sabato 18 luglio 2015

Casa famiglia "Il Melo" - problemi

Buongiorno

Si prega pubblicare il seguente comunicato:


Apprendiamo che questa mattina, all'interno della Casa famiglia “Il Melo” di Livorno, è avvenuta una rissa tra alcuni degli immigrati che vi sono stati inseriti dallo scorso lunedì. Evidentemente, il livello della rissa è stato tale da indurre le educatrici presenti in servizio a rinchiudere nella cucina le mamme con bambini che sono ospitate in quella struttura ed a chiedere l'intervento della forza pubblica .

La Lega Nord ribadisce ancora una volta che quell'inserimento è stato un errore e che occorre porvi rapidamente rimedio allontanando i cinque immigrati maschi e, se occorre aiutare persone immigrate, che almeno si tratti di mamme con bambini.

Monica Gronchi – Commissario Lega Nord per Livorno e Collesalvetti

L’altra Roberta viene salvata dallo sfratto dalla deputata M5S

La Stampa


L’ex capogruppo grillina Lombardi sposta la residenza a casa di un’omonima che non poteva più pagare il canone



Roberta, 40 anni, disoccupata, due figli piccoli da mantenere, sfrattata. Storia di ordinaria disperazione in una città, Roma, dove l’emergenza abitativa travolge vite e dignità.
Mercoledì è arrivato l’ufficiale giudiziario a bussare a casa di Roberta, a Tor Sapienza. Gli scatoloni erano pronti, le lacrime rigavano il viso, i piccoli erano stati portati dalla nonna per non subire altri traumi. Ma «un angelo ci ha salvati», dice oggi questa donna che se non fosse al pian terreno «si butterebbe di sotto». L’angelo è Roberta Lombardi, deputata cinque stelle, che ha eletto a suo domicilio parlamentare proprio la casa di questa mamma in difficoltà. E dunque per sfrattarla adesso il costruttore che richiede l’immobile deve prima ottenere l’autorizzazione della Camera. Perché secondo l’articolo 68 della Costituzione gli uffici parlamentari sono inviolabili.

I privilegi dei parlamentari a disposizione di una cittadina. «Non credevo più che esistessero persone capaci di fare del bene senza interessi», dice Roberta. La sua è una storia che intreccia dolore, esclusione, ma anche leggi stravolte dall’inadeguatezza dei controlli pubblici e imprenditori con pochi scrupoli. Una storia uguale a tante altre in questi lunghi anni di crisi. Famiglie che vivono nei «Piani di zona» della capitale, ossia in aree su cui imprese edili hanno costruito grazie a soldi a fondo perduto regionali, finanziamenti delle banche agevolati e garantiti dallo Stato, concessioni gratuite del Comune, a patto che poi gli appartamenti venissero locati o venduti a prezzi agevolati a famiglie con basso reddito. E la famiglia di Roberta era tra queste.

«Quando nel 2008 siamo entrati nella casa, un buco di 40 metri quadrati, sapevo che avrei dovuto pagare circa 300 euro. Invece la prima fattura è stata di 500 oltre al condominio e al riscaldamento che facevano salire la cifra a 700 euro. Fino a che ho potuto ho sempre pagato anche se la mia busta paga era di 600 euro e mio marito era un precario». Poi è arrivata la seconda figlia, il marito ha perso il lavoro, il matrimonio è finito, la società per cui lavorava come commessa ha chiuso. Ed è iniziata la morosità. «Non potevo pagare, anche se ho sempre cercato di accettare qualsiasi lavoro».

Una settimana fa la hanno licenziata dallo studio dove faceva la segretaria, in nero. «Non sopportavano che mancassi dal lavoro, ma io dovevo essere a casa quando arrivava l’ufficiale giudiziario, vedere l’avvocato, assistere mio figlio che non sta bene ed è stato anche ricoverato. ma come faccio?». Piange Roberta, si mortifica come se tutto questo fosse colpa sua. Un tunnel che vive da anni ma che è diventato ancora più buio nel 2013 con lo sfratto. «Mi sentivo persa con le assistenti sociali che mi spiegavano senza tanti giri di parole che una volta fuori di casa avrebbero potuto togliermi i bambini».

Roberta scopre che nella sua situazione ci sono molte altre famiglie nel suo palazzo e in quelli della zona. «E grazie ad Angelo Fascetti del sindacato Asia Usb e all’avvocato Vincenzo Perticaro abbiamo saputo che potevano fare causa per aver pagato canoni troppo alti». Il Tar gli dà ragione. Ma i proprietari dell’immobile continuano con lo sfratto. Roberta non è morosa, anzi, facendo i calcoli dal primo canone versato, nel 2008, risulta creditrice. Per 72 mesi ha versato 500 euro invece di 350 mentre il suo debito ammontava a soli 5 mila euro. Deve avere 10 mila euro.

Ma non solo. Perché Roberta è nella graduatoria comunale della morosità incolpevole e potrebbe vedere saldato il suo debito. Peccato che i proprietari non accettino il saldo. «Sicuramente vogliono affittare di nuovo o vendere l’appartamento a prezzi più alti», dice Roberta. «Anche se non possono farlo». Adesso il suo piccolo appartamento è diventato l’ufficio di una parlamentare. «Non so come ringraziarla», dice Roberta. «Io in questi anni mi sono ammalata, una litta per sopravvivere. Ma adesso sapere che almeno fino a settembre non rivedrò l’ufficiale giudiziario e il fabbro pronto a cambiarmi la serratura mi fa stare un po’ più serena. Penso ai miei figli che si meritano una vita migliore e almeno la sicurezza di avere un tetto sopra la testa».

