giovedì 2 luglio 2015

Maria Giulia, l’italiana che è andata in Siria a combattere la jihad

Corriere della sera
di Marta Serafini 

Fatima (questo il suo nuovo nome), 27enne di Torre del Greco fa parte di una famiglia interamente convertita all’Islam (Omnimilano)  
 Fa parte dei foreign fighters italiani. Ed è l’unica donna di questo gruppo di giovani che si sono radicalizzati e hanno deciso di andare a combattere la guerra santa. Sul suo profilo Facebook non c’è un volto. Ma un velo nero. Sullo sfondo la Mecca, a simboleggiare una scelta di vita. Maria Giulia Sergio ha 27 anni ed è partita per la Siria.

La vittoria sui miscredenti
La sua storia non è molto diversa da quella di tante altre spose della jihad ed è fortemente legata da un lato alla conversione all’Islam e dall’altro al matrimonio. Fatima (questo il nome adottato dopo la conversione) è originaria di Torre del Greco (Napoli). Non cresce nella comunità musulmana, non è religiosa. Con la famiglia ad un certo punto da Sud si trasferisce a Inzago, nell’hinterland milanese (lo stesso da cui proviene Haisam Sakhanh). Qui, durante gli anni dell’adolescenza spinta probabilmente dalla sorella Marianna, che nel frattempo si è sposata con un algerino, si converte. Maria Giulia cambia il suo nome in Fatima, pronuncia la shahada (la professione di fede). Lascia il primo compagno e si sposa nella moschea di Treviglio con un albanese che ha contatti con Bilal Bosnic, imam arrestato in settembre in Bosnia con l’accusa di arruolamento. Inizia a indossare il niqab (il velo integrale). In paese ricordano un episodio:

 Velo e kalashnikov, chi sono le «foreign fighters» di Isis

«Si presentò in Posta con la sorella completamente velata. E si rifiutò di mostrarsi in volto, come le chiedeva un’impiegata per identificarla. Fu necessario l’intervento della polizia», raccontano a Inzago. E’ giovane, ha cambiato molte volte città e non ha molti punti di riferimento. Nel frattempo si è spostata con il marito nella zona di Grosseto, dove vive la famiglia dell’uomo. Anche il padre Sergio e la madre Assunta si convertono. L’Islam diventa la ragione di vita di Fatima, come si nota anche sul suo profilo Facebook. «Allahumma rinsalda le nostre gambe e dacci la vittoria sui miscredenti», scrive sulla sua bacheca. Il 16 settembre 2011 sottoscrive un appello a favore del niqab. «Nel nome del Dio unico» è l’ incipit dell’appello rivolto al senatore Ciampi, ex presidente della Repubblica. In quello stesso appello si legge anche la firma di Giuliano Delnevo, il ragazzo genovese, morto in Siria.

 
La via verso la jihad
L’ipotesi dei servizi è dunque che Maria Giulia si sia radicalizzata insieme al marito albanese e insieme abbiano deciso di partire. E’ la Siria la loro meta. Lui vuole andare a combattere. E lei a fare la moglie di un martire. Già, perché è la Guerra Santa la missione di questa giovane, la cui storia in parte ricorda quella di Hayat Mouaddiene. In settembre avrebbe lasciato l’Italia acquistando a Roma un biglietto aereo per la Turchia. Poi avrebbe proseguito via Gaziantep per la Siria con un gruppo di jihadisti albanesi. E da lì più niente, nessuno ne sa più nulla. Il suo cellulare non dà più segnali. Come se Maria Giulia fosse stata inghiottita nella nulla.

La trasformazione di due famiglie Dieci arresti in tutta Italia

Corriere della sera

In manette 4 cittadini italiani, 5 albanesi e un canadese. «È la prima volta che in Italia, e probabilmente in Europa, si arriva a un tale risultato nei confronti dell’Isis»

 
«Non sono emersi elementi che possano far pensare a progetti di attentati in Italia». A dirlo è stato il procuratore di Milano Maurizio Romanelli nel corso della conferenza stampa relativa all’operazione che nella mattina di mercoledì ha portato alla emissione di 10 ordinanze di custodia cautelare (di cui 5 eseguite tra Italia e Albania) nei confronti di altrettanti presunti terroristi legati allo Stato Islamico. «È la prima volta che in Italia, e probabilmente in Europa, si arriva a un risultato del genere nei confronti dello Stato Islamico - ha continuato Romanelli - è una risposta giudiziaria importante».

