giovedì 25 giugno 2015

La denuncia delle guide alpine italiane: "La Francia ruba un pezzo del Monte Bianco"

- Gio, 25/06/2015 - 10:26
 

La denuncia del presidente delle guide alpine: "Con una ruspa hanno spostato il confine"


 I francesi ci stanno rubando un pezzo del Monte Bianco. La denuncia arriva dal presidente delle guide alpine della Valle d'Aosta. "Per noi - dice Guido Azzalea, in un'intervista a La Stampa - è sempre più difficile lavorare sul versante francese. Poi questa storia dei confini...". E ancora: "I francesi con una ruspa - ricorda una guida - hanno spostato il cippo di confine di 150 metri. Come è ovvio che sia è subito tornato al suo posto". La diatriba risale già al 1860 quando venne firmato il trattato di annessione. Ma di quel trattato Parigi smarrì la copia e così 5 anni dopo sulle nuove mappe androno oltre la normale linea ridisegnando i confini. Così lo sconfinamento transalpino è divenato norma più che un'eccezione.

Così dopo l'allarme lanciato dalle guide alpine è gelo tra Roma e Parigi. Tutte le autorità francesi invitate all'inaugurazione della nuova funivia (avvenuta due giorni fa) sul versante italiano sono risultate assenti. Renzi come al solito ha minimizzato l'episodio: "Ho visto in questi giorni tra Bruxelles e Milano sia il presidente Hollande sia il ministro Ségolène Royal. A loro ho detto che sarei venuto sul tetto d'Europa. Abbiamo buone relazioni e spero che rimangano della stessa intensità e amicizia". Intanto la fRancia al confine usa la furbizia per appropriarsi di qualche metro di territorio italiano...

Svezia: trovato feto nella bara del vescovo di Lund, morto nel 1679

Il fatto quotidiano

Durante la scannerizzazione della tomba di Peder Windstrup, un gruppo di scienziati ha individuato il corpo di un feto di cinque-sei mesi, probabilmente nato prematuro. Era posizionato ai piedi della salma


Un gruppo di scienziati ha trovato un feto di cinque-sei mesi nella bara del vescovo della cattedrale di Lund, Peder Windstrup, sepolto 366 anni fa. Il corpo del bambino, secondo gli esperti nato prematuro e senza vita, era sistemato ai piedi del capo della diocesi ed è stato scoperto nel corso della scannerizzazione del corpo mummificato dell’ecclesiastico, uno dei meglio conservati dell’Europa del XVII secolo.

Il Guardian online racconta che l’annuncio della scoperta è stato fatto da Per Karsten, direttore del museo dell’università di Lund, secondo il quale la presenza del piccolo potrebbe indicare una relazione tra il bimbo mai nato e il vescovo.

Non è la prima volta che la bara di Peder Windstrup, teologo e scienziato tra i fondatori dell’università di Lund nel 1666, viene aperta. In passato sono state scattate anche delle foto in bianco e nero che non avevano però mai rivelato la presenza del feto. Gli scienziati svedesi hanno programmato anche una serie di test, compreso quello del Dna, per cercare di svelare il mistero della doppia sepoltura.

7+6=??? Il rompicapo che fa impazzire il web: se riesci a indovinare hai un Q.I. di 150

Il Messaggero
di Simone Pierini

Quanto fa 7+6? Sembrerebbe una risposta facile se dietro questa domanda non si nascondesse un rompicapo. 

 

Lo ha lanciato la versione tedesca di Focus e ripreso il sito italiano dell'Huffingtonpost tramite il profilo twitter dell'esperto del web e dei social media Philipp Steuer. In Giappone ha fatto impazzire il popolo del web. E coloro che indovineranno potranno dire in giro di avere un Quoziente Intelletivo pari a 150. Roba da piccoli geni.

L'indovinello recita così:

9 + 2 = 711
8 + 5 = 313
5 + 2 = 37
7 + 6 = ???

