sabato 4 luglio 2015

Laura non deve morire

La Stampa


Cara Laura, ragazza belga di 24 anni sprofondata fin dall’infanzia nel buco nero della depressione, ho letto che hai appena chiesto e ottenuto il via libera all’eutanasia, cioè la possibilità di morire per mano dello Stato. Sgombro subito il campo da un pregiudizio. I mali dell’anima sanno essere strazianti e talvolta irreversibili come quelli del corpo; il fatto che siano invisibili non significa che siano meno gravi. E do naturalmente per scontato che ogni tentativo di inocularti il desiderio di vivere sia stato esplorato senza risultati. Che nessuna pasticca di serotonina o assolo di chitarra degli U2 sia riuscito a riaccendere in te la scintilla vitale. La questione va allora spostata su un altro piano. Se sia giusto che lo Stato si sostituisca a te nel porre fine alla tua vita.

Per noi laici la vita è un dono, ma anche una responsabilità individuale. Ogni essere umano ha diritto di poter spegnere l’interruttore quando ritiene che le sofferenze fisiche e morali gli siano divenute insopportabili: lo scrivo con la consapevolezza dolorosa di chi in famiglia ha pagato l’esercizio di questa libertà. Però contesto che chi è giunto a tali drammatiche conclusioni possa delegare quel compito alla comunità. A meno che sia un malato terminale o in coma o molto anziano, e non sia quindi in grado di svolgerlo da solo. Ma i medici hanno certificato che tu sei cosciente, mobile, nel pieno possesso delle tue facoltà. E allora non tocca a noi darti il permesso o addirittura l’opportunità di morire. Solo tutto il nostro aiuto per vivere. 

Io, negro e fascista affascinato da Salvini"

- Ven, 03/07/2015 - 10:26

Paolo Diop, di Sovranità, si racconta a IlGiornale.it: "L'immigrazione è un danno e va fermata. Chi viene qui deve fare come me: amare l'Italia"



Paolo Diop è arrivato in Italia quando aveva appena due mesi. È italiano, si sente italiano. Tanto da militare in un partito, Sovranità, che è l'emanazione diretta di Casapound, i "fascisti del 21° secolo". 

Non provate a dirgli che è "di colore", lui è negro ed è fiero di esserlo.

Arbitro di calcio, muratore e aspirante politico. È stato anche a Pontida, tra i leghisti della prima e della seconda ora, e non si è sentito in imbarazzo. Forse osservato, certo ("c'è un nero tra i leghisti", urlava un giornalista meravigliato), ma non discriminato. "La Lega non è razzista, non lo è più - dice al giornale.it - la Lega che mi piace è quella che sta creando Matteo Salvini, un grande comunicatore che cambierà l'Italia".

Ti senti italiano?
"Certo, ormai questo è il mio Paese. E non c'è nessun problema nel mio partito per quanto riguarda la mia doppia nazionalità: si può appartenere ad un gruppo di destra che dice 'prima gli italiani' anche se si è neri. Per noi non conta il colore della pelle, ma l'amore che hai per questo Paese. Italiani si può anche diventare, ma bisogna dimostrare attaccamento all'Italia."

Come si integrano gli immigrati in Italia?
"Male, perché è stato proposto un modello sbagliato. Il modo giusto per integrarsi è rispettare il popolo che ti ospita e le sue leggi. Bisogna mettere davanti i doveri e solo dopo si può aspirare ai diritti."

Forse sono loro che non vogliono integrarsi.
"Le politiche di sinistra hanno sempre ghettizzato gli stranieri. Ma non si possono creare zone franche lasciandole in mano agli stranieri, perché in questo modo gli immigrati entrano facilmente in un sistema criminale e malavitoso."

Eppure la Boldrini dice che sono "risorse".
"No, in questo momento sono un problema. Per farli diventare una risorsa bisogna cambiare le regole e aspettare che passi la crisi economica. E poi queste persone non scappano tutte dalle guerre, anzi. In questo modo impoveriscono il loro Paese. Ha ragione Salvini a dire che bisogna andare ad aiutarli lì. Non tutta lìAfrica può venire in Italia."