Il blitz
Le persone arrestate sono accusate a vario titolo di associazione con finalità di terrorismo e organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo. Le indagini sono state condotte dalla sezione antiterrorismo della Digos di Milano: secondo i primi dettagli, gli indagati sono parte di due famiglie, la prima formata da italiani convertiti da qualche anno all’Islam, la seconda da cittadini albanesi residenti nel grossetano. Le due famiglie si sono imparentate con il matrimonio - avvenuto nella moschea di Treviglio (Bergamo) nel settembre del 2014 - di una giovane coppia, lei italiana, Maria Giulia Sergio, 28 anni, lui albanese, Aldo Kobuzi.

A novembre Aldo, nel frattempo divenuto Said, ha partecipato a un campo di addestramento in Iraq per diventare un mujahed. Dal febbraio 2015 la famiglia di Maria Giulia ha cominciato a organizzare un viaggio per andare in Siria; a marzo ha venduto mobili e suppellettili di casa; ad aprile sono avvenute le dimissioni di Sergio Sergio, padre di Maria Giulia, dall’azienda in cui lavorava; a maggio sono state acquistate le valigie per il viaggio alla volta della Siria per combattere a fianco degli jihadisti.
Il capo dei foreign fighters
Le indagini hanno consentito di ricostruire il percorso seguito dalla giovane coppia. Grazie alle intercettazioni di un telefono in uso ad un coordinatore dell’organizzazione dei foreign fighters dello Stato Islamico è stato possibile ricostruire come vengono accolti e distribuiti sul territorio siriano gli stranieri che da varie parti del mondo partono per raggiungere il Califfato. L’inchiesta milanese sull’Isis si è sviluppata anche grazie all’individuazione «del coordinatore dei foreign fighters» per conto dello Stato Islamico. «Abbiamo individuato - ha spiegato il pm milanese Maurizio Romanelli - un’utenza turca. E si è aperto uno scenario enorme che ha fornito uno spaccato sulle regole per arrivare lì: accorgimenti materiali, come ad esempio l’indicazione di non usare telefoni di ultima 

generazione ma solo telefoni di vecchio tipo; il procurarsi schede locali e buttare la scheda vecchia; avere una valigia senza eccessivo bagaglio». Nelle intercettazioni il presunto coordinatore viene indicato come «colui che vi farà entrare in Siria». «Questa persona - ha sostenuto ancora Romanelli - è una persona importante nello stato islamico e rivendica il ruolo di interlocutore con vari paesi Europei. Gestisce il profilo organizzativo e la persona che ha questo telefono, e quelli vicino a lui, sono in grado di smistare tutti e dirigerli verso lo Stato islamico, a ciascuno viene data una collocazione. Queste persone erano un grado di dare risposte a tutti. Il reclutatore è una persona di un certo livello e in alcuni casi parla con persone del suo livello».
La strage di Charlie Hebdo: «Cosa gradita per il fedele!»
«Cosa gradita per il fedele!!! Dio è grande! Due dei mujaheddin hanno assassinato i fumettisti, quelli che hanno offeso il Profeta dell’Islam, in Francia. Preghiamo Dio di salvarli dalle loro mani». È una delle conversazioni intercettate di Maria Giulia Sergio. La donna spesso chiamava la famiglia per spingere i membri della famiglia ad abbracciare anche loro la causa dello Stato islamico e raggiungerla in Siria. Conversazioni in cui la donna diceva cose come : «Io ti parlo a nome dello Stato islamico, lode ad Allah, e Abu Bakr Al Baghdadi chiama qui alla hijra, chiama tutto il mondo alla hijra, chiama tutti gli uomini al Jihad per causa di Dio, perché noi dobbiamo distruggere i miscredenti ..», sempre sull’attentato di gennaio a Charlie Hebdo, Maria Giulia Sergio diceva: «Habibty Allahu Akbar sono morti i vignettisti che si burlavano del Messaggero pace e benedizione su di lui... !!! bisogna fare sujud di ringraziamento»
«Sono stati plagiati»
«Sono una famiglia perbene, li conoscevamo da una vita, secondo me sono stati plagiati». È quanto affermano da alcuni concittadini amici del papà e della mamma di Maria Giulia Sergio, la donna convertita all’Islam con il nome di Fatima e ora ricercata internazionale per la sua affiliazione al Califfato. A raccontare con discrezione di loro sono alcuni conoscenti in un bar del paese in cui vive la famiglia di lei, a Inzago, una ventina di chilometri fuori Milano, tra le campagne. «Si sono fatti trascinare - dice una signora che conosce bene il padre di Maria Giulia - tanto che anche lui si era avvicinato alla religione islamica e si era fatto crescere una folta barba. Mi ricordo quando gli urlavo “Sergio, cosa fai con quella barba lì?”, e lui sorrideva da uomo tranquillo quale era». Nel centro del paese, di fronte alla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, in molti ricordano quell’uomo con la barba, ex operaio di un’azienda di elettrodomestici, che girava per le vie in bicicletta sempre sorridente.
1 luglio 2015 | 08:39