Avete indovinato? Se sì, complimenti. Altrimenti la soluzione è qui: SOLUZIONE
 

Martedì 23 Giugno 2015, 10:48 - Ultimo aggiornamento: 15:50

In Venezuela un iPhone costa 42 mila euro

La Stampa
paolo manzo

 Tre i motivi: il prezzo del greggio crollato, l’inflazione e la scarsità dell’offerta


47mila 678 dollari. O se preferite 42.520 euro. È questa l’esorbitante cifra che ci vuole per comprare un IPhone6 della Apple in Venezuela. Senza commettere illegalità s’intende – ovvero senza ricorrere al mercato nero – ed attenendosi al cambio ufficiale imposto dal governo di Caracas di 6,3 bolivares, la valuta locale, per un dollaro. Già perché sul sito Mercadolibre.com.ve, uno dei pochi dove è disponibile, l’IPhone6 della Apple è venduto per 300mila bolivares, pari a 41 volte lo stipendio minimo in vigore nel paese sudamericano che possiede le riserve petrolifere più grandi al mondo.

Il problema è che il prezzo del greggio, che da solo contribuisce al 95% dell’export di Caracas, nell’ultimo anno è crollato, facendo incassare molti meno dollari al Venezuela. Ma questa è solo una tra le cause del prezzo esorbitante di tutto ciò che è tecnologico e di ultima generazione proveniente dall’estero in quel di Caracas, a cominciare dagli smartphones.

Altro motivo è sicuramente l’inflazione, la più alta al mondo, che la Banca centrale di Caracas non s’azzarda neanche più a rendere nota. L’ultimo dato ufficiale del 2014 parla di un 69% annuale di aumento generale dei prezzi ma la realtà è ben diversa: se ormai quasi tutti gli istituti indipendenti parlano infatti di un’inflazione superiore al 100%, secondo alcuni esperti come l’economista Steve Hanke del Cato Institute - che ha usato un modello di calcolo dell’Università John Hopkins tenendo in conto il cambio nero - a fine maggio sarebbe stata sfondata addirittura la barriera del 500% su base annua.

Il terzo motivo che spiega perché in Venezuela un IPhone6 costa così tanto è dato dalla scarsità dell’offerta disponibile sul mercato interno. Per importare telefonia a Caracas, infatti, chi vende è costretto per forza a passare attraverso l’intermediazione della governativa Telecom Venezuela, ma la scarsità dei dollari liberati dallo Stato ha impedito negli ultimi 12 mesi ai venditori di onorare gli ordini.

Il risultato? I modelli di cellulari 4G a Caracas, Merida, San Cristobal, Barquisimeto, Maracaibo - così come in tutte le principali città del Venezuela – oggi valgono oro e sono ricercatissimi, tanto che per Bloomberg, che sull’argomento ha fatto un’approfondita analisi, è sconsigliabile persino farsi vedere in strada con un “gioiello” tecnologico del genere. Il rischio, infatti, è di venire rapinati armi in pugno dalle tante gang che, proprio nel settore della telefonia, hanno trovato un’altra miniera d’oro per arricchirsi illegalmente.

«Sono disperata» spiega Maria, una giovane manager che lavora per una multinazionale a Caracas «ero riuscita ad avere un IPhone6 tramite un mio parente che vive a Miami ma mi hanno aggredita ieri, pistola in pugno, ed ora non so come ricomprarmene uno. Avere un ultimo modello qui è troppo rischioso». 

Così la buca delle lettere ha unito l’Italia

La Stampa
mauro pianta

 Un libro racconta la storia delle cassette rosse quasi scomparse perché non scrive più nessuno



 A Napoli, l’8 aprile del 1961 nell’arco di una notte, le vecchie cassette vengono sostituite con quelle nuove

Cara, vecchia, buca delle lettere. Che fine hai fatto? Ma sì: parliamo di quelle scatole di metallo rosse, leggermente bombate, aggrappate ai muri delle nostre città, quasi soffocate dai graffiti, con la dicitura «posta» e le feritoie per imbucare la corrispondenza. Ce ne sono sempre meno, perché nell’epoca del web, di WhatsApp e delle e-mail, nessuno «imbuca» più nulla. Tutti inviano, ci mancherebbe. La corrispondenza cartacea, assicurano da Poste Italiane, si è praticamente dimezzata negli ultimi 15 anni.