Preferisci che ti chiamino "negro" o "di colore"?
"Di colore è una espressione ipocrita. 'Negro', invece, è un dato di fatto. Preferisco essere chiamato così."

Hai mai ricevuto minacce?
"Sia da parte della sinistra che degli stranieri, che mi considerano un traditore. Soprattutto perché sono di destra."

Come è nata questa "passione" per Matteo Salvini?
"Abbiamo un rapporto di amicizia. E poi io, come Sovranità, appoggio la Lega. Matteo ha ottime capacità comunicative ed è la chiave per la destra per andare a governare. Insieme a Di Stefano e a Sovranità possiamo riportare in Italia la vera Destra."

Ma la Lega non è anche quella di Calderoli che chiama "orango" la Kyenge?
"Ti rispondo con una parola: 'era'. Quando si pensa al Carroccio razzista bisogna parlare al passato. Ora c'è Matteo Salvini e la Lega è cambiata: il suo successo lo dimostra. E poi bisogna anche dire che il razzismo è molto presente anche al contrario: sono tanti, anche in Italia, i neri che non sopportano i bianchi."

Sei andato anche a Pontida.
"L'accoglienza è stata fantastica. Non me lo sarei aspettato. Non ho visto il razzismo di cui per anni è stata accusata la Lega."

Ieri hai deciso di non passare a "Noi con Salvini" e di rimanere in Sovranità. Te lo aveva proposto Salvini di approdare al Carroccio?
"Questo non posso dirlo. (Ride). Ho ricevuto delle proposte, ma ho declinato. Non potevo tradire gli amici."

Parliamo di Europa. Come voteresti al referendum greco?
"Tsipras è stato coraggioso a dare voce al popolo. E il fatto che sia stato eletto dimostra il malcontento degli elettori europei verso questa Ue. Anche se io avrei votato Alba Dorata e se dipendesse da me chiederei l'uscita immediata dall'euro."

Nei tuoi post su Facebook ti definisci nazionalista.
"Sì e lo sono. Per me significa amare il Paese in cui vivi, lavorare per l'Italia. Se tutti gli Stati fossero nazionalisti ci sarebbero meno problemi nel mondo."

Ti dichiari fascista?
"Si, assolutamente. Il fascismo ha portato tante cose positive all'Italia che ancora oggi utilizziamo, anche se ci sono delle parti oscure come le leggi razziali e l'alleanza con Hitler. E poi Mussolini è il leader europeo che ha fatto l'unica colonizzazione positiva in Africa. Gran Bretagna, Spagna e Olanda hanno fatto solo danni. L'Italia, invece, l'ha arricchita. Tornerò in Senegal per fare il politico, e porterò il nazionalismo in Africa."

La renderai fascista?
(Ride) "Diciamo nazionalista, che è già abbastanza."

Salvano i politici Pd e ammazzano le imprese

Ecco l'ingiustizia all'italiana: la legge è uguale per tutti, la giustizia no. È di sinistra. E il caso della legge Severino ne è la dimostrazione. Gli editoriali indignati sono ormai coriandoli di carta straccia che arredano la vergogna di chi ancora crede nell'indipendenza della magistratura

A Napoli un giudice soccorre la politica e sospende la sospensione di De Luca, che ora potrà governare.

A Gorizia l'accanimento della procura ha cercato di ammazzare Fincantieri sottoponendo lo stabilimento di Monfalcone a 280 controlli negli ultimi 30 mesi. Uno ogni tre giorni. Nemmeno fosse Berlusconi.

La legge è uguale per tutti, la giustizia no. È di sinistra. Anni di chiacchiere e pareri di illustri esperti, polemiche e veleni, per scoprire quello che tutti hanno sempre saputo: la legge Severino serviva soltanto a eliminare Silvio Berlusconi. Se ti chiami Vincenzo De Luca, nessun problema, la giustizia non si applica, si interpreta.

