venerdì 3 luglio 2015

Il duello fra il graffitaro e il Comune

Corriere della sera


Un braccio di ferro, lungo un anno, finito nel migliore dei modi: la parete di un anonimo edificio in mattoni è stata interamente ridipinta. Ma andiamo con ordine. Tutto ha origine con il percorso casa-lavoro di Mobstr, un anonimo artista britannico.


 “Sono passato per anni davanti a questa parete in bicletta per andare a lavoro. E mi sono reso conto che i graffiti fatti sull’area rossa veniva coperti con la pittura dello stesso colore. Quelli, invece, sul resto della parete venivano rimossi con l’acqua”, racconta il graffitaro sul suo sito Internet. METH_LOCAL


 Così è iniziato l’esperimento durato un anno.


 Mobstr ha cominciato a scrivere la parola Red in tutte le zone rosse non omogenee con lo sfondo, sempre rosso ma più chiaro.


 In questo modo.


 E ha notato che chi di dovere interveniva per rimuovere la scritta nera con la nuova tinta.


 Ha proseguito in questo modo...


 ...ottenendo sempre lo stesso risultato.


 Oltre alla sua scritta venivano ovviamente rimossi anche i graffiti altrui.


 Ha iniziato a spingersi sempre più in alto

 

E a un certo punto ha provato a superare il confine.


 Come si aspettava la scritta è solo rimossa con l’acqua.


 Ha quindi provato a scrivere nell’area rossa l’invito a dipingere e in quella sovrastante quello a proseguire con l’acqua.


 L’intervento si è limitato alla parte rossa.


 E sulla stessa il graffitaro ha chiesto conto della scritta sui mattoni.


 Detto, anzi chiesto, e fatto: entrambe le scritte sono state coperte con la vernice rossa. Compresa quella sui mattoni. 


 Mobstr ci ha perso gusto e ha fatto notare al suo compagno di giochi che la linea era superata. Con un altro ‘red’ ha provato ad andare oltre. 


 Ed è tornata l’acqua.


 Mobstr non ha mollato la presa e ha continuato a sottolineare lo strano trattamento dei graffiti sulla stessa parete.


 Quando è comparso un altro graffito sui mattoni è accaduto l’inaspettato.


 Finalmente l’intera parete è stata dipinta. 


 Mobstr ringrazia: “Bene, questo è un buon epilogo. Grazie amico, è stato divertente”.



 La carrellata di scatti è disponibile su Instagram anche sotto forma di video.

La bici in legno anti-vibrazione che nasce dai maestri d’ascia

Corriere della sera
di Mauro Pigozzo

L’incontro tra un designer e gli esperti di un antico cantiere navale producono un nuovo telaio a produzione limitata e da collezione. Il costo? Almeno 6mila euro 

 

 Tutto nasce dall’acqua e dalla terra. E poi inizia a correre, senza vibrazioni. Fosse una fiaba, avrebbe il sapore antico del racconto che inizia dal mare e finisce in una foresta. Ma in questo caso la narrazione avvolge il nuovo prodotto di un’azienda, che ha realizzato una bicicletta col telaio di legno, messa in vendita a partire da seimila euro, e che sarà presentata a Milano il prossimo 9 luglio alla Fonderia Napoleonica. La storia di questo prodotto innovativo in quanto capace di sfruttare al meglio le capacità naturali del legno inizia a Bibione, nel Veneziano, dove ha sede la società che produce «Carrer Bike». La fase produttiva è invece a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine, in un cantiere navale. La mente che coordina il tutto è invece quella di Gianni Carrer, 55enne con studi tecnici e una laurea in architettura alle spalle, adesso interior design.

 «L’idea mi è venuta quando ho incontrato i maestri d’ascia Attilio e Renato Perin, formati nel cantiere navale Camuffo, il più antico al mondo», dice. La cura nei dettagli, la rifinitura del legno degna degli orologiai e la passione artigianale, ma soprattutto due anni di ricerche e lavoro per creare il team, hanno portato alla definizione di quattro telai diversi. «Usiamo rovere, frassino, wengè, olmo e ebiara», spiega. «Ogni legno ha le sue peculiarità, ogni nodo rende unici i nostri telai. Per questo al momento la produzione è limitata, tutte le biciclette sono numerate e da collezione». Dal punto di vista pratico, il telaio di legno interrompe la vibrazione trasmesse dalla strada alle ruote, garantendo una corsa più morbida.

