giovedì 18 giugno 2015

Le 9 cose che è meglio non fare se sei afroamericano

La Stampa


Potenziali criminali, così sono considerati molti afroamericani per il solo fatto di partecipare a una festa in piscina o di camminare per la strada. Danielle Belton, blogger di The Root, il più seguito sito di Black Opinion d’America, ha stilato una lista di cose che è meglio non fare, se sei nero. Sono nove, ve le sintetizziamo.

Parlare ad alta voce
Alcune persone parlano ad alta voce, e alcune delle persone che parlano ad alta voce sono nere. Ma se una persona qualsiasi parla ad alta voce o urla è considerata al massimo un fastidio, quando la persona in questione è di colore diventa una minaccia, o comunque un fatto sinistro. Se siete fortunati qualcuno vi darà una botta sulla spalla, se siete sfortunati qualcuno chiamerà la polizia perché magari pregate a voce troppo alta o esultate in modo esagerato. La cosa peggiore che vi possa accadere è essere uccisi: è successo a un adolescente della Florida, Jordan Davis, ucciso da Michael Dunn per il volume della musica troppo alto.

Guidare belle macchine  
Insospettisce, sia che sei un afroamericano povero, sia che sei un afroamericano ricco. Lo dimostra il caso di Chris Rock, regista e sceneggiatore piuttosto famoso, che ha tenuto il conto di tutte le volte che è stato fermato dalla polizia mentre era alla guida della sua auto scattando dei selfie che ha poi inviato sui suoi social account. In sette settimane è stato fermato tre volte, ed è un volto noto. Pensate gli altri.

Andare in bicicletta
In genere si può usare una bicicletta per andare da un punto A a un punto B, ma stando a un report del Tampa Bay Times, se sei un afroamericano e sei in sella a una bicicletta, puoi incorrere in molti guai, in particolare essere fermato dalla polizia e vederti imputare multe salatissime.

Camminare  
Tanta gente cammina, ma per un afroamericano significa aumentare le possibilità di essere molestato dalle autorità. Un uomo a Beverly Hills è stato ammanettato perché camminava a passo svelto per mettere i soldi nel parchimetro. Un altro, settantenne, perché stava camminando con una mazza da golf (stava andando a giocare). Fino al caso della Florida, in cui un uomo è stato arrestato perché camminava sul lato sbagliato della strada. Erano tutti neri.

Andare in un centro commerciale  
I crimini di cui vengono maggiormente accusati gli adolescenti afroamericani nei pressi di un centro commerciale. Non è un caso che la tipica storia che circola tra i ragazzi afroamericani - dal titolo “Il party interrotto dalla polizia” - narri di quando “sono stato multato e preso a claci fuori dal centro commerciale”.

Aspettare l’autobus
Tre giocatori di basket adolescenti della Edison Tech High School di Rochester, New York sono stati arrestati per condotta disordinata mentre attendevano con i loro compagni di squadra un autobus. Mentre erano ammanettati, il loro allenatore è arrivato e ha cercato di difenderli, ma anche lui è stato minacciato di arresto.

Avere un incidente d’auto e chiedere aiuto  
Due casi per tutti: quello di Renisha McBride, diciannovenne di Detroit uccisa mentre cercava aiuto in stato confusionale dopo aver avuto un incidente d’auto dal proprietario di una casa che l’ha scambiata per una poco di buono. E quello di Jonathan Ferrell, ucciso dalla polizia che era stata chiamata da un inquilino alla cui porta Farrell aveva bussato per chiedere aiuto.

Dare una festa  
Se sei a una festa, sia essa tranquilla o meno, la possibilità di avere la festa interrotta dalla polizia aumenta se i partecipanti sono neri. Ogni adolescente nero cresce con la convinzione che dare una festa equivalga a mettersi in pericolo di arresto.

Giocare con pistole giocattolo
Diversi studi sostengono che gli adolescenti afroamericani vengono spesso considerati più grandi e più minacciosi dei loro coetanei bianchi. Un ragazzino nero di 12 anni che gioca con una pistola giocattolo è percepito come un pericolo pubblico. Nelle famiglie più attente, non si regalano armi giocattolo ai propri figli, anche se a loro piacciono, perché si è consapevoli che significa metterli a rischio di essere uccisi, come è capitato a John Crawford e Tamir Rice, in Ohio.

Per Greenpeace non serve boicottare la Nutella

La Stampa

Gli ambientalisti difendono Ferrero: «L’azienda sostiene il progetto del Palm Oil Innovation Group»

 Foto Flickr/Brian Cantoni

 «Il boicottaggio indiscriminato della Nutella non serve assolutamente a nulla». Parola di Greenpeace, che entra nella polemica scatenata dalle parole del ministro dell’ecologia francese, Ségolène Royal, che ha dichiarato pubblicamente che non si dovrebbe mangiare più Nutella «perché contiene olio di palma», per poi ritirare tutto dopo una pioggia di critiche. Non ultime quelle del ministro dell’ambiente italiano, che ha parlato di «frasi sconcertanti».

«Le palme da olio hanno preso il posto degli alberi causando un danno enorme all’ambiente», sostiene la Royal, ignorando probabilmente che la Ferrero è una delle aziende che sostiene il progetto del Palm Oil Innovation Group, oltre ad essere uno dei primi gruppi che è riuscito a sostituire l’olio di palma utilizzato nella sua filiera con quello certificato dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil.

A ricordare tutti questi particolari al ministro Royal non è l’azienda di Alba ma la sigla ambientalista, che su Quartz si è espressa chiaramente contro il boicottaggio della Nutella, che «non servirebbe a risolvere il problema» e anzi danneggerebbe «una delle aziende più progressiste sul fronte della tutela dei consumatori».

