domenica 2 agosto 2015

Se il revisore per l’ospedale di Alessandria arriva da Avola, Sicilia

Corriere della sera
di Marco Demarco

Lo strano caso del commercialista sindaco della cittadina del vino siciliano, Luca Cannata, scelto per un incarico in Piemonte




«Tagli? Macché, sono sprechi evitati». Diceva così la ministra Beatrice Lorenzin. Illustrava il nuovo piano di spesa sanitaria: 10 miliardi in meno in 5 anni. Ma niente paura, va via il superfluo. Diceva così e intanto procedeva in direzione opposta, perché proprio nelle stesse ore dal suo ministero partiva la nomina, quale revisore dei conti dell’azienda ospedaliera di Alessandria, in Piemonte, non già di un valente e disponibile professionista scelto secondo il criterio solitamente valorizzato della prossimità, ma di Luca Cannata. 

E chi è Cannata? È anche, se non soprattutto, il sindaco di Avola, in Sicilia. È un commercialista, certo, ma ha pur deciso, riuscendoci, di dedicarsi all’amministrazione del suo piccolo seppur noto Comune. Chi, anche tra i sobri, non ha mai sentito parlare del Nero d’Avola? Ma una cosa è il vino, la sua promozione come risorsa locale, un’altra è il controllo della spesa pubblica. Si può far tutto, contemporaneamente, e bene? Alfredo Monaco, il puntiglioso consigliere regionale del Piemonte che ha sollevato il caso, ha fatto qualche calcolo geo-amministrativo. 

Avola dista da Alessandra 1.500 chilometri. E di mezzo c’è anche il mare. Un viaggio in auto, andata e ritorno, con annesso attraversamento dello Stretto, può durare anche 30 ore, e tra le spese bisogna calcolare almeno 110 litri di carburante e 200 euro di pedaggi autostradali. Un biglietto aereo, invece, costa 550 euro, ma da Catania a Genova, Torino o Milano, poi bisogna calcolare le prime e le ultime miglia, quelle da e per gli aeroporti. Insomma, perché tutto questo giro d’Italia? Anche a voler pensar male, e cioè a uno scambio elettorale o a un favore ricambiato, non si poteva trovare una soluzione meno «movimentata»? La Sanità regionale, dalla ministra di recente censurata in polemica con l’ex assessore Borsellino, non necessita di bravi revisori? «Sprechi evitati», dice il ministro. Come no.
2 agosto 2015 (modifica il 2 agosto 2015 | 11:31)

Sui migranti non servono Sermoni

Corriere della sera
di Ernesto Galli della Loggia


L’Italia è un Paese con una forte disoccupazione e un alto indice di povertà. Sono molti gli italiani che vivono male, in abitazioni insufficienti, che anche se hanno un lavoro non sanno come arrivare alla fine del mese, e non godono di nessun aiuto pubblico. Stando così le cose è mai ammissibile che l’Italia abbia davvero bisogno di vedersi arrivare decine di migliaia di immigrati, e che possa permettersi di impiegare le sue risorse per accoglierli? Non solo, ma dopo quanto è accaduto in Gran Bretagna e in Francia, con i giovani africani e asiatici di seconda generazione convertitisi allo jihadismo islamico e al terrorismo, è davvero ancora possibile credere all’integrazione? 

Non sono io a fare queste domande. Me le hanno rivolte, in tono spesso infuriato, i lettori del Corriere : dai quali non ho mai ricevuto una quantità di lettere così critiche come quando ho scritto qualche settimana fa un articolo sulla necessità di far posto in Italia agli immigrati e ai rifugiati, praticando a loro favore una larga politica d’integrazione ( Corriere , «Il realismo saggio sui migranti», 25 giugno). 

Bene: alle domande critiche di cui sopra o ad altre analoghe potrei rispondere ribadendo più o meno le mie ragioni. Ma non voglio farlo, perché penso che ciò servirebbe solo a tacitare, almeno sulla carta, le ragioni dei lettori dissenzienti, che invece esistono e sono l’espressione di problemi e disagi reali, molto reali. Penso che sia più giusto, dunque, cercare di capire che cosa ci dicono tali ragioni, che cosa chiedono, per quali problemi domandano una soluzione. C hi protesta contro l’immigrazione lo fa mosso in genere da due stati d’animo molto forti: il senso d’insicurezza e il bisogno di eguaglianza. 

