sabato 25 luglio 2015

Giacalone: la tassa sui condizionatori c'è e vale 1.300 euro a persona

Libero


Giacalone: la tassa sui condizionatori c'è e vale 1.300 euro a persona
Secondo taluni sarebbe una bufala, invece la tassa sui condizionatori d’aria è decisamente peggio di quel che, in ritardo, si è raccontato. A sollevare il problema siamo stati noi, all'inizio di giugno. Avevo ricevuto una lettera dal Comune, su carta intestata di Roma Capitale, e ne davo conto ai lettori. C’era scritto, chiaro chiaro, che si doveva far mettere a norma i refrigeratori, pagare una tassa e fare affidamento sulla società ConTe. Nella lettera non vi era alcun riferimento al limite dei 12 kW, al di sotto dei quali non si dovrebbe pagare. Infatti si paga. E moltissimo. Vi racconto quel che è successo dopo.

Preso atto che, come cittadino, avevo un nuovo dovere e avrei dovuto pagare un nuovo balzello, sebbene non di buon umore, ho provato ad organizzarmi ed essere ligio alle regole. Convinto come sono che le regole si contestano, ma non si violano. Sicché chiamai una delle ditte convenzionate, abilitate a mettere bollini e rilasciare certificati di conformità. Mi dicono che devono fare un sopralluogo, il cui costo è di 60 euro. Mi rassegno: prendo l’appuntamento, perdo il tempo necessario e pago i 60. Era il 12 di giugno. I due tecnici mi chiedono se ho le planimetrie, altrimenti, dovendo fare il libretto dell'impiantistica, devono ricostruirle loro, con aggravio di costi. Le planimetrie? Cosa state facendo, un controllo degli impianti o un censimento architettonico? Comunque, dico che le fornirò io. Saluti e promessa di preventivo, a breve.

Passano i giorni e si avvicina il 15 di luglio, data entro la quale tutto deve essere bollato, pagato e spedito. Così avvertiva la lettera del comune, cui un cittadino per bene è propenso a dare un qualche affidamento. All’inizio di luglio li chiamo: scusate, il preventivo? Risposta: ci scusi, abbiamo un sacco di lavoro. Le arriverà presto. Arriva il 14 luglio, che è l’anniversario della rivoluzione francese, ma anche quello della presa per le chiappe, visto che è la vigilia della fine.

Recita il preventivo: se voi ci date le planimetrie, se l’impianto è funzionante, se non si devono fare interventi o sostituire pezzi, ve lo mettiamo in regola al modico prezzo di 1.350 euro, più Iva. Tasse comprese, bontà loro. Quelli che parlano di bufale, sostenendo che si tratta solo di 200 euro, e solo per alcuni impianti, i più grossi, sono asini. Per giunta renitenti all’adempimento dei loro doveri, altrimenti avrebbero fatto come ho fatto io e come il Comune suggeriva. Sicché la bufala se la sarebbero trovata in salotto.

Ma è vero che pagano solo gli impianti più grossi? No. Intanto vi sfido a sapere cosa sia la «potenza utile nominale maggiore di 12kW». Se scrivessimo tutti così se ne capirebbe quanto delle ricette mediche. Ma è un dettaglio: visto che gli impianti di refrigerazione sono stati equiparati a quelli di riscaldamento, per cui tutti si deve avere un libretto e una manutenzione, con i relativi costi.
Secondo abbaglio: è colpa dell’Europa. No, è colpa di quattro furbacchioni che hanno raggirato quattro analfabeti, facendo credere che ci sia un obbligo europeo. Così è scritto nella norma italiana, ma citando a cappero la fonte europea. Pensate che il preteso vincolo europeo neanche è omogeneo in tutte le regioni italiane!

Vediamo come uscirne: i condizionatori istallati sono stati comprati in negozi autorizzati e sono tutti omologati, fin quando non si guastano lo Stato è pregato di non rompere l’anima; se cambiano normativa e pretendono che dentro ci sia un gas diverso, posto che il primo non l’ho comprato dalla spacciatore, ma da una rivendita dallo Stato autorizzata e certificata, vengono, chiedono il permesso, si scusano per il disturbo e lo cambiano a loro spese; in ogni caso non si tendono agguati a scadenza ravvicinata, favorendo la vita a profittatori convenzionati. Si riscriva il decreto di recepimento, stabilendo che il libretto è obbligatorio per le nuove istallazioni, mentre per gli impianti già in opera sarà fornito, gratis, in occasione della revisione (che paga il cliente, essendo suo interesse che il tutto funzioni).

