martedì 16 giugno 2015

La Colt spara l'ultima cartuccia: bancarotta per la pistola del West


E' in Michigan il computer che non vuole andare in pensione

Il Secolo XIX
Simone Schiaffino


Un computer che non vuole andare in pensione. In un settore dove le macchine invecchiano col cambio delle stagioni, c’è una storia che ha il sapore della poesia. In Michigan un Commodore Amiga 2000 (prodotto nel 1987 e commercializzato fino al ‘93) gestisce dalla metà degli anni ‘80 il sistema di riscaldamento di 19 scuole diverse. Il software alla sua base è stato programmato decenni fa da uno studente delle superiori, che ancora oggi vive nella zona e che viene chiamato in soccorso in caso di necessità di manutenzione. Trent’anni di funzionamento ininterrotto: giorno dopo giorno, 24 ore su 24. Il vecchio computer bada al riscaldamento delle scuole, attiva e spegne le caldaie, accende ventole, riceve dati sulla temperatura delle aule e si comporta di conseguenza. Senza mai fermarsi, ogni giorno.

E intanto, intorno a lui il mondo è cambiato: gli stessi alunni delle scuole che l’Amiga 2000 riscalda parlano ormai di processori a sei e otto core, di frequenze di clock fantascientifiche per un vecchio Commodore pensato per l’intrattenimento nella prima era degli home computer. Realtà virtuale, social network, portabilità del web: cose dell’altro mondo per il vecchio Amiga. Che ogni giorno, però, ha la sua rivincita sul tempo che passa: è lui, col suo vecchio processore a sette megahertz e un mega di Ram a garantire il caldo nelle aule, e il fresco quando serve.

Ma il tempo passa per tutti, e il prossimo novembre il vecchio Amiga sarà rimpiazzato con un nuovo sistema più moderno, il cui costo varia tra il milione e mezzo e i due milioni di dollari.
Roba da non credere, o forse no. Basti pensare che nel ‘69, per mandare l’Apollo 11 sulla Luna è bastato un computer con una potenza di calcolo equivalente a quella di due Commodore 64.

Il pensionato d’oro (da record): assegno mensile di 91 mila euro

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella 

Il confronto Il pagamento per l’ex manager delle tlc equivale a 107 pensioni al minimo

Almeno 54 mila euro in più al mese: ecco quanto riceverebbe Mauro Sentinelli, il recordman delle «pensioni d’oro», rispetto a ciò che versò di contributi. Per capirci: l’equivalente di 107 (cento sette) pensioni minime. Invece dei 91.473 lordi mensili ne avrebbe circa 37 mila lordi. Più che sufficienti, pagate le tasse, a vivere piuttosto bene.

Chiariamo subito: l’ex direttore generale di Tim, in pensione da dieci anni dopo una vita passata tutta o quasi nell’azienda telefonica, non è un ladro. È, questo sì, uno scassinatore dei conti pubblici. Ma «solo» per avere approfittato fino in fondo delle leggi che c’erano. Di più: su quei 91 mila euro mensili ne paga 14.536 come contributo di solidarietà. Un sesto del vitalizio. Ma comunque stratosferico. Immaginiamo pure che viva come un’ingiustizia l’essere sempre tirato in ballo lui, il recordman, mentre un velo finisce per coprire tanti altri che incassano pensioni magari un po’ più basse ma altrettanto astronomiche e squilibrate. 

E più ancora che gli dia fastidio il velo che copre chi quelle regole insensate le ideò, le propose, le votò. Basti ricordare, tra gli altri, i vitalizi parlamentari: un euro di versamenti in entrata, undici in uscita. Per non dire di altri (come i militari dei quali l’Inps ha recentemente resi noti i numeri) che ricevono in media il doppio di quanto versato. Pensioni infinitamente più modeste, certo. Ma i conti non tornano lo stesso.

