mercoledì 24 giugno 2015

L'Isis ha iniziato a coniare la sua moneta

Che cosa è WikiLeaks. E che ne è di Assange

La Stampa

L’imprenditore ridotto in povertà per aver denunciato la ‘ndrangheta

Corriere della sera
di Federico Fubini

Vibo Valentia, Salvatore Barbagallo denunciò i clan che gli chiedevano il pizzo all’anti-racket. Dopo 8 anni il processo non è ancora iniziato e lui vive con gli aiuti della Caritas


 Alle sei di sera del 19 maggio Salvatore Barbagallo, un ex imprenditore di 65 anni, si è steso sul selciato nel centro di Limbadi. Limbadi è un comune di 3.400 abitanti in provincia di Vibo Valentia, dove quel giorno era in visita la commissione parlamentare antimafia. Lì ha le sue basi uno dei clan più pericolosi d’Italia: i Mancuso. Le polizie di tutto il mondo li conoscono per i traffici di cocaina, e di recente il loro nome è emerso negli atti di Mafia Capitale.

Barbagallo è rimasto a terra pochi minuti, impedendo all’auto di Rosy Bindi di andarsene. Poi la presidente dell’antimafia è scesa, gli ha parlato un po’, gli ha lasciato il numero del suo ufficio, lo ha aiutato a rialzarsi. Ed è partita per l’aeroporto

Non è la prima volta che Barbagallo agisce in modo imprevedibile. Il 3 marzo del 2007, quando era ancora titolare di un’impresa di trivellazioni, era entrato nella Questura di Vibo sapendo che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata. Ciò che non aveva previsto è che quel gesto si sarebbe trasformato in una lezione ben assimilata da quasi tutti gli altri imprenditori della provincia: in un sistema burocratico e giudiziario in crisi, denunciare il racket è come buttarsi da un aereo senza sapere se il paracadute che vi hanno dato si aprirà.

«Ero alla disperazione», dice oggi Barbagallo. Si riferisce a quando fece i nomi di una decina di esponenti dei Mancuso per una serie di reati ai suoi danni. Per anni lo avevano obbligato a scavare pozzi gratis sulle loro terre, quindi si sono impadroniti delle sue trivelle, infine avrebbero approfittato della bancarotta a cui l’aveva ridotto per sottrargli la casa in un’asta giudiziaria truccata.
Barbagallo è stato uno dei pochi imprenditori in questa parte d’Italia a parlare dell’oppressione che devasta l’economia, e lo ha fatto solo perché non sapeva più come conviverci. Da allora è in terra di nessuno. Non ha più l’azienda, lavora come badante, ma la sua richiesta di accedere all’indennizzo riservato agli imprenditori che denunciano il racket resta senza risposta. Dopo otto anni non ha né un sì, né un no. Ha scritto a uffici di ogni tipo e la procura antimafia lo convoca regolarmente a testimoniare contro la ‘ndrangheta. Lui va, ma per una serie di vizi di forma e rinvii, i processi per i reati ai suoi danni restano bloccati. La prescrizione incombe. «Oggi combatto contro la fame e contro il tribunale di Vibo Valentia», ha riassunto in una memoria al viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.

L’ex imprenditore vive delle donazioni del Banco alimentare, di una parrocchia e della Caritas. Era così anche un anno fa ma, nota, l’aiuto si sarebbe intensificato dopo che al clero locale sarebbe arrivata un’email dagli uffici in risposta a una sua lettera a papa Francesco.
Non aveva previsto di arrivare a questo punto, perché il governo prevede da anni un sostegno per chi denuncia. Quando una dichiarazione fa scattare un’ipotesi di reato per estorsione, l’imprenditore ha diritto a un indennizzo dal Fondo del ministero dell’Interno per le vittime del racket e dell’usura, la cui contabilità mostra tuttavia che qualcosa non funziona: è una delle poche voci nel bilancio dello Stato in cui la disponibilità supera la spesa. Nel 2014 il fondo aveva 81,5 milioni di euro, ma ne ha impiegati 60,8 e di questi appena 10,9 per le vittime del racket. Ci sarebbe spazio per triplicare le denunce, e sarebbe logico: secondo il Censis, l’80% degli imprenditori in Italia trova che negli ultimi due anni l’estorsione sia aumentata.

I testimoni sottoposti a protezione sono 88, secondo le stime di questa primavera del ministero dell’Interno. Ma ormai sul lastrico, a volte scoprono che il ministero chiede loro di anticipare le spese del trasferimento verso una località sicura. Per gli indennizzi poi il percorso è anche più arduo: l’anno scorso le domande pendenti erano 692 (su decine di migliaia di casi di estorsione), quelle accolte 128. È giusto che lo Stato cerchi di prevenire le truffe, ma per farsi aiutare dal fondo anti-racket oggi un imprenditore deve attraversare un vero e proprio labirinto: la denuncia in Procura, la domanda in Prefettura, l’istruzione della pratica, la convocazione dei comitati per quantificare i danni, l’inoltro al commissariato anti-racket di Roma, la valutazione dell’istruttoria, la conferma delle somme, il rinvio alla società pubblica che gestisce i pagamenti (Consap), che a sua volta fa una nuova istruttoria sulla posizione finanziaria del denunciante. Per ogni nuova firma può servire un mese, e ne servono almeno nove. Anche senza intoppi, l’intera procedura dura più di un anno durante il quale l’imprenditore vive chiuso in casa, minacciato, senza reddito. Pochi osano.

