sabato 20 giugno 2015

Google contro il "revenge porn": via i link dalle ricerche


La (fallita) invasione inglese che ha creato l'Afghanistan

- Sab, 20/06/2015 - 09:09
 

 William Dalrymple ricostruisce i motivi futili della guerra ottocentesca, condotta con pressappochismo e persa dall'Impero. Con fonti locali e parallelismi d'attualità


 Nella prima metà dell'Ottocento l'Inghilterra decise di rimettere sul trono dell'Afghanistan un re spodestato, Sha suja, da trent'anni in esilio in India. Shuja era stato l'ultimo sovrano timuri del clan Sadozai che per tutto il XVIII secolo aveva governato un Paese ancora al crocevia tra l'Iran, l'Asia centrale, la Cina e l'Hindustan, prima che il clan Barakzai, guidato da Dost Mohammad, ne prendesse il posto.

  Era successo che quest'ultimo aveva ospitato un ufficiale russo, latore, si diceva, di un'offerta di alleanza da parte dello zar e in quello che le diplomazie coloniali del tempo si divertivano a chiamare «il Grande Gioco» si considerava necessaria una contromossa atta a neutralizzare quell'eventualità. Nessuno, per la verità, sembrava accorgersi che, come recita il finale del Kim kiplinghiano, «il Grande Gioco è concluso quando sono morti tutti.

Non prima». Né molto interesse veniva prestato a cosa sarebbe potuto succedere dopo. Come dirà profeticamente un locale signore della guerra, Mehrab khan di Qalat, all'inviato britannico Alexander Burnes: «Porterete un esercito nel nostro Paese. Ma come pensate di riportarlo fuori?» L'invasione di un'armata britannica di 20mila uomini cominciò dunque avendo per base una minaccia del tutto vaga, quella di un singolo agente russo a Kabul, subito ingigantita, manipolata e trasformata da un gruppo ideologizzato e ambizioso di falchi anglo-indiani, nello spauracchio di una fantomatica invasione russa.

Proseguì in un profluvio di pressappochismo, spocchia, malriposto senso di superiorità: generali troppo grassi, troppo vecchi, da troppi anni lontani da un campo di battaglia; politici e burocrati totalmente digiuni degli usi, dei costumi, dei rapporti di forza del Paese che si accingevano a conquistare; diplomatici e agenti segreti talmente presi dall'idea di fare rapidamente carriera e recitare comunque un ruolo da protagonista, da abbracciare un'aggressione e una re-intronizzazione fino al giorno prima considerate insensate.

Terminò in un disastro: un jihad delle tribù afghane guidate dal sovrano spodestato; l'impossibilità del re-fantoccio messo al suo posto di esercitare la minima autorità, il suo abbandono da parte dell'improvvido alleato, il suo assassinio; la caotica ritirata, attraverso i gelidi passi dell'Hindu-Kush, dell'esercito invasore, tramutatasi alla fine in un massacro; l'umiliazione di quello che era allora l'impero più potente del mondo.

Tutto questo è raccontato da William Dalrymple nel magnifico "Il ritorno di un re" (Adelphi, 638 pagine, 34 euro), ma il valore e l'interesse del libro consiste non tanto nella rievocazione storica in sé, quanto nella duplice prospettiva che la sottende. Da un lato Dalrymple mette in evidenza i parallelismi, non aneddotici, ma sostanziali, con la successiva, disastrosa intromissione dell'Occidente in Afghanistan nel XX secolo: «Centosettant'anni dopo, le stesse rivalità tribali, le stesse battaglie negli stessi luoghi all'ombra di nuove bandiere, nuove ideologie e nuovi burattinai.

Le stesse città erano presidiate da truppe straniere che parlavano la stessa lingua e subivano attacchi dalle stesse colline circostanti e dagli stessi alti passi. In entrambi i casi, gli invasori pensavano di venire, cambiare il regime e andarsene in un paio d'anni. In entrambi i casi invece non sono riusciti a evitare di restare invischiati in un conflitto assai più ampio».