Come non tornano i conti, scrive il settimanale online «il foglietto» edito dal sindacato di base USI-Ricerca, alla Corte costituzionale. Dove i 22 giudici a riposo e i 9 coniugi superstiti, come si ricava dal bilancio messo in rete dalla stessa Consulta, «percepiscono una pensione da 16.500 euro lordi al mese». Molti più di quanti ne avevano versati. Osservazione ovvia: quanto può incidere, nel valutare i ricorsi sui «diritti acquisiti», il retropensiero di ogni magistrato, per quanto disinteressato sia, sul proprio futuro pensionistico? 

Detto questo, il «caso Sentinelli» resta sbalorditivo. Tanto più che il nostro gode di quel trattamento extralusso dal 2006, nove anni e mezzo fa, nonostante non sia poi così vecchio. Nato nel ‘47, è più giovane di 12 milioni di italiani. E ha due anni in meno, per esempio, di Eddy Reja che ha appena salvato l’Atalanta e gioca ancora le partitelle delle squadre che allena.
Bene: stando ai dati Inps, recuperati a dispetto del rifiuto dei vertici di fornire dettagli sui singoli, lo sfacciato sbilanciamento fra sistema retributivo e contributivo emerge nel caso del dirigente telefonico in modo abbagliante. 

Dicono le tabelle che negli ultimi sei anni di carriera, da quando fu nominato direttore generale ai primi di luglio 2009 (l’azienda sottolineò che lo premiava perché gli doveva «molte delle innovazioni nella telefonia mobile come i contratti family e la carta prepagata») fino al 31 dicembre 2005, Mauro Sentinelli guadagnò moltissimo: oltre 23 milioni di euro lorde. E moltissimo (tasse a parte: una tombola) versò di contributi: oltre 7 milioni e mezzo.

Il guaio per i conti pubblici è che quei soldi, con le regole esistenti, gli sono stati restituiti con la pensione, al lordo, in soli sette anni. Per capirci: alla fine del 2012 li aveva grossomodo già recuperati. E se vivrà quanto un italiano medio, come ovviamente gli auguriamo, potrà riceverne in totale, di milioni lordi, ventidue. Quanto al passato, guadagnava molto ma molto meno. E versò anche molto ma molto meno. 

Nell’anno della riforma Dini, quando già andava per la cinquantina e aveva percorso gran parte della vita professionale, pagava per il suo futuro, in un anno, la metà di quanto prende oggi in un mese. Insensato. Proviamo a fare una simulazione? Prendiamo un «quadro» di oggi con due decenni di anzianità e inchiodato alle regole del contributivo. I suoi ipotetici 100 mila euro attuali rischiano di diventare, quando potrà andare a riposo tra una quindicina abbondante di anni, meno della metà.

A farla corta, se il vitalizio dell’ex dirigente Telecom fosse basato sui contributi che versò, avrebbe come dicevamo non 91 mila euro e mezzo al mese ma, appunto, 37 mila. Anzi, un calcolo più restrittivo messo a punto l’anno scorso parlava addirittura di 25 mila. Il che farebbe supporre un bonus supplementare mensile di 66 mila euro. Tema: cosa dovrebbe fare lo Stato? Amputargli di netto la pensione? Chiedergli indietro i soldi ricevuti fino ad oggi? E se poi ricorre alla Corte costituzionale chiedendo che venga rispettato il contratto, giusto o sbagliato che fosse, che aveva firmato con lui?

Non è facile uscirne. Tanto più che, come spiegano vari osservatori tra cui Giuliano Cazzola e Maurizio Sacconi, chi se n’è andato col retributivo e si trova oggi in una situazione che appare di privilegio e dunque a rischio, non ha più la possibilità di rimediare «operosamente», andando in pensione più tardi o facendosi un vitalizio alternativo, al cambio delle regole. Lo stesso Sentinelli potrebbe dire: se avessi saputo che finiva così avrei potuto investire quei milioni versati negli ultimi anni in una assicurazione privata, magari guadagnandoci... E la stessa cosa vale per molti altri.