Arrestato ad Amman la mente dell’ attentato del 1982 contro ristorante ebraico di Parigi

La Stampa


Fece sei vittime e 22 feriti, fu l’attacco più sanguinoso di una serie di azioni contro obiettivi ebraici in Europa


Le forze di sicurezza giordane hanno arrestato ad Amman Souhaur Mouhamad Hassan Khalil al-Abbassi, considerate il regista dell’attentato del 9 agosto 1982 contro il ristorante ebraico “Jo Goldenberg” che fece sei vittime e 22 feriti. Si trattò dell’attacco più sanguinoso di una serie di azioni contro obiettivi ebraici in Europa, da Vienna a Roma, che vennero attribuiti all’epoca a gruppi palestinesi incluso Abu Nidal.

In marzo la magistratura francese aveva emesso dei mandati di cattura contro persone sospettate di aver partecipato all’attentato di Parigi - residenti in Norvegia, Giordania e Cisgiordania - ed Amman è la prima a prendere i conseguenti provvedimenti. Al-Abbassi, oggi 62 anni, è considerato un ex dirigente di Abu Nidal, morto in Iraq nel 2002. La Francia ha chiesto l’estradizione alla Giordania.

Nello stesso 1982, il 9 ottobre, avvenne l’attentato ala sinagoga di Roma, in cui morì il piccolo Stefano Taché, e l’unico terrorista condannato, il giordano Osama Abdel al-Zomar, è latitante dal 1983, quando la Grecia lo espulse verso la Libia. L’Italia potrebbe avere interesse a interrogare Souhaur Mouhamad Hassan Khalil al-Abbassi per verificare se dispone di informazioni sulla sorte di Al Zomar.


Corea, al confine tra Nord e Sud

Corriere della sera
di Corinna De Cesare


«È l’unico uomo grasso di tutta la Corea. Ha distrutto qualsiasi cosa con il potere militare e alle uniche aziende rimaste in piedi dall’altra parte del confine fa pagare il 40% di tasse sul fatturato». Sp Hong nasconde i suoi 58 anni dietro un fisico asciutto, gli occhialini rettangolari da ex impiegato e quei folti capelli neri uguali a quelli di Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano 26 anni più giovane di lui. È proprio a Kim Jong-un che Hong si riferisce quando comincia a parlare con il microfono in mano, a bordo del pullman che ospita una ventina di turisti e che ogni giorno fa avanti e indietro da Seoul per condurre i visitatori al confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. Da cinque anni il signor Hong fa la guida dopo aver lavorato per una vita nell’ufficio marketing di un’azienda di Seoul.

Sp Hong, 58 anni, guida turistica

Si era stancato della routine e ora mostra felice mappe ai turisti, spiega dettagli sui palazzi reali che si intravedono dai finestrini del bus, scherza sulla corporatura robusta del trentenne padre padrone di Pyongyang in un viaggio di un’oretta che dalla capitale porta ogni mese circa 500 visitatori tra Sud e Nord. Arrivano dagli Stati Uniti, Europa, Sud est asiatico e non vogliono assolutamente perdersi gli itinerari turistici di guerra pubblicizzati da alcune brochure nelle agenzie turistiche della capitale con tanto di prezzi e dettagli sulle visite guidate. Si va da un minimo di 46 mila won (circa 37 euro) per un tour di mezza giornata fino a un massimo di 66 mila won per una gita più approfondita che arriva fino alla DMZ, demilitarized zone, la zona demilitarizzata di una guerra che non è mai finita.

La «bad sister»

«Quando si parla di Corea, a voi turisti interessa solo la nostra bad sister» si lamenta un negoziante seduto dietro il suo bancone pieno di souvenir a Dongdaemun Market. E così, da tempo, il 38esimo parallelo, confine artificiale che determinata la divisione della penisola coreana tra Sud e Nord, è diventato una tappa obbligata per i 14 milioni e 40 mila turisti che visitano ogni anno il Sud. E che sono attratti da questa striscia larga quattro chilometri e lunga 280 che taglia in due il paese partendo dal mare dell’Est fino ad arrivare al mar Giallo. Dove sono appostati sia da un lato che dall’altro sentinelle e soldati di entrambi gli schieramenti.

Il signor Hong spiega che arrivare fino alla Dmz questa volta non sarà possibile, il paese è in allarme per la Mers, la sindrome respiratoria mediorientale. E gli accessi ad alcune zone, compresa quella di confine, sono stati per precauzione bloccati. «È davvero un peccato» si lamenta una coppia che arriva dalla Repubblica Ceca. Si accontentano di fare foto a un check point sulla strada verso il distretto di Ganghwa, oltre alla visita dell’osservatorio dell’unificazione immerso nelle risaie coreane e circondato da filo spinato. «Siamo a due chilometri dal confine – dettaglia entusiasta al gruppetto di turisti il signor Hong –. Se guardate nei binocoli potete vedere cosa succede dall’altra parte della Corea». Una ragazza del Michigan con un grosso cappello a falda larga chiama a voce alta l’amica: «Vieni, vieni a vedere, c’è un pescatore».

Meridiani, il bimestrale di viaggi e turismo, per la prima volta in più di 25 anni ha pubblicato un numero monografico sulla Corea del Sud. Tra gli approfondimenti ce n’è uno in particolare proprio sulla zona a ridosso della frontiera, quella inaccessibile anche ai tour guidati, una terra di nessuno dove si trovano ancora mine antiuomo. Un’area che si è trasformata negli ultimi 50 anni in una vera e propria riserva naturale con 45 tipi di anfibi e rettili, un migliaio di insetti, oltre 1600 piante vascolari, il leopardo dell’Amur, la rana dorata coreana e alcuni esemplari di tigre siberiana.