Il secondo aspetto riguarda invece le fonti e getta una luce completamente diversa sul conflitto e le sue ragioni. Dalrymple ribalta l'orientalismo classico della letteratura storiografica di qualità, ovvero l'occhio e il gusto occidentale con cui quella guerra è stata raccontata, e dà spazio al ricco filone delle fonti afghane coeve. Da un libraio di Ju-yi Shir, il mercato dei libri usati nella città vecchia, scopre «diverse biblioteche private appartenenti alle famiglie nobiliari afghane emigrate negli anni Settanta e Ottanta» e fra esse «otto fonti persiane d'epoca sulla Prima guerra anglo-afghana, tutte scritte in Afghanistan durante o all'indomani della sconfitta degli inglesi e mai utilizzate prima, ma pubblicate in molti casi da stamperie persiane in India per il mercato interno nell'imminenza della Grande rivolta del 1857».

Come in un gioco di specchi, qui gli occidentali sono visti «dagli altri» e non secondo l'immagine spesso oleografica con cui hanno raccontato se stessi. Le truppe inglesi si distinguono per crudeltà e lussuria, infidi terroristi che maltrattano le donne; romantici avventurieri il già citato Alexander Burnes, vengono tratteggiati come truffatori, diabolici seduttori maestri di lusinghe e di intrighi, corruttori dei nobili di Kabul… 


Ma nuova è anche la lettura del «fronte interno»: se nella memorialistica britannica i capi della resistenza afghana sono un fronte indifferenziato di traditori barbuti e più o meno fanatici, le nuove fonti danno vita a esseri umani dotati, come scrive Dalrymple, «di una loro sfera emotiva, di opinioni, di motivazioni personali» e consentono di capire come mai molti di essi «scelsero di rischiare la vita e imbracciare le armi contro le forze a prima vista invincibili della Compagnia delle Indie».

Ironia della storia, quella guerra che avrebbe dovuto perpetuare il regno di Kabul come ultimo superstite dell'Impero durrani, situato ai margini di una regione geografica chiamata Khorasan, sanzionò invece «una volta per tutte l'idea di una nazione chiamata Afghanistan, definì i confini del moderno Stato Afghano, cambiò per sempre il volto del Paese».

Cesare Battisti, una fuga lunga più di 30 anni

Corriere della sera

1979: arresto e condanna per il delitto Torregiani

Cesare Battisti è nato a Sermoneta, in provincia di Latina, il 18 dicembre 1954. Verso la fine degli anni ’70 - dopo essere già stato arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e alcuni furti - entra a far parte del gruppo Proletari Armati per il Comunismo (Pac) con cui compie numerose azioni. Il 26 giugno 1979 viene arrestato a Milano e condannato a 13 anni e 5 mesi perché considerato il «mandante» dell’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani, ucciso nel febbraio 1979. 


1981: l’evasione e la fuga a Parigi

Nel 1981 Battisti riesce ad evadere dal carcere di Frosinone, dove sta scontando la pena, grazie a un assalto di terroristi. Inizia la sua latitanza. Prima brevemente a Parigi, poi in Messico, a Puerto Escondido, dove vive con la compagna Laurence (dalla quale si è poi separato) e con la quale ha due figlie. In Messico fonda il giornale «Via Libre», che «trasferirà» poi a Parigi nel 1990. 

 Appena giunto in Francia, nel 1990, Battisti viene arrestato ma, cinque mesi dopo, Parigi nega l’estradizione in Italia. Questo grazie alla «dottrina Mitterrand»: la Francia accordava infatti «ospitalità» ai ricercati della giustizia italiana per crimini legati al terrorismo negli «anni di piombo», in cambio della rinuncia alla violenza. Nel 1997 - ormai diventato un affermato autore di noir per l’editore Gallimard - è uno degli «esuli» dei movimenti politici dell’estrema sinistra italiana - rifugiati in Francia - riuniti nell’associazione «XXI secolo», che chiedono all’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro una soluzione politica «di indulto o di amnistia» dei loro reati. 

1985: la condanna all’ergastolo per 4 omicidi

Battisti è latitante ma intanto, nel 1985, viene condannato all’ergastolo nel processo contro i Pac. La sentenza viene confermata dalla Cassazione nel 1991. La condanna è per vari reati, tra i quali quattro omicidi: quello di Torregiani e del macellaio Lino Sabbadin (militante del Msi), avvenuti entrambi il 16 febbraio 1979, a Milano e Mestre; quello del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978; quello dell’agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978.