Il fondo pensionati del clero sempre in rosso»

Corriere della sera

Inps: Disavanzo per 2,2 miliardi di euro del fondo che eroga l’assegno a 13.788 ex sacerdoti


 

 Il «fondo clero» che eroga la pensione a 13.788 ex sacerdoti, ha una gestione «costantemente in passivo», nel 2012-15 con un rosso tra 56 e 115 milioni e un disavanzo patrimoniale di oltre 2,2 miliardi nel 2015. Sono i dati riportati da «Porte Aperte» Inps dai quali emerge che il 72% dei pensionati gode anche di un’altra pensione. Il Fondo non è stato toccato dalla Legge Fornero. La nuova puntata di «Porte Aperte» esamina il fondo di Fondo Clero e ne verifica anche l’impatto con un eventuale adeguamento al sistema contributivo, che - stima l’Inps - sul 60% pensioni con decorrenza successiva al 1999 comporterebbe una decurtazione superiore al 50%. Inoltre «Non esistono soggetti che avrebbero un vantaggio con il ricalcolo contributivo».

Le ragioni
L’Inps analizza le ragioni del costante «rosso» dei conti di questo fondo. «Nonostante il rapporto iscritti/pensionati sia sempre ben superiore all’unità (1,45 nel 2015), la gestione è costantemente in passivo, riportando risultati economici annuali negativi compresi tra 56 e 115 milioni di euro nel periodo 2002-2015 ed un disavanzo patrimoniale di oltre 2,2 miliardi di euro nel 2015. La ragione di questo andamento risiede fondamentalmente nello squilibrio tra contributi versati e prestazioni erogate (nel 2015 il rapporto contributi/prestazioni è di 1 a 3)». Il rapporto segnala alcune particolarità e in particolare che «non è stato interessato dalla riforma pensionistica Monti-Fornero» e che «i contributi non sono commisurati ad un’aliquota percentuale della retribuzione o del reddito, ma sono dovuti in misura fissa”. 

Così il sistema di calcolo «non è né retributivo, né contributivo e/o misto bensì a prestazioni definite in somma fissa”. Il fondo - spiega l’Inps - prevede una misura minima per tutte le pensioni che eroga, corrispondente al trattamento minimo dell’assicurazione generale obbligatoria, che è di 502,39 nel 2015. Inoltre circa il 72% dei quasi 14mila pensionati del fondo risulta titolare di altre pensioni da gestioni diverse, il cui valore medio è di 1000 euro lordi mensili.

17 luglio 2015 (modifica il 17 luglio 2015 | 15:08)

Profughi, il grande assente è lo Stato

La Stampa




Che sia la periferia di Roma o quella di Treviso, Casale San Nicola o Quinto. O Piacenza, Crema, Pisa, Livorno, dove già ora si vivono disagi. In questo caos dove tutti sono vittime e nessuno vincitore, l’unica cosa certa è l’assenza dello Stato. E per Stato si intende quell’insieme di regole condivise, di diritto e di forza usata a fini di buonvivere collettivo, di garanzia per tutti e che in quanto tale è riconosciuto da tutti. Ecco, in quelle periferie dove l’altro ieri, ieri e sicuramente domani, si stanno affrontando tra la polvere e il caldo soffocante cittadini che si sentono minacciati nella loro sicurezza e una pluralità di entità che si muovono in modo scomposto e inefficace manca lo Stato.

Ci sono quelli che cercano di trovare soluzioni e quelli che ostacolano qualunque soluzione per trarne un meschino profitto politico. Ci sono gli amministratori abbandonati «al fronte» (parola del sindaco di Treviso Manildo del Pd), prefetti che si contraddicono, poliziotti schierati a difesa di una trincea con un armamento da battaglia forse inevitabile ma che a sua volta non può far altro che produrre altra violenza. Se mettete un fucile in scena prima o poi quello sparerà, avvertiva uno scrittore di teatro come Cechov. E così è per i manganelli: una volta messi in piazza, a un certo punto finiscono sulla testa di qualcuno.

Certo, ci sono le paure legittime degli abitanti di questi quartieri popolari dove vengono destinati gruppi di immigrati, nella maggior parte dei casi a loro volta doppiamente vittime. C’è tutto quel magma di problemi e di emozioni che ben conosciamo e che ha instaurato, in Italia e in alcune altre parti d’Europa, la «narrativa» dell’invasione di immigrati e clandestini. Vera o non vera che sia – e non è vera – questa sensazione è diventata la realtà percepita. E nessun esercizio di informazione razionale può fermarla.

Ci vorrebbe quello che manca: l’esercizio forte e riconoscibile del governo che poi dà forma e sostanza a quello che chiamiamo Stato. Non si chiede l’impossibile, è chiaro che l’emergenza epocale di migliaia di migranti in fuga da guerre e fame non si gestisce con le buone parole né con gli editoriali dei giornali.

Ma quella polvere, quelle parole, quella violenza, quella tensione che abbiamo visto ieri a Casale San Nicola chiedono un urgente esercizio di governo che costituisca un’alternativa alle case Pound e ai Salvini che svolazzano su queste rovine di società gettando micce con le quali contano di monetizzare alle prossime elezioni un’alleanza che è già facile intravedere: i militanti in maglietta nera con i «fratelli d’Italia» accanto ad un Salvini double face, da una parte capopopolo dall’altra leader politico realista che – come nell’intervista al giornale della Confindustria - mette in secondo piano la promessa populista di uscire dall’euro per rassicurare la parte non sovversiva della classe dirigente e rubare consensi (o magari raccogliere insieme) a quel che resta di Berlusconi.

Questo è il desolante quadro politico nel quale sindaci e amministratori si sentono abbandonati, dove i «governatori» della Lega non temono di dire cose del tutto fuori dal mondo come Zaia («Ci stanno africanizzando») o come l’ex mite Maroni che ha scovato nella sua biografia di colomba un ruggito stonato dopo l’exploit elettorale dell’ex nemico Salvini per incitare i sindaci lombardi alla ribellione contro lo Stato.

