martedì 21 luglio 2015

Il ritorno di Ingroia o l’egemonia degli sconfitti

Corriere della sera
di Marco Ascione

 

 Forse davvero ad Antonino Ingroia sarebbe convenuto accettare quell’incarico ad Aosta. Tornare nuovamente a vestire la toga da pubblico ministero. Per occuparsi d’altro. E ripartire. Mettendo un punto e tanta strada tra sé e quella passione politica sistematicamente frustrata dalle urne. Addio non solo alla Rivoluzione (e all’Azione) civile ma anche a una certa idea di impegno che mal si sposa con i precedenti incarichi in magistratura. E invece rieccolo, Ingroia, tra i comprimari del melodramma siciliano. Fu proprio Crocetta a salvarlo da Aosta chiamandolo in prima battuta a guidare la società di riscossione dei tributi dell’Isola (assegnazione non andata in porto) e quindi la Sicilia E-servizi, partecipata regionale che si occupa dell’informatizzazione degli uffici. Incarico non politico, si dirà. Anche se poi tutto ciò che attiene alla leve di comando è politica.

E poi: dove c’è un uomo di potere germoglia anche un cerchio magico. A sentire ciò che dichiara al Corriere il segretario regionale del Pd Fausto Raciti, di quel conclave ristretto tanto influente sul governatore faceva parte anche l’ex pm. Vero, falso? Non occorre una lettura in filigrana per capire che su di lui Crocetta abbia contato. E viceversa. C’è chi la definisce l’egemonia degli sconfitti. Un modo, da parte della ex toga, per continuare a incidere seppure dall’esterno del teatrino, senza quel biglietto di ingresso validato dal passaggio nell’urna. Ingroia in questi giorni ha marcato le distanze. Da Matteo Tutino, innanzitutto. Dichiarandosi un semplice «conoscente» del chirurgo che tanti guai ha procurato al governatore. Ma anche da quella presunta intercettazione dell’ Espresso , sostenendo che la smentita del procuratore chiude il caso. Arriveranno altre smentite e smarcamenti. Resta evidente la voglia di far politica anche con altri mezzi.

21 luglio 2015 (modifica il 21 luglio 2015 | 07:50)

Commodore, il mito torna sul mercato a quarant’anni dal debutto

Corriere della sera
di Luca Zanini

Il primo «Pet» del 1977 poi il «64»

E’ stato il computer più venduto nella storia dell’ informatica, si calcola che ne furono prodotti più di venti milioni di esemplari nell’arco dei dieci anni. I primi computer Commodore datana 1977, quasi quarant’anni fa, e da fine degli anni Settanta erano già migliaia gli appassionati che giocavano sul Commodore Vic 20 e poi (dal 1982) sul Commodore 64 (nella foto, con i primi joystick, che ancora si trovano in vendita su eBay). Oggi la storia prosegue su smartphone. Ventun anni dopo la fine della produzione (se si eccettua un tentativo di rilancio intorno al 2010) 

 Una compagnia, che ha rilevato il marchio dalla Commodore Videogames chiusa nel 1994, punta proprio sulla nostalgia: tant’è che il nuovo Commodore palmare si chiamerà come uno dei pc di maggior successo della storia, il Commodore Pet del 1977

Dalle scatole di cartone agli schermi Gorilla Glass

Il Commodore PET uscirà a settembre e porta con sé una novità molto particolare: infatti, tra le caratteristiche principali c’è la possibilità di giocare con i videogame degli anni ’90. Sarà disponibile in due versioni: la prima a 275€, con schermo Gorilla Glass 3; 16GB di memoria, 2GB di ram; la seconda a 330 euro, schermo Gorilla Glass 4, memoria 64 GB, ram 4GB . La novità che farà felici molti nostalgici è che l’azienda CBM sta lavorando all’inserimento di due emulatori nello smartphone, in modo che si possano rivivere le emozioni dei giochi presenti nel Commodore 64 e nell’Amiga

Quella tastiera beige, che faceva sognare

Non solo una consolle per video giochi: il Commodore 64 fu il primo computer usato da milioni di persone tra cui molti programmatori e sviluppatori, diventando così il sistema privilegiato su quale realizzare software con un budget molto basso. Il cuore del Commodore 64 era la CPU 6510, un microprocessore progettato dalla MOS Technology (società possieduta dalla Commodore) per essere compatibile con il 6502, uno dei microprocessori più diffusi nei computer dell’epoca, anch’esso prodotto dalla Commodore.