«È un altro miracolo del fiume Han» commenta scherzando Hong mentre racconta dell’oasi al suo gruppo di visitatori. È così che i coreani parlano del balzo economico del paese degli ultimi anni, arrivato ormai a occupare il 13esimo posto tra le economie mondiali, subito dopo l’Italia. Il fiume Han è sempre stato importante per i coreani, sin dai tempi della dinastia Joseon, ed è per questo che viene usato come metafora di rinascita. Rinascita che vuol dire anche ricchezza se si guardano i dati che parlano di un Pil previsto nel 2015 a 1.530 miliardi di dollari e un tasso di disoccupazione al 2,9%, molto più basso della Germania.

Dai piedi nudi alla banda larga

«From barefoot to broadband» ha scritto l’Economist a proposito dei coreani, ossia dai piedi nudi alla banda larga. Ma di questo paese di cui ormai tutto il mondo possiede televisori e telefonini (Lg, Samsung), auto (Kia, Hyundai) e che è stato inserito al 32esimo posto tra i migliori posti al mondo in cui fare business secondo Forbes (l’Italia è al 38esimo), si sa molto poco. «Paese molto povero appena mezzo secolo fa – ha scritto Andrea Goldstein, economista dell’OCSE ed esperto di economie emergenti – la Corea è ormai parecchio ricca. Al di là delle cifre, peraltro impressionanti, sono importanti le percezioni.

Per i miei genitori, il termine Corea evoca ancora la guerra che fece circa due milioni di vittime nel 1953-54, i 150 mila orfani che vennero adottati in Occidente e le periferie del miracolo economico. Per i loro nipoti – ha aggiunto – la realtà odierna è fatta di condizioni materiali di vita ormai simili a quelle dell’Europa e prodotti che, dai telefonini alle macchine, senza dimenticare gli invisibili semi-conduttori di cui la Corea ha la leadership mondiale, sono usati quotidianamente da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo». Non solo: la Corea è il primo paese al mondo per connessioni internet a banda larga nelle abitazioni, primo nella cantieristica navale, nella produzione di schermi LCD, secondo produttore di cellulari, quinto nel settore automotive e primo per livello di istruzione.


Non è un caso che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama abbia esortato più volte gli americani a seguire l’esempio coreano dove il 98% dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni è laureato. Nel 2011 Obama è tornato a citare la Corea, come una nazione in cui gli insegnanti sono considerati pilastri della società, rispetto che vorrebbe veder rinascere negli Stati Uniti.

La scuola dei miracoli

«Sai cosa si dice qui da noi? – spiega ancora Hong nel tragitto di rientro a Seoul – che le uniche differenza tra umani e animali sono l’educazione, il lavoro e lo studio». È per questo che una volta conquistata l’indipendenza dai giapponesi, il governo coreano ha incluso lo studio tra i diritti fondamentali della Costituzione del 1948. Un paese «ossessionato dal successo scolastico» ha scritto di recente il Washington Post. Perché lo stress del sistema di istruzione è considerato tutt’oggi una delle cause dell’alto tasso di suicidi che si registra in Corea, il più elevato tra i Paesi Ocse: 40 suicidi al giorno e 29,1 casi ogni 100 mila abitanti. Tanto che il governo, nel 2012, è stato costretto a organizzare delle ronde contro gli “hagwon” fino a tarda sera.

Ossia gli istituti privati a cui le famiglie affidano i loro ragazzi per le ripetizioni dopo la scuola: il ministero aveva deciso di sguinzagliare degli ispettori per scovare i ragazzi che studiavano anche dopo le dieci di sera per dire loro di smettere. Qualche mese fa Seoul è finita su tutti i giornali internazionali per le app anti-suicidio da far scaricare sugli smartphone ai ragazzi. Un’applicazione che, in caso di presenza reiterata di parole legate al suicidio, manda un sms di allerta ai genitori degli adolescenti: «Il suicidio dei giovani è diventato un problema sociale che necessità di misure preventive sistematiche e ambiziose», ha detto il ministero dell’Educazione Hwang, Woo Yea. Gli studenti si preparano al college in maniera ossessiva tant’è che secondo Goldstein «tra i miti che circondano i successi asiatici degli ultimi vent’anni, quello della dedizione di tutto un paese all’educazione è sicuramente vero».

Il boom economico

Per alcuni il miracolo economico coreano è proprio legato al sistema di istruzione, al secondo posto su 50 paesi in tutto il mondo secondo una classifica realizzata dall’Economist Intelligence Unit per la multinazionale dell’educazione Pearson. La Corea è stata tra gli unici tre paesi Ocse con Pil positivo nel 2009 e ha continuato a crescere fino ad arrivare a un +3,3% nel 2014 (nel grafico il Pil 2014 in miliardi di dollari).  Secondo le proiezioni dell’economista Giuseppe Nicoletti nel 2060 i coreani, che attualmente hanno un reddito pro capite più o meno identico agli italiani, ci avranno abbondantemente distanziato, saranno il 20% più ricchi dei francesi e talloneranno i giapponesi (OECD 2012). Non sembra avere alcun dubbio il New York Times che qualche giorno fa ha pubblicato un pezzo che esortava la Silicon Valley a prendere esempio da Seoul. «È in un certo senso la più vicina rivale della Valley. Gli investitori americani stanno cominciando a prendere piede da quelle parti, investendo capitale al di là del Pacifico». Google, tanto per fare un esempio, ha scelto proprio la capitale sudcoreana per uno dei suoi campus fuori dall’Europa.