L’insicurezza è prodotta dal vedere un estraneo comportarsi senza alcun riguardo verso la comunità di cui si fa parte. Per esempio orinare a proprio piacere contro i muri, ubriacarsi e schiamazzare a perdifiato, non pagare il biglietto sui mezzi pubblici, accamparsi nei parchi cittadini, vendere dovunque merce contraffatta, invadere gli spazi comuni (stazioni, marciapiedi) per dedicarsi apertamente al taccheggio, o tenere analoghi comportamenti: e però venendo sanzionato, bene che vada, solo una volta su mille. Per simili gesta, infatti, le forze dell’ordine e le polizie locali non solo non intervengono quasi mai, ma quando lo fanno la cosa di regola non ha alcun esito significativo. 

Non so se i ministri dell’Interno e della Giustizia, i sindaci, si rendono contro che assecondando questo andazzo essi si assumono la grave responsabilità di contribuire ad esasperare lo spirito pubblico, ad eccitarlo al massimo contro gli immigrati. Se invece si trovasse il modo di intervenire contro le suddette infrazioni con frequenza e in senso immediatamente punitivo (sì, punitivo: guai ad aver paura delle parole), ciò avrebbe un importantissimo effetto di rassicurazione. Bisognerebbe per questo cambiare le leggi o non lo consente la Costituzione con i suoi tre gradi di giudizio? E allora? Se manteniamo un governo non è forse anche per cambiare le leggi e se occorre la Costituzione? Ad esempio per introdurre la possibilità di comminare, in sostituzione di pene pecuniarie spesso inesigibili, l’obbligo di eseguire lavori socialmente utili? 

Perché non pensarci? Il governo neppure immagina, mi pare, la molteplicità di effetti positivi che avrebbe sull’opinione pubblica vedere un passeggero abusivo o una taccheggiatrice costretti, che so, a spazzare una strada per una settimana o a cancellare le scritta dai muri di una scuola: nati in Italia o altrove non importa, naturalmente, ma non nascondiamoci che nel caso degli immigrati il valore di una simile politica sarebbe davvero strategico. Trasmetterebbe loro il messaggio che il primo obbligo che essi hanno, venendo in Italia, è quello di rispettare, come chiunque, le norme che regolano la nostra collettività. E ai nostri concittadini farebbe capire che in una situazione di confronto difficile con estranei che adottano comportamenti impropri (come fanno assai spesso gli immigrati, non nascondiamoci dietro un dito) essi non sono abbandonati a se stessi ma possono, al contrario, contare sull’aiuto efficace dello Stato. 

Il secondo sentimento che specie negli strati popolari è colpito più negativamente dall’immigrazione è il sentimento della giustizia, ovvero il bisogno di eguaglianza. Ogni beneficio concesso agli immigrati è visto come qualcosa tolto agli italiani, gettando così le basi per una contraddizione, politicamente micidiale, tra spesa sociale e spesa per l’accoglienza, tra «noi» (che paghiamo le tasse) e «loro». È sciocco negare che questa sensazione si basi su dati reali, riguardanti soprattutto i rifugiati e i richiedenti asilo: per i quali i regolamenti europei prevedono la concessione di varie provvidenze. Basti pensare che in Germania, quest’anno, la loro accoglienza peserà sul bilancio dello Stato per qualcosa come 6 miliardi di euro. 

Ma detto che è certamente urgente che l’Unione Europea restringa il numero di Paesi la fuga dai quali possa essere giustificata in base a «ragioni umanitarie» (è ammissibile ad esempio che ben 70 mila cittadini di Kossovo, Albania e Macedonia abbiano chiesto l’asilo in Germania per le suddette ragioni?), mi sembra comunque ancora più urgente un’altra misura. E cioè - riprendo un’idea lanciata da Giovanna Zincone sulla Stampa - che nel nostro Paese si stabilisca che ad ogni provvidenza erogata dallo Stato per gli immigrati o i rifugiati corrisponda un’erogazione di pari ammontare di beni e servizi ai territori che li accolgono (sotto forma di restauro di edifici, di nuove attrezzature pubbliche, di dotazione di asili e centri sociali, di miglioramento della pulizia e della vivibilità dei luoghi, ecc.). 