A otto anni dalla denuncia di Barbagallo, i testimoni da lui indicati non sono ancora stati sentiti, i processi sono fermi, il reato di estorsione che innesca la domanda di indennizzo non è neanche stato ipotizzato. Lo citò una volta un magistrato, ma all’udienza successiva era già stato sostituito: il tribunale di Vibo è così cronicamente sotto organico che molti cercano di farsi trasferire al più presto e i rinvii d’ufficio si inseguono. I dati sul penale non sono disponibili, ma quelli sul civile parlano di un’emergenza: con una media di 1491 casi per magistrato, Vibo è fra i tribunali più intasati d’Italia e vi contribuisce la massa di piccole liti prodotte da una pletora di avvocati. L’Italia ha cinque volte più legali della Francia, Vibo il doppio della media nazionale per abitante.

Nella folla di 1.600 fra legali e praticanti, solo due si occupano di denunce degli imprenditori contro le mafie. «È una nicchia rimasta scoperta» dice Giacinto Inzillo, l’avvocato di 35 anni che assiste Barbagallo. Lui guadagna sugli indennizzi dei testimoni dunque, ammette, «soffro con loro». Dopo l’incontro di Limbadi Barbagallo ha scritto a Bindi, quindi l’antimafia avrebbe contattato il prefetto di Vibo. «Ma per ora - precisa Inzillo - non sappiamo altro».
24 giugno 2015 | 07:26

Scandalo TripAdvisor»: il falso ristorante ​al primo posto in classifica

Il Mattino
di Ida Di Grazia

 

 Non è bastata la multa di 500mila euro comminata lo scorso anno dall’Antitrust a Tripadvisor per “Pratica commerciale scorretta”, il portale online dedicato alle recensioni di hotel e ristoranti ci ricasca. La rivista enogastronomica Italia a Tavola - promotore della campagna‪#‎NoTripAdvisor‬ - ha voluto dimostrare l’inattendibilità di TripAdvisor creando il falso profilo di un ristorante che in breve tempo è balzato al primo posto in classifica degli esercizi locali grazie a una serie di recensioni "ritoccate".

Il 25 aprile "Scaletta", la trattoria fantasma di Moniga del Garda, ha ricevuto il primo giudizio eccellente guadagnando ben 5 pallini verdi , tutto rigorosamente inventato. E' bastato un solo mese e nove recensioni tutte estremamente positive per far sì che il ristorante scavalcasse i suoi competitor reali. La proposta di "Italia a Tavola" per provare ad avere commenti più realistici è quella di pubblicare insieme alla propria recensione anche una foto della ricevuta fiscale del servizio di cui si è usufruito ( cibo, soggiorno ecc...). “L’intento che ci ha portato ad appoggiare la creazione di un falso profilo – spiegano - era capire se ci sarebbero stati almeno dei controlli, sia sulla reale esistenza del ristorante sia sull'attendibilità delle recensioni.Sarebbe bastato davvero poco per accorgersi che l’indirizzo del ristorante "Scaletta” è inesistente, mentre il numero di telefono corrisponde a un vecchio numero della Polizia municipale di Manerba del Garda.”

Pronta la risposta di TripAdvisor che intanto ha provveduto a cancellare il falso profilo: “Sappiamo che quando un frodatore cerca di manipolare le classifiche sul nostro sito, si lascia alle spalle degli schemi che abbiamo modo di tracciare e che tracciamo. In qualità di sito di viaggi più visitato al mondo, siamo fortemente impegnati a garantire che i contenuti su TripAdvisor forniscano una fonte d’informazione utile e affidabile per coloro i quali pianificano un viaggio ovunque nel mondo. In questo caso, abbiamo indagato e rimosso dal sito le recensioni e il profilo che non rispettavano le nostre linee guida. Oltre a essere una violazione dei nostri termini di servizio e una pratica non etica, postare recensioni false è anche una violazione della legge in molti paesi e viola i termini del Codice del Consumo italiano.”

mercoledì 24 giugno 2015 - 09:14   Ultimo agg.: 09:25

Sofosbuvir, ecco perché il farmaco anti Epatite C in Italia costa una fortuna

La Stampa

La Grande Milano sprofonda nella crisi, Pisapia: «Il governo si muova o è il fallimento»

Corriere della sera
di Maurizio Giannattasio

Vertice di emergenza con il sindaco a Roma: buco incolmabile da 90 milioni di euro 


Siamo «al capolinea. O arriva una risposta del governo in tempi brevissimi o è inevitabile una decisione che prenderemo tutti insieme». Così, Pietro Romano, sindaco di Rho e assessore al Bilancio della nuova Città metropolitana. Piccolo passo indietro. Giovedì scorso, quando Milano era in fibrillazione per l’arrivo di Michelle Obama, si è notata un’assenza ingombrante. Quella del sindaco, Giuliano Pisapia. Al suo posto, a ricevere la first lady americana c’era la moglie di Pisapia, Cinzia Sasso. Non si è trattato di uno sgarbo istituzionale, ma semplicemente di un’emergenza. Quella che riguarda i conti della Città metropolitana: una voragine da 90 milioni di euro che deve essere assolutamente chiusa entro il 31 luglio, altrimenti le alternative sono il pre-dissesto o ancor peggio l’arrivo del commissario. Per questo motivo, Pisapia, insieme a Romano, è volato a Roma per incontrare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti (che ha preso il posto di Graziano Delrio) e mettere sul tavolo le enormi difficoltà che stanno mettendo a repentaglio una delle prime riforme del premier Matteo Renzi.

