sabato 11 luglio 2015

Elenchi telefonici: costi addebitati in bolletta per chi non disdice

Corriere della sera
di Gianfranco Giardina

Ancora una volta negli ultimi mesi c'è stata la distribuzione degli elenchi telefonici, con la consegna addebitata in bolletta. Ma si può chiedere di essere esentati: ecco come.


 Servono ancora gli elenchi telefonici, nell’era Internet in mobilità? Chiunque abbia uno smartphone sa che la risposta è no e almeno per due motivi: si fa prima a cercare un numero su telefono, magari con la app stessa di Pagine Bianche; e poi, oramai, con il necessario assenso esplicito per comparire sugli elenchi introdotto da qualche anno, quasi sempre non si trova il numero cercato. Eppure negli ultimi mesi le case degli italiani, come di tradizione in tarda primavera, sono state raggiunte dall’edizione 2015 degli elenchi: una montagna di carta che oramai non serve a molto e che è tristemente destinata al macero. 
Addebito automatico
La cosa che in pochi sanno è che le società di telecomunicazioni da qualche anno inseriscono in bolletta un compenso per la consegna degli elenchi, pari a un corrispettivo variabile a seconda dei gestori, da 1,17 a 3 euro per ogni linea fissa: lo spiega ne dettaglio un interessante articolo di DDAY.it, chiarendo anche che questo compenso è stato automaticamente applicato a tutte le vecchie utenze senza la richiesta di un assenso esplicito. 
Come fare per evitarlo
Questo extra costo, di cui si accorgono solo coloro che “spulciano” le bollette telefoniche con attenzione, lo pagano tutti gli intestatari di linee telefoniche fisse tranne coloro che fanno esplicita richiesta di non ricevere gli elenchi: per farlo, a seconda dei gestori, la procedura può essere più o meno semplice. Per TIM basta una telefonata; Fastweb richiede un’email; altri gestori una raccomandata, che rischia di costare più del contributo stesso dal quale si vuole sfuggire. 
Un valore da 30-40 milioni di euro
Pochi euro all’anno, certo; spiccioli che non stravolgono il bilancio familiare neppure dei meno abbienti. Ma – tenendo conto degli oltre 20 milioni di linee presenti in Italia – si tratta pur sempre di un salasso cumulato per le tasche dei cittadini di 30-40 milioni di euro all’anno che proprio - visto anche il non-servizio al quale corrispondono - si fa fatica davvero a giustificare.


Il Papa lascia in Bolivia il crocifisso con falce e martello

Il marziano Marino Lezioni di guida (gratis) per i rom

- Sab, 11/07/2015 - 14:15

A Roma sindaco e giunta sono Marziani. L'ultima dell'assessore alle Politiche sociali: nelle prossime settimane "una campagna di educazione alla sicurezza stradale" pensata appositamente per i rom


 Non è bastata la tragedia di Battistini, dove una donna filippina di 44 anni è stata investita da un gruppo di rom che si erano messi alla guida di un'auto lanciata a tutta velocità per le strade di Roma.

Non sono bastati i furti, le rapine e le grida sdegnate di una capitale che si sente abbandonata dal suo primo cittadino. La giunta Marino non ha nessuna intenzione di riportare la legalità a Roma. Anzi. Invece di chiudere rapidamente i campi nomadi illegali, ha deciso di istituire «corsi di educazione stradale» dedicati agli abitanti delle roulotte. L'idea è stata presentata ieri dall'assessore alle politiche sociali Francesca Danese, durante un convegno in Senato dal titolo «Si può fare. Superamento dei campi: esperienze a confronto».

«Partirà nelle prossime settimane - ha detto fiera la Danese ai colleghi presenti - una campagna di educazione alla sicurezza stradale» pensata appositamente per i rom. Non è difficile immaginare il sindaco Marino arrivare in bicicletta, impugnare la paletta dei vigili e impartire la lezione inaugurale al campo nomadi. Magari in quello di via Salone, dove alcuni mesi fa due bambini sono stati trovati abbandonati tra le feci e l'immondizia.