L’azienda ha pensato quattro modelli diversi uno dall’altro. C’è il «Bibione», bici in ebiara con venature eleganti. C’è il «Maranello», performante grazie al legno di olmo. C’è «Milano», che spicca per l’energia del colore blu, ma anche «Valgrande», con le venature nere del wengè e particolari in frassino. «Ogni bici – chiude Carrer – deve superare prove su urti, usura, variazioni climatiche e resistenza agli agenti corrosivi, ma anche su test condotti da ciclisti professionisti».

Una famiglia di Inzago emarginata e normale sceglie i tagliagole Isis

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- Ven, 03/07/2015 - 08:31

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- Ven, 03/07/2015 - 12:50

E' in fin di vita Ozzie, il gatto che ha viaggiato dall’Australia all’Irlanda

La Stampa



Nei giorni scorsi avevamo raccontato la storia del gatto Ozzie, ritrovato in Irlanda del Nord dopo un viaggio avventuroso partito dall’Australia. Il microchip che portava, infatti, ne aveva rivelato la provenienza e i volontari del gattile di Armagh che si erano presi cura di lui stavano cercando la sua famiglia. Così, poco dopo, è saltato fuori che Ozzie in realtà si chiama Tigger ed è originario di Sidney.


Ora, però, sono arrivate delle brutte notizie per il gattone giramondo dal pelo rosso. I controlli medici a cui è stato sottoposto hanno mostrato che il micio è affetto da insufficienza renale e gli rimarrebbero pochi giorni di vita.

«La sua storia e il suo passato si stanno dipanando poco per volta – hanno detto i volontari di Armagh Cats Protection. Alcuni pezzi della sua storia rimangono senza risposta, ma per noi Ozzie sarà sempre il nostro viaggiatore australiano che è arrivato alle nostre cure per un motivo».


«Purtroppo la sua salute si è deteriorata – continuano – e Ozzie è in insufficienza renale. Sta trascorrendo i suoi ultimi giorni con noi e quando sarà il momento finirà in dignità e circondato da amore». I proprietari di Ozzie sono stati trovati dopo una campagna online (con oltre 18 mila condivisioni) lanciata dai volontari, ma purtroppo non riusciranno ad arrivare in tempo per riabbracciare il loro micione.

All’inizio si credeva che Ozzie avesse 25 anni. Poi sono saltati fuori i suoi documenti di viaggio. «E’ un animale molto amato chiamato Tigger che ha viaggiato avanti e indietro dall’Australia con il proprio passaporto e come parte di una famiglia amorevole», hanno spiegato i volontari sulla pagina Facebook dell’associazione. Il passaporto dice che Ozzie è nato a Sidney nel dicembre del 1999 e quindi ha 16 anni. Quando il gatto è spuntato in Irlanda non mangiava da chissà quanto tempo e i suoi reni avevano già iniziato a cedere.

L’associazione ritiene che Ozzie sia stato portato a Londra, dove è stato trovato nel 2004, dal suo proprietario. Poi, non si sa come, deve essere sgattaiolato via, attraversando il Mare d’Irlanda per giungere fino all’isola, in un viaggio di oltre 700 chilometri. Non sapremo mai quali peripezie abbia passato e in quali luoghi abbia vissuto. Il lungo viaggio di Ozzie rimarrà probabilmente un mistero. Anche perché, come sottolinea la coordinatrice di Armagh Cats Protection Gillian McMullen, il solo che potrebbe raccontare tutta la sua storia, è proprio il dolce e avventuroso Ozzie.

Meschini ancor più che criminali La miseria dei nazisti a Norimberga

Corriere della sera
di Corrado Stajano

Il resoconto del processo scritto da Rebecca West e i suoi acuti ritratti dei protagonisti: «Göring, quando era di buon umore, faceva pensare alla maîtresse di un bordello»


 Sulle panche del processo di Norimberga ai criminali di guerra nazisti, 69 anni fa, Hermann Göring, «quando era di buon umore, faceva pensare alla maîtresse di un bordello. Tipi così possono vedersi a fine mattinata lungo le ripide strade di Marsiglia, in piedi sulla soglia delle case (...) coi loro grassi gatti a strofinarglisi contro le sottane aperte». Rudolf Hess «era così evidentemente pazzo che sembrava una vergogna processarlo. (...) Aveva l’aria caratteristica degli ospiti dei manicomi, di non appartenere a una classe sociale precisa».