Situazione al limite del collasso. Con un buco di 90 milioni incolmabile. E stiamo parlando del bilancio preventivo 2015. Perché se si va a vedere il triennale, la situazione non può che peggiorare. Se nel 2015 i tagli alle Città metropolitane erano fissati a un miliardo di euro e la ricaduta sulla Grande Milano è stata di 27 milioni di euro, nel 2016 si arriverà a un raddoppio, ossia due miliardi. E se valgono gli stessi criteri di ripartizione, la Città metropolitana dovrà fare a meno di 54 milioni. Per non parlare del 2017, vero annus horribilis , i tagli arriveranno a tre miliardi con relativo triplicamento dei sacrifici per la città. Le previsioni parlano chiaro: nel 2016 lo squilibrio si attesterà a 163 milioni fino ad arrivare a 212 nel 2017. Ci si aspettava che il decreto sugli enti locali attenuasse questa corsa al massacro. Ma gli effetti sono stati ridotti e riguardano essenzialmente il risparmio sullo sforamento del patto di Stabilità della defunta Provincia di Milano. 

«Lo sforamento - spiega Romano - valeva circa 60 milioni di euro. Con gli effetti del decreto ci fermeremo a dieci». Poche entrate, scarsissime leve fiscali e spese incomprimibili come quelle del personale. È questo il combinato disposto che rischia di mettere in ginocchio quella che Pisapia aveva definito come una «Ferrari senza benzina». Con la conseguenza che a rischio ci sono servizi essenziali come gli aiuti per le persone disabili, per le scuole, per le strade. Ma anche la gestione di un gioiellino come l’Idroscalo. Finito qui? No, perché c’è la voce dei trasferimenti dalla Città metropolitana allo Stato. Avete letto bene. 

Non trasferimenti dello Stato alla Città metropolitana, ma il contrario. In buona parte sono i proventi delle imposte provinciali (come l’imposta di trascrizione dell’auto e l’aliquota della rc auto) che finiscono a Roma: 150 milioni di euro, pari al 42 per cento delle entrate fissate a 360 milioni di euro. «È un vero e proprio paradosso. Non esiste che un ente territoriale concorra alle risorse dello Stato - continua Romano - è l’esatto contrario del federalismo». A peggiorare la situazione è che in un momento di crisi prolungata come questo, le immatricolazioni sono calate e soprattutto il mercato si rivolge al segmento più basso dei modelli penalizzando così le già scarse entrate della Città metropolitana.

Gli scenari tecnici che si aprono sono due. Se il governo non darà una risposta in tempi brevissimi o si va al pre-dissesto che significa congelare i debiti, preparare un piano di riequilibrio decennale dimostrando che da quel momento in poi sei in equilibrio economico. O, ancora peggio, si arriva al dissesto, si separa la gestione passata da quella presente e viene imposto un commissario. In entrambi i casi sarebbe il fallimento politico dello Svuota Province che ha portato all’istituzione della Città metropolitana. «Ma io - aggiunge Romano - sono fiducioso delle risposte del governo che si è impegnato a trovare delle soluzioni in tempi brevi». Come? Sotto forma di decreto? «Stiamo attendendo delle risposte. Se arriveranno porteremo avanti il mandato». E se non dovessero arrivare? «Vedremo tutti insieme cosa fare».

Ma non c’è solo il fronte del governo. C’è anche quello della Regione. Ieri, Giuliano Pisapia ha riunito il tavolo metropolitano per esaminare lo schema di progetto di legge di Regione per la Grande Milano: «Da parte di tutti - si legge nel comunicato diffuso al termine del vertice - rilevato che la proposta della Regione non solo non prevede maggiore autonomia ma addirittura la limita».

24 giugno 2015 | 08:50

I divi, gli affiliati, i reclutamenti Scientology come un horror

Corriere della sera
di Paolo Mereghetti

Da Haggis a Travolta, il viaggio-inchiesta del regista Alex Gibney su fedeli e fanatismo


 Dopo aver raccontato le pratiche illegali e le torture del governo Bush ( «Taxi to the Dark Side», premio Oscar per il miglior documentario nel 2008) e gli abusi sessuali della chiesa cattolica ( «Mea Maxima Culpa», silenzio nella casa di Dio , 2012), il regista newyorchese Alex Gibney ha presentato al Sundance Film Festival Going Clear: Scientology e la prigione della fede , che esce questa settimana nei cinema italiani.