Un successo da 17 milioni di pezzi

Il Commodore 64 venne venduto tra il 1982 e il 1993 in ben 17 milioni di esemplari. Nato come evoluzione del Commodore VIC-20, ed in grado di offrire capacità grafiche e sonore migliori rispetto al predecessore. Commodore 64 venne presentato all’International Winter Consumer Electronics Show del gennaio 1982 e in Italia allo Smau del successivo settembre. Oltre alle prestazioni eccezionali e al prezzo contenuto di 595 dollari, a decretarne il successo furono le aggressive tattiche di marketing: venne venduto nei grandi magazzini, nei discount e nei negozi di giocattoli, oltre che nella rete di rivenditori autorizzati. Questo gli consentì, come al suo predecessore VIC 20, di competere con le console per videogiochi. Parallelamente e in seguito alla cessazione della produzione, l’azienda produsse e commercializzò anche il Commodore 128, il Commodore 128D e il Commodore 65, tutti compatibili a livello software con il Commodore 64

I videogiochi del Commodore: un catalogo infinito

Su Wikipedia basta digitare «videogiochi per Commodore» per ottenere una lunghissima lista di oltre 400 titoli : dal Ghostbusters a Hysterya, da Atom Ant as Alien, da Rambo a Pinball Dreams. Il nuoc Commodore Pet su smartphone cercherà di implementare la possibilità di giocare con i videogame degli anni ’90 

Dal Pet al Vic 20 fino all’Amiga e al modello leader

La Commodore iniziò a produrre i primi Home Computer durante gli anni ’70. Nel 1977 il primo modello di successo il Commodore Pet, di cui oggi la BCM riprende il nome per un compatto smartphone. L’azienda, per anni regina delle vendite (solo il Commodore 64 venne acquistato da 17 milioni di persone), fu costretta a chiudere nel 1994, a causa di discutibili scelte gestionali. Durante i suoi quasi vent’anni di attività sviluppò modelli di home computer indimenticabili: il Commodore Pet, appunto, il Vic 20, il Commodore 16, fino ai modelli più venduti negli anni ’80 e ‘90 come il Commodore 64 e l’Amiga 500

Non fu Pet il primo pc, prima c’era l’Olivetti 101

Il Commodore PET (Personal Electronic Transactor) viene erroneamente considerato da molti il primo personal computer al mondo ed è stato presentato nel 1977 al Consumer Electronics Show di Chicago. Ma non era il primo: prima di tutti venne la Olivetti Programma 101. Il Pet del ‘77 era dotato di una ram da 4 KB di memoria (molti socket di espansione di memoria volatile fino ad 8KB) e memoria di 14KB; una tastiera, un pad numerico separato, un processore 6502 MOS da 1Mhz. Era alimentato da rete elettrica e aveva un’unità a nastro a cassetta (memoria di massa), porte di espansione tra cui una porta RS232 (seriale). Notevole per l’epoca la capacità di gestire la grafica (testo): si poteva scrivere distinguendo maiuscole da minuscole

Il rilancio nel 2010, ma senza grande successo

Ecco l’oggetto del desiderio, in una versione già più evoluta con lettore di cd integrato. Il Commodore 64 - che fu il «primo amore» informatico di almeno tre generazioni - era l’oggetto dei desideri associato a notti insonni alle prese con i giochi caricati tramite audiocassette. Vera star degli anni ‘80, è stato rilanciato nel giugno 2010 dopo un lifting a base di nuove tecnologie. Il computer con il processore a 8 bit lanciato nel 1982, che vendette 17 milioni di esemplari in tutto il mondo in 12 anni, è stato sostituito cinque anni fa da un «all in one» con un processore a 64 bit, 4 Gigabyte di memoria Ram e un hard disk da 500 Gigabyte (foto Ansa)

Tascabile e con performance da smartphone

Ed ecco finalmente il nuovo Commodore Pet: è uno smartphone prodotto dalla CBM (azienda di due italiani). Realizzato in policarbonato e dal design primitivo, il nuovo Commodore PET ha come punto di forza non l’aspetto esteriore, ma le componenti tecniche. Processore Mediatek octa-core a 64-bit da 1.7 GH e scheda grafica AMD Mali T760; Dual Sim, con entrambi gli slot che possono usare una connessione 4G... 