Nostalgia dei «catamocc», memoria di una Milano che fu

Corriere della sera
di Maurizio Bonassina

Le «cicche» per terra, le sigarette vendute sfuse, il tabacco, chi per strada raccoglieva i mozziconi. Che cosa significava fumare, nel dopoguerra


Queste maledette sigarette, cruccio e delizia dei fumatori, mano al borsellino e catarro in gola. Aumentano, aumentano sempre. Per le «bionde» si spende, ogni volta, qualche soldo il più, senza rinunciare a farsi del male. Quel boccone di fumo, quella dose di nicotina vale qualche centesimo di sacrificio. Complice lo Stato, a ogni aumento, uno sforzo: ma in tasca, sempre, il pacchetto. Torneremo allora, per volere della crisi –che fa fatica a mollar la presa – ai tempi del dopoguerra? Mancavano i soldi, le macerie ingombravano le strade e la sirena antiaerea era ancora nelle orecchie; ecco allora il ricordo «ingiallito»: in via Mario Pagano alla domenica mattina c’era un mercatino. Un mercatino di sigarette e tabacco a prezzi popolari.




Era lì la tabaccheria dei milanesi; lì c’era il recupero delle cicche, dei «mocc» come «se diss in milanes». Lungo il marciapiede, allineati, da bravi commercianti, stavano i «catamocc» che di notte, bastone e spillo, prima dei netturbini, raccoglievano i mozziconi di sigarette e ne facevano tabacco. Un’industria dei poveri che ai poveri si rivolgeva. Qualcuno il tabacco lo vendeva a mucchietti, altri offrivano le sigarette già arrotolate: tutto a pochi centesimi. Erano tutti lì i tabaccai abusivi (allora non ci si permetteva questo termine: abusiva era la vita), solo per poche ore, solo la domenica mattina. Un appuntamento per i fumatori più poveri: a fargli riparo il muro delle case rimaste in pedi. Ai tempi, in negozio, le sigarette si vendevano sfuse nelle bustine: due, 



cinque, dieci. Qualche lira, una tirata dopo cena: gli italiani avevano ricominciato a mangiare e a vivere e il pane, anziché con la tessera annonaria, si comprava in panetteria. La speranza nasceva dal silenzio: le sirene d’allarme diventate mute. La Via Mario Pagano ora è zona di lusso e non sarà mai più una tabaccheria a cielo aperto. Ma le sigarette, sempre più care, possono almeno far bene ai ricordi: il passato è sempre un buon monito.

Il bambino e il lampione

La Stampa




Un bimbo nelle Filippine fa i compiti per strada, in ginocchio, alla luce di un lampione. Colpo basso, eh? Si tranquillizzino i cinici, compreso quello che alberga dentro ciascuno di noi. Non toccheremo il tasto pietista del piccolo disagiato che lotta per realizzare i suoi sogni e nemmeno il tasto qualunquista dei figli temprati dalla miseria più tenaci di quelli fiaccati dal benessere. Ci limiteremo a guardare la foto che sta commuovendo il mondo e a chiederci perché. Forse quel bambino così speciale esprime un valore universale. La capacità di adattamento dell’infanzia.

A differenza degli adulti, i bambini non cercano il riconoscimento economico o sociale, la medaglia da ostentare in pubblico e in privato per nutrire la propria pallida autostima. Loro nelle cose cercano soltanto un senso. Lo scolaretto in ginocchio non immagina di compiere un gesto eroico o lacrimevole. Pensa semplicemente che si sta impegnando in qualcosa che potrà fare di lui una persona migliore. Gli è abbastanza indifferente che a rischiarargli gli occhi splenda un abat-jour firmato o un lampione di strada, che la sua sedia sia una chaise-longue anatomica o il duro asfalto. Lui ha ancora il dono divino di andare all’essenziale. 