Per sortire il loro effetto, tali erogazioni, però, aggiungo io, dovrebbero avere alcuni requisiti: essere fortemente e immediatamente visibili, realizzare il proprio scopo in tempi brevi, infine essere gestite direttamente dal governo centrale (magari per il tramite dei prefetti: altro che «rottamarli»!), al fine di evitare loro eventuali «manipolazioni» e occultamenti distorsivi ad opera dei poteri politici locali e di conferire all’iniziativa il suo necessario carattere «nazionale». Bisogna convincersi che esser ostili in linea di principio al fenomeno migratorio, vederlo con apprensione, può essere sbagliato (come io ritengo), sbagliatissimo, ma è del tutto legittimo. Sta perciò a chi è favorevole pensare e adottare misure concrete per attenuare o cancellare una tale ostilità. Misure concrete però, concrete: non sermoni buonisti sull’obbligo dell’ «accoglienza» che lasciano il tempo che trovano. 

2 agosto 2015 (modifica il 2 agosto 2015 | 08:30)

Ecco il servizio cloud di riconoscimento foto di Microsoft per combattere i pedofili.

La Stampa




Ogni giorno vengono caricate in rete 1,8 miliardi di immagini. Il dato è del 2014, quindi è probabile che ormai si sia superata la soglia dei 2 miliardi, ma è certo che il 40 per cento di queste foto ritrae un abuso sessuale compiuto ai danni di un minore. Dato che individuarle per rimuoverle dal web è come cercare un ago in un pagliaio, Microsoft ha deciso di rendere disponibile nel cloud PhotoDNA (https://www.microsoft.com/en-us/photodna), la sua applicazione che scompone, analizza, etichetta e compara ciascuna foto di cui viene effettuato l’upload con altre immagini illegali già analizzate, per individuare quelle che, come avviene di solito con le immagini hard che coinvolgono soggetti indifesi, vengono riprodotte e ripubblicate online su più canali legali o meno.

Il sistema che permette di individuare le foto anche quando sono state modificate in tutto o in parte, è già utilizzato da diverso tempo non solo dalla stessa società sui propri servizi come Bing o OneDrive, ma anche da multinazionali come Google, Twitter e Facebook, oltre che dal Centro Nazionale per i Bambini Scomparsi e Sfruttati. La novità però è che adesso il servizio diventa disponibile per tutte le aziende o associazioni che ne facciano richiesta, ma direttamente sul cloud, in modo tale da renderne l’utilizzo più semplice anche per quelle compagnie più piccole che non hanno un team di tecnici da dedicare all’utilizzo del software.

Un archivio al Polo Sud per i ghiacciai delle Alpi

La Stampa
enrico martinet

“Avremo tanti campioni congelati anche dopo la loro scomparsa”

 

Un codice di ghiaccio che finisce nell’archivio più freddo del mondo, l’Antartide. «Perché il ghiaccio memorizza cause ed effetto», dice Carlo Barbante, professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il progetto è che i «libri» glaciali, cilindri di oltre un metro di lunghezza e con un diametro di 10 centimetri, finiscano in una «libreria» a 3 mila metri di altitudine e a 1500 km dalla costa. Nell’Antartide profonda, «dove la temperatura media è di 50 gradi sottozero e dove, presumo, così sarà per migliaia di anni», dice Barbante. I semi di tutto il mondo alle gelide isole Svalbard e i ghiacci in Antartide.

Per quale necessità? «I ghiacci delle Alpi sono a rischio estinzione - risponde Barbante - e anche quelli delle Ande. Il motivo è proprio questo, conservare per l’umanità. In quel ghiaccio alpino c’è la storia del clima del nostro pianeta e non solo. Tracce di vita vegetale e animale, perfino tracce nostre. E quelle delle attività minerarie, industriali. Saranno lì per migliaia di anni in quel ghiaccio, dove potremo vedere anche il fondo naturale e l’inquinamento». Perché il progetto vada in porto ci vogliono due milioni. Un piano che il professore veneziano condivide con il collega francese di Grenoble Jerome Chappellaz. E che è finito sul tavolo del ministero dell’Ambiente a Roma. Un dossier «in attesa di valutazione».