Tito Boeri, il presidente dell’Inps, lo sa.
E l’ha già detto: un ricalcolo delle pensioni (a parte la difficoltà di conteggiare una miriade di casi) con l’amputazione secca e brutale dei vitalizi più alti, è di fatto impossibile. Di più: quell’amputazione forse vendicherebbe certe ingiustizie ma sarebbe a sua volta ingiusta e potrebbe perfino, dicono i tecnici, avere effetti negativi sull’insieme. Probabilmente si finirà con una revisione a scaglioni progressivi. Più dura per chi riceve moltissimo più di quanto aveva versato, più morbida per i vitalizi meno scandalosi e offensivi nei confronti di chi fatica ad arrivare a fine mese.

Una cosa è sicura: per quanto possano essere limitati i vantaggi per le pubbliche casse (neppure requisendo ogni centesimo delle pensioni più spropositate si metterebbe una toppa ai buchi nei conti pubblici) nessun progetto di riforma che tocchi tutti i cittadini potrà mai essere portato avanti senza toccare «prima» i megavitalizi come quelli di cui parliamo. Non è solo una questione di soldi. È che non possiamo scaricare sui nostri figli e nipoti il peso di «diritti acquisiti» abnormi dovuti a leggine cervellotiche. Anche loro hanno un diritto acquisito dalla nascita: non essere discriminati rispetto ai genitori e ai nonni.

 

Quasi due secoli ai piedi nel mondo

Corriere della sera
di Paola Pollo

 Clarks compie 190 anni e le Desert Boot 65. E tutto cominciò da una pantofola


  Cento novanta anni e non sentirli: 1.492 milioni di sterline (oltre 2.000 milioni di euro), 51 milioni di paia l’anno vendute in 130 paesi Paesi: 15 mila dipendenti. Era il 1825 e nel minuscolo villaggio di Street, contea inglese di Somerset, James Clark lavorava con il fratello Cyrus e tutte le volte che doveva smaltire tutti quei ritagli di pelle di pecora, scarti di lavorazione, un po’ se ne rammaricava per lo spreco. Così ebbe (James) un’idea: creare delle pantofole, le Brown Petersburg, che all’occorrenza si potessero anche indossare per strada. Nacquero le prime calzature dei Clark, dunque Clarks.


E le cifre non furono un problema da subito: 1000 paia al mese. Poi vennero le fiere e il successo internazionale, non senza un’altra tappa che a definirla storica nel mondo degli accessori è a dir poco scontato: 1950 anno di nascita della Desert Boot. Il racconto non meno leggendario narra di Nathan Clark (a questo punto sesta o settima generazione) che fu colpito al Cairo da un paio di scarpe, in vendita al bazaar, appartenute a un ufficiale dell’esercito britannico. Quella forma “usata” lo ispirò così tanto che prese del camoscio morbido e riprodusse uno stivaletto molto simile che però entusiasmò lui e non l’azienda. Imperterrito, Nathan presentò la sua creazione in Fiera, nel ’49, con un allestimento giustappunto faraonico: un’oasi vera e propria con tanto di danzatrici del ventre. 


 Nel ’50 la Desert Boot divenne un successo in tutto il mondo. Tant’è che le calzature di questo tipo vengono chiamate “le Clarks”. E cambiano i colori e qualche volta il materiale ma mai la forma. Per festeggiare le cifre tonde, i 190 anni dell’azienda e i 65 della desert boot, la Clarks ha anche deciso di sponsorizzare la mostra del Victoria Albert Museum a Londra dedicata appunto alle calzature: «Scarpe, gioia e dolori» è il titolo che già fa capire l’ispirazione che parte dalla certezza che probabilmente tante donne non avrebbero avuto lo stesso successo se avessero indossato altri modelli di scarpe.