 E ancora: fotocamera con sensore da 13 megapixel e apertura focale pari a f/2.0; la fotocamera anteriore, quella adibita ai “selfie” è da 8 megapixel; Display Full HD da 5.5 pollici, che nella versione più economica sarà protetto da un Gorilla Glass 3, mentre in quella da 32 GB da un Gorilla Glass 4; batteria removibile da 3000 mAh; lo smartphone sarà integrato dalla versione 5.0 di Android Lollipop



Una croce nel logo dell’auto? Il Califfo ti multa

La Stampa
maurizio molinari

L’editto dell’Isis contro le «auto degli apostati», come le Chevrolet. Mostrare le croci è vietato sui territori controllati dagli jihadisti

 


Guidare una Chevrolet può costare assai caro sulle strade del Califfato. Un’apposita disposizione del “Principe dei Credenti” definisce questo modello di vettura come l’”auto degli apostati” in ragione del fatto che il logo della casa produttrice include una croce stilizzata.

Esporre qualsiasi tipo di croce in un luogo pubblico è severamente vietato sui territori dello Stato Islamico (Isis) e ciò riguarda anche le Chevrolet perché “percorrono strade dei musulmani” e dunque sono visibili a tutti. Da qui la decisione delle autorità di Isis di stabilire multe severe per chi guida Chevrolet: fino a 200 dinari d’oro. Una cifra considerevole.

Le foto delle multe per chi guida Chevrolet sono state postate su Facebook e Twitter. La vicenda evidenzia l’attenzione dedicata dall’amministrazione dello Stato Islamico ad imporre gli editti del Califfo in ogni aspetto della vita dei circa 8-10 milioni di cittadini che risiedono in uno spazio di circa 250 mila kmq.

Il bianco e il nero

La Smpata


 

Se guardi il mondo in bianco e nero, sei come il signore a destra della foto, quello con la svastica sulla pancia e un’idea tutto sommato rassicurante e fasulla: tu sei il buono, gli altri fanno schifo. Gli altri sono i neri, i politici della Capitale, chiunque attenti alle tue consuetudini e ti costringa ad adeguarti e a cambiare. Scendi in piazza per manifestare contro di loro, ma stai per svenire dal caldo, un nero in divisa ti mette le mani addosso e non sai quale delle due iatture ti sgomenti di più.
Se guardi il mondo a colori, sei come il Leroy Smith alla sua sinistra. In venticinque anni di polizia forse non ti era mai capitato di soccorrere un adepto del Ku Klux Klan intento a insultare tutto ciò che tu rappresenti. Eppure lo prendi per un braccio e lo accompagni verso l’ombra ristoratrice. Perché è il tuo dovere. Perché noi non siamo mai quello che gli altri dicono di noi. Siamo i nostri gesti, non i loro giudizi e tantomeno i loro pregiudizi.

Lo sai, il mondo in bianco nero è una tana, mentre quello a colori un labirinto. Però, a differenza dell’altro, è vivo. Vivo, dunque incompleto. In fiduciosa attesa della prossima foto, quella del poliziotto bianco che soccorre il manifestante nero. 

Paypal si separa da eBay

Corriere della sera
di Martina Pennisi

La società di pagamenti digitali si separa dal sito di e-commerce e potrà stringere nuovi accordi 


 PayPal guadagna il 9%, eBay perde il 4,7%. È cominciato così il primo nuovo giorno a Wall Street delle due società che hanno annunciato la separazione nel settembre del 2014. E le cifre di partenza al Nasdaq, dove Paypal è tornata con il simbolo con cui aveva debuttato prima di essere acquisita nel 2002 dal portale di e-commerce e conquista un valore di circa 52 miliardi di dollari, raccontano molto dei trascorsi e, soprattutto, delle aspettative per i prossimi mesi.