La Danese non è nuova a progetti fantasiosi per l'integrazione degli stranieri. Nell'aprile scorso, infatti, aveva proposto di utilizzare i profughi arrivati nella capitale come hostess e guide durante il prossimo Giubileo. «Parlano molte lingue – aveva detto – saranno risorse utili». Non solo. L'assessore aveva anche avuto la brillante idea di utilizzare i rom nella raccolta differenziata. «Loro sono molto bravi – sosteneva – nel recuperare dai quartieri i rifiuti e i materiali in disuso». Come darle torto, considerando le ingenti quantità di rame rubato che vengono regolarmente trovate nei campi nomadi.

Invece di pensare agli scandali di Mafia Capitale, alla città piena di buche che periodicamente viene sommersa da banali piogge, dopo la morte del bambino nell'ascensore della metro, la giunta Marino ha deciso di affrontare la questione rom provando a ridurrne la marginalizzazione con piani d'integrazione. Sempre che i nomadi vogliano davvero farlo. La Danese ha il progetto pronto e intende lanciarlo già «nelle prossime settimane». Le modalità sono però ancora da chiarire: «Discuteremo il piano anche insieme ai rom», ha annuncato lamentando le poche risorse messe a disposizione dal comune di Roma.

«Anche se abbiamo solo 6 milioni di euro a bilancio - ha detto - stiamo facendo il possibile». E chissà se altre città vorranno copiarne la geniale idea, così in tutta Italia i contribuenti saranno costretti a pagare per le lezioni di guida dei nomadi. Eppure, le tasse versate dai romani potrebbero essere spese meglio, invece di impiegarle per insegnare ai rom a rispettare i limiti di velocità e a non passare con il rosso. Considerando, peraltro, che i nomadi alla guida dell'auto pirata a Battistini erano minorenni. Forse Marino proporrà anche di dar loro la patente in anticipo. Gratuitamente, ovvio.


Viaggio nella metro, ventre marcio di Roma
Ascensori e scale mobili guasti, bande di borseggiatori, temperature da incubo


La pancia di Roma è l'inferno. Ribolle una folla spropositata che formicola nel luogo dove non arriva nessuna bellezza, su convogli stipati che avanzano come rinoceronti ammalati, lenti, lungo tunnel neri, su rotaie cucite come ferite rattoppate, e più su, arrampicandosi su scale mobili spesso ferme, quindi inutili, come inutile e mortale è l'ascensore della fermata Furio Camillo in cui è morto un bambino di quattro anni precipitato da un ascensore.

La metropolitana raccoglie tutto quello che di Roma non si vede in superficie, le interiora fradice, sporche, svelate da una morte che nessun lutto cittadino proclamato da un sindaco sempre più «vergognoso», come grida Maria Teresa, una donna del quartiere seduta a gambe incrociate sull'asfalto rovente accanto ai fiori e alle candele di Padre Pio, potrà mai riparare. La pancia di Roma è più marcia dei suoi palazzi. 

Le linee metropolitane si bloccano al ritmo di un guasto alla settimana: l'1 luglio la metro B, il 29 giugno ancora la B, il 5 giugno il tamponamento tra due convogli con decine di feriti. La linea C, aperta solo per metà con dieci anni di ritardo, è fuori norma secondo un dossier del Campidoglio. E poi gli scioperi bianchi, i treni che in sette punti della città devono procedere a un massimo di venti chilometri all'ora. 

La procura capitolina ha iscritto tre persone nel registro degli indagati per la morte del bambino, con l'accusa di omicidio colposo e concorso: il dipendente dell'Atac che ha provato a compiere la manovra di emergenza dopo il blocco dell'ascensore e due vigilantes.

Eccoli gli ascensori gemelli di Furio Camillo: uno attaccato all'altro. Quasi attaccati. Il bambino è morto non nell'elevatore, ma nello spiraglio di luce tra uno e l'altro, pensando di uscire finalmente all'aria. Gli ascensori sono circondati da specchi sporchi dove i bambini si guardano prima di entrare nei tornelli. In superficie, fuori dalla cabina della scatola maledetta, una folla si raduna per tutta la giornata. A destra c'è il negozio Bimbo Shoes, decine di scarpette esposte in vetrina. Un vecchio porta un mazzolino di rose bianche.