Julius Streicher, uno dei più feroci persecutori degli ebrei, «era commiserevole, perché (doveva pensare) responsabile dei suoi peccati era chiaramente la comunità, e non lui. Era un vecchio sporcaccione del tipo che molesta nei parchi». Baldur von Schirach, il capo della gioventù hitleriana, «era come se lì sedesse una linda e scialba governante, non graziosa, ma senza mai un capello fuori posto, di quelle che quando ci sono visite si fanno silenziosamente da parte». Albert Speer, poi, l’architetto di Hitler, «nero come una scimmia» e, con lui, gli altri - in tutto gli imputati erano ventuno - i grand’ammiragli Erich Raeder e Karl Dönitz, il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop, che salì per primo sul patibolo nella camera delle esecuzioni della prigione di Norimberga all’1.11 della notte del 16 ottobre 1946, seguito a brevi intervalli dagli altri nove condannati a morte, tra cui il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, Alfred Rosenberg, Hans Frank e il generale Alfred Jodl che il 7 maggio 1945 aveva firmato la resa incondizionata ai generali delle potenze vincitrici. 

Rebecca West, scrittrice inglese (1892-1983) scrisse questi ritrattini in un famoso reportage sul processo di Norimberga uscito allora sul «New Yorker», pubblicato ora per la prima volta in Italia in un volume di Skira, Serra con ciclamini (pagine 167, 16 euro): protagonista del libro non è soltanto il processo e in particolare i suoi ultimi giorni, ma anche l’ambiente e i giudici del tribunale internazionale, i giornalisti, la città, il Terzo Reich sconfitto, la Germania anno zero che Roberto Rossellini racconterà in un film memorabile. La West, che «Time» giudicò un po’ enfaticamente «la migliore scrittrice del mondo», tornò in seguito in Germania, nel 1949 e nel 1954, e registrò la rinascita economica del Paese, la Berlino sotto tutela dei vincitori, non nascondendo il suo astio per i russi che la portò poi ad avallare le furie maccartiste del dopoguerra americano.

La rappresentazione del processo, avvolto in un alone di morte, è il suo capolavoro. Più scrittrice che giornalista. I suoi giudizi sui capi nazisti sono piccoli cammei d’autore. Forse sbagliò, Rebecca West, nel raffigurare Göring: non era soltanto «la maîtresse di un bordello», era un uomo che fino all’ultimo credeva di non aver perso il potere del comando, ma che due ore prima di finire nelle mani del boia si liberò del fardello ridanciano della paura e inghiottì il veleno di una fiala introdotta nella cella, come il suo Führer e come il suo rivale nella successione, Heinrich Himmler. 

È forse più ironica e lieve che pietosa, l’autrice, non è moralista, non ripercorre nei suoi scritti le atrocità dei nazisti, quel che fecero agli ebrei, agli uomini di sinistra, ai dissidenti religiosi, agli omosessuali, agli zingari, a mezza Europa. Dà per scontato che i delitti andavano puniti, che la guerra di aggressione era compresa come crimine già nel Patto Briand-Kellogg del 1928, non discute la legittimità di un processo fatto dai vincitori ai vinti. È cavallerescamente oggettiva: «Va detto, scrive, che tra loro non ci fu un solo codardo. Persino Ribbentrop, che dal terrore era bianco come un cencio, mostrò una dura dignità».

Non ha, Rebecca West, lo stile rigido di Hannah Arendt che nel suo La banalità del male descrive da storica e da filosofa qual era la figura di Adolf Eichmann: «Un ometto, non il diavolo sterminatore». Rebecca West è soprattutto una romanziera ( Il ritorno del soldato , La famiglia Aubrey ), è attenta ai particolari minuti, la vita le interessa più della politica. Basta, per farlo capire, il titolo bizzarro del suo libro. Con gli altri giornalisti era stata alloggiata in una villa con un gran parco e una serra. Dove lavorava - lo aiutava una bambina - un uomo con una gamba sola, l’altra l’aveva persa in Russia. Aveva saputo del processo, aveva chiesto al padrone dello Schloss , il castello, di poter far rifiorire la serra abbandonata. Fece nascere gigli scarlatti, primule, ciclamini bellissimi coi fiori simili a farfalle, i petali simili ad ali. Li vendeva agli ufficiali americani, inglesi, francesi. Fu rattristato davvero quando il processo finì. Per lui fu quella la caduta degli dei.

