mercoledì 29 luglio 2015

Andrea, centralinista Ikea. Per sbaglio

Corriere della sera
di Giacomo Valtolina

Un impiegato risponde ai clienti che chiamano dal confine svizzero. «Colpa del prefisso»



Il telefono inizia a suonare alle otto del mattino. «Pronto? Servizio clienti Ikea?». «No», risponde una voce. Prima gentile poi sempre più seccata. Perché da quasi un anno e mezzo ad alzare la cornetta non è l’Ikea bensì Andrea Z., impiegato 32enne che vive a Crescenzago: stupito di sentirsi chiedere, ogni giorno, come riparare forni e fornelli. Questione di prefissi internazionali, disattenzione dei clienti e poca collaborazione del marchio di arredamento low cost nel risolvere una grana (anche per la clientela) diventata, per Andrea, «un’immane scocciatura». 

L’oggetto dello scandalo è la versione italiana dei libretti d’istruzione distribuiti nei negozi del Canton Ticino. Svizzeri, ma con bacini di utenza che superano i confini richiamando molti acquirenti italiani. I quali, rientrati in patria, dimenticano di aggiungere il codice 0041 al prefisso 022 di Ginevra, cosicché il numero - se attaccato alle cifre successive senza punti o trattini - diventa indistinguibile dai milanesissimi 02. Conseguenza: a casa Z., il telefono suona ininterrotto fino alle 20. E la famiglia è stata costretta a staccare i cavi dal muro e usare solo cellulari. 

Sollecitati, già ad aprile 2014 e poi ancora nei mesi scorsi, da Ikea rispondono via lettera: «Le chiamate al Suo domicilio» sono frutto «di una lettura poco attenta del libretto»; «benché non sia ravvisabile alcuna responsabilità di Ikea, Le porgiamo le nostre più sentite scuse». Un ci dispiace che suona più come un si arrangi. Forse, però, basterebbe aggiungere un trattino .
28 luglio 2015 | 09:58

Biella, profughi aggrediscono una pattuglia della Guardia di Finanza

Il signor Mi Rifiuto

La Stampa


La proposta di cominciare la bonifica di Roma dal marciapiede davanti a casa propria, avanzata dall’attore Alessandro Gassmann, sta facendo emergere per contrasto un altro tipo di italiano. Il signor Mi Rifiuto, figura trasversale che va dai commentatori dei giornali di destra all’archetipo dell’intellettuale di sinistra, il professor Asor Rosa. La sua tesi è che il cittadino non deve sostituirsi ai netturbini perché già paga le tasse. Questo richiamo al ruolo virtuoso delle imposte nel Paese che vanta il maggior numero di evasori fiscali suona vagamente surreale.

Ma pur di non prendere in mano una ramazza e sentire la città come cosa - e casa - sua, il signor Mi Rifiuto è pronto a sciorinare tutto il repertorio dello scaricabarile. Ironizza sul fatto che Gassmann abbia lanciato il suo appello dal Sudamerica, dove sta lavorando, anziché precipitarsi qui con guanti e paletta. E sposta l’attenzione sugli stranieri che sporcano la città, fingendo di non sapere che l’essere umano si adegua al panorama circostante e che, come a nessun italiano verrebbe in mente di straziare di cartacce un immacolato parco londinese, così è comprensibile che un inglese non si senta in colpa se imbratta una piazza di Spagna già ridotta a ciofeca.
 
Le obiezioni del signor Mi Rifiuto, formalmente ineccepibili, sono alibi per continuare a rimanere come siamo: inerti e lamentosi. Ignorano l’effetto contagioso dell’esempio. Chi contribuisce in prima persona diventa più geloso del bene comune e più esigente verso gli amministratori. «Pulisci davanti all’uscio di casa e tutta la città sarà pulita», recita un proverbio cinese o forse scandinavo. Sicuramente non italiano.