Ma dov’è questo Stato? Dov’è il ministro dell’Interno, dov’è il governo tutto di fronte a questa che sta diventando (anche qui parliamo di percezione) l’emergenza nazionale? L’unica sensazione che si ha è quella di interventi tappabuchi casuali: una vecchia caserma invece degli alloggi sfitti nel quartiere di case popolari in rivolta, e così via. Ieri abbiamo visto Frau Merkel rispondere con tutto il suo rigore luterano alla bambina palestinese.

Chi s’è scandalizzato per la durezza della cancelliera, chi s’è compiaciuto della sua sincerità. Ma da quella storia si imparano alcune cose: che una profuga palestinese con la sua famiglia è stata accolta in Germania dove ha potuto studiare al punto di conversare con sicurezza in tedesco con una donna che mette soggezione ai capi di Stato; che questa donna politica ha detto alla bambina semplicemente la verità pur essendo a capo dello Stato che in Europa accoglie e integra il maggior numero di immigrati.

Allora, che si può fare? Bisogna dare al più presto un orizzonte civile a tutti quei soggetti che in modo sparso e scoordinato oggi si battono nelle trincee di periferia. Il senatore Stefano Lepri del Pd ha fatto una proposta ieri su La Stampa: che i profughi a coppie siano sparsi nelle centomila imprese sociali italiane, se ne ridurrebbe l’impatto e avrebbero anche modo di rendersi utili. Ce ne possono essere altre. A una maggioranza di centrosinistra si chiede una solidarietà non di facciata. Ma il governo non può rinunciare ad essere Stato o finiremo tutti nella polvere di Casale San Nicola, dove la scuola che doveva ospitare i migranti respinti è intitolata a Socrate, uno che ha accettato la condanna ingiusta per non contraddire le leggi dello Stato.

Twitter @cesmartinetti

Mogherini spende 3 milioni per un servizio da tavola

Fumo negli occhi

La Stampa


Sarà perché considero la paura un veleno più intossicante degli altri, ma non mi convince la scelta di stampare sui pacchetti di sigarette una serie di foto truculente che sbattano in faccia all’incauto acquirente i danni del fumo. L’immagine terroristica produce assuefazione. Lo stanno capendo persino gli sgozzatori professionali dell’Isis, che non sanno più cosa inventarsi per sgomentare una platea ormai talmente abituata alle loro nefandezze da cominciare a trovarle ripetitive.

Le foto sui pacchetti sono pensate soprattutto per i ragazzini, che però sono anche i più attratti e i meno impressionabili dall’horror. Esistono le premesse per la fioritura di un mercato di collezionisti: «Ce l’hai il tizio con la trachea bucherellata?» «Te lo do in cambio della ragazza che sputa sangue dai polmoni». Quanto ai fumatori adulti, faranno finta di non vedere, come finora hanno fatto finta di non leggere le scritte minacciose e vagamente iettatorie.
 
ritdel

Il limite dell’immagine è che non fa scattare l’identificazione: pensi sempre che quella trachea o quel polmone sia di qualcun altro. A sfondare la corazza delle difese umane non è mai il terrorismo mediatico, ma il messaggio subliminale che nelle migliori pubblicità-progresso si rivolge al subconscio e ti induce a smettere un vizio per goderti la vita, non per paura di perderla.


Fumo, immagini-choc sui pacchetti 
La Stampa

 Pronto il decreto del ministro Lorenzin che il governo dovrebbe varare già lunedì: Sigarette vietate in auto se a bordo ci sono minori e stop a quelle aromatizzate

 

 Alcune delle nuove immagini che i fumatori troveranno sui pacchetti di sigarette

 L’immagine al limite del raccapricciante e del cattivo gusto è quella di due genitori affranti accanto a una piccola bara bianca, con sotto la scritta «Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno». Ma anche il buco alla gola causato dal cancro o il paziente intubato a seguito di attacco cardiaco non sono da meno. Con queste immagini choc e una nuova sventagliata di divieti, il ministro della Salute Lorenzin prova a far passare la voglia di fumare agli 11,6 milioni di italiani che fino a oggi hanno continuato ad accendere bionde fuori dai recinti alzati 12 anni fa dalla legge Sirchia.

La nuova stretta anti fumo arriva per decreto legislativo, 38 articoli che recepiscono l’ultima direttiva europea sul tabacco, comprese quelle disposizioni che era «facoltà» dei singoli Paesi adottare o meno. Ora le commissioni parlamentari competenti avranno 60 giorni per esprimere un parere, comunque non vincolante, al testo che già lunedì dovrebbe essere sdoganato dal Consiglio dei Ministri.

I pacchetti – stabilisce il provvedimento - saranno composti al 65% da immagini raccapriccianti e scritte sui danni da fumo, mentre oggi solo il 30-40% era destinato allo scopo. In più dovranno essere esposti dal lato frontale, con le immagini choc.

Le confezioni non conterranno più nemmeno le scritte sul contenuto di catrame, nicotina e monossido di carbonio, ritenute «ingannevoli» per il consumatore, visto che le sostanze cancerogene sono almeno 40. Altra novità destinata a far discutere è il divieto di fumare in auto in presenza di minori o donne in gravidanza. Un provvedimento che era già stato annunciato lo scorso anno dal ministro della Salute e che aveva scatenato veementi reazioni tra anti-proibizionisti e fumatori incalliti, Emma Bonino in testa. Allora non se ne fece nulla ma questa volta lo stop voluto dall’Europa diventerà legge anche da noi.

Vietato anche accendere o arrotolare sigarette aromatizzate a mentolo, vaniglia, erbe e spezie. Tutte sostanze, dicono gli esperti di tabagismo, studiate per invogliare al fumo soprattutto i giovanissimi e che diventeranno off limits nelle nostre tabaccherie. Ma non da subito. Per le sigarette al mentolo e tutte quelle con una quota pari almeno al 3% del mercato, il divieto scatterà solo dal 20 maggio del 2020.


