mercoledì 1 luglio 2015

Google lancia Account Personale per aumentare la sicurezza degli utenti

La Stampa

Myaccount.google.com riassume in un’unica pagina tutti gli strumenti di Mountain View per proteggere dati personali e privacy. Disponibile anche in Italia

 



Google fa un passo avanti nella tutela della privacy e della sicurezza. La compagnia ha lanciato a livello internazionale, Italia compresa, «Account Personale», una pagina web che raccoglie strumenti con cui gestire dati e privacy e decidere quali informazioni condividere con Google quando si fruisce dei suoi servizi, dalla localizzazione nelle mappe alla cronologia delle ricerche. Arriva anche il nuovo sito privacy.google.com, in cui Big G spiega quali dati raccoglie e l’uso che ne fa.

Myaccount.google.com riassume in un’unica pagina tutti gli strumenti di Mountain View per proteggere dati personali e privacy. Disponibile anche per chi non ha un account Google ma usa alcuni dei suoi servizi, come il motore di ricerca o le mappe, il sito offre guide veloci per gestire le principali impostazioni su privacy e sicurezza, e strumenti per decidere quali info legate a ricerche, mappe, YouTube e altri servizi possono essere usate da Google, ad esempio scegliendo di attivare o disattivare la cronologia delle ricerche sul web e su YouTube e quella dei luoghi visitati. Possibile anche decidere se si vuol vedere pubblicità `casuale´ o basata sui propri interessi e le ricerche fatte in precedenza.

Le novità su privacy e sicurezza, a cui Google annuncia che ne faranno seguito altre, sembrano andare incontro alle misure prescritte nel luglio scorso dal Garante italiano per la protezione dei dati personali, misure che la compagnia dovrà adottare entro gennaio 2016. 


Apple Music, 30 milioni di canzoni in tasca

La Stampa
bruno ruffilli

L’aggiornamento a iOS 8.4 porta su iPad, iPhone e iPod Touch il nuovo servizio di Cupertino: lo abbiamo provato e vi raccontiamo come funziona




“1000 canzoni in tasca”: così nel 2001 Steve Jobs aveva presentato l’iPod. E da ieri le canzoni sono oltre 30 milioni, tutte quelle del catalogo di iTunes Store, disponibili in streaming nel nuovo servizio Apple Music che è partito in contemporanea in oltre 100 Paesi. Le novità sono parecchie, ma l’idea è che non ci sia più differenza tra le canzoni effettivamente presenti nella memoria del dispositivo e quelle che sono nei server Apple. È possibile comporre playlist che le contengono entrambe, da condividere poi su tutti gli apparecchi. E se non c’è connessione internet si possono scaricare i brani per ascoltarli offline, finché si continua a pagare l’abbonamento.

Qualcosa del genere è già possibile con Spotify, il più famoso dei servizi di musica in streaming, con 75 milioni di utenti in tutto il mondo, di cui 20 milioni paganti. Ma il modello di business è diverso: con Apple Music i compensi per gli artisti arrivano dal canone di abbonamento mensile, non dalla pubblicità. Più Netflix che Spotify, insomma: non esiste un’opzione per ascoltare musica gratis, dopo i novanta giorni di prova si pagano 9,99 dollari (da noi 9,99 euro) al mese, o 14,99 per l’abbonamento famiglia che può essere usato da più persone (fino a sei).

iTunes Store, nato nel 2003, è ancora il più grande negozio online di musica, e 110 milioni di persone vi hanno acquistato canzoni nel 2014, spendendo in un anno in media 30 dollari; Apple ora ne chiede 120, ma soprattutto prende atto di un cambiamento radicale nel modo di pensare: la musica smette di essere qualcosa da acquistare e diventa un servizio cui accedere in cambio di un canone. In nome di questo cambiamento, come ha fatto altre volte, non esita a cannibalizzare un’altra fonte di guadagni, com’era successo ad esempio quando al posto del fortunato iPod mini, Jobs lanciò l’iPod Nano. Così la novità stavolta è un’altra: per garantire una base di utenti più ampia, Apple Music sarà disponibile anche su Android. È la prima app di Cupertino per la piattaforma concorrente. 