E così siamo passati dalle 67 mila cassette d’impostazione degli anni Novanta alle attuali 52 mila. Diminuiranno ulteriormente, c’è da giurarci. Quelle che ancora resistono sono collocate soprattutto vicino alle stazioni e lungo le strade di maggior flusso pedonale. Quelle dismesse, invece, non vengono affatto rottamate. Anzi. Per loro, che sono particolarmente solide - spiegano i tecnici di Poste Italiane -, è previsto un trattamento di riverniciatura e di risistematura: in questo modo sono pronte per sostituire le più compromesse, in un ciclo di ricambio continuo.

Archeologia urbana
Dunque, la cassetta rossa che un tempo custodiva le speranze, gli amori, le gioie e i dolori degli italiani (soprattutto sotto forma di cartoline, e pensate che una buca ne poteva ospitare fino a mille), oggi rischia di divenire un tenace reperto di archeologia urbana. Eppure, anche se la storia finirà per mandarla in pensione, questa strana scatola nella quale infilavamo pensieri che poi non potevamo più riacciuffare, continua a sprigionare un certo magnetismo. E a raccontare qualcosa del nostro Paese. Lo sa bene Manuela Alessandra Filippi, una storica dell’arte, che nel 2004 ha curato un volume pubblicato da De Luca Editori, intitolato proprio Buca delle lettere. Storia e immagini. «Le buche – dice Filippi – raccontano la nostra storia e, spesso, sono delle vere e proprie opere d’arte. Mi è piaciuto guardarle un po’ come se fossero dei quadri».

Il libro  
Il libro, realizzato con l’Archivio storico delle Poste, è una miniera. Scopriamo, per esempio, che la prima buca italiana, compare nel 1632 all’interno del portico del palazzo priorale di Montesanto di Spoleto, nell’allora Stato Pontificio. «La portata innovativa della buca – scrive Filippi – che in larga parte ha contribuito allo sviluppo della corrispondenza, consiste nella possibilità di depositare le lettere in partenza anche in assenza del corriere, o di un suo rappresentante, in qualsiasi momento della giornata, in un luogo sicuro e protetto».

Per tutti, non solo più per i nobili come era stato fino ad allora. E infatti in un’antica buca a Bertinoro (Forlì) campeggia la scritta: «Al ricco e al povero deve consentirsi di viaggiare di qua e di là». Gli italiani sono affezionati a questi oggetti. A Pienza (Siena), per dire, la popolazione è insorta di recente contro le Poste che volevano mettere fuori servizio una cassetta del XIX secolo, mentre a Casteldelpiano (Grosseto) se ne trova una del 1715 a tre metri dal livello stradale e guai a chi la tocca.

Se nei primi del ’900 i berlinesi, presi dalla mania delle cartoline volevano scriverle seduti nei caffè, con un postino giunto apposta per farle imbucare in una cassetta che portava sulle spalle, anche in Italia iniziavano a funzionare le cassette mobili. Spesso erano agganciate sulla fiancata destra dei tram il cui tragitto prevedeva una fermata alla stazione ferroviaria. Milano ebbe anche un «ufficio ambulante su vettura elettrica». Durante il ventennio fascista sulle cassette, accanto allo stemma sabaudo, venne imposto il fascio littorio. Simboli che, con il passaggio alla Repubblica, vennero eliminati con lo scalpello. Nel 1927 aveva fatto la sua comparsa anche una buca bianco rosso verde: era destinata alla raccolta di giornali per il dopolavoro delle forze armate.

Ma bisogna aspettare il 1961 per vedere le classiche cassette di impostazione rosse, a due feritoie (per la città e per fuori), così come siamo (o eravamo) abituati a vedere. È a Napoli, l’8 aprile del 1961, che nell’arco di una notte, le vecchie cassette vengono sostituite con quelle nuove. Insomma, la cara buca delle lettere rossa e bombata ha da poco compiuto 54 anni. Invecchierà o scomparirà? Ai «postali» l’ardua sentenza.