lunedì 3 agosto 2015

Windows 10, l'accusa del programmatore: "Minaccia la vostra privacy"

Libero


Il nuovo sistema operativo della Microsoft è arrivato da appena una settimana ma è già nel mirino delle critiche. Windows 10 avrebbe infatti dei problemi di privacy. Lo sviluppatore Jonathan Porta nel suo sito ha pubblicato un post accusatorio nei confronti dell'azienda produttrice di Redmond. In sostanza Microsoft attraverso le impostazioni di default sulla privacy consegnerebbe un alto quantitativo di dati sensibili degli utenti, spiandoli. Windows 10 attiva in automatico sette flussi di informazioni inviando, senza saperlo, i propri dati personali. Per evitare che questo accada è necessario che sia il fruitore stesso a cambiare le impostazioni avanzate.

L'accusa dell'esperto - " Inquietante e spaventoso", ecco come Porta descrive Windows 10. Installando il pacchetto si dà il consenso per inviare i dettagli dei propri contatti e del proprio calendario direttamente a Washington, consentire a Windows e alle app di rilevare la posizione esatta in cui ci si trova e tutta la cronologia dei recenti spostamenti. Il discorso non riguarda solo Microsoft perché l'azienda invierà le informazioni riservate anche ai suoi partner di fiducia per migliorare i servizi di localizzazione. Inoltre imposta la connessione automatica agli hotspot che suggerisce, per incanalare le preferenze degli utenti. Per Microsoft si tratta di impostazioni mirate a migliorare i servizi e l'efficienza del nuovo sistema operativo.

Dopo tutte queste polemiche una portavoce dell'azienda ha negato qualsiasi intenzione di vendita di dati dei propri utenti. Secondo Porta lo scopo dell'acquisizione delle nozioni avviene tramite "indicazioni troppo vaghe" perché "non fornisce informazioni sufficienti sulle terze parti (i partner)". Nonostante la Microsoft non sia la prima azienda a forzare un po' la mano pur di ottenere le preferenze dei propri clienti, tuttavia è l'unica ad avere nelle impostazioni di default un consenso esplicito.

Tg3, la lettera di un giornalista contro Bianca Berlinguer: "Pensi solo a condurre, i colleghi ci sfottono per il tuo telegiornale"

Libero


Bianca Berlinguer
Una lettera, pubblicata da Il Giornale, scritta da un giornalista del Tg3 e inviata al Cdr della sua testata, in vista del rinnovo del Consiglio d'amministrazione Rai. Una lettera - di cui non è stato riportato il nome dell'autore - amara, anzi amarissima. E soprattutto durissima nei confronti della zarina, la direttrice Bianca Berlinguer, sotto la cui guida il Tg3 vive una lunga agonia. "Sei anni di questa Direzione - scrive il giornalista - hanno prodotto la più grande fuga di colleghi nella storia del Tg3. Abbiamo perso ottime professionalità e, tra quelli che non hanno scelto la fuga, molti sono stati emarginati e umiliati, come il compianto Santo Della Volpe".

"Ripubblica.it" - Un attacco durissimo, che cresce di riga in riga. "Tra non molto avremo un nuovo Direttore, mi auguro provvisto, questa volta, di grande spessore umano, oltre che professionale. Il Tg3 - continua - va incontro ad una epocale riorganizzazione redazionale della Rai con un bilancio a dir poco disastroso". Dunque un'altra tagliente considerazione: "Alcuni miei amici, ottimi colleghi della carta stampata, ironizzano sul nostro vezzo di dare spesso le notizie del giorno prima, ma anche nei nostri corridoi si ride di questa bizzarra usanza". La Berlinguer, dunque, viene accusata di sostanziale incompetenza dal suo stesso giornalista, che aggiunge sarcastico: "Forse il Cdr avrebbe dovuto già da tempo indire un referendum redazionale per cambiare nome al Tg3. Avremmo potuto chiamarlo Ripubblica.it, oppure È già ieri. Le notizie, spesso, le facciamo decantare, come il Brunello".