Gianluca Buonanno, a Borgosesia il manifesto bilingue in italiano e arabo: "Se non rispettate le nostre regole, a casa"

Libero


Gianluca Buonanno, a Borgosesia il manifesto bilingue in italiano e arabo: "Se non rispettate le nostre regole, a casa"
Gianluca Buonanno, a Borgosesia il manifesto bilingue in italiano e arabo: "Se non rispettate le nostre regole, a casa"
Gianluca Buonanno, a Borgosesia il manifesto bilingue in italiano e arabo: "Se non rispettate le nostre regole, a casa"
"TOLLERANZA ZERO!!!". Lo slogan è vecchio, se non ritrito. Ma questa volta Gianluca Buonanno, vulcanico sindaco di Borgosesia nonché eurodeputato della Lega Nord, rilancia: il messaggio finisce in un manifesto bilingue, in italiano e in arabo per farlo capire anche agli immigrati dal Nord Africa. E, per la cronaca, Buonanno è ancora ritratto in versione Superman padano. "Tutti sono tenuti al rispetto delle regole e delle persone, a maggior ragione coloro che qui sono ospiti - avverte Buonanno -. Devono adeguarsi alle nostre leggi, ai nostri usi e alla nostra storia. Chi pretende di comandare a casa nostra - conclude - può tornare da dove è venuto, come chiunque si comporti male, viole le leggi, simpatizzi o giustifichi l'Isis e glia tti di terrorismo islamico".

Un giudice lascia a casa cinquemila persone Altri si danno al gossip


Le toghe bloccano i lavori di Fincantieri a Monfalcone basandosi sul semplice sospetto che un deposito di ferri vecchi non sia tenuto a regola d'arte

Non è vero che siamo messi così male, altro che allarme disoccupazione o crescita zero. Tutte frottole.



Evidentemente non è così se dei magistrati, come è successo ieri, possono permettersi di mettere in strada in un colpo solo 5.000 lavoratori e le loro famiglie sul semplice sospetto che un deposito di ferri vecchi non fosse stato tenuto a regola d'arte. E dire che per due volte i pm di Gorizia si erano visti rifiutare la richiesta di sigilli. Nessun pericolo imminente per ambiente o persone, avevano sentenziato prima il Gip e poi il tribunale. Ma loro cocciuti, sono andati avanti fino a che in Cassazione hanno trovato soddisfazione.

Morale: Fincantieri, prestigiosa azienda italiana, da ieri ha dovuto bloccare i lavori che aveva in corso a Monfalcone. Tutti a casa, commesse a rischio, milioni di euro al vento. Poi, magari tra qualche mese o anno, scopriremo che non solo non c'erano rischi – come già accertato – ma neppure reati, come succede in moltissimi casi. L'ultimo, in ordine di tempo, quello di Antonio Pelaggi, dirigente del ministero dell'Ambiente che ha passato cinque mesi in cella da assoluto innocente.

Personalmente, più che il destino dell'euro, mi spaventa che il destino, il benessere e il futuro di 5.000 persone sia lasciato nelle mani di una casta di intoccabili e impunibili. La stessa casta che in queste ore sta sferrando un nuovo attacco personale a Silvio Berlusconi inscenando un processo, il Ruby ter, su fatti e ipotesi di reato che una sentenza definitiva ha già dichiarato inesistente.

Sempre ieri, infatti, i magistrati di Milano hanno convocato una conferenza stampa, manco fossero i conduttori del Festival di Sanremo, per annunciare che 34 persone a vario titolo amiche di Berlusconi sono state rinviate a giudizio per falsa testimonianza. Su cosa? Su come si svolgevano le cene ad Arcore, ospiti signore e signori maggiorenni e consenzienti.

Qui andiamo oltre la persecuzione giudiziaria, entriamo nel campo della psicoanalisi. Perché l'unica risposta possibile è: chi se ne frega di cosa succedeva a cena, chi se ne frega di come Berlusconi vuole spendere i suoi soldi.