Da una parte c’è il precursore dei pagamenti digitali per eccellenza. Una realtà che nell’economia digitale si può considerare già datata, essendo nata nel 1998, e che nell’ultimo periodo ha visto una crescita esponenziale dei concorrenti: da Apple, con il suo sistema di pagamento Apple Pay che sta debuttando in questi giorni nel Regno Unito, a Facebook, che le ha scippato il Ceo David Marcus e ha già annunciato una piattaforma di invio di denaro basata sull’applicazione Messenger.
Pronti per nuovi accordi
Dall’altra, tornando ai due ex coniugi, c’è il sito di aste online reinventatosi come e-commerce che deve vedersela sia con Amazon, che a fronte di un rialzo del settore e-commerce del 22% a 1,3 trilioni di dollari ha visto una crescita tre volte superiore a quella del 6,4% di eBay, sia con negozi online verticali come (il nostro) Yoox nel campo della moda. Senza dimenticare come Google e, ancora, Facebook si stiano attrezzando con i loro Buy Button. Ecco perché l’investitore Carl Icahn ha spinto lo scorso anno per la separazione. Ed ecco perché il mercato premia il futuro più snello di una realtà che, come spiega al Corriere della Sera il portavoce di PayPal in Italia Dirk Pinamonti, fa «il 70% delle transazioni fuori da eBay».

Per contro, il 30% è «la conferma del fatto che rimarrà un partner di riferimento». Non ci sono però “vincoli di alcun tipo» e «alcuna condivisione di informazioni o dati sensibili e commerciali» che mettono Paypal nella posizione di esplorare altri accordi anche con realtà concorrenti di eBay, come Amazon stessa: «Sicuramente è una possibilità che andremo a investigare», afferma Pinamonti.

Un po’ d’acqua per il cane al bar finisce nello scontrino: 30 centesimi

Corriere della sera

Il «caso» postato su Facebook fa esplodere la polemica contro il locale: insulti e minacce

 

  Quella ciotolina d’acqua per dissetare il cane, è già diventata un caso. Il centralissimo bar «Signore e Signori» in piazza a Treviso, ha fatto pagare 30 centesimi, battuti anche nello scontrino, un po’ di acqua data a un cagnolino. La foto dello scontrino «incriminato» è stata subito postata su Facebook ed è diventata virale, trascinandosi dietro la rabbia e l’indignazione di tutti quelli che amano i cani. E il bar è finito nel mirino di insulti e minacce.

Una coppia di trevigiani seduti ai tavoli del bar per uno spritz, nella torrida domenica pomeriggio aveva chiesto ai gestori del locale «Signore e Signori» di poter dissetare il loro cucciolo. Ma al momento del conto, quella ciotola d’acqua per l’amico a quattro zampe se la sono ritrovata sullo scontrino alla voce «acqua cane» 30 centesimi.

Una «scelta» quella del locale trevigiano che ha scatenato un inferno di polemiche, com’era prevedibile. Difficile giustificare quei 30 centesimi. Qualsiasi bar o ristorante, in qualsiasi località, infatti, se c’è da dissetare un cagnolino lo fa gratis, da sempre.

Perché il dating online è il nuovo obiettivo dei criminali informatici

La Stampa


Il caso Avid Life Media è solo l’ultimo di una lista destinata ad ampliarsi. Lo scopo principale è il guadagno derivato dal furto delle carte di credito e dei ricatti alle vittime. Attenzione alle app su smartphone e tablet

 

Frasi d’amore scambiate tra una pausa pranzo e l’altra, durante il tragitto in treno o prima di andare a dormire, sognando di aver trovato il partner ideale. Sono circa 37 milioni di utenti iscritti ai servizi di dating online gestiti da Avid Life Media, tra cui AshleyMadison.com e CougarLife.com, i cui server sono stati violati ieri dagli hacker del Team Impact che in tarda serata ne hanno rivendicato l’attacco. Il motivo? Sempre lo stesso, rubare dati personali e informazioni private, soprattutto i numeri di carte di credito e codici segreti utilizzati per accedere alle aree riservate dei portali e, beffa maggiore, per cancellarsi dalle piattaforme, visto che dopo la registrazione la procedura di eliminazione del profilo prevedeva un costo di 19 dollari.

A riportare l’accaduto è stato Brian Krebs, giornalista investigativo americano che ha scritto sul suo blog di come l’agenzia canadese abbia subito il più pesante attacco hacker della sua storia. Le conseguenze delle scorrazzate del Team Impact sarebbero già evidenti in rete con una prima pubblicazione dei file sottratti ad Avid Life Media e pubblicati online. Nonostante i proclami di aver rimosso dai server tutti i riferimenti agli iscritti, è evidente che il danno sia irreparabile con le credenziali di migliaia, forse milioni di persone in balia della volontà dei criminali informatici. L’unico metodo per tenere al sicuro il più vasto numero di iscritti? Chiudere del tutto il sito principale e quelli correlati, solo al quel punto gli hacker smetteranno di caricare gli archivi.