Arrivare fin qui è un viaggio tra lamiere che soffocano. Tra le fermate Repubblica a Termini il treno procede a venti chilometri all'ora. Le carrozze sono affollatissime già alle quattro e mezzo del pomeriggio. Di punti così, in cui i treni procedono a lumaca, ce ne sono sette. Sono tratti in cui il binario rotto è stato sostituito con un giunto provvisorio. A Termini i convogli si svuotano e si riempiono di nuovo come se le persone fossero soffiate all'interno dal vento, rimbalzate dalla pressione della folla su una banchina incapace di contenere tutti. 

Entrambe le scale mobili di risalita sono rotte. Un cartello segnala lavori in corso. Dietro la rete, un cumulo di cubi di cemento.Termini è un alveare di tossicodipendenti appollaiati sulle scale di risalita, zingare, giovani di colore, anche giovanissimi, che aspettano un'occasione, e poi l'immensa folla dei turisti. Basta farsi trascinare per tornare ancora sotto, nella pancia malata. Succede per la seconda volta: il treno marcia lentissimo tra la stazione e la fermata di piazza Vittorio, e ancora, tra San Giovanni e Re di Roma. Eppure questa linea è in ristrutturazione e da fine aprile, il servizio sospende tutte le sere, tranne i fine settimana, già alle 21.30.

A Piramide, linea B, la scala mobile è ancora rotta, il trenino per il Lido di Ostia da settimane si stacca dalla stazione con un tempo raddoppiato. «Se dice bene dovrebbe arrivà tra venti minuti, se dice bene», spiega un addetto alla sicurezza alla fermata Ostia Stella Polare. Alle sue spalle scavalca i tornelli una massa di gente: vecchi, donne, bambini. La biglietteria è chiusa, per cinque ore, dalle 12.45 alle 17.45, sulla macchinetta dei biglietti sono appesi due cartelli con la scritta «guasta». Un ragazzo si scusa con il vigilante: «C'hai ragione a scavalcà, che te devo dì, c'hai ragione». «Li vedi quegli ascensori laggiù? Nemmeno quelli funzionano», dice un addetto. C'è un problema al comando della Garbatella, racconta. Entrambi sono fermi, arrugginiti. Dovevano servire per far raggiungere ai disabili il mare.

Srebrenica, «L’Olanda responsabile della morte di 300 musulmani»

Corriere della sera
di Angela Geraci

Un tribunale riconosce che i caschi blu olandesi nel 1995 non protessero le persone in fuga dalla violenza delle truppe serbo-bosniache. Nella strage morirono in oltre 8 mila

 Una donna piange vicino a una bara al Potocari Memorial Center, dove vengono sepolte le vittime identificate del massacro di Srebrenica (Epa)

 I caschi blu olandesi non fecero nulla per fermare il massacro di 8.372 musulmani a Srebrenica. Eppure quelle persone in fuga dalla furia della guerra e dalla morte erano affidate a loro: Srebrenica era una enclave protetta dalle Nazioni Unite nell’estate del 1995. E così, mentre le truppe serbo bosniache guidate dal generale Radko Mladic rastrellavano uomini, anziani, bambini e adolescenti per massacrarli e gettarli in fosse comuni, gli olandesi girarono la faccia dall’altra parte. La strage fu portata avanti con ferocia organizzata dal 6 al 25 luglio di diciannove anni fa. Oggi un tribunale dell’Aja ha riconosciuto l’Olanda civilmente responsabile per la morte di alcune centinaia di musulmani.

Per il giudice Larissa Alwin «lo Stato è responsabile della perdita subita dai familiari dei deportati dai serbi di Bosnia dal Dutchbat (il nome del battaglione olandese dell’Onu) a Potocari nel pomeriggio del 13 luglio 1995». Agli olandesi viene quindi imputata ufficialmente e chiaramente la mancata protezione di trecento musulmani mentre vengono invece «sollevati» dalla responsabilità per la stragrande maggioranza delle morti. I parenti delle vittime avevano intentato una causa contro i «peacekepers» dei Paesi Bassi ma solo poche famiglie saranno risarcite. La somma non è stata ancora resa nota dal giudice.