13 giugno 2015 | 22:29

Il premio Nobel dei numismatici «Con le monete sfioro la storia»

Corriere della sera
di Stefano Landi

Carlo Crippa: «Vorrei che i milanesi leggessero questi libri: insegnano qualcosa sulla città». Il figlio Paolo: «In classe ero l’unico che non faceva l’album dei calciatori»


  Tutto iniziò stringendo fra le mani un sesterzio di Nerone. Aveva 20 anni Carlo Crippa quando con l’immaginazione di un ragazzo scatenò la fantasia che lo ha spinto a studiare monete antiche per più di 60 anni. A New Orleans, dalle mani dell’Associazione mondiale dei numismatici ha appena ricevuto il «Book Prize» per la miglior pubblicazione dell’anno. Suona come un premio alla carriera. Un’opera omnia che vale come regalo a Milano. «La nostra Zecca è stata tra le più prestigiose d’Europa, l’unica a batter monete ininterrottamente dal Medioevo a fine ‘800» spiega. «Le monete di Milano» (che completa una collana di altri tre volumi) è un lavoro unico nel panorama editoriale della numismatica. Un puzzle di indizi, ricostruzioni, studi di grafia. Una caccia al tesoro che è diventata guida pratica, non un arido elenco. Per ogni moneta il suo collegamento storico, spesso per immagini. L’indice di rarità per aiutare il collezionista.


Carlo Crippa 86 anni portati in un impeccabile completo blu. Lo sfondo dello studio sono teche cariche di libri. Quello del suo iPhone una moneta di Siracusa del 350 avanti Cristo. Il flusso di parole inarrestabile. Fluido come l’orgoglio di chi ancora ragazzo ha scelto una professione e l’ha mantenuta viva tutta la vita senza mai pentirsene. «Stringere una moneta significa sfiorare la storia». Per spiegare come un ragazzo di quell’età si possa innamorare di un mondo così antico servono i ricordi delle sue origini bergamasche. «Ho sempre avuto una certa creatività: a 13 anni suonavo il violino. A scuola disegnavo le facciate delle case di Bergamo alta». 

Nel 1962 fonda la Crippa Numismatica nel cuore di Milano, prima in piazza Belgioioso, poi dietro la basilica di San Simpliciano. Come un direttore d’orchestra, Crippa dirige due dei figli che l’hanno seguito in questa avventura. Non per atto di fede (giurano). Una passione guadagnata per osmosi. Silvana, 55 anni, è coautrice del volume sulle monete di Milano. «Dopo il liceo Classico, gli studi in Storia dell’arte. Ho sempre amato la ricerca. Ho affiancato papà dopo la laurea: la mia tesi fu sulla Zecca di Milano sotto gli Sforza» ricorda. Paolo, 49 anni, ha scattato le foto. Si occupa del lato commerciale, organizza le aste quando i clienti decidono di vendere dei pezzi. «Siamo stati i primi tra le ditte di numismatica a entrare in Rete nel ‘98» racconta. Ricorda come fosse ieri i giorni in cui ancora bambino collezionava gli scarti di foto di monete di papà. «Questo è un lavoro che non puoi farti piacere. È passione vera. In classe ero l’unico che non faceva l’album delle figurine dei calciatori».

Per lavorare a queste pubblicazioni la famiglia Crippa ha dovuto viaggiare per l’Europa. Perdersi, per ritrovarsi negli archivi di musei, di invalicabili collezioni private. Vienna, Parigi: giornate intere armati di pazienza per le attese dovute alla burocrazia. Così sono diventati un riferimento per gli appassionati del genere che hanno diviso la storia della numismatica in A.c e D.c: avanti Crippa e dopo Crippa. Un mondo quello dei collezionisti di monete indelebile alla crisi. Economica e intellettuale. Sono cultori d’arte, della storia. Anche molto giovani. C’è chi è appassionato di un periodo storico, chi semplicemente vuole fare un investimento destinato a non scadere mai. «Vorrei che il nostro lavoro appassionasse la gente comune, non solo gli addetti ai lavori.

Spero lo leggano i milanesi, per scoprire qualcosa della loro città». Crippa accarezza le pagine con la cura di chi ha investito i migliori anni della sua vita lavorativa. Conosce ogni didascalia a memoria. Una sola cosa lo infastidisce. Parlare di francobolli. «Molti associano lo spessore delle collezioni. Ma i francobolli hanno un centinaio d’anni di storia. Le monete sono nate nel VII secolo. C’è chi pensa siano quelle avanzate nei cassetti della nonna». E lo dice senza un minimo di arroganza. Ma gonfiando il petto. È solo passione di chi ha speso 35 anni per raccontare attraverso le monete 1100 anni di storia. E quando nei forum online, la gente gli chiedeva con ansia notizie dell’uscita, ha avuto la pazienza di aspettare che l’opera fosse veramente completa. Definitiva.