«Ma ci sono degli aspetti che non sono ancora così evoluti come sembrano – spiega Fabio Costa, 35enne di Torino che vive ormai da anni a Seoul dove lavora come global strategist di Samsung -. Non esagero se dico che l’80% del Pil coreano è fatto da quattro, cinque aziende. Se hai una startup qui ti scontri con dei giganti. Ora cominciano ad arrivare alcuni fondi pubblici e investimenti ma sono ancora pochi. La Silicon Valley attrae talenti, la Corea ne ha molti autoctoni ma sono timidi, sono poco portati ad esporsi, si fanno poco avanti. Guarda le macchine che vanno in giro per Seoul, sono tutte nere e grigie. Non ne troverai mai una rossa, perchè la testa che spunta dal mucchio qui tendono a ributtarla giù».

La presidente

Park Geun-hye, la presidente della Corea del Sud, figlia di Park Chung-hee che salì al potere con un colpo di Stato nel 1961 e rimase in carica fino al suo assassinio nel ’79, sta cercando di cambiare l’immagine che il mondo ha del suo paese. Prima donna nella storia coreana a ricoprire questo ruolo, appena ha vinto le elezioni ha chiesto scusa per i crimini commessi dal padre e ha più volte ribadito di voler creare un parco della pace nella zona demilitarizzata tra Sud e Nord. Ma proprio qualche giorno fa è stata pubblicata una sua insolita fotografia mentre assiste a un test di un missile capace di raggiungere tutto il territorio della Corea del Nord. Geun-hye ha stretto ancora di più i rapporti con gli Stati Uniti, mentre dall’altro lato il dittatore Kim Jong-un vanta una controversa e altalenante vicinanza con la Cina.

Ma è proprio da questo contesto, tra minacce di missili e storie che rasentano il surreale fatte circolare ad arte dai servizi segreti sudcoreani, che i turisti sono attratti: «Non credo che il conflitto penalizzi il nostro flusso di visitatori, tutt’altro -precisa Kim Jongdeok il ministro della cultura e del turismo di Seoul – tante persone vengono appositamente per vedere la Dmz zone, ad esempio. Ora ci aspettiamo un effetto Expo, dopo la nostra partecipazione all’esposizione universale di Milano. Giá nel 2014 i turisti europei sono aumentati del 25% rispetto all’anno precedente, stiamo lavorando per attirarne ancora di più». Le aziende straniere invece, comprese quelle italiane, sono continuamente attratte dai numeri dell’economia sudcoreana.

Gli scambi commerciali con l’Italia

«Sono una sessantina oggi le imprese italiane in Corea – spiega Nicolas Picato, presidente della camera di commercio italiana a Seoul – ma più che aumentare di numero, hanno incrementato velocemente i volumi degli scambi commerciali». Dopo il Free Trade Agreement, l’accordo di libero scambio, la bilancia commerciale tra Ue e Corea ha segnato un +10 miliardi. Secondo il ministero dello Sviluppo economico invece l’interscambio con l’Italia è arrivato nel 2013 a quota 6 miliardi e nella prima metà del 2014 ha segnato 4,2 miliardi (+5,5%). «Oggi c’è meno paura della Corea – aggiunge Picato – il clima professionale è molto più aperto rispetto al passato, è diventato più facile e più chiaro aprire una societá ma sull’import export ci sono ancora diverse barriere non tariffarie che ostacolano il business». Come conferma Sebastiano Giangregorio, chef executive del Lotte Hotel di Seoul – noi italiani siamo i numeri uno per gli insaccati ma qui non possiamo importarli per questioni sanitarie.

Il maiale lo possiamo importare solo con alcune specifiche, la mozzarella solo con latte pastorizzato. È un’assurdità». «I coreani – aggiunge Picato – sono attratti per lo più dal design, dal fashion e dalle macchine industriali italiane. Sono sempre di più ad esempio i seminari che organizziamo per far arrivare qui le tecniche di trasformazione del cuoio che si usano in Italia, ad esempio. In passato ci sono stati scambi formativi e  professionali. La Corea sta diventando sempre più aperta ad apprendere tecniche e professioni dall’estero ma quando qui arrivano gli stranieri non è esattamente la stessa cosa. Il governo si sforza di attrarre investimenti esteri ma poi tra i coreani c’è un sentimento anti straniero crescente. Un esempio? L’Ikea è arrivata a Seoul con il primo store a fine 2014. E le assicuro che per loro non è stato affatto semplice».


La segretaria di Marino dorme alla riunione per i quartieri allagati

Armiamoci o finiremo come il capotreno

Nicolò Petrali


Se avesse avuto una pistola, il capotreno aggredito la notte scorsa a colpi di machete da una banda di ragazzi sudamericani, avrebbe ancora il suo braccio. Dicano quel che vogliono i benpensanti radical-chic, la verità sappiamo tutti qual è: là fuori è una giungla e la sua legge non ammette deroghe. Vince il più forte. A noi non resta che scegliere da che lato della catena alimentare vogliamo stare. 
 
Si può decidere di porgere l’altro braccio perché si confida in una giustizia ultraterrena, si può provare a tirar fuori il cellulare e allertare le forze dell’ordine (sperando di essere più veloce tu a comporre il numero e a chiedere aiuto del pazzo che hai di fronte a colpirti col machete) nella speranza che ti soccorrano in tempo oppure – soluzione che da noi non  è contemplata – si estrae un arma e si fa fuoco. Al netto di caratteristiche caratteriali soggettive (non tutti, nemmeno in condizioni di estremo pericolo, avrebbero il fegato di premere il grilletto), la terza via è certamente preferibile. 