2007: l’arresto in Brasile

Nel 2004 Battisti è ancora in Francia. Ma la «dottrina Mitterand» che gli aveva consentito di vivere nel Paese evitando il rimpatrio (e il carcere) ormai è acqua passata. Battisti dunque fugge in Brasile poco prima del pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato francese sull’ok all’estradizione in Italia. Richiesta che lo raggiunge anche in Brasile. Il 18 marzo 2007 Battisti, che afferma di essere innocente, viene arrestato a Rio de Janeiro. Viene subito portato in carcere e la sua vicenda giudiziaria passa alle mani del Supremo Tribunal Federal. 


2009: il Brasile decide che Battisti è un «rifugiato politico»

Dopo un lungo dibattito - e vari passaggi giudiziari - 13 gennaio 2009, il Brasile decide di accordare lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti. Il ministro della giustizia Tarso Genro spiega che per l’ex terrorista in Italia c’è il fondato timore di persecuzione per le sue idee politiche. Inoltre vengono espressi dubbi sulla regolarità del procedimento giudiziario nei suoi confronti. La vicenda non è ancora conclusa. Le tensioni diplomatiche con l’Italia si accentuano. Nel novembre 2010 il Tribunale supremo federale brasiliano dichiara «illegittimo» lo status di rifugiato politico concesso dal governo. Ma contemporaneamente lascia all’allora presidente Luiz Inacio Lula da Silva la parola definitiva sulla decisione dell’estradizione in Italia di Battisti. 

 Nell’ultimo giorno della sua presidenza, il 31 dicembre 2010, Lula annuncia di non voler concedere l’estradizione. L’anno successivo Dilma Roussef, subentrata alla presidenza del Paese, ribadisce quanto deciso dal suo predecessore con una lettera al capo di Stato italiano Napolitano. Il 22 giugno 2011 il Brasile concede all’ex terrorista anche il permesso di soggiorno .


2015: la nuova sentenza, Battisti verso l’espulsione

Cesare Battisti rischia di essere estradato. Un pronunciamento della Corte federale brasiliana annulla infatti lo status di rifugiato politico dell’ex terrorista, considerato dai giudici «uno straniero irregolare sul territorio del Brasile». Il legale di Battisti ha annunciato il ricorso. La vicenda è ancora aperta.



Il cardinale dirottò 30 milioni all’Idi «Ma non diciamo niente al Papa»

Corriere della sera

Una telefonata di Versaldi con Profiti nell’indagine sul crac delle cliniche vaticane. La difesa: «L’invito era di tacere di ciò che ancora non era chiaro neppure ai tecnici»


Tacere al Papa che una somma di 30 milioni dell’ospedale Bambino Gesù proveniente da fondi pubblici italiani sarebbe stata utilizzata per l’acquisizione dell’Idi. Lo suggerisce il cardinal Giuseppe Versaldi, ora prefetto dell’Educazione Cattolica, in una conversazione telefonica con il manager Giuseppe Profiti intercettata nell’ambito dell’inchiesta sul crac della Casa della Divina Provvidenza. Ma il cardinale precisa: «L’incontro con il Santo Padre era finalizzato ad ottenere l’approvazione generale a proseguire su questa linea di salvataggio per arrivare successivamente ad una approvazione circa la soluzione individuata. In questo contesto il mio invito a non entrare nei dettagli tecnici (ancora in discussione) non aveva nessun intenzione di “mentire” al Papa, ma semplicemente di tacere di ciò che ancora non era chiaro neppure ai tecnici». 