Ma tutto per il vile denaro? Non proprio. Dietro ci sarebbe anche una motivazione etica e tecnica: “Sebbene Ashley Madison prometta di cancellare le informazioni degli iscritti dietro il pagamento di 19 dollari, ciò non avviene. I loro nomi, cognomi e dettagli come i metodi di pagamento sono ancora lì e per nulla rimossi” – si legge sul manifesto del Team Impact

pubblicato sulla prima pagina del sito ufficiale appena dopo l’intrusione.
A quanto pare le piattaforme di dating online e di ricerca appuntamenti sono diventate oramai un obiettivo primario per i pirati informatici. Il motivo è semplice: mettere in difficoltà un’azienda che gestisce milioni di identità reali porta quasi sempre a raggiungere il proprio scopo, che sia direttamente economico, votato allo spam o ricattatorio. Solo due mesi fa, il sito AdultFriendFinder.com, conosciuto come la “comunità più bollente per incontri di sesso”, aveva subito un attacco con la compromissione degli accessi di quasi 4 milioni di iscritti. Gli effetti di quella incursione sono ancora sconosciuti ma di certo hanno comportato disagi maggiori visto che, come è risaputo, tra i frequentatori del sito c’erano molti mariti e fidanzati in cerca di una veloce avventura.

Secondo Global Dating Insights, i cyber criminali puntano sempre più a violare i siti di appuntamenti online per applicare tecniche di “sextortion”, ovvero estorsione basata su attività sentimentali che lasciano tracce in rete e che potrebbero mettere in imbarazzo almeno uno dei coinvolti. Agenzie di sicurezza informatica, come TrendMicro, hanno spiegato in più di un’occasione i metodi più subdoli utilizzati per ingannare i navigatori, non solo quando utilizzano un computer ma anche su smartphone e tablet. Come se non bastasse lo scorso febbraio i ricercatori di IBM Security hanno scoperto che più della metà di tutte le app di dating presenti su Android presentano vulnerabilità di media o elevata gravità. Insomma fissare un incontro online può anche andare bene, è spingersi oltre ad essere troppo rischioso.

Il porno ti spia, la lista dei siti “hot” che visiti potrebbe essere pubblicata online

La Stampa

Un ingegnere informatico: ogni browser, quando si naviga in Internet, lascia un’impronta particolare. Se si visitano pagine su YouPorn o PornHub si è tutt’altro che anonimi

 


Non ci vuole molto a spargere allarmismo in Rete. La maggior parte degli utenti ha ancora un’idea molto vaga di come funzionino le cose online, e basta poco per seminare il panico. È facile immaginare la reazione affannata dei tanti amanti del porno online (30 milioni solo negli Usa, secondo il Wall Street Journal), alla notizia che tutte le loro preferenze amatorie potrebbero finire un giorno online, con tanto di nome e cognome.

È quanto sostiene un ingegnere informatico di San Francisco, Brett Thomas, il cui post intitolato “Online Porn Could Be the Next Big Privacy Scandal” ha fatto molto discutere .L’argomento di Thomas è il seguente: ogni browser, quando si naviga in Internet, lascia un’impronta particolare, dato dal modello, dalla sua configurazione, dai plugin installati, dal luogo da cui ci si collega e da vari altri elementi che, tutti assieme, contribuiscono a distinguerlo dagli altri. Quindi, anche se si visita un sito come YouPorn o PornHub usando la “navigazione in incognito”, si è tutt’altro che anonimi.

Combinando ciò con le informazioni che si possono raccogliere attraverso i pulsanti social (come il “mi piace” di Facebook), i widget per la condivisione - “add this” è uno dei più famosi – i banner pubblicitari e altri elementi che fanno da contorno al video che si sta guardando, si può arrivare ad avere un’idea abbastanza precisa dell’identità dello spettatore. E, col tempo, arrivare a identificarlo con precisione anagrafica.

Di per sé, e per chi si occupa di questi temi, nulla di nuovo. Che ogni browser lasci un’impronta univoca e che esistano altri sistemi di tracciamento, è cosa nota da tempo. Il merito (o la colpa) di Thomas, se vogliamo, è quello di aver reso comprensibile la situazione a tutti, e toccando un ambito particolarmente sensibile. Un po’ com’è accaduto con la recente – strepitosa – intervista del comico John Olivier a Edward Snowden: finché si parla di sorveglianza elettronica in generale e di Nsa, si corre il rischio che la gente si addormenti, o di parlarsi addosso. Ma volgarizza la cosa, mostrando come il governo Usa intercetti e forse conservi immagini delle parti intime dei navigatori, ed ecco che la gente resta a bocca aperta (e si indigna pure).