L’incubo dei robot cattivi

Corriere della sera
di Paolo di Stefano

Un operaio resta ucciso in una fabbrica tedesca della Volkswagen.Da Capek ad Asimov quell’eterna paura di automi vendicativi




 Fu lo scrittore ceco Karel Capek a inventare il «robot», non l’immagine dell’automa, che già esisteva dal tempo dei sacerdoti egiziani (le «statue parlanti» venivano impiegate a scopo religioso e rituale), ma il termine. Nella commedia satirica R.U.R (sigla della definizione Robot Universali di Rossum), scritta nel 1920, Capek mise in scena un ingegnere, Rossum appunto, inventore di creature tecnologiche capaci di lavorare come gli uomini per liberarli dalla schiavitù del lavoro fisico. Inutile dire che finirà male: gli umani si lasciano andare all’indolenza e al vizio, e i robot si ribellano ai loro stessi creatori con effetti catastrofici.

Era una sorta di satira del capitalismo industriale e dell’alienazione operaia. Mai il drammaturgo ceco avrebbe immaginato che il frutto della sua immaginazione fantascientifica potesse realizzarsi nel giro di un secolo. Esattamente lunedì scorso, quando in uno stabilimento tedesco della Volkswagen, a Baunatal, un centinaio di chilometri da Francoforte, un robot ha schiacciato e ucciso un operaio di 22 anni, impegnato a montare il braccio meccanico dell’automa. «Errore umano degli installatori», ha precisato un portavoce della casa costruttrice di Wolfsburg.

Nessuna responsabilità del robot, nessuna intenzione omicida. Il movente non esiste, perché se esistesse bisognerebbe prendere per vera, in toto, la visionarietà di Karel Capek, e cioè attribuire alla macchina un’anima, un risentimento, un desiderio di vendetta contro l’umanità che ha deciso di delegarle il carico della fatica più immane. Senza però dimenticare che, come osservano Roberto Cingolani e Giorgio Netta in un saggio di recente uscita per il Mulino, Umani e umanoidi , si pone con urgenza il problema della coabitazione tra gli esseri umani e la popolazione crescente delle macchine automatiche (calcolabile in centinaia di milioni): «Nulla che abbia a che fare con la presa di coscienza, la ribellione o i sentimenti dei robot», ma più semplicemente si renderanno necessarie «delle precise norme e regole di comportamento», così come non si può rinunciare a un codice della strada che regoli il flusso delle automobili. 

Fatto sta che la forza simbolica dell’evento di Baunatal rimane intatta e fortemente suggestiva, visto che quando pensiamo agli androidi siamo subito sommersi da visioni cinematografiche e letterarie tutt’altro che rassicuranti. Leggendo L’uomo della sabbia, il racconto di Hoffmann che narrava l’attrazione fatale tra l’automa Olimpia e il protagonista Nataniele, Sigmund Freud inventò il concetto psicanalitico di «perturbante»: l’angoscia che nasce di fronte a qualcosa che ci è spaventoso e insieme familiare. All’inquietudine generata dalla vita apparente di un oggetto inanimato e all’ambiguità del trovarsi tra mondo reale e mondo fantastico, Freud non poteva che aggiungere il «fattore infantile», cioè il richiamo all’«angoscia dell’evirazione». 

Ma al di là delle spiegazioni più raffinate dell’inconscio, resta probabile che il successo di tanta fantascienza sia dovuto al fatto che l’essere artificiale mette in gioco l’incertezza e la fragilità della condizione umana al cospetto dell’universo. Il primo racconto di Isaac Asimov, Robbie, del 1940, narrava la vicenda di un robot amico, una sorta di babysitter bonaccione e anzi altamente protettivo: ma via via che procedeva nella sua produzione, lo scrittore russo, sempre salvaguardando la loro affidabilità e la loro buona disposizione verso gli uomini, andava aggiungendo ai personaggi-automi una più viva sensibilità e facoltà intellettuale al punto da renderli simili a noi. Philip K. Dick la pensava diversamente: secondo lui, non c’è pace in un mondo invaso dagli androidi. 