«Successivamente sono cadute tutte le ipotesi e si è giunti alla soluzione che di fatto è stata trovata - prosegue il cardinale Versaldi nella nota - proposta ed approvata anche dai Commissari governativi e che, come da atto pubblico documentato (a cui rimando le persone che cercano giustamente la verità nella trasparenza), è consistita in un prestito di 50 milioni di euro erogato dall’Apsa, dopo il consenso avuto dal S. Padre in una udienza successiva a quella a cui si riferisce la telefonata».
Il dialogo
Nella conversazione del 26 febbraio 2014, Versaldi, delegato pontificio per la Congregazione dei Figli dell’Immacolata e allora anche presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, e Profiti, presidente del Bambino Gesù e commissario straordinario della Provincia italiana dei Figli dell’Immacolata, proprietaria dell’Idi, affermano:

Profiti: «Pronto! Ciao don Giuseppe!».
Versaldi: «Ciao. Senti. Ci riceve stasera alle diciannove il Papa».
Profiti: «Ma chi ci?».
Versaldi: «Il Papa».
Profiti: «Aaah! O mio Dio!».
Versaldi: «Tu puoi?».
Profiti: «Io certo! E ci mancherebbe!».
Versaldi: «Bene. Ci troviamo...sì».
Profiti: «Eh! Cosa devo...».
Versaldi: «Passi...».
Profiti: «...dire? Fare? Portare?».
Versaldi: «No. Ma poi introduco io come delegato. E poi tu dici le cose che hai detto ieri sera».
Profiti: «Ah! Cos’è che dovevo saltare? Che me ne sto andando in paranoia?».
Versaldi: «Ma diceva...no! Mi pareva... mi pare no?».
Profiti: «Ah!».
Versaldi: «ehm...ehm...devi tacere che questi trenta milioni ...».
Profiti: «Sì. Sì. Sì. Sull’intervento, sì.».
Versaldi: «Sono stati dati per l’I.d.i. E dire semplicemente che, come ogni anno, oltre ai cinquanta sono stati dati trenta per il Bambino Gesù, senza...ah... ah...una...».
Profiti: «Vincolo di destinazione».
Versaldi: «...una...una...una destinazione, no?».
Profiti: «Ho capito. Ho capito».
Versaldi: «Eh...eh ...».
Profiti: «Sì. Se no bisognerebbe spie...ah! Ecco! Tu dici che è meglio così».
Versaldi: «A meno che Lui sappia, sappia diversamente».
Profiti: ...incomprensibile...
Versaldi: «Possiamo dire così. Poi vediamo».
Profiti: «Sì. Sì. Lo possiamo dire».
Versaldi: «Poi puoi dire che poi è intervenuto il Presidente, sapendo che avevamo queste...ma solo se Lui chiede, no?».
Profiti: «Sì, sì, sì. Se chiede..».
Versaldi: ...incomprensibile...
Profiti: «Beh! In fondo è stato un caldeggiamento, di quello di salvare l’I.d.i, insomma».
Versaldi: «Eh!».
Profiti: «Posso saltare i dettagli tecnici ecco! Del colloquio col Presidente».
Versaldi: «Ecco! Sì! Va bene. Puoi dire che tu... il Presidente per salvare...».
Profiti: «Se te lo chiede però».
Versaldi: «Sì».
I fatti
Nella conversazione, secondo gli inquirenti, si parla del tema da affrontare al cospetto di Papa Francesco che è la destinazione di un fondo di 30 milioni di euro (oltre ad altri 50) in favore dell’Idi, Istituto dermopatico dell’Immacolata, anziché dell’Ospedale Bambino Gesù, del cui Consiglio di amministrazione Profiti era all’epoca presidente. I 30 milioni sarebbero stati assegnati al Bambino Gesù dalla legge di stabilità ma sarebbero stati utilizzati, sempre secondo gli inquirenti, nelle intenzioni di Versaldi e Profiti per un’altra struttura sanitaria, cioè appunto l’Idi, peraltro in Amministrazione Straordinaria e al centro essa stessa di un’altra indagine giudiziaria. Lo scopo sarebbe stato quello di far riacquisire l’Idi, prima di proprietà della provincia italiana dei Figli dell’Immacolata, alla Congregazione religiosa generale, utilizzando per questo fondi provenienti dallo stato italiano.
Le ipotesi
Per la procura di Trani tali risultanze dell’inchiesta sono rilevanti per comprendere il modus operandi utilizzato nel caso dell’Idi che troverebbe un parallelo anche per quanto accertato a proposito della bancarotta delle case di cura pugliesi della Divina Provvidenza, anche qui con Profiti nel presunto ruolo di trait d’union. Nell’inchiesta della procura di Trani, che finora ha portato a dieci misure cautelari tra cui la richiesta di arresto per il senatore Ncd, Antonio Azzollini, il cardinale Versaldi non sarebbe comunque indagato.
La smentita
Ma dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma arriva a stretto giro la smentita: con riferimento alle notizie riguardanti l’inchiesta della Procura di Trani circa le vicende legata all’inchiesta sulle case di cura della Divina Provvidenza, scrive in una nota la direzione, l’Ospedale «smentisce categoricamente che propri fondi di bilancio, meno che mai fondi pubblici, siano stati destinati all’acquisizione dell’Istituto dermopatico dell’Immacolata». «Neanche un euro dell’Ospedale - afferma con risolutezza la nuova presidente Mariella Enoc - risulta distratto dalle attività cliniche, di ricerca o organizzative che riguardano l’Ospedale e i suoi pazienti».
Parla Profiti
«Nessuna somma, di qualunque provenienza pubblica o privata, è stata trasferita dal Bambino Gesù all’Idi, alla Congregazione, alla Fondazione Luigi Maria Monti (Idi) o ad altri soggetti comunque collegati o controllati da questi ultimi». Lo afferma in una nota Giuseppe Profiti, delegato pontificio vicario della Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione (Cfic), a proposito della telefonata intercettata. «L’ammontare di 50 milioni di euro necessari all’operazione sono stati resi disponibili da un finanziamento Apsa e impiegati dalla Cfic per la costituzione del patrimonio della Fondazione Luigi Monti», prosegue Profiti, aggiungendo che «riscontro documentale a quanto sopra è rinvenibile presso il Ministero dello Sviluppo Economico e presso gli Istituti di credito di appoggio della Fondazione Luigi Maria Monti e della Congregazione dove sono stati costituiti i fondi patrimoniali con le risorse provenienti da Apsa e impiegate per l’acquisizione dell’IDI e del San Carlo di Nancy». 