Tre anni di assedio, decine di fosse comuni
Esperto forense al lavoro su una fossa comune a Kasmenica (Epa)
Esperto forense al lavoro su una fossa comune a Kasmenica (Epa)

La strage di Srebrenica è considerata il peggior crimine di guerra commesso in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale ed è classificata dalla giustizia internazionale come un genocidio. I tre anni di assedio all’area dichiarata zona protetta dall’Onu nel 1993, sono raccontati nel libro «Cartolina dalla fossa- Diario di Srebrenica» scritto da Emir Suljagic, scampato alla morte perché era impegnato come interprete all’interno del comando delle Nazioni Unite. La terra di Srebrenica continua a restituire, anno dopo anno, quello che rimane dei corpi straziati dei bosniaci musulmani recuperati da decine di fosse comuni e identificati. Quest’anno sono stati 175 i resti a cui sono stati dati un nome e un cognome: salgono così a 6.066 le vittime identificate. E restano disperse ancora 2.306 persone.

Il ricordo a Potocari e le ultime vittime identificate
Potocari (Reuters)
Potocari (Reuters)

Come ogni anno, l’11 luglio, migliaia di persone si sono riunite al Potocari Memorial Center, ad alcuni chilometri da Srebrenica, per assistere alla tumulazione degli ultimi corpi (o meglio, dei resti) identificati da un team di esperti che lavora senza sosta dal 2003. Quest’anno, davanti a 20 mila bosniaci, sono stati seppelliti anche 13 minorenni: il più giovane è il 14enne Senad Beganovic, sepolto accanto al padre Ramo, e le cui ossa sono state ritrovate in quattro diverse fosse comuni; il più anziano è Hurem Begovic, ucciso a 79 anni. Per volere dei familiari, non ci sono stati discorsi ufficiali dei politici, solo i funerali officiati dal capo della comunità islamica Husein Kavazovic e un breve intervento del sindaco di Srebrenica Camil Durakovic che si è detto «triste» perché c’è più sostegno nel conservare la memoria dell’eccidio all’estero che nella stessa Bosnia, specie nella Republika Srpska (Rs, l’entità a maggioranza serba di Bosnia) di cui oggi fa parte Srebrenica. Molti politici serbo-bosniaci, come il presidente della Rs Milorad Dodik, cercano di mettere tuttora in dubbio che l’episodio sia stato una forma di genocidio.

I poster a sostegno di Mladic
Ratko Mladic (Reuters)
Ratko Mladic (Reuters)

Ma la violenza e l’odio scorrono ancora vivi anche tra qualche serbo: poster di sostegno all’ex generale dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic sono apparsi l’11 luglio a Belgrado, proprio il giorno del diciannovesimo anniversario del massacro. Su alcuni manifesti con le immagini di Mladic era scritto: «Generale, grazie per Srebrenica». I poster sono apparsi nel centro della città, sulla strada pedonale Knez Mihailova, nelle stazioni degli autobus e in alcuni sottopassaggi. Mladic, arrestato il 26 maggio del 2011 dopo 16 anni di latitanza, è attualmente sotto processo all’Aja per il massacro di Srebrenica. Quella mattina, prima di cominciare le trattative con i caschi blu e dare inizio alla strage dei musulmani maschi, il generale chiamò gli ufficiali Onu sotto un albero a cui era appeso un maiale e ordinò ai suoi di sgozzare la bestia davanti ai loro occhi. Un chiaro avvertimento di quello che sarebbe capitato di lì a poco.

16 luglio 2014 | 12:36

Se il Veneto devastato non merita mai la solidarietà di nessuno

Ecco dov'è la tomba segreta di Priebke

Su Internet nessuno è al sicuro


Massimo Restelli -Gian Maria De Francesco


L’attacco portato a termine con successo contro Hacking Team, società milanese di software antispionaggio, ha fatto emergere numerose polemiche. Il tema dominante sembra essere quello legato all’apparente conferma di vendite di un loro prodotto per l’intercettazione e lo spionaggio a Stati dittatoriali. Al di là dell’utilizzo più o meno lecito di alcune tecnologie, il fatto eclatante è la possibilità che anche i più esperti del settore informatico possano cadere nella trappola degli hacker. Ecco perché ne abbiamo parlato con alessandro Curioni, esperto di nuove tecnologie e fondatore di Di.Gi. Academy. Le risposte che se ne traggono ci indicano che la nostra privacy su Internet non è al sicuro perché è un mezzo che, per sua natura, nasce per condividere informazioni. In secondo luogo, i super-attacchi hacker, come quello in esame, hanno una responsabilità «umana»: la disattenzione individuale o, peggio ancora, una talpa.