Usare Apple Music è semplice: non c’è nulla da scaricare o configurare, fa parte dell’aggiornamento del sistema operativo di iPhone, iPad e iPod Touch, che è arrivato ieri alla versione 8.4: è dunque su centinaia di milioni di dispositivi automaticamente. L’app è divisa in cinque sezioni: Per Te, i suggerimenti e le playlist personalizzate create in base ai propri gusti, le Novità, con le ultime uscite, e al centro la Radio. Si chiama Beats 1, col marchio della famosa azienda di cuffie acquistata da Apple lo scorso anno, la cui tecnologia è utilizzata per lo streaming, ma in realtà è una vera emittente globale, con deejay famosi e ospiti importanti, che trasmette da New York, Los Angeles e Londra tutti i giorni, 24 ore su 24. Connect consente di interagire direttamente con i musicisti, con messaggi, foto video e playlist. Ultima è Musica, che permette di ascoltare brani e playlist presenti su iPhone, iPad e Mac: come prima, ma con una grafica migliorata.

La qualità audio è molto buona, senza interruzioni nè incertezze, ma non è il massimo attualmente sul mercato, e ad esempio Deezer Elite offre un suono migliore. All’inizio le tante opzioni possono confondere un po’, ma l’interfaccia è chiara e disegnata con la consueta cura di Apple per i dettagli. Non ci sono però i testi delle canzoni, che altri servizi di streaming offrono. E nello sterminato catalogo di Cupertino sono curiose certe assenze: ci sono in anteprima gli Ac/Dc, si trovano diverse esclusive (Freedom di Pharrell Williams, ad esempio), tuttavia mancano i Beatles, che pure sono in esclusiva su iTunes per la vendita. C’è, ma non si può ascoltare l’ultimo singolo dei Chemical Brothers, Go!, disponibile sia su Spotify che su Deezer, altro servizio di streaming molto diffuso.

Apple punta molto sul fatto che le playlist con i suggerimenti sono curate da una redazione interna, e in effetti la scelta è spesso ammirevole per attenzione alle nicchie anche minime, per la puntualità con cui vengono proposti i grandi classici e per le tante introduzioni ad artisti poco noti. Poi, certo, non tutto è perfetto: sicuro che Waterloo degli Abba sia da ricordare tra i capisaldi della musica industriale, tra Joy Division e Kraftwerk?

La terza via

La Stampa


Sei il sindaco di Bari e assumi un’addetta stampa. La stimi, ti piace, vi mettete insieme. Poi diventi presidente della Puglia e te la porti al seguito, senza concorso e con uno stipendio annuo di circa centomila euro pagato dai contribuenti. Non hai violato alcuna legge e ti senti a posto con la coscienza. Pensi che chi ti accusa di familismo sia un moralista e un ipocrita. Provi a ribaltare il ragionamento: essere la fidanzata o il figlio di un uomo di potere non può trasformarsi in un handicap. Lo scrivi pure sul web: «Non cambio il miglior addetto stampa che abbia mai avuto solo perché ci siamo innamorati. Non sarebbe giusto». Come darti torto, governatore (ed ex giudice) Emiliano?
 
Proviamoci. Nelle nazioni dove lo Stato non è ancora un participio passato, comanda una parola qui ignota: opportunità. Esistono molte cose legittime che però non sono opportune. Non è opportuno che il parente di un rappresentante delle istituzioni ottenga un incarico pubblico, e proprio da lui. E non è opportuno, anzi comincia a diventare fastidioso, che per i politici del Pd, specie se provenienti dal mondo della magistratura, valga il principio della diversità morale, per cui se Berlusconi piazza un’amica in Regione è un puttaniere, mentre se Emiliano sistema a spese del Pubblico la pur bravissima compagna Elena Laterza è un sincero democratico. L’opportunità è una forma di sensibilità civile che tiene conto degli umori dei cittadini.

Oggi quegli umori sono esasperati dalla crisi e dal pensiero fisso che il mondo si divida in privilegiati ed esclusi. Il guaio è che i privilegiati non se ne rendono più neanche conto. 