E il Ministero dello Sviluppo Economico, nello smentire l’esistenza della tassa pazzotica, farebbe bene a documentarsi e leggere la lettera inviata dal Comune di Roma, giacché diventerà credibile quando avrà smentito quella, non chi la riporta e rende nota. Per molti (giornalisti) è più semplice copiare i comunicati stampa ufficiali. Non si stupiscano se i lettori non crescono, visto che fra quelli che li guardano con sospetto ci sono i cittadini come me, che la lettera del Comune l’hanno ricevuta, sicché più che alla bufala credono alla vaccata.

di Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it

Darsena, una petizione contro l'odio di Dax


Il nuovo regolamento Enac per i droni

Corriere della sera
di di Gianfranco Giardina



 Sapr e aeromodelli, la prima distinzione

Innanzitutto va detto che il regolamento Enac è pensato principalmente per i droni per utilizzi professionali chiamati anche Sapr (Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto): per questi sono previste molte restrizioni, tra cui per esempio il volo sulle città solo con sistemi di sicurezza molto sofisticati e un pilota certificato. I Sapr sono una categoria diversa dagli “aeromodelli”: in questa famiglia vengono rubricati i droni utilizzati esclusivamente per uso ricreativo e sportivo. 

 Il regolamento Enac cita gli aeromodelli, dando anche qualche limitazione d’uso, ma solo affinché non interferiscano con altri mezzi aerei e non possano creare rischi per le persone. Quindi – e questo è un punto importante – restando nella classe dei droni “piccoli”, è l’uso che ne determina la categoria: se serve solo per divertimento o per “sport”, gli obblighi sono pochi; ma se lo stesso drone è utilizzato, per esempio, per fare una ripresa video professionale, allora valgono interamente i dettami del regolamento Enac.


Cosa si può fare con i droni-aeromodelli

Mettiamoci nel più classico dei casi: riceviamo in regalo per il compleanno un fantastico drone “consumer”, come il Parrot Bepop o anche un più sofisticato DJI Phantom o Inspire: se l’utilizzo che se ne fa è per un’attività professionale, siamo soggetti interamente al regolamento Enac se invece vogliamo solo divertirci “privatamente”, tocca solo tenere determinate precauzioni e volare entro certi limiti. Di certo non è indispensabile andare in un campo volo, ma si può volare anche in aree aperte al pubblico e non destinate all’utilizzo di aeromobili. 

 In realtà i veri vincoli riguardano altezze e distanze di volo: con un drone aeromodello – spiega Cardi – non bisogna andare oltre 70 metri di altezza e 200 metri di raggio dal punto di pilotaggio; l’altezza può salire fino a 150 metri ma solo a condizione che chi guida il drone sia dotato di Attestato di aeromodellista con abilitazione al pilotaggio di aeromodelli rilasciato dall’Aero Club d’Italia. Ovviamente il volo è “a vista”, e quindi non va mai perso il contatto visivo con il drone. Restano comunque validi tutti i dettami legati al “buon senso”: guai, per esempio, ad avvicinarsi a strade ed autostrade trafficate, sia per i rischi che una caduta potrebbe avere in quella circostanza, sia per la possibilità di distrarre gli autisti alla guida.


E se il pilota è assistito dal Gps?

Alcuni modelli di drone, anche amatoriali, dotali di localizzatore Gps possono essere programmati per volare autonomamente da un punto all’altro seguendo le coordinate di due o più punti impostate dal pilota. Il regolamento Enac non entra nel merito specifico di questi modelli ma Cardi ha spiegato che, in questo caso, restano valide le regole già previste per gli aeromodelli, soprattutto il vincolo di quota: mai sopra i 70 metri, sempre che, ovviamente, lo scopo del volo sia prettamente ludico. 

 Anche se il controllo Gps potrebbe permettere voli a raggio più ampio dei 200 metri e la perdita del contatto visivo, se non si vuole restare esenti dai complessi adempimenti del regolamento Enac questi limiti non devono essere superati


Lontano da città e luoghi affollati

Anche se si opera nei 200 metri di raggio e a quote massime di 70 metri, è vietato il volo su zone affollate, sia per motivi di incolumità delle persone sia per questioni legate alla privacy se si sta riprendendo in video. Per questo motivo, una spiaggia semideserta o la ripresa di una regata lungo la costa è sicuramente concessa, mentre il volo su una spiaggia affollata è vietata.

 Contrariamente a quanto descritto da alcuni articoli comparsi in rete in questi giorni, per i droni “aeromodelli” non è affatto concessa il libero sorvolo di aree urbane, purché lontano da manifestazioni e assembramenti: questa è una libertà concessa solo ai droni professionali, dotati dell’equipaggiamento di sicurezza e comunicazione richiesto dal regolamento Enac e con piloti “patentati”. 


Sì alle videocamere, no ai sensori

Le riprese fatte con un drone (spesso anche i modelli consumer montano una videocamera) sono assolutamente lecite senza adempimenti particolari, purché fatte ad uso personale. Ma il regolamento limita l’utilizzo di aeromodelli anche personali se su di essi sono montati “dispositivi o strumenti che ne configurino l’uso in operazioni specializzate: per questi si intende per esempio sensori particolari, videocamere a infrarossi e altri strumenti di rilevazione che ovviamente configurano un’attività professionale se pur “mascherata” da privata. 