Il parere e l’aiuto dell’Unesco è però già confortante per le due università, di Venezia e Grenoble. Sia Barbante sia Chappellaz hanno all’attivo parecchie missioni, anche in Antartide. «I ghiacciai alpini - spiega Barbante - sono custodi di migliaia di anni del pianeta. Con il loro scioglimento perdiamo anche la storia della Terra». Sono sei i ghiacciai alpini da cui verranno prelevate le «carote», uno nelle Ande, l’Illimani della Cordillera Real, la catena del cielo di La Paz, e uno appenninico, il Calderone del Gran Sasso. «È il ghiacciaio - spiega il professore di Ca’ Foscari - più a Sud d’Europa e ha la particolarità di essere in parte fossile. È molto importante conservarne il ghiaccio».

La conca glaciale del Corno Grande, Gran Sasso, è soggetta a grandi cambiamenti ed è in agonia. I ghiacciai alpini sono del Monte Bianco (colle du Dôme), del Rosa (colle Gnifetti), del Grand Combin (tra Valle d’Aosta e la svizzera vallata di Bagnes), dell’Ortles, della Marmolada e del Montasio in Friuli. Questo delle Alpi Giulie è un piccolo ghiacciaio che riesce a resistere a una quota molto bassa: la sua «bocca» è a 1800 metri. Rarità da conservare.

Ma perché affrontare un viaggio così lungo e dispendioso, quando il ghiaccio delle Alpi e delle Ande potrebbe essere conservato in celle frigorifere? Barbante risponde: «Perché l’Antartide ci garantisce una temperatura costante e soprattutto perché è continente del mondo, senza alcuna sovranità nazionale. Il nostro archivio di ghiaccio sarà tutelato dal mondo e seguito da un comitato scientifico». Oltre all’Unesco, c’è anche l’attenzione e la protezione da parte dell’Unep, l’Onu dell’Ambiente e del Principato di Monaco. E le università italiana e francese vogliono anche «coinvolgere i privati».

Da quel ghiaccio, secondo Barbante, fra 50 anni gli scienziati riusciranno a scovare tracce oggi introvabili. «Non so immaginare - dice - quale potrebbe essere l’evoluzione della ricerca. In pochi anni posso testimoniare un cambiamento enorme. Avevo bisogno di un litro per scovare tracce interessanti dal punto di vista chimico e oggi bastano poche gocce. E l’evoluzione chissà quale sarà. Ma quel giorno non avremo più il campione: ecco la straordinaria importanza di conservare il ghiaccio».


L’ultima su Jack lo Squartatore: un cronista di nera, marito geloso

La Stampa
alessandra rizzo

Vero obiettivo era la moglie, ex prostituta tornata sulla strada. I primi quattro delitti, un depistaggio

 


Si dice che le prime 48 ore dopo un delitto siano cruciali per trovare l’assassino. Ma nel caso di Jack lo Squartatore, a più di un secolo di distanza decine di detective dilettanti continuano a seguire presunti indizi e piste più o meno attendibili per risolvere il mistero sull’identità del serial killer più famoso della storia.

L’ultima teoria è che Jack the Ripper fosse in realtà un giornalista di cronaca nera che bazzicava i tribunali, conosceva le tecniche di polizia e abitava nella zona dell’East End dove, tra l’agosto e il novembre del 1888, si consumarono i cinque delitti di prostitute che terrorizzarono e affascinarono la Londra vittoriana.

A sostenerlo è un chirurgo inglese di nome Wynne Weston-Davies, che ritiene di essere discendente di una delle vittime e ha pubblicato la sua storia a puntate, come ai tempi di Dickens, sul Daily Telegraph, in attesa dell’uscita del suo libro.

Il nome dell’assassino sarebbe Francis Spurzheim Craig; nel 1888 l’uomo aveva 51 anni e abitava nel quartiere popolare di Whitechapel che fu teatro dei crimini. Ci sarebbe anche un disegno, potenzialmente l’unica immagine di Jack: raffigura un signore occhialuto, con lunghi basettoni, che segue un processo dai banchi del pubblico.

Come in tutti i crimini che si rispettino ci deve essere un movente. In questo caso, la vendetta di un marito offeso e respinto. «Il classico caso di amore che si trasforma in odio», ha scritto Weston-Davies sul Telegraph. Craig avrebbe ucciso le prime quattro prostitute per depistare la polizia dal vero obiettivo: sua moglie. Mary Jane Kelly e Craig si erano sposati nel 1885, ma dopo qualche mese la donna era tornata a fare la prostituta, provocando l’ira del marito, il divorzio, e il piano omicida. La donna fu trovata morta il 9 novembre sul letto della camera dover abitava, il corpo e il volto mutilati. Fu la quinta e ultima vittima di Jack.