«I contenuti della telefonata intercettata - prosegue Profiti - hanno avuto per oggetto le possibili soluzioni tecniche al problema Idi: dalla vendita del patrimonio immobiliare della Congregazione, al suo impiego come strumento di garanzia presso istituzioni finanziarie italiane o vaticane (Ior e Apsa), sino anche alla possibile pubblicizzazione del patrimonio a fronte di previsione di un finanziamento legislativo straordinario (analogo a quello del Bambino Gesù)». «Tali considerazioni - aggiunge il manager - spiegano i contenuti della telefonata in questione laddove il Cardinal Versaldi, su mia ultima richiesta, invita a non esporre al Santo Padre la soluzione in questione, ed anzi invita a mantenersi sui concetti generali delle opzioni al fine di consentire una valutazione generale sui diversi aspetti dell’operazione. 

Operazione che, come dimostrano gli atti ministeriali, ha visto la Congregazione attenta ad intervenire solo dopo che ben due aste pubbliche di vendita sul mercato sono risultate deserte con il rischio di liquidazione del Gruppo Idi-San Carlo ed il licenziamento dei 1.334 dipendenti e la dispersione di un patrimonio clinico e scientifico di rilievo nazionale e internazionale». «In ultimo, relativamente alle considerazioni espresse a margine dell’intercettazione ed a commento della stessa, riferite all’inchiesta relativa alla Congregazione delle Ancelle della Divina Provvidenza di Bisceglie, preciso - conclude Profiti - che nei 20 mesi trascorsi quale Commissario Vicario della predetta Congregazione non ho mai dato corso ad alcun atto, contratto, intesa o progetto con enti o istituzioni sanitarie, immobiliari, finanziarie vaticane o di altra origine».