Più noi li perfezioniamo a nostra immagine e somiglianza rendendoceli empatici, più loro matureranno la tentazione di farci fuori. Il povero operaio di Baunatal forse gli darebbe ragione. 

3 luglio 2015 | 11:17

Poco di buono

La Stampa


A Prati, quartiere del centro di Roma, una ragazzina viene trascinata in un parco e stuprata da un uomo di trent’anni. Immediata sul web si scatena la caccia al nero, all’immigrato, al rom, al sindaco Marino che li lascia andare in giro tutti e tre indisturbati a violentare le nostre donne. Ma appena irrompe la notizia che lo stupratore presunto è un italiano purosangue, per di più militare al servizio della sacra Patria, l’esecrazione della Rete dimentica immediatamente il carnefice e sterza sul vestito corto della vittima (a luglio di solito si indossano gonnelloni di lana) e sui genitori depravati che le permettono di rimanere in strada oltre la mezzanotte a differenza di Cenerentola. Gli stessi fini pensatori che sarebbero stati disposti a incendiare un campo rom per vendicare la ragazza offesa da uno di «quelli», indirizzano adesso i loro miasmi contro la scostumata.
 
Cambiano gli strumenti per diffonderlo, ma il pensiero di queste minoranze rumorose non è molto dissimile da quello che doveva animare i loro progenitori nelle caverne: se l’aggressore non appartiene a un’altra tribù, allora è lei che dev’essere una poco di buono. Il problema è che le caverne erano spazi ristretti, mentre questi trogloditi da tastiera rivolgono i loro rutti potenzialmente al mondo intero. Rimedi? Parlarne e scriverne fino alla noia. Le parole sono lente, ma contagiose. Attecchiscono un po’ alla volta e però dappertutto, persino nelle caverne della modernità. 

Le vacanze con Aldo e Giovanni? Ma non siamo mica Qui, Quo, Qua

La Stampa


Tu Aldo e Giovanni farete le vacanze insieme? E se sì dove?
Giuliana Morabito


La gentile signora Giuliana mi chiede dove trascorrerò le vacanze, se mare o in montagna, non con la mia famiglia, ma con i miei soci Aldo e Giovanni. Approfitto di questo spazio c oncessomi dal Direttore per spiegare, una volta per tutte, che noi non siamo come i nipoti di Paperino, Qui, Quo, Qua, che vivono assieme, Aldo Giovanni e Giacomo hanno le loro famiglie; lo so che può sembrare strano ma ognuno di noi ha una sua casa separata dagli altri. Così come potrà sembrare strano quando vengo fermato per strada e non so rispondere alla domanda «E gli altri due dove sono?». Forse nell’immaginario collettivo noi siamo inseparabili proprio come i 7 nani, le tartarughe Ninja e una donna dal suo gruppo di WhatsApp. Forse è per quello che una volta stavo passeggiando con mia moglie e ho sentito il seguente commento: «Quella è la moglie di Aldo Giovanni e Giacomo…». Smentisco ancora una volta: quella era la moglie solo mia.

Altro luogo comune da sfatare è il seguente: «Chissà a casa come le fate ridere le persone».
A parte che Giovanni in casa sua è chiamato «il musone» perfino dal suo gatto, a noi comici succede la stessa cosa che capita a tutti i professionisti: uno quando ha finito il suo lavoro lascia il camice e gli attrezzi da lavoro nel proprio armadietto, perché non si può essere urologi 24 su 24, o meglio, non si può essere solo quella cosa lì nella vita. Perfino un comico si cambia d’abito quando torna a casa sua.

Non è che un panettiere torna casa alla sera e si mette a fare le michette; un gommista non si mette a cambiare le gomme della macchina dell’amico se per caso si incontrano per strada; e non ditemi che un alpinista dopo il lavoro in casa sua si mette a scalare la parete del tinello o a fare colazione imbragato sul lampadario; e ancora, un ginecologo, non è che se è invitato a un aperitivo si mette a fare il pap test a tutte le invitate; e se anche avessimo per amico un urologo non ci farebbe piacere se tra il primo e il secondo di una cena volesse verificare lo stato della nostra prostata.