Cina, la Muraglia sta scomparendo Pechino: «Già persi 1.961 chilometri»

Corriere della sera
di Guido Santevecchi

la più grande costruzione del pianeta vittima del tempo, dell’incuria, del vandalismo edilizio, dello sfruttamento turistico e dei furti


 Secondo una leggenda vecchia di un paio di secoli la Grande Muraglia cinese sarebbe l’unica opera umana visibile dalla Luna. Quando gli americani sulla Luna ci sono sbarcati, nel 1969, hanno dovuto smentire, anche se qualche astronauta sostiene ancora di averla scorta girando a un’orbita bassa di 160 chilometri dalla Terra. Ma ora Pechino lancia l’allarme: la più grande costruzione del pianeta sta scomparendo, vittima del tempo, dell’incuria, del vandalismo edilizio e dei furti.

 Sono andati perduti già 1.961 chilometri della linea di fortificazioni iniziata sette secoli prima di Cristo, migliorata e resa gigantesca tra il 220 e il 206 a.C. per ordine del Primo Imperatore Qin Shihuang e poi ancora raffinata sotto le dinastie Han, Jin e Ming, fino al 1640 circa. Secondo il ministero del Patrimonio culturale cinese la parte dissolta rappresenta quasi il 30 per cento del totale e altri 1.185 chilometri sono in condizioni di degrado tali da far temere che possano fare la stessa fine. In realtà, non c’è consenso nemmeno sulla lunghezza complessiva dell’opera edificata per tenere fuori dai confini dell’Impero di Mezzo i barbari delle steppe.

Fino al 2009 si stimava che la Grande Muraglia si estendesse per 6.350 chilometri, dalle coste orientali dello Shandong fino al Deserto del Gobi nella provincia centro settentrionale del Gansu: poi una misurazione con l’aiuto di raggi infrarossi e sistema Gps ha allungato il percorso fino a 8.851 chilometri. E ancora l’anno scorso gli archeologi hanno scoperto dieci chilometri di fortificazioni a Ovest del Gansu, in una zona dove non si immaginava che il genio imperiale fosse arrivato con il suo immenso cantiere difensivo. Se si considerano le fortificazioni a ridosso dell’opera originaria, accavallatesi nei secoli, qualche studioso arriva a ipotizzare l’estensione effettiva dell’opera in 21 mila chilometri. Il nome cinese della Grande Muraglia è « Wanli changcheng », Lunghe mura dei diecimila li (il « li » è un’unità di misura tra i 415 e i 500 metri).

In origine si trattava di una struttura di terra, poi si aggiunsero pietre e rocce, mattoni. Si innalzarono torri di difesa e di avvistamento, camminamenti. L’efficacia della Grande Muraglia però, nonostante lo sforzo immane per erigerla, è stata scarsa: gli invasori nel corso dei secoli sono passati aggirandola o arrivando dal mare.


Ora che per l’Unesco è Patrimonio dell’umanità, la muraglia sta subendo un nuovo attacco devastante. «Ci sono ancora abitanti delle zone di campagna più isolate che strappano i mattoni dal vallo per costruire le loro case e ci sono intere sezioni abbattute per far spazio all’espansione urbana», ha spiegato al Global Times di Pechino Cheng Dalin, esperto governativo di patrimonio artistico. Poi c’è la mancanza di manutenzione costante, l’erosione dovuta a vento, piogge, fulmini, terremoti, l’eccessivo sfruttamento turistico nelle parti più vicine alle grandi città. Ci sono anche restauri sconsiderati che rimettono a nuovo torri e camminamenti per poterci far affluire orde di visitatori. Ormai, solo l’8 per cento del vallo esistente all’epoca dei Ming (1368-1644) è in buono stato.