Prendendo come «traccia» il libro-inchiesta di Lawrence Wright «Going Clear: Scientology, Hollywood & the Prison of Belief» , Gibney mette in campo tutta la sua abilità di regista d’inchiesta per cercare di offrire un quadro il più possibile documentato di un argomento - la chiesa di Scientology - su cui voci e dicerie sono sicuramente superiori ai fatti realmente documentati. Per farlo si basa soprattutto sulla testimonianza diretta di alcuni ex membri della «chiesa» che accettano qui per la prima volta di mostrarsi in video per raccontare la loro esperienza.

Il più celebre di tutti è il regista Paul Haggis, premio Oscar 2004 per il film Crash , entrato ventenne in Scientology e uscitone dopo 35 anni nel 2008. Con lui parlano anche l’attore Jason Beghe, affiliato per 13 anni e attualmente interprete della serie Nbc «Chicago PD», oltre ad alcuni ex membri che hanno ricoperto ruoli molto importanti nell’organizzazione, come Marty Rathbun, per anni braccio destro del presidente di Scientology David Miscavige, o Mike Rinder, ex portavoce della comunità, o ancora Sylvia «Spanky» Taylor, che aveva lavorato all’Hollywood Celebrity Centre per reclutare nuovi adepti nel mondo dello spettacolo, o Sarah Goldberg che aveva raggiunto il «livello spirituale» più alto della chiesa.

Si sono invece rifiutati di farsi intervistare Tom Hanks, Nicole Kidman e John Travolta, anche se dei due attori membri di Scientology Gibney mostra interviste fatte in passato e riprese ufficiali delle loro partecipazioni alle convention del movimento. Ma che cosa esce da tutto questo materiale? Soprattutto il meccanismo coercitivo con cui Scientology riesce a trasformare i suoi aderenti in fedeli fanatici, capaci di tagliare i ponti (o «disconnettersi» nel loro gergo a metà tra il fantascientifico e il visionario) con quella parte delle loro famiglie che non condividono le stesse convinzioni. Come dice Paul Haggis alla fine del film «quando credi, non pensi con la tua testa» e tutto il meccanismo messo in pratica da Scientology sembra finalizzato proprio a fortificare questo spirito di appartenenza e queste pratiche di indottrinamento.

Per farlo, questa chiesa, riconosciuta tale dal governo degli Stati Uniti nel 1993 dopo un lungo braccio di ferro fiscale (le religioni sono esentate dal pagare le tasse), mescola le fantasiose teorie fantascientifiche messe a punto dal suo fondatore Ron Hubbard con pratiche che incrociano autoanalisi e confessionale. Per liberare il corpo dagli spiriti malvagi che un fantomatico dio Xenu avrebbe lanciato contro l’umanità 75 milioni di anni fa, ognuno deve «scavare» nella propria mente attraverso una lunga pratica di colloqui riservati chiamati «auditing» capaci di cancellare traumi e sensi di colpa. Un processo, naturalmente a pagamento (il patrimonio del movimento è stimato intorno ai 3 miliardi di dollari!), che di fatto offre la possibilità di conoscere debolezze ed errori di ognuno. Se poi queste informazioni servono ai singoli membri per diventare «clear», cioè ripulito da ogni paura, o a Scientology per ricattare e stringere a sé i propri membri (come sostengono gli intervistati) è il nodo che il film lascia sciogliere all’intelligenza dello spettatore.

Da eccellente documentarista, Alex Gibney non ha una tesi da difendere ma una serie di fatti da raccontare e su cui gettare un po’ di luce. La sua idea di «autorialità» sta tutta nella propria capacità investigativa, nel coraggio di affrontare argomenti scomodi (e i pedinamenti e le intimidazioni cui sono stati sottoposti Marty Rathbun e sua moglie Monique dimostrano che Scientology è molto vendicativa) e nell’inseguire un cinema capace di parlare alla razionalità e non all’emotività. Anche se alla fine delle due ore di Going Clear hai comunque l’impressione di aver assistito a un autentico film horror. Dove però tutto è maledettamente vero.

24 giugno 2015 | 09:25

I ladri di biciclette pedalano alla grande Il record è italiano


La risposta di YouTube a Isis: contenuti alternativi, politicamente corretti e satira

Corriere della sera
24 GIUGNO 2015 | di | @martaserafini 




CANNES – Volete che i video di Isis siano pubblicati in rete o no? La domanda non risuona in un vertice di sicurezza dei servizi segreti. Gran Audi Auditorium del Palais de Festival di Cannes. Ci saranno almeno 400 persone. Gli spettatori hanno in mano due palette, una rossa per votare no e una verde per il sì. L’oratore non fa nemmeno in tempo a finire la domanda che la platea si tinge di rosso. Nessuno vuole vedere gli ostaggi decapitati. Nessuno vuole vedere il pilota giordano mentre arde. O, almeno, questo è quello hanno risposto i presenti. A intrattenere i presenti in un panel dal titolo “Quando Isis e Seth Rogen (regista di The Interview, ndr) si incontrano, difendere la libertà di espressione e combattere il peggio che ci circonda”, Dave Drummond, capo dell’ufficio legale di Google e Victoria Grand, direttore delle strategie politiche di Mountain View.