Alessandro Curioni

«Il fatto è grave, ma se per un istante consideriamo la nota società di sicurezza milanese come un produttore di armi, sicuramente per combattere guerre molto particolari, ma pur sempre armi, ci troviamo in un dilemma etico che ormai può vantarsi di essere diventato storico: sono le armi a essere cattive oppure dipende soltanto da chi le usa?».

«In realtà, il tema nuovo (almeno per tutti quelli che non sono avvezzi alla sicurezza informatica) è la dimostrazione che le vittime di un attacco informatico non sono sempre i soliti «creduloni e sprovveduti». In questo caso parliamo di un’azienda che opera nel settore della sicurezza a livelli molto alti. Cosa può essere successo? Probabilmente il «fattore umano» ha giocato un ruolo. I dettagli relativi all’exploit sono pochi e probabilmente «tutta la verità» difficilmente verrà a galla (anche se sarebbe utile), tuttavia le statistiche dimostrano come dietro queste azioni ci sia sempre un elemento umano che più o meno consapevolmente ha determinato l’esito finale. Detto questo tutti, persone e aziende, dovrebbero iniziare a riflettere seriamente sul tema della sicurezza informatica».

«Il primo pensiero in assoluto riguarda la comprensione del contesto in cui si opera, tenendo ben presente che qualsiasi attività svolgiamo on line, il media che stiamo utilizzando era, sin dalle sue origini, destinato semplicemente a condividere informazioni. Questo significa che Internet, nella sua struttura più intima, non contempla la riservatezza delle informazioni come valore. La Rete è stata concepita per divulgare notizie, dati e pensieri in un regime di sostanziale anarchia.

Quello che poi abbiamo deciso di costruirci sopra non risponde a questo requisito base. Se pubblico qualcosa su giornale non ho aspettative di privacy, Internet avrebbe dovuto sostituire i mezzi di comunicazione tradizionali o almeno “integrarli”. Adesso invece pensiamo che i social network possano essere un luogo “intimo” oppure che si possa fare circolare denaro in modo sicuro, ma nessuno ricorda o forse sa, che Arpanet, il precursore di Internet, fu abbandonato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti perché era talmente «libero» che su di esso non potevano circolare neppure le informazioni militari «declassificate», cioè sostanzialmente pubbliche.

Con queste premesse pensiamo sia lecito protestare delle violazioni della nostra privacy. Veramente vi lamentereste con un produttore di rasoi perché vi siete fatti un taglietto in faccia facendovi la barba con uno dei suoi prodotti?».

Wall & Street



David Vincenzetti, il mercenario della sicurezza informatica

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Nel 2003 ha fondato Hacking Team, la società stroncata da un attacco informatico

 David Vincenzetti


Quattro giorni fa la sua azienda, Hacking Team, è stata scoperchiata: 400 gigabyte di dati riservati sono stati pubblicati su Internet. Lui, David Vincenzetti, che nel 2003 ha fondato a Milano la società che vende software spia e ha sedi negli Stati Uniti e a Singapore, non parla. Soprattutto con la stampa. Il perché emerge anche negli scambi privati consultabili su Wikileaks. La piattaforma di Julian Assange è un parco giochi sotto forma di motore di ricerca per giornalisti o semplici curiosi: mail professionali o personali sono alla mercé di chiunque voglia farsi un’idea, non solo della situazione, ma anche delle persone coinvolte.
Un errore rilasciare interviste
«Invito tutti a non avere alcun contatto con la stampa, in alcuna forma, neanche per dire che non sono autorizzato a parlarne oppure no comment. Questo perché i giornalisti hanno il potere di distorcere l’informazione», scriveva Vincenzetti ai suoi dipendenti nel 2012. «È un gravissimo errore rilasciare interviste telefoniche ai giornalisti. LASCIA STARE. Non rispondere. Ti spiego a voce nei prossimi giorni», si legge in uno scambio privato con Emanuele Levi risalente al marzo del 2014 e legato proprio a un articolo del Corriere della Sera