Weston-Davies ha scoperto casualmente di essere un lontano discendente di Mary Jane Kelly, e adesso vuole riesumarne il corpo per avere la certezza attraverso test del Dna. A supporto della sua teoria, cita il fatto che Craig si uccise tagliandosi la gola, come faceva Jack lo Squartatore con le sue vittime, e che da giornalista fu in grado di creare interesse intorno all’idea del serial killer, inviando le famose lettere a un’agenzia di stampa e agli investigatori.

Il mistero di Jack lo Squartatore ha affascinato i britannici dal primo momento, ma il colpevole non è mai stato trovato. Tra i sospettati eccellenti: il medico della regina John Williams, il principe Albert Victor, l’artista Walter Sickert, cui la scrittrice Patricia Cornwell ha dedicato un libro. Ultimo sospettato in ordine di tempo, un polacco malato di mente il cui Dna sarebbe stato trovato sullo scialle di una delle vittime.

Bufera sulla versione italiana di Siri: la parola "gay" considerata un insulto


Massimo Fini, necrologio sul mullah Omar censurato sul Corriere


Il grande esodo e l’ultima pipì

La Stampa
massimo gramellini

Una famiglia stipata in un’auto al casello autostradale con un portapacchi strapieno di valigie: è l’immagine di una vacanza d’agosto d’altri tempi

 


Rispetto alla memoria, le foto hanno questo di prezioso. Che ci ricordano la vita com’era sul serio e non come la ricostruiamo a nostro piacimento con i filtri benevoli della nostalgia.
L’immagine d’archivio risale agli inizi degli Anni Settanta e venne usata da «Stampa Sera» per illustrare uno dei primi esodi di agosto. La famiglia ferma al casello e stipata dentro una 131 comprende un numero imprecisato di sardine umane.

I maschi, probabilmente due fratelli (somigliano entrambi a Di Pietro) troneggiano in prima fila, a torso nudo e petto villoso, dato che l’aria condizionata non esiste ancora. Non esistono nemmeno le cinture e il seggiolino per i bambini, sostituito dalle ginocchia del padre o dello zio. La sicurezza è un’ipotesi a cui pare non interessarsi nessuno. Sul sedile posteriore trova asilo un numero imprecisato di accampate e accampati, uniti da vincoli di parentela con i petti villosi.

Lo sguardo stravolto di uno dei componenti più piccoli della tribù si stampa contro il vetro, sopra il braccio che il guidatore tende verso una mano a cui - incredibile - corrisponde ancora un essere vivente incaricato di ritirare il pedaggio. Il portapacchi è il pezzo forte della spedizione. Cosa conterrà? Qualcuno ipotizza le suocere, ma è più probabile si tratti di valigie, canotti e altri generi di conforto.

Un occhio aguzzo noterà che il bagagliaio non è chiuso bene. Forse è strapieno di borse, o di suocere, lo devono avere fermato con lo spago per impedirgli di rovesciare il carico lungo il tragitto. La quantità di moderne contravvenzioni e reati veri e propri documentata nella foto è abbastanza impressionante. Ma anche allora un vigile scrupoloso avrebbe trovato qualcosa da ridire, quantomeno sul numero di passeggeri più adatto a un pulmino che a una berlina a cinque posti. 

Da figlio unico di padre vedovo in quegli anni viaggiavo comodo. Però ricordo le partenze per la Romagna dei nonni come momenti carichi di tensione. La preparazione della valigia era un rito in cui papà dava il meglio e il peggio di sé. L’ordine e l’ansia dominavano la scena. La cerimonia durava dal pomeriggio della vigilia a notte inoltrata e si concludeva con un breve pisolino, interrotto sul più bello dal trillo di una sveglia cattiva. Allora le sveglie non avevano i suoni celestiali di adesso. Somigliavano al chicchirichì di un gallo incarognito.

Ci si lavava e vestiva in un silenzio religioso. Prima di chiudere a tripla mandata e portare le chiavi dal portinaio, papà ripeteva come un mantra la frase: «Massimo, hai fatto la pipì?» a cui seguiva immancabile la risposta: «Ma non mi scappa». «Falla lo stesso!». Pur di farlo contento andavo in bagno e tiravo lo sciacquone. Ogni anno le mie vacanze cominciavano così. Con una bugia a fin di bene.