Gentile signora Luciana questa estate Giovanni si getterà in una delle sue ciclopiche imprese di corsa in qualche deserto del mondo, io andrò al mare con mia moglie e il mio bambino, e Aldo passerà tutta l’estate sdraiato su un divano con indosso la canottiera sporca di sugo, perché lui in spiaggia non ama andarci «Troppo faticoso, è megghiu stare sdraiati al fresco».


Giacomo Poretti rappresenta il 33,333% periodico del trio Aldo Giovanni & Giacomo. Della formazione comica è il meno atletico, il più anziano, il meno alto, il più elegante, il meno ignorante e il più permaloso. Dei tre è l’unico che si esprime in italiano, gli altri preferiscono il linguaggio dei gesti. 

La truffa arriva via mail. Un riscatto per “liberare” i file

La Stampa


 Aumenta il virus cryptolocker: 300 euro per ripristinare i computer

Immaginate di svegliarvi una mattina, di accendere il vostro computer e scoprire che tutti i file che avete dentro sono spariti di colpo. O meglio, li vedete, ma sono criptati. Qualcuno vi impedisce di aprirli. Anni di vita, buttati. A meno che non siate disposti a tirare fuori un bel pacco di soldi. Giancarlo Emanuel non è uno sprovveduto, è un giornalista torinese che lavora con il pc da 25 anni. E lo usa tutti i giorni. Martedì è piombato in quest’incubo. È andato dal suo tecnico di fiducia e quello ha allargato le braccia: «Bisogna pagare». Chi?

Non si sa. Quanto? 299 euro. Giancarlo ha pagato. Si chiama cryptolocker ed è uno dei software più dannosi messi in campo dai cyber criminali. Per recuperare i propri dati è necessario entrare in contatto con i cybercriminali, pagare e ricevere una chiave di decriptazione. Ovviamente non è detto che funzioni e così arrivano altre richieste in denaro. Essere infettati è facilissimo: basta aprire un’email, cliccare su un link e il tuo computer è andato. Per Emanuel è stata usata un’email apparentemente dal corriere Sda. «Aspettavo due biglietti per il concerto di Ligabue e una maglietta dei Rolling Stones, per questo ho aperto l’email» spiega Emanuel.

Cryptolocker esiste dal 2013, ma le tecniche si sono evolute. Il problema per i cybercriminali è sempre lo stesso: come convincere la vittima a cliccare il link? «I sistemi sono sostanzialmente due - spiega Paola Capozzi, responsabile del Dipartimento della Polizia Postale di Piemonte e Valle d’Aosta -: o minacciando catastrofi nel caso non ci si colleghi o creando interesse». Il bastone e la carota, insomma. Con Emanuel è stato usato il cosiddetto «spear phishing», una tecnica che funziona nel 90% dei casi. Si tratta di pedinare informaticamente l’obiettivo in modo da conoscere le sue esigenze. Postate sui social che state aspettando un pacco? Avete appena offerto ai cyber criminali un’opportunità. Nelle ore successive potrebbe arrivarvi un’email con l’oggetto del vostro desiderio.

Non si colpiscono solo i privati. Il cryptolocker è come la pesca a strascico: cifre basse ma alto numero di obiettivi. Secondo i dati della polizia postale solo nei primi 6 mesi del 2015 le denunce hanno doppiato quelle del 2014. Ma grazie allo spear phishing applicato alle aziende è nato un altro tipo di attacco: si chiama «man in the middle». Studiando le abitudini e i fornitori delle aziende, i cybercriminali sono in grado di inserirsi tra venditore e compratore. Poi si fanno depositare il denaro su Iban personali. Giro di soldi enorme: negli scorsi mesi un’azienda piemontese ha perso così 450.000 euro in un colpo.

Un altro fenomeno è in espansione: le estorsioni sessuali. Anche qui la porta d’ingresso sono i social network. Ragazze avvenenti (le vittime sono quasi tutte maschi) entrano in contatto con l’obiettivo, cominciano a flirtare pesantemente sulla chat. Quando lo scambio si fa esplicito, chiedono di passare a Skype dove verranno effettuate una serie di foto e riprese compromettenti. A questo punto subentra chi sta dietro all’estorsione (i filmati sono tutti registrati) che ricatta la vittima: paga o i tuoi video verranno diffusi a tutti i contatti Facebook. Inutile dire che il numero di denunce, su questo fenomeno, è la punta dell’iceberg. La maggior parte paga e sta zitto. 