Levi è uno dei finanziatori della sua società, ma Vincenzetti non transige sull’argomento. Lesina, a dire il vero, raramente termini forti: «Se non hai paura di morire non hai paura di nulla. Vuoi un esempio vivente? Io. Non sono morto. Ma la vita mi ha insegnato questo, ho visto l’orrore, ho vissuto con l’orrore. Ora ho questo vantaggio», scriveva al suo responsabile delle operazioni, sottolineando poi che «la morte (tu, Nda) non l’hai mai vissuta. L’orrore non l’hai mai vissuto. Ma ci arriverai, forse, e superandoli diventerai più forte». Si riferisce, forse, alla scomparsa della madre, accaduta nella prima parte della sua vita.
Boia chi molla
Chiude spesso le sue mail con «boia chi molla», espressione che fa ricondurre le sue esternazioni a una militanza di destra. Chi lo ha frequentato negli anni dell’Università degli Studi di Milano, dopo essere cresciuto a San Felice (e nato nel ’67 a Macerata), alle porte del capoluogo lombardo, più che di un impegno politico parla di un atteggiamento muscolare, anche e soprattutto nell’ambito professionale. Una persona appassionata, proattiva, simpatica e competente quando si trattava di fare quattro chiacchiere, dicono. 

Secondo altri vittima di un po’ di delirio di onnipotenza. Lui, e lo scrive alla una delle addette dell’amministrazione dopo averla interrogata sul suo rapporto con la religione, è convinto che «la società capitalistica, il mondo finanziario e terribile in cui viviamo non vuole uomini che pensino veramente bensì dei produttori e consumatori. Un uomo che pensa veramente, un uomo che pensa in maniera originale non è mainstream, è anzi pericoloso per lo status quo». La sua originalità, il suo modo di guardare la società da un alto punto di vista sono sempre coincisi con il pallino per la sicurezza informatica e per l’hacking.
L’università e il rapporto con Assange
Nel periodo alla Statale di Milano, negli anni ’90, ha avuto modo di approfondirli dal punto di vista accademico facendo l’amministratore di sistema del laboratorio della facoltà di Scienze dell’Informazione. Ed è in questa fase che hanno iniziato a circolare le prime voci sul suo approccio poco etico. Eppure prima di fare il salto dall’altra parte della barricata, in cui invece di portare alla luce falle di sicurezza le sfrutta per vendere programmi di controllo, ha fondato nel 1994 il Cert italiano, organizzazione dedicata proprio alle segnalazioni di potenziali vulnerabilità. Cavaliere senza macchia, hacker bianco come si suol dire nell’ambiente, o minaccia? 

O, ancora e nel mezzo, semplice mercenario senza scrupoli? È passato dal condividere la partecipazione a gruppi di tecno-attivisti con Julian Assange a finire nella lista delle società che vendono programmi di sorveglianza ai dittatori compilata dall’australiano. In realtà la fondazione stessa del Cert è coincisa con un pesante attacco informatico al laboratorio. Con il senno di poi, un precedente da pelle d’oca: nel ’94 chi non credeva nella sua buona fede si è accanito contro la struttura dell’Ateneo. Undici anni dopo, l’ipotesi, ormai confermata, dei contatti con regimi ha comportato un’intrusione i cui effetti devastanti saranno chiari solo nelle prossime settimane.

10 luglio 2015 | 19:41

Ecco perché gli inglesi tornano a parlare di “genocidio”

La Stampa
antonella rampino

Sta per uscire un’inchiesta-choc in cui si sostiene che GB, Francia e Usa non fermarono il massacro di Srebrenica per non irritare Milosevic alla vigilia degli accordi di Dayton. L’ultima proposta di risoluzione all’Onu è il tentativo di Cameron di ristabilire l’onorabilità del suo Paese


Che cosa può aver spinto la Gran Bretagna di David Cameron a presentare alle Nazioni Unite, e con ben quattro diverse stesure, una proposta di risoluzione nella quale si definisce “genocidio” il massacro di Srebrenica‎ dell’11 luglio 1995? L’interrogativo deve tener conto che la definizione di genocidio, oltre che essere già entrata nella consapevolezza delle pubbliche opinioni, è giuridicamente e multilateralmente stata codificata già dal 2004, in una apposita sentenza del Tribunale Penale Internazionale (nato sulle ceneri del tribunale Onu per i crimini nella ex Jugoslavia, a sua volta sorto da un’iniziativa presso il Palazzo di Vetro di un governo italiano italiano, quello di Giuliano Amato). E poi del fatto che era scontato ai limiti della banalità che la Russia di Putin usasse il proprio potere di veto, a scudo della Serbia.