“Non ci si fa giustizia da soli, sarebbe il far west”, sentiamo spesso dire. Eppure a me sembra molto più democratico il vecchio west rispetto all’Italia di oggi. In un duello i cowboy avevano esattamente le stesse probabilità di sopravvivenza che avevano i fuorilegge. 50% e 50%. A far la differenza erano solo destrezza e mira. Nel caso del capotreno invece direi che le odds erano nettamente a suo sfavore. Almeno un 99% a 1%, dove quell’uno rappresenta il remoto caso in cui un agente di polizia passasse in quel preciso luogo in quel preciso momento.

Purtroppo però l’Italia non è l’America. Noi dobbiamo continuare a giocarci queste mani dove sappiamo già che perderemo. La mentalità socialista e antidemocratica tipicamente europea ci ha convinto che l’unica entità legittimata ad avere il monopolio della forza sia lo Stato. Gli americani, invece, memori di Re Giorgio e di che cosa significhi delegare questa fondamentale questione allo Stato, preferiscono concedere a tutti la possibilità di difendersi. Il principio è semplice: se a una minaccia ne corrisponde un’altra uguale e contraria è più difficile che qualcuno scelga di rompere l’equilibrio. 

 Persino lo Stato avrebbe meno interesse a rompere un patto sociale equilibrato. E nel caso in cui qualcuno decidesse di farlo lo stesso, la partita si giocherebbe comunque alla pari. E allora, invece di chiedere ai nostri governanti ulteriori leggi che comunque non verrebbero applicate, spingiamo perché le categorie a rischio abbiano la possibilità di armarsi. Sarebbe un primo passo verso un paese finalmente liberale e democratico.


P.s. Per chi se lo dovesse chiedere, non sono legato in alcun modo a fantomatiche lobby di armi, non sono un politico dunque non cerco consenso e non percepisco denaro per questi articoli. Quindi, nel caso, datemi semplicemente del fuori di testa.

Immigrati: Francia e Germania ridono in faccia ad Alfano

Così il ministro dell'Interno si è dovuto rimangiare il delirante "piano B" che avrebbe dovuto risolvere la questione immigrati
 Una nave tedesca ieri ha scaricato sulle coste calabresi altri 544 clandestini recuperati in mare aperto. Misteri del diritto internazionale e di accordi capestro che stanno riducendo il Mezzogiorno, e l'Italia tutta, a un immenso campo profughi. Ma colpa anche della debolezza e poca autorevolezza di questo governo che ieri si è manifestata in tutta la sua drammaticità al termine dell'incontro in Lussemburgo tra i ministri degli Interni dei principali paesi europei.

Quando Alfano, davanti a telecamere e giornalisti, ha smentito che il famoso «piano B» dell'Italia prevedesse la concessione di permessi di soggiorno temporanei a tutti gli immigrati in modo da permettere loro la libera circolazione in Europa, il suo collega francese Bernard Cazeneuve e quello tedesco Thomas De Maiziere si sono messi a ridergli in faccia davanti a tutti. Una foto non rende bene l'idea, vi consiglio di vedere il filmato sul nostro sito internet. Sono immagini davvero imbarazzanti.

Penso che il nostro giudizio su Alfano sia chiaro e credo che ieri il ministro si sia dovuto rimangiare un piano delirante, figlio dello stato confusionale del suo governo. Ma questa volta ha tutta la nostra solidarietà. Di fronte ai sorrisini, l'unica risposta seria sarebbe quella di impedire l'attracco di navi francesi e tedesche con i loro carichi di clandestini nei nostri porti, oppure ammassare gli sbandati alle frontiere di Ventimiglia e del Brennero dotandoli tutti proprio di quel permesso temporaneo di libera circolazione europea che fa tremare Parigi e Berlino.

 Che avranno da ridere 'sti tedeschi e francesi lo sanno solo loro: con la guerra a Gheddafi hanno trasformato la Libia in un pantano-polveriera, hanno affamato la Grecia che ora rischia di trascinarci tutti a fondo, con le sanzioni hanno riaperto una tragica guerra fredda con la Russia, e non contenti ora vogliono distruggere quel che resta dell'Italia. Se invece che col sindaco Marino, Renzi alzasse la voce con questi signori, forse le cose andrebbero un po' meglio.

Bergoglio e pregiudizio

La Stampa


Gli eventi sono talmente enormi che anche la soluzione migliore sembra minuscola. Figurarsi quelle meschine, spesso grottesche. Salvini polemizza col Papa sui migranti e già trovare quei due dentro lo stesso titolo infonde un senso surreale di straniamento: come abbinare Einstein al Mago Oronzo. Ma è un po’ tutto il meccanismo della comunicazione a essere uscito dai gangheri. Nella sua invettiva contro Roma zozzona, l’untorello Beppe Grillo - ormai la vera zavorra del suo movimento - cita i clandestini accanto ai topi e alla spazzatura tra i possibili portatori di epidemie. 

Nemmeno i sudisti di «Via col vento» osavano parlare così degli schiavi che affollavano le loro piantagioni di cotone. E il governo ungherese? Per anni ha chiesto a gran voce il proprio ingresso in Europa. Ma ora che lo ha ottenuto decide di alzare un muro lungo il confine con la Serbia per impedire agli altri di entrare. Minacce di peste, fortezze assediate: uno scenario da Medioevo moderno, immortalato dalle immagini dei profughi aggrappati agli scogli della Costa Azzurra come gabbiani stanchi, con il mare intorno e gli yacht dei ricchi sullo sfondo.

