamento disonorevole possono essere perdonati». Così scriveva a Steve Jobs la sua ex fidanzata, e madre della sua figlia maggiore Lisa, Chrisann Brennan nel 2005. Il fondatore di Apple era impegnato nel lancio dell’iPod Nano. L’iPhone sarebbe arrivato due anni dopo. Secondo quanto emerge in una lettera pubblicata da Fortune, e consegnata alla testata dalla donna stessa, Brennan reagì alla definitiva ascesa della casa della Mela chiedendo a Jobs un risarcimento di 25 milioni di dollari per il «comportamento disonorevole» tenuto nei suoi confronti e in quelli della figlia Lisa, che all’epoca aveva 27 anni, cui inizialmente aveva negato la paternità. Per Lisa ne domandava altri 5. 
«Non cedo a un ricatto»
«Ho cresciuto nostra figlia in circostanze molto dure. E tutto era ancora più confuso e difficile perché tu avevi così tanti soldi. Qualcosa deve ancora compiersi. Io credo che la decenza e la fine di tutto questo si possa raggiungere solo con i soldi. È molto semplice», scrisse Brennan nella missiva di due pagine. Jobs non rispose e la donna, con cui aveva iniziato una relazione a 17 anni mentre entrambi frequentavano la Homestead High School di Cupertino, iniziò a scrivere un libro sulla loro tormentata relazione. Tre anni dopo, forte dei particolari sulla vita personale dell’imprenditore messi nero su bianco, ci riprovò. Era il 2009 e gli offrì di non procedere con la pubblicazione in cambio dei soldi: «Non voglio avere problemi con te, ma devo fare qualcosa. Sono stata malata per 3 anni e non ho scelta. Ho bisogno dei soldi per vivere. O tu o il libro». «Non cedo a un ricatto», rispose Jobs mettendo in copia la figlia Lisa, che non ha voluto commentare la vicenda appena emersa.

 «Un demonio»

Nel 2013, a due anni dalla morte dell’imprenditore, Brennan ha pubblicato The bite in the Apple definendo l’ex fidanzato «un demonio» e dipingendo se stessa come «vittima della sua crudeltà». Secondo quanto confermato da Brennan, una volta ammessa la paternità di Lisa, Jobs ha dato un contributo di 4 mila dollari al mese , ha acquistato due automobili e una casa per madre e figlia e ha pagato gli studi della ragazza. 

7 agosto 2015 (modifica il 7 agosto 2015 | 23:36)

Formula 1, Juan Manuel Fangio riesumato per due test di paternità

Corriere della sera

L'argentino, cinque volte campione del mondo, è morto nel 1995. Ora due uomini ultrasettantenni dichiarano di esserne i figli e chiedono il test del dna


 Il corpo del cinque volte campione del mondo di Formula 1 Juan Manuel Fangio venerdì è stato riesumato ben vent'anni dopo la morte per l'accertamento di due eventuali paternità. È successo venerdì in Argentina.
La fondazione e l'eredità

Fangio in vacanza a Varazze nel '58 (Afp)
Fangio in vacanza a Varazze nel '58 (Afp)

Due uomini , infatti, hanno promosso due cause separate sostenendo di essere figli del pilota, e reclamando la proprietà che Fangio lasciò a una fondazione e al museo che porta il suo nome, a Balcarce, 200 km a sud di Buenos Aires. Per ordine di un giudice, quindi, il corpo dell'uomo, scomparso nel luglio 1995 all'età di 84 anni, è stato rimosso dalla cappella di famiglia per essere portato in un obitorio per gli esami del dna.
I due presunti figli
Fangio - ex pilota tra gli altri di Alfa Romeo, Maserati e Ferrari - morì senza essersi mai sposato, e ufficialmente senza figli. Secondo i biografi, però, ebbe una lunga relazione con una donna, chiamata Andrea Berruet, fino agli anni Sessanta.. Il figlio della donna, Oscar Espinoza, con un passato in Formula 3 (con il soprannome di «Cacho Fangio»), è uno dei due uomini che hanno chiesto il riconoscimento della paternità: come prova porta delle lettere in cui l'ex campione scriveva alla madre chiedendo del bambino. L'altro si chiama Ruben Vazquez. Hanno, rispettivamente, 77 e 73 anni. I risultati sono attesi entro 30-60 giorni. 

7 agosto 2015 (modifica il 7 agosto 2015 | 23:46)