Quel che ha spinto l’Inghilterra di Cameron a tanta tenacia si comprende se , come riferisce alla Stampa un’alta fonte diplomatica, si tiene presente quel che è accaduto nei giorni scorsi. Quando l’inglese Observer - il domenicale del Guardian - ha pubblicato i risultati di un’inchiesta: Inghilterra, Francia e Stati Uniti potevano e stavano per intervenire bloccando manu militari il massacro di Srebrenica, ma non lo fecero per non irritare il serbo Milosevic, che di lì a poco si sarebbe dovuto sedere al tavolo di quello che poi, a dicembre di quello stesso 2011, sarebbe diventato “l’accordo di Dayton”. Sacrificarono insomma, vergognosamente, la vita di oltre 8mila bosniaci musulmani per raggiungere la pace nei Balcani.

Se si considera che quelle dell’Observer sono le rivelazioni contenute in un libro di prossima pubblicazione, “Il sangue della Realpolitik, il caso Srebrenica”, scritto dopo 15 anni di inchiesta da Floreale Hartman, la stessa autrice dell’articolo dell’Observer (con il giornalista Ed Vulliamy), si comprende che con quella tentata risoluzione all’Onu il governo del tory Cameron voleva solo ristabilire l’onorabilità della nazione. Prendendo anche le distanze dalla politica del laburista Blair, al governo negli anni dei più tragici errori inglesi in politica estera, a cominciare dalla partecipazione alla guerra in Iraq.

Hitler, venduto all'asta il telegramma ​che portò il Führer al suicidio

Il Mattino


È considerato uno dei documenti più importanti dei giorni finali della seconda guerra mondiale, e potrebbe addirittura aver cambiato il corso della storia: si tratta del telegramma inviato il 23 aprile 1945 ad Adolf Hitler dal suo vice, Hermann Goering, e che ora è stato venduto in un'asta a New York per 55 mila dollari.

Insieme all'avanzata delle truppe alleate, il telegramma - spiegano gli storici - ha contribuito a spingere Hitler al suicidio nel suo bunker sotterraneo di Berlino. Il documento pero' e' rimasto a lungo dimenticato all'interno di una cassetta di sicurezza della South Carolina, negli Stati Uniti. Paese in cui il prezioso documento era finito portato da un ufficiale americano che lo ritrovo' nel rifugio segreto del Fuher. Nel messaggio, inviato da una base nazista nella città di montagna di Berchtesgaden, nelle Alpi Bavaresi, Goering affermava che se non avesse ricevuto risposta da Hitler entro poche ore dalla spedizione avrebbe preso lui il comando.

Proprio come indicato in un decreto segreto firmato dal Fuhrer nel 1941. Decreto nel quale si prevedeva che se Hitler fosse stato catturato o ucciso il suo vice avrebbe preso la guida. «Ho ricevuto un briefing oggi dal generale Koller sulla base delle comunicazioni del colonnello generale Jodl e del generale Christian - si legge nel telegramma - in base alle quali voi avete detto che se saranno necessari negoziati la mia posizione sara' piu' facile della vostra a Berlino». «Questo - scrive ancora Goering - e' stato un sorpresa per me, e mi fa pensare che se non ricevero' nessuna risposta da voi entro le ore 22 vorra' dire che avete perso la vostra libertà d'azione. In quel caso rispettero' le condizioni del vostro decreto e agiro' per il bene della Nazione e della Patria».

«Dio vi protegga e vi permetta nonostante tutto di venire qui il più presto possibile», conclude il numero due di Hitler, firmandosi: «Il vostro fedele Hermann Goering». I consiglieri piu' vicini a Hitler, secondo l'autobiografia di Albert Speer, hanno usato il telegramma per infangare l'immagine di Goering, su cui gia' il Fhurer aveva iniziato a nutrire dubbi, insistendo che il suo era un tradimento e un colpo di stato. «Ma lo sfogo di rabbia di Hitler - spiega ancora Speer - si tramuto' presto in depressione. Aveva esaurito le sue forze». Una settimana dopo, il Fhurer e la sua compagna, Eva Braun, si uccisero.

Le ombre su Napolitano presidente sotto ricatto: "Odia a morte Berlusconi"