Uccelli contro gli aerei: ecco che cosa si rischia

La Stampa


 Paura sul volo Catania-Genova. È il terzo episodio in pochi giorni


 È successo un’altra volta e purtroppo continuerà a succedere, perché il mondo ipertecnologico dell’aviazione rimane ancora ostaggio di problemi elementari come questo, che non trovano soluzione: ieri un aereo della compagnia spagnola Volotea, partito da Catania e diretto a Genova, si è scontrato con uno stormo di uccelli poco dopo il decollo e poi è atterrato d’emergenza a Palermo per verificare se c’erano danni. Dopo 40 minuti è ripartito per Genova. Stavolta è andata bene, ma ci sono velivoli che in altre occasioni si sono ritrovati con i motori fuori uso per avere aspirato uccelli in volo, oppure hanno riportato danni da impatto alle strutture per essersi scontrati con animali di grosse dimensioni. Prima di ieri c’erano già stati in Italia due analoghi atterraggi da brivido nei giorni scorsi.

Il jet caduto nell’Hudson
Probabilmente molti di noi ricorderanno il pilota eroe che salvò la vita alle persone sul suo Airbus 320 planando nelle acque del fiume Hudson, a New York, il 15 gennaio 2009; ma forse non tutti ricordiamo che a costringerlo a quella manovra fu un intero stormo di oche canadesi ingurgitato dai suoi motori e che li aveva bloccati. Del resto il pericolo non viene solo dagli uccelli: anche animali di terra come le lepri, o persino bestie più grosse, se attraversano una pista di volo possono essere risucchiati da un motore a reazione e fare danni. 

Quanti danni? Antonio Bordoni, analista di compagnie aeree e aeroporti, docente alla Luiss ed esperto di incidenti (cura il sito Air-Accidents.com), cita al telefono una serie di tragedie dovute a impatti con uccelli: «Abbastanza di recente, nel settembre del 2012, un Dornier che decollava da Kathmandu, in Nepal, è stato colpito da un avvoltoio ed è precipitato. Tutti morti i 19 occupanti. Un incidente molto simile era avvenuto in Etiopia nel 1990, e altri in America e in Pakistan negli Anni 60». In Italia nel novembre del 2008 un jet della Ryanair ha sfiorato la tragedia in atterraggio a Ciampino per «multiple collisioni con uccelli», come riferì il rapporto.

Ma secondo Bordoni c’è un problema di fondo: «La comunità internazionale, inclusa l’Icao che è responsabile del trasporto aereo civile nel mondo, affronta con poca energia la questione degli impatti con uccelli perché i morti, nel corso dei decenni, non sono stati molto numerosi. Eppure gli incidenti dovuti a questa causa, anche se non mortali, sono molto numerosi: più di mille all’anno solo in Italia, e creano spavento e danni. Guardando solo al danno economico, nel mondo per spese di assicurazione e perdite di motori o di interi aerei dovute agli uccelli si pagano ogni anno 1,2 miliardi di dollari».

Il Bird Strike Committee
In Italia è attivo presso l’Enac un apposito Bird Strike Committee che anno per anno scrive una relazione sul problema. I numeri sono in crescita, addirittura triplicati dal 2002 al 2013, perché (per fortuna) la natura è sempre più protetta e gli animali stanno riguadagnando spazio nell’ambiente - ma a volte questo fatto positivo crea danni collaterali. L’etologo Danilo Mainardi dice alla «Stampa» che «soluzioni facili non ci sono. Ma la prima cosa da fare è eliminare dalle vicinanze degli aeroporti le risorse che possono attirare gli uccelli»: in parole povere le discariche di rifiuti. 

Tasse, indipendenza e laicità: la lezione di Thomas Jefferson

Dubbi e ricordi di Salandra. Così l'Italia entrò in guerra

Il 5 per mille del 2013: ecco i beneficiari

La Stampa