Ecco a chi vendeva Hacking Team in Honduras

La Stampa
carola frediani

Il software della società milanese sarebbe stato comprato anche da militari dell’Honduras. E dai materiali appaiono confermati i legami con l’Ecuador


Tra i compratori dei prodotti di Hacking Team – la società milanese di software spia colpita da attacco informatico il 6 luglio scorso – appare anche l’Honduras. Sappiamo infatti che il Paese è indicato in una lista clienti diffusa online e mai smentita: una commessa che risulterebbe ancora attiva nel 2015. Ma, diversamente da altri Paesi in cui è indicato chiaramente il soggetto statale o governativo che avrebbe acquistato i programmi di sorveglianza dell’azienda italiana, alla voce Honduras si legge solo: «Progetto Hera – NICE», per un totale di 335mila euro di fatturato. 

Il progetto Hera  
Che cos’era il progetto Hera? Come abbiamo spiegato, Hacking Team rivendeva i suoi software nel mondo anche attraverso una rete di partner che a loro volta si appoggiavano a intermediari regionali, veri e propri broker che smazzavano le proposte di acquisto a entità di diversi Paesi. Uno dei partner strategici di Hacking Team è l’azienda israeliana NICE Systems, con cui la società milanese tra il 2013 e il 2015 porta avanti la commessa denominata Project Hera. NICE, a sua volta, si rivolge a una società panamense, nata nel 2013, Delafile S.A, definita «un partner locale» che gestisce lavori in Honduras e Guatemala. Da notare come le comunicazioni con i locali, incluso il canale di assistenza sul software, passino sempre attraverso indirizzi mail non istituzionali, come Gmail.

Il software e il generale
Il passaggio di mani e la riservatezza usata nelle comunicazioni che parlano del progetto è tale che perfino alcuni commerciali delle due aziende principali, NICE e Hacking Team, a un certo punto devono chiedere informazioni: ma chi è il cliente finale? È l’esercito, dirà a un certo punto un rappresentante di NICE al collega di Hacking Team. In particolare, quando si tratta di capire a chi inviare fisicamente alcuni materiali, viene fatto il nome del generale Pacheco Tinoco.

Nome che ricorre anche quando gli scambi di mail riportano l’insoddisfazione dell’utente finale, e in particolare del generale, per il sistema o l’assistenza ricevuta. Il generale in questione sembra dunque essere proprio Julian Pacheco Tinoco, il quale all’epoca è a capo della Dirección Nacional de Investigación e Inteligencia (DNII), una agenzia di intelligence autonoma e segreta, svincolata da controlli democratici o da altri organismi di controllo, come sottolineato in diversi report sull’Honduras. Del resto la sigla e il nome dell’agenzia appaiono anche a un certo punto nella mail di uno dei sottoposti del generale. 

La Dirección Nacional de Investigación e Inteligencia (DNII)
Nella DNII confluiscono un braccio militare e uno poliziesco, e il suo stesso mandato aggrega compiti di sicurezza interna e di difesa. Creata nel 2013, aveva subito suscitato la preoccupazione di avvocati dei diritti umani per il suo potere di creare unità investigative e di intelligence senza che ci fossero non solo dei meccanismi di controllo ma anche una chiara catena di comando con altre autorità. Quando il capo della DNII, il generale Julian Pacheco Tinoco – militare formatosi alla School of Americas – verrà addirittura nominato ministro della sicurezza nel 2015, gli attivisti del Paese andranno in fibrillazione, interpretando la nomina come un ulteriore passo verso la militarizzazione della polizia.

«Con il governo che prende di mira movimenti sociali, leader dei diritti umani, giornalisti, avvocati e chiunque critichi le imposizioni dell’economia ultra-neoliberale calata sul Paese, la nomina del generale Pacheco è preoccupante», scrive il sito School of Americas Watch, dell’omonima organizzazione non governativa che monitora gli abusi condotti da militari in America Latina. «Da notare che il suo corso alla School of Americas includeva una parte sulle operazioni psicologiche (psyop)».

I software made in Italy erano dunque usati in Honduras – uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti, secondo Freedom House - per contrastare la criminalità e il narcotraffico o per altro? La domanda resta aperta, ma soprattutto l’episodio apre uno squarcio sulla grande zona grigia in cui si perde la commercializzazione di simili tecnologie – a detta di vari osservatori, vere e proprie “armi digitali” - specie in contesti in cui non esiste una tradizione di Stato di diritto e di tutela dei diritti umani, per usare un eufemismo.

Il caso Ecuador  
Hacking Team, secondo i documenti fuoriusciti, avrebbe anche venduto una commessa al SENAIN, l’agenzia di intelligence dell’Ecuador, per 535mila dollari. Il presidente del Paese Rafael Correa nelle scorse ora ha negato qualsiasi legame dell’agenzia di spie nazionali con Hacking Team. «Dove si trova una email che abbiano hackerato, in cui venga detto che l’Ecuador abbia fatto questo?», ha domandato. La Stampa può però quanto meno confermare che tali email esistono: ad esempio, nel 2014 una mail interna di Hacking Team intitolata

«Situazione in Ecuador» parla proprio del SENAIN: «Le persone del SENAIN che utilizzano Rcs non sanno davvero cosa hanno nelle loro mani», commenta un dipendente dell’azienda milanese, lamentando le scarse capacità dei clienti. Honduras ed Ecuador non erano gli unici Paesi dell’America Latina che, sulla base dei documenti diffusi dopo l’attacco informatico, avrebbero comprato i software di Hacking Team. Anche Cile, Colombia, Panama e Messico. Quest’ultimo sembra anzi essere il miglior cliente della azienda di via della Moscova con un fatturato di oltre 6 milioni di dollari. 

Il giorno in cui l’Europa si unì sotto il Monte Bianco

La Stampa

Il 16 luglio 1965 un capolavoro di ingegneria segnava l’inizio di una nuova era. E dopo la tragedia del 1999 il tunnel è rinato con l’hi tech, dai sensori ai radar

 
 il generale De Gaulle e il presidente Saragat inaugurano il tunnel del Monte Bianco il 16 luglio 1965.