È quello che ha fatto ieri il giudice di Napoli che ha sospeso la sospensione di De Luca dalla carica di governatore della Campania per effetto della legge Severino, spiegando che la sospensione «non può tradursi in una abnorme revoca delle elezioni o in una estemporanea rottamazione degli organi della Regione, vanificando il “munus” degli eletti, primo tra tutti il presidente e la stessa volontà popolare» con «conseguenze sovversive di una democrazia rappresentativa».

In parole povere il magistrato ha salvato l'eletto De Luca perché il popolo è sopra la legge. Ovviamente perché questa motivazione valga, necessita di due condizioni: la prima è che il popolo debba essere assolutamente di sinistra, la seconda che il candidato sia stato scelto da Renzi e dal Pd. Tutto questo i magistrati lo sanno bene e se ne fregano di violentare la coerenza. Chi mai gli rinfaccerà che quando il Cavaliere si faceva forte della scelta popolare loro replicavano con arroganza che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno il popolo. Ora è chiaro perché Renzi ha evitato di fare per De Luca un decreto ad personam. Non ne aveva bisogno.

Sorpresi? E perché mai? La sinistra da anni spiega che sono superiori. E se qualche volta qualcuno di loro commette un reato, è un compagno che sbaglia. Basta sospenderlo e la loro diversità resta immacolata.

Game over. Come disse Renzi quando Berlusconi fu cacciato dal Senato. Allora la sinistra festeggiava la sconfitta del diritto imponendo la retroattività. Oggi, invece, festeggia la vittoria della politica sulla legge, lasciando al magistrato del premier, Cantone, il compito di sfatare un tabù: bisogna cambiare la Severino.

Gli editoriali indignati sono ormai coriandoli di carta straccia che arredano la vergogna di chi ancora crede nell'indipendenza della magistratura. Sono la fune a cui si aggrappano coloro che ancora pensano che le imprese siano un'associazione a delinquere. Sono i ricordi di chi ancora è convinto che Napolitano sia stato un grande presidente, che Monti abbia salvato il Paese e che la Merkel sia amica di Renzi.

I miei due padri Una scelta impossibile

Corriere della sera

 
 Michela Barbuiani, 51 anni, sposata da 27 anni con Piergiorgio, vive ad Adria, in provincia di Rovigo. Impiegata, è blogger per passione




Sto lì da una vita, sapendo in cuor mio di avere due padri, poi arriva un anno funesto che me li porta via tutti e due. Anche se il primo papà è ancora in vita ed il secondo non è che fosse proprio mio padre, ma mio zio. Insomma, il primo è il padre anagrafico, biologico, istituzionale; il secondo è quello che genitore ci è nato, nonostante, letteralmente, non lo sia mai stato.

Ma la vita è strana, la mia famiglia pure e le due figure hanno finito presto per sovrapporsi l’una all’altra, spesso anche per opporsi. «Sono io tuo padre, ricordatelo», mi diceva sempre il papà numero uno, quello biologico. Ma se lo fosse stato veramente, non ci sarebbe stato bisogno di precisarlo. Perché tra un certificato dell’anagrafe, da una parte, ed il senso di responsabilità e sentimento, dall’altra, cosa scegli? Non c’è neanche da chiederlo. Così, se per un verso so perfettamente chi amo, per l

Succede che un giorno sono lì che mi azzuffo con la mia vita, pensando al perché, al come e soprattutto al «ma che caspita» e il giorno dopo trovo mio padre che parla con i lampioni e discute con il frigorifero. Il nodo alla Regimental, appaiare i gemelli, allacciare le scarpe: diventa tutto impossibile. Un’altra femmina si è messa in mezzo, ma non una di quelle che in passato hanno quasi mandato ai matti mia madre.

No, questa si chiama demenza ischemica e di seducente non ha proprio nulla. In compenso, risucchia tutto quello che è mio padre, come mai nessuna prima, lasciandomi solo un guscio vuoto, lo sguardo di chi guarda ma non vede. In quegli occhi vacui lo esamino, a lungo, cercando laggiù in fondo l’uomo che conoscevo, intrappolato ora in un corpo rinsecchito da cui non riesce più ad uscire. Ma non lo vedo mai. «E’ una conseguenza della malattia», dice il medico. Ma io lo so che non è vero: è la sua essenza che se n’è andata. Sfuggendo da me ancora una volta.