 Non deve stupire che la cornice di un dibattito simile siano i Cannes Lions, kermesse in scena sulla Croisette in questi giorni, dedicata al mondo della pubblicità. Isis, grazie al perverso piano di predicatori come Al Awlaki ha adattato le tecniche di marketing virale ai suoi scopi: al posto dei gattini, l’orrore. Si tratta di una semplificazione, certo.

Il tema è complicato e se ne è dibattuto parecchio nell’ultimo anno. E la domanda cui è giunto qualunque dibattito è la stessa cui indirettamente sta rispondendo Big G dalla Croisette. Il compito di scegliere se censurare o meno i contenuti di propaganda non è toccato solo ai media. Ma anche ai colossi del tech, distributori di contenuti mediatici ormai in proporzione ben maggiore rispetto agli editori. Fin qui i grandi del tech avevano fatto solo da tramite. Quello che gli utenti postavano, le aziende mettevano in rete, con l’esclusione di contenuti pedopornografici e talvolta pornografici. Con il terrorismo 3.0, per la Silicon Valley si è resa necessaria una riflessione.

“A YouTube abbiamo deciso di non fare da cassa di risonanza ai terroristi”, tuona dal palco Victoria Grand. “Ecco perché abbiamo rimosso i contenuti violenti di Isis, con la consapevolezza che censurarli non risolve il problema”. YouTube infatti è stata una delle piattaforme più utilizzate dai jihadisti che hanno investito molto nella produzione di contenuti video. Non vengono fornite cifre sui link bloccati. Non viene neanche ammesso ufficialmente che a Mountain View sono stati sollecitati in questo senso dalla Casa Bianca. Ma viene data un’informazione importante.

A Mountain View hanno deciso di dare maggiore rilevanza ai contenuti video che veicolano un messaggio di pace associato all’Islam. “Fin qui il terrorismo ha distorto il messaggio religioso sfruttandolo a suo piacimento”, spiega sempre Grand. E’ una novità nel mondo della contropropaganda. Story Telling lo chiamano i tecnici. Una risposta all’orrore, per i profani. Da Big G spiegano anche di premiare i contenuti che puntano sull’ironia e la parodia “per screditare del tutto questi mostri”. Quindi spazio ai filmati che prendono in giro i terroristi di Isis. Non importa se qualcuno si sentirà offeso.

Attenzione però a pensare che la riflessione sia dettata da mero altruismo. Dopo mesi di propaganda battente per mano dello Stato Islamico, soprattutto per Google e per Twitter si stava (e si sta ancora) ponendo un problema di immagine. Mesi di articoli, servizi tv e inchieste in cui a fianco della parola Isis veniva associate le espressioni “video su YouTube”, “in un post su Twitter” rischiavano di far percepire la rete come il luogo del male e terreno fertile per i terroristi. Refrain cavalcato anche da quanti chiedono l’abolizione dell’anonimato in rete, negando che questo sia un diritto e una garanzia di libertà. E un claim davvero respingente per gli inserzionisti pubblicitari che guardano a YouTube e ai social in generale come nuovo spazio di investimento.

Per la Silicon Valley è necessario dunque trovare una risposta, se possibile in tempi più brevi degli apparati governativi, rimasti per altro molto indietro nei programmi di contro propaganda, come ammesso dallo stesso dipartimento di Stato Usa. E questo panel di Cannes è solo un esempio di quanto il tema stia a cuore anche alle imprese private, nonostante non amino parlarne troppo in pubblico.

Virus, cache e hacker: le bufale sui pc

Corriere della sera
di Vincenzo Scagliarini

Il passaparola delle bufale

Anche nel mondo dell'informatica si sono diffuse leggende metropolitane, bufale e consigli sbagliati. Molte volte abbiamo sentito dire: “Ho un hacker dentro il mio pc” oppure “un virus mi sta rallentando il computer”, accompagnato quasi sempre da “Dovresti comprare un Mac che non ha questi problemi”. In realtà sono falsi miti diffusi attraverso il passaparola e duri a morire.


Ecco quali sono le credenze sbagliate più diffuse nel mondo dei pc e dei Mac.

Ho un hacker dentro il pc

Poche sequenze di tasti battute in fretta e strani caratteri che appaiono sullo schermo. Ecco come un hacker entra in un computer. Nei film. Perché la realtà è diversa. I criminali informatici (chiamarli hacker è scorretto) si comportano in modo diverso. La maggior parte degli attacchi sono come la pesca a strascico. Sono automatizzati, avvengono tramite link in email sospette (il cosiddetto phishing) o tramite software dannosi che installiamo per sbaglio o disattenzione. Ma a meno che non siamo figure d’alto profilo non c’è nessuno essere umano pronto a entrare nel nostro pc.

Posso scaricare tutto gratis da un sito

La maggior parte dei siti che promettono software, film e musica gratuita sono dannosi. Negli ultimi anni lo scenario è peggiorato, soprattutto per il mondo Windows. Quando cerchiamo un programma su un motore di ricerca, i primi risultati conducono a siti che riempiranno il nostro computer di software indesiderato.Per esser sicuri è sempre meglio visitare il sito ufficiale del software ed evitare soprattutto: Softonic, Download.com, Tucows, Filehippo, Softpedia, SnapFiles, FreewareFiles, NoNags e SourceForge. Alcuni tra questi un tempo erano rispettati, ora conviene starne alla larga.