In generale l’inosservanza delle norme di sicurezza, apparentemente sia per i Sapr sia per gli aeromodelli, prevede sanzioni di 1.000 a 6mila euro. Il maggior rischio per chi fa volare un drone per ragioni prettamente ludiche è la responsabilità civile e penale nei confronti di danneggiamenti a cose e persone per guasti o errate manovre. Di questi danni si è sempre responsabili, anche entro i limiti fissati dal regolamento. Se poi vengono provocati uscendo dai limiti, a quel puntosi aggiunge il fatto di non aver osservato le norme di sicurezza e quindi, ipoteticamente, si va incontro alle sanzioni.

C’è vita? Ci andremo mai? 13 domande e risposte su Kepler 452b, l’altra Terra scoperta della Nasa

La Stampa
antonio lo campo

Ecco le 11 cose che devi sapere sul pianeta “abitabile” che dista 1400 anni luce da noi

 

La Nasa ha annunciato ieri sera la scoperta di un pianeta molto simile alla Terra. Ruota attorno a un suo Sole e potrebbe ospitare la vita. Ma di cosa si tratta davvero? Ecco le 11 cose da sapere.
 
1) Che cosa ha annunciato realmente la Nasa?  
Tramite le osservazioni del suo satellite-osservatorio Kepler, gli scienziati del team della missione Nasa hanno confermato che tra i molti pianeti finora scoperti (4.600), ve ne sono una decina con caratteristiche assai simili alla Terra. Tra questi c’è 452b, così nominato perché la stella madre era classificata come 452.

2) Quanto il nuovo pianeta è simile alla Terra?  
Tra tutti i pianeti extrasolari, cioè che orbitano attorno ad altre stelle, è quello che ne ha caratteristiche più simili. E’ più grande della nostra Terra del 60%, è roccioso come il nostro pianeta, ha una massa una volta e mezza la Terra, gira attorno al suo Sole in 380 giorni e ospiterebbe acqua liquida.

3) In che senso si parla di “condizioni abitabili”?  
Un pianeta definito «simile alla Terra» deve per forza trovarsi nella cosiddetta «fascia di abitabilità», la zona attorno alla stella in cui orbita che non dev’essere né troppo irraggiata dal Sole, né troppo gelida. Condizioni insomma, per garantire lo sviluppo di forme di vita. Nel nostro sistema solare, i due pianeti della fascia di abitabilità sono la Terra e Marte.

4) C’è vita su Kepler 452b?  
Non lo sappiamo. Potrebbe esserci, come confermato dalla NASA, per le sue caratteristiche fisiche e di abitabilità. Ma per adesso abbiamo solo individuato e caratterizzato il pianeta. Non conosciamo le caratteristiche dell’atmosfera. Per esplorarlo serviranno strumenti sempre più potenti o la missione di una sonda che lo raggiunga.

5) Ci andremo mai?  
No. La stella 452 dista da noi, quindi dalla Terra, 1400 anni luce. Quindi una sonda che verrebbe inviata nello spazio, impiegherebbe 1400 anni, ma viaggiando alla velocità della luce! È troppo distante, ma i progetti di missioni interstellari sono in corso, e se ne occupa in particolare l’Accademia Internazionale di Astronautica.

6) C’è acqua?  
Non lo sappiamo. Potrebbe non averne affatto, potrebbe averne poca, o molta (come sulla Terra), oppure potrebbe averne avuta molta in passato (come Marte).

7) Qual è la temperatura?  
Potrebbe essere simile a quella del nostro pianeta, ma al momento non è ancora possibile stabilirlo.

8) L’uomo potrebbe adattarsi alla vita su Kepler 452b?  
Non conosciamo ancora le caratteristiche della sua atmosfera. L’uomo è fatto per sopravvivere su un pianeta come la Terra, e con la sua esatta atmosfera prevalentemente di azoto e ossigeno. Basta una piccola variazione di queste percentuali per far sì che l’uomo non vi possa sopravvivere.

9) Perché il nuovo pianeta si chiama così?  
Prende il nome dall’osservatorio spaziale Nasa Kepler, a sua volta dedicato al grande astronomo tedesco del XVII secolo, Johannes Kepler.

10) Cos’è l’osservatorio spaziale Kepler?  
È una missione NASA del Programma Discovery (Scoperta) ideato proprio per missioni a caccia di pianeti attorno ad altre stelle della nostra galassia, la Via Lattea. Kepler, lanciato da Cape Canaveral nel 2009, punta con i suoi occhi elettronici alle costellazioni del Cigno (dove c’è 452b), della Lira e del Drago. Ha lavorato a pieno regime fino al 2013, ma una guasto ai sistemi di puntamento non ne ha impedito di funzionare a tutt’oggi e lo farà fino al 2016.

11) Come si fa a capire che si è scoperto davvero un pianeta extrasolare?  
Con tecniche fotometriche e spettroscopiche assai sofisticate. Questi apparati vengono puntati verso una stella, tra le molte della regioni galattiche che si intende esplorare; quando uno di questi corpi passa davanti alla stella (quasi una sorta di eclisse) è già la prova importante che il pianeta esiste. Poi, ulteriori e dettagliate analisi da parte degli scienziati a Terra, ne danno conferma o meno.

 IL BUONGIORNO - Houston, abbiamo un problema (di Massimo Gramellini)