Epilogo imbarazzante - Un'umiliazione, per la zarina, alla quale il giornalista ricorda anche alcune conseguenze "nefaste" della sua direzione: "Intanto - riprende - nelle ultime due settimane l'ascolto medio delle 19 si è avvicinato all'8% e Lineanotte è sprofondato sotto il 4 (e tanto per dire, stasera alle 19 ennesima intervista a Gasparri, che l'altro ieri era ospite anche, per l'ennesima volta, di Lineanotte, e poi trovatemi un buon motivo per guardare il Tg3 e Lineanotte). Cito solo le due edizioni che stanno più a cuore a questo direttore che non disdegna di condurle ogni volta che può". L'attacco, infine, si fa durissimo: "Mi chiedo: se una collega si preoccupa solo della conduzione, è proprio necessario che si faccia nominare anche Direttore? Purtroppo anche questa domanda, molto diffusa in redazione, arriva a tempo scaduto". Dunque la conclusione: "Il Tg3 avrebbe meritato un epilogo meno imbarazzante. Buone vacanze a tutti".


Tg3, la versione integrale della lettera del giornalista che attacca la direttrice Bianca Berlinguer

Di seguito, la versione integrale della lettera spedita da un giornalista del Tg3 al Cdr della sua testata: un violentissimo attacco alla direttrice, Bianca Berlinguer. La lettera è stata pubblicata da Il Giornale.

Sei anni di questa Direzione hanno prodotto la più grande fuga di colleghi nella storia del Tg3 . Abbiamo perso ottime professionalità e, tra quelli che non hanno scelto la fuga, molti sono stati emarginati e umiliati, come il compianto Santo Della Volpe. Il collega Piro, nel solito, deprimente silenzio della redazione, solleva una questione legittima, ma forse il tempo è scaduto. Se Dio vuole (o Allah, Buddha, Shiva o chi preferite), la prossima settimana avremo un nuovo Cda, mi auguro composto, questa volta, da persone competenti. E tra non molto avremo un nuovo Direttore, mi auguro provvisto, questa volta, di grande spessore umano, oltre che professionale.

Il Tg3 va incontro ad una epocale riorganizzazione redazionale della Rai con un bilancio a dir poco disastroso. Alcuni miei amici, ottimi colleghi della carta stampata, ironizzano sul nostro vezzo di dare spesso le notizie del giorno prima, ma anche nei nostri corridoi si ride di questa bizzarra usanza. Gli esempi più recenti e vistosi sono la sentenza sulla strage di Brescia e la clamorosa scoperta della Nasa. Forse il Cdr avrebbe dovuto già da tempo indire un referendum redazionale per cambiare nome al Tg3 . Avremmo potuto chiamarlo: Ripubblica.it , oppure «È già ieri».

Le notizie, spesso, le facciamo decantare, come il Brunello. Intanto nelle ultime due settimane l' ascolto medio delle 19 si è avvicinato all' 8% e Lineanotte è sprofondata sotto il 4 (e tanto per dire, stasera alle 19 ennesima intervista a Gasparri, che l' altro ieri era ospite anche, per l' ennesima volta, di Lineanotte , e poi trovatemi un buon motivo per guardare Tg3 e Lineanotte !). Cito solo le due edizioni che stanno più a cuore a questo direttore che non disdegna di condurle ogni volta che può. Mi chiedo: se una collega si preoccupa solo della conduzione, è proprio necessario che si faccia nominare anche Direttore? Purtroppo anche questa domanda, molto diffusa in redazione, arriva a tempo scaduto.

Il Tg3 avrebbe meritato un epilogo meno imbarazzante. Buone vacanze a tutti.