La casa di riposo che lo ospita attualmente ha chiesto di appendere una sua fotografia. Uno scatto che lo rappresenti, si è raccomandata l’infermiera. Ma dubito che una delle foto in cui sbadiglia durante la celebrazione del mio matrimonio farebbe una gran figura, e non mi è mai venuto in mente di ritrarlo mentre sacramenta contro chiunque. E dire che le occasioni non sono mancate. Non ricordo immagini di feste di compleanno, di abbracci sinceri. Non si può ricordare quello che non c’è mai stato. Ecco perché sulla porta della sua stanza campeggia solo il nome: Romeo.

Il rapporto con mio padre non è mai stato semplice, ovviamente. O forse lo è stato fin troppo e non voglio accettare che sia solo questo, che sia tutto qui. Non è facile crescere con una persona anaffettiva, soprattutto quando questa persona dovrebbe amarmi per legge, per tradizione, perché è nella natura delle cose. L’essere genitore è meno istintivo di quello che ci piace credere e l’evidenza ce l’abbiamo sotto gli occhi, tutti i giorni. E così si sono susseguiti anni di promesse mancate, attenzioni mai avute, gesti d’affetto mai nemmeno concepiti. Le troppe cose non dette, le mille urlate (anche se non veramente pensate) hanno fatto il resto. Fino ad oggi, quando la malattia ci ha tolto anche il litigio, unica forma di dialogo ormai possibile tra noi.

A voler guardare l’altra faccia della medaglia, quando cresci con un padre così, impari che nulla ti è dovuto e che tutto, anche gli amori apparentemente scontati, vanno guadagnati. E chi lo sa, magari è proprio a lui che devo il mio matrimonio felice: facendomi vedere i danni che sanno provocare le persone come lui, mi ha insegnato ad evitarli. Quando si dice essere un esempio per i figli. Il secondo padre è stato mio zio, Pomeo. Una persona buona, nel senso più vero del termine. Un uomo che ha dato un significato più nuovo e profondo a parole come empatia, umanità, buon senso, dignità. Una persona elegante nell’animo, prima ancora che nei risvolti della giacca.

 Un gay. Che ha convissuto per anni con un altro uomo. A testa alta, senza vergognarsene mai, quando ancora non era di moda, quando non lo vedevamo in tv. Senza smancerie né esibizionismi, perché la verità non ha bisogno di essere ostentata, è così e basta, e solo così può essere accettata. Uno che il senso della famiglia ce l’aveva nel dna e lo sentivo a pelle, anche in quegli anni un po’ confusi tra Babbo Natale, la Befana e Topo Gigio, perché come deve essere un padre i bambini lo capiscono benissimo, d’istinto.

Se Romeo se l’è preso la demenza, lasciandogli solo la prostata a ricordargli che è vivo, Pomeo me l’ha portato via una di quelle malattie che non perdonano, come si dice. In realtà sono io che non ho perdonato la malattia, perché è arrivata come se niente fosse e si è presa una parte fondamentale di me, si è presa il cuore. E senza cuore come faccio? Rimangono i ricordi, mi sento ripetere. Ma l’amore e l’affetto si nutrono di presenza, quotidianità; il passato remoto non c’entra nulla con la vita. A me rimangono più che altro delle domande: quale dei due era mio padre?

Ancora oggi non lo so. Ma con entrambi c’era un legame. Lo stesso legame che oggi, venendo a mancare, mi impedisce di respirare. Ora, ad un anno esatto dalla morte di Pomeo e dall’inizio della malattia che si è portata via Romeo, mi trovo sola con la mia rabbia, a cercare sfogo nelle lacrime per tutto quello che è stato con mio zio e per tutto quello che non potrà mai essere con mio padre. Perché certi dolori non conoscono parole, vanno pianti e basta.