Quelli nostri, di soldi, invece li hanno spesi i pm per migliaia di intercettazioni telefoniche tra signore il cui contenuto da domani sarà su tutti i giornali. Il peggior gossip elevato a giustizia. E dire che Corona, per molto meno, si è beccato undici anni di carcere. Ma lui non era magistrato.

Chi ha paura delle app

Corriere della sera

di Pierluigi Battista

Il neoluddismo di tassisti, catene di hotel o cantanti. Ma le proteste sono sterili di fronte a servizi migliori
 
 Le autorità francesi che hanno arrestato due responsabili di Uber stanno ripetendo lo stesso gesto disperato di chi, all’alba della rivoluzione industriale, spaccava i nuovi telai meccanici per salvare l’integrità di un mondo che stava sparendo. Persero allora e perderanno adesso. La modernità industriale non si arrestò per i gesti dei luddisti. Oggi arrestano chi sfida monopoli e corporazioni. Ma la sentenza è già scritta. Tutto va avanti a velocità impetuosa, ma Uber, negli Stati Uniti, è già considerato un dinosauro da nuove e più spregiudicate «app» che saranno i nuovi dinosauri di dopodomani. È come se i costruttori di carrozze avessero chiesto l’intervento della polizia per bloccare la nascente industria automobilistica.

Battaglie romantiche, come quelle degli spazzacamini travolti dalla nascita dei nuovi impianti di riscaldamento e dalle nuove cucine. Oggi il fronte dei conservatori che detestano la folla di nuove imprese da attivare digitando uno smartphone o un tablet è ampio, variegato. Mica solo i soliti tassisti. Protestano i grandi hotel perché con il cellulare sempre più persone cercano e trovano stanze senza intermediazioni e in pochi secondi. Boccheggiano le agenzie di viaggio perché basta una app per fare biglietti, costruire itinerari, prenotare aerei, organizzare spostamenti. La cantante Taylor Swift è diventata la beniamina di tutti gli addetti alle case discografiche terrorizzati dalla Apple che come Spotify permetterà con un abbonamento risibile di acquistare tutta la musica del mondo. Già l’irruzione di iTunes aveva destabilizzato quel mondo. Chissà se staranno meditando l’assalto a Cupertino. 

Le case automobilistiche guardano con apprensione al fenomeno del car sharing che oramai, nelle grandi città e per quelli che hanno meno di trent’anni, è diventato il modo più veloce e meno dispendioso per muoversi. Cominciano a protestare negli Stati Uniti le grandi compagnie dei pullman perché con una semplice app si sale su mezzi comodi e affidabili per ogni tratto di strada anche non contemplata dagli itinerari tracciati dai monopolisti del trasporto su ruota. Protestano gli scrittori che si ribellano contro Amazon che pratica politiche di sconti molto aggressive, che i consumatori amano perché rende più facile ed economica la strada verso un libro, ma che gli autori considerano un deplorevole cedimento alle ragioni del mercato e una minaccia alle belle librerie di una volta (che chiudono). 

Protestano le grandi tv perché con l’irruzione di Netflix, la televisione verrà consumata con modalità completamente diverse da quelle tradizionali. Protestano gli editori e i giornalisti perché i loro articoli, benché protetti dalla «riproduzione riservata», circolano gratuitamente per la Rete e ci sono applicazioni che già oggi permettono di sfogliare «il meglio di» senza passare per l’acquisto del giornale. Tra un po’ protesteranno anche gli autostoppisti che, grazie a quella geniale invenzione che è BlaBlaCar, rimpiangeranno il romanticismo del pollice perduto sul ciglio della strada: ah com’era bello l’autostop di una volta. Magari fossero solo i tassisti, eterni simboli della corporazione aggressiva che oggi fanno la guerra santa, aiutati dai tribunali, contro Uber. Si lamentano e dicono che questo non è progresso, ma sottrazione di lavoro a gente perbene che resterà presto disoccupata. Però è anche occupazione nuova, giovane, intraprendente che arriva. 