«Prendili tu a casa tua». Oppure: «Vadano a stare in Vaticano». I mantra della banalità salvinista si rincorrono sul web e seducono gli animi spaventati dall’inesorabilità del cambiamento, vellicandone gli impulsi più bassi. O noi o loro. Che muoiano pure di fame e malattie, possibilmente lontano dagli obiettivi dei fotografi, per evitare rigurgiti di coscienza e consentirci di partecipare alla prossima Messa in santa pace. 

Roma, Capitale del degrado

L’incredibile storia dello scienziato che anticipò Fleming di 30 anni: scoprì la pennicillina ad Arzano

Corriere del Mezzogiorno
di Antonio Emanuele Piedimonte

 Vincenzo Tiberio osservando le muffe del pozzo, riscontrò l’esistenza dell’antibiotico


 Uno scienziato incompreso, un amore sofferto, una morte precoce. Si può forse riassumere così l’incredibile storia dell’uomo che scoprì il potere delle sostanze antibiotiche trent’anni prima di Fleming, la vicenda di un geniale studioso finito nel dimenticatoio della storia. Lui si chiamava Vincenzo Tiberio ed è ancora sconosciuto ai più, persino all’interno della comunità medico-scientifica, e solo da qualche anno a questa parte si sta cercando di restituirgli il posto che è suo. Nei giorni scorsi, ad esempio, in occasione del centenario della morte, il Museo delle Arti sanitarie, l’Ordine dei medici e l’Ordine dei farmacisti di Napoli e provincia, e tre associazioni arzanesi - “Agrippinus”, “Aria Pulita” e Legambiente - lo hanno celebrato con una tavola rotonda e la mostra documentaria “Le muffe nel pozzo: la vera storia degli antibiotici” allestita nelle sale del museo, all’interno del complesso monumentale degli Incurabili.
Arzano 1895: il segreto del pozzo
Un anno speciale per la storia della medicina il 1895: Roentgen scopre i raggi X, Freud apre il vaso di Pandora della psicanalisi e ad Arzano, paese alle porte di Napoli, Vincenzo Tiberio individua il primo antibiotico. Dunque con decenni di anticipo sul famoso Fleming, che per la stessa scoperta (nel suo caso fortuita) vincerà il Nobel insieme ai due studiosi di Oxford: Ernst B. Chain e Howard W. Florey. Gli scienziati anglosassoni, va ricordato, furono aiutati anche dalle autorità militari Usa, che dichiareranno la penicillina “Top Secret”. 

Molti anni prima, invece, il neo laureato Tiberio aveva fatto tutto da solo, partendo dall’osservazione delle muffe nel pozzo della casa dove viveva ad Arzano (in via Zanardelli), dove si era trasferito dalla natìa Sepino (Campobasso) per studiare all’università di Napoli. Il giovane infatti fece caso a una strana coincidenza: tutte le volte che si ripuliva il pozzo dalle muffe l’intero nucleo familiare era colpito da enteriti e altri disturbi; intuì dunque che doveva esserci un nesso tra la scomparsa dei miceti e l’improvvisa esplosione dei batteri patogeni, così cominciò a studiare le muffe in laboratorio e, soprattutto, a sperimentare.
Quell’articolo dimenticato
E’ il 1895 quando su una prestigiosa rivista scientifica italiana, gli “Annali d’Igiene Sperimentale”, diretta dal professor Angelo Celli ed edita a Roma dalla casa editrice Loescher, il giovane medico pubblica - con la supervisione dell’Istituto d’Igiene della Regia Università di Napoli, diretto da Vincenzo De Giaxa - gli esiti dei suoi studi con il titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. E nell’articolo si legge tra l’altro: “… nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili nell’acqua forniti di potere battericida… per queste proprietà le muffe sarebbero di 

forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni”. Insomma, il ricercatore mostrando di essere anche un ottimo microbiologo ha isolato e classificato i ceppi delle muffe, quindi ha studiato la loro azione battericida e chemiotattica sperimentandone gli effetti benefici, sia in vitro sia in vivo, su cavie e conigli, sino ad arrivare alla preparazione di una sostanza con effetti antibiotici. Quella che sarebbe stata chiamata penicillina e avrebbe cambiato la storia dell’umanità. L’articolo però finì tra la polvere delle biblioteche e fino agli anni Quaranta del Novecento si continuerà a morire per banali infezioni.
Il cuore infranto e l’arruolamento in marina
La geniale intuizione del Tiberio non fu compresa né dalla comunità medico-scientifica italiana né da quella internazionale. Tutto si arenò, anche perché il medico abbandonò i suoi studi per arruolarsi nella Marina militare. Una scelta radicale che si può spiegare solo in parte con il patriottismo (oggi pressoché sconosciuto ma all’epoca molto diffuso), c’era infatti anche un altro buon motivo per imbarcarsi: il giovane voleva mettere la massima distanza possibile tra se e l’oggetto del suo impossibile amore: la cugina Amalia Teresa Graniero (che aveva conosciuto ad Arzano). In realtà la signorina contraccambiava pienamente ma il problema, apparentemente insormontabile, era proprio la consanguineità (per le temute conseguenze sulla prole). Come è facile intuire, però, la soluzione scelta - la forzata lontananza - produrrà esattamente l’effetto contrario: il legame divenne ancora più forte e la sofferenza più grande.
La prestigiosa carriera militare
La carriera militare porterà il brillante medico campano in giro per il mondo e lo vedrà sempre in prima linea: per placare la conflittualità greco-turca, per fronteggiare epidemie (come a Zanzibar) o per portare soccorso agli abitanti di Messina dopo il micidiale terremoto del 1908. Tiberio, poi, imporrà le vaccinazioni nella Regia Marina salvando tanti marinai. Nel 1912 gli affidano il laboratorio biochimico dell’ospedale militare alla Maddalena. Infine, il rientro a Napoli, con l’incarico di dirigere il Gabinetto di Igiene e Batteriologia dell’ospedale della Marina (a Piedigrotta). Il 45enne scienziato può riprendere i suoi studi sugli antibiotici, ma gli Dei hanno deciso altrimenti: il 7 gennaio del 1915 è stroncato da un infarto. Dietro una foto dell’adorata moglie lascerà scritto: «Lunga e difficile è la via della ricerca, ma alla base di tutto c’è sempre l’amore».
La lenta riscoperta
Bisognerà aspettare il 1946 perché qualcuno si accorga della grandezza dello studioso. Sulla rivista “Minerva Medica” il farmacologo Pietro Benigno scrive che “le sue ricerche sono condotte con tale accuratezza di indagine da meritare un posto fondamentale nella ricerca dei fattori antibiotici”. Un anno dopo l’ufficiale medico Giuseppe Pezzi ritrova l’articolo del 1895 e rende pubblica la vicenda. Non sarà sufficiente a restituire a Tiberio il suo posto nella storia ma almeno la sua figura comincerà lentamente a uscire dall’oblio. 