19 giugno 2015 | 11:06



Gli amici, i rapporti, la finanza.Tutti gli intrecci del cardinal Versaldi

 Corriere della sera 

di Paolo Conti

La sua replica: non ho mentito al Pontefice, gli evitavo solo i dettagli tecnici. La dichiarazione In una nota fa sapere di «aver già chiarito tutto con i miei superiori»

«Ho già chiarito tutto con i miei superiori...». I suoi superiori, anche il Santo Padre? «Ma sì, mi sembra tutto spiegato...». Il cardinal Giuseppe Versaldi, delegato pontificio per la Congregazione dei Figli dell’Immacolata e - ai tempi delle intercettazioni - potente presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede, e da aprile alla guida della Congregazione per l’educazione cattolica, ha appena diramato una sua nota personale concordata con «i superiori». Ci si aspettava un comunicato della Sala Stampa. Invece, solo alle 18.40, ecco una «dichiarazione». Nei riti vaticani, non è un dettaglio.

Versaldi, 72 anni a luglio, è stato chiamato il 1° aprile da papa Francesco alla guida della Congregazione per l’educazione cattolica. Il suo rapporto con il cardinal Tarcisio Bertone è sempre stato forte: nel 1994 fu lui - da arcivescovo di Vercelli - a nominare Versaldi vicario generale. E fu sempre Bertone, da Segretario di Stato, a chiamarlo il 18 febbraio (nelle frenetiche ore tra le dimissioni di Benedetto XVI e il Conclave che avrebbe eletto Bergoglio) a controllare l’Idi. Bertone si è sempre fidato: organizzò a casa di Versaldi una cena, ai primi di febbraio 2013, per riprendere i rapporti con Ettore Gotti Tedeschi, traumaticamente uscito dallo Ior da nove mesi. Si doveva organizzare un’udienza con Benedetto XVI. Che, pochi giorni dopo, si dimise... Insomma, siamo di fronte a un «bertoniano» che papa Francesco ha preferito vedere ai vertici dell’educazione cattolica, sottraendogli gli Affari economici.

Il cardinale ha fama di uomo di mondo, pratico, abituato alla ribalta mediatica (nell’ottobre 2013, appena sette mesi dopo l’elezione di papa Francesco, partecipò a un dibattito su «Chiesa madre, maestra o lagna?» su Il Foglio di Giuliano Ferrara). Una scrittura anche polemica che svela i suoi studi in psicologia. Il nome del cardinale appare più volte nelle telefonate di Gianstefano Frigerio (condannato a 3 anni e 4 mesi per tangenti negli appalti per l’Expo e Città della salute) nelle intercettazioni del dicembre 2013. La familiarità tra i due è evidente. Frigerio lo definisce «il mio amico ministro delle Finanze lì in Vaticano... ma il cardinal Versaldi non protegge certo i ciellini...». Rappresentato, insomma, come un punto di riferimento in un universo che andava dalla Fininvest alla ex Democrazia Cristiana.

Le ultime intercettazioni consegnano un altro tassello nel ritratto del clima che si respira in Vaticano intorno al Pontefice. La possibilità che qualcuno assai vicino al Santo Padre, con disinvoltura, decida di nascondergli importanti operazioni finanziarie, utilizzando anche fondi italiani. Ma Versaldi, nella sua nota, nega tutto. La telefonata con Profiti risale a quando «erano ancora imprecisate le vie tecniche da seguire» per il salvataggio dell’Idi. Gli incontri tecnici precedenti quello con il Papa «erano serviti a fare alcune ipotesi e il mio mandato era sempre di seguire tutte le vie in accordo con le leggi vaticane e italiane... il mio invito a non entrare nei dettagli tecnici ancora in discussione non aveva nessun a intenzione di “mentire” al Papa ma semplicemente di tacere ciò che ancora non era chiaro neppure ai tecnici». Poi «sono cadute tutte le ipotesi e si è giunti alla soluzione trovata, proposta e approvata anche dai Commissari governativi che, come da atto pubblico documentato è consistita in un prestito di 50 milioni di euro erogato dall’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede, ndr ) dopo il consenso avuto dal Santo Padre in una udienza successiva».