Molti dei problemi di conservazione della Grande Muraglia noi italiani li possiamo capire bene, perché sono gli stessi che sgretolano i nostri tesori archeologici. Ma anche a Pechino cercano di intervenire: dopo secoli di disinteresse, nel 2006 è stata introdotta una legge di protezione che prevede tra l’altro multe di migliaia di yuan per chi sottrae mattoni dalle mura. «Purtroppo le autorità locali nelle campagne non fanno rispettare queste norme», dice ancora Cheng. Ci sono anche soluzioni «innovative», come quella tentata qualche mese fa a Mutianyu, una bella sezione di Grande Muraglia 70 km a Nordest di Pechino dove per evitare che i turisti nuovi barbari spargessero le loro firme su tutte le antiche pietre, le autorità hanno deciso di concedere ai graffitari una torre per sfogarsi.

Una questione di sopravvivenza

Corriere della sera

di Antonio Polito


 Dice Angela Merkel che se fallisce l’euro, fallisce anche l’Europa. È vero. Ma è vero anche il contrario. Se fallisce la Ue, se viene cioè meno il patto politico sottoscritto a Roma nel 1957 per «un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa», non solo non si salva l’euro, ma va in pezzi l’unico piano di cui disponga il Vecchio Continente per sopravvivere nel nuovo mondo.

Eppure sta succedendo, proprio davanti ai nostri occhi. In una futura storia dei giorni che sconvolsero l’Europa, non ci sarà solo l’uscita (o la cacciata) della Grecia dall’Eurogruppo. Appena due giorni prima i leader avevano formalmente discusso dell’ipotesi che sia la Gran Bretagna, anche lì con un referendum, a lasciare la Ue; e il giorno prima ancora avevano concesso a Ungheria e Bulgaria, oltre che al Regno Unito, alla Danimarca e all’Irlanda, di uscire dall’Europa senza frontiere, chiudendole ai profughi che chiedono asilo. 

Una vecchia metafora dice che il progetto europeo è come una bicicletta: se smetti di pedalare, cadi. A tenerla in equilibrio finora è stata la prassi «funzionalista» di Monnet e Schuman, un pezzo di integrazione alla volta, che se ne porta appresso un altro, e così via fino agli Stati Uniti d’Europa. Ma qui ormai nessuno pedala più, anzi: si va all’indietro. Come potrebbe reggere quel progetto all’uscita della Grecia? L’ Unione Europea è una storia di successo, o non è. È fatta per avere la fila di Paesi alla porta per entrare, come è accaduto in tutti questi anni, non può consentirsi le porte girevoli di chi arriva e di chi parte, diventare una associazione à la carte , una Onu in miniatura. 

E poi: la Grecia è nei Balcani, e con i Balcani non si scherza, da lì è cominciata cent’anni fa quella guerra civile cui l’Europa ha solennemente annunciato di voler mettere fine unendosi. La Grecia è l’Oriente dell’Europa, confina geo-politicamente con la Russia. Perdere l’Ellade - dopo aver già perso la Turchia - sarebbe un nuovo scisma, perché passa di lì una linea di faglia storica, culturale, religiosa. È in Grecia che, dalla fondazione fino alla caduta di Costantinopoli, l’Impero bizantino ha tenuto in vita per mille anni il mito della «nuova Roma», e con esso l’aspirazione all’unità politica del continente. 

Ma per «tenere» la Grecia, l’Europa non può più fare come sempre. Non può più sperare di resistere a dispetto, o a scapito, o all’insaputa della democrazia degli Stati-nazione. Il comportamento ai limiti dell’irresponsabile del governo greco le offre paradossalmente l’occasione per misurare la forza residua del suo progetto sul campo di battaglia della democrazia. Non a caso, contravvenendo a una regola ferrea che proibisce a Bruxelles di ingerirsi nelle vicende interne degli Stati, è stato proprio il capo della tecnocrazia non eletta della Commissione, l’impettito Jean-Claude Juncker, a rivolgersi direttamente al popolo greco affinché dica sì al referendum, e smentisca così la coppia scravattata Tsipras-Varoufakis. In cambio, gli fa eco Berlino, nuove trattative dopo il referendum; e forse, chissà, anche la ristrutturazione di un debito a detta di tutti non sostenibile, un ostacolo ormai insormontabile per qualsiasi nuovo inizio. 