Nuovi lavori, nuove invenzioni, nuove idee, nuova occupazione. Si contano a milioni in America (ne ha scritto Massimo Gaggi per «La Lettura») i nuovi lavoratori che, senza fissa dimora a tempo indeterminato, mordono l’immobilismo di ristoranti e lavanderie, poliambulatori e fiorai. Dando una mano ai consumatori, facilitando la vita, rispondendo a un bisogno sociale. Il mercato è anche questo: sovranità del consumatore che può avere migliori servizi a buon prezzo. Ecco perché i due dirigenti di Uber arrestati in Francia danno un sapore di arcaico, di ferocemente retrivo nella battaglia che le corporazioni e i monopoli stanno ingaggiando contro le piccole app che stanno sconvolgendo il mondo. Potranno alzare i ponti levatoi, distruggere i telai meccanici come facevano i luddisti, potranno sacrificare i consumatori sull’altare dello status quo e della conservazione. Ma alla fine il destino è segnato. Questione di anni, o forse di mesi. Ed è anche giusto che sia così. 

1 luglio 2015 | 08:14

Caprotti, ci aiuti a salvare Zerbo

Nicolò Petrali

 

Mi perdoneranno i miei cinque lettori se per una volta non parlo di massimi sistemi ma utilizzo questo blog per un fine personale. Si dà il caso, infatti, che mio fratello sia il sindaco di un piccolo paese in provincia di Pavia. Si chiama Zerbo e ha la bellezza di 430 abitanti, la maggioranza dei quali è in età avanzata. Nella lettera che il primo cittadino ha deciso di indirizzare a Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, e che mi ha chiesto di divulgare, leggerete i motivi per cui se non si fa al più presto qualcosa, Zerbo rischia di sparire dalle cartine geografiche. E perché, soprattutto, questo non deve accadere.


La lettera di mio fratello mi piace perché è perfettamente in linea con la politica di questo blog. Non chiede soldi, non vuole carità. Si offre per un servizio, si appella al mercato. E lo scopo è nobile.
Zerbo, infatti, è come quel villaggio di samurai nel bellissimo film diretto da Edward Zwick. Un luogo in cui le antiche tradizioni si scontrano con il nuovo che avanza. Il senso di comunità, la parrocchia e il dialetto sono il Bushidò delle persone che ci vivono e anche di coloro i quali, come me, ci hanno lasciato il cuore.

L’altro giorno c’è stata la festa di San Pietro, il patrono di Zerbo. Ho visto una comunità viva, che cantava l’inno del santo molto più forte rispetto a come spesso si sente cantare quello italiano (sì esistono Messe che emozionano ancora!). E ho potuto constatare con piacere che lì il pallone va ancora per la maggiore rispetto a smartphone e tablet (e con ciò intendiamoci non voglio assolutamente demonizzare la tecnologia!). Per farla breve, in quei due giorni ho capito che niente è più necessario, per usare le parole dell’Ultimo Samurai, di salvare il paese che ha dato i natali ai miei avi.

Ecco perché chiediamo una mano a Caprotti. Come Pietro, che per fondare la sua Chiesa ha avuto bisogno di una testata d’angolo, adesso c’è bisogno di un imprenditore che faccia altrettanto in termini di business. Perché l’imprenditore, con il suo genio e la sua potenza creatrice, è l’unica figura che, compatibilmente con le umane possibilità, può sconfiggere la morte. E se proprio non dovrà andare così, pazienza, ci accontenteremo di morire con onore, proprio come i samurai del film.

 Esselunga-nuova-guerra-tra-Caprotti-e-figli

Egr. Dott. Bernardo Caprotti, 

Mi chiamo Antonio Petrali Razzini e sono da poco sindaco di un piccolo paesino di 430 anime situato sulla sponda del Po in provincia di Pavia. Nel nostro paese non c’è nulla, ma volendo c’è tutto. Non una banca, non un ufficio postale. Ci sono solo un piccolo negozio di alimentari e due bar. Però c’è tanta umanità, molta solidarietà, tante tradizioni. Il paese è salito agli onori della cronaca una sola volta in tutta la sua sua storia quando negli anni ’70 ospitò l’evento storico europeo del primo festival pop. Poi più nulla. 

Mi rivolgo a Lei che è uno dei più grandi imprenditori italiani per chiederle un favore, un aiuto. Alcuni giorni fa, mentre stavo compiendo un check  per la programmazione cimiteriale, ho chiesto all’ufficio anagrafe il tasso di mortalità degli ultimi venti anni e ho fatto una scoperta sconcertante: ben 200 defunti. Con una natalità pari a zero, fatti quattro conti, significa che tra vent’anni il paese avrà la metà degli abitanti e fra quaranta sarà sparito dalla faccia della Terra. Ebbene, io devo fare di tutto per evitare che questo accada. Nel mio paesino non ci sono solo nato, ma ci ho vissuto da sempre insieme ai miei nonni. Quindi è innanzitutto una questione di affetto.