Infine Versaldi rivendica «l’avvenuto salvataggio di 1.334 posti di lavoro che altrimenti erano a forte rischio». Versaldi appare rilassato: «Si, sono sereno. Ci sono atti pubblici». E quel non dire al Papa dei 30 milioni? «Era un invito a non anticipare ipotesi che poi furono scartate perché non andavano bene... Posso capire che simili parole possano apparire come la volontà di nascondere. Ma era solo l’inizio di un processo di discernimento, concluso con un prestito trasparente. C’era una buona intenzione, che non basta, lo so, perché occorre che siano buoni i metodi secondo le leggi italiane e vaticane. E le carte lo dimostrano, infatti c’è stata l’approvazione del Santo Padre...».
20 giugno 2015 | 07:38

Facebook, Instagram e l’amica Pr, la nuova vecchia vita di Corona

La Stampa

Roma, nomade ruba la benzina al distributore, inseguito e picchiato dai dipendenti: salvato dai carabinieri

Il Messaggero



Picchiato, inseguito e una volta raggiunto accerchiato dai dipendenti di una stazione di servizio per non avere pagato dopo avere fatto il pieno al distributore. È quanto accaduto stamani a Roma a un nomade.

L'uomo è stato rincorso dai dipendenti della stazione di servizio per qualche centinaio di metri e poi bloccato. Una pattuglia dei carabinieri che transitava lungo la strada ha notato il parapiglia ed è intervenuta. Il nomade, medicato sul posto dagli operatori del 118, è stato poi portato in caserma e la sua posizione è al vaglio. Da una prima ricostruzione, sembra che intorno alle 12 il nomade del campo di Casal Lumbroso si sia fermato alla pompa di benzina nei pressi della Circonvallazione Nomentana per fare rifornimento al suo furgone, ma quando è arrivato il momento di pagare ha detto che non aveva soldi.

Immediata la reazione di uno dei dipendenti che gli avrebbe dato un pugno. Così, per lo spavento, il nomade ha ingranato la marcia ed è scappato. Ma i lavoratori del distributore lo avrebbero inseguito fino a bloccarlo in una strada nei pressi di viale XXI Aprile. Lì è stato accerchiato e c'è stato un parapiglia. A notare la scena una pattuglia dei carabinieri della stazione di piazza Bologna che è intervenuta. Nella fuga il nomade avrebbe danneggiato alcune auto.



COMMENTA LA NOTIZIA

09:03:56, 2015-06-20
La violenza non serve mai però un po' di paura anche per i nomadi che tengono in scacco la città forse li aiuta a pensare. La prossima volta il benzinaio i soldi se li farà dare in anticipo. Comunque ogni giorno leggiamo solo di episodi di violenza. La misura è colma e non si ha quasi mai la sensazione che la giustizia sia fatta.

08:41:59, 2015-06-20
Mi domando il perché è fuggito senza pagare e mi sono risposta che non ha pagato xche non gli avevano pulito il vetro dopo il pieno e poi non riteneva che dovesse gia che a loro tutto è GRATIS
06:57:45, 2015-06-20
Gli e' andata bene e adesso scommetto che gli daranno anche un premio,specialmente nella sua comunita'. Non dimentico mai un'intercettazione telefonica fatta ad un loro amico in Romania "Venite...Venite in Italia,qui si puo' rubare".Questa e' la considerazione che abbiamo da parte di questi cialtroni.
03:59:26, 2015-06-20
Buonasera a tutti io sono stato vittima di questo zingaro che scappava x tutta piazza Bologna investendo la mia macchina con mio figlio a bordo di otto anni è uno schifo chi li difende questi sono parassiti dellA nostra società. Basta via i rom dall'Italia, rubano sporcano nella nostra terra Italia è ancora lo stato non interviene, oggi a causa di questa persona si è bloccata la strada x tre ore circa 80 forze dell'ordine e noi paghiamo, la figlia e La moglie sono spariti, io vi dico una cosa mio figlio è ancora spaventato otto anni mi ha detto papà andiamo via dall'Italia, inoltre mi ha fatto un danno a la macchina di più di 4 mi là euro.
21:13:25, 2015-06-19
un grazie alle forze dell'ordine,ma la prossima volta mettessero la retromarcia,e' ora di finirla,siamo stufi di farci mettere i piedi in testa da persone che non sanno nemmeno che cosa e' l'italia e cosa sono stati gli antichi Romani.