Se non riavvio il computer si rovina

“Hai provato a spegnere e riaccendere il computer?”. Viene spacciato come il rimedio a tutti i mali. Ma è un’altra leggenda. Di certo non fa bene tenere il pc acceso tutte le notti, ma non è necessario spegnerlo e riavviarlo a intervalli regolari per mantenerlo pulito.Tutti i computer moderni gestiscono lo standby e la funzione ibernazione senza problemi. Consentono un avvio più rapido e lasciano i programmi sui quali stavamo lavorando attivi. In alcuni casi riavviare fa bene, ma se invece dobbiamo spegnere e riaccendere il pc in continuazione, forse il problema è altrove. Ed è più grave.

Gli aggiornamenti fanno male

Un altro pericoloso falso mito. Gli aggiornamenti automatici non sono qualcosa da temere. Al contrario quelli del sistema operativo del browser Internet devono esser fatti il prima possibile. Nella maggior parte dei casi correggono errori e vulnerabilità, anche gravi, che possono danneggiare il computer. E ciò vale, per pc, Mac e anche per gli smartphone.Inoltre con Windows 8 e il futuro 10 (leggi tutte le novità) sono stati ridotti i riavvii automatici dopo gli aggiornamenti. Ed erano uno dei motivi per cui venivano evitati. Se poi non ci fidiamo di un software che chiede troppo spesso di essere, forse dovremmo rinunciare al programma e non a questa pratica.

Aiuto, sta finendo la ram

Spesso, quando chiediamo all’amico smanettone: perché il computer è lento? Lui preme la combinazione di tasti ctrl+alt+canc e risponde sicuro “Sta finendo la ram”. In realtà sui sistemi operativi degli ultimi anni avere poca ram libera è un bene. Vuol dire che il computer sta utilizzando al meglio le risorse a disposizione.La ram è una memoria molto veloce, sulla quale vengono caricati i dati dall'hard disk (più lento) per essere richiamati quando servono. Così quando passiamo da un programma all'altro, tutto avviene in modo veloce. Per questo i software “miracolosi” che svuotano la ram come Wise Memory Optimizer o Ram booster vanno evitati. Se c'è un problema non lo risolvono e, in ogni caso, rallentano il computer. Se invece le prestazioni si riducono avviene quando lavoriamo con un software impegnativo (come Photoshop ad esempio) allora possiamo valutare l’acquisto di altra ram. 

Si è rotto il computer, è stato un virus

L’altra risposta frequente quando un computer lento è “dev’esser colpa di un virus”. Lo scopo dei software malevoli del passato era far dispetti all’utente: riempire l’hard disk, mostrare avvisi molesti o riavviare a intervalli regolari il computer. I virus moderni invece hanno come obiettivo rubare dati per rivenderli al mercato nero, perciò fanno di tutto per essere invisibili: occupano pochissime risorse per poter continuare indisturbati.Per completezza bisogna segnalare che anche i malware moderni possono degradare le performance, quando vengono utilizzati per generare BitCoin (in gergo fare mining) oppure quando utilizzano il nostro pc per attaccare altre macchine. Ma, anche in questo caso, l’impatto non è tale da rendere la macchina inutilizzabile. I principali responsabili delle cattive prestazioni dei pc sono invece i crapware. Software spazzatura che si caricano all’avvio e le toolbar per i browser. Che installiamo per sbaglio o disattenzione e ci dimentichiamo di rimuovere.

Ho un antivirus, sono al sicuro

Avere un antivirus non rende automaticamente il computer sicuro. Ci sono minacce informatiche che aggirano senza problemi i programmi di difesa.Ciò non significa che bisogna rinunciare a questi software, ma è necessaria più consapevolezza su che cosa installiamo e quali programmi utilizziamo. Perché gli antivirus non difendono i computer dai software spazzatura.

I programmi che puliscono i pc

"Devo pulire il computer" è un'altra frase comune. Ma è meglio usare i software forniti con il sistema operativo: “pulizia disco” di Windows se si vuole liberare spazio (accessibile cliccando con il tasto destro sul drive da pulire) e il pannello di controllo per disinstallare i programmi. Molti software che promettono grandi pulizie sono a loro volta spazzatura e peggiorano le cose. My clean pc o Wise Register Cleaner sono alcuni tra i più noti, ma è meglio evitarli. Anche il famoso CCcleaner, non è miracoloso come dice di essere. Non fa danni, ma non migliora le prestazioni. 

Con i Mac non si può giocare

Poteva esser vero dieci anni fa, ma i Mac moderni utilizzano la stessa famiglia di hardware dei pc. E questo ha facilitato il lavoro di traduzione dei giochi per Windows sulla Mela.Inoltre la famosa piattaforma di distribuzione di giochi Steam esiste anche per OsX e ha aumentato di molto la diffusione dei videogame sui computer Apple.