Partendo da queste considerazioni, mi è venuta l’idea, forse bizzarra, di scrivereLe questa lettera. Ci tengo a precisare che non è mia intenzione chiederLe quattrini. La proposta che vorrei farLe sarebbe questa: sul territorio abbiamo tanto spazio e anche un sito industriale abbandonato da tempo. Io mi occuperei della costituzione del veicolo societario ad ampia base azionaria, cioè partecipata dai lavoratori ed eventuali investitori. 

Lei, se fosse così gentile da intervenire con una commessa di un certo numero di anni, solo al fine di ammortizzare gli investimenti di riqualificazione, avrebbe sicuramente salvato il paese da morte certa. Perché avrebbe dato lavoro a decine di persone evitando che lascino il paese e magari invogliato qualcuno in cerca di occupazione a spostarsi qui da noi. Da ultimo avrebbe beneficiato di approvvigionamenti per la sua splendida realtà a costi inferiori dati dalla forza contrattuale di Esselunga, dalla durata del contratto e dal riconoscimento dei futuri lavoratori/azionisti. Cosa produrre lo deve ovviamente decidere Lei, non è questo il problema. Nel caso io un’idea l’avrei e, qualora mi convocasse, sarò lieto di esporla.

Anticipatamente ringraziando
Voglia gradire i miei più cordiali saluti
Antonio Petrali Razzini 

Gheddafi a Breznev: 2 miliardi se ti converti all’Islam

Libero



Gheddafi a Breznev: 2 miliardi se ti converti all’Islam

Il colonnello Mohamar Gheddafi cercò di convincere il capo del pcus e presidente dell’Unione Sovietica Leonid Breznev a convertirsi all’Islam, promettendogli 2 miliardi di dollari se avesse fatto il gran passo. Lo ha rivelato in una intervista alla tv Russian Today trasmessa il 25 giugno scorso l’ex consigliere di Breznev, M. Anatoli Yakhonev, che ha raccontato a lungo lo stretto rapporto esistente negli anni Settanta fra la Russia comunista e la Libia di Gheddafi.

“Mi ricordo una volta”, ha raccontato Yakhonev, “che il colonnello arrivò da noi in piena notte per domandare di incontrare immediatamente Breznev. Diceva che un suo aereo era stato abbattuto dalle nostre difese aeree. Andai ad incontrarlo per convincerlo che Breznev stava dormendo e che era impossibile svegliarlo. Prese il suo aereo e ripartì. Gheddafi credeva di potere ottenere tutto con il suo denaro.

Nel corso di una visita ufficiale in Urss, chiese a Breznev di convertirsi a l’Islam dietro pagamento di 2 miliardi di dollari. Il segretario del partito comunista sovietico ha cercato di schivare gentilmente l’argomento, e gli ha risposto che lui ammirava l’Islam, perchè è una religione di pace”.

Il consigliere di Breznev racconta un altro episodio, relativo questa volta a una visita in Libia del primo ministro sovietico Alexis Kossighin: “Gheddafi ci chiese di accompagnarlo al confine con il Ciad perchè lì avrebbe parlato con Dio. Andammo con lui alla frontiera, e lui si gettò in ginocchio, implorando Dio ad alta voce.

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Chiese a Dio che cosa doveva fare con la sua opposizione interna, come doveva comportarsi con gli stati maggiori del suo esercito e che soluzioni c’erano per fare crescere l’economia del suo paese. Si voltò verso di noi e spiegò che se uno non trovava buoni consigli dalla gente che aveva intorno, la cosa migliore era tornare a Dio”. Secondo Yakhonev “Gheddafi aveva comportamenti che ci stupivano e ci meravigliavano.

L’Urss decise di fare studi approfonditi sulla sua personalità”. E d’altro canto il colonnello libico studiava a fondo il regime comunista sovietico, che lo attraeva: “cercava di copiare con le sue tribù il modello organizzativo dell’Urss anche per rafforzare il suo potere. Gheddafi era un grande lettore, e ci domandò di tradurgli in arabo i saggi più rilevanti del comunismo, iniziando subito a copiare dall’Urss creando in Libia dei comitati del popolo”. Ed entrambi- comunismo sovietico e Gheddafi, sarebbero andati incontro al loro tragico destino.