Ma è una tragica ironia della storia che, in questa sfida democratica senza precedenti con un Parlamento nazionale, il campione del progetto europeo finisca per essere proprio Juncker, certo non il volto più seducente da schierare contro i demagoghi di Atene. I leader dell’Europa devono capire che ormai esiste una «sfera pubblica» comune, un embrione di demos europeo, e che anche le loro sorti politiche si giocano sulle sorti dell’Unione. Né Renzi, né Hollande, e forse neanche Merkel, sopravvivrebbero a una sua dissoluzione. E del resto non è detto che l’immagine dei pensionati greci in fila davanti ai bancomat favorisca così tanto gli agitatori anti-euro, da Salvini a Le Pen, da Podemos a Fassina. 

Disfare oggi l’Europa sarebbe un disastro storico. Ci vogliono leader capaci di dirlo ai loro popoli e al popolo greco, come Kohl ebbe la forza di fare prendendosi sulle spalle la Germania dell’Est, o come Mitterrand quando accorse tra la gente di Sarajevo assediata, o come Alexander Hamilton, che alla fine del Settecento firmò la pace tra gli Stati americani debitori e quelli creditori. Quando torna in campo la democrazia, è questione di leadership . Vediamo se l’Europa ce l’ha.
30 giugno 2015 | 08:41

Alpino morto in guerra, cent’anni dopo la montagna restituisce lo scheletro

Corriere della sera
 di Lorenzo Cremonesi /Corriere TV

Il ritrovamento sulla cresta di Costabella, in Val di Fassa, non lontano da Moena. 


 CRESTA DI COSTABELLA (Passo San Pellegrino) - A cento anni dall’inizio delle battaglie sulle Alpi, dalle morene della cresta di Costabella emerge lo scheletro quasi intatto di un giovane Alpino. Le ha ritrovate il 57enne Livio De Francesco di Moena e noto ben oltre i confini della Val di Fassa per la sua più che trentennale attività di «recuperante» sulle montagne della Grande Guerra. «Non ho dubbi che si tratti di un soldato italiano. Qui operava la 56esima divisione. Lo capisco dai resti degli scarponi, dal tipo di munizioni per il fucile modello ‘91, dalla bomba a mano Sipe, che ho recuperato attorno allo scheletro», ci dice De Francesco, che tra l’altro cura e restaura il dedalo di trincee, gallerie e casematte costruite dai due eserciti un secolo fa sul Costabella.

Con lui tre giorni fa siamo saliti alle pendici della cresta, una zona sassosa, impervia. Circa trecento metri più in alto, contro il cielo si notano le bocche delle gallerie scavate dai soldati, le rocce sono annerite dalla ruggine dei vecchi fili spinati, dai frammenti di ferro, le schegge delle bombe, le assi marcite dei baraccamenti. «Era un uomo giovane, forte, lo smalto dei denti è in ottimo stato. Era alto almeno un metro e ottanta», aggiunge. Uno dei tanti giovani dei due eserciti che non è più tornato. Tanti elementi lasciano pensare che sia morto negli attacchi italiani del giugno-luglio 1915. «In quel periodo i comandi italiani cercavano di attestarsi sulle cime e le creste più alte che controllavano la Val Cordevole e potevano aprire un eventuale passaggio di avanzata verso Bolzano», racconta Michele Simonetti-Federspiel, esperto di storia locale e curatore del “Museo della Gran Vera” di Moena.

Simonetti a sua volta è voluto venire a vedere il ritrovamento di De Francesco. Osserva con attenzione gli oggetti recuperati. In particolare si sofferma su di una sorta di rampino in ferro fissato su di un manico di legno spezzato. «Probabilmente questo soldato era assieme ad una pattuglia di assaltatori. Il rampino serviva per fissare le scale alla roccia ripida e facilitare l’assalto ai compagni che seguivano», dice. La giornata è perfetta, il sole illumina le vette, fa brillare l’erba ancora intrisa di brina. Più in basso decine di turisti vengono scaricati dalla seggiovia sui prati alti che dominano il Passo di San Pellegrino. Molti verranno e percorrere le vie ferrate costruite seguendo le tracce dei percorsi di guerra.

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