Se sbagli l'abbonamento è meglio non denunciarsi


Due ragazze travolte dalla luce bianca che incenerì Nagasaki


Hornet, l’alternativa a Tor ad alta velocità per navigare anonimi in Rete

La Stampa


Alcuni ricercatori svizzeri hanno trovato il modo di conciliare sicurezza e rapidità in un nuovo protocollo. Ma ci vorrà del tempo perché possa trovare un’applicazione pratica


Per proteggersi dalla sorveglianza elettronica di governi, agenzie di intelligence e cyber criminali, non ci sono molti mezzi a disposizione. Uno dei più efficaci, è senza dubbio Tor, soprannominato il “router” a cipolla, perché avvolge le informazioni con molteplici strati crittografici, che vengono sfogliati via via che i pacchetti di dati passano da un nodo all’altro.  

Tor però ha un difetto: è lento. Ragion per cui un gruppi internazionale di ricercatori ha proposto la settimana scorsa un altro protocollo, Hornet, che promette di conservare le caratteristiche di anonimato e sicurezza del predecessore, raggiungendo però la vertiginosa velocità di scambio dati di 93 Gb/s.

Possibile? A sentire Chen Chen, David Barrera, Daniele Enrico Asoni, George Danezis e Adrian Perrig, gli autori della ricerca, parrebbe proprio di sì. Semplificando molto, il trucco consisterebbe nel fatto che, invece di creare, come fa Tor, un nuovo strato di crittografia ad ogni nodo, Hornet, incorporerebbe, sempre in maniera criptata, le informazioni relative al percorso del file all’interno delle intestazioni stesse dei pacchetti, eliminando così parte del processo, e riducendo i tempi.

In teoria, tale sistema potrebbe rivelarsi, oltre che più rapido, anche più sicuro, dato che un eventuale malintenzionato avrebbe maggiori difficoltà ad accedere ad informazioni sullo stato dei nodi. Prima di esultare, chi tiene alla propria privacy farà bene ad attendere ancora un po’: la ricerca deve ancora essere esaminata da altri scienziati, per ora soltanto gli autori, la maggior parte dei quali in forza al Politecnico di Zurigo, hanno avuto modo di effettuare dei test. Solo da un’analisi allargata, e maggiormente partecipata, potranno emergere tutti i punti forza e debolezza della nuova soluzione.

Il futuro di videogiochi? Nei computer da indossare”

La Stampa


Nolan Bushnell, fondatore di Atari e inventore del leggendario Pong: «Quando dissi di no a Steve Jobs»



Nolan Bushnell ha settant’anni e la barba bianca, ma passa molto tempo con i videogiochi (“Su computer, smartphone, console: ho otto figli e fin da quando erano bambini ci siamo sempre sfidati, ora lo faccio con i nipoti”). È il fondatore di Atari, oltre che uno degli inventori di Pong, che a metà degli Anni Settanta fu il primo videogame a entrare nelle case di milioni di persone: ne ha parlato alla Games Week, la più grande fiera italiana di intrattenimento videoludico che si chiude oggi a Milano.

Lei ha cominciato con il tennis digitale, poi ha venduto Atari e ha aperto una catena di ristoranti, si è dedicato a mille altre attività e ora ritorna ai videogiochi con Brainrush, ma da una prospettiva diversa. E ha dichiarato che da questa sua ultima avventura imprenditoriale si aspetta un grande successo. Perché?
“È un’azienda che si occupa di educazione e videogiochi. Vogliamo cambiare il modo in cui si trasmette la conoscenza, e i videogame offrono strumenti molto utili. Non cerchiamo di produrre giochi educativi in senso stretto, ma piuttosto di usare la tecnologia dei giochi per l’istruzione. Abbiamo sviluppato alcuni software per l’insegnamento delle lingue, ad esempio, e i risultati sono entusiasmanti: gli studenti apprendono dieci volte più velocemente che in una classe normale. Indipendentemente dalla loro formazione e dal loro curriculum, perché quello che noi cerchiamo di fare è stimolare le stesse aree del cervello coinvolte quando si gioca”.