Tedeschi dell’Est e russi innalzavano muri, mentre italiani e francesi li frantumavano. Cinquant’anni fa, il 16 luglio 1965, i presidenti Saragat e De Gaulle tagliarono il nastro del tunnel stradale più lungo del mondo, il traforo del Monte Bianco. Fu l’inizio di una nuova era in un’Europa che, ieri come oggi, si divideva tra chi blindava confini e chi voleva abbattere le barriere.

Courmayeur ricorda quel giorno con una maratona di 13 ore di eventi al Jardin de l’Ange e al Palanoir sotto il titolo «50 anni per una sfida», in collaborazione con la Fondazione Courmayeur Mont Blanc. L’etnologo e antropologo Marc Augé, il presidente del Censis Giuseppe De Rita, i vertici della Sitmb (la concessionaria italiana della galleria), l’ex ambasciatore a Parigi Luigi Guidobono Cavalchini e il direttore de «La Stampa» Mario Calabresi dialogheranno su «La prossimità come valore per le società moderne -

Il ruolo dei trafori nel fare connettività». Nel pomeriggio sarà presentato il film «Il Sogno logico» dei valdostani Luca Bich e Riccardo Piaggio che ripercorre le tappe di quell’impresa, mentre alla sera verrà proiettato lo storico «Senza Sole né Luna» di Luciano Ricci, pellicola del 1963 dedicata a un gruppo di minatori del traforo. Tra i protagonisti, un giovanissimo Lando Buzzanca che oggi parteciperà alle celebrazioni.

L’inizio del sogno fu una galleria lunga 100 metri scavata nel 1946 dal conte torinese e ingegnere Dino Lora Totino su progetto di Vittorio Zignoli, il coronamento arrivò 19 anni più tardi. Da quel giorno di luglio di mezzo secolo fa, sotto il Monte Bianco, sono transitati più di 68 milioni di veicoli. Il tunnel ha cambiato i destini di molti, spostando le direttrici del traffico commerciale tra Nord Europa e Mediterraneo e concentrandole sulle Alpi.

A livello di ingegneria fu un capolavoro: gli scavi, durati otto anni, durante i quali si avanzava fino a un massimo di nove metri al giorno, si conclusero il 14 agosto 1962 con la caduta dell’ultimo diaframma, quando si ritrovarono faccia a faccia gli «uomini talpa» italiani e francesi; in una lunghezza complessiva di 11,6 km di galleria la differenza tra i due versanti di scavo fu pari alle dimensioni di un iPhone: 13 centimetri scarsi. Ci sono due chilometri e mezzo di granito dell’Aiguille du Midi sopra le teste degli automobilisti che attraversano il traforo.

La scommessa di poter oltrepassare il Monte Bianco in una manciata di minuti anzichè in tre giorni (tanto era il tempo necessario per sconfinare a piedi) è stata vinta a caro prezzo: 17 operai morirono nei lavori di costruzione del tunnel (tre sotto le valanghe). Non solo. Con il 14 agosto 1962, quando cadde l’ultimo diaframma, e il 16 luglio di tre anni dopo, in cui avvenne il taglio del nastro, c’è una terza data che ha segnato la storia della galleria: il 24 marzo 1999, quando un Tir belga carico di farina e margarina entrò con un principio d’incendio al motore. Fu una catastrofe: nel rogo morirono 39 persone, decine di camion e auto vennero sciolti da un calore che, nel cuore del tunnel, raggiunse i mille gradi.

I vigili del fuoco di entrambi i Paesi impiegarono due giorni prima di spegnere le fiamme. Due anni più tardi, nel cuore del traforo incenerito, si respirava ancora a fatica. Italia e Francia diedero il via a lavori da 380 milioni di euro per rifare il tunnel e, soprattutto, renderlo invulnerabile: fino ad oggi è stata vinta anche questa scommessa. La galleria, dalla riapertura nel 2002, è un formidabile concentrato di tecnologia: 35 mila punti di controllo, 37 rifugi termici, 120 telecamere, 12 frequenze radio per messaggi in tre lingue, un cavo termometrico dotato di 3860 sensori, 10 radar che misurano la velocità (è stato introdotto il limite dei 70 km/h) e altri 10 che misurano la distanza dei veicoli (mai inferiore ai 150 metri). Tutto ciò per far scorrere senza ostacoli quel fiume di camion e auto che, 365 giorni l’anno e 24 ore su 24, attraversa la montagna più alta d’Europa in 12 minuti.

Tra Italia e Germania scoppia la guerra del "cambozola", l'imitazione tedesca del gorgonzola

Il Messaggero
di Giulia Aubry

Il Cambozola, formaggio tedesco con le caratteristiche simili al Gorgonzola al centro di una disputa tra Italia e Germania

 Provate a immaginare la bella Federica Ridolfi chiedervi, come nel noto spot di qualche anno fa, se avete provato il Cambozola con le pere. O Antonino Cannavacciuolo, in una versione più recente, che vi invita a cucinare “riso, salsiccia e Cambozola”. Persino la goccia della versione dolce marchiata Gim avrebbe tutto un altro effetto sul Cambozola Classic.

Poco credibile e convincente? Forse sì. Ma potrebbe anche succedere, visto che nell’Unione europea si vende un formaggio con questo nome. L’erborinato – come direbbero gli esperti di cucina – è di produzione tedesca, per la precisione della regione della Baviera e somiglia, sia nella denominazione che nell’aspetto, al formaggio italiano Gorgonzola, uno dei nostri tanti prodotti maggiormente conosciuti (e invidiati) all’estero.