Wearable, il lato oscuro della tecnologia da indossare

La Stampa


 Braccialetti intelligenti, smartwatch, videocamere da indossare stanno entrando sempre più nella vita quotidiana: ma non è sempre chiaro se siamo noi a controllare i nostri gadget o viceversa


Belli, sofisticati, iper tecnologici: dal braccialetto che misura le calorie consumate e il battito cardiaco, all’Apple Watch, i wearable, gli oggetti intelligenti da indossare, stanno diventando compagni della nostra quotidianità. Ma come tutte le rivoluzioni, anche questa ha un lato oscuro, quel confine sottile in cui da alleato, il gadget può trasformarsi in fastidio. A sottolinearlo, una ricerca svolta da due studiosi britannici, Rikke Duus e Mike Cooray: i due hanno studiato il comportamento di duecento soggetti di sesso femminile, che indossavano uno dei più popolari braccialetti per attività fisica, il  Fitbit.

Dipendenza  
Scoprendo che la relazione fra persona e oggetto, oltre che particolarmente stretta – l’89% dei partecipanti non si toglieva mai il gadget se non per ricaricarlo - era a dir poco ambivalente. L’impatto sulle abitudini motorie e alimentari era positivo: la stragrande maggioranza del campione, grazie al costante monitoraggio, si esercitava di più e manteneva una dieta più sana. Un senso di benessere era associato al raggiungimento dei traguardi prefissati. A questi lati positivi si accompagnavano però aspetti meno piacevoli: prima di tutto il senso di dipendenza dal Fitbit - senza di esso, le intervistate dichiaravano di sentirsi “nude” e meno motivate a esercitarsi. Fatto più inquietante ancora, più della metà dei partecipanti dichiarava di sentirsi sotto pressione a causa del costante monitoraggio, e quasi un terzo (30%) vedeva nel braccialetto addirittura un nemico, capace di provocare sensi di colpa.  

Dialettica  
“È chiaro – sintetizzano gli studiosi – che quando invitiamo la tecnologia addosso o dentro ai nostri corpi, dobbiamo essere disposti a condividere con essa, la nostra capacità di prendere decisioni ogni giorno. Man mano che i wearable analizzeranno ogni nostra mossa, ci verrà detto, sempre più di frequente, cosa fare e come comportarsi al meglio e comunicare con gli altri”. Una dialettica servo-padrone insomma, in cui non sempre è chiaro chi ha il controllo finale. Lo stesso, si può obiettare, vale per il telefonino, che molti sembrano utilizzare ormai come una coperta di Linus per evitare il contatto con altri esseri umani, e a cui ci lega un rapporto di dipendenza non dissimile da quello dichiarato nei confronti del Fitbit. Ma i wearable, proprio per la loro prossimità e l’invasione di uno spazio intimo e privato come quello del corpo, sono destinati probabilmente, a suscitare qualche attrito in più. Chi li progetta ne è consapevole, e si ingegna per renderli il più amichevoli e facili da accettare.

Forma e funzione  
I progettisti di Narrative Clip – una piccola fotocamera in grado di scattare un’immagine ogni 30 secondi, da indossare come una spilla – per esempio, hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significhi adottare un design che non urti la suscettibilità delle persone circostanti, e ne acuisca i timori di privacy. La prima versione del gadget era volutamente vistosa, con l’occhio fotografico in bella evidenza al centro di una spilla rotonda. In questo modo ricordava però troppo un occhio umano, suscitando il disagio degli astanti. Si è pensato perciò di spostare l’obiettivo da un lato, e di incastrarlo in una confezione quadrata, dai bordi arrotondati.

La filosofia però è rimasta la stessa: far sì che le persone intorno potessero capire fin dal primo istante tipo e funzione dell’oggetto, e potessero scegliere come rapportarsi con esso (ad esempio, chiedendo a chi la indossava di metterlo via, per evitare di essere filmati). La lezione è semplice: il wearable (o meglio, alcuni tipi di wearable) a differenza dello smartphone, non riguarda solo chi lo possiede e lo indossa, ma esiste in funzione dell’interazione col mondo circostante. Il corpo è una frontiera sì, ma una frontiera porosa; e della labilità dei suoi confini, occorre tenere conto.