Sui Mac non ci sono virus

È una percezione comune, incentivata da alcune pubblicità lanciate da Apple nel decennio scorso. In realtà sui Mac i virus ci sono eccome, come i famosi OSX/MacDefender o OSX/Flashback. Sono molti meno rispetto a quelli per Windows perché il sistema operativo Microsoft è più diffuso (gira sul 90% dei computer al mondo), ma non significa che i virus per OsX siano meno pericolosi.Perciò anche gli utenti Apple non dovrebbero rinunciare a un buon antivirus.

I computer Apple non si bloccano mai

In realtà i problemi hardware affliggono anche la Mela: componenti elettronici che si riscaldano e bloccano la macchina o elementi difettosi che rovinano per sempre il computer sono segnalati più volte sul forum ufficiale del supporto Apple.Inoltre anche i Mac hanno il corrispettivo della “schermata blu della morte”, l’errore più grave del mondo Windows, si chiama Kernel Panic. Il mondo Apple però può contare su un solo tipo di computer, prodotti a Cupertino, mentre per i pc c’è un’offerta maggiore e, di conseguenza, sono più elevati i problemi di compatibilità.



Il Libano "modello Boldrini"? ​Ha i miliziani dell'Isis in casa

 

Altro che esempio di accoglienza: aumentano attentati e xenofobia. E si chiudono le frontiere


In risposta a quanti sostengono che quella degli immigrati clandestini è una bomba a orologeria, che bisogna arrestarne il flusso e rimpatriare le centinaia di migliaia entrati clandestinamente come migranti «economici» (che più giustamente sarebbero da definire «parassitari»), immancabilmente Laura Boldrini cala il suo asso nella manica: il Libano. «Cosa dovrebbe dire il Libano che ha 4,5 milioni di abitanti e 1,5 milioni di rifugiati? È come se da noi arrivassero 16 milioni di persone». Questa la solfa: prendere esempio dal Paese dei Cedri. Come no, ma prima gettiamogli una occhiata, prima sentiamo davvero cosa ha da dire il Libano.

Ad oggi accoglie un milione 174 mila e 690 profughi siriani. Non esistono campi profughi organizzati e gestiti da organizzazioni internazionali come l'Alto commissariato dell'Onu (Unhcr) o da organizzazioni caritatevoli quale potrebbe essere la Croce rossa (Mezzaluna rossa per l'islam). Il ricordo di ciò che accadde con la militarizzazione dei campi profughi palestinesi - la guerra civile del 1975-1990 - ha indotto infatti le autorità libanesi a non coinsentire che gli sfollati siriani potessero concentrarsi in campi strutturati. Ne concede all'Unhcr solo di «temporanei» - e devono categoricamente esserlo - che non superino e 40 tende. Questa la ragione per cui i due terzi vive in abitazioni o locali concessi in affitto. Il resto in miserandi campi abusivi o alla ventura in qualche edificio diroccato.

A Majdal Anjar, località a meno di un chilometro dalla frontiera, «Zahara, suo marito, quattro figli e la famiglia della sorella sono ospitati, a pagamento, in una stanza di 20 metri quadrati. Le due famiglie, ancora in attesa (dopo mesi) di essere registrate dall'Unhcr, non ricevono alcun aiuto materiale, se non qualcosa di sporadico dalle organizzazioni islamiche locali». «Pago per questo deposito 100 dollari al mese. Raccolgo arance per 10 dollari al giorno» (testimonianze raccolta da Gwendoline Debono, inviata di Europe 1 ).

Quando il milionesimo profugo passò la frontiera, il 3 aprile scorso, l'Alto commissariato dell'Onu così si espresse: «Una devastante pietra miliare» (« devastating mile stone »). Devastante per i Libano e i libanesi. «Questo flusso pone dei problemi inimmaginabili al Libano. Certo, i siriani sono delle vittime, ma rischiano di far piombare il Libano nel caos, nella guerra civile» (dal settimanale Amnesty ). «La situazione umanitaria è drammatica» (Maïs Balkhi, coordinatrice in loco di Save The Children). «Il fardello siriano è pesante. Siamo altrettanto stanchi ed esasperati che i rifugiati. Temiamo per il nostro Paese. I furti sono aumentati e non ci sentiamo sicuri. Molte città hanno imposto loro il coprifuoco: dopo le 20 non possono uscire. La paura è che i siriani restino qua per sempre» (Fahrani, funzionario del ministero libanese della Salute).

L'emergenza rifugiati ha portato la tensione alle stelle. I libanesi non reggono più il peso del «fardello» accusando i siriani di togliere a loro il lavoro, aumentando la manodopera di aver fatto dimezzare la media dei salari, di portare al collasso scuole e ospedali. Di contro, i rifugiati siriani denunciano la discriminazione cui sono sottoposti: «La polizia ci sta costantemente addosso», «i libanesi sono dei razzisti».