Secondo alcuni il nome sarebbe un’aperta violazione del regolamento 1151/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio sui “regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari”, per il quale i nomi registrati (come quello del Gorgonzola, appunto) sono protetti – tra l’altro – “contro qualsiasi imitazione o evocazione, anche se l’origine vera dei prodotti o servizi è indicata”. A denunciare la cosa, in particolare, è l’avvocato Dario Dongo, fondatore di Great Italian Food Trade di difendere e sostenere l’eccellenza alimentare italiana nel mondo facendo incontrare agenti, buyers, importatori, catene di distribuzione e gruppi d'acquisto sparsi in tutto il mondo con il Made in Italy certificato.

Una vera e propria dichiarazione di guerra alla Germania attraverso la petizione lanciata sul sito Change.org e diretta al Ministro dell'Agricoltura e i Consumatori della Repubblica Federale Tedesca Christian Schmidt, al Commissario Europeo per l'Agricoltura Phil Hogan e al Ministro per l'Agricoltura della Repubblica Italiana Maurizio Martina affinché venga immediatamente ordinato “ il divieto d'impiego del nome Cambozola su formaggi che evochino il Gorgonzola italiano DOP, arrecando pregiudizio ai consumatori europei come alla filiera di produzione e distribuzione del Gorgonzola autentico”.

In realtà su Wikipedia si legge che il Cambozola esiste dai primi del ‘900 e che è in produzione dagli anni Settanta come un mix tra Camembert e Gorgonzola, da cui appunto il nome che appare come l’unione dei nomi dei due formaggi francese e italiano. Nonostante la spiegazione dell’enciclopedia online possa mettere in discussione in questo contesto l’applicazione di una norma Ue del 2012, in poco più di due ore la petizione ha già raccolto più di 1.200 firme e la richiesta si sta rapidamente diffondendo sui social e la stampa nazionale. Perché i tedeschi possono pure comandare sull’economia europea, ma con l’Italia sul cibo (e su Dortmund 2006) non si scherza. Neppure se è una questione di cento anni fa.

Ecco Elisabetta bambina che fa saluto nazista” Video pubblicato dal The Sun fa scalpore

La Stampa

In un filmato, che risalirebbe al 1933, la futura regina alza più volte il braccio destro

 

Un filmato sgranato in bianco e nero, di pochi secondi. La futura regina Elisabetta nel 1933 è ripresa insieme a sua madre e sua sorella Margaret nella tenuta di Balmoral. Con loro lo zio Edoardo, quello che tre anni dopo salirà al trono per poi abdicare per sposare Wallis Simpson. E tra i giochi e le risate sul prato tutti cominciano ad alzare il braccio destro come nel saluto nazista. Come se Edoardo volesse insegnare come si fa.

La clip viene pubblicata dal Sun sul suo sito e presentata come un’esclusiva mondiale, un filmato rimasto nascosto per 80 anni e riemerso oggi per la prima volta. Il giornale precisa che il filmato risale al 1933-34 quando Hitler ha da poco conquistato il potere e che i legami di Edoardo con Hitler e il fascismo sono ben documentati.

Il quotidiano aggiunge che esperti hanno definito il nuovo filmato di grande interesse pubblico e che potrebbe gettare nuova luce sull’atteggiamento della famiglia reale nei confronti della Germania negli anni ’30.


Karna Urbach, un’esperta del nazismo e membro del Istituto di ricerche storiche descrive il filmato come «notevole». «È abbastanza scioccante. La Regina ha avuto un tale orgoglioso comportamento durante la seconda guerra mondiale ed un senso del dovere verso il suo paese che a nessuno potrebbe venire in mente che guardasse con simpatia alla Germania nazista. Era una bambina quando il filmato fu girato, molto prima che le atrocità del nazismo diventassero note». «Ma Edoardo aveva già dato il benvenuto al regime come Principe di Galles nel 1933 - ricorda - e rimase filonazista anche dopo lo scoppio della guerra».

Secondo il quotidiano il filmato originale sarebbe rimasto sotto chiave, ma alcuni anni fa furono fatte delle copie della clip e una di queste è stata consegnata al quotidiano da una fonte che ritiene che abbia un pubblico interesse.

Alcuni esperti sottolineano che nel filmato «tutti ridono e scherzano» e che in quel periodo «non ci fosse un bambino in Gran Bretagna che non abbia fatto per scherzo il saluto nazista». E ricordano ancora che i genitori di Elisabetta, la Regina madre e Giorgio VI «furono fermi nel loro rigetto del nazismo come leader del mondo libero e nella lotta contro quella tirannia».

La promessa di Hitler a Edoardo: “Tornerai sul trono a Londra”

 La Stampa
 vittorio sabadin   02/03/2015

 Spuntano nuovi documenti sul rapporto fra il re che abdicò e i nazisti. Il piano del Führer era vincere la guerra e rimettere al potere l’alleato

 

Edoardo VIII, il re che rinunciò al trono per amore di Wallis Simpson, era molto più legato a Hitler e al nazismo di quanto si sapesse. Durante la guerra, era arrivato addirittura ad auspicare che i bombardamenti su Londra si intensificassero per costringere la Gran Bretagna a trattare la resa, e Hitler gli aveva promesso di rimetterlo sul trono alla conclusione del conflitto.

I sostenitori del Reich  
Documenti che probabilmente dovevano restare ancora segreti e che, anche se è passato molto tempo, creeranno non poco imbarazzo a Buckingham Palace, sono entrati in possesso di Andrew Morton, lo scrittore che aveva già dato non pochi dispiaceri alla famiglia reale con il libro «Diana: la vera storia». Morton ne ha fatto un nuovo libro, che ha anticipato ieri con un lungo articolo sul «Mail on Sunday».