Ma in un paese come l’Italia, genitori accetteranno di sostituire libri e insegnanti con i videogiochi, secondo lei?  
“Sarete sorpresi da quanto velocemente l’educazione potrà cambiare nei prossimi anni, anche in Italia. I genitori vogliono che i loro figli abbiano successo nella vita, e per questo serviranno nuove tecnologie e una scuola diversa da quella che conosciamo, dove sia chiaro che il compito non è impartire nozioni, quanto formare una generazione più tecnica, più creativa, più capace di sviluppare strategie e connettere conoscenze. La struttura attuale dell’educazione potrà resistere ma non potrà fermare il futuro, anche perché i costi calano rapidamente: saranno le scuole per prime a chiedere innovazione”.

Qual è il futuro dei videogiochi?  
“Da subito ho capito che i videogame sarebbero diventati importanti, che il progresso della tecnologia sarebbe stato un progresso anche per Pong e gli altri giochi. Certo, non ho previsto una diffusione così grande degli smartphone usati come console, avrei dovuto poterlo fare, ma non l’ho fatto. E per me ora i computer da indossare sono la prossima frontiera del gioco”.
(Qui Bushnell mostra il suo Fuelband, il braccialetto Nike che serve per monitorare l’attività fisica, e capita che anche il suo interlocutore ne abbia uno al polso. “Che punteggio ha?”, chiede, e parte la sfida: vince l’intervistatore. “Vede? È un gioco anche questo”, commenta ridendo).

E le console? Vedremo una quinta generazione di Xbox e Playstation, dopo i modelli nuovi che stanno per uscire tra meno di un mese?
“Le generazioni successive avranno una vita dura, PS4 e Xbox One sono così vicine al realismo che non riesco a immaginare ancora grandi miglioramenti. Adesso bisogna che giochi cambino, che vadano oltre la logica degli sparatutto e delle corse. E le console secondo me più che una tecnologia sono un modello economico per proteggere gli incassi di chi produce giochi, un po’ come l’App store di Apple. Il futuro è in internet, con lo streaming e le piattaforme libere”.

In che senso?
“Quando internet sarà abbastanza veloce non ci sarà più bisogno di una console, i giochi gireranno su un server e si potrà interagire in streaming da ogni schermo. Oggi siamo appena all’inizio, ma quello che serve davvero perché un tale modello abbia successo è una piattaforma libera dove sia possibile gestire i diritti digitali in maniera semplice e trasparente. Il fatto che Sony e gli altri distributori possano impedire l’accesso ai loro canali è un rischio per chi investe, può ritrovarsi ad aver speso tanto e non poter vendere un gioco. Con una piattaforma aperta i rischi sono minori: è la qualità del prodotto a fare la differenza. E il successo di uno diventa una potente spinta ad investire per molti altri”.

Pong era quasi un quadro di Mondrian in movimento, con quelle barrette rettangolari e la palla quadrata… Davvero per un videogioco la caratteristica più importante è il realismo?  
“Prendiamo Minecraft: è macchinoso, del tutto privo di realismo, eppure ha avuto un grande successo. Nel mondo dei videogame c’è spazio per tutti, come nella pittura, anche se ci sarà sempre chi apprezza più Rembrandt e chi impazzisce per Matisse”.

E come giudica ad esempio Beyond: Two Souls, un titolo a metà tra gioco e film?  
“Beyond: Two Souls è un interessante esempio di ibridazione, ma non è detto che questa sia l’unica strada da percorrere. Quello che vedo è un tentativo continuo di sfruttare al massimo un’idea: il gioco, il film, il merchandising, la rivista. Ma non sempre funziona: ricordo ancora ET, il film era bellissimo, il videogioco un disastro totale”.