Buoni pasto, addio ai ticket usati per fare la spesa al supermercato: i rischi per chi supera i 7 euro al giorno

Libero


Buoni pasto, addio ai ticket usati per fare la spesa al supermercato: i rischi per chi supera i 7 euro al giorno
Buoni pasto, addio ai ticket usati per fare la spesa al supermercato: i rischi per chi supera i 7 euro al giorno
I lavoratori dipendenti possono dire addio ai buoni pasto usati per fare la spesa al supermercato o per pagare la cena al ristorante. Da oggi mercoledì 1 luglio scatta il via libera ai tagliandi in formato elettronico con forti esenzioni fiscali per i datori di lavoro fino a 7 euro per singolo ticket. Spariranno gradualmente i blocchetti di carta per fare posto a card con microchip simili alle carte prepagate degli istituti bancari. Un notevole risparmio per le società che emettono il servizio, per i costi materiali che verranno meno, ma anche un rischio per i datori di lavoro se l'uso dei ticket non rispetterà le leggi da sempre in vigore, ma finora poco applicabili.

Le operazioni con le card, infatti, rendono ogni operazione tracciabile molto più facilmente di quanto si potesse fare con i tagliandi cartacei. Per le società erogatrici sarà semplicissimo quindi fornire alle aziende proprie clienti i dati sull'uso che i dipendenti fanno dei buoni. A norma di legge, il lavoratore dipendente deve sfruttare il buono pasto durante le ore di lavoro, per un massimo di 7 euro al giorno e non può cederlo a terzi. Finora, scrive il Sole 24 ore, non è stato mai un segreto l'uso vero che se n'è fatto: spesa al supermercato e cene in pizzeria, pagando con il numero di ticket necessari.

Chi rischia - L'inosservanza dei vincoli, chiarisce il quotidiano di Confindustria, non doveva gravare sul datore di lavoro, ma sui dipendenti che beneficiavano dei buoni pasto e degli esercizi commerciali che accettavano l'uso improprio. La giurisprudenza in materia non sembra molto ricca, segno che più di un occhio sia stato chiuso finora da chi avrebbe dovuto fare i controlli di rito. Ora con i dati più facilmente tracciabili, la responsabilità del buon uso dei ticket ricadrà sul datore di lavoro che opera le ritenute fiscali e e contributive. Sarebbe questo a esporsi alle sanzioni previste per omesse o insufficienti trattenute e versamenti, inesatte certificazioni uniche e infedele dichiarazione dei sostituti. E quindi i controlli si potrebbero riversare a cascata sulle abitudini quotidiane del lavoratore dipendente.

Eminenza, che bello viverenella mia Milano invivibile

La Stampa


 Consigli al cardinale: «Giri in bici, ma non dimentichi il lucchetto»

 

Questo è il discorso con cui Giacomo Poretti (del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) ha dato il benvenuto al nuovo arcivescovo Angelo Scola. Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti. Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece... ci ho messo un po’ di più.

La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 centimetri, ero in compagnia del mio papà, che benché ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno il nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: «Va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?». «Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!». Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma: «Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!».

Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l'Inter a San Siro. All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no. C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva... siamo stati in Duomo perché il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina... La mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!

Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, e anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina. Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene.

All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? Quel corpicino che non si decideva a crescere? Io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1 metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande... finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era il gioco più bello del mondo.

Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano. Milano è molto diversa da quella degli Anni 60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: due per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana.

A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollatissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il Pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o 12 elementi, questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente.

Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri Eminenza c’è più gente in coda per il pane che non per il prêt-à-porter, anche se a Milano, si tappi le orecchie, si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia. A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del Pleistocene.

A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da Paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se siamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della Basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il couscous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte.

L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto: «Sarà minga un terun?». Dopo una settimana di broncio gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: «Sarà mica un extracomunitario?». C’è sempre qualcuno più a Sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate (vero Eminenza?).

A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la cassoeula... ma Lei lo sa Eminenza che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore Sant’Ambrogio, San Carlo, ma anche Shakespeare, Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi: uscire dall'oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!

E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta... (non ci scriva sopra proprietà dell'Arcivescovado, se no gliela fregano subito), una bici normale.... e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino piazza San Fedele, in quella chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a pedalare...

e poi capirà perché Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perché due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria San Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heidegger... e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore.
Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto.

E va bene, noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo, è un po’ come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina.
E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!