Edoardo, figlio primogenito di Giorgio V, era stato sospettato di simpatie naziste fin dall’inizio degli Anni 30, quando Londra era piena di hitleriani di sangue blu che venivano dalla Germania e frequentavano l’erede al trono e la sua amante, l’americana due volte divorziata Wallis Simpson. Morton rafforza i sospetti che Wallis fosse in realtà una spia nazista, cosa che anche Winston Churchill e l’ambasciatore americano a Londra pensavano. Quando, dopo la morte di Giorgio V nel 1936, Edoardo salì al trono, scoprì che gli era molto difficile regnare. Washington e Scotland Yard avevano avvertito il governo dei pericoli rappresentati dalla sua relazione con Wallis e i documenti più scottanti e segreti non gli venivano sottoposti: si sapeva che parlava di tutto con l’amante, chiedendole consiglio.

No alle nozze con Wallis  
Forse fu anche per questo che il governo e l’Arcivescovo di Canterbury gli negarono ogni possibilità di sposare Wallis, una donna divorziata, minacciando dimissioni e scandali. Nel 1937, Edoardo fece alla radio il famoso discorso nel quale abdicava lasciando il trono al fratello Albert, perché non poteva «portare il pesante fardello del regno senza l’appoggio della donna che amo». Nello stesso anno la sposò e insieme andarono subito in Germania, a trovare un Hitler piuttosto seccato per l’abdicazione: «Potevamo avere un amico sul trono - disse ai suoi -. Avrebbe reso tutto più facile».

L’accoglienza fu comunque straordinaria. Wallis veniva chiamata «sua altezza reale», un titolo al quale teneva molto e che il nuovo re Giorgio VI, il padre di Elisabetta, le aveva con grande fermezza negato. In quei 12 giorni di visita, Hitler promise a Edoardo che quella grande ingiustizia sarebbe stata sanata: vinta la guerra, lo avrebbe rimesso sul trono.

L’esilio parigino
I microfilm ai quali Morton ha avuto accesso ricostruiscono nei dettagli l’esilio della coppia a Parigi, nella residenza al Bois de Boulogne regalata dal Comune, e la successiva permanenza in Spagna e Portogallo. A Parigi erano una sera a casa dell’amica di Wallis, Claire Boothe Luce, la giornalista e scrittrice poi diventata ambasciatrice americana in Italia, quando la radio diede l’annuncio di un bombardamento particolarmente violento su Londra. «Mi spiace», disse la Luce a Edoardo. E Wallis si intromise: «A me no, dopo tutto quello che mi hanno fatto. Un intero Paese contro una donna».

In Spagna, la coppia frequentava la nobiltà legata ai fascisti e al dittatore Francisco Franco, ed è stato in quei salotti che Edoardo, le cui parole erano sempre segretamente registrate per inviare rapporti a Hitler, espresse l’auspicio che i bombardamenti su Londra diventassero più intensi, compiendo un atto di tradimento nei confronti del suo Paese e della sua famiglia che non potrà essere perdonato.

Il saluto di Elisabetta
Nel 1972, in visita ufficiale a Parigi, la regina Elisabetta chiese di incontrare lo zio, che stava morendo. Nella vecchia casa al Bois de Boulogne, Edoardo pregò il medico di rivestirlo e di consentirgli di restare in piedi, con i tubi delle flebo che passavano sotto gli abiti e i flaconi nascosti da una tenda, perché voleva «ricevere la sua regina in modo appropriato». Elisabetta uscì dall’incontro con le lacrime agli occhi. Quando morì, lo fece seppellire a Windsor e invitò Wallis al funerale, ormai sfatta dalla chirurgia plastica e dai primi accenni di demenza. «Nessuno - scrisse quella sera il principe Carlo nel suo diario - ha mai lasciato così tanto per così poco». 

L’estate felice dei 6 gemellini con il papà disoccupato: «Ci aiutano tutti»

Corriere della sera
di Margherita De Bac
 
La mamma: «Compriamo solo le scarpe, ma abbiamo bisogno di lavoro». Il primario «Potevano avere danni seri, solo due di loro hanno una leggera miopia»

 

 È un’impresa comunicare con casa Mele, famiglia di Orta di Atella, nel Casertano, ai margini della Terra dei Fuochi. Occorre rassegnarsi a una conversazione rumorosa e ricordarsi di staccare di tanto in tanto il cellulare dall’orecchio, per salvare l’udito. «Da noi è sempre così. Mi sono abituata. Ecco, sa che stanno facendo adesso? Saltano sul lettone dove siedo», si fa largo tra gli strilli la signora Carmela. Pianti, litigi, azzuffate. Lei non si scompone e interviene con rimbrotti pacati.

 Il giorno della nascita dei sei gemellini all’ospedale beneventano Rummo

A scatenare il perenne caos, sei fratellini famosi per essere sbocciati con parto esagemellare, secondo e ultimo caso in Italia dopo i sei Giannini, nel 1996. Maurizio, Paolo, Francesca, Anna, Chiara e Serena. Pesavano da 600 a 800 grammi ciascuno, per mesi sono stati in terapia intensiva. I sei discoli sorridono con le dita a «V» e il pollice del tutto ok nella foto inviata al pediatra che li ha visti uscire dalla pancia della mamma il 10 gennaio 2010 alla ventiseiesima settimana di gravidanza. Ridono sullo sfondo di un mare piatto e giallino. «Come vede stanno bene. Potevano crescere con danni seri. Invece solo due di loro hanno una leggera miopia», racconta Luigi Orfeo, primario al Rummo di Benevento. 

Ieri ha partecipato con alcuni pediatri alla serata di beneficienza organizzata da Gigi D’Alessio a favore dei bambini della Terra dei Fuochi con il sostegno di una nota azienda di acque minerali. Tra le iniziative il dono all’ospedale di Caserta di un’ambulanza per il trasporto neonatale, unica in Europa per le apparecchiature con cui sarà attrezzata, e la ristrutturazione del pronto soccorso al Santobono di Napoli. Carmela è mamma a tempo pieno, papà Pino è invece disoccupato. È dura, però non si lamenta: «Li ho avuti tardi, a 35 anni, per un errore dopo una cura antisterilità. Sono diversi uno dall’altro. All’inizio arrivavano pacchi da tutta Italia. Ora i vestiti me li danno i compaesani. Compro solo le scarpe. Siamo una squadra. Mi hanno aiutata parenti e amici. Chi cambiava pannolini, chi dava il biberon. Abbiamo bisogno di lavoro. Il futuro mi preoccupa. Poi guardo quei sei e il sole risplende».