Oltre al malessere, alla diffidenza, alla fiammata xenofoba, i profughi hanno portato con sé la guerra: non solo gli attentati a Tripoli e a Beirut, sul confine si susseguono gli scontri tra soldati libanesi e miliziani hezbollah, tra libanesi di Al Nusra (affiliato ad Al Qaida) e formazioni dell'Isis. Senza aggiungere il consolidarsi di nuclei dell'Isis e altri gruppi fondamentalisti laddove è più forte la concentrazione di profughi siriani. Quello che per Laura Boldrini sarebbe un esempio da imitare, nella tragica realtà dei fatti è una situazione insostenibile, incontrollabile e ingovernabile. Ciò che ha costretto le autorità libanesi a sbarrare la frontiera con la Siria. Non entra più nessuno.

Quanti immigrati africani ci possiamo permettere?

Livio Caputo


Quanti immigranti  dall’Africa – rifugiati politici e profughi economici – possono essere accolti in Europa senza snaturare la nostra civiltà e il nostro modo di vivere? Se dessimo retta a Papa Francesco, o anche soltanto alla Boldrini e ai suoi troppi seguaci- dovremmo addirittura aprire le porte e accogliere tutti quelli che “inseguono una vita migliore”, lontano non solo dalle guerre ma anche dalla miseria. Ma costoro si rendono conto di quanta gente arriverebbe da noi se si applicassero le loro ricette?

L’Africa è ormai l’unico continente in cui la popolazione continua ad aumentare in maniera esponenziale, con proiezioni che variano ma che fanno tutte rizzare i capelli in testa. Dal momento che le risorse del continente, anche se fossero sfruttate meglio, non saccheggiate dai cinesi e da una classe politica a fronte della quale la nostra è un’assemblea di angioletti, sono limitate, se si seguisse la ricetta dei “buonisti” a riversarsi da noi sarebbero non solo i 500.000 ammassati nei campi della Libia, ma altri milioni e milioni, sempre meno preparati, sempre più provenienti da società diverse dalla nostra, sempre meno assimilabili.

In altre partole, nel giro di due o tre generazioni al massimo, complice anche la nostra inarrestabile crisi demografica, assisteremmo a una “africanizzazione” dell’Europa cui non resisterebbe neppure la corazzata tedesca.Un simile ricambio di popolazione – nel bene e nel male -non sarebbe una novità nella storia dell’umanità; dalla fine dell’impero romano d’Occidente alla “spagnolizzazione” dell’America latina, gli esempi non mancano. Il guaio è che, nel nostro caso, sarebbe un passo indietro: quella che è stata la culla della civiltà mondiale sarebbe gradualmente sommersa da un’ondata di immigranti che, senza voler essere razzisti, sono indietro di alcuni secoli rispetto a noi; e il fatto che molti di loro sarebbero mussulmani non aiuta di certo.

Non voglio passare per razzista, ma ho sempre creduto, con il famoso e molto criticato scienziato americano Janssens, che europei, cinesi, neri, indios delle Ande e quant’altri non fossero eguali. Non so spiegarmi scientificamente il perché, è un compito che lascio agli specialisti del DNA, ma giudico dai risultati. Intendiamoci bene: la “classifica di civiltà”, se vogliamo chiamarla così, dipende da quale è la pietra di paragone. Se questa fosse chi corre più veloce, o gioca meglio a basket, o ha una maggiore resistenza in condizioni di difficoltà, i neri vincerebbero a mani basse. Ma poiché, in questo momento, la pietra di paragone è la capacità di inserimento in una civiltà industriale moderna, essi finiscono ultimi in classifica. Per dimostrarlo, farò soltanto due esempi.

Haiti, quand’era una colonia francese, era considerata la Perla delle Antille e tale era ancora quando, primo Paese dell’America centrale e meridionale,  conquistò l’indipendenza nel 1805. Era abitata quasi esclusivamente da neri, discendenti degli schiavi importati dall’Africa, e dai neri (oltre che dai mulatti) è stata governata e amministrata da allora. Risultato: oggi è il Paese più povero del continente, il recente terremoto ha solo aggravato le cose.

Secondo esempio, lo status della comunità afro-americana negli Stati Uniti. E’ vero che gli afro-americani di oggi sono a loro volta discendenti degli schiavi, ma dal loro affrancamento è passato ormai un secolo e mezzo, la segregazione che vigeva ancora negli Stati del Sud è stata abolita da Kennedy e Johnson e sono state anche promulgate molte leggi per favorirli, nell’accesso alle università e in vari altri settori. Eppure, essi sono rimasti sempre in coda a tutte le classifiche nazionali, economiche, culturali, di obbedienza alla legge, e sono stati superati in tromba da tutti gli altri gruppi etnici arrivati in America dopo di loro, ultimi gli ispanici. Incidentalmente, anche i bianchi  WASP, antichi padroni, stanno per essere soppiantanti in testa ad alcune di queste queste graduatorie dagli asiatici…..

E allora? Allora hanno ragione coloro che sostengono che possiamo, sì, accogliere un certo numero di persone, cercando di assimilarle gradualmente e non ridurle a perenni vu’cumpra, ma dosando le quote con molta attenzione. Chiuderci una fortezza sarebbe materialmente impossibile, e forse non ci converrebbe neppure visto che non facciamo più figli e che, nonostante l’avvento di una industria sempre più robotizzata e meno bisognosa di manodopera, un certo numero di lavoratori manuali è indispensabile. Ma, neppure per carità cristiana, dobbiamo permettere che ci travolgano.