Assolto dopo cinque anni per aver rubato quattro pomodori in un market

La Stampa
nicola pinna

L’odissea di un marittimo sardo: nel 2010 tirò dritto davanti alla cassa del supermercato, oggi la sentenza «per la particolare tenuità del fatto»


I quattro pomodori che gli servivano per preparare il sugo gli sarebbero costati a malapena un euro e venticinque centesimi. Ma quel pomeriggio di luglio (anno 2010) un marittimo di La Maddalena davanti alla cassa del supermercato tirò dritto, senza fermarsi a pagare. Ha sempre ripetuto che aveva fretta per andare al lavoro, che c’era troppa gente in fila e che sarebbe tornato a pagare più tardi. Ma le giustificazioni non sono bastate.

Perché la titolare del market l’ha denunciato ai carabinieri e per cinque lunghi anni lui si è ritrovato addosso l’accusa di furto aggravato. Il processo, di fronte al giudice del tribunale di Tempio, si è concluso oggi con un’assoluzione che fa molto riflettere. La motivazione della sentenza dice tutto: «Assolto per la particolare tenuità del fatto».

Insomma, fa intendere il giudice, quel procedimento penale poteva essere bloccato già molto tempo fa. Invece si è svolto tutto secondo le rigide regole del codice di procedura penale: comunicazione di notizia di reato, registro degli indagati, avviso di garanzie, difensore, notifiche, fascicolo, udienze e tanto tempo perso. Di fronte al giudice Marco Contu, questa mattina anche il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione e così il marittimo di La Maddalena si è scrollato di dosso l’accusa di essere un ladro. «Il mio cliente ha addirittura pagato – spiega l’avvocato Giacomo Serra – È tornato di pomeriggio, come aveva promesso, ma la commessa non ha riferito alla titolare che l’indomani ha presentato la querela». A conti fatti e processo concluso, la proprietaria del market della cittadina ci ha soltanto rimesso un cliente. 

Beppe Grillo: "Il Vaticano va spostato ad Avignone"

Gli immigrati? Bruciarli vivi o rimpatriarli” Commenti razzisti del dirigente della Polfer

La Stampa

Gli insulti pubblicati sulla pagina Facebook del funzionario della polizia ferroviaria

«Gli immigrati? Bruciarli vivi o rimpatriarli». E ancora: «Mi manca Hitler». E poi: «Contro i campi rom la ruspa è l’unica soluzione». Sono di questo tenore i commenti pubblicati dal profilo Facebook del sostituto commissario Gioacchino Lunetto. A scovare le frasi dell’attuale dirigente della polizia ferroviaria (Polfer) a Catania il quotidiano regionale siciliano MeridioNews.

Il profilo Facebook di Lunetto, già consigliere comunale ad Aci Sant’Antonio, in questo momento non è più raggiungibile.

Lunetto, riporta MeridioNews (che ha potuto fare una fotogalleria quando il profilo Facebook era ancora attivo, ndr), non se la prende solo con i migranti. Ma con l’intera classe politica. I parlamentari? Gente che dovrebbe essere «sgozzata. Scusate la rudezza - dice - ma non riesco più a sopportarli. Fanno proprio schifo, altro che onorevoli. Sono solo dei ladri aggregati al parlamento italiano». Non mancano dei post contro il presidente del Consiglio Matteo Renzi - definito «truffatore» - e il Partito democratico. 

Cesare Battisti annuncia la nozze con la fidanzata brasiliana

La Stampa

L’ex terrorista condannato all’ergastolo sposerà Joice Lima il prossimo 27 giugno


Cesare Battisti si sposa. L’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo (Pac) condannato all’ergastolo in via definitiva in Italia per quattro omicidi commessi durante gli anni di piombo (ma mai estradato dal Brasile) ha annunciato che sposerà la sua fidanzata brasiliana, Joice Lima, il prossimo 27 giugno.

La cerimonia avrà luogo a Cananeia, sul litorale di San Paolo. Testimone per lo sposo sarà Eduardo Suplicy, attuale responsabile per i diritti umani di San Paolo nonché amico personale di lunga data dell’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, che negò l’estradizione in Italia e concesse lo status di rifugiato politico all’ex terrorista.