17 luglio 2015 (modifica il 17 luglio 2015 | 08:31)

Cassazione: no a sequestro preventivo per il "Giornale online"

- Ven, 17/07/2015 - 19:05

La Cassazione ha affrontato il tema del sequestro preventivo di testate web: "il giornale on line, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo"
 
 Una testata giornalistica telematica è "assimilabile funzionalmente a quella tradizionale", rientra "nel concetto ampio di 'stampa' e "soggiace alla normativa, di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico". Lo hanno sancito le sezioni unite penali della Cassazione, che, con una sentenza depositata oggi, hanno enunciato il principio di diritto secondo cui "il giornale on line, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuati i casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non è compreso il reato di diffamazione a mezzo stampa". Con questo verdetto di fatto i magistrati della Suprema Corte hanno sconfessato il gip di Monza che aveva dipsosto il sequestro preventivo con "oscuramento" della pagina contente un articolo su magistrato della Cassazione.

La Cassazione ha dunque affrontato il tema del sequestro preventivo di testate on line nell’ambito del procedimento, in cui sono stati indagati i giornalisti Luca Fazzo e Alessandro Sallusti per diffamazione a mezzo stampa di un magistrato di Cassazione relativamente a un articolo pubblicato sul nostro sito ’Il Giornale.it’. Il gip di Monza, come detto, aveva disposto il sequestro preventivo, mediante "oscuramento", della pagina contenente l’articolo, e tale sequestro era stato confermato dal Riesame. La Cassazione, invece, ha annullato senza rinvio i provvedimenti dei giudici di Monza, e, con un’articolata sentenza, distingue anche la stampa telematica dal "vasto ed eterogeneo ambito della diffusione di notizie e informazioni da parte di singoli soggetti in modo spontaneo". Con questa sentenza è ufficiale che in qualche modo, i magistrati, hanno provato a censurare noi e la libertà di stampa.

Quei nazisti “diversi” della Palestina

La Stampa

Catalogati e digitalizzati i documenti che raccontano come viveva negli anni trenta la comunità tedesca nella Palestina sotto mandato britannico

 

 Heinrich Nus (primo a destra) autore di uno degli scatti ineditii che testimoniano la vita della comunita’ tedesca in Palestina e l’attivita’ della locale sezione del partito Nazista negli anni ’30.

Le foto di Heinrich Nus divengono accessibili e gettano nuova luce sul nazismo della comunità tedesca che viveva negli anni Trenta nella Palestina sotto mandato britannico. I titolari di passaporto tedesco erano all’epoca circa 2000 e quando nel 1938 Adolf Hitler inscenò il referendum per legittimare l’annessione dell’Austria alla Germania vennero anch’essi chiamati a votare. Ma le autorità britanniche non volevano in alcuna maniera facilitare la consultazione nazista e così vietarono a chiunque di partecipare.

La soluzione trovata dal regime tedesco fu di trasportare con dei bus tutti i propri cittadini fino al porto di Haifa, imbarcarli sulla nave americana Milwaukee e salpare per arrivare fuori il limite delle acque territoriali palestinesi, dove il voto avrebbe potuto avvenire. I registri di bordo dell’epoca attestano che fra i passeggeri imbarcati “per votare” 1173 si pronunciarono a favore dell’”Anschluss” e fra loro vi erano 53 austriaci. I contrari invece furono 6 mentre una singola scheda venne annullata. Negli scatti di Nus arrivati fino a noi si vede la fila di autobus affittati dai tedeschi, diretti verso il porto di Haifa, così come gli elettori riuniti sul ponte della nave sotto una scritta in tedesco il cui significato è “Un popolo, un Reich e un Fuehrer” ovvero il motto del Terzo Reich.

Per il partito nazista in Palestina il voto sull’annessione dell’Austria - che era stata invasa dalle truppe tedesche - fu l’attività più importante ma anche una sorta di canto del cigno perché le autorità militari britanniche espulsero tutti i tedeschi quando, nel settembre del 1939, l’aggressione alla Polonia diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

A giudicare dalla foto Nus, impiegato nell’orfanotrofio di Gerusalemme che era gestito dalla famiglia Schneller, si trattava di un ardente nazista: lo si vede infatti indossare svastiche, partecipando a raduni e marce durante i viaggi in Germania. La pubblicazione dei suoi diari, da parte dell’istituto “Yad Ben Zvi” di Gerusalemme, consente tuttavia di avere una visione più articolata del personaggio, che era anzitutto membro del movimento dei templari, un gruppo millenaristico che a metà dell’Ottocento era stato espulso dalla Chiesa tedesca.

Dagli stessi diari emerge come il nazismo il Palestina fosse “diverso da quello in Germania” come osserva Yossi Ben Artzi, storico dell’Università di Haifa e studioso dei templari, spiegando che “sebbene vi fossero dei nazisti e l’Hitler Jugend organizzò dei campeggi con marce e bandiere” in realtà i templari “sostennero Hitler assai meno di quanto in genere si ritiene”. Deportato in Australia, assieme agli altri cittadini tedeschi, Nus lasciò diari e fotografia nell’orfanotrofio di Gerusalemme dove aveva lavorato, che venne requisito dagli inglesi nel 1939.

Ma solo dopo la nascita di Israele nel 1948, quando le forze israeliane vi arrivarono, i documenti vennero ritrovati, finendo nelle mani di Ben Zvi che ora ha terminato di catalogarli, digitalizzandoli e rendendoli accessibili online.