C’è ancora spazio per gli sviluppatori indipendenti in un settore dove gli investimenti per i nuovi titoli sono elevatissimi, come nel caso di GTA V, costato oltre 270 milioni di dollari?
“Minecraft è costato zero, ma è andato bene perché era un concetto innovativo. Come Bejeweled, realizzato da due ragazzi in un garage, che è arrivato a 700 milioni di dollari. E l’investimento per Angry Birds è stato bassissimo, eppure ora è uno dei giochi più diffusi del pianeta”.

E in Italia?  
“Non conosco bene la situazione nel vostro Paese, vedo però un grande entusiasmo in fiere come questa. Dell’Italia ricordo Torino, dove aprimmo la prima sala giochi con macchine Atari, nel 1973 mi pare”.

Quella dove inviò un suo dipendente destinato a diventare famoso in tutto il mondo?  
“Allora Steve Jobs lavorava per Atari; noi avevamo dei problemi in Germania, lui voleva lasciare l’azienda per mettersi in proprio, così di comune accordo decidemmo di inviarlo in Europa, a Monaco e Torino. Prolungò poi il suo viaggio verso l’India, dove rimase per qualche mese: al ritorno fondò Apple, e mi chiese di partecipare con 50 mila dollari”.

E lei?
“Dissi di no. Ma non mi chieda se mi sono pentito.”

Se il bruto viene da lontano la stampa «dimentica» di dirlo

La Russia contro le Emoji di Facebook: “Sono propaganda gay”

La Stampa


Un’interrogazione per chiedere al Roskomnadzor di pronunciarsi sulle faccine che rappresentano coppie dello stesso sesso. E così il social network di Zuckerberg potrebbe essere cancellato da Internet in tutta la Federazione

 

Tra le tante decisioni che il Governo sovietico deve prendere, certo quella sollecitata dal senatore Mikhail Marchenko è una delle più assurde. Il politico russo ha infatti sollecitato un pronunciamento del Roskomnadzor, il Servizio Federale per la Supervisione della Communicazione, Informazione, Tecnologia e Mass Media sugli Emoji di Facebook. Il motivo della richiesta, come riporta il magazine Time, è la presenza di alcune icone rappresentanti copie omosessuali: “Queste Emoji di orientamento sessuale non tradizionale sono visibili a tutti gli utenti del social network - ha scritto il senatore nella sua interrogazione - Ma la propaganda dell’omosessualità è vietata dalle leggi e dalla tradizione del nostro Paese”.

La legge cui si riferisce Marchenko esiste dal 2013 e, col pretesto di proteggere i minorenni, limita pesantemente il campo di azione e di espressione dei cittadini LGBTQ in Russia. Ma proprio dal 2013 Facebook ha inserito tra gli emoji utilizzabili sul social network le immagini di coppie di uomini e donne; icone simili si trovano nei prodotti Apple e si possono usare anche su Twitter, anche se pare che l’interrogazione prenda in esame solo quelle di Facebook.


Il Roskomnadzor ha richiesto il parere della sezione giovanile del partito di Putin, che altre volte ha dovuto già valutare se immagini e siti web potessero presentare pericoli per i minori. Di recente, in un crescendo di censura, il Governo russo ha chiuso oltre 10 mila siti web e imposto una legislazione particolarmente restrittiva per il web, che ha portato all’abbandono delle attività di Google e Intel nella Federazione.

Ma Putin ha un motivo ulteriore per scagliarsi contro Facebook: un mese fa, il social network di Zuckerberg ha censurato il Presidente che usava una colorita espressione razzista per definire la popolazione dell’Ucraina. Di conseguenza la propaganda statale ha fatto di tutto per scoraggiare l’uso di Facebook e spingere gli utenti verso il social network locale, Vkontakte. Ma ora, con la scusa delle Emoji gay, potrebbe trovare il modo di imporre a Zuckerberg una sostanziosa multa o addirittura bannare Facebook dal web russo.