Quanto al problema sollevato da Thomas, si tratta di un problema senza dubbio reale. Non è tanto dai siti porno che bisogna guardarsi, però, per proteggere la propria privacy, quanto dagli inserzionisti pubblicitari che cercano di tracciare la cronologia di navigazione (il maggiore network di banner, DoubleClick, appartiene a Google) e magari da qualche hacker burlone, che potrebbe essere tentato di rubare i numeri di carta di credito di guarda siti a luci rosse a pagamento, e metterli online come sberleffo.

Fermo restando che è impossibile evitare del tutto il monitoraggio, si può prendere qualche precauzione. Usare ad esempio un browser dedicato, solo per le attività più piccanti, in modo che non contenga la cronologia degli altri siti visitati, cancellare i cookie (rimedio peraltro sempre meno efficace), usare estensioni come Ghostery che bloccano gran parte dei sistemi di tracciamento. E diffidare, in questo ha ragione Thomas, delle seduzioni della navigazione in incognito, che in incognito assolutamente non è, e che può suscitare un falso senso di sicurezza che può essere addirittura controproducente.

Ador, il paese dove la siesta è un obbligo di legge

La Stampa
lidia catalano

Un’ordinanza del sindaco di Ador (Valencia) impone il riposo tra le 14 e le 17. E a Madrid il nuovo sindaco vuole cancellare tutte le vie dedicate a personaggi del franchismo

 


Ad Ador, comune di 1400 abitanti vicino a Valencia, la siesta è una faccenda seria. Tanto che il sindaco Joan Faus Vitoria ne ha imposto l’obbligo tra le 14 e le 17. Per tre ore al giorno niente tv e niente musica ad alto volume, e ai genitori si raccomanda di tenere i bambini in casa. Silenzio assoluto. L’unico rumore ammesso - se proprio non se ne può fare a meno - è il russare. «La nostra economia è legata alla campagna – spiega un portavoce del sindaco – quindi è assolutamente sensato prendersi una lunga pausa durante le ore più calde della giornata».

Vitoria è il primo a ufficializzare con un’ordinanza una tradizione secolare. C’è chi l’ha bollata come anacronistica, o peggio come un’iniziativa che pone un ulteriore freno alla fragile ripresa economica del Paese, ma i cittadini ne sono entusiasti. Ogni pomeriggio un agente della polizia locale è incaricato di girare per le vie della cittadina e mandare tutti a casa: «Non ci sono mai stati problemi, ma per chi infrange la regola - precisa il sindaco - non sono previste sanzioni. Più che un obbligo, è una raccomandazione».

Vitoria (della coalizione socialista e nazionalista Gente d’Ador) è stato riconfermato alla guida della cittadina alle elezioni amministrative dello scorso 24 maggio. Un voto che ha decretato una brusca battuta d’arresto per il Partito Popolare del premier Mariano Rajoy, in favore della sinistra radicale che ruota attorno a Podemos. Il PP ha perso in due roccaforti storiche del centro destra come Madrid e Valencia. Manuela Carmena, 71 anni, ex giudice e nuovo sindaco della capitale spagnola, ha già annunciato di voler cambiare i nomi delle 167 strade dedicate a personaggi del franchismo.

Il nuovo corso politico ha portato anche a una stretta sul turismo. Ada Colau, neo sindaco di Barcellona, ha stabilito una moratoria sulle concessioni per un anno di nuove licenze per alloggi turistici, mentre i sindaci di Santiago de Compostela e La Coruña hanno dato una sforbiciata agli stipendi (36mila e 40mila euro l’anno). Mentre il PP arranca travolto dai casi di corruzione che hanno visto coinvolti diversi esponenti del partito, l’alternativa rappresentata dagli indignados di Pablo Iglesias guadagna consensi. in Spagna soffia il vento del cambiamento, e alle elezioni politiche di dicembre il vento potrebbe trasformarsi nel tornado Podemos. 

A spasso per l'Italia 5 terroristi Sono arrivati coi barconi

- Mar, 21/07/2015 - 09:57

Fossi morta sarei più credibile?". La lettera della ragazza stuprata al giudice che ha assolto il branco