Nel corso del tempo gli sarà intitolata qualche strada (a Fuorigrotta), a Sepino una lapida ricorda che fu «Primo nella scienza, postumo nella fama», l’università del Molise darà il suo nome a un Dipartimento, e nel 2006 i nipoti Vincenzo Martines e Anna Zuppa Covelli pubblicheranno il libro “La vita e i diari di Vincenzo Tiberio”; infine il 9 febbraio del 2011 sul “Corriere della Sera” esce un articolo intitolato “La penicillina? Una scoperta italiana”. Un po’ di luce in fondo al pozzo.
L’omaggio: la mostra all’Ospedale degli Incurabili
In collaborazione con gli Ordini professionali (rappresentati dai presidenti Silvestro Scotti e Vincenzo Santagada), l’Asl Napoli 1 (Ernesto Esposito), la Marina militare (ammiraglio Vincenzo Martines), le associazioni, gli eredi del medico molisano-campano e un gran numero di scienziati e studiosi, il Museo delle Arti sanitarie ha voluto celebrare lo studioso inaugurando uno spazio espositivo ad hoc. 

Un percorso documentario che dal pozzo di Arzano conduce sino ai laboratori inglesi e americani, perché oltre alla storia di Tiberio anche il seguito della vicenda è degno di un film, con la sua “serendipity” (per dirla con Horace Walpole): una serie di coincidenze e casualità che porteranno alla creazione del farmaco che ancora oggi salva la vita a milioni di persone nel mondo. “Una pagina fondamentale per la storia della medicina, quella napoletana e quella mondiale, che era doveroso ricordare insieme alla comunità scientifica campana, un omaggio a un geniale figlio della nostra terra ingiustamente messo in disparte”, ha commentato il professor Gennaro Rispoli, decano dei chirurghi napoletani e direttore del museo di Caponapoli. 

16 giugno 2015 | 14:57

Il rapimento di Aldo Moro in uno schizzo di Mario Moretti

Corriere della sera
di Cristina Marrone

 Alla commissione parlamentare d’inchiesta acquisito un disegno inedito del brigatista che conferma la ricostruzione della Digos

 Lo schema del rapimento Moro disegnato da Mario Moretti

 Lo schema del rapimento Moro disegnato da Mario Moretti. Un’immagine inedita che mercoledì è stata presentata in Commissione d’inchiesta Moro (e acquisita agli atti) dal ricercatore universitario Marco Clementi, autore di saggi sullo statista democristiano e sulle Brigate rosse. Lo schizzo risale al 2006 ed è stato disegnato da Mario Moretti proprio per spiegare come si erano posizionati i brigatisti quel tragico 16 marzo 1978. Descrizione che corrisponde alla ricostruzione formulata dalla Digos con i vari elementi d’indagine acquisiti negli anni.

La ricostruzione
Con il numero 1 è rappresentata Rita Algranati, l’ultima brigatista ad essere stata arrestata nel 2004, condannata all’ergastolo e oggi ancora in carcere. Lei attraversa la strada all’arrivo del convoglio di Moro in via Fani: segnala l’arrivo del convoglio del presidente della Democrazia cristiana. Con il numero 2 è raffigurata l’auto con a bordo Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono che bloccano il traffico mettendosi di traverso con la loro auto, una 128 bianca, dietro le auto di Moro e della scorta appena passate. La numero 3 è l’auto guidata dallo stesso Moretti che rallenta, e di conseguenza rallenta il convoglio di Moro subito dietro. La numero 4 è l’auto su cui si trova Aldo Moro, la 5 è la scorta, su un’Alfetta. Al numero 6 corrispondono Valerio Morucci e Raffaele Fiore che aprirono il fuoco sulla Fiat 130 con Aldo Moro a bordo.

Al numero 7 ci sono Prospero Gallinari e Franco Bonisoli, anche loro del nucleo armato. Al numero 8, all’angolo con via Stresa è posizionata Barbara Balzerani che a piedi, sola, controlla via Stresa e via Fanti. Il numero 9 corrisponde alla Fiat 132 che, guidata da Bruno Seghetti si portò in retromarcia da via Stresa a via Fani e sulla quale Mario Moretti e Raffaele Fiore caricarono Aldo Moro. Mario Moretti, condannato all’ergastolo, si trova ancora in regime di semilibertà al carcere di Opera.

Quei nazisti “diversi” della Palestina

La Stampa
maurizio molinari

Catalogati e digitalizzati i documenti che raccontano come viveva negli anni trenta la comunità tedesca nella Palestina sotto mandato britannico

 
 Heinrich Nus (primo a destra) autore di uno degli scatti ineditii che testimoniano la vita della comunita’ tedesca in Palestina e l’attivita’ della locale sezione del partito Nazista negli anni ’30.


Le foto di Heinrich Nus divengono accessibili e gettano nuova luce sul nazismo della comunità tedesca che viveva negli anni Trenta nella Palestina sotto mandato britannico. I titolari di passaporto tedesco erano all’epoca circa 2000 e quando nel 1938 Adolf Hitler inscenò il referendum per legittimare l’annessione dell’Austria alla Germania vennero anch’essi chiamati a votare. Ma le autorità britanniche non volevano in alcuna maniera facilitare la consultazione nazista e così vietarono a chiunque di partecipare.

La soluzione trovata dal regime tedesco fu di trasportare con dei bus tutti i propri cittadini fino al porto di Haifa, imbarcarli sulla nave americana Milwaukee e salpare per arrivare fuori il limite delle acque territoriali palestinesi, dove il voto avrebbe potuto avvenire. I registri di bordo dell’epoca attestano che fra i passeggeri imbarcati “per votare” 1173 si pronunciarono a favore dell’”Anschluss” e fra loro vi erano 53 austriaci. I contrari invece furono 6 mentre una singola scheda venne annullata.

Negli scatti di Nus arrivati fino a noi si vede la fila di autobus affittati dai tedeschi, diretti verso il porto di Haifa, così come gli elettori riuniti sul ponte della nave sotto una scritta in tedesco il cui significato è “Un popolo, un Reich e un Fuehrer” ovvero il motto del Terzo Reich. Per il partito nazista in Palestina il voto sull’annessione dell’Austria - che era stata invasa dalle truppe tedesche - fu l’attività più importante ma anche una sorta di canto del cigno perché le autorità militari britanniche espulsero tutti i tedeschi quando, nel settembre del 1939, l’aggressione alla Polonia diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

A giudicare dalla foto Nus, impiegato nell’orfanotrofio di Gerusalemme che era gestito dalla famiglia Schneller, si trattava di un ardente nazista: lo si vede infatti indossare svastiche, partecipando a raduni e marce durante i viaggi in Germania. La pubblicazione dei suoi diari, da parte dell’istituto “Yad Ben Zvi” di Gerusalemme, consente tuttavia di avere una visione più articolata del personaggio, che era anzitutto membro del movimento dei templari, un gruppo millenaristico che a metà dell’Ottocento era stato espulso dalla Chiesa tedesca. Dagli stessi diari emerge come il nazismo il Palestina fosse “diverso da quello in Germania” come osserva Yossi Ben Artzi, storico dell’Università di Haifa e

studioso dei templari, spiegando che “sebbene vi fossero dei nazisti e l’Hitler Jugend organizzò dei campeggi con marce e bandiere” in realtà i templari “sostennero Hitler assai meno di quanto in genere si ritiene”. Deportato in Australia, assieme agli altri cittadini tedeschi, Nus lasciò diari e fotografia nell’orfanotrofio di Gerusalemme dove aveva lavorato, che venne requisito dagli inglesi nel 1939. Ma solo dopo la nascita di Israele nel 1948, quando le forze israeliane vi arrivarono, i documenti vennero ritrovati, finendo nelle mani di Ben Zvi che ora ha terminato di catalogarli, digitalizzandoli e rendendoli accessibili online.

I «figli del nazismo» e quei pregiudizi che restano

La Stampa


Sono passati 70 anni, ma l’intolleranza c’è ancora: il 21% dei i tedeschi nati tra il 1933 e il 1945 è favorevole a negare agli ebrei i pari diritti. I risultati di uno studio universitario


Il nazismo è crollato 70 anni fa ma il seme dell’odio che ha gettato nella società tedesca continua a generare intolleranza. Ad attestarlo è uno studio, condotto dai ricercatori delle Università di Zurigo e California, sui tedeschi nati fra il 1933 ed il 1945, con particolare attenzione alle loro opinioni sugli ebrei. Si tratta di bambini che, in tenera età, vennero a contatto con la propaganda nazista, quasi sempre attraverso le opinioni espresse da genitori, parenti e amici in un periodo che va dalla salita al potere agli immediatamente dopo la sconfitta del Terzo Reich.  

Il sondaggio si è svolto fra il 1996 ed il 2006 portando ad accertare che «la propaganda nazista è stata molto efficace nel radicare l’antisemitismo, soprattutto in coloro che avevano già dei pregiudizi». «Ciò che sorprende è come tali pregiudizi siano ancora presenti in chi fu esposto alla propaganda nazista, sebbene sia passato lungo tempo», afferma Hans-Joachim Voth, il co-autore svizzero del rapporto. Dalle risposte ottenute si ricava che il 17 per cento degli intervistati addebita agli ebrei «la responsabilità di quanto gli è avvenuto», il 25 per cento «è a disagio con l’ipotesi che un parente possa sposare un ebreo» e il 21 per cento «è favorevole a negare agli ebrei pari diritti».  

Elvira Grözinger, dell’Associazione tedesca degli Accademici per la pace in Medio Oriente, commenta: «Conosco molti ex bambini nazisti e sono convinta che l’ideologia nazista ha condizionato molto la generazione del dopoguerra» portando «al Sessantotto che in Germania fu anche una rivolta contro l’antisemitismo dei genitori». «Le conclusioni di tale studio - afferma Efraim Zuroff - direttore del Simon Wiesenthal Center - sono sconvolgenti e portano a dedurre che l’importanza dell’educazione all’Olocausto è ancora più importante nella Germania di oggi perché il seme dell’odio gettato